L’ISOLA DELLE STORIE a Gavoi: aspetto l’invito di Fois..

Ritorna quest’anno il Festival di Gavoi che si terrà dal 1 al 3 luglio.
E io sono speranzoso. Aspetto una telefonata di Marcello Fois che mi inviti a partecipare per presentare il mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”.
Credo di avere tutte le carte in regola: pur pubblicato ormai nel lontano 2016 (con la prima edizione), continua ad essere richiesto e venduto in migliaia di copie: per un libro di storia (e in Sardegna) un vero e proprio miracolo.
A breve uscirà la terza edizione e sono ormai 10 le ristampe
E’ arrivato alla 158° presentazione (con quella di Ales venerdì prossimo 24 giugno).
E’ stato presentato in città e paesi sardi ma anche in Italia: nella Biblioteca del senato della repubblica come nella capitale sabauda, Torino, con il patrocinio del Comune.
E se l’invito non arrivasse?
Tranquillo Fois: continuerò con le presentazioni e con la diffusione dell’opera: in Sardegna come in Italia.
E tu continua pure a parlare in italiano escludendo la Sardegna. Continua pure con il tuo italocentrismo e la tua esterofilia.
Mentre il tuo festival continuerà “a mangiare” in sardo.
Francesco Casula

Una Repubblica dimezzata

Una Repubblica dimezzata
Francesco Casula
Domani 2 giugno si festeggia la proclamazione della Repubblica.
Deve essere chiaro: la cacciata dei tiranni sabaudi è un’ottima notizia: soprattutto per i sardi. Che hanno subito sulla loro pelle una politica funesta di oppressione, ben più degli altri popoli italici, avendone patito la presenza fin dal 1720. E sanno dunque per lunghissima esperienza “di che lacrime grondi e di che sangue” la loro tirannia.
Ma si tratta di una Repubblica dimezzata per una serie plurima di motivi. Ne tratteggio almeno tre:
1.Simbolicamente i Savoia (con i loro famigli, amici e pretoriani) continuano a “regnare”: segnando e marcando il nostro territorio: con le Vie, le Piazze, le Scuole a loro dedicate. Continuano a “dominare” con le loro statue che ci avvertono, dall’alto del piedistallo, che noi sardi siamo sudditi e loro, sovrani.
2.Tutto l’armamentario legislativo della Repubblica è ancora infarcito e “popolato” dalla vecchia legislazione monarchica: o addirittura fascista, zeppo com’è di norme che risalgono a quel periodo infame. In un perfetto continuismo, culturale ancor prima che giuridico. Cui occorre aggiungere tutta l’impostazione della stessa Costituzione repubblicana incentrata sul “centralismo” del leviatano statuale e su un articolo liberticida, come il quinto, sulla “Repubblica una e indivisibile”.
3. Ma l’elemento di “continuità” ancor più odioso, almeno a livello simbolico e politico-culturale è l’eredità dell’Inno “Fratelli d’Italia”, non solo tipicamente monarchico ma con abbondanti elementi fascisti, in relazione soprattutto alla cosiddetta “romanità”.
Un Inno brutto, bellicista e guerrafondaio, militarista e militaresco. Ultraretorico.
Che riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”.
Di grazia che c’entrano con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità, i combattenti della Lega lombarda; i Vespri siciliani; Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci?
E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli.
Ma quello che maggiormente disturba – dicevo – è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”. Romanità, non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio e le aquile, e il gesto di saluto con il braccio teso.
Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo : romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !*
Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa di del caput mundi.
Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », « un genuino discendente di sangue degli antichi romani ».
Lo testimoniava, -secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna»
Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino.
Amen!
* Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

Vittorio Emanuele II : re galantuomo o rozzo beccaio?

