Una repubblica (delle banane) ingovernabile. Uno Stato “cadavere in putrefazione”. Prima i Sardi si allontanano e meglio è.

Uno tsunami che spazza via i due cadaveri

di Francesco Casula

Il massiccio voto a Grillo, si abbatte come un uragano nella cosiddetta seconda repubblica, schiantandola. Travolgendo illusioni bipolariste, imposte coattivamente e non per libera scelta dei cittadini. Liquidando decine di partiti e partitini. Ridimensionando brutalmente Partiti dominus, che ritenevano di egemonizzare e dominare la politica italiana, ponendosi come i suoi soli ed esclusivi rappresentanti e gestori . Così il Pd perde 8 punti rispetto alle elezioni del  2008 (ovvero tre milioni di voti) e il Pdl addirittura 17 (7 milioni di voti). Eppure ambedue si proclamano vincitori: non capendo che pensano ancora di volare ma sono precipitati, rovinosamente. Per la verità il Pd, con un minimo di pudore, ha dichiarato che è primo ma non ha vinto! Si è dimenticato di un piccolo particolare: è primo in virtù di una legge elettorale più che truffaldina. Una legge “della rapina a mano armata”: l’ha definita su La Repubblica del 26 febbraio scorso Gianluigi Pellegrino. Un obbrobrio mostruoso, liberticida e anticostituzionale in base alla quale si assegnano il 55% dei seggi al Senato su base regionale e alla Camera su base nazionale, a forze che non raggiungono neppure 1/3 dell’elettorato e comunque a prescindere dai voti ottenuti: com’è appunto successo al Pd.

Altro che la legge truffa del 1953 o la fascistissima Legge Acerbo del 1923: che almeno ancoravano il premio di maggioranza a una soglia minima di voti! Ma tant’è: il Porcellum, da tutti criticato, in realtà è stato conservato perché serviva a Pdl-Pd, per spartirsi il bottino, magari a turno, eliminando così altri possibili competitori. Persino la giustificazione (ideologica) alla base del premio di maggioranza, ovvero la garanzia della governabilità, questa volta è  andata gambe all’aria. Grillo si è messo in mezzo e di traverso, facendo saltare gli interessi partitocratici. Così, in un paese in decadenza, si allunga l’ombra inquietante dell’ingovernabilità. Con i grandi partiti ridotti a simulacri. A involucri che spezzandosi, fanno fuoruscire i liquidi maleodoranti delle ruberie e della corruzione. E uno Stato incapace di risolvere i problemi essenziali dei cittadini, in specie dei territori più penalizzati (è il caso della Sardegna), viepiù si mostra come nemico delle popolazioni. Un cadavere in putrefazione, l’ha definito qualcuno. Forse è il caso, per noi Sardi, di allontanarci il più presto possibile.

Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 28-2-2013

 

“Massaria- Agricoltura tradizionale a Guasila e in Sardegna di Salvatore Atzori (CUEC, Cagliari, 2012)

LA TREXENTA E LA STORIA DEI CONTADINI

di Francesco Casula

“MASSARIA-Agricoltura tradizionale a Guasila e in Sardegna” (CUEC Editrice) di Salvatore Atzori, è una  bella e rigorosa ricerca che rappresenta una vera e propria sonda infilata nel passato di Guasila ma non solo: della Trexenta, del campidano, dell’intera Sardegna di cui è paradigma. Una sonda che registra segni etnologici e antropologici; scampoli di preistoria, storia, archeologia,lingua, cultura popolare e  poesia orale, con distici ironici e d’amore, di riti e tradizioni  (penso a s’agiudu torrau), cultura materiale e immateriale. Un saggio prezioso soprattutto per conoscere il paesaggio agrario del paese della Trexenta ma, dicevo, non solo. Paesaggio agrario analizzato nei fattori della produzione, nei mezzi tecnici a forza animale e umana; nelle colture, nelle fasi lavorative, nei rapporti di produzione. Con i vari tipi di contratto e il trattamento economico dei subordinati, con la scala gerarchica servile e le mansioni dei serbidoris. Con le mansioni femminili. Quello che emerge è una vera e propria storia dei contadini in Sardegna, un romanzo corale, con la straordinaria raccolta di testimonianze di giorronaderis, pastoris, messaius e messaieddus, boinarxus, sotzus e sotzas, con la minuziosa e rigorosa perlustrazione e documentazione sulle colture intensive con sa bingia, s’ortu, sa mendula, s’olia. Non è infatti – come scrive Salvatore Atzori – “solo opera personale, ma identità collettiva, matrice di ogni madre”.

