Alberto Ferrero della Marmora, la Sardegna e Ollolai

Alberto Ferrero della Marmora, la Sardegna e Ollolai

di Francesco Casula

Alberto Ferrero della Marmora, scrittore, geografo e militare (Torino 1789- ivi 1863) visiterà la Sardegna, la prima volta nel 1819 e in seguito vi soggiornerà più volte, sebbene non stabilmente, per un arco di quasi quattro decenni, dal 1819 al 1857. Per un totale di ben 13 anni. Di essa sottolinea che : “Difficoltà immense e gravi intralciano lo zelo del viaggiatore, che vuole percorrere quest’isola; la mancanza di strade, il difetto dei comodi più modesti, i pericoli in qualche contrada per il carattere irrequieto degli abitanti, infine le insidie del clima per parecchi mesi”.
A proposito della figura complessiva di La Marmora, Giovanni Lilliu – nella presentazione al 2° volume del Voyage in Sardaigne, Gianni Trois editore, Cagliari 1995 – scrive che “Nel lavoro il Lamarmora pose onestà, lealtà e rettitudine, categorie che applicò anche nella vita, qualunque giudizio i Sardi possano oggi dare di lui che, per forza della storia e per la suggestione del potere non seppe resistere alla tentazione di oscurare i suoi giovanili ideali « rivoluzionari» con atti di reazione e repressione di cui soprattutto i Sardi soffrirono”.
Il grande archeologo sardo si riferisce al ruolo che La Marmora esercitò nel 1849 quando divenne Commissario straordinario per la Sardegna, inviato nell’Isola con poteri eccezionali per gestire la difficile situazione venutasi a creare dopo la « fusione» con il Piemonte, con la rinuncia all’autonomia stamentaria, ovvero al Parlamento sardo.
A proposito di questo suo ruolo l’intellettuale e scrittore Eliseo Spiga è molto più severo. Scrive che “giunse ai primi del 1849 come commissario per pacificare l’Isola, scossa dai continui tumulti esplosi dalle gravissime condizioni economiche e anche da rinnovati sentimenti repubblicani filofrancesi. Conservatore e militaresco, il generale si dedicò alla pacificazione, affrontando il dissenso e la protesta con la repressione più brutale e la violazione sistematica delle meschine libertà statutarie, per lui lo stato d’assedio divenne sistema di governo , inaugurando la pratica della dittatura militare, che poco più di dieci anni dopo diventerà usuale, durante la guerra di conquista del Mezzogiorno da parte della monarchia italiana” (La Sardità come utopia, Cuec edizioni, Cagliari 2006).
E’ invece innegabile la sua capacità di studioso che consegna alla cultura sarda molti scritti: come Itinerarie de l’île de Sardaigne (1860) ma soprattutto quei monumenti che sono i quattro volumi di Voyage en Sardaigne, ou description statitique, phisique e politique de cette ile, avec des recherches sus ses produtions naturelles et ses antiquités (1826).
I due scritti, entrambi in francese, diedero un profondo contributo alla conoscenza della Sardegna da parte dell’Europa colta di allora. Soprattutto il Voyage sarà utilizzato come un vero e proprio manuale sull’Isola, da parte di viaggiatori e studiosi. Il carattere enciclopedico dell’opera risente molto della cultura illuministica: ossia, quello di legare geografia, archeologia, descrizione della natura alla geografia umana, come scriverà Manlio Brigaglia e come sarà intitolato il primo dei quattro volumi.
Nell’introduzione al Voyage, La Marmora si propone di far luce “sull’oscurità che avvolge le prime epoche storiche della Sardegna, su una regione che per tanti secoli ha avuto nella storia un ruolo puramente passivo”.
E chiude l’introduzione con un augurio: “Possa la mia opera presentare la Sardegna nel suo vero aspetto e richiamare per un istante l’attenzione dei governanti e dei dotti su questa regione, che indubbiamente merita di essere conosciuta da una gran parte dell’Europa, meglio di quanto non lo sia stata sino ad oggi”.
Il Viaggio in Sardegna, è un testo frammentario che si presenta come «libro totale» sulla Sardegna. E’ un testo di difficile lettura proprio per l’interdisciplinarietà: descrive infatti la geografia e la popolazione, le strutture amministrative e l’ antropologia, l’agricoltura, il patrimonio boschivo e le intemperie, l’industria e le usanze tradizionali.
Della Marmora visitò anche Ollolai: e ribatezzò la fontana più importante, “Sa ‘Untana manna”, “Regina fontium”, cui fu dedicata una sestina, in perfetto sardo-logudorese, che campeggiava ancora negli anni ’50-’60, ben stampigliata nel muro di una casa, a destra della fontana. Carica di enfasi e di retorica, sicuramente ispirata proprio dal generale, ecco il testo:
Ollolai pro s’abba est sa reina
Ca est a milli metros de altura
Jamada est de Fontium regina
tzittade de sa Barbagia forte e dura
Soldados veros eroes e fortes
Chi non tzsedent mancu pro sa morte.
Sì, aggiungo io, “Eroi in tempo di guerra e banditi in tempo di pace”, come soleva affermare il poeta Cicitu Masala.

