La farsa delle annessioni: oggi in Ucraina, ieri in Italia

La farsa delle annessioni: oggi in Ucraina, ieri in Italia.
di Francesco Casula
Dopo una feroce guerra di aggressione con migliaia di morti e immani distruzioni, ecco la farsa dei referendum per annettere alla Federazione russa le quattro regioni dell’Ucraina (Luhansk, Donetsk, Zaporizhzhia e Kherson), parzialmente occupate dall’esercito di Mosca e dalle forze separatiste filorusse. Con i funzionari russi andati casa per casa, accompagnati da soldati armati, per far votare le persone a domicilio. E vantarsi poi che più del 90% sono favorevoli all’annessione!
Questa pantomima, tragica, mutatis mutandis mi ricorda fatti simili di annessioni in casa italica. Ad iniziare dal Regno delle due Sicilie. Le forze militari piemontesi, grazie alle sterline inglesi della massoneria, peraltro senza neppure dichiarare la guerra, invadono e conquistano manu militari il Sud: con stragi, stupri e stermini feroci ; con fucilazioni in massa e fosse comuni. La moglie di Emilio Lussu, Joyce Salvadori ci ricorda che in quella “conquista” morirono più persone che in tutte le guerre di indipendenza. Ma non si limitarono a uccidere o a incarcerare senza accusa, senza processo, senza condanne, grazie a ben otto stati d’assedio, ma depredarono, rubarono, svuotarono le ricche banche meridionali, le regge e i musei.
E dopo il danno la beffa: il 21 ottobre 1860 fu il giorno dedicato al voto, al referendum per l’annessione del Regno delle due Sicilie. Lorenzo Del Boca (piemontese, saggista e per 11 anni Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti) scrive a questo proposito: ”Nei seggi vennero disposte due urne che contenevano, una, le schede per chi voleva rispondere «sì» e l’altra, quelle per il «no». Il cittadino, sotto gli occhi di tutti gli esagitati che affollavano i luoghi della consultazione, doveva farsi consegnare il certificato con la risposta e poi depositarla in una terza urna più grande che stava in mezzo alle altre due” 1 .
E’ lampante che in queste condizioni, la libertà di voto e la stessa segretezza, condizione indispensabile per verificare l’opinione pubblica, non potevano essere garantite. E comunque ci voleva coraggio per opporsi al nuovo corso votando «no». E infatti in Sicilia i «sì» furono 430.000 e i «no» 680.
A Napoli il risultato fu addirittura più imponente: un milione e trecentomila «sì» e soltanto dieci mila «no». Da ricordare che al voto, anche se non avevano titolo vennero ammessi tutti i soldati dell’esercito destinati a tornare a casa loro al Nord.
“E l’avessero fatto una volta sola – ricorda ancora Lorenzo del Boca – in realtà già che c’erano passarono per il seggio a ripetizione, deponendo due, tre, quattro schede, secondo i suggerimenti della fantasia. In compenso vennero esclusi tutti i borbonici raccolti sotto le bandiere gigliate che stavano oltre il Volturno, i cafoni che già stavano dando vita alle bande legittimiste e i soldati asserragliati nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella” 2.
Non andarono molto diversamente le annessioni nel Veneto che si tennero il 21 e il 22 ottobre del 1866, con risultati ugualmente scontati e plebiscitari: 641.757 «sì», 69 «no» e 366 «schede nulle»: “una percentuale davvero incredibile”3, scrive Gigi Di Fiore.
Una percentuale ben superiore agli stessi referendum tenuti in Ucraina in questi giorni!
Ed infine con le stesse modalità si terranno i “plebisciti” per l’annessione dello Stato pontificio, nell’Italia centrale. Anzi con più brogli e manomissione dei dati.
Scrive ancora Gigi Di Fiore :”naturalmente proprio a Roma non si poteva rischiare una brutta figura con il plebiscito. Così i registri parrocchiali vennero sequestrati per fare da traccia alle liste elettorali. In molti casi si cancellarono dei nomi sostituendoli con altri. Tutte le mura della città furono invase da manifesti con un’unica scritta: «Sì, vogliamo l’annessione». In Via del Corso vennero distribuite solo schede con la scritta «sì», mentre un ingegnere francese, che aveva chiesto dove si trovassero le schede con il «no», fu fermato per un’ora dalla polizia…prima di votare bisognava mostrare «un biglietto di elettore», una specie di certificato elettorale. Ma nessuno pensava a ritirarlo e chiunque poteva votare più volte in diversi seggi. Cosa che avvenne puntualmente. Un giovane scultore belga dichiarò di aver votato ben ventidue volte…A Monte San Giovanni, dove erano iscritti solo una cinquantina di elettori, si contarono ben novecento voti a favore dell’annessione” 4.
Stantibus sic rebus, ovvero stando così le cose, non dovrebbero sorprendere i risultati, comunicati il 7 ottobre del 1870, che tra Roma e le province furono questi: su 135.291 votanti i «sì» saranno133.681. E per dare l’impressione di una rigorosa regolarità formale, si inserirono nel computo finale 103 schede nulle e 1507 «no».
E l’Italia “unita” è fatta. Con il consenso degli “Italiani”! E che consenso!
E con essa inizieranno, secondo la vulgata ufficiale, dura a morire “le magnifiche sorti e progressive”. E nessuna indignazione. Come succede invece oggi per la farsa in Ucraina. Due pesi e due misure.
O no?