 Quello che emerge è un racconto di persone della cui esistenza e delle cui gioie e pene non avremo saputo. Anche a questo serve infatti la storia orale, a dar voce a chi non l’ha avuta e non l’ha, e anche a mettere in piedi la storia a partire dal basso,  dal vero, dall’esperienza diretta delle classi subalterne. E tutto questo senza nessun sospetto di idealizzazione e di arcadia e di nostalgia dei bei tempi antichi: anche perché, quasi sempre belli non erano: come ricorda nella esemplare prefazione Giulio Angioni. Con l’arretratezza, l’analfabetismo, la miseria. E’ infatti – per utilizzare l’espressione di Atzori – una ricerca che non ha alcuna parentela con le rappresentazioni decontestualizzate e defunzionalizzate, alla moda, che vanno abusivamente sotto l’etichetta del folclore.

Giovedì 28 febbraio prossimo (ore 17,30 Aula consiliare Palazzo Viceregio) insieme al sottoscritto ne parleranno con l’Autore Angela Quaquero e Giulio Angioni.

Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 25-2-2013

SIGISMONDO ARQUER: Lo scrittore vittima dell’Inquisizione e condannato al rogo in Spagna (1530-1571)

  

UNIVERSITA’ Terza Età di Quartu Sant’Elena 27-2-2013

8° Lezione del Corso di Letteratura Sarda di Francesco Casula

 

Sigismondo Arquer nasce a Cagliari nel 1530, studia teologia e legge nell’università di Pisa dove nel maggio del 1547 consegue la laurea in Diritto civile e canonico, mentre nell’università di Siena si laurea in Teologia. Tornato in Sardegna diviene avvocato del fisco a Cagliari. Nel settembre del 1548 lascia di nuovo l’Isola per recarsi presso il re Carlo I (Carlo V imperatore) a Bruxelles, a perorare la causa della sua famiglia alla quale erano stati posti sotto sequestro i beni.

   Durante un breve soggiorno a Basilea, su invito di Sebastian Münster, geografo, cartografo e di fede luterana presso il quale era ospite, scrive una monografia sulla Sardegna Sardiniae brevis historia et descriptio, cui era allegata una carta dell’isola e una veduta di Cagliari (Tabula corographica insulae ac metropolis illustrata), che viene inserita nella Cosmografia scritta dallo stesso Münster. La parte composta dall’Arquer  fu pubblicata nell’edizione del 1550, ma la stesura più nota in Italia è quella del 1558, riportata nelle Antiquitates Italicae Medii Evi di Ludovico Muratori. Il libro dell’Arquer sulla Sardegna fu inserito anche da Domenico Simon, insigne giurista e letterato algherese del secolo XVIII, nel suo Rerum Sardoarum Scxiptores, stampato a Torino nel 1778.

  Sulla figura dell’Arquer scrissero, tra gli altri, anche gli storici sardi Pasquale Tola, Pietro Martini e Giuseppe Manno. La Breve storia della Sardegna, rappresenta  la più antica descrizione dello stato e dei problemi dell’Isola in cui l’Arquer traccia anche un ritratto censorio del corrotto clero del tempo. La descrizione che egli presenta della condizione dei religiosi cagliaritani dell’epoca non è diversa da quella che espose nel 1562 l’Arci­vescovo Antonio Parragues de Castillejo, ma per tale censura l’Arquer incorse nelle ire dell’Inquisizione spagnola, è accusato di luteranesimo e incarcerato a Toledo nello stesso anno 1562. Riesce ad evadere, ma non può uscire dalla Spagna perché vengono inviate a tutte le frontiere le indicazioni sulla sua persona, per cui è imprigionato una seconda vol­ta.