Ollolai: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e I tiranni sabaudi

OLLOLAI: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi.

di Francesco Casula

Verrà presentato a Ollolai il 16 giungo prossimo (ore 17) il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” in una location bellissima, nel parco archeologico-ambientale di San Basilio a più di 1000 metri.
Organizza l’Associazione “Andelas de Ollolai” e il Comune.
Leggeranno alcuni passi dell’opera Rosa Sedda e Maria Natalia Bussu.
Dialogheranno con me le componenti di Andelas.
Interverrà l’assessora alla cultura Deborah Ladu.
Quella di Ollolai è la 191^ Presentazione.

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Ritorno con piacere e sempre emozionatissimo al “mio” amatissimo paese. Lì sono naschiu e paschiu. Lì ci sono le mie radici più profonde. I miei parenti. I ricordi della mia infanzia. Fra giochi e sacrifici.

Lì ho costruito la mia prima identità. Lì ho imparato la lingua sarda. Lì ho iniziato ad amare Il mio popolo. La mia malfatata Terra. Che sempre avrei continuato ad amare, anche quando per le vicende varie della vita, sono stato costretto ad allontanarmi. Per studiare in Continente. Non vedendo l’ora di ritornare.

FB_IMG_1718631954512E sono ritornato appena ho potuto. Subito dopo la laurea a Roma. Per amarla ancora di più. E per battermi e lottare perché essa, la mia Terra, la mia Nazione, fosse più libera, più prospera più felice più colta.

Il libro su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” è un omaggio alla mia Terra. E’ una denuncia contro sos canes de istergiu che ci hanno, nella nostra storia, sfruttato, represso, cercato di annientare. Ma non ci sono riusciti.,
Il libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata e falsificata dalla storia ufficiale e dalla scuola.

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Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, e “di che lacrime grondi e di che sangua” ancora oggi con la “creazione” della Questione Meridionale e Sarda più che mai ancora drammaticamente presenti.

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

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Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele feroce e sanguinario, famelico, gaudente e ottuso: tostorrudu. E ancora: “Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione”, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è “Un pigro imbecille”.

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Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo): ”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, (leggi Carlo Felice) la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

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Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse, una per tutte: le leggi razziali con Vittorio Emanuele III, alias Sciaboletta.

Ollolai: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi

OLLOLAI: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi.

di Francesco Casula

Verrà presentato a Ollolai il 16 giungo prossimo (ore 17) il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” in una location bellissima, nel parco archeologico-ambientale di San Basilio a più di 1000 metri.
Organizza l’Associazione “Andelas de Ollolai” e il Comune.
Leggeranno alcuni passi dell’opera Rosa Sedda e Maria Natalia Bussu.
Dialogheranno con me le componenti di Andelas.
Interverrà l’assessora alla cultura Deborah Ladu.
Quella di Ollolai è la 191^ Presentazione.

Ritorno con piacere e sempre emozionatissimo al “mio” amatissimo paese. Lì sono naschiu e paschiu. Lì ci sono le mie radici più profonde. I miei parenti. I ricordi della mia infanzia. Fra giochi e sacrifici.

