ANNIVERSARI
53 anni fa il 14 luglio del 1971 ci lasciava Antonio Simon Mossa,


θdi Francesco Casula.

Simon Mossa è un architetto di talento, arredatore, urbanista e artista di genio, insegnante dell’istituto d’arte e scenografo, intellettuale dagli intessi pressochè enciclopedici e dalla forte sensibilità artistica, viaggiatore colto e curioso del nuovo e del diverso tanto da spaziare con gusto e competenza nell’ambito di una pluralità vastissima di arti: dalla letteratura alla pittura e alle arti popolari. Ma è anche brillante ideologo indipendentista e di un nuovo Sardismo, giornalista e polemista ironico e versatile, viaggiatore colto e aperto alle problematiche delle minoranze etniche mondiali, ma soprattutto europee. Conoscendole direttamente, si rende conto della drammatica minaccia di estinzione che pesa su di loro: oramai sul bilico della scomparsa. Contro di esse è in atto infatti un pericolosissimo processo di “genocidio”, soprattutto culturale ma anche politico e sociale. Si tratta di “minoranze” che “l’mperiale geometria delle capitali europee vorrebbe ammutolire”.

Simon Mossa aveva infatti verificato la tendenza del genocidio culturale e non solo, dei popoli senza stato, delle piccole patrie, incorporate e chiuse coattivamente nei grandi leviatani europei e mondiali, “entro un sistema artificioso di frontiere statali, sottoposti a controllo permanente, con evidenti fini di spersonalizzazione, ridotti all’impotenza e di continuo minacciati delle più feroci rappresaglie, se mai tentassero di rompere o indebolire la sacra unità della Patria”.
All’interno di tali minoranze colloca la Sardegna che considera una “unità o comunità etnica ben distinta dalle altre componenti dello Stato Italiano” Per annichilire l’identità etno-nazionale dei Sardi è in atto –secondo Simon Mossa– “un processo forzato di integrazione che minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica”, anche con la complicità di molti sardi che “si lasciano comprare”. Uno degli elementi che per Simon Mossa devasta maggiormente l’Identità di un popolo è l’attacco alla cultura e alla lingua locale: in Sardegna dunque il divieto e la proibizione della cultura e della lingua sarda, segnatamente dell’uso pubblico del Sardo.

L’ideologo nazionalitario e indipendentista sa bene che un popolo senza Identità, in specie culturale e linguistica, è destinato a “morire”: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna. I fenomeni di lacerazione del tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica. Ma questo discorso è valido nella misura in cui lo fanno proprio tutti i popoli parlanti una propria originale lingua e stanzianti in un territorio omogeneo, costituenti insomma una nazione che sia assoggettata e inglobata in uno Stato nel quale l’etnia dominante parli una lingua diversa”.

Poliglotta e appassionato studioso di lingua e di linguistica – fra l’altro traduce in Sardo il Vangelo e scrive ottave deliziose – ritiene che “Il sardo lungi dall’essere un dialetto ridicolo è già, ma in ogni modo può e deve essere una lingua nella misura in cui sia parlato e scritto da un popolo libero e capace di riaffermare la propria identità”. A questo proposito pone questo interrogativo “Hai mai meditato su ciò che significa l’esclusione della nostra lingua madre dalle materie di insegnamento delle scuole pubbliche e il divieto di farne uso negli atti “ufficiali”? Ci regalano insegnanti di un italiano spesso approssimativo e zeppo di provincialismo e noi non abbiamo il diritto di esprimerci adeguatamente nella nostra lingua! Ci hanno privato del primordiale e più autenticamente <autonomista> strumento di comunicazione fra gli uomini!”.
Sostiene ciò nel Luglio del 1967, molto prima che in Sardegna la questione del “Bilinguismo perfetto” diventasse oggetto di discussione prima e di iniziativa politica poi: a buona ragione possiamo perciò considerare Simon Mossa, il vero profeta e anticipatore delle proposte prima e della Legge regionale 26 sul Bilinguismo poi. Con acume e perspicacia aveva capito che il problema della Lingua sarda non era tanto o soltanto parlarla, magari nell’ambito familiare, ma scriverla e soprattutto insegnarla nelle Scuole e usarla nella Pubblica Amministrazione: il problema era cioè la sua ufficializzazione.
Oggi noi nel 2024 sappiamo bene che la Lingua sarda, al di fuori di questa prospettiva è destinata a morire o, al massimo, a vivacchiare e languire, marginalizzata e ghettizzata. Simon Mossa questo lo aveva capito ben più di 57 anni fa.

