SEMUS TOTUS PASTORES

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SEMUS TOTUS PASTORES

Si morit su pastore, morit sa Sardigna intrea

Premessa

Questa mia riflessione sui Pastori e sul Pastoralismo (su pastoriu) muove da un’analisi né neutra né asettica: come se volesse prendere in esame i pastori e la cultura loro connessa, disponendoli come un cadavere da sezionare sopra un freddo tavolo di marmo. Sarà, di contro, sostenuta da un sentimento di forte empatia e simpatia nei loro confronti e tenterò quindi di unire –per utilizzare un apoftegma del filosofo, fisico e matematico francese, Blaise Pascal- “Le ragioni della mente a quelle del cuore. Così da vedere le cose con un solo sguardo”.

Il Movimento dei Pastori Sardi (MPS)

Organizzati con il MPS, da anni i pastori sardi sono al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e del dibattito politico, costringendo amministratori e regione sarda –in genere in tutt’altre faccende affaccendati- a fare i conti con una mobilitazione e una protesta vasta e ubiquitaria. Ripresa proprio nei giornbi scorsi dopo le grandi mobilitazioni degli anni 2010-2012 con la strategia dei blocchi degli aereoporti (l’espressione è di Felice Floris, il leader del Movimento) tra cui quello di Olbia, Alghero e Portorotondo; l’occupazione di strade e porti ma soprattutto con grandi manifestazioni di piazza a Cagliari con migliaia e migliaia di partecipanti e ben decine e decine di Assemblee con pastori di tutta la Sardegna.

A ben vedere abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione sociologica e persino antropologica: che smentisce i luoghi comuni sui pastori individualisti, restii alla collaborazione, isolati, soli e solitari nelle loro aziende e nei loro ovili. In centinaia, i rappresentanti di Comitati presenti in tutta l’Isola, si riuniscono periodicamente per discutere, concordare e decidere, collettivamente e democraticamente, obiettivi della vertenza, forme di lotta, iniziative. In migliaia scendono in piazza, organizzati ma senza avere dietro le potenti e burocratiche Associazioni storiche del mondo agro-pastorale (Coldiretti, CIA, Confagricoltura, Copagri). Coinvolgendo le proprie famiglie e i sindaci delle loro comunità, per intanto. E poi studenti e lavoratori di altri comparti: tanto che possiamo considerare la lotta dei pastori una vera e propria lotta di popolo e, dunque, non di una sola categoria. Questo, non a caso.

Pastori, civiltà e cultura sarda

Il pastore infatti non è solo una delle una delle tante figure sociali e la pastorizia non è solo un comparto economico: le sue produzioni certo costituiscono ancora il nucleo fondamentale del nostro prodotto interno lordo, ma il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda.

Per intanto però occorre sottolineare che la pastorizia, come comparto economico, nonostante crisi e difficoltà, nella storia ha sempre retto e i pastori, ancora oggi, non sono una sorta di tribù sopravvissuta alla storia (Ignazio Delogu). Nonostante i reiterati tentativi storici di interrarli, liquidandoli insieme alla loro cultura etnica resistenziale.

Dalla legge delle Chiudende all’industria di Ottana

Uno dei tentativi più brutali fu rappresentato dagli Editti delle Chiudende che –scrive il compianto Eliseo Spiga in La Sardità come utopia-Note di un cospiratore- – irruppero sulle comunità, implacabili come un castigo di dio. In un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze, di persecuzioni,assassini, carcerazioni e torture…furono chiusi migliaia di ettari dei migliori terreni privati e comunali, pascoli e seminativi, case, ovili e orti familiari, strade e ponti, abbeveratoi e fonti pubbliche.

I più danneggiati furono i pastori, abituati a pascolare le greggi in vasti spazi aperti e comuni ed ora costretti a pagare il fitto –spesso esosissimo- ai nuovi proprietari usurpatori: pastori che furono rovinosamente battuti e vinti. Ma non convinti, aggiungerebbe il nostro più grande poeta etnico, Cicitu Masala.

Un altro momento e snodo storico di attacco violento soprattutto alle condizioni di vita e di lavoro dei pastori fu rappresentato dalla guerra doganale dello Stato italiano con la Francia, culminata con la rottura dei Trattati doganali nel 1887. L’economia sarda fu colpita a morte. Fino a quel momento la spedizione verso i mercati francesi di alcuni fondamentali prodotti dell’economia sarda aveva, se non scongiurato, almeno contribuito ad allontanare la crisi che gli spiriti più consapevoli paventavano. Dopo i fatti del 1887 l’agro-pastorizia dell’Isola, privata d’un colpo dei suoi mercati tradizionali, precipitò al fondo di un baratro senza precedenti, costringendo i pastori a dipendere ancor di più dai proprietari dei pascoli, i printzipales, e dagli industriali caseari continentali ma soprattutto romani . Che Antonio Simon Mossa, il grande teorico dell’indipendentismo e del federalismo sardo chiama feudatari del latte, che si comportano da veri e propri strozzini, imponendo solo loro il prezzo. Tanto che uno degli obiettivi del neonato Partito sardo d’azione nel 1921 sarà proprio la battaglia contro sos meres continentales de su latte e la creazione di cooperative di pastori, per gestire loro, in prima persona, il prodotto del proprio lavoro.

Fallimento dell’industrializzazione

L’ultimo tentativo –che avrebbe dovuto essere anche quello decisivo per assestare il colpo definitivo e mortale all’esistenza stessa dei pastori -risale alla fine degli anni ’60 quando, soprattutto con l’industrializzazione di Ottana, con il pretesto della lotta al banditismo, si portarono le industrie a bocca di bandito (Antonello Satta): con esse si voleva trasformare la Sardegna in tanti Sesto San Giovanni, con il pastore che, liberato finalmente di gambali, mastruche e bertulas, avrebbe vestito la tuta dell’operaio. In realtà “lo scopo del Kolossal mistificatorio –scrive ancora Eliseo Spiga, nel saggio già citato, con la solita e affilata prosa – era di concorrere ad assestare un colpo definitivo alla cultura sarda e a quella barbaricina in particolare. Doveva concorrere a realizzare l’obiettivo finale dell’intervento economico dello Stato che, secondo il Ministro Taviani, in visita a Ottana, era quello di «eliminare quell’assetto tradizionale che si è consolidato con gli attuali rapporti di produzione al fine di distruggere definitivamente il malessere proprio della società e dell’etica pastorali, quel malessere cioè sul quale allignano i ben noti fenomeni criminali delle zone interne della Sardegna»”.