Lì ho costruito la mia prima identità. Lì ho imparato la lingua sarda. Lì ho iniziato ad amare Il mio popolo. La mia malfatata Terra. Che sempre avrei continuato ad amare, anche quando per le vicende varie della vita, sono stato costretto ad allontanarmi. Per studiare in Continente. Non vedendo l’ora di ritornare.

E sono ritornato appena ho potuto. Subito dopo la laurea a Roma. Per amarla ancora di più. E per battermi e lottare perché essa, la mia Terra, la mia Nazione, fosse più libera, più prospera più felice più colta.

Il libro su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” è un omaggio alla mia Terra. E’ una denuncia contro sos canes de istergiu che ci hanno, nella nostra storia, sfruttato, represso, cercato di annientare. Ma non ci sono riusciti.,
Il libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata e falsificata dalla storia ufficiale e dalla scuola.

Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, e “di che lacrime grondi e di che sangua” ancora oggi con la “creazione” della Questione Meridionale e Sarda più che mai ancora drammaticamente presenti.

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele feroce e sanguinario, famelico, gaudente e ottuso: tostorrudu. E ancora: “Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione”, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è “Un pigro imbecille”.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo): ”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, (leggi Carlo Felice) la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse, una per tutte: le leggi razziali con Vittorio Emanuele III, alias Sciaboletta.