Note Bibliografiche
1.Lorenzo Del Boca, Savoia Boia: L’Italia unita come non ce l’hanno raccontata, Piemme, Milano 2018, pagine 214-215.
2.ibidem, pagina 215.
3.Gigi Di Fiore, Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e misfatti del Risorgimento, BestBUR Rizzoli, Milano 2007, pagina 321.
4. Ibidem, pagine 360-361

PERCHÉ STUDIARE LA STORIA

PERCHE’ STUDIARE LA STORIA
PERCHE’ STUDIARE LA STORIA SARDA
di Francesco Casula

Sostiene Umberto Eco nel suo monumentale romanzo L’Isola del giorno prima: Io sono memoria di tutti i miei momenti passati, la somma di tutto ciò che ricordo. Mentre Benedetto Croce a chi gli chiedeva cosa sia il carattere di un popolo rispose che “Il carattere di un popolo è la sua storia, tutta la sua storia”. Parole non nuove – ricorda Corrado Augias in I segreti d’Italia – più volte ripetute , fra gli altri da Ugo Foscolo, che nell’orazione inaugurale all’Università di Pavia (22 gennaio 1809) conosciuta con il titolo Dell’origine e dell’ufficio della letteratura ammoniva: O Italiani, io vi esorto alle storie…
E l’afgano Khaled Hosseini, nel suo primo romanzo di grande successo Il cacciatore di aquiloni, (Ed. Piemme, 2004 a pag.7 scrive che:Non è vero come dicono molti che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente.
E dunque, se non è una scempiaggine, è per lo meno un’ingenuità ritenere che il passato stia sepolto o per lo meno fermo nella teca del tempo. Al passato – certo se ne abbiamo la forza e la capacità – anche il più gravoso, può essere restituita energia, fino a farne sprizzare fuori qualcosa di utile non solo per il presente ma anche per il futuro.
Mentre un altro scrittore, sardo questa volta, Giorgio Todde, pluripremiato e tradotto in una decine di lingue, in “Il mantello del fuggitivo,, (Ed. La Nuova Sardegna, Sassari, 2021, pagina 139) scrive”“Nessuno può sfuggire al proprio passato e se una comunità non sa riconoscere le proprie radici accadono disgrazie.
Il principio spirituale di un luogo rappresenta un’essenza che ha impiegato decenni, secoli, millenni a costituirsi. Non possiamo cancellarlo, ci si ammala. Lo dobbiamo conservare e ripetere.
Quest’anima si costruisce lentamente, di generazione in generazione, viene da lontano nel tempo, ha perfino una sua ereditarietà.
La prima identità si forma nei luoghi dove nasciamo. L’identità è in gran parte un abito dismesso da chi ci ha preceduto, noi lo ritroviamo, lo rattoppiamo e se il rammendo è ben fatto l’abito diventa anche più bello di quello che abbiamo trovato.
Ma se di quell’abito dismesso ci vergogniamo e lo buttiamo allora ci mettiamo addosso altri abiti, nel tentativo di travestirci da quello che non siamo. E crediamo di esistere solo se rassomigliamo a qualcuno visto in qualche altrove.
Si può persino nascere lontano, ma essere legati al luogo dove è nata la nostra gente. Perché i luoghi, anche senza averli mai visti sono incisi dentro di noi attraverso i nostri geni”
La storia è la radice del nostro essere, della nostra realtà e identità collettiva e individuale: nessun individuo come nessun popolo può realmente e autenticamente vivere senza la conoscenza e coscienza della sua identità, della sua biografia, dei vari momenti del suo farsi capace di ricostruire il suo vissuto personale.
Un filo ben preciso lega il nostro essere presente al passato: il filo della nostra identità e specificità, come individui e come comunità. Se non fossimo diversi non potremmo neppure dialogare, confrontarci, conoscere. La diversità ci salva dalla omologazione–standardizzazione. Sia ben chiaro: la coscienza di essere diversi non esclude la consapevolezza di essere e di vivere dentro un universo più vasto. La conoscenza della nostra storia, delle nostre radici etno-culturali, le nostre specificità artistiche e musicali, ci aiutano a superare i conflitti fra le diversità, in quanto la coscienza della nostra storia peculiare deve portarci non all’esaltazione acritica del nostro passato, magari in termini mitologici, né all’etnocentrismo, né alla chiusura verso l’esterno e/o il diverso: bensì al dialogo e alla tolleranza e – perché no? – alla contaminazione e al meticciato, in cui la nostra identità si plasma e si trasforma, arricchendosi e irrobustendosi con l’innesto di nuove culture.