Conosciamo tutti com’è andata a finire. La cosiddetta Rinascita, tutta giocata sulle illusioni programmatorie e sull’industrializzazione –segnatamente quella petrolchimica- tradendo le aspirazioni e le speranze del popolo sardo, non solo si è evaporata, ma si è rovesciata nella realtà del sottosviluppo, della dipendenza e nella involuzione ai limiti della tolleranza. Sotto accusa deve essere messo soprattutto quel modello di sviluppo incentrato essenzialmente nella grande industria di stato e privata, specie –ripeto- quella petrolchimica, che ha devastato e depauperato il territorio: la nostra risorsa più pregiata; ha degradato e inquinato l’ambiente e il mare, con danni incalcolabili per il turismo e per la pesca; ha sconvolto gli equilibri e le vocazioni naturali; ha distrutto il tessuto economico tradizionale e quel minimo di industria e di imprenditorialità locale, attentando all’identità nazionale dei Sardi, con l’eliminazione delle specificità etno-linguistico-culturali. Senza peraltro creare occupazione e benessere. E ciò soprattutto perché si trattava di industrie ad alta intensità di capitale, a poca intensità di mano d’opera, senza stimoli per il mercato interno, senza creazione di indotto, proprio perché senza alcun rapporto e collegamento con il territorio e le risorse locali, Che dunque non crea sviluppo endogeno e autocentrato. Una industria che prevedeva solo le prime lavorazioni o comunque fasi limitate del ciclo produttivo. E dunque pochi profitti: che invece si produrranno e s’involeranno al Nord, dove avverranno le seconde e terze lavorazioni e, in specie, la chimica fine e farmaceutica. Così oggi, Stato e privati, ci lasciano un cimitero di ruderi, cassintegrati e disoccupati.

S’eredidade de Ottana

Ma anche una devastazione ambientale e persino antropologica: il pastore diventato operaio prima e cassintegrato dopo, con il licenziamento è furriadu a remitanu. Di qui il rimpianto per la sua vecchia vita, che lo tormenta e lo uccide, perché non è più nemmeno un’ervegarzu, anzi è costretto a bandidare. Leva quindi una maledizione contro i responsabili di tale sciagura: Siazis pro sa vida malaittos!

A “cantare” magistralmente la tragedia del pastore diventato operaio a Ottana, è Pinuccio Canu, brillante poeta in limba, di Buddusò, che ha al suo attivo due belle sillogi poetiche: Sa Rujada (2001) e Contos chena tempus (2002) editi da Domus de Janas. Ecco le sue quartine:

Bos fattat bonu proe, malaittos/ ca m’azis furriadu a remitanu./No fiant, tzertu, custos sos apittos/ da chi lassei tazos e cabbanu!/

Che istoccada torrat galu in mente/ su tempus ch’in su sartu fia mere./Tenia su rispettu de sa zente/ comente chi zuìghe innoghe essere./

No fiat nudda fatzile sa vida,/a gherra cun fiòcca e tempus malu!/ S’ammentu de proéndas e de sida,/ su tuddu mi nde ponet fintzas galu./

Pariant accabbados sos fastizos/a da chi che notzente nadu m’ana:/- Bogalie cabu a dudas e prammizos!/ Su monte lassa e beninde a Ottana!/

Move e non t’istes cue a bertulariu!/ Imbòlanche bonette cun cambales!/ Accudit cada mese su salariu/e pones fine a rajos e a males./

Lassei su cuìle e sos armentos/a ficcas fattas chena rimpiantu./Nd’aìa bidu a bunda de trummentos/ pro perder cussu “postu” de ispantu.

De esser gai bellu non creìa!/ A bidda recuia cada die./Non prus astràu, lampos o traschìa,/ e mancu isporamentos pro su nie./

Ponìa in su traballu med’afficcu /pro cant’in cussu logu fiagosu./Fattende non mi fia tzertu riccu/ ma siguresa aìa e meda gosu./

Ma pagu tempus sendenche coladu/ su fumuderra torrat a cadone./Su sambene in su corpus s’est gheladu/ ca postu m’ant in “cass’integrascione”./

Degh’annos m’ant lassadu pende pende/ e pustis imboladu a muntonarzu./Su rimpiantu como m’est bocchende/ca non so prus nemmancu un’ervegarzu./

A custu monte cada die pigo/cun coro che tittones in brajeris./ Sos pessamentos meos curro e sigo/ cun ranchidos ammentos de su deris./

Siazis pro sa vida malaittos/ca como so custrintu a bandidare./ Cun su fusile a pala e cannaittos/ mi toccat un’istranzu de tentare.

La “resistenza” del pastore

Pur con crisi e difficoltà immani, la pastorizia è stata storicamente l’unico comparto economico che ha sempre retto: anche a fronte degli Editti delle Chiudende, della la rottura dei Trattati doganali con la Francia con Crispi, della rovinosa e fallimentare industrializzazione, dello strozzinaggio delle banche, della lingua blu. Ha retto perché si tratta dell’unica industria, endogena e autocentrata, che verticalizza la materia prima -il latte soprattutto- e crea un indotto che nessuna altra industria nell’Isola ha mai creato. L’unica “industria” legata al territorio e ai saperi tradizionali, diffusa ubiquitariamente, al contrario dell’industria per “poli”. Che presiede, salvaguardia e difende l’ambiente, che è in forte simbiosi con la storia, la tradizione, la civiltà, la cultura e la lingua sarda.

La crisi odierna

Oggi corre un serio pericolo: se non di scomparsa, certo di drastico ridimensionamento che potrebbe ridurla ad attività marginale, sia dal punto di vista economico che occupazionale. C’è infatti da chiedersi quante delle 18.000 aziende pastorali oggi presenti in Sardegna potranno ancora “resistere” a fronte della gravissima crisi che attanaglia il comparto. Quanti occupati potranno ancora sopravvivere producendo “in perdita”. Una pluralità di motivi convergono infatti ad acuire la crisi: primo fra tutti il prezzo del latte pagato 60 centesimi al litro. Una infamia. Se solo pensiamo che i costi per produrlo assommano almeno a 80 centesimi. Che 20-25 anni fa veniva pagato 1000 lire: come oggi! A fronte dei mangimi che nel frattempo sono quadruplicati, insieme all’energia e al gasolio: di cui i pastori non possono più fare a meno. Il prezzo del latte –pur se fondamentale- è solo uno degli elementi della vertenza: dalla piattaforma del MPS emergono tutta una serie di richieste e di obiettivi finalizzati all’uscita dalla crisi. Di questi voglio sottolinearne uno: il contributo de Minimis di 15.000 euro per ogni azienda. Da parte di molti è stato obiettato che si trattava di puro assistenzialismo. Ecco la risposta del leader del Movimento Felice Floris a un giornalista che lo intervistava:”Mi spiega perché quando si dà una mano ai pastori e agli agricoltori si chiama assistenzialismo, quando invece si tratta dell’industria si chiama aiuto alla produzione?”. Difficile dargli torto: non è forse “assistenzialismo” infatti la rottamazione delle auto e dei motorini? Gli incentivi per elettrodomestici e computer? Il piano casa? La stessa cassa integrazione?

E che dire del miliardo e 6oo milioni di euro per pagare, da parte dello Stato, le multe per le quote latte inflitte ai produttori “padani”?

Rispetto alla Piattaforma del MPS -che voglio riportare integralmente – mi piace sottolineare il punto 2, sulla necessità di trovare mercati italiani ed esteri per il latte, per sfuggire allo strozzinaggio dei cartelli degli industriali e spuntare così prezzi più alti. A questo proposito condivido quanto sostenuto dal Presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che ha scritto: “Occorre istituire un «Centro di raccolta del latte» con l’obiettivo immediato (basterebbe sottrarre all’attuale contrattazione il 10% del prodotto) di un notevole aumento del potere contrattuale dei pastori perché il prezzo sarebbe negoziato e quindi tutelato maggiormente, grazie a una sorta di supervisione pubblica” (L’Unità, 5 Novembre, 2010).

