BIOGRAFIA ESSENZIALE di Francesco Casula (aggiornata a agosto 2020)

Francesco Casula, ollolaese, Dopo gli studi medi-superiori fatti dai Gesuiti, – frequenta il Liceo “Sociale” di Torino, dove studiò Cesare Pavese – a Roma nel 1970 si laurea in Storia e Filosofia. Tra i suoi professori Natalino Sapegno e Alberto Asor Rosa (letteratura Italiana); Ettore Paratore (Latino); Aldo Visalberghi (Pedagogia); Guido Calogero (Filosofia Teoretica); Lucio Colletti (Storia della Filosofia); Franco Ferrarotti (Sociologia); Franco Lombardi (Filosofia Morale). Tornato in Sardegna per circa quaranta anni insegna nei Licei e negli Istituti superiori. Impegnato politicamente e sindacalmente, fra l’altro è stato segretario generale della Confederazione sindacale sarda (CSS). Giornalista pubblicista, è stato direttore responsabile de Il Solco il giornale del PSD’Az, che fu già di Emilio Lussu, di Tempus de Sardinnia, mensile bilingue della CSS, e di tante altre riviste. Ha scritto più di mille articoli in quotidiani e riviste sarde e italiane. Studioso di storia, lingua e cultura sarda, su questi temi tiene Conferenze e Corsi di formazione e di aggiornamento nelle Scuole per studenti e docenti, e nelle Università della Terza Età. Eletto dal Consiglio Regionale della Sardegna nel gennaio 2000, è stato per 5 anni membro dell’Osservatorio Regionale della lingua e cultura sarda. Fa parte di molte Giurie di Premi letterari di poesia sarda. Fra le sue pubblicazioni: tre saggi storici, -Statuto sardo e dintorni (Ed. Artigianarte, 2001), -Storia dell’autonomia in Sardegna (Ed. Grafica del Parteolla, 2010) e -Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011. Scrive inoltre di critica letteraria: In La poesia satirica in Sardegna (Della Torre Editrice, 2010) ha scritto la parte riguardante la poesia in campidanese. Per l’Alfa Editrice, in lingua sarda, ha scritto 11 monografie su -Gratzia Deledda (2006). -Leonora d’Arborea (2006). -Antoni Simon Mossa (2006),, -Antoni Gramsci (coautore Matteo Porru) (2006). -Amsicora (coautore Amos Cardia) (2007). -Zuanne M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia) (2008). -Zuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), (2008). -Antiogu Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu) (2009) -Gratzia Dore, (2009). Per l’Alfa editrice ha scritto anche la versione in sardo di quattro Raccolte di Novelle nel 2004.: -Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’; -Contos de sabidoria mediterranea; -Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna; -Paristorias a supra de sos nuraghes. Sempre per Alfa Editrice ha scritto -Uomini e donne di Sardegna- Le contro storie (2010). -La lingua sarda e l’insegnamento a scuola, (2010). -Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, (2015). Per Grafica del Parteolla Editore ha scritto: -Letteratura e civiltà della Sardegna, I volume (2011) -Letteratura e civiltà della Sardegna, II volume (2013) -Letteratura e civiltà della Sardegna, III volume- Il teatro in lingua sarda (2020) – Carlo Felice e i tiranni sabaudi, (prima ed.2016- seconda ed.2019)

28 giugno 1914: inizia la Prima Guerra mondiale

 Una guerra che fu semplicemente una inutile strage, una gigantesca carneficina come la definì il Papa Benedetto XV in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis). L’Italia, con un Parlamento a stragrande maggioranza “neutralista”, inizialmente non entrerà in guerra. La sua partecipazione, il 24 maggio 1915, contro il volere della larga maggioranza dello stesso Parlamento, sarà imposta dal re Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta, che firmò l’Atto di ingresso), con la complicità del primo ministro (Salandra) e il responsabile degli Esteri (Sonnino). Voluta dai grandi Gruppi industriali (in primis dalla FIAT e dall’Ansaldo di Genova, guidata dai fratelli Pio e Mario Perrone) che non a caso finanziarono i giornali nazionalisti e guerrafondai, ad iniziare dal Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico” 1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” 2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato” 4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profileranno all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano infatti le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società che saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita. In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 5. Uno dei principali responsabili di quella guerra, Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) campeggia ancora nelle nostre Piazze e Vie. Ma è tollerabile? Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Cesare Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