Vittorio Emanuele II:
re galantuomo o rozzo beccaio?
di Francesco Casula

La storia sarda, (ma anche quella italiana) così come viene raccontata dai testi scolastici come dai Media in genere, quando non è falsa e falsificata, è una storia agiografica e mistificata. Segnatamente quella riguardante il cosiddetto Risorgimento e l’Unità d’Italia: con i “protagonisti” idolatrati e, cortigianescamente, esaltati. Non a caso, a loro (come ai loro pretoriani e amici) continuano ad essere dedicate, ubiquitariamente, Piazze, Vie, Monumenti, Scuole, Edifici pubblici, di qualsivoglia genere.
A loro vengono affibiati epiteti vezzeggiativi: così Carlo Alberto,è re liberale; Umberto I, re buono: Vittorio Emanuele II, re galantuomo e Padre della Patria.
A proposito di quest’ultimo non sembra essere d’accordo Lorenzo Del Boca*, storico, saggista e per 11 anni Presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, piemontese di nascita e di formazione, a dimostrazione che l’onestà intellettuale , rimane tale a qualsisi latitudine e versante geografico venga misurata.
Per Del Boca lungi dall’essere galantuomo sarebbe un rozzo beccaio, alludendo evidentemente al fatto che morto da neonato il “vero” Vittorio Emanuele (in seguito a un incendio che avrebbe ucciso con il bambino la stessa governante), la famiglia reale avrebbe sostituito il neonato con il figlio di un certo Tonca, che di mestiere faceva appunto il macellaio.
A mio parere comunque, non è questo il problema: la critica all’osannato re galantuomo, che la storiografia ufficiale ha usato come un santino esemplare di un processo risorgimentale, deve essere condotta su altri versanti che conduce a un verdetto impietoso: il suo lascito è, per tutta l’Italia e non solo per la Sardegna, radicalmente negativo e, scrive Del Boca, “foriero di mali divenuti endemici”.
Scrive ancora Del Boca:“Vittorio Emanuele II diventò re d’Italia quasi per caso e, certo, senza che lui lo desiderasse davvero. Altri erano i suoi interessi e le sue ambizioni. Gli eroismi – di cui si disse – fu protagonista, furono operazioni di maquillage e di millantato credito costruiti a posteriori, inventati di sana pianta o aggiustati in modo da sembrare onorevoli”.
E prosegue:”Il suo principale impegno si riassumeva nel preoccuparsi dei propri affari disinteressandosi di quelli del governo. I sudditi naturalmente avevano la libertà di pagare le tasse che le ricorrenti “finanziarie” dell’epoca imponevano loro, in modo che lui avesse qualche occasione in più per rovistare nell’erario e prelevare quanto gli seviva. La lista civile a sua disposizione – cioè l’insieme dei beni economici – era la più alta fra i paesi del mondo conosciuto e, facendo un rapporto con il potere d’acquisto, mai eguaglita in nessun tempo. Gli zar costavano meno, costa meno la regina d’Inghilterra e le spese della Casa Bianca sono più modeste. Nel 1867 il suo appannaggio raggiunse la cifra di 16 milioni, pari al 2% del bilancio complessivo dello Stato.
Aveva mantenuto tutti i palazzi di casa savoia, ma rastrellando regioni e cacciando i sovrani che le governavano, acquisì le proprietà di quelle dinastie e le tenne tutte per sé…Calcoli attendibili indicano che i suoi immobili, comprese le tenute di caccia, fossero 343”.
Insomma uno famelico. Come e più dei suoi predecessori: penso in modo particolare a Carlo ferotze.
Ma qui mi fermo. Ci saranno altre puntate, per raccontare – fra l’altro – la corruzione che regnava sovrana nel suo Palazzo: altro che re galantuomo!
*Lorenzo Del Boca, SAVOIA BOIA,Piemme, Milano 2018