CARILLON, UNO STRAORDINARIO ROMANZO DI CLAUDIO DEMURTAS

CARILLON, uno straordinario romanzo di Claudio Demurtas

di Francesco Casula

Carillon è il nuovo romanzo di Claudio Demurtas. Intrigante e fascinoso Fra surrealismo e dadaismo. Con corposi elementi distopici. Con abbondanti lacerti lirici ed erotici. Flussi coscienziali e onirici. Flash bak.
Un romanzo complesso. Con passaggi pindarici più che logico-narrativi. Da leggere dunque con attenzione e, più volte. In qualche modo abitandolo. Facendoselo amico. Per poterlo assaporare e gustare meglio. Oltre che capire.
Il romanzo è popolato da personaggi bizzarri squinternati sbandati e stravaganti; mendicanti barboni e precari, guru e megere; venerabili medii e fattucchiere. Ma anche assassini.
Un mondo variegato con gai e lesbiche, pittori, poliziotti maneschi e tutori dell’ordine che picchiano. Pescatori stravaganti.
Persino uno “sceicco bello giovane e ricco amico dell’Aga Kan con un mega yoct, alla conquista di Estrella, uno degli uomini più ricchi del mondo”.
Estrella, dunque. Il personaggio più intrigante misterioso e irraggiungibile. Estrella la ballerina. Anzi: la massima espressione vivente nel suo campo. Di una bellezza stregata. Una mariposa, leggera appunto, come una farfalla. Nessuno danza come lei. Una bruxia misteriosa, una malfatata che, dove arriva distrugge. “La sua danza è una emanazione lirica, un vapore capace di collegare il mondo dei viventi al sopramondo romantico. L’unica che può lenire la sua angoscia di vivere” .
L’angoscia di vivere di lui, Severino, il protagonista del romanzo. Che la cerca la sogna la insegue nell’intero Pianeta. Nonostante un medium l’avesse avvertito: “ Lei non è di questo mondo , fratello, e il tuo cercare è vano”.
Come “un pazzo furioso va in America, all’inseguimento di un’ombra”. Anche se è pericoloso. Ma non gli “restano altri motivi per vivere. E’ molto più che amore. E’ una questione infinita”.
Severino vorrebbe avere le ali, per questo cerca Estrella. Si rende conto di “vivere dentro una metafora”. Con l’amico che gli replica: “Tu sei un’ape che si affanna a uscire dal collo di una bottiglia e non si accorge che è chiusa”.
Gli avvertimenti dell’amico non lo dissuadono: per lui l’importante è “Andare verso la luce e la gente, fuggire lasciando la pesantezza, tutto il piombo del mondo, il visibile e l’invisibile”. Sottrarsi a “Un’angoscia densa, atavica”.
Raggiungerà Estrella? Lo pensava, quando incontra e vede Isabela, con il sorriso della Gioconda ”che nel suo abito di organza parve spiccare il volo, disegnando le trame della partitura con levità pollinea e sovrapponendo la grazia della musica alla disperazione per l’amore perduto e quando dopo un’eternità gli occhi della donna calarono su di lui”
In quel momento “ Severino ebbe dentro tutto il verde del mare. Si sentiva parte di un gioco folle, misteriosofico.Fra ipnosi e sogni”.
Ma è Estrella? Al lettore del romanzo la risposta all’interrogativo.
A me invece qualche precisazione in merito al “protagonista” del romanzo: che non è realmente Severino ma il mondo che incarna e in cui opera e vive: un mondo, un Pianeta in sfacelo, liquido: ad iniziare dai rapporti interpersonali. Con edifici chiusi. senza gente. Con macerie melma e paludi. Persino Roma,la città eterna è zeppa “di immondezza mucchi di cartone e fango. Esseri umani e ombre e fantasmi in baracche ricoperte malamente di eternit”.
Un Pianeta dove tutto “è deserto e disabitato, come se fosse scoppiata l’atomica. Siamo già al giorno dopo. Con ratti che sembravano gatti…ci sono anche scarafaggi, i futuri padroni del pianeta. Loro resistono alle radiazioni”.
E’ un visione catastrofica apocalittica e, sommamente distopica? Può darsi.
A parte la “visione” dell’Autore, di cui tutto il romanzo è impastato, a me interessa in modo particolare il linguaggio, il lessico che trovo ricco denso pregnante colto. Con qualche concessione al vocabolo prezioso e persino desueto (giulebbe, pomoli, baluginare, attoscato, elitre, izufallos, panie effemeridi, gorgozzule, stortignaccolo, detumescenza, ragazzume ,offa , aggettare, anfanare, guazza, cembanelle, collottola, draghinassa, affattato).
Ancor più meritevole ritengo il ricorso a lessemi onomatopeici, abbondantissimi, a mo’ di esempio: gnaulio, jans strappucchiati, delibata acqua che sciaguattava, tinnire, barbugliamento, remigavano,spenzolato, frullo”.
O a espressioni fulminanti come: mucillagine di pensieri, succhiare foschia, bellissime gambe sguainate.
Ma soprattutto ho apprezzato alcune magistrali descrizioni: ne riporto qualcuna:
” Gli extrasistoli gli davano respiro, stava tornando il ritmo, si disperdevano con gli ultimi brontolii dell’aria esausta e anche il gallo a bandoliera sul comignolo si accasciava sfinito, mentre un altro mese di maggio ricomparve in un mandorleto lontano ed effluvi di gelsomini…Ora a me non interessano più frammenti del mondo, né le metafore delle cose. Solo il volo conta, la trasparenza, la levità”.
“Una rasoiata di bile lo pizzicò nel braccio, eccitando i polimeri dell’universo mondo, trasformandolo in un punto erratico di giallo nel pulviscolo di luce, quindi inghiottì le quattro pastiglie mattutine cercando di mettere in riga la molazza dei suoi pensieri”.
“ La giornata era glabra, di nebbia. Si spandeva dal mare a smussare perfino la torre del Burlador che soffocava sputando scaglie filamentose e conficcandole in gola”.
“Si ritrovarono all’interno di una grossa cupola impregnata di fumo luci stroboscopiche e laser, dove il popolo della notte, giovane giovane ballando ballando – con le mani pizzicava invisibili arpe all’insù. Creavano gobbe soniche i gobbi profondi e cupi dei bassi e Bebo ne rimase fulminato”.
Concludo: terminata la lettura del romanzo mi sono chiesto: ma il Claudio Demurtas che ho sempre conosciuto, impegnato e attento ai problemi sociali e politici, di cui sono corposamente impregnati i suoi romanzi precedenti, dov’è finito?
E’ ancora presente, anche in questo romanzo. Ma in modo più sotterraneo. Quasi subliminale. Evoca la fame dell’America latina e del Terzo mondo come l’esigenza di combattere l’ordine costituito, contestare il potere della televisione e non arrendersi mai. Ma lo fa in modo non insistito. Quasi en passant. A significare che l’urgenza odierna è lo sfacelo generale e la crisi globale: dell’individuo e della persona prima ancora che del sistema economico sociale e culturale.
Crisi e sfacelo che descrive e racconta: è questo il suo modo di ritagliarsi “una finestra per evadere, quand’era il caso e osservare il mondo”.