Bruno Agus, poeta sardu de balia, contra a su colonialismu energeticu de ” sos viles invasores”

Bruno Agus, poeta sardu de balia, contra a su colonialismu energeticu de “sos viles imvasores”!

Politicos ch’amus dadu su votu
bos imploro cun sa ‘oghe acorada.
Proite non frimades su cumplotu
contr’a cust’indifesa patria amada?
De rinviu in rinviu custu tema
tirades sena coraggiu ‘e detzider.
ma gai faghinde lu sezis a bider
de esser in parte a cust’ istratagema.
A narrer nono non bi resessides
a sos fortes ignobiles poderes?
ma si abasciades sa conca a sos meres
a bois cun sos sardos avilides.
In Val d’Aosta non faghen ‘asie
ne in su Trentinu in totu sas alas.
Cheren chi inoghe si ponzan sas palas
pro tenner issos s’ energia inie.
Frimade custos viles invasores
chi nos cheren destruer sas bellesas,
de custa terra ‘e nuscos e fiores
ue sun sas nuragicas grandesas .
Cun pannellos e turres ispetrales,
sa Sardigna che funtana ‘e currente
cheren, pro pienare sas centrales
in sos terrinos de su Continente.
No atzetedas certos compromissos
ne patos cun ingannadoras tramas,
aboghinade, fizos, babbos, mamas
chi sos abusos non cheren amissos.
Paret ch’ in Pratobello sunu ancora
cuddas mamas cun sos fizos in manu.
Nendeli a s’ istadu italianu
dae sas terras nostras ista fora.
Medas de issas che sunu in sas losas
ma in chelu sas animas divinas.
Issas pro nos difendere sas rosas,
an mustradu fieras sas ispinas.
Sos Regionales amministradores
cun sos chi a Roma che semus mandende,
e sindigos cun fascias tricolores
a mi nazis ite sezis fetende?
B.Agus


Garibaldi bifronte e Unità d’Italia

Garibaldi bifronte e l’Unità d’Italia.