CRITICARE LUSSU? Certo. Ma prima conoscerlo! Era Federalista non Autonomista

CRITICARE LUSSU? Certo. Ma prima conoscerlo! Era Federalista non Autonomista.
di Francesco Casula
In un saggio del 1933, pubblicato nel n. 6 di Giustizia e Libertà: “Frequentemente accade di parlare con uno che riteniamo federalista perché si professa autonomista e scopriamo invece, che è unitario con tendenze al decentramento. L’autonomia concepita come decentramento non è più autonomia. Gli autonomisti della Sardegna si chiamavano autonomisti perché per autonomia intendevano dire federalismo, non già decentramento… D’ora innanzi adoperando la terminologia “Federalismo’ non ci saranno più equivoci”. E precisa: “Ora la differenza essenziale fra decentramento e federalismo consiste nel fatto che per il primo la sovranità è unica ed è posta negli organi centrali dello Stato ed è delegata quando è esercitata dalla periferia; per l’altro è invece divisa fra Stato federale e Stati particolari e ognuno la esercita di pieno diritto”20. Lussu esprime in questo passo, modernamente, con precisione e lucidità – e ancora oggi di grande attualità – la discriminante vera fra autonomia/decentramento e federalismo. E quando afferma che per fare chiarezza politica “non basta più dire «autonomia», bisogna dire «federazione»” non lo sostiene per una questione lessicale e terminologica, ma di sostanza. La visione autonomistica, anche di un nuovo autonomismo, magari rimpolpato – e regionalistica, aggiungo io – dello Stato è ancora tutta dentro l’ottica dello stato ottocentesco, unitario, indivisibile e centralista, che al massimo può dislocare territorialmente spezzoni di potere dal “centro” alla “periferia”. O, più semplicemente può prevedere il decentramento amministrativo e concedere deleghe limitare e parziali alla Regione che comunque in questo modo continua ad esercitare una funzione di “scarico”, continuando ad essere utilizzata come un terminale di politiche, sostanzialmente decise e gestite dal potere centrale. Quando Lussu parla di sovranità “divisa” fra Stato federale e Stati particolari – o meglio federati, aggiungo io – di “frazionamento della sovranità”, pensa quindi alla rottura e alla disarticolazione dello stato unitario “nazionale” che deve dar luogo a una forma nuova di Stato di Stati, in cui “per Stati non si intendono più gli Stati nazionali degradati da Enti sovrani a parti di uno stato più grande, ma parte o territori dello stato grande elevati al rango di stati membri”: l’intera frase virgolettata è tratta da “Federalismo” di Norberto Bobbio, “Introduzione a Silvio Trentin”. In questo modo il potere sovrano originario e non derivato spetta a più Enti, a più Stati e perciò scompare la sovranità di un unico centro, dello stato come veniva concepito nell’Ottocento – che Lussu critica in quanto “unica e assorbente” – di un unico potere e soggetto singolare per fare capo a più soggetti e poteri plurali. Con questa impostazione Lussu supera il concetto di unipolarità con cui si indica la dottrina ottocentesca in cui libertà e diritto fondano la loro legittimità solo in quanto riconducibili alla fonte statale. Ma Lussu non si limita a disegnare in astratto il futuro stato federale, gli stati membri e le rispettive competenze, “sulla rappresentanza all’estero,sulla politica estera,sull’organizzazione armata dello Stato, sul sistema monetario: non vi possono essere questioni, la competenza è della Confederazione” . Così come sarà della Confederazione il codice penale, civile e commerciale e