Gramsci e la lingua sarda

Gramsci e la lingua sarda: un curioso e significativo episodio e la lingua sarda
di Francesco Casula
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Domani sabato 6 giugno nella consueta intervista in Telecostasmeralda (ore 20.30, nella trasmissione a cura di Enrico Putzolu) parlerò di Antonio Gramsci. In questo spazio voglio ricordare quanto riferisce in una Lettera Alfonso Leonetti uno dei fondatori del Partito comunista, proprio insieme a Gramsci e altri – a proposito del rapporto fra Sardegna e lingua sarda e l’intellettuale di Ales.
[…] Anche il suo parlare era sardo. I lunghi anni passati lontano dall’Isola. ora a Torino, ora a Mosca e Vienna, ora a Roma, non avevano punto alterato la pronuncia sarda, con le o chiuse e i raddoppiamenti delle consonanti. Tipico e significativo mi pare un «erroruccio ortografico» che si incontra nelle lettera scritta da Gramsci il 27 ottobre 1926, a pochi giorni dal suo arresto, per la redazione dell’Unità a Milano. Lui, sempre così preciso, così ordinato e attento nell’allineare lentamente, meditatamente, riga dopo riga, parola dietro parola, con la sua solita scrittura nitida, scrive «eccittato» proprio con sue t, come se stesse conversando in sardo. Egli amava moltissimo infatti parlare la lingua sarda, appena ne aveva l’occasione, coi suoi fratelli Carlo e Gennaro, coi fratelli Ciuffo, coi compagni Polano, Piga, Frongia. E’ noto l’episodio della Brigata Sassari a Torino nel 1919. Meno noto è quest’altro episodio ugualmente significativo: eravamo nel 1921, un anno nero di spedizioni fasciste. La Questura di Torino, per salvare le apparenze, faceva vigilare l’ingresso dell’Ordine Nuovo, diretto da Gramsci con carabinieri. Una volta ci venne inviata una squadra di carabinieri in maggioranza sardi. Conoscendo l’effetto magico che avrebbe fatto su di essi il dialetto della loro isola, Gramsci stabilì con gli altri compagni sardi, che entrando e uscendo, parlassero forte nella loro lingua, in modo che i carabinieri potessero sentire. L’effetto fu veramente magico, come Gramsci aveva previsto: i carabinieri consideravano il nostro giornale un «covo di sardi» e cominciarono a salutarci e a sorriderci con simpatia. Ma anche essi, come già era avvenuto con la Brigata Sassari furono presto allontanati dal nostro quotidiano e forse da Torino.
Penso da ultimo al Gramsci del carcere, al Gramsci che vicino alla liberazione, si prepara a ritornare nella sua Isola, dove egli meditava di ritemprare le sue forze fisiche e morali. Tutto questo è estremamente significativo. Lui grande militante della rivoluzione mondiale, grande internazionalista e uno dei più importanti capi del comunismo internazionale, arrivati alla fine della prigionia, sceglie la Sardegna come suo porto di salvezza, dove avrebbe potuto ricomporre l’integrità del suo essere per ripartire all’assalto del mondo degli sfruttatori e degli oppressori. Ciò non avvenne,, perché come noi sappiamo, il suo corpo fu distrutto dai carcerieri fascisti, prima che il ritorno nell’Isola fosse possibile. Rimane tuttavia iscritto nella storia che Gramsci, per sua volontà, uscendo dalle prigioni fasciste aveva deciso di ritornare a vivere in Sardegna. Perciò possiamo concludere che il ciclo gramsciano, nato sardo muore sardo, senza nulla perdere del suo carattere internazionale. Questo anzi spiega quello e viceversa.
(Alfonso Leonetti, Roma 16 aprile 1975)

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno.