Rispetto alla piattaforma inoltre, se dovessi fare qualche appunto, osserverei che

non sottolinei adeguatamente la necessità di diversificare la produzione dei formaggi, anche per superare la sostanziale monocultura del pecorino romano, in cui l’industria è incastrata.

Verso la pastorizia “industrializzata”?

Ma il limite maggiore della Piattaforma –che pure risulta per molti versi, avveduta e articolata- a me pare essere un altro: non porsi neppure il problema della qualità della pastorizia e della produzione pastorale. A questo proposito, prenderei in seria considerazione alcune osservazioni fatte da Gavino Ledda (Intervista a La Nuova Sardegna, 29-10-2010): “La crisi si può sconfiggere solo con roba sana, senza i concimi e l’industria che hanno rovinato le campagne…Pastorizia e agricoltura sono state adulterate dai veleni… E così hanno lentamente distrutto Omero, i fiori, gli aromi, i sapori, tutto ciò che di buono c’è in natura. Neppure l’acqua è più santa…Le produzioni industriali non hanno senso, la pastorizia deve tornare a essere biologica, affidata con un’economia familiare a membri di uno stesso gruppo che a rotazione si occupino del foraggio, del pascolo, della caseificazione…”

Solo provocazioni o fantasie neoromantiche? No. Ledda ha messo il dito sulla piaga: vanno bene le proteste e le sacrosante rivendicazioni dei pastori, ma il futuro della pastorizia sarda, sarà in ogni caso nella produzione di “formaggi e latte dolci, puri, incontaminati”. Senza la nostra tipicità e tradizione di genuinità, unicità e “naturalità” a vincere sarà comunque la “moneta cattiva”: il latte dei concimi e dei mangimi,(acqua concimata, lo chiama Gavino Ledda) che scaccerà “la moneta buona”: il latte degli aromi e dei profumi della natura sarda.

Piattaforma del MPS

1)Ripristino immediato, per un periodo limitato di pochi anni, del meccanismo delle restituzioni comunitarie destinate al mercato Americano e Canadese, unico strumento possibile per svuotare i magazzini della nostra industria casearia senza creare buchi di bilancio. Se ciò non bastasse lo stato invece di dare i soldi ai paesi poveri (soldi che finiscono sempre nelle tasche dei loro affamatori) distribuisca alle popolazioni povere formaggi.

2)Progettare e costruire nel territorio regionale 5/6 centri di stoccaggio con possibilità di bonifica e refrigerazione del latte come unico strumento di forza per dare ai Pastori la possibilità di offrire all’occorrenza il latte nell’intero mercato Europeo, liberandoli così dal monopolio dei trasformatori locali che da sempre impongono le loro condizioni a prezzi da fame per i Pastori.

3)Abbattere i costi di trasporto applicando la continuità territoriale già riconosciuta dall’Unione Europa.

4)Impedire alla trasformazione privata o cooperativa di vendere il latte anziché trasformarlo.

5)Rimodulazione del P.S.R. (piano di sviluppo rurale) spostando le risorse dall’asse 1 all’asse 2 cioè dagli investimenti produttivi agli interventi delle misure Agro-Ambientali (indennità compensativa), questo per impedire che soldi destinati ai Pastori finiscano nelle tasche di venditori e progettisti.

6)Attuazione della norma “De Minimis” strumento finanziario previsto per erogare importi senza la necessità di notificare il provvedimento presso l’Unione Europea, portandola dagli attuali settemila a quindicimila come per il settore vaccino.

7)Inserimento dei comuni cosiddetti avvantaggiati nell’elenco dei comuni svantaggiati, per dare a questi la possibilità di beneficiare dei provvedimenti su menzionati.

8)Dare la possibilità alle aree irrigue di utilizzare l’acqua a costo zero per la coltivazione di foraggere per uso zootecnico (medicai etc.) condizione indispensabile per ridurre i costi di alimentazione del nostro bestiame.

9)Realizzare piccoli mattatoi comunali e zonali per valorizzare le nostre carni e togliere il monopolio a pochi commercianti che hanno azzerato il valore nelle nostre carni.

10)Utilizzare le energie rinnovabili non per costruire serre ma per dare energia a tutte le aziende Agro-Pastorali. Per fare questo è necessario che la Regione costituisca una società ad hoc con il compito di elettrificare tutte le aziende sarde. Se non si fa questo solo pochi potranno beneficiare di questa moderna tecnologia.

11)Moratoria per almeno due annualità dei contributi previdenziali come chiesto e ottenuto in Francia.

12)Ristrutturazione dei debiti scaduti e in scadenza di Agricoltori e Pastori e delle loro strutture di trasformazione in un lungo periodo 20/30 anni, dando così una possibilità concreta alle aziende in difficoltà di rimettersi alla pari con le altre imprese.

Pastorizia e Pastoralismo

Se muore il pastore e la pastorizia non muore solo una delle tante figure sociali o un comparto economico ma la Sardegna intera: il suo etnos, il suo universo culturale, artistico e rituale. Ad iniziare dall’immaginario simbolico rappresentato –fra l’altro- dalle maschere di carnevale; dall’immaginario musicale rappresentato soprattutto dal Canto a tenore, riconosciuto dall’Unesco, nel 2004, come patrimonio immateriale dell’Umanità: è il secondo riconoscimento alla Sardegna da parte dell’Unesco dopo il Nuraghe di Barumini; dallo stesso immaginario sportivo (con s’Istrumpa) e ludico (con la morra).

Ma c’è altro ancora: sottesi al pastoralismo vi sono codici e valori che storicamente hanno segnato e impregnato la civiltà sarda: il comunitarismo, i codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità, l’onore e tutti gli altri componenti della cultura pastorale. ”Un patrimonio secolare –scrive Bachisio Bandinu- che dall’età dei nuraghi, ha prodotto una cultura, un simbolo, una scuola di vita, un modo di essere, praticamente scomparso in Europa, che perdura ancora oggi, in Sardegna, pur nella sua forma attuale di civiltà: produzione economica, organizzazione sociale, coscienza culturale. Non come semplice revival etnologico-folklorico, come museo di tradizioni popolari, operazione di nostalgia o folklorizzazione turistica ma, pur attingendo a lingua e linguaggi, atteggiamenti e comportamenti, interessi e valori, riti e simboli del passato, pone la questione di un rapporto positivo tra locale e globale e si interroga se questa civiltà secolare sia capace di inserirsi nel processo di mondializzazione, elaborando alcuni caratteri distintivi della propria cultura per adattarsi alla nuove esigenze della contemporaneità”.