di Francesco Casula

I libri scolastici e la gran parte dei media ci consegnano ancora un Garibaldi mitizzato: l’eroe dei due mondi, l’ammiraglio, il generale, il condottiero intemerato e coraggioso. Generoso e disinteressato.Che viene direttamente dai suoi apologeti, ad iniziare dai memorialisti come Giuseppe Cesare Abba, Ippolito Nievo, Cesare Abba, Alberto Mario.
Un personaggio letterario: frutto della retorica patriottarda italica. Pensiamo al libro “Cuore” di De Amicis (oltreché scrittore, ufficiale sabaudo), che così lo descrive: «Affrancò milioni d’italiani dalla tirannia dei Borboni […] Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano da lui da ogni parte […] Era forte biondo bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli affetti un fanciullo, nei dolori un santo»1.
Va pure bene il Garibaldi frutto della mitopoiesi e dell’oleografia, ma c’è anche un altro Garibaldi, quello ancorato alla storia. E non parlo del nizzardo nel supposto ruolo di venditore di schiavi in America latina: ancora oggetto di una vecchia e lunga vexata quaestio; mi riferisco – per esempio – al Garibaldi che opera in Sicilia con l’occupazione brutale e sanguinaria del Meridione. E le stragi, i massacri, le devastazioni compiute nella conquista, manu militari, del Sud da parte sua o comunque in nome e per conto suo.
Stragi taciute e nascoste: come quelle di Bronte e Francavilla, per esempio. Che non sono, si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla e in moltissime altre località, vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia.
Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue, nella galera e persino nei campi di concentramento (Fenestrelle, San Maurizio Canavese). Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “’traslocare” – ripeto manu militari – il popolo meridionale, dai Borbone ai Piemontesi. Grazie all’aiuto determinante degli inglesi (e ai soldi della massoneria), alla corruzione degli ufficiali dei Borbone, alla connivenza della mafia siciliana prima e della camorra napoletana poi.
Un Garibaldi, questo poco conosciuto e che “disturba”: anche politicamente. Destra, sinistra e centro. Che non a caso hanno gareggiato per “impadronirsene”.
Altro che liberazione! L’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella “piemontesizzazione” della Penisola: contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud e a favore degli agrari meridionali e degli industriali settentrionali; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria. Creando di fatto una colonia interna2.
Scriverà Giuseppe Dessì: ”Era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo…la vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola, divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stato altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, con Torino, che considerava l’Isola come una colonia d’oltremare, o una terra di confino. In realtà fra gli stessi italiani del Continente, non c’era in comunione se non un’astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati[…]3.
Un Garibaldi, dunque bifronte. Ambiguo. Ideologicamente intercambiabile. Tanto che durante il ventennio fu santificato ed eletto “naturalmente” come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu “fascista”. Come fu santificato il Risorgimento, cui il Fascismo si collegava strettamente perché visto “come il periodo di maturazione del senso dello Stato …uno Stato forte, realtà morale, etica e non naturale, che subordina a sé ogni esistenza e interesse individuale” 4.
Dopo il fascismo, nel ’48, alle elezioni politiche, la sua icona fu scelta come simbolo elettorale del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni Ottanta fu osannato da Spadolini – e dunque divenne repubblicano – come il generale vittorioso, l‘eroico comandante, l’ammiraglio delle flotte corsare e l’interprete di un movimento di liberazione e di redenzione per i popoli oppressi; fu celebrato da Craxi – e dunque divenne socialista – come il difensore della libertà e dell’emancipazione sociale che univa l’amore per la nazione con l’internazionalismo in difesa di tutti i popoli e di tutte le nazioni offese; infine fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare democristiano.
Ecco, è proprio questo unanimismo, questa unione sacra – destra, sinistra, centro, tutti d’accordo – intorno al Risorgimento e ai suoi personaggi simbolo, che non convince; è questa intercambiabilità ideologica dei suoi “eroi” che rende sospetti.
Questo suo essere indifferentemente utilizzato da fascisti, comunisti e liberali. Non solo in Italia.
Infatti nel centenario della sua “impresa” con i Mille, gli Stati Uniti hanno onorato in lui l’uomo cui Abraham Lincoln offrì un alto comando e il grado di generale nell’esercito federale. E l’Unione sovietica rese omaggio, in lui, al sostenitore della Comune di Parigi e della prima Internazionale marxista.
“Garibaldi – scrive Jasper Ridley, uno dei suoi più grandi e documentati biografi – è l’unico personaggio che negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico” 5.

Riferimenti bibliografici
1. Edmondo de Amicis, Cuore, Garzanti, 1967, pagina 176.
2. Nicola Zitara,L’Unità d’Italia, nascita di una colonia, Ed. Jaca Book, 1971
3. Giuseppe Dessì, Paese d’Ombre, Ed. Ilisso, 1998, pagina 145.
4. Franco Della Peruta, Storia del Novecento, Le Monnier ed. 1991, pagina.195.
5. Jasper Ridley, Garibaldi, Club degli Editori, 1976, pagina,7.

Le origini sarde di Jean Paul Marat, grande protagonista della Rivoluzione francese

Le origini sarde di Jean Paul Marat, grande protagonista della Rivoluzione francese.