Alessandro Barbero e lo sciocchezzaio sul Medioevo sardo

Alessandro Barbero e lo sciocchezzaio sul Medioevo sardo.

di Francesco Casula

Alessandro Barbero, come una star televisiva o cinematografica o canora, spopola nei Media. Fan devoti, osannanti e plaudenti, lo venerano. Come il 10 maggio scorso, nel Salone del libro a Torino, quando centinaia e centinaia di uomini e donne, lo accolgono sul palco, con un vocio tonitruante, con urla e berci, da veri e propri tifosi da stadio.
Ho l’impressione, a prescindere da quello che racconta e sostiene, come storico intendo. Capita così che dopo aver più volte ribadito che “non conosce la storia sarda”, sulla stessa pontifica discetta giudica, impancandosi a vero e proprio maestro e distribuendoci vere e proprie perle (leggi fole), come quella secondo cui nel Medioevo sardo (ovvero dei regni giudicali) “la lingua del potere era il greco”! Possibile che anche a uno “non specialista sulla storia sarda” (parole sue!), non venga in mente che la lingua del potere per eccellenza nei Giudicati, è quella usata nella Carta De Logu, una delle più illustri e importanti Costituzioni nell’intero Medio Evo europeo?
Mi son domandato da dove può aver desunto e tratto tal scempiaggine. Forse dal fatto che nel regno giudicale di Càlari la lingua sarda veniva scritta anche in grafia greco-bizantina? Ma allora il nostro confonde la lingua con la grafia! Ricordo peraltro, che la grafia greca viene utilizzata, solo nel regno giudicale di Cagliari e, pochissime volte. In due pergamene, scritte comunque nella variante sardo-campidanese: la prima è del 1089: “contiene una donazione di terre servi aggregati rurali, vigne e “salti” da parte del re Costantino I” (1). La seconda, dei primi 20 anni del secolo XII “contiene la certificazione da parte del re giudicale di Cagliari Torchitorio de Gunale di una serie di negozi effettuali da tale Gostantini Frau” (2).
La seconda perla che ci ha distribuito il Barbero, è ancora più “preziosa”: riguarda il “colonialismo”. Nella sua furia iconoclasta, tendente a liquidare “pregiudizi e infatuazioni” (ha usato proprio queste locuzioni) sul Medioevo sardo, come sulla storia sarda in generale (aggiungo io,) nega che il colonialismo abbia caratterizzato l’Isola.
In questo pregiudizio e infatuazione sarebbe caduto anche un grande storico come Jonh Day: per il quale la Sardegna era un laboratorio di storia coloniale. Una delle più antiche e costanti colonie del mondo.
Per Barbero niente affatto. E fa un esempio. Con la presenza di Pisa e Genova la Sardegna non fu per niente colonizzata. Anzi. Esse portarono in Sardegna imprese capitali ricchezze commerci: creando la potenza dei Giudicati.
Ma va? Un po’ limitato e miope lo sguardo storico del Barbero, con qualche simpatia nordista e savoiarda (è quello che nega lo sterminio dei Meridionali con Garibaldi e soci e i campi di concentramento dei tiranni sabaudi, ad iniziare da Fenestrelle).
Se avesse allungato lo sguardo avrebbe visto e capito i risultati della funesta presenza dei Pisani e Genovesi nei Giudicati (quello arborense escluso) in cui apporterebbero, a parere dello storico piemontese, “magnifiche e progressive sorti”! Ovvero la loro morte e scomparsa!
Ma ecco la storia che Barbero dovrebbe studiare, prima di pontificare e raccontare balle: tutta la prima parte del secolo XIII assiste a una lenta agonia della Sardegna giudicale che si conclude con lo smembramento dei Giudicati di Cagliari (1258) e di Torres (1259) mentre quello di Gallura, caduto sotto la signoria dei Visconti, languirà per qualche decennio e morirà nel 1288. Resisterà solo il Giudicato d’Arborea: che intelligentemente e opportunamente, non si lascerà blandire dai portatori di benessere, civiltà e ricchezza venienti dal mare!