L’Arquer sostiene appassionatamente la sua innocenza ed in carcere scrive un’autodifesa  in  lingua castigliana, la Passione. Il poema –che segna l’inizio della drammaturgia religiosa in Sardegna- si compone di 45 strofe, ognuna delle quali comprende dieci versi ottosillabi con rima assonante mista, ossia baciata e alternata. Il manoscritto del poema sulla Passione fu rinvenuto nel 1953 fra le carte del processo a carico di Arquer presso “l’Archvio Historico Nacional” di Madrid da Francesco Loddo e Alberto Boscolo, studiosi di storia sarda, durante un loro viaggio nella capitale spagnola, che lo pubblicarono nel volume XXIV dell’Archivio storico sardo. Nel poema l’Arquer esalta la passione di Gesù Cristo così simile alla sua, ma i suoi nemici cagliaritani, tra i quali vi erano gli Aymerich e gli Zapata, intrigheranno contro di lui raccogliendo prove tali da accelerarne la fine. Egli sosterrà sempre la propria innocenza ed anzi si dichiarerà martire della vera fede, schernendo quegli stessi ministri del culto che lo esortavano al pentimento. Per questo, durante il terribile “auto da fé” (l’espressione deriva dal portoghese e significa atto della fede), ossia la proclamazione pubblica della sentenza, lo si metterà alla sbarra prima che venisse addossato al palo, ed i carnefici vedendo che non solo non si pentiva ma che anzi esaltava il suo martirio, lo trafiggeranno con le lance e lo getteranno poi nel rogo degli eretici. Così morirà nel il 4 Giugno del 1571 a Toledo, dopo sette anni e otto mesi di detenzione.

La sua figura “assai complessa e conflittiva e di dimensione europea” –la definisce  Marcello Maria Cocco, studioso dell’Arquer- e la sua opera, ignorata dagli scrittori sardi contemporanei e pressoché sconosciuta fino alla metà del ‘700, quando ne parlerà Ludovico Muratori-  verrà riscoperta e riproposta nell’800 con un triplice atteggiamento nei suoi confronti: di compassione per la sua tragica fine; di indispettita disapprovazione per le sue critiche impietose formulate nella Sardiniae brevis istoria; di ammirazione per la incisività e la concisione della sua prosa ma soprattutto per il sacrificio della sua vita che segna il trionfo della libertà di coscienza.

Lo storico Dionigi Scano, autore dello studio più ampio sull’Arquer, sostiene che il luteranesimo non fu che un pretesto di cui si servì la classe nobiliare cagliaritana per disfarsi di un terribile avversario. E sarebbe dunque la Cagliari della prima metà del ‘500, con i suoi odi e le lotte intestine a segnare la fine drammatica di Sigismondo Arquer.

 

Presentazione del testo

L’opera scritta da Sigismondo durante il soggiorno basileense dal 21 Aprile al 5 Giugno del 1549, è un brevissimo saggio di 12 pagine articolato in sette paragrafi, redatto in un latino di rara  raffinatezza, chiaro, semplice ed elegante. Si tratta di un’opera informativa più che storica da cui emerge un agile ritratto della Sardegna del tempo, corredato da buone illustrazioni quali la carta dell’Isola, la riproduzione del muflone e la pianta schematica di Cagliari.

Poche pagine ma fitte di notizie, spesso di prima mano, di giudizi critici su alcune credenze superstiziose, di indagini sui problemi della lingua dei sardi, che confronta con il catalano e il latino, portando ad esempio una trascrizione del Pater Noster in queste tre lingue.

Particolarmente interessanti il quadro che offre della fauna della Sardegna, le informazioni sulle terme, sulle miniere, sulle saline. Più discutibili invece le brevi note sulle antiche vicende storiche che si rifanno alle fonti classiche, che affondano abbondantemente le loro radici nelle leggende e nei miti. Non manca un accenno alla validità e bontà della Carta de Logu di Eleonora d’Arborea, la Costituzione della Sardegna in vigore dal 1392 e nel capitolo VII, un quadro, riportato nel testo, che riguarda le magistrature, le condizioni della religione, della cultura, della morale in genere nonché delle condizioni economiche che si riflettono nell’uso del vestiario più o meno di lusso.

Il “librillo” –così lo chiama l’autore- è privo di organicità e anche piuttosto frammentario tanto che l’Arquer, conscio dell’incompletezza, ci fa sapere che nutre il proposito di scrivere una più completa storia dei Sardi, “Si dominus requiem e ocium dederit” (Se il Signore ci darà pace e tempo libero). Pace e tempo libero che purtroppo gli mancarono. In ogni caso La qualità intrinseca dell’opera, unita al prestigio della collocazione nella quale apparve, fanno della Sardiniae brevis historia et descriptio una pietra miliare nel panorama delle lettere isolane, anche perché si tratta dell’archetipo di una serie di scritti del genere letterario storico-descrittivo, destinato ad affermarsi con i secoli nella cultura isolana.