la stessa istruzione pubblica superiore, mentre tutte le altre materie saranno di esclusiva competenza degli Stati federati. Dicevo che Lussu non si limita a disegnare in astratto lo Stato federale ma individua con precisione e nettezza anche l’ente, il soggetto che dovrà costituire lo stato membro o federato: la regione. E lo argomenta così: “La regione in Italia è una unità morale, etnica, linguistica e sociale, la più adatta a diventare unità politica… La provincia al contrario non è che una superficiale e forzata costruzione burocratica. La provincia può sparire come è venuta, in un sol giorno, la regione rimane. La terra, il clima, le acque, la posizione geografica, antiche influenze commerciali, rapporti e attitudini particolarmente sviluppati da tempo, contribuiscono a dare a ogni regione una sua economia caratteristica e quindi una vita sociale chiaramente distinta”. Da questo passo – che ho citato testualmente – emerge non solo che per Lussu il futuro stato federato dovrà identificarsi con la regione ma che egli fonda il suo federalismo sulla identità etno-linguistica. Vi è di più : descrivendo la regione Lussu ci dà – al di là delle sue intenzioni – un ritratto compiuto della “nazione”, modernamente intesa e da non identificare con lo stato; identificazione operata invece dalla cultura ottocentesca, che purtroppo permane ancora e che permeava profondamente la visione di Lussu tanto da indurlo a parlare di “nazione mancata”, intendendo a mio parere “stato mancato”. Il ritratto che Lussu delinea della regione si attaglia in modo particolare alla Sardegna che “deve essere nello stato italiano all’incirca quello che è il cantone nella confederazione svizzera e il land nella repubblica federale tedesca”. Ma anche alla Sicilia perché “godevano di una situazione di privilegio in quanto il mare era sufficiente a risolvere ogni contestazione territoriale”. Ma in genere per tutte le regioni prevede un’organizzazione federale “a un dipresso come i «paesi» in Germania, le «province» in Austria e i «cantoni» in Svizzera”. Scrive a proposito della Svizzera in I discorsi del rientro-Lussu 1944: “Io ho conosciuto molto da vicino la Svizzera, la piccola grande democrazia organizzata in Stato federalistico, la più antica che l’Europa conosca. Ebbene, è a quel tipo d’organizzazione federalistica dello Stato democratico che la Sardegna aspira”. Quanto alla questione del nome delle entità che dovrebbero costituire lo stato federale: regioni, repubbliche, stati federati, territori autonomi, Lussu non ha dubbi: avrebbero dovuto chiamarsi “repubbliche federate”. E così argomenta: “Io propendo per la denominazione di ‘repubblica’ perché questa è la più rispondente a mettere in evidenza la parte di sovranità conquistata e a dare più popolarmente coscienza dell’attività autonoma e distinta nel seno della intera comunità italiana”. A chi obiettava che per diventare «stato» le nostre regioni sarebbero troppo piccole rispondeva: “Lo sarebbero come stati indipendenti, – io preciserei ‘separati’-, non lo sono come stati federati.” E aggiunge: “Nella Confederazione svizzera non vi è un solo cantone più grande delle più piccole delle regioni italiane”. Non era quindi il criterio del territorio – secondo Lussu – ad impedire a una regione di essere l’unità di base di uno stato federale. Inoltre l’autore di Un anno sull’altipiano ricordava a questo proposito che nulla vietava a due o più regioni che avessero interessi comuni o unità di vita economica di unirsi in un solo stato federale.
 