Sala fra pregiudizi nordisti, incultura storica e colonialismo interno. Mi dicono che Sala sia un bravo sindaco e un buon amministratore. Può darsi. Anche se non dimentico che nella gestione di Expo era stato accusato di falso per la retrodatazione di due verbali, processato e condannato a 6 mesi di reclusione per un appalto (il pm aveva chiesto 13 mesi). Pena poi convertita in una multa da 45 mila euro. Lasciamo perdere questo “dettaglio, in questa sede m’intessa altro: polemizzando con il Presidente della Sardegna Solinas a proposito della “Patente di immunità”, Sala ha dichiarato”quando poi deciderò dove andare per un weekend o una vacanza me ne ricorderò”. Una minaccia esplicita. Una ripicca infantile. Ma che cosa sottende Sala nel “boicottaggio” dell’Isola? Sostanzialmente un pregiudizio nordista: che i milanesi e, il Nord in genere, “diano” alla Sardegna, che dunque dovrebbe essere riconoscente grata e “accogliente”. Insomma il vecchio ciarpame inculturale, storico e politico nordista: sul Nord produttivo che sostiene e finanzia e “aiuta” il Sud improduttivo. E’ esattamente il contrario. Il Nord “ricco” (e sviluppato) lo è grazie al Sud: che storicamente ha spogliato delle sue risorse e ricchezze. Scorticandolo. E, dunque, sottosviluppandolo. Con l’Unità d’Italia infatti la Sardegna (con l’intero Meridione) diventa ancor più una “colonia interna” dello Stato italiano: dopo essere stata fin dal 1720, repressa e sfruttata in modo brutale dal Piemonte e dai tiranni sabaudi. La dialettica sviluppo-sottosviluppo si instaura dunque nell’ambito di uno spazio economico unitario dominato dalle leggi del capitale e dallo “scambio ineguale”. In base a tale meccanismo, il Nord vende prodotti ad alto valore aggiunto e compra (o semplicemente deruba) materie prime e/o semilavorati, a basso valore aggiunto. Arricchendosi. Di converso il Sud compra prodotti finiti ad alto valore aggiunto e vende materie prime o semilavorati, a basso valore aggiunto,impoverendosi. E’ il meccanismo messo in rilievo segnatamente dagli studiosi terzomondisti come P. A. Baran e Gunter Frank che in una serie di studi sullo sviluppo del capitalismo, che tendono a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa. Così come sosterrà anche Samir Amin, che soprattutto in La teoria dello sganciamento-per uscire dal sistema mondiale,riprende alcune analisi delle opere precedenti sui problemi dello sviluppo/sottosviluppo, centro/periferia, scambio ineguale. Per Amin il sottosviluppo è l’inverso dello sviluppo: l’uno e l’altro costituiscono le due facce dell’espansione – per natura ineguale – del capitale che induce e produce benessere, ricchezza, potenza, privilegi in un polo, nel ”centro”, e degradazione, miseria e carestie croniche nell’altro polo, nella “periferia”. Nel sistema capitalistico mondiale infatti i centri sviluppati (i Nord del Pianeta) e le periferie (i Sud) sottosviluppati sono inseparabili: non solo, gli uni sono funzionali agli altri. Ciò a significare che il sottosviluppo non è ritardo ma supersfruttamento. In questo modo Amin contesta la lettura della storia contemporanea vista come possibilità di sviluppo graduale del Sud verso i modelli del Nord, in cui l’accumulazione capitalistica finirà per recuperare il divario. E’ questo il “colonialismo”. Fra l’altro denunciato da Antonio Gramsci fin dall’inizio del secolo scorso, quando il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna., ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché – aggiungeva – è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”. Mi si obietterà: il Nord esprime capacità imprenditoriali che ai sardi (e meridionali) mancano. Siamo certi che queste siano frutto di un qualche dna e non delle condizioni ambientali? Ci siamo già dimenticati come nacque (e si sviluppò) l’industria del Nord, specie alla fine dell’Ottocento, con Crispi capo del Governo, dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia? Nacque doppiamente assistita: con i soldi pubblici (per impiantare o implementare le imprese) e con le commesse garantite dallo Stato. Chi infatti acquistava le armi (dalla FIAT) o le navi da guerra (dagli armatori liguri e genovesi)? Lo stato italiano, per avviare il suo patetico e delirante imperialismo da “straccioni” nell’Africa orientale.

 