Fu infatti esiziale per la stabilità dei Giudicati, il fatale contatto con l’Europa comunale e feudale e insieme l’aver consentito da parte dei Giudici e Maiorales, che i signorotti stranieri che vi si erano stabiliti, imparentandosi con le famiglie senatoriali, vi ottenessero vasti possedimenti, edificando castelli e dotandosi di proprie milizie.
Nel disgregamento dei Governi giudicali, esautorati i Giudici e divisi i maiorali, essi – gli stranieri, segnatamente Pisa e Genova – poterono raccoglierne l’eredità e impadronirsi di buona parte dell’Isola.

Nel breve giro di pochi decenni, troviamo stabiliti nel Logudoro i Doria e i Malaspina; in Cagliari i Massa e i Donoratico; in Gallura i Visconti. Furono essi, portando in Sardegna la turbolenza feudale, le rivalità comunali e la spregiudicatezza politica che distrussero i Giudicati. Essi infatti riuscirono a insinuarsi nelle famiglie maiorali, imparentandosi, ottenendo vasti possedimenti e perciò stesso ponendosi nella condizione di candidati al governo giudicale: in Cagliari nel 1188 con Massa (Benedetta Massa) e i Visconti in Gallura (1207), quando alla morte di Barisone di Gallura, erede è la figlia Elena di Lacon che sposerà Lamberto Visconti dando così origine, alla dinastia pisana dei Visconti. Il loro figlio Ubaldo Visconti diventerà infatti Giudice di Gallura.

Di un Giudice dei Visconti parlerà Dante nella Divina Commedia (Canto VIII del Purgatorio): si tratta di Ugolino Visconti, noto come Nino ((Pisa, 1265 circa – Gallura, agosto 1296), suo amico, immortalato e ricordato come “giudice Nin gentil”.
I Visconti aspireranno anche al Giudicato di Cagliari, che peraltro si troverà alla mercé anche di altri contendenti, come Genova: che però fu sconfitta. Contribuirono alla sua disfatta Pisa, il Giudicato d’Arborea, il Giudice di Gallura, Gherardo e Ugolino dei Donoratico.
Così il Giudicato di Cagliari fu diviso in tre parti: 1/3 andò ai Giudici di Arborea; 1/3 ai Giudici di Gallura e 1/3 ai Donoratico.
Dopo Cagliari seguirà la crisi del Giudicato di Torres (a causa dei conflitti fra famiglie dei maiorales di Pisa e Genova e il Papato) e di quello di Gallura con le rivalità fra i Lacon e gli Spanu.

Il potere giudicale, a Cagliari, Sassari e Gallura, con la presenza preponderante di Pisa e Genova, diventa solo nominale e così quei Giudicati, perdono di fatto, la loro indipendenza.
Così, a Cagliari nel 1257 un esercito pisano, assedia ed espugna, distruggendola la capitale, Santa Igia e nuova capitale, diventerà Castrum Caralis, edificato su una collina adiacente. Sulle mura già poderose del Castello i Pisani erigeranno tre splendide e temibili Torri: dell’Elefante, di San Pancrazio e del Leone (costruita nel 1322), erroneamente chiamata dell’Aquila, che non fu mai completata.
Qualche anno più tardi nel 1259 cadrà il Giudicato di Torres (o del Logudoro), in parte assegnato come feudo a famiglie genovesi (Doria), in parte annesso al Giudicato di Arborea.
Dopo qualche decennio nel 1296 scomparirà anche il Giudicato di Gallura, occupato dai Pisani.

Note bibliografiche
1. F. Cesare Casula, La scrittura in Sardegna, dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino editore, Cagliari 2017, pagina 62.
2. Ibidem, pagina 66.