 
 
 
 
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CAMPAGNA ELETTORALE E STATUTO SARDO

CAMPAGNA ELETTORALE E STATUTO SARDO
di Francesco Casula
Nato nel lontano 1948, già depotenziato, debole e limitato – più simile a un gatto che a un leone, secondo la colorita espressione di Lussu – lo Statuto sardo in questi 74 anni di storia si è rivelato, sostanzialmente, un fallimento. Molte le cause. Fra le altre il fatto che in tutti questi decenni ha subito un processo di progressivo svuotamento e di compressione sia dall’esterno, cioè da parte dello Stato centrale, (coperto e sostenuto dalla Corte costituzionale) che si è sempre opposto alle rivendicazione da parte della Regione di più corpose competenze e poteri; sia dall’ interno, ovvero da parte delle forze politiche dirigenti sarde, che non sanno usare e, spesso, non vogliono utilizzare, gli stessi strumenti, possibilità e spazi che l’autonomia regionale offriva. Basti pensare a questo proposito alla vicenda delle norme di attuazione, che avrebbero dovuto riempire di contenuti le astratte previsioni statutarie, stabilendo quali dovevano essere i poteri reali della Regione nelle materie attribuite alla sua competenza. Queste norme o vengono emanate tardi, o non vengono emanate per niente, o vengono emanate in modo eccezionalmente riduttivo. E comunque non vengono quasi mai poste in atto. Ciò per con¬statare come le forze politiche sarde abbiano svilito la stessa limitata autonomia. statutariamente riconosciuta. Non solo. Nato come Statuto speciale, oggi risulta dotato di meno poteri delle regioni a Statuto ordinario costituite nel ’70, e di fatto, rappresenta oramai un ostacolo alla realizzazione di una vera Autonomia, o peggio: serve solo come copertura alla gestione centralistica della Regione da parte dello Stato, di cui non ha scalfito per niente il centralismo. Paradossalmente lo ha perfino favorito, consentendo ai Sardi solo il succursalismo e l’amministrazione della propria dipendenza. La Regione sarda di fatto, in questi 70 anni e più di storia, ha operato come mera struttura di decentramento e di articolazione burocratica dello Stato e come centro di raccordo e di mediazione fra gli interessi dei gruppi di potere locali e la rapina neocolonialista, soprattutto del Nord: esemplare in questo è la vicenda della industrializzazione petrolchimica ieri e oggi le questioni legate al problema energetico (pale eoliche e non solo). Da tempo perciò possiamo ormai considerare consumato il suo fallimento storico contestuale a quello della Rinascita: ma fino ad oggi sono falliti miseramente anche i tentativi di un suo rilancio e rianimazione, prima attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionistica della Regione nei confronti dello Stato degli anni ’70 e, negli anni ’90, attraverso una Commissione nominata ad hoc dal Consiglio Regionale. Oggi è giunto il momento di imboccare decisamente la strada del rifacimento dello Statuto Sardo, una nuova Carta de Logu, come vera e propria Carta Costituzionale di Sovranità per la Sardegna, che ricontratti su basi federaliste il rapporto Sardegna-Stato Italiano e che, partendo dall’identità etno-nazionale dei Sardi, ne sancisca il diritto a realizzare l’autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di “controllare” (non in senso censorio), i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, in settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di esprimere parere vincolante in merito a tutte le iniziative che tocchino gli interessi vitali della Sardegna. Uno Statuto siffatto non garantirà automaticamente l’Indipendenza statuale dell’Isola ma ne costituirà certamente un corposo e indispensabile presupposto. Bene, dalla campagna elettorale di tutti i partiti la questione istituzionale e, segnatamente dello Statuto sardo,è assente. Peggio: chi ne accenna lo fa per proporre di restringere o addirittura eliminare gli già scarsi e debolissimi poteri dello Statuto stesso. Mala tempora currunt!
 
 
 
 
 
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Partiti Programmi elettorali e Lingua sarda.

 di Francesco Casula
Ho preso visione e ho analizzato i Programmi dei Partiti e delle Liste che si presentano alle elezioni del 25 settembre prossimo: neppure un cenno alla lingua sarda. -I cialtroni benaltristi mi replicheranno subito che “ci sono problemi ben più importanti”. Bene io sostengo e penso che il diritto alla propria lingua è ugualmente importante essendo un diritto fondamentale come lo è il diritto al lavoro, alla salute, ad avere un salario decente ecc. ecc. -I sapientoni replicheranno che non riguarda lo Stato ma la Regione e, dunque caso mai ne riparleremo nelle prossime elezioni regionali non in queste elezioni politiche. Ma qui casca l’asino: perché solo lo Stato (attraverso il Parlamento) può legiferare sulla lingua sarda, sul Bilinguismo e. dunque – ma è solo un esempio – sull’insegnamento del sardo, come materia curriculare, nelle scuole di ogni ordine e grado. Ricordo infatti che i poteri ordina mentali in merito alle materie scolastiche sono in capo allo Stato e non alle Regioni. Nelle Regioni in cui vige il Bilinguismo perfetto, questo diritto è previsto dai loro Statuti regionali. Come per esempio in Trentino in cui, semplicemente, nell’articolo 99 si afferma:la lingua tedesca è equiparata alla lingua italiana. Nello Statuto sardo non c’è. Dunque occorre cambiare lo Statuto. Tale modifica-aggiunta deve passare attraverso il Parlamento, essendo lo Statuto di rango costituzionale. E potrebbe essere di tal fatta: La lingua sarda e le altre 4 lingue parlate in Sardegna: Gallurese Sassarese,,Catalano, Tabarchino (relativamente alle zone di appartenenza), sono equiparate alla lingua italiana. Di tale cambiamento nessun Partito ne accenna. Si dirà ancora che è compito della Regione avanzare la proposta di modifica. E’ vero. Ma se la Regione è ignava e assente, lo devono essere anche i Partiti italiani che presentano i candidati anche in Sardegna?
 