La censura neosabadua

TORINO :La censura neosabauda e la proposta (risibile) di “ritoccare il titolo del libro” perché “Tiranni sabaudi” poteva urtare qualche sensibilità” di Francesco Casula
Questi i fatti.
L’associazione dei sardi “Antonio Gramsci” di Torino decide di festeggiare quest’anno Sa Die de sa Sardigna presentando il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”.
In largo anticipo rispetto alla data (28 aprile) presenta una richiesta formale per poter utilizzare come location il Museo del Risorgimento, all’interno di Palazzo Carignano. sede storica del primo Parlamento subalpino (1848-1861) e del primo Parlamento del Regno d’Italia (1861-1864).
Per settimane l’Associazione aspetta inutilmente una risposta. Che non arriva.
Arriva invece – dichiara Enzo Cugusi, componente del direttivo dell’Associazione e già Consigliere comunale a Torino – “una richiesta informale di ritoccare il titolo dell’appuntamento perché poteva urtare qualche sensibilità”.
Richiesta risibile e provocatoria che giustamente e opportunamente viene respinta: si doveva cambiare il titolo stesso del libro! E magari il contenuto?
Alla provocazione della richiesta, si aggiunge l’ipocrisia del direttore del Museo del Risorgimento, Ferruccio Martinotti che nega il tutto. “Sono innocente – scherza – e sottoporrò al consiglio del Museo la proposta dell’associazione il 26 aprile e se sarà approvata daremo disponibilità della sala prossimamente”.
Sapendo che la presentazione del libro si farà il 28 aprile e quindi mancherebbero comunque i tempi necessari. Tempi che il Direttore ha avuto a iosa, essendo stata presentata la richiesta più di un mese fa.
Insomma ai neosabaudi torinesi fa paura la stessa parola “tiranni sabaudi”. Ma non si preoccupino: la sentiranno forte e decisa. Perché il libro, a Torino, alla faccia della loro censura, lo presenteremo ugualmente. E invitiamo Sardi, Torinesi e Piemontesi e Italiani a partecipare numerosi.
L’appuntamento è per il 28 aprile nel Municipio (Sala rossa), Palazzo di Città,1 alle ore 16.
Coordinerà i lavori Enzo Cugusi. Presenterà il libro Giuseppe Melis Giordano. Mentre Francesco Caula concluderà.
Tina Cosseddu canterà, accompagnata dalle launeddas di Nicola Diana, alcune ottave dell’Inno “Su patriota sardu a sos feudatarios” e di “Nanneddu meu” de Peppino Mereu.

Il coraggio di osare: OLLOLAI si autocandida come capitale della cultura per il 2025.

 di Francesco Casula
Ollolai, intende candidarsi a Capitale della Cultura per il 2025. Lo ha annunciato l’amministrazione comunale guidata dal sindaco Francesco Columbu. A giorni il Comune di Ollolai costituirà il comitato promotore con il coinvolgimento di personalità locali e globali, al fine di trovarsi pronto a rispondere al bando che verrà pubblicato dal ministero competente la prossima primavera. “Ollolai, piccola comunità resiliente caratterizzata da un forte senso di identità ed interazione con la natura – si legge in una nota stampa del Comune – rappresenta la matrice culturale che consentirà di prendere coscienza della forza del modello già esistente all’interno di queste piccole comunità. Resistenti e predisposte ai continui cambiamenti e adattamenti della società”. Dunque una comunità ben ancorata alle proprie radici etono-storiche ed etno-linguistiche ma insieme aperta al mondo e al suo respiro. La comunità di Ollolai è la storica Capitale della Barbagia, (già Curatoria nel Regno giudicale di Arborea), insediata in uno dei cinque territori mondiali definiti “blue zone” per la longevità della popolazione, in un compendio di boschi e fonti, tra i principali polmoni verdi d’Europa, con un allevamento certificato al 100 per cento al benessere degli animali, sede dell’associazione dei gruppi di canto a Tenore e della Federazione della lotta tradizionale sarda S’Istrumpa, espressioni culturali riconducibili al Pastoralismo, riconosciuto dall’Unesco tra i capolavori dell’umanità e comunità che valorizza la propria identità ed allo stesso tempo, anche con visionari progetti di rigenerazione urbana e ri-popolamento, non teme il confronto ed i cambiamenti. L’obiettivo è quello di partecipare alla designazione della Capitale Italiana della Cultura 2025 con un tema preciso e con un programma culturale che coinvolgerà le piccole comunità del mondo che resistono a quello che sembrava inevitabile sino a poco tempo fa: l’inurbamento incontrollato e distruttivo. Il tutto per promuovere un modello culturale resiliente. L’iniziativa di Ollolai che “valorizza la propria identità ed allo stesso tempo, anche con visionari progetti di rigenerazione urbana e ri-popolamento non teme il confronto ed i cambiamenti” è straordinaria: e dunque da sostenere senza riserve. Essa infatti prefigura un processo e un progetto di sviluppo e di futuro non della sola Ollolai ma della Sardegna intera, altro e diverso, rispetto a quelli, devastanti, che rischiano di affermarsi se proseguisse la tendenza, oggi in atto,“dell’inurbamento incontrollato e distruttivo”. Che ridurrebbe la nostra Isola a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto (ad iniziare dai Servizi pubblici e dai Presidi culturali, scuole in primis) in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri.. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Disoccupati o disterraos. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte. Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione. Una Sardegna che si ridurrebbe in tal modo a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti. Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile, prima ancora che economica e sociale.
 