SIGISMONDO ARQUER

Casula Francesco Archivi • ALFA EDITRICE
SIGISMONDO ARQUER:
intellettuale sardo di dimensione europea, condannato al rogo per eresia, pochissimo conosciuto (anche dai sardi), assente nei testi scolatici.
Di questo martire della libertà, condannato al rogo dall’Inquisizione, parlerò sabato prossimo (0re 20.30) nella trasmissione di Telecostasmeralda “Logos de logu”.
Sigismondo Arquer nasce a Cagliari nel 1530, da madre sarda-cagliaritana e da padre di origini aragonesi.
Studia teologia e legge nell’università di Pisa dove nel maggio del 1547 consegue la laurea in Diritto civile e canonico, mentre nell’università di Siena si laurea in Teologia. Tornato in Sardegna diviene avvocato del fisco a Cagliari. Nel settembre del 1548 lascia di nuovo l’Isola per recarsi presso il re Carlo I (Carlo V imperatore) a Bruxelles, a perorare la causa della sua famiglia alla quale erano stati posti sotto sequestro i beni.
Durante un breve soggiorno a Basilea, su invito di Sebastian Münster, geografo, cartografo e di fede luterana presso il quale era ospite, scrive una monografia sulla Sardegna Sardiniae brevis historia et descriptio, cui era allegata una carta dell’isola e una veduta di Cagliari (Tabula corographica insulae ac metropolis illustrata), che viene inserita nella Cosmografia scritta dallo stesso Münster.
La brevis istoria contiene quel severo giudizio sul clero, che pare essere alla base della sua condanna : Sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur, qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris” (I sacer¬doti sono ignorantissimi al punto che è raro trovarne tra essi, come tra i monaci, uno che conosca il latino. Vivono con le loro concubine e si danno con più impegno a mettere al mondo figli che a dedicarsi alla lettura).
Accusato di luteranesimo viene incarcerato a Toledo nel 1562. Riesce ad evadere, ma non può uscire dalla Spagna perché vengono inviate a tutte le frontiere le indicazioni sulla sua persona, per cui è imprigionato una seconda vol-ta.
L’Arquer sostiene appassionatamente la sua innocenza ed in carcere scrive un’autodifesa in lingua castigliana, la Passione. Il poema – che segna l’inizio della drammaturgia religiosa in Sardegna – si compone di 45 strofe, ognuna delle quali comprende dieci versi ottosillabi con rima assonante mista, ossia baciata e alternata.
Il manoscritto del poema sulla Passione fu rinvenuto nel 1953 fra le carte del processo a carico di Arquer presso “l’Archvio Historico Nacional” di Madrid da Francesco Loddo e Alberto Boscolo, studiosi di storia sarda, durante un loro viaggio nella capitale spagnola, che lo pubblicarono nel volume XXIV dell’Archivio storico sardo.
Nel poema l’Arquer esalta la passione di Gesù Cristo così simile alla sua, ma i suoi nemici cagliaritani, tra i quali vi erano gli Aymerich e gli Zapata, intrigheranno contro di lui raccogliendo prove tali da accelerarne la fine.
Egli sosterrà sempre la propria innocenza ed anzi si dichiarerà martire della vera fede, schernendo quegli stessi ministri del culto che lo esortavano al pentimento. Per questo, durante il terribile “auto da fé” (l’espressione deriva dal portoghese e significa atto della fede), ossia la proclamazione pubblica della sentenza, lo si metterà alla sbarra prima che venisse addossato al palo, ed i carnefici vedendo che non solo non si pentiva ma che anzi esaltava il suo martirio, lo trafiggeranno con le lance e lo getteranno poi nel rogo degli eretici. Così morirà nel il 4 Giugno del 1571 a Toledo, dopo sette anni e otto mesi di detenzione e di indicibili torture.
Arquer plurilinguista
L’Arquer conosceva oltre che il latino il sardo, il castigliano, il catalano e l’italiano.
Ci ha lasciato un Pater Noster scritto oltre che in latino, in Sardo e in Catalano: le due sue lingue materne, che rivendicherà con orgoglio. Eccolo:
Pater noster qui es in coelis sanc¬tificetur nomen tuum. Adveniat
Pare nostre che ses en los cels sia santificat lo nom teu. Venga
Babu nostru sughale ses in sos che¬ius santu siada su nomine tuo. Ben¬giad
regnum tuum, fiat voluntas tua sicut in coelo et in terra:
lo regne teu, fasase la voluntat tua axicom en lo cel i en la terra:
su rennu tuo, faciadsi sa voluntade tua comenti in chelo et in sa terra:
Panem nostrum quotidianum da nobis hodie, et dimitte nobis
lo pa nostre cotidià dona a nosaltres hui, i dexia a nosaltres
su pane nostru dogniedie dona a no¬sateros hoae, et lassa a nosateros
debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, et ne
los deutes nostres, axicom i nosal¬tres dexiàm als deutors nostres, i no
is debitus nostrus, comente e nosa¬teros lassaos a is debitores nostrus, e no
inducas in tentationem, sed libera nos a malo, quia tuum est
nos induescas en la tentatio, mas livra nos del mal perché teu es
nos portis in sa tentatione, impero libera nos de su male, poiteu tuo esti
regnum, gloria et imperium, in secula seculorum amen.
lo regne, la gloria i lo imperii en los sigles de les sigles, amen.
Su rennu, sa gloria e su imperiu in sos seculos de sos seculos, amen.
Aa