 

MAGISTRATURE, NATURA DEGLI ABITANTI, LORO COSTUME, LEGGI E RELIGIONE

 […] Le cariche ecclesiastiche in Sardegna sono regolate secondo i decreti del Papa. Infatti vi si trovano tre arci­vescovi, a Cagliari, Arborea e Torres o Sassari, i quali hanno sotto di sé alcuni vescovi. Vi è pure un inqui­sitore generale contro gli eretici, gli apostati e gli stregoni, come av­viene in Spagna, al quale sono con­cessi altri diritti, oltre quelli che, per norma generale voluta dai re e dai papi, sono concessi agli altri inqui­sitori. Gode di grandissimi privilegi e non ha sopra di sé nessuno all’in­fuori del supremo inquisitore di Spa­gna, del quale è delegato. Nessuno in Sardegna può contare più di lui. Egli, per suo conto, nomina, come suoi dipendenti, altri inquisitori e funzionari, dei quali è giudice; co­storo agiscono contro chi è sospet­tato, con tanta durezza che non è possibile accennarne solo con poche parole. Infatti, tengono in carcere per molti anni dei poveri infelici, e li interrogano e li sottopongono a torture prima di decidere se devono condannarli o assolverli. Hanno an­che, per esercitare le loro funzioni, dei libri, come il Malleum malefica­rum, il Directorium inquisitorum e alcuni altri volumi. Inoltre hanno del­le istruzioni segrete e molte altre disposizioni che interpretano secondo il loro personale giudizio. I Sardi hanno anche un Commissarium Crociatae1, che non ha alcun superiore, oltre il pontefice, ecc. Infine, per quanto riguarda i costumi e la natura dei Sardi, dirò che essi son robusti, per lo più rudi e avvez­zi alla fatica, all’infuori di pochi che si abbandonano al lusso; son poco dediti allo studio delle lettere, men­tre amano moltissimo la caccia. Mol­ti sono pastori e a loro bastano cibo agreste e acqua. Quelli che abitano nei borghi e nei villaggi, vivono tran­quilli e sono ospitali e gentili; vivo­no alla giornata e vanno vestiti di poverissimo panno; non conoscono guerra ed hanno anche poche armi; ciò che è ancora più straordinario è il fatto che, in un’isola così vasta, non vi è chi fabbrichi spade, pugnali e altre armi; ma queste vengono dalla Spagna e dall’Italia. I Sardi si servono invece di frecce, soprattutto quando vanno a caccia. Ma se tal­volta sbarcano nell’isola, per far pre­da, pirati turchi o africani, vengono subito volti in fuga dai Sardi o son fatti prigionieri.

Gli isolani son ottimi cavalieri e di colorito bruno a causa del sole ar­dente; vivono onestamente, secondo le leggi di natura, e meglio vivreb­bero se avessero degli onesti pre­dicatori della parola di Dio.

Quando i contadini celebrano qual­che festa, dopo la Messa, per tutto il resto della giornata e della notte ballano -uomini e donne- dentro la chiesa del Santo, cantando canzoni profane; inoltre uccidono maiali, montoni e buoi e mangiano allegra­mente di queste carni in onore del Santo. Vi sono anche di quelli che ingrassano qualche maiale in onore di un santo, per poterlo poi mangiare durante la festa, spesso in una chie­sina costruita fra i boschi. E se la famiglia non è tanto numerosa da poter consumare tutta quella carne, perché non ne avanzi, invitano altre persone al banchetto che si fa den­tro la chiesa stessa. Le donne cam­pagnole sono modestissime nel ve­stire che non ostenta lussi; ma le signore delle città, che son ricchis­sime, abusano del fasto e del lusso, ostentandoli superbamente. I sacer­doti sono ignorantissimi al punto che è raro trovarne tra essi, come tra i monaci, uno che conosca il latino. Vivono con le loro concubine e si danno con più impegno a mettere al mondo figli che a dedicarsi alla lettura.

 

Arquer plurilinguista

L’Arquer usava un latino di rara raffinatezza, chiaro, conciso, semplice ed elegante: tacitiano insomma. Conosceva bene, oltre che il latino, il sardo, il castigliano e l’italiano, come dimostrano le sue Lettere a Gaspar Centelles e le Coplas a l’imagen del Crucifixo, (Strofe a immagine di Cristo, contenute nella Passione), composte durante la prigionia a cui fu sottoposto durante il lunghissimo processo per eresia.