 
 
 
 
Visualizzato da Francesco Casula alle 10:54
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Violenza sulle Donne

 

VIOLENZA SULLE DONNE:

Un infame femminicidio savoiardo. Il caso di Ambrogia Soddu.
Fallito il generoso ed eroico tentativo (sfortunato) di liberare la Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia sabauda, si scatenò la repressione savoiarda, crudele e sanguinaria: ad essere colpiti furono innanzitutto due Comunità simbolo della resistenza antifeudale: prima Bono poi Thiesi.
Bono è anche il paese natale di Giovanni Maria Angioy: dunque doppiamente simbolo, da distruggere.
Fra il 18 e il 19 luglio del 1796 nel paese del Goceano arrivano 900 giannizzeri con 4 cannoni, per bombardare, devastare, incendiarlo. A guidare la soldataglia sono tre voltagabbana Ignazio Musso, Nicolò Guiso ed Efisio Pintor: solo due anni prima democratici e seguaci di Giovanni Maria Angioy, passati poi nel campo della reazione e vendutisi per un piatto di lenticchie. Pintor per essere diventato amministratore di un feudo e nel 1807 sarà podatario dei Marchesati di Villacidro, Palmas, Musei ed Orani.
Incendiano le case e devastano il paese. Fortunatamente gli abitanti, avvertiti dai paesi vicini, sono tutti scappati. E’ rimasta solo Ambrogia Maria Soddu di 60 anni, paralitica. Che non è potuta scappare in virtù della sua disabilità. Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono e così, testimoniano i documenti, violenter animam Deo redditit. Una titulia. Una vera e propria infamia.
Persino lo storico ufficiale (e cortigianesco) dei tiranni sabaudi, Giuseppe Manno ebbe a dire:”Non hanno avuto pieà di una povera invalida”.
Oggi Bono non ha Vie o Piazze dedicate ai savoia. Ma neppure a Ambrogia Maria Soddu: sarebbe ora che ne dedicassero a questa loro martire innocente e sfortunata!

Non b’at rivolutzione indipendentista sena rivolutzione culturale natzionale.

Non b’at rivolutzione indipendentista Sena rivolutzione culturale natzionale.

di Francesco Casula

Non b’at indipendenztia sena una cussentzia nazionale meda forte: l’at naradu Elisenda Paluzie, Presidente de s’Assemblea nacional catalana, chi chenapura e sabadu colau, at atobiadu s’Assemblea nazionale sarda (ANS) e sos Partidos e Movimentos indipendentistas. Prus de chimbant’annos sa matessi idea aiat tentu e e su matessi meledu aia fatu Antonio Simon Mossa, su prus mannu teoricu e ideologu del s’indipendentismu sardu modernu. Pro Simon Mossa su sinnu e su simbulu prus craru e prus fungudu de s’identidade natzionale de unu populu est sa limba. Issu difatis ischit bene chi unu populu sena identidade, mesche linguistica e culturale, est destinadu a si-nche morrere: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna”. E, semper sighinde, iscriet: “I fenomeni di lacerazionedel tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica. Ma questo discorso è valido nella misura in cui lo fanno proprio tutti i popoli parlanti una propria originale lingua e stanzianti in un territorio omogeneo, costituenti insomma una nazione che sia assoggettata e inglobata in uno Stato nel quale l’etnia dominante parli una lingua diversa” . A cara de custu perigulu e de custu arriscu mannu chi resultat dae su fatu chi sos Sardos sunt disamparende unu de sos elementos prus essentziales de s’Identidade issoro, balet a narrer sa limba materna, Simon Mossa traballat in custu tretu e in cussu prus mannu puru chi pertoccat sa sardidade e duncas s’etnos, cun sos iscritos e umpare cun s’atzione e sa faina politica. S’atividade sua pro sa costrutzione e ricostrutzione de si’Identidade etnonatzionale de sos Sardos, cussiderada dae cada puntu de bista, -amus giai allegadu de cussu architetonicu e artisticu- fiat meda manna mescamente in s’istudiu e in s’avaloramentu de sa limba sarda e de su catalanu de Alighera. Istudiosu de limba e de linguistica meda amantiosu, amento, ma est sceti un assmbru, chi traduit in limba sarda s’Evanzeliu e iscriet otavas bellas e galena, pessat chi su Sardu : “lungi dall’essere un dialetto ridicolo è già, ma in ogni modo può e deve essere una lingua nella misura in cui sia parlato e scritto da un popolo libero e capace di riaffermare la propria identità”. A propositu de custa chistione ponet custa pregunta “Hai mai meditato su ciò che significa l’esclusione della nostra lingua madre dalle materie di insegnamento delle scuole pubbliche e il divieto di farne uso negli atti “ufficiali”? Ci regalano insegnanti di un italiano spesso approssimativo e zeppo di provincialismo e noi non abbiamo il diritto di esprimerci adeguatamente nella nostra lingua! Ci hanno privato del primordiale e più autenticamente strumento di comunicazione fra gli uomini!” . Narat custa cosas in su mese de Triulas de su del 1967 a su Cunvegnu de “Istudios dotrinarios sardistas” a Bosa, medas annos a in antis chi in Sardigna si faeddet de sa Chistione de su “Bilinguismu perfetu”. Pro custu podimus giustamente narrer chi Simon Mossa est istadu su chi at amaniadu e inditadu sas fainas, sas propostas e sas lutas chi in custos urtimos annos si sunt fatas pro otenner una Leze pro su Bilinguismu. Simon Mossa cun ividriu aiat cumpresu chi sa chistione de sa Limba sarda non fiat solu cussa de la faeddare, – mancari sceti a intro de su foghile – ma de l’iscrier e mescamente de l’imparare in sas Iscolas, e de l’impreare in s’Aministratzione publica: in ateras paraulas sa chistione fiat de l’ufitzializzare.