La lingua della Carta de Logu

La lingua della Carta de Logu

di Francesco Casula

La lingua che utilizza Eleonora nel suo codice è la lingua sarda. “Il sardo colto – scrive un grande studioso della Carta,, Marco Tangheroni – che va visto nel quadro di una consapevole volontà politica dei Giudici di Arborea di presentarsi come interpreti e guide dell’intera nazione sarda”.
E aggiunge: “Il termine «nazione sarda» è usato correntemente nel Trecento, e in misura crescente quanto più la guerra accentuava le differenze e le contrapposizioni con «la nazione catalana». Così ad esempio, da una connotazione neutra essa assume nella propaganda catalana una caratterizzazione dispregiativa: “es nacion que tots temps es estrada en servitud”.
Un sardo-arborense che é una miscela di logudorese e di campidanese. Scriveva Camillo Bellieni su questo sardo: “È un dialetto vivo ancora sulle colline che sovrastano il Campidano maggiore, fra Abbasanta, Ghilarza, Neoneli e Sorgono, in una zona ristretta.Un tempo essa arrivava fino ad Oristano e più oltre. Il dialetto è fondamentalmente il logudorese nei suoi svolgimenti morfologici, ma è influenzato da accidenti fonetici del campidanese, che di giorno in giorno prende sempre più piede verso il settentrione dell’Isola. È un linguaggio ricco e armonioso che ha tutta la dignità necessaria, per dare forma solenne alla legge”1.
Bellieni scriveva ciò nel 1929: ma oggi cosa sostengono gli studiosi a proposito del Sardo della Carta de Logu?
Più o meno la pensa come Bellieni, una studiosa come Antonietta Dettori: “I confini storici dell’area di produzione e fruizione del codice di leggi – il Giudicato d’Arborea – includevano le plaghe agricole del Campidano settentrionale e della Marmilla e penetravano con le curatorie barbaricine nella zona montuosa dell’interno dell’Isola. Una posizione mediana che ponevano il territorio sulla linea di confluenza dell’area campidanese con l’area logudorese e lo apriva inoltre a una componente culturale esterna, mercantile e commerciale, etnicamente differenziata che trovava sbocco nella «finestra» mediterranea costituita dal golfo di Oristano”2.
È proprio così, basta leggere la Carta per avvedersi che in essa è presente una lingua “mediana” o “di mesania”. Occorre però porsi anche un’altra domanda: che fine ha fatto oggi il sardo-arborense?
Questa la risposta data da uno storico sardo di prestigio come Francesco Cesare Casula: “Abbattuti definitivamente nel XV secolo i confini ex giudicali e giudicali arborensi, anche le aree delle parlate sarde si sfecero, si sfumarono, si mischiarono. La lingua nazionale d’Arborea scomparve quasi del tutto, fagocitata dal moderno campidanese (o vecchio calaritano) forte dell’autorità governativa iberica che operava nella città di Cagliari e che in qualche modo si avvaleva oltre che del catalano e del castigliano anche del sardo popolare per farsi intendere”3.
Note bibliografiche
1. Camillo Bellieni, Eleonora d’Arborea, G. Gallizzi, Sassari, 1978, (che riproduce testualmente quella apparsa nel 1929 per le edizioni della Fondazione “Il Nuraghe” di Cagliari), pagina 70.
2. Italo Birocchi-Antonello Mattone (a cura di), La Carta de Logu d’Arborea nella storia del diritto medievale e moderno, Editori Laterza, Bari 2004, pagina 139.
3.Francesco Cesare Casula, Dizionario storico sardo, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2003. pagina 849.