Arquer scrive però solo in latino, in italiano e in castigliano, non ci sono pervenute invece testimonianze scritte nelle sue due lingue madri ovvero in catalano e in sardo, (tranne, in quest’ultima lingua, che il  Babbu nostru “Padre nostro” contenuto nella Descriptio Sardiniae). Tuttavia dichiara che tutti i processi era solito redigerli in catalano “la lingua de mi tierra” (la lingua della mia terra).

La lingua scritta che gli era più congeniale era però certamente il latino, il compendio Sardiniae brevis historiae infatti è sempre stato ammirato per la classicità della sua prosa, che risulta –come abbiamo già detto- sintetica, nuda robusta ed essenziale.

Sulla lingua sarda scrive che: corrupta fuit multum lingua eorum, relictis (ne rimase corrotta poiché nell’Isola sopraggiunsero diversi popoli) etiamsi ipsi mutuo sese recte intelligant ( ma i Sardi fra loro si intendono ugualmente bene).

Aggiunge specificando che nell’Isola due sono le lingue principali che si parlano: una è quella usata nelle città, l’altra è quella usata fuori di essa. Infatti nelle città si parla quasi dovunque la lingua spagnola, tarragonese o catalana, che gli abitanti hanno appreso dagli Spagnoli, che quasi sempre vi tengono i posti di comando, gli altri mantengono intatta la lingua sarda.

I catalanismi e gli ispanismi presenti nel sardo sono numerosi e riguardano la vita sociale, l’amministrazione dello stato, i cerimoniali religiosi, le arti e i mestieri, la vita quotidiana, l’abbigliamento, la gastronomia, l’oggettistica, la nomenclatura delle piante, la medicina e più in generale i modi di dire e quindi, almeno in certa misura, i modi di pensare. Si può conclusivamente affermare con Wagner che l’elemento catalano spagnolo è, naturalmente dopo il latino, di gran lunga il più importante del sardo. 

 

– Il multilinguismo nella Sardegna del ‘500/’600

Sigismondo Arquer rappresenta emblematicamente ed esprime il multilinguismo presente in Sardegna nel ‘500/’600: occorre infatti ricordare che insieme all’Arquer nel Cinquecento in Sardegna scrittori come Antonio Lo Frasso, Girolamo Araolla, Pietro Delitala, utilizzano con intenti letterari una o più lingue delle almeno quattro comunemente usate. Arquer conosce il sardo e il catalano –che apprende in famiglia, da ricordare che l’Arquer era di origine spagnola- l’italiano che apprende e approfondisce a Pisa, il castigliano che impara in seguito, durante la lunga permanenza a corte in Spagna. Essa è la lingua ufficiale scritta, insieme al Latino, quest’ultima  specie all’interno della Chiesa.

Ha dunque due lingue madri: il catalano e il sardo, appartenenti alla sfera dell’oralità, mentre il latino, italiano e castigliano vengono impiegati nella scrittura, con una diversità di funzioni: il castigliano che utilizzerà per scrivere “Passione” e altre brevi preghiere, finirà col diventare “la lingua para hablar con Dios” (la lingua per parlare con Dio), come diceva Carlo V; mentre il latino, che utilizzerà nell’Historia, sarà la lingua scritta che gli è più congeniale.

 

1. De Sardorum lingua [testo tratto da Sardiniae brevis istoria et descriptio di Sigsmondo Arquer a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois editore, Cagliari 1987, pag. 29]

La lingua dei Sardi

Un tempo i Sardi ebbero una lingua propria, ma poiché nell’isola soprag­giunsero diversi popoli e la terra sarda fu dominio di signorie stra­niere, come quelle dei Latini, dei Pisani, dei Genovesi, degli Ispanici e degli Africani, la lingua ne rimase corrotta, sebbene tuttora vi si tro­vino moltissimi vocaboli che non e­sistono in nessun’altra lingua. Ci re­stano molte parole latine, soprattut­to nei monti della Barbagia, dove gli imperatori romani stanziarono i loro presidi, come è detto nel libro II C. De officio prae. Afric.