 
 
 
 
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Dopo i Cartaginesi

Dopo i Cartaginesi che invasero la Sardegna, per fare bardana, depredare e dominare l’Isola, il dominio romano fu ancora peggio. Fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi – è Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”.
La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Piero Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos, dopo la dominazione bizantina.

Francesco Casula

Le imbecillita’ cialtronesche di un comico(?) milanese

Le imbecillità cialtronesche di un comico (?) milanese.
di Francesco Casula
Un certo Pucci, nomen omen, mai simil cognome fu più azzeccato e profetico, tanto da confargli a perfezione (putzi putzi!), ha vomitato e ripetuto, contro i Sardi, semplicemente rimasticandole, un cumulo di imbecillità cialtronesche. Ovvero tutto il ciarpame antisardo nordista e pararazzista. Tutte le banalità luoghi comuni e stereotipi. Da sempre presenti e ancora oggi reiterati ad abundantiam.
Ma pare che continui a “funzionare” e a divertire, ahimè gli stessi sardi: beffati e contenti!
Il meccanismo lo ricorda in un bel post Alessandro Mongili che scrive: “la comicità gioca col senso comune. In sé non conta nulla. Se tanti comici italiani (ma anche tantissimi sardi, da Videolina in su) usano gli stereotipi sui sardi, vuol dire che pensano di incontrare in qualche pubblico l’applauso, perché assieme a questi pubblici danno per scontate le stesse cose come ridicole (sardo basso, incazzato, ecc.).
Lo stesso vale per ogni comicità non liberatoria, ma fondata sugli stereotipi, per esempio sui meridionali (più diffusa di quella sui sardi), sui gay, sui neri, sugli ebrei, sulle donne, ecc.
Più che questo comico fallito io trovo tristi i comici sardi, magari “progressisti” e i tantissimi comici meridionali che giocano lo stesso gioco. Che come risultato ha solo quello di affossare l’autostima dei subalterni e portare a vedere meccanismi di dominio come simpatici e imputabili alle vittime”.
Questo è il dramma e questo meccanismo dobbiamo denunciare.
Ma non solo. A chi fa satira dobbiamo ricordare che questa dovrebbe rivolgersi contro il Potere e i potenti. Non contro i popoli e, tanto meno contro i deboli, gli indifesi i poveri.
E l’intellettuale in genere, (ad iniziare dai giornalisti) dovrebbe ricordare sempre il consiglio di William Shakespeare, (Giulio Cesare, atto III, scena II): “prestatemi orecchio, io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo”.
Ohimè, che dire? Siamo agli antipodi.
E non solo con il cialtrone milanese.

La Sardegna interrata, “vinta e dominata per sempre” e Ospitone.