Sempre Bandinu, prosegue: ” L’oggetto-natura diventa segno-cultura, in esso c’è scritta la storia di greggi, di ovili, un mondo di sacrifici e di poesia. Il pastoralismo in Sardegna passando attraverso gli studi sulle maschere, il canto a tenore e il ballo costituisce un’ossatura dell’economia e un universo rituale. E soprattutto un modo di parlare, di organizzare il discorso nell’uso di tempi e modi verbali, segni molto profondi quando si parla di una cultura”.

Pastoriu e intellettualità sarda

Il pastore è stato storicamente una figura centrale in Sardegna non solo dal punto di vista economico e produttivo ma anche dal punto di vista antropologico, sociale, culturale e linguistico, dando vita, in buona sostanza a gran parte della intellettualità sarda: ad artisti (pittori, scultori): penso min modo particolare a Costantino Nivola di Orani, ai nuoresi Antonio Ballero e Francesco Ciusa, all’olzaese Carmelo Floris; ai grandi avvocati nuoresi come Pietro Mastino, Luigi Oggiano e Gonario Pinna; ad Antonio Pigliaru, il grande studioso del Codice della vendetta barbaricina; a Michelangelo Pira, l’antropologo che con più lucidità in La rivolta dell’oggetto, ha descritto la lacerazione e la mutilazione culturale prodotta dalla negazione della nostra –come Sardi intendo- identità, specie linguistica; a Peppino Fiori che, soprattutto con La società del malessere, e con il romanzo Son’ ‘e taula ha condotto un’analisi serrata del fenomeno del banditismo sardo; a Bachisio Bandinu, lo scrittore che descrive, suggestivamente, l’identità sarda; al gavoese Antonello Satta, che con Cronache dal sottosuolo, la Barbagia, analizza la cultura popolare, piena di “ «fantasie», di passioni appunto, intollerante dei normali codici o capace di adeguarli a una logica tutta sua, interna e creativa, talvolta demoniaca”; all’ollolaese Michele Columbu, l’intellettuale e il politico, grande organizzatore del Movimento dei pastori negli anni ’60, che ama definirsi “un pastore per pura combinazione laureato”.

Pastoriu, poesia e letteratura sarda

Ma è soprattutto l’intera letteratura e poesia sarda ad essere impregnata di “pastoriu”: dalla Carta de Logu (un terzo abbondante delle leggi di Eleonora riguardano il mondo agropastorale) ai poeti Paolo Mossa, Luca Cubeddu e Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer cui la tradizione popolare ha attribuito per decenni la famosa quartina (in realtà scritta dal frate di Ozieri Gavino Achea): ”Tancas serradas a muru/fattas a s’afferra afferra/si su chelu fit in terra/l’aiant serradu puru”: tancas costruite contro i pastori e i contadini con la Legge delle Chiudende. Per arrivare a poeti come Montanaru o Peppino Mereu e Diego Mele: basta ricordare del rettore di Olzai la satira, dal preludio fulminante, “In Olzai non campat pius mazzone/ca nde l’hana leadu sa pastura,/sa zente ingolumada a sa dulzura/imbentat sapa dae su lidone”, un’apologo con cui allude all’Editto delle Chiudende, contro cui il poeta si scaglia perché con esso si “regalava” la terra ai potenti di sempre, la terra sarda che fino ad allora era pubblica, comunitaria –e dunque che poteva essere lavorata e utilizzata da tutti, pastori e contadini- e non privata o “perfetta”, come allora si disse, dopo essere stata recintata dai ricchi che potevano permetterselo.

O pensiamo a Grazia Deledda, che dopo aver frequentato le scuole elementari, diventerà autodidatta e impara a scrivere, più che dai libri, dall’oralità. E’ lei stessa ad ammettere che più che quello che era scritto nei libri gli piacevano i racconti e le paristorias meravigliose e incredibili che ascoltava dai pastori nei paesi, nelle feste paesane, nelle novene, negli ovili delle valli nuoresi e vicino a Nuoro. E financo a casa sua, ascoltando i racconti dei servi, in inverno, vicino al focolare, nelle interminabili notti.

O pensiamo ancora ai due Satta nuoresi, Salvatore con Il giorno del giudizio e Sebastiano, il “vate” cantore della sardità mitica e drammatica, incarnata soprattutto dal mondo dei pastori. Quando morì –narrano le cronache- folle di contadini, ma soprattutto di pastori e persino di banditi, scesero dalle montagne per accompagnarlo alla sua ultima dimora, memori del suo amore per l’uguaglianza e il progresso sociale e della sua passione per la patria sarda.

Per non parlare di Lussu e dei “suoi” pastori patrizi di Armungia. Quel Lussu che, parlando del Partito sardo d’azione, ebbe a scrivere: ”Non fu propriamente un movimento di reduci, come quello dei combattenti in tutta Italia. Fin dal primo momento fu un generale movimento popolare, sociale, politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e dei pastori”.

Qui mi fermo, non senza però almeno un accenno ai poeti improvvisatori, ieri ( Bernardo Zizi, Remundu Piras o Peppe Sotgiu) come oggi (Mario Masala, Bruno Agus, Salvatore Murgia), pastori, se non di mestiere, certo antropologicamente. Ma soprattutto ricordando le cose egregie e profonde che scrive a proposito dei pastori un brillante scrittore siciliano, Nino Savarese.

Uno scrittore siciliano, Nino Savarese, sui pastori sardi

LE GREGGI

“La pastorizia, che in altre regioni è andata adattandosi, e snaturandosi, fino a mendicare un po’ di posto tra la ressa delle colture, qui, in Sardegna, ritrova le condizioni dei suoi tempi eroici: spazio e solitudine.

Soprattutto non presenta quel tanto di le­zioso e decadente di cui ogni grande attività umana si offusca prima di corrompersi e scom­parire. L’aspetto pastorale sardo, per intenderei, non è materia di estetizzanti e di gente incurio­sita: il bello che vi può cogliere uno spirito pro­fondo, deve prescindere dalla pittoricità e rife­rirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli animali, con la terra e con Dio.

Bisogna sentire che il treno che passa in que­ste solitudini disseminate di greggi è un acci­dente senza conseguenze, e quasi senza senso: solca il silenzio, come un ronzìo nel meriggio, ed appena scomparso, alle sue spalle il silenzio si richiude, più intimo e più ermetico.

In certi punti i vasti pascoli sono limitati da alte cortine di rocce frastagliate e chiare, che all’occhio desioso e disperato dei solitari, debbono apparire come profili di città fantastiche.

In certi fasci di rocce a punta, i pastori vedono forse sagome di cattedrali abbandonate, e tutta questa pietra, rotta e mossa appare alle volte come la vuota sede di una civiltà e di una so­cietà morte di disgusto e di stanchezza.

   Unica realtà, ferma ed immutabile, appaiono le capanne dei pastori, le loro figure avvolte di pelli, le greggi che si muovono lentamente lungo i bordi dei ruscelli o tra i sassi erbosi dei poggi. A dare alla pastorizia questo carattere arcaico e grandioso, concorrono, come sempre accade, condizioni pratiche, e locali necessità. Ma nei modi e nell’estensione di questa attività non c’è forse, anche, una speciale inclinazione? E quella nativa simpatia che accompagna le ma­nifestazioni tradizionali e persistenti di un pae­se, e che si risolve, alla fine, nella coscienza di un privilegio?