Da quanto ho detto precedentemen­te, ne è derivato il fatto che i Sardi, nei diversi luoghi, parlano lingue tan­to diverse, a seconda dei dominato­ri; ma fra di loro si intendono bene.

Nell’isola, due sono le lingue prin­cipali: una è quella usata nelle cit­tà, l’altra è quella usata fuori di esse. Infatti, nelle città si parla quasi do­vunque la lingua spagnola, tarrago­nense o catalana, che gli abitanti hanno appreso dagli Spagnoli, che quasi sempre vi tengono i posti di comando; gli altri mantengono intatta la lingua sarda. Ecco, dunque, un esempio dell’una e dell’altra lingua, in una preghiera rivolta al Signo­re.

 

2. Il Padre nostro trilingue: in latino, catalano e sardo [testo tratto da Sardiniae brevis istoria et descriptio di Sigsmondo Arquer a cura di Cenza Thermes, Gianni Trois editore, Cagliari 1987, pag. 41]

Pater noster qui es in coelis sanc­tificetur nomen tuum. Adveniat

Pare nostre che ses en los cels sia santificat lo nom teu. Venga

Babu nostru sughale ses in sos che­ius santu siada su nomine tuo. Ben­giad

regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra:

lo regne teu, fasase la voluntat tua axicom en lo cel i en la terra:

su rennu tuo, faciadsi sa voluntade tua comenti in chelo et in sa terra:

Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, et dimitte nobis

lo pa nostre cotidià dona a nosaltres hui, i dexia a nosaltres

su pane nostru dogniedie dona a no­sateros hoae, et lassa a nosateros

debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, et ne

los deutes nostres, axicom i nosal­tres dexiàm als deutors nostres, i no

is debitus nostrus, comente e nosa­teros lassaos a is debitores nostrus, e no

inducas in tentationem, sed libera nos a malo, quia tuum est

nos induescas en la tentatio, mas livra nos del mal perché teu es

nos portis in sa tentatione, impero libera nos de su male, poiteu tuo esti

regnum, gloria et imperium, in secula seculorum amen.

lo regne, la gloria i lo imperii en los sigles de les sigles, amen.

Su rennu, sa gloria e su imperiu in sos seculos de sos seculos, amen.

 

 

PARTITI ITALIANI:SOS CADDOS MANNOS DE ISTALLA BENINT IN SARDIGNA. PROITE?

PARTITI ITALIANI

LO SBARCO DEI GERARCHI

di Francesco Casula

Prosegue, ininterrotta e quotidiana, la calata in Sardegna dei gerarchi dei Partiti italiani. E mi sovvengono i versi di Peppino Mereu:”Deo no isco sos carabineris/in logu nostru proite bi suni/e non arrestan sos bangarutteris”. Parafrasando il poeta di Tonara: che vengono a fare nelle nostre città? Perché non se ne stanno a Roma e Milano, magari a “bonificare” i loro partiti  e i loro pretoriani, invischiati in ruberie di ogni sorta? Vengono in Sardegna per fare pubblicità alle loro succursali e ai vassalli che hanno deciso di mettere in lista e dunque, grazie al Porcellum, di eleggere, semplicemente “nominandoli”. Con quale criterio? Lo descrive, in modo plastico ed incisivo Matteo Marteddu, dirigente del Movimento “La Base”, riferendosi al Pd, ma che può estendersi a tutti i Partiti o quasi:”Il meccanismo è quello della fedeltà ai capobastone, in una sorta di condiviso criterio medievale: a chi procura truppe da combattimento sul territorio delle periferie dell’impero, vanno benefici e prebende. Già letto sui libri di storia: per chi lo ha fatto, naturalmente”.

E la Sardegna con i suoi immani problemi? Cancellata, derubricata dalle Agende dei Governi italiani: da almeno 20 anni. Macellata economicamente e socialmente – e culturalmente – dal Governo Monti come da quelli precedenti e di Berlusconi in primis. Ed oggi, alla vigilia delle elezioni, senza alcun pudore, i responsabili dello sfascio sbarcano nell’Isola a promettere ai sardi magnifiche e progressive sorti. Monti promette addirittura di risolvere La vertenza entrate, che si trascina da anni: quella stessa cui, da capo del Governo, si è ben guardato dal mettere mano.