La Sardegna interrata, “vinta e dominata per sempre” e Ospitone.
La Sardegna, nei libri scolastici è stata semplicemente abrasa, interrata, sepolta. Mancu lumenada. E la Sardegna degli studiosi, degli accademici, degli storici di professione? Ugualmente. Parlano di
– Sardegna fenicia,
-Sardegna punica
-Sardegna,romana,
-Sardegna vandala,
-Sardegna bizantina
-Sardegna catalana e spagnola
-Sardegna sabauda
-Sardegna italiana.
E la Sardegna sarda? Dei Sardi?
Scomparsa anche nei loro scritti. Parlano sempre di “Altri” non di noi.
Sembra che non esista. Pare che i Sardi, siano sempre stati oggetti e mai soggetti di storia intendo: esclusa l’epoca nuragica e quella giudicale: di cui pure poco si parla, si scrive e si conosce.
Ma ecco la trave su cui lo storico maniacalmente esterofilo eurocentrico e italiota inciampa: Ospitone.
Conosciamo Ospitone da un unico documento storico: una lettera del papa Gregorio Magno del maggio 594, a lui indirizzata, in cui è definito ”dux Barbaricinorum”. In essa il Pontefice, a lui unico seguace di Cristo in quel popolo di pagani, chiede di cooperare alla conversione delle popolazioni barbaricine che ancora “vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre”. Non si hanno notizie di un’eventuale risposta di Ospitone né sappiamo se lo stesso si sia impegnato nell’opera di conversione dei suoi sudditi. Una cosa è però certa: la lettera del grande papa serve a illuminare la precedente storia della Sardegna: la presenza nell’Isola alla fine del 500 di un “dux barbaricinorun” mette in discussione infatti numerose categorie storiografiche della storia ufficiale. Ad iniziare dalla visione di una Sardegna conquistata, vinta e dominata, dai Cartaginesi prima e dai Romani e Bizantini poi. In questo luogo comune inciampa persino il grande storico tedesco Theodor Mommsen che in Storia di Roma antica parla di una “Sardegna vinta e dominata per sempre” dopo la sconfitta di Amsicora nel 215 a. C. da parte del console romano Tito Manlio Torquato. Se così fosse, perché continuano incessanti le rivolte dei Sardi, soprattutto barbaricini, per secoli, con i massicci interventi militari romani?
Se fosse stata vinta e dominata per sempre che significato avrebbe nel 594 la presenza e coesistenza in Sardegna di un “dux barbaricinorum”, Ospitone appunto e di un dux bizantino, Zabarda, di stanza a Forum Traiani (Fordongianus), che proprio in quel momento tentava di concludere la pace con i Barbaricini?
Evidentemente la parte interna della Sardegna, pur vinta, aveva comunque conservato, fin dal dominio romano, una sua indipendenza o comunque una sua autonomia, politica ma anche economica e sociale e persino culturale, nonostante l’imposizione della lingua latina che prenderà il posto della vecchia lingua nuragica.
E non si tratta di una parte interna circoscritta e limitata alle civitates barbariae intorno al Gennargentu: ma ben più vasta e con precise caratteristiche politiche, sociali ed economiche. Ecco in proposito l’autorevole opinione del più grande storico medievista sardo, Francesco Cesare Casula:”…Dalle parole del pontefice si evince che, al di là del limes fra Roméa e Barbària le popolazioni avevano un proprio sovrano o duca e che quindi erano statualmente conformate almeno in ducato autonomo se non addirittura in regno sovrano. Infine si ricava che malgrado fosse trascorso tanto tempo, le genti montane continuavano ad “adorare” le pietre, cioè i betili, permanendo nell’antica religione della civiltà nuragica. Purtroppo non sappiamo da quando esisteva questo stato indigeno e quanti anni ancora durò dopo Ospitone né dove fosse esattamente collocato.
Noi personalmente riteniamo che fosse esteso quanto la Barbària romana, segnalato al centro ovest dall’opposto presidio di Fordongianus e dal castello difensivo bizantino di Medusa, presso Samugheo; a sud dal confine religioso fra la cristianissima Suelli, piena di Chiese e di simboli paleocristiani e la pagana Goni, nel basso Flumendosa, con le schiere di suggestive pietre fitte campestri”. (Dizionario storico sardo, Carlo delfino Editore, Sassari, 2003, pagina 1132).
Un territorio immenso, probabilmente metà Sardegna era dunque sotto il governo di Ospitone
Ospitone dunque mette in crisi e sconvolge tutta la storiografia ufficiale. Non a caso di lui non si parla mai o quasi mai. O comunque si minimizza il suo ruolo.
E’ un personaggio scomodo. Meglio evitarlo.

La Meloni, il “nuovo” e la lingua biforcuta

La Meloni, il “nuovo” e la lingua biforcuta.
di Francesco Casula

Circola nei Media un vero e proprio falso: che la Meloni rappresenti il nuovo. Dimenticandosi che, fa politica e vive di politica, da più di 30 anni. E’stata persino ministra.

Ed è rappresentante di tutto il vecchio e di tutto il peggio del ventennio berlusconiano che ha devastato l’Italietta, con disastri epocali.

Ha rappresentato e rappresenta la vecchia politica: con il solito programma di 20 anni fa: Blocco navale, Grandi opere (Ponte di Messina, TAV), Flat tax, Presidenzialismo. Peraltro mai – per fortuna – realizzati.

Dietro di lei la vecchia classe dirigente di 20 anni fa e più: lo stesso Berlusconi, La Russa, Giorgetti, Gasparri, Casellati, Pera.

Pur ancora giovane, ha imparato tutti i vecchi e inveterati vizietti italioti: ad iniziare dalla lingua biforcuta.
Nei comizi, quando parla ai “suoi” è spontanea, sanguigna, vera. Sbraita e urla, con berci schiamazzanti, vomitando tutto il ciarpame tipico del ventennio fascista (Dio, Patria e Famiglia) accompagnato dal retoricume patriottardo con disvalori annessi e connessi, regressivi e reazionari, neganti i diritti civili e, ancor più quelli sociali.

Quando si vuole accreditare presso l’ establishment, europeo e interenazionale, mostra il volto guerrafondaio (vedi la sua posizione nei confronti dell’Ucraina), ultra filo Nato, filo europeo. Ma soprattutto si mostra tutta curvata e prona nei confronti dei poteri forti delle banche e della finanza: significativo, a questo proposito il suo intervento a Cernobbio.
In pagas paraulas: sa peus de sos peus!
Nel cui carro – come sempre accade nell’Italietta mediocre e conformista – opportunisti di ogni risma, iniziato a salire. Ad iniziare dai Media: che la coccolano, la glorificano, la esaltano. Presentandola, appunto come nuova, coerente, affidabile.