Carlo Felice e i tiranni sabaudi verso la 150° Presentazione (e oltre)

Francesco Casula

Carlo Felice e i tiranni sabaudi: verso la 150° Presentazione (e oltre). L’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” si avvia a raggiungere e superare le centocinquanta presentazioni entro il 18 dicembre prossimo. Ecco nello specifico: – La 147° in DESULO il 13 novembre (ore 16, Ex Chiesa di Sant’Antonio abate). Organizzata dall’Amministrazione comunale si svolgerà all’interno del “Premio letterario della montagna” dedicato a MONTANARU”. Con l’Autore dialogheranno Gian Carlo Casula (nipote di Montanaru) e Antonangelo Liori. – La 148° in BONORVA il 20 novembre (ore 17.30, Sala Consiliare, Piazza Santa Maria). Organizza il Partito indipendentista LIBERU, con la collaborazione dell’Associazione “Obiettivo Meilogu”. Presiede e introduce Salvatore Sechi. Interviene il sindaco Massimo D’Agostino. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – La 149° in SERRAMANNA il 3 dicembre (ore 17.30, Aula Consiliare). Organizza l’Amministrazione comunale. Porterà i saluti il neosindaco Gabriele Littera. Presenterà l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Concluderà l’Autore. – La 150° in CAGLIARI il 4 dicembre (ore 11, Biblioteca Emilio Lussu a Monteclaro). Organizza la Compagnia teatrale “IL CROGIUOLO”. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Leggeranno alcuni passi del libro attrici/attori della Compagnia. Concluderà l’Autore. – La 151° in CAGLIARI il 10 dicembre (ore 17.30, Sede nazionale della Confederazione sindacale sarda, Via Ancona 9). Organizza la CSS. Presiede il segretario nazionale del Sindacato sardo Giacomo Meloni. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Conclude l’Autore. – La 152° in BONNANARO il 18 dicembre (ore 17.30, Biblioteca comunale). Organizza la Biblioteca comunale. Introduce e presiede Antonio Carai. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. Breve sintesi dell’Opera Carlo Felice e i tiranni sabaudi: verso la 150° Presentazione (e oltre). L’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” si avvia a raggiungere e superare le centocinquanta presentazioni entro il 18 dicembre prossimo. Ecco nello specifico: – La 147° in DESULO il 13 novembre (ore 16, Ex Chiesa di Sant’Antonio abate). Organizzata dall’Amministrazione comunale si svolgerà all’interno del “Premio letterario della montagna” dedicato a MONTANARU”. Con l’Autore dialogheranno Gian Carlo Casula (nipote di Montanaru) e Antonangelo Liori. – La 148° in BONORVA il 20 novembre (ore 17.30, Sala Consiliare, Piazza Santa Maria). Organizza il Partito indipendentista LIBERU, con la collaborazione dell’Associazione “Obiettivo Meilogu”. Presiede e introduce Salvatore Sechi. Interviene il sindaco Massimo D’Agostino. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – La 149° in SERRAMANNA il 3 dicembre (ore 17.30, Aula Consiliare). Organizza l’Amministrazione comunale. Porterà i saluti il neosindaco Gabriele Littera. Presenterà l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Concluderà l’Autore. – La 150° in CAGLIARI il 4 dicembre (ore 11, Biblioteca Emilio Lussu a Monteclaro). Organizza la Compagnia teatrale “IL CROGIUOLO”. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Leggeranno alcuni passi del libro attrici/attori della Compagnia. Concluderà l’Autore. – La 151° in CAGLIARI il 10 dicembre (ore 17.30, Sede nazionale della Confederazione sindacale sarda, Via Ancona 9). Organizza la CSS. Presiede il segretario nazionale del Sindacato sardo Giacomo Meloni. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Conclude l’Autore. – La 152° in BONNANARO il 18 dicembre (ore 17.30, Biblioteca comunale). Organizza la Biblioteca comunale. Introduce e presiede Antonio Carai. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – Breve sintesi dell’Opera – Il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula (Edizioni Graficadel Parteolla, 2019). – documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946). – Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu. – – Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille. – Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco nota anche perché assente e/o mistificata e manomessa dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle “magnifiche orti e progressive”, dimenticando i drammi e le tragedie, le lacrime e il sangue, che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai, – Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse: una per tutte: le leggi razziali.

NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA

NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA
di Francesco Casula
L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali e. sia pure in modo spesso confuso, sposata con convinzione e “batallata” con generosità da plurimi gruppi e movimenti. Ho però l’impressione che da parte di molti venga solo “agitata” e “propagandata”: con slogan e parole d’ordine astratte; piuttosto che “costruita”, e preparata. Temo cioè che molti pensino all’Indipendenza come a un evento che possa scoccare all’ora x, quasi naturalmente. O che comunque si ottenga con la conquista del Palazzo d’inverno, pardon, di Via Roma: cosa peraltro non proprio facile: se è vero che fin’ora, in Via Roma non siamo riusciti a entrare neppure con un consigliere! Non comprendendo che l’Indipendenza, non è un obiettivo che scatta, totu in unu, in un’ora x o con una maggioranza politica-elettorale (pure necessaria) ma costituisce un processo e un progetto da perseguire e costruire, die pro die, iniziando a praticarne degli “spezzoni” a livello culturale e linguistico, come a livello economico. Ovverossia praticando obiettivi che preparino e siano propedeutici all’indipendenza stessa. In questo senso uno degli obiettivi fondamentali che occorre perseguire, con determinazione è la riscrittura di un nuovo Statuto, come Carta costituzionale della Sardegna, che ricontratti con lo Stato Italiano (e con l’Europa), su basi federali (o ancor meglio confederali) il rapporto fra la Nazione sarda e lo Stato. Sono infatti convinto che lo Statuto attuale serva solo per amministrare la nostra dipendenza (coloniale): a livello economico come a livello culturale e linguistico: E nulla spes possiamo in esso nutrire per il futuro senza una radicale modifica. Pensiamo solo alla questione della lingua: continueremo ad abbaiare alla luna, senza un nuovo Statuto che preveda appunto un preciso articolo di legge, come nello Statuto del Trentino (art.19) o della Valle d’Aosta (art.31), che semplicemente reciti: ” In Sardegna la lingua sarda è parificata a quella italiana. Per i territori di loro pertinenza, sono altresì parificati alla lingua italiana il Gallurese, il Sassarese, il Catalano di Alghero e il Tabarchino”. Senza una modifica-aggiunta di tal fatta continueremo a blaterare di bilinguismo: nel migliore dei casi potremmo affidarci a qualche esperienza – sia pur lodevole – di volontariato o di singole scuole. Solo con un preciso articolo sul bilinguismo nello Statuto potremmo pensare all’insegnamento della lingua sarda come materia curriculare. Altrimenti chiacchiere. Flatus vocis. Ho l’impressione che il Pianeta indipendentista, complessivamente, sottovaluti o, peggio, trascuri del tutto l’importanza della modifica dello Statuto. E’ un gravissimo limite: segno di minoritarismo e di cecità ideologica.