Chi ha paura di sa DIE?

 di Francesco Casula

Sa DIE, come Festa nazionale del popolo sardo, unica nostra Festa “non ottriata”, nel corso degli anni è stata via via depotenziata: e non solamente per gli investimenti finanziari viepiù ridotti. Da parte poi della Regione sarda e delle Istituzioni è stata sostanzialmente azzerata, cancellata. Probabilmente l’opera di studio, ricerca, confronto, sensibilizzazione che vi è stata nei primi anni, dopo l’istituzione nel 1993, ha spaventato soprattutto la politica. Così la “Festa” da occasione di studio e di risveglio identitario e linguistico, si riduce nel tempo a rito formale e liturgia vuota: con l’Amministrazione Soru viene annacquata e svuotata dei significati storici e simbolici più “eversivi”; la Giunta di Cappellacci la stravolge del tutto: viene addirittura dedicata alla Brigata Sassari! E Pigliaru, la seppellisce definitivamente. L’attuale Giunta ha altro cui pensare: equilibri di potere. Ma fin dai primi anni, dopo la sua istituzione, soprattutto da parte di certa intellettualità, se non ascara certo culturalmente subalterna, ai paradigmi storici e storiografici italici, sono state avanzate riserve in merito alla “forza” dello stesso Evento del 28 aprile del 1794: 1. Sarebbe stata “robetta” quello di “cacciare” 514 piemontesi, savoiardi e nizzardi. Dimenticandosi che lo stesso numero è enorme: Cagliari aveva allora 20.000 abitanti, duncas sulla groppa di ogni 40 cagliaritani pesava un parassita che ruotava intorno al vicerè, arrogante e prepotente. 2. Sarebbe stata sostanzialmente una “congiura” de unu grustu de burghesos, antzis de bator abogadeddos, illuministas. Guarda caso, tale ipotesi, combacia esattamente con le posizioni degli storici filo sabaudi come Giuseppe Manno e Vittorio Angius, che, appunto, avevano parlato di “congiura”! 3. I sabaudi sarebbero comunque ritornati dopo qualche mese. Questo è vero. Ma che significa? Dopo la Rivoluzione francese si afferma un despota come Napoleone. E dopo la caduta del Corso si restaurano in tutta l’Europa regimi autoritari, assoluti e liberticidi. Ciò significa negare valore all’Evento dell’89? Chi fa questa obiezione non sa o non capisce che la storia non ha un andamento lineare e rettilineo, ma rinculi e ritorni all’indietro, cadute e regressioni. In realtà personaggi e intellettuali di valore e diversa provenienza culturale e politica (da Lussu a Lilliu a Maria Rosa Cardia) riconoscono e sostengono l’importanza di quell’evento e di quella temperie culturale e politica in cui si radica la Sardegna moderna, in cui si afferma e si sedimenta una nuova consapevolezza e coscienza da parte dei Sardi. Questi infatti dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento, sberleffi e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! E voglio precisare che “quelle temperie culturale e politica” non abbraccia – come si suole comunemente affermare – il cosiddetto triennio rivoluzionario (1794-96) ma più che un trentennio rivoluzionario: dal 1780 (rivolta di Sassari contro il governatore Allì di Maccarani ) al 1812 (Rivolta di Palabanda). E allora? Allora, al di là dei pretesti sulla “debolezza” dell’Evento o altre tontesas, la verità è che sa DIE dà fastidio. E’ una festa “pericolosa” e “sovversiva”. Anzi: eversiva. Perché può mettere in crisi i compromessi e gli equilibri di potere prima ancora che i paradigmi culturali e politici di tutti i partiti che dominano la Sardegna: del centro sinistra come del centro destra. Di ieri come di oggi. Per questo l’hanno, di fatto cancellata.