Le ragioni che può darci il tecnico per spie­gare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide, ma non bastano, se non si tien conto di una speciale attitudine dello spirito sardo. .

Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga una naturale disposizione.

È così del resto che si sono formate le speciali competenze delle diverse regioni italiane, la fama di certe attività e di certe maestranze. Ché da noi il lavoro ha ancora (e bisognerebbe far di tutto perché non lo perda) il suo lato di ispi­razione, il segno di una vocazione. Non si lavora solo con le mani, come nei paesi invasati di ra­zionalismo, ma col cervello e col cuore. Perciò il lavoro ha un contenuto che trascende l’eco­nomia, ed un che di sacro e di esteticamente bello.

Non si tratta dunque di contare quante pe­core e quanti uomini coperti di pelli si incon­trano nei Campidani, nella Gallura e nella Nurra, ma di penetrare l’animo, lo spirito che sostiene, qui, la pastorizia.

Gente di campagna che sappia, stare a cavallo con questa gravità guerriera, e cavalli agili, forti, ma rozzi, che facciano quasi tutto un corpo coi loro cavalieri per la sicurezza, la disinvolta non­curanza con la quale ne sono posseduti, non se ne vedono in nessun altra regione italiana.

Né occhi come questi che sembrano aprirsi a fatica sugli aspetti sociali, forse perché potente­mente attratti dalla visione di un’altra società, più libera e più armonica.

Nei volti assennati e sereni di questi pastori sembra placarsi una lontana inquietudine, un lungo bisogno di pace.

Vanno, o sostano, nella solitudine, senza me­moria del tempo. Senza limite alla loro pazienza.

Lo spazio che essi possono percorrere, per sfuggire ai rigori del clima, è grandissimo, i ri­gori di questo clima molti e gravi: l’eccessivo caldo che avvizzisce le praterie e dissecca le sor­genti, il rigido e persistente maestrale che fa crescere gli alberi aggobbati e patiti; gli assalti della malaria nei luoghi paludosi assai estesi.

Nel Campidano vivono isolati del tutto, sen­za nemmeno quei piccoli riferimenti sociali che si trovano nella pastorizia siciliana; in cui la mas­saria è un centro, oltre che economico, anche sentimentale, nella solitudine del latifondo. I familiari, dai paesi lontani, vanno a rifornirli del necessario, ma non restano con loro; nella Gallura e nella Nurra, invece, le famiglie se­guono i pastori e vivono quasi tutto l’anno attorno a una capanna costruita, di volta in volta, con tronchi e ramaglie; il recinto per le pecore e l’altro pei cavalli e i maiali. Una vita che tiene l’uomo continuamente impegnato per le sue facoltà più energiche. Ed energiche e grandiose sono tutte le manifestazioni che l’accompagnano. Si può vedere ad esempio cuocere un vitello, il qua­le porta nel suo interno (svuotato delle interiora) una pecora o un capriolo, in un modo che ri­corda il clibanum biblico e degli antichi: messo cioè in una buca scavata nella terra e con sopra a bruciare una catasta di legna.

Si può osservate, tra i pastori, almeno fino a qualche tempo fa ne era ancor viva e diffusa la pratica, l’usanza della Ponidura, che nei modi e nello spirito ricorda il tempo di Giobbe. Il pa­store diseredato, quello che ha perduto, per le mortalità o per una serie di disgrazie, tutte le sue pecore, va a chiedere agli altri pastori una pecora a ciascuno per rifare il suo gregge. Nessuno gliela nega, anzi, con uno di quei tratti che da soli basterebbero a dare la misura della profonda umanità di un popolo, tutti seguono di buon grado la tradizionale usanza ed accolgono come un dovere l’aiuto a uno della loro stessa famiglia pastorale, col quale hanno in comune il dolore, il pericolo e il peso della vita. «Et dederunt ei unusquisque ovem suam»”.

In alcune di queste contrade, è stata raccolta, e si conserva con più vivezza che altrove, l’im­magine dell’antica pace della terra; dell’antica giustizia dei Re condottieri di greggi e di popoli.

L’attitudine del popolo sardo per la pasto­rizia ha dunque una effettiva portata psicolo­gica; essa si inquadra nell’insieme di una spe­ciale concezione della vita: austera, essenzial­mente sincera e libera”. ((in Cose d’Italia con l’aggiunta di Alcune cose di Francia.(Tumminelli editore, Roma 1943, pagine 56-61).

In questo passo Nino Savarese individua con nettezza e precisione, il ruolo della pastorizia e dei pastori in Sardegna, al di fuori di ogni visione arcadica ed estetizzante :L’aspetto pastorale sardo,per intenderci, non è materia di estetizzanti e di gente incurio­sita: il bello che vi può cogliere uno spirito pro­fondo, deve prescindere dalla pittoricità e rife­rirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli animali, con la terra e con Dio.

Nel contempo al di fuori di ogni prospettiva puramente pratica ed economicistica: Le ragioni che può darci il tecnico per spie­gare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide, ma non bastano, se non si tien conto di una speciale attitudine dello spirito sardo.

Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga una naturale disposizione.

E ancora: Non si tratta dunque di contare quante pe­core e quanti uomini coperti di pelli si incon­trano nei Campidani, nella Gallura e nella Nurra, ma di penetrare l’animo, lo spirito che sostiene, qui, la pastorizia.

Gente di campagna che sappia stare a cavallo con questa gravità guerriera, e cavalli agili, forti, ma rozzi, che facciano quasi tutto un corpo coi loro cavalieri per la sicurezza, la disinvolta non­curanza con la quale ne sono posseduti, non se ne vedono in nessun altra regione italiana.

Né occhi come questi che sembrano aprirsi a fatica sugli aspetti sociali, forse perché potente­mente attratti dalla visione di un’altra società, più libera e più armonica”

Savarese conclude con una osservazione avveduta e fine: L’attitudine del popolo sardo per la pasto­rizia ha dunque una effettiva portata psicolo­gica; essa si inquadra nell’insieme di una spe­ciale concezione della vita: austera, essenzial­mente sincera e libera.

In altre parole potremmo dire – traducendo la prosa di Savarese, ma non allontanandoci dal suo pensiero – che Il pastore non è solo una delle una delle tante figure sociali e la pastorizia non è solo un comparto lavorativo ed economico (Il lavoro ha un contenuto che trascende l’economia, e un che di sacro e di esteticamente bello): le sue produzioni certo costituiscono ancora uno dei nuclei fondamentali del nostro prodotto interno lordo, ma il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda: in primis il valore della solidarietà, che non a caso Savarese ricorda quando parla della Ponidura: ”Il pa­store diseredato, quello che ha perduto, per le mortalità o per una serie di disgrazie, tutte le sue pecore, va a chiedere agli altri pastori una pecora a ciascuno per rifare il suo gregge. Nessuno gliela nega, anzi, con uno di quei tratti che da soli basterebbero a dare la misura della profonda umanità di un popolo, tutti seguono di buon grado la tradizionale usanza ed accolgono come un dovere l’aiuto a uno della loro stessa famiglia pastorale, col quale hanno in comune il dolore, il pericolo e il peso della vita. «Et dederunt ei unusquisque ovem suam»”.