di Francesco Casula

Sull’origine sarda di Jean Paul Marat non vi sono ormai dubbi. A documentarlo con certezza vi sono studi rigorosi con relative documentazioJean ni e prove, ad iniziare dagli Atti di nascita, di battesimo origini e di matrimonio. L’ultima opera sul rivoluzionario, corposa (596 pagine in due tomi) ed estremamente documentata, Marat en famille-La saga des Marat è della professoressa belga Charlotte Goetz, con corredo di note, bibliografia e riproduzione di documenti fra cui quelli provenienti da archivi sardi. Molti sono stati forniti da Carlo Pillai (1) –già Sovrintendente archivistico per la Sardegna e autore di numerosi articoli su Jean Paul Marat.
A documentare l’origine sarda, fin dagli inizi del Novecento è stato Egidio Pilia (2), – avvocato e saggista, nonché uno dei fondatori del Partito sardo d’azione – con l’opuscolo Gian Paolo Marat.
Il protagonista della Rivoluzione francese, di cui rappresentava l’anima più radicale e popolare, non a caso fu soprannominato l’ami de peuple (l’amico del popolo), nacque a Boudry, nel cantone di Neuchâtel in Svizzera il 24 maggio 1743 da Giovanni e da Luisa Cabrol. L’8 giugno verrà battezzato e nell’Atto, conservato – precisa Pilia – nel Registro dei battesimi di Neuchâtel dove si accenna esplicitamente a “Jean Paul, fil de M. Jean Mara de Cagliari en Sardaigne et de Loise Cabrol de Geneve”.
Esiste a Cagliari nella Parrocchia del Quartiere Marina,(Pagina XVI del volume XVI Quinque libri) dal quale risulta che Juan Salvador padre di Giampaolo, nacque a Cagliari da Antonio Mara e Millana Trogu e fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Marina il 9 agosto 1704 :”En los nueve dias del mes de Agosto del presente anno del mille siete sientes y quatro yo el reverendo Costantino Espissu, domero de la Iglesia Parroquial de la Marina bautize segun el rito de la santa Iglesia romana à Juan salvator Mara y Millana trogu, coniuges de la Marina etc. etc.” .
Ma un contributo decisivo sulla vita e sulla figura di Juan Salvador Mara ce lo offre Carlo Pillai Dalle sue ricerche archivistiche risulta senza ombra di dubbio che il padre del rivoluzionario, nato a Cagliari nel 1704 divenne frate Mercedario il 10 agosto 1720. “Ben presto fu avviato alla carriera ecclesiastica – scrive Pillai – e a quattordici anni vestì l’abito dei Mercedari nel convento di Bonaria. Nel 1726 era diacono e dopo la nomina a lettore fu inviato a Bono, in un convento di nuova istituzione” (3) . “A causa del suo carattere irruento e focoso – è sempre Pillai a scriverlo – ebbe a scontrarsi vivacemente col potere secolare, in relazione al pagamento di certe quote arretrate del Regio Donativo dovute dal Convento” .
Con il potere politico si scontra anche in merito ad altre questioni tanto che il viceré, conte d’Apremont ordinò un’inchiesta, “manifestando il proposito di punire a dovere quel frate ribelle che osava mettere in discussione l’ordine costituito. Pertanto ordinò ai superiori dell’Ordine di farlo rientrare a Cagliari, dove l’avrebbe convocato alla sua presenza per comunicargli il meritato castigo”.(4)
Avuto sentore del pericolo che correva Juan Salvador scappa abbandonando la Sardegna. Si spreta e si reca a Ginevra dove vivrà facendo il disegnatore per un’industria tessile. E a Ginevra si sposerà con la calvinista Luisa Cabrol, sedicenne da cui avrà Jean Paul e altri cinque figli.
Uno dei primi a scrivere delle origini sarde di Marat è stato fin dal 2001 Antonangelo Liori, dedicandogli un’intera pagina del Quotidiano Sardigna.com (con cui ho avuto l’onore e il piacere di collaborare). Dal documento tratto dagli archivi di Neuchatel che cita, risulterebbe però che il cognome del padre sarebbe “Maxia” non “Mara” e sarebbe stato “pinteur” (imbianchino) e non disegnatore industriale.
Sia come sia, non vi è comunque nulla quaestio, ovvero discussione sulla sua origine sarda.
Ma perché aggiunge una t al suo cognome?.
Acclarato che Jean Paul Marat è Giampaolo Mara, rimane un problema: perché ha voluto aggiungere al cognome Mara la t diventando Marat?.
Uno dei biografi del rivoluzionario il francese François Chèvremont (5), riporta una lettera scrittagli il 2 luglio 1867 dal Giovanni Mara, nipote di Jean Paul e ricevitore del registro e bollo a Genova, dalla quale si apprende che fu il proprio il rivoluzionario ad aggiungere «un t final a son nom pour le rendre francais, t chi ne se trouve ni dans son acte de maissance ni dans aucun de ceuux des membres de notre famille»
Bibliografia
1.Carlo Pillai, Le ascendenze sarde di Jean Paul Marat, in Nobiltà 2005, e Carattere focoso e pensiero acuto in Almanacco di Cagliari anno 2003.
2. Egidio Pilia, Gian Paolo Marat, Edizioni Fondazione il Nuraghe, Cagliari 1925.
3. Carlo Pillai, Carattere focoso e pensiero acuto, articolo cit.
4.Ibidem
5.Chèvremont Francois, J. Paul Mara “L’Esprit politique” -2 volumi in 8.0- Parigi 1880.