“Sa Die de sa Sardigna,”

a babbaiola

lunedì 27 aprile 2020

“Sa Die de sa Sardigna,” una giornata per i giovani sardi e per una nazione. Di Francesco Casula

Pro amentare sa dispidida de sos Piemontesos est nàschida ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma deo prefèrgio a li nàrrere “Festa natzionale de sos Sardos” – cun sa lege n.44 de su 14 Cabudanni de su 1993. Cun issa sa Regione Autònoma de sa Sardigna at chertu istituire una die de su pòpulu sardu, de tzelebrare su 28 de Abrile de cada annu, in ammentu – fia narende- de sa rebellìa populare de su 28 de Abrile de su 1794, est a nàrrere de sos “Vespri sardi” chi nch’ant giutu a s’espulsione dae Casteddu e dae s’Isula de sos Piemontesos e de àteros istràngios fideles a sa corte sabauda, inclùdidu su Vitzeré Balbiano chi nemos podiat bìdere.

Su problema chi oe tenimus in dae in antis, a livellu mescamente culturale, no est tantu su de torrare a pònnere in discussione sa data o, peus, su balore matessi de una “Festa natzionale sarda”, ma de non nche la torrare a unu ritu ebìa, a una vacàntzia iscolàstica ebia o a un’eventu petzi folclòricu e de festa. Su problema est su de la cambiare in un’ocasione de istùdiu – mescamente in sas iscolas – de s’istòria e de sa cultura sarda, de cunfrontu e de discussione collettiva e populare, pro cumprèndere su chi semus istados, su chi semus e cherimus èssere; pro difèndere e isvilupare s’identidade nostra e sa cussèntzia nostra de pòpulu e de natzione; pro gherrare pro una Comunidade moderna e soverana, chi siat bona a pònnere in campu s’orgògliu e su protagonismu de sos Sardos, detzisos, in fines, a otènnere unu riscatu, o siat unu tempus benidore de ditzosidade e de bonistare, lassende si in palas sa rassignatzione, sas lamentas, sos prantos e sos cumplessos de inferioridade e aende s’ànimu de “nche bogare” sos “Piemontesos noos” o romanos o milanesos chi siant, non prus pagu barrosos, prepotentes isfrutadores e “tirannos” de cussos dispididos dae Casteddu su 28 de Abrile de su 1794.

“Fu un momento esaltante – at iscritu Giovanni Lilliu – fu un’azione, poi bloccata dalla reazione “realista”, tesa a procurare un salto di qualità storica. Fu il tentativo di ottenere il passaggio da una Sardegna asservita al feudalesimo ad una Sardegna libera, fondando nell’autonomia, nel riscatto della coscienza e dell’identità di popolo una nuova patria sarda, una nazione protagonista”.

Semper e cando, lassende a un’ala totu custu e s’eventu particulare, su chi contat oe est su balore simbòlicu de autocussèntzia istòrica e de fortza unificante. Perunu torròngiu in palas nostàlgicu o risentidu cara a su tempus coladu, duncas: ma su tempus coladu sepultadu, cuadu, rimòvidu, si tratat, in antis de totu, de nche lu tirare dae suta de terra e de lu connòschere, a manera chi diventet fatu nou chi intèrrogat s’esperièntzia de su tempus atuale, pro pònnere fronte a su tempus presente in s’atualidade drammàtica sua, pro definire un’orizonte de sensu, pro nos situare e pro abitare, abertos a s’alenu suo, su mundu, gherrende contra a su tempus de s’ismèntigu.

Unu tempus coladu chi – pèrdidu petzi in aparièntzia – tocat de l’agatare ca est durada, eredidade, cussèntzia. In issu, infatis, si inferchit su balore de s’’Identidade, no istàticu e tancadu, non memòria cristallizada ma patrimòniu chi benit dae largu e fundamentu in ue fàghere falare aportos noos de culturas, de bidas individuales e sotziales chi determinant semper identidades noas.

Su messàgiu de Sa die est diretu mescamente a sos giòvanos e s’ocasione istòrico-culturale est destinada in antis de totu a sos istudentes, pro chi otèngiant sa cunsapevolesa de apartènnere a un’istòria e a una tzivilidade e de ereditare unu patrimòniu culturale, linguìsticu, artìsticu e musicale, ricu de siendas de elaborare e cunfrontare cun esperièntzias e propostas de unu mundu prus mannu e cumplessu. In ue, moende dae raighinas seguras e frunidos de alas fortes, potzant bolare in artu: sos giòvanos e non solu

Di Francesco Casula

Saggista, storico della letteratura sarda

 autore del libro, tra gli altri, de “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

Cras 28 de abrile SA DIE DE SA SARDIGNA Ma it’est?