O il valore della difesa dell’ambiente e del territorio, in virtù di quello che Savarese chiama rapporto primitivo con la terra”

Sena pastores e sena pastoriu, si-che morit sa Sardigna

Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.

Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione.

Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti.

Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna.

Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”.

Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile,prima ancora che economica e sociale.

Apocalittico e catastrofista? Vorrei sperarlo.

Francesco Casula

 

Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

  

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Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

La salma di Vittorio Emanuele III tornerà in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.

Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna,  Editori Laterza, 2002, pagina 9).

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

  1. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu

Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250).

Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

Marianna Bussalai

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Marianna Bussalai, sardista e femminista ante litteram, antifascista e poetessa, amica di Lussu, è l’oranese di cui parlerò giovedì prossimo 30 novembre a Flunimi di Quartu, nella scuiola elementare di Via Ligure,3. Organizza l’Associazione culturale ITA MI CONTAS.

  1. la vita

Marianna Bussalai, “Signorina Mariannedda de sos Battor Moros”, così veniva chiamata dagli oranesi, è i una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista. Una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi abbandona a causa di una malattia che non le permette di potersi recare a Nuoro per proseguire gli studi. Autodidatta – legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, – con cui ha un fitto carteggio epistolare – e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota ascendenza), gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi. Di Montanaru traduce le poesie in italiano. Di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva – la possibilità di leggere e comprendere l’opera.

  1. Il sardismo di Bussalai

 “II mio sardismo – scriverà in una lettera all’avvocato Luigi Oggiano – è nato da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d’Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte”.
Quello della Bussalai è dunque un Sardismo ante litteram, nasce inizialmente come sentimento o, più precisamente, come ri-sentimento contro uno Stato patrigno. Di qui la sua militanza nel Partito sardo d’azione e la sua “devozione” nei confronti di Lussu, che periodicamente le scriveva dall’esilio a Parigi.

  1. Le sue poesie

Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali. Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, – ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà – li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione. Marianna Bussalai infatti durante tutto il ventennio fascista diventa a Orani – ma non solo – punto di riferimento dell’antifascismo, la sua casa è il circolo antifascista, composto di ragazzi e ragazze, di uomini e donne.
Da parte mia ritengo che gli scritti più validi e, ancora oggi più che mai attuali, siano i suoi Mutos e Mutetus, in lingua sarda. Soprattutto quelli ironici e satirici con cui ridicolizzava i gerarchi e gli scherani del fascismo e Mussolini stesso (nel cui nome allungava il mussi-mussi, l’appellativo con cui si chiamano in Sardo i gatti e la cui espressione deriva dal latino mus (topo) e dunque a fronte di mussi-mussi il (gatto si avvicina).

Eccone alcuni:
“Farinacci est bragosu/ca l’ana saludau/sos fascistas de Orane/tene’ pius valentia/de su ras de Cremona/su Farinacci nostru.”

Ite bella Nugòro / tottu mudada a frores / in colore ‘e fiama. / Ite bella Nugòro / solu a tie est s’amore / ca ses sa sola mama / Sardigna de su coro/ Saludan’ sos sardistas / chin sa manu in su coro / de sas iras fascistas / si nde ride’ Nugòro.

  1. Le amiche e gli amici di Marianna Bussalai
    Aveva due grandi amiche e compagne di lotta: Mariangela Maccioni e Graziella Sechi-Giacobbe, che considera “dolci ed eroiche amiche”. La prima è maestra elementare e moglie di Raffaello Marchi (verrà sospesa dall’insegnamento perché ostile al Fascismo), la seconda ugualmente antifascista è moglie di Dino Giacobbe, il mitico combattente e comandante nella Guerra civile in Spagna contro Franco. Formano la cosiddetta triade sardista e antifascista.

Ma aveva anche molti amici:Lussu,Dino Giacobbe, i fratelli Melis, Oggiano, Mastino, Sebastiano Satta, Montanaru. Ma aveva amici, in modo particolare fra i giovani: per cui era un punto di riferimento intellettuale e culturale oltre che politico.

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

di Francesco Casula

A Cagliari c’è una Via (piccola traversa di Viale Trieste) con questa intestazione: Via XXIX novembre 1947.

Credo che pochi cagliaritani e sardi conoscano questa data e perché ad essa sia stata dedicata una via. Se lo sapessero probabilmente la rimuoverebbero.

Io mi accontenterei di porre, magari a fianco, una bella lastra di marmo con una didascalia che illustri e chiarisca la vicenda sottesa a quella data.

Il Manifesto sardo potrebbe farsi promotore di tale iniziativa, avanzando al Comune di Cagliari e al Sindaco Zedda la proposta. In tal modo quella Via inizierebbe a parlare, ai Cagliaritani e ai Sardi. Rendendoli edotti e consapevoli di una triste e funesta vicenda. Oggi è infatti, questa strada è muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data.

Scriverei, sinteticamente questo: il 29 novembre del 1947 ci fu la Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, Con essa l’Isola veniva deprivata del suo Parlamento, perdeva la sua indipendenza statuale e dunque finiva il Regnum Sardiniae.

A chiedere  la Fusione, che verrà decretata da Carlo Alberto, furono alcuni membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né istituzionale (Il Parlamento neppure si riunì ) né tanto meno, popolare. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino, gran conoscitore di “cose sarde”, ha parlato di “rapina giuridica”.

Certo a favore della Fusione ci furono manifestazioni pubbliche a Cagliari (dal 19 al 24 novembre) e a Sassari nel 1947: ma esse erano erano poco rappresentative della popolazione sarde in quanto i partecipanti appartenevano quasi sostanzialmente ai ceti urbani. Ma soprattutto esse rispondevano esclusivamente agli interessi della nobiltà ex feudale, illecitamente arricchitasi, con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde.

Nella fusione inoltre  vedevano una possibile fonte di arricchimento la borghesia impiegatizia e i ceti mercantili.

I sostenitori della Fusione – ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor – si illudevano o, comunque speravano, che venissero estese anche alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale.

La realtà fu un’altra: l’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quello politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo –  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852)

Gli stessi sostenitori della Fusione, ad iniziare proprio da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di follia collettiva, riconoscendo l’errore. “Errammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”, ebbe a scrivere Pintor.

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

Tra le prime conseguenze della Fusione il servizio militare obbligatorio per i giovani sardi e il “sequestro” da parte dello Stato piemontese di tutte le miniere e di tutte le risorse del sottosuolo. Che furono date in concessione, per quattro soldi, a “capitalisti”, o meglio a “briganti”, in genere stranieri (francesi, belgi eccJ ma anche italiani).

Questi “spogliatori di cadaveri” –scriverà Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919, – “si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione,senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”.

Oggi Via XXIX Novembre a Cagliari è una strada muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data. Con una bella didascalia ci comunicherebbe la verità storica. Funesta e drammatica ma da conoscere..