Ma c’è dell’altro: i politici italiani persistono con la loro lingua biforcuta. In Sardegna, per accalappiarsi i voti, parlano demagogicamente un lessico filosardo, a Roma ne parlano uno contrapposto. Così  qui cianciano di continuità territoriale e a Roma sostengono la Tirrenia, storicamente ostile ai sardi.

Persino il leader di 5 stelle, in genere spiritoso e creativo, è venuto a comunicarci una verità disarmante: la Sardegna “è colonizzata”. Grazie Grillo, ma lo sapevamo già. Ma tu, non aggiungere altro colonialismo politico. Ma passi Grillo. Gli è che abbiamo avuto l’affronto di veder sbarcare nella nostra Isola persino figuri impresentabili, come un certo Er pecora e altri neofascisti, che vengono a farci la lezione. Intollerabile!

*Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 21-2-2013

 

La vera e la falsa immagine della giudicessa-regina Eleonora d’Arborea

 

L’immagine di Eleonora? E’ un falso.

di Francesco Casula

 L’immagine di Eleonora d’Arborea, che solitamente vediamo riprodotta non solo nelle copertine dei libri ma anche sulle confezioni dei prodotti alimentari, è falsa: rappresenta Giovanna La Pazza – figlia di Ferdinando II d’Aragona e di Isabella di Castiglia – e non la regina-giudicessa di Arborea. In questo “falso” ci sono cascato anch’io nella monografia in Lingua sarda che su di lei ho scritto per l’Alfa editrice. E ci è cascato anche Sardegna Quotidiano, che (sabato 9 gennaio pagina 22) a corredo del bell’articolo di Massimeddu Cireddu, riporta appunto la “falsa” immagine di Eleonora.

Ma ecco come descrive e spiega l’origine del “falso” lo storico Francesco Cesare Casula, già docente di Storia Medioevale dell’Università di Cagliari: ”Cinquant’anni dopo la morte di Giovanna la Pazza avvenuta nel 1555, un pittore napoletano di maniera, certo Bartolomeo Castagnola, ricopiò a Cagliari un suo ritratto che fu riscoperto nell’Ottocento da un ignoto cultore di storia sarda il quale, in clima albertino di ricostruzione delle patrie memorie e di esaltazione romantica, vi scrisse in calce:D(OM)INA LEONORA, credendo o volendo far credere che si trattava di un dipinto trecentesco della famosa giudicessa Eleonora d’Arborea. E tale, dal 1859 in poi, è stato sempre accettato e ammirato dai Sardi di ieri e di oggi i quali, ignorantemente, continuano a riprodurlo dappertutto”.

Sarà lo stesso F. C. Casula a individuare invece l’immagine autentica di Eleonora nel 1984 quando la ritrovò effigiata nei peducci pensili della volta a crociera dell’abside della chiesa di San Gavino Martire in San Gavino, insieme al busto del padre Mariano IV, del fratello Ugone III e del marito Brancaleone Doria.

La giudicessa-regina, non solo non è bellissima, come l’immaginario collettivo ci consegna ma è brutta e per di più ha il volto sfigurato da una vasta cicatrice, che sempre lo storico Cesare Casula, suppone sia il prodotto di uno schizzo di olio bollente, da cui sarebbe stata colpita da bambina.

Del resto, a nutrire qualche dubbio sulla bellezza di Eleonora è persino il suo più grande celebratore, Camillo Bellieni, storico e intellettuale di gran vaglia, nonché fondatore, insieme a Lussu, del Partito sardo d’azione. Ecco quanto scrive in una celebre monografia sulla giudicessa: “Eleonora non si può avvicinare alle ideali figure di Madonna, dai capelli biondi e dagli occhi cerulei”.

Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 19-2-2013

 

 

Il Prefetto di Cagliari Giuffrida inviso ai Sardi

Is Arenas e la figura dei Prefetti.

di Francesco Casula

Monta la protesta contro il prefetto di Cagliari per la vicenda di Is Arenas. Non solo da parte dei “tifosi” e sostenitori del Cagliari calcio ma dell’intera opinione pubblica sarda coinvolgendo per intanto esponenti politici: da Bustianu Cumpostu, leader di Sardigna Natzione  che lancia gravi accuse parlando di “Continue vessazioni amministrative e penali”; al deputato Mauro Pili che chiede le dimissioni di Giuffrida per “manifesta incompatibilità ambientale”. Soprattutto sulla Rete è stata evocata l’antica costumanza sarda, che prevedeva per sos istranzos sgraditi e ostili alle comunità, l’accompagnamento degli stessi, sul dorso di un asino, fuori dall’abitato. Nel nostro caso, il prefetto potrebbe essere accompagnato o al Porto di Cagliari o all’aeroporto di Elmas: a suo piacimento.