 alas de poesia: aprile 2013

de Frantziscu Casula

Pro amentare sa dispidida de sos Piemontesos est nàschida ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma deo prefèrgio a li nàrrere “Festa natzionale de sos Sardos” – cun sa lege n.44 de su 14 Cabudanni de su 1993. Cun issa sa Regione Autònoma de sa Sardigna at chertu istituire una die de su pòpulu sardu, de tzelebrare su 28 de Abrile de cada annu, in ammentu – fia narende- de sa rebellìa populare de su 28 de Abrile de su 1794, est a nàrrere de sos “Vespri sardi” chi nch’ant giutu a s’espulsione dae Casteddu e dae s’Isula de sos Piemontesos e de àteros istràngios fideles a sa corte sabauda, inclùdidu su Vitzeré Balbiano chi nemos podiat bìdere. Su problema chi oe tenimus in dae in antis, a livellu mescamente culturale, no est tantu su de torrare a pònnere in discussione sa data o, peus, su balore matessi de una “Festa natzionale sarda”, ma de non nche la torrare a unu ritu ebìa, a una vacàntzia iscolàstica ebia o a un’eventu petzi folclòricu e de festa. Su problema est su de la cambiare in un’ocasione de istùdiu – mescamente in sas iscolas – de s’istòria e de sa cultura sarda, de cunfrontu e de discussione collettiva e populare, pro cumprèndere su chi semus istados, su chi semus e cherimus èssere; pro difèndere e isvilupare s’identidade nostra e sa cussèntzia nostra de pòpulu e de natzione; pro gherrare pro una Comunidade moderna e soverana, chi siat bona a pònnere in campu s’orgògliu e su protagonismu de sos Sardos, detzisos, in fines, a otènnere unu riscatu, o siat unu tempus benidore de ditzosidade e de bonistare, lassende•si in palas sa rassignatzione, sas lamentas, sos prantos e sos cumplessos de inferioridade e aende s’ànimu de “nche bogare” sos “Piemontesos noos” o romanos o milanesos chi siant, non prus pagu barrosos, prepotentes isfrutadores e “tirannos” de cussos dispididos dae Casteddu su 28 de Abrile de su 1794. “Fu un momento esaltante – at iscritu Giovanni Lilliu – fu un’azione, poi bloccata dalla reazione “realista”, tesa a procurare un salto di qualità storica. Fu il tentativo di ottenere il passaggio da una Sardegna asservita al feudalesimo ad una Sardegna libera, fondando nell’autonomia, nel riscatto della coscienza e dell’identità di popolo una nuova patria sarda, una nazione protagonista”. Semper e cando, lassende a un’ala totu custu e s’eventu particulare, su chi contat oe est su balore simbòlicu de autocussèntzia istòrica e de fortza unificante. Perunu torròngiu in palas nostàlgicu o risentidu cara a su tempus coladu, duncas: ma su tempus coladu sepultadu, cuadu, rimòvidu, si tratat, in antis de totu, de nche lu tirare dae suta de terra e de lu connòschere, a manera chi diventet fatu nou chi intèrrogat s’esperièntzia de su tempus atuale, pro pònnere fronte a su tempus presente in s’atualidade drammàtica sua, pro definire un’orizonte de sensu, pro nos situare e pro abitare, abertos a s’alenu suo, su mundu, gherrende contra a su tempus de s’ismèntigu. Unu tempus coladu chi – pèrdidu petzi in aparièntzia – tocat de l’agatare ca est durada, eredidade, cussèntzia. In issu, infatis, si inferchit su balore de s’’Identidade, no istàticu e tancadu, non memòria cristallizada ma patrimòniu chi benit dae largu e fundamentu in ue fàghere falare aportos noos de culturas, de bidas individuales e sotziales chi determinant semper identidades noas Su messàgiu de Sa die est diretu mescamente a sos giòvanos e s’ocasione istòrico-culturale est destinada in antis de totu a sos istudentes, pro chi otèngiant sa cunsapevolesa de apartènnere a un’istòria e a una tzivilidade e de ereditare unu patrimòniu culturale, linguìsticu, artìsticu e musicale, ricu de siendas de elaborare e cunfrontare cun esperièntzias e propostas de unu mundu prus mannu e cumplessu. In ue, moende dae raighinas seguras e frunidos de alas fortes, potzant bolare in artu: sos giòvanos e non solu