Presentazione del libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” a ONIFERI

Montanaru e la lingua sarda

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Montanaru e la lingua sarda (di Francesco Casula)

I consiglieri regionali che in Commissione Cultura, discutono di lingua sarda, del suo ruolo e funzione, specie in relazione all’insegnamento a scuola, della sua unitarietà e di standard, farebbero bene a rivedersi quanto Montanaru ha scritto in proposito.

Lo ha ricordato anche Gigi Littarru, il combattivo sindaco di Desulo, qualche giorno fa a Seneghe, al festival “Cabudanne de sos poetas”.

Per intanto, occorre ricordare che Antioco Casula (Montanaru), al di là della sua funzione letteraria e poetica vede, nella lingua sarda, anche una funzione civile, educativa e didattica. Ecco cosa scrive nel suo Diario: “…il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalità del nostro popolo.

E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino” .
E ancora: “Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li circonda usando la lingua materna” .

Si tratta – come ognuno può vedere – di una posizione avveduta, sul piano didattico, culturale ed educativo e moderna. Oggi infatti linguisti e glottologi come tutti gli studiosi delle scienze sociali: psicologi e pedagogisti, antropologi e psicanalisti e persino psichiatri sono unanimemente concordi nel sostenere l’importanza della lingua materna: per intanto per lo sviluppo equilibrato dei bambini.

Secondo gli studiosi infatti il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese. Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche. Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica.

Lingua materna che significa identità, e l’Identità come lingua si fa parola e la parola si fa scrittura che chiama i sardi all’unione, non solo con il sentimento ma con l’autocoscienza:quello di appartenere alla stessa terra-madre. “Per difendere – dice Montanaru – la personalità del nostro popolo”

Un’identità mai del tutto compiuta e conclusa, ma da completare in continuum, attingendo alle peculiari risorse spirituali, morali e materiali della tradizione, purgandole delle scorie inutili o addirittura maligne: e ciò non può però significare un incantamento romantico del passato, una sterile contemplazione per ridursi e rispecchiarsi in se stessi o per chiudersi nelle riserve

Una lingua che non resta dunque immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ e si “ricostruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale: come già sosteneva Gramsci.

In tal modo la lingua, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
E comunque in quanto strumento di comunicazione è capace di esprimere tutto l’universo culturale, compreso il messaggio politico, scientifico, e non solo dunque – come purtroppo ancora oggi molti pensano e sostengono – contos de foghile!

Ma la posizione di Montanaru in merito alla lingua sarda emerge ancor più nella polemica che ebbe con tale Anchisi. Nel 1933 il poeta desulese pubblicò Sos cantos de sa solitudine che riscosse un buon successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista collaboratore dell’Unione Sarda, il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto.

Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madre lingua.
Nella replica Montanaru farà infatti, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che “la lingua dei padri” sarebbe diventata la “lingua nazionale dei Sardi” perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”.

L’interesse di queste affermazioni è duplice: da una parte auspica, prevede e desidera una sorta di “lingua sarda nazionale unitaria”, dall’altra ancòra la stessa all’etnia auctotona sarda. Si tratta di posizioni, culturali, linguistiche e politiche estremamente attuali che saranno sviluppate negli anni ’70 dall’algherese Antonio Simon Mossa, il teorico dell’indipendentismo moderno.

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

 
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Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Anche durante il suo regno, fin dall’inizio del Novecento, continua la repressione violenta nei confronti della protesta popolare e dei movimenti di opposizione che aveva  caratterizzato la fine dell’Ottocento, culminata con l’omicidio di Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti per “vendicare” la strage di Milano del 1898.

  1. Repressione poliziesca agli inizi del Novecento in Sardegna:

L’eccidio di Buggerru. La sommossa di Cagliari , Villasalto e Iglesias

Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”. Anche a Buggerru, allora importante centro minerario, l’esercito, come a Milano nel 1898, sparò sulla folla inerme. Il 4 settembre del 1904 nel paese giunsero da Cagliari due compagnie del 42° reggimento di fanteria. La folla che gremiva la strada principale del paese li accolse in un silenzio ostile. Poco dopo i soldati con le baionette già cariche si schierarono in assetto da guerra all’esterno dell’Albergo dove alloggiavano. Le minacce e i tentativi di disperdere con la forza i manifestanti da parte dei soldati non sortirono alcun effetto. Fu allora che i soldati imbracciarono i moschetti e spararono sulla folla inerme. La tragedia si consumò in pochi minuti: sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni, di Masullas, e Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara, erano morti. Un terzo, Giustino Pittau, di Serramanna, colpito alla testa, morì in ospedale. Un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni perì.

A Cagliari due anni dopo nel 1806, in seguito a una sommossa popolare contro il caro vita ci furono 10 morti.

“Alla notizia dei morti di Cagliari – scrive Natale Sanna – insorsero subito i centri minerari dell’Iglesiente con richieste varie, scioperi, saccheggi, scontri con i soldati, morti (due a Gonnesa e due a Nebida) e feriti (17 a Gonnesa e quindici a Nebida) fra i dimostranti”1.

Duramente repressi furono anche gli scioperi e le manifestazioni che si innescarono sempre dopo i fatti di Cagliari a Villasimius, San Vito, Muravera, Abbasanta, Escalaplano, Villasalto (con 6 morti e 12 feriti). Mentre a Iglesias nel 1920 i carabinieri sparano su una manifestazione di minatori causando 7 morti.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte però sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari immani lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi e il fio maggiore fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’este sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata”2 .

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere allo stesso Lussu – in Un anno sull’altopiano – Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.In cambio delle migliaia di morti,  – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 3.

  1. Vittorio Emanuele III e il Fascismo.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Non tenendo conto che nelle ultime elezioni politiche del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

Non tenendo conto che i due partiti democratici e di massa nelle stesse elezioni avevano trionfato: il Partito Socialista Italiano con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo con il 20% dei voti e 100 seggi.

Mussolini di fatto esautorerà la stessa monarchia che beata e beota si godeva il suo “impero” di sabbia con le conquiste imperiali, che evidentemente riteneva dessero lustro e prestigio alla stessa monarchia, non comprendendo che invece di volare stava precipitando e con essa l’intero popolo italiano e quello sardo in primis! Abbeverato di olio di ricino, internato nelle galere e esiliato al confino, condannato per ben quattro lustri ad ulteriore sottosviluppo.

Scrive Carta Raspi: ”Mussolini più volte aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da rateare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse. Già sarebbero state briciole; ormai le aquile imperiali spaziavano nel mediterraneo e oltre tutto veniva inghiottito dalla Libia, poi dalla conquista dell’Abissinia e dalla guerra di Spagna. Solo all’inizio della seconda guerra mondiale Mussolini si ricordò della Sardegna, per attribuirle il ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo occidentale”4.

In conclusione Vittorio Emanuele III non separò mai le sorti e le responsabilità della dinastia da quelle del regime: sul piano interno non si oppose alla graduale soppressione delle libertà garantite dallo Statuto e non si oppose neppure all’infamia delle leggi razziali e sul piano estero non si oppose alla seconda guerra mondiale.

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. E corresponsabile sarà anche il re. Ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi5: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu!…(Il nostro Re ha dato mano libera a quel parolaio di servaccio dell’anticristo figgito dall’inferno… A meno che la corona di imperatore non gli abbia infracidito il cervello!)