Ma la vicenda ha assunto una dimensione più vasta e più politica, coinvolgendo il ruolo stesso dei prefetti: così il giurista Andrea Pubusa ha sostenuto che essi “dovrebbero essere banditi perché incompatibili con un ordinamento democratico, fondato sulle autonomie locali, quale è il nostro (art. 5 della Costituzione)”.

Giustamente. Essi infatti sopravvivono come cascame e residuo dell’ordinamento di uno Stato ottocentesco, centralista e accentrato. Nati con il  regio decreto del 9 ottobre 1861, furono mutuati dall’ordinamento napoleonico, autoritario e centralizzato, che non a caso li voleva dipendenti rigidamente dal Governo, come rappresentanti nel territorio dell’Esecutivo.

Oggi, la figura del prefetto, che sia nell’Italia prefascista che fascista  è stata espressione esemplare e paradigmatica dello stato napoleonico accentrato e autoritario stride e stona con uno Stato che vorrebbe – almeno in teoria – esser autonomista e regionalista. Ma tant’è: nessuna parte politica si batte oramai per la sua soppressione. Storicamente è stata una battaglia di Emilio Lussu che sosteneva la eliminazione delle province in primo luogo perché si trattava proprio in virtù della presenza del Prefetto, “di equivoche strutture politiche, fatte per mascherare una armatura governativa e poliziesca”. Per decenni è stata una rivendicazione del Partito sardo: oggi pare dimenticata anche dai sardisti. Eppure sarebbe urgente, nella discussione di un Nuovo Statuto della Sardegna, porre finalmente all’ordine del giorno la liquidazione di questi proconsoli “romani”,

in genere invisi alle popolazioni e antisardi.

Pubblicato su Sardegna Quotidiano del 13-2-2013

 

 

 

Gli studenti sardi, contro il Decreto Profumo, occupano il Palazzo delle Scienze a Cagliari.

 

Scordatevi la borsa, Universitari.*

 Francesco Casula

Alla scuola pubblica, regnante Gelmini sono stati sottratti 8 miliardi di euro. Nel corrente anno accademico ci sono state 58 mila immatricolazioni in meno rispetto agli scorsi anni. A causa anche del fatto che il 38% degli universitari aventi diritto alle borse di studio, in quanto “idonei”, quest’anno, ne sono stati deprivati. Ma i tagli continuano, Anzi: le rasoiate. Il Consiglio dei Ministri del Governo Monti, pur dimissionario, si accinge ad emanare un decreto attuativo della riforma Gelmini con il quale il ministro Profumo vuole rimodulare il meccanismo di accesso al diritto allo studio, escludendo arbitrariamente migliaia di studenti, discriminando pesantemente il Sud, imponendo tempi ancora più forsennati a chi studia per essere in regola per il mantenimento della borsa di studio.

Nel decreto, infatti, è previsto l’aumento del 40% dei requisiti di merito e la borsa di studio viene negata a tutti gli studenti e le studentesse con il seguente reddito ISEE: al Nord oltre 20 mila euro, al Sud oltre 17.150 e nelle Isole oltre 14.300.

La detrazione sull’alloggio passa dalle attuali 1.500 euro alle 2.640 e la detrazione sul costo della mensa sale dalle 600 alle 700 euro. Per cui, ironizzano su fb gli universitari, “la borsa di studio sarà di fatto garantita d’ora in poi solo ai nullatenenti e agli evasori”

La conseguenze di tale perverso decreto sono facilmente immaginabili: ulteriore espulsione dal sistema di diritto allo studio di migliaia di studenti con il restringimento dei criteri di accesso; l’abbandono dell’università da parte di quegli studenti (specialmente nel Sud) che in assenza dei sussidi, non potranno più proseguire gli studi; l’esodo forzato dal Sud al Nord e dunque l’ulteriore svuotamento delle Università meridionali; altre migliaia di studenti che all’Università non si iscriveranno mai.

La Sardegna sarebbe tra le più penalizzate, sottolinea Marco Meloni, combattivo coordinatore dell’Associazione universitaria Unica 2.0 e si creerebbero tre “gabbie geografiche