Per non dire del Pd che con l’’insipienza di Letta, per il 25 settembre sta apparecchiando alla Meloni una sonante vittoria. Un Letta che, caninamente fedele alla “Agenda Draghi”, incapace di visione, rancoroso e settario nei confronti di 5 stelle, si avvia alla disfatta, in una sorta di cupio dissolvi: poco male se si trattasse solo della sua sconfitta. Il dramma è che lo sciagurato ed esiziale successo della destra rischia di interrare interi e plurimi valori democratici e progressivi.

ANCORA RECORD NEGATIVI PER LA SCUOLA SARDA

ANCORA RECORD NEGATIVI PER LA SCUOLA SARDA
di Francesco Casula
Nel campo dell’istruzione la Sardegna continua a detenere record poco invidiabili: è ancora al primo posto – come del resto negli anni scorsi – in Italia per dispersione e mortalità scolastica. Gli studenti sardi sono più tonti di quelli italiani? O poco inclini allo studio e all’impegno? E i docenti sono più scarsi o più severi? Io non credo. Come non penso che svolgano più un ruolo determinante o comunque esclusivi, la mancanza o l’insufficienza delle strutture scolastiche (laboratori, trasporti, mense ecc.), anche se certamente influenzano negativamente i risultati scolastici. E allora? E allora i motivi veri sono altri: attengono alle demotivazioni, al senso di lontananza e di estraneità di questa scuola. Che non risulta né interessante, né gratificante, né attraente. La scuola italiana in Sardegna infatti è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Dunque non a un sardo. E tanto meno a una sarda. E’ una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo, nell’organizzazione. Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra la più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel monumentale codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea. Vi rendereste conto che la storia, la lingua e la civiltà complessiva dei Sardi dalla scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Permane una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi e categorie che le grandi civiltà avrebbero voluto irradiare verso le civiltà considerate inferiori. Questa scuola ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Apprendono l’italiano a scuola ma soprattutto grazie ai media: ma si tratta di una lingua stereotipata, gergale, banale, una lingua di plastica, inodore, insapore e incolore. Ma una scuola monoculturale e monolinguistica produce effetti ancor più gravi e devastanti a livello psicologico e culturale. Da decenni infatti la pedagogia moderna più attenta e avveduta ritiene che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i bambini senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita. Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui bambini, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico. Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine, la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente. Di qui la mortalità e la dispersione scolastica. Ite faghere? Cambiare radicalmente la didattica, i curricula, la stessa mentalità di docenti e dirigenti scolastici. Per quanto attiene alla lingua sarda occorrerà finalmente partire dal dato – appurato scientificamente da tutti gli studiosi – che la presenza della lingua materna e della cultura locale nel curriculum scolastico non si configurano come un fatto increscioso da correggere e controllare ma come elementi indispensabili di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non “disturbano” anzi favoriscono apprendimento e le capacità comunicative degli studenti, perché agiscono positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo. Per decenni l’impegno politico-sindacale, nel migliore dei casi, è stato finalizzato esclusivamente alla risoluzione dei problemi strutturali (aule, laboratori, palestre) o a quello dei trasporti. O a quello del personale e degli organici. Si è invece trascurato del tutto una questione cruciale: la catastrofica situazione della didattica. E dunque dei contenuti e dei metodi di una scuola che risulta semplice e piatta succursale e dependence della scuola italiana. Negli indirizzi operativi per gli interventi a favore delle scuole pubbliche di ogni ordine e grado della Sardegna per contrastare la dispersione scolastica e innalzare la qualità dell’istruzione e le competenze degli studenti, la lingua sarda non viene neppure citata. Come se non esistesse alcun rapporto fra il fallimento scolastico, la scarsa preparazione e la questione del Sardo. Rapporto invece dimostrato inequivocabilmente da studiosi e pedagogisti come le compiante Maria Teresa Catte (deceduta proprio nei giorni scorsi) e Elisa Spanu Nivola. O come se la didattica fosse ininfluente per l’apprendimento e la formazione. Scrive a questo proposito il compianto Nicola Tanda, professore emerito di Letteratura e Filologia sarda nell’Università di Sassari: “Nelle classifiche della scuola superiore il Friuli occupa la prima posizione e la Sardegna quasi l’ultima. Mi domando: c’è qualche connessione tra questi risultati e l’uso proficuo che essi fanno della specialità del loro Statuto”?
 
 
 
 
 
Visualizzato da Francesco Casula alle 06:32
 
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