Scrive invece lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra – aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali, in seguito ai gravissimi danneggiamenti che colpirono molte città della Cina, del Giappone e della Germania e alle distruzioni subite dall’unione sovietica, dove furono pressoché rase al suolo 1700 città e 70.000 villaggi” 6. Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Scrive a questo proposito lo storico sardo Natale Sanna: ”Durante l’ultima guerra la Sardegna, per la sua posizione strategica, le importanti basi navali e i circa quindici campi di aviazione in essa dislocati attirò l’attenzione dei comandi alleati. Dovette perciò subire, fin dai primi anni del conflitto, numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni”7.

  1. Vittorio Emanuele III e le leggi razziali.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, –  non esistendo più una unità di comando e di direzione –  essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Note Bibliografiche

  1. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 472.
  2. Brigaglia-Mastino- Ortu, Storia della Sardegna, 5, Editori Laterza, 2002, pagina 9.
  3. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna op, cit. pagina 914.
  5. Bastià Pirisi, S’Istranzu avventuradu – Cumedia ind’unu actu , Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1969,
  6. Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250.
  7. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, op. cit. pagine 487-488.

Umberto I di Savoia (1878-1900)

  • Umberto I di Savoia (1878-1900)
    di Francesco Casula
    Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque
    corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che
    furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna.
    In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la
    deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi
    liberticide e una repressione feroce.
    1. campo fiscale.
    Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre
    regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe
    Dessì nel romanzo Paese d’ombre: “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le
    imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla
    sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.
    In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a
    fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai
    Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse
    di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la
    rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”
    1
    .
    a. tassa sul macinato
    Durante il suo regno permarrà l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel
    1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di
    pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato
    nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”
    2
    .
    b. aggio esattoriale
    Scrive lo storico Ettore Pais:”Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media
    che non supera il 3%,, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a
    14%”
    3
    .
    A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte
    che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 –
    anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di
    immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre
    regioni messe insieme”
    4
    .
    Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – , la media
    delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre
    Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.
    2. Campo economico
    1
  • In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a
    beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda.
    Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini,
    vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
    La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre
    aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti.
    Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del
    Risparmio di Cagliari.
    Mentre Raimondo Carta Raspi annota: ”Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia
    26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle
    industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo
    commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali”
    5
    .
    Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma
    l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali
    siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai
    contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e
    buoi.
    Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e
    persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo
    del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.
    (Vedi Pimpiria).
    3. Campo ambientale
    L’Isola del
    «
    grande verde
    »,
    che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche
    e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia
    documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di
    secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade
    ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici
    Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per
    dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e
    fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti
    bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i
    toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte
    Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio
    silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
    Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo
    delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento.
    Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863
    e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben
    586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”
    6
    .
    2
  • Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata
    dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla
    deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos
    fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi
    i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu
    pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al
    forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
    E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle
    foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere
    tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno.
    5. Nel campo delle liberta e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.
    Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e
    liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore:
    appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e
    della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben
    6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero
    prigionieri).
    Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del
    generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc)
    garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo
    Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più
    di 400”
    7
    .
    EbbeneilreUmberto,ribattezzatodaglianarchiciRe mitraglia, forse per premiare il
    generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine
    militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
    Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il
    capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno
    solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio
    esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio
    arrestò migliaia di persone.
    Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo
    cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera
    società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli
    arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col
    fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei
    perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro
    di persona in grande, per fare scuola”
    8
    .
    Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta
    anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un
    clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa
    3
  • popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa
    violentemente: ci furono 6 morti.
    Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i
    morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
    L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché
    venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati
    e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti
    dell’isola.
    La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne
    condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16,
    mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono
    condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
    Note Bibliografiche
    1. Giuseppe Dessì, prefazione di Sandro Maxia, Ed. Ilisso, Nuoro 1998, pagina 292.
    2 Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440.
    3. F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam,
    Padova, 1959, pagina 245.
    4. F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958, pagina 162
    5. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882.
    6. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006,
    pagina 161.
    7. Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461.
    8. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, op. cit. pagina 162.
    4

Vittorio Emanuele II di Savoia

Vittorio Emanuele II di Savoia

Carlo Alberto (1831-1849)

I TIRANNI SABAUDI

n.7 Carlo Alberto (1831-1849)

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di Francesco Casula

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico ma soprattutto ebbe l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo sia come principe di Carignano che come re di Sardegna fra liberalismo e conservatorismo reazionario: così nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione al re Vittorio Emanuele I di Sardegna, sostenendo i vari movimenti legittimisti d’Europa contro i liberali; mentre ancora nel 1848 era indeciso se firmare lo Statuto o essere fedele al suo passato reazionario. E comunque “almeno nel primo periodo di regno, oltre ad essere come i suoi predecessori, un re assolutista e reazionario, era anche un timido e irresoluto”1.

Fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832. Ricorrendo a un grosso contingente di truppe contro gli oppositori alla Legge delle Chiudende, soprattutto a Nuoro e nel Nuorese (Oliena, Mamoiada, Sarule, Orotelli, Bitti, Fonni, Orani), nel Goceano (Benettuti, Illorai, Bono) e nel Marghine ma anche a Benettuti, Ozieri, Pattada, Buddusò: nei luoghi cioè dove l’economia prevalente era basata sulla pastorizia, colpita a morte dalla privatizzazione delle terre.

La repressione indiscriminata nei confronti delle popolazioni sarde, nel classico stile sabaudo con galera, esilio, fucilazioni e torture indicibili, sarà denunciata, con forza e determinazione da Giorgio Asproni, alla Camera dei deputati: ”La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le infamie decretate e non patite; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spasmi delle famiglie per i loro cari mandati in esilio per ingiusti sospetti, per deferenze vili e per sdegnosa e nobile renuenza a tradimenti immorali; gli schiaffi e le battiture ai dete­nuti carichi di ferri in mezzo a’ birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni che per terrore dei maltrattamenti s’evadevano; il rigoroso digiuno, anzi la lunga fame a chi non depo­neva a genio di quei giudici spietati, e finalmente le insidie e gli stillicidi di acque freddissime fatti con studiata crudeltà sgocciolare dai tetti nella iemale stagione sul collo dei testimoni più tenaci in attestare il vero e negare il falso”2 .

La denuncia delle repressioni da parte dell’Asproni è del 27 giugno 1950: nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio. La giustizia pubblica non esaudiva i lamenti; l’irritazione era grande. Dopo un lustro di pazienza onesta sfogata in ricorsi rassegnati al superiore e sordo governo, i popoli trascorsero agli atti che suole insinuare la disperazione, consigliera terribile dei vessati mortali”3.

A proposito di repressione non possiamo sottacere l’infame delitto di cui il re Tentenna si macchiò con l’ordine, dato personalmente, della condanna a morte di un liberale sardo, Efisio Tola. Il reato? “per avere avuto fra le mani libri sediziosi”! Tola aveva 29 anni anni!

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, foriere secondo loro, di magnifiche e progressive sorti per la Sardegna