Gregorio Magno e Ospitone

GREGORIO MAGNO E OSPITONE
CHIESA DI SAN BASILIO (Ollolai) E I BASILIANI

di Francesco Casula

Nel maggio del 594 il papa Gregorio Magno indirizza a Ospitone, definito ”dux Barbaricinorum” una lettera .
In essa il Pontefice, a lui unico seguace di Cristo in quel popolo di pagani, chiede di cooperare alla conversione delle popolazioni barbaricine che ancora “vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre”. Non si hanno notizie di un’eventuale risposta di Ospitone né sappiamo se lo stesso si sia impegnato nell’opera di conversione dei suoi sudditi. Una cosa è però certa, la lettera del grande papa serve a illuminare l’intera precedente storia della Sardegna. La presenza infatti nell’Isola, alla fine del 500 di un “dux barbaricinorun”, mette in discussione numerose categorie storiografiche della storia ufficiale. Ad iniziare dalla visione di una Sardegna conquistata, vinta e dominata per sempre, dai Cartaginesi prima e dai Romani e Bizantini poi.
Nasce dalla consapevolezza del ruolo di Ospitone la Lettera di Gregorio Magno con cui invita ed esorta pressantemente il dux barbaricinorum ad assecondare la missione del Vescovo Felice e dell’abate Ciriaco per la conversione delle popolazioni barbaricine al Cristianesimo. Ruolo, carisma e prestigio, peraltro, riconosciuti e testimoniati dal fatto che il papa conclude la lettera inviandogli la benedizione di San Pietro che era collegata “a una catena dei Beati Apostoli Pietro e Paolo”. Benedizione che era riservata, di regola, solo agli Ecclesiastici: a dimostrazione della stima che nutriva per Ospitone.
E’ poco credibile però – come scrive il papa – che solo Ospitone si fosse convertito al Cristianesimo, ad Christi servitium: certo è però che la gran parte delle comunità continuasse nella religione primitiva naturalistica, vivendo – per usare le parole di Gregorio Magno – ut insensata animalia, adorando pietre e tronchi d’albero. A testimoniare ciò basterebbe solo pensare al fatto che delle nove sedi vescovili presenti in quel periodo in Sardegna (Cagliari, Turris, Sulci, Tarros, Usellus, Bosa, Forum Traiani e Fausania-Olbia) nessuna è alloccata nelle civitates barbariae e la nascita della sede vescovile di Suelli con l’episcopus Barbariae, proprio in quel periodo, pare essere dovuta proprio per la conversione delle popolazioni barbaricine.
A dare un impulso decisivo per la conversione dei Sardi sarà proprio Gregorio Magno, con una instancabile opera di evangelizzazione e con l’istituzione di numerosi monasteri. Soprattutto con l’arrivo dall’Oriente dei monaci basiliani, che non solo diffusero il vangelo tra i Barbaricini ma introdussero la coltura d’alberi (melo, fico, ulivo) dei cui frutti si cibavano nei periodi d’astinenza e di digiuno. Introdussero pure alcuni vitigni per la produzione di vini dolci per la messa (moscato e malvasia), praticavano i riti della Chiesa orientale, avevano la barba fluente e dedicarono le chiese ai santi del calendario greco.
I basiliani, erano stati fondati da San Basilio (329-379), anche noto come Basilio di Cesarea (in Cappadocia), o Basilio il Grande o Basilio Magno (in greco antico: Βασίλειος ὁ Μέγας?, Basíleios ho Mégas; in latino Basilius Magnus; 329 è stato un vescovo e teologo greco antico.
I monaci basiliani iniziano a diffondere il Cristianesimo anche nelle zone di montagna: ad iniziare dalla Barbagia, costruendo, nelle campagne, conventi e chiese: è da far risalire a questo momento storico, nelle montagne di Ollolai, la Chiesa non a caso dedicata proprio a San Basilio, con relativo Convento.

Sa repressione de sos tirannos sabaudos

Sa repressione de sos tirannos sabaudos

di Francesco Casula

In occasione di Sa Die de sa Sardigna l’Associazione “Assemblea nazionale sarda” (ANS), ha organizzato il 27/28 aprile scorso una serie di belle iniziative a Cagliari. Invitato in una di queste, ho parlato in Piazza Yenne della repressione dei tiranni sabaudi, in particolare alla fine del ‘Settecento e all’inizio dell’Ottocento. Ecco il mio intervento in lingua sarda.

Mescamente a s’acabu de su Setighentos e a su cominzu de s’Otighntos sos tirannos sabaudos iscadenant una repressione contra a sos angioyanos, cun disacatos degoglios e titulias de cada casta.
Tocat peroe de narrere che dae semper, sos sabaudos, dae cando ant ocupadu su Rennu sardu in su 1720, ant semper praticadu sa repressione cruele, de tipu militare.
Amento unu tzertu marchese di Rivarolo chi in tres annos de vitzereame at cundannadu a morte 432 sardos.
Sa resone? O mezus, su pretestu? Su banditismu. E subra custu un’ateru vitzere, Alessandro Doria Del Maro iscriet: ”La causa del male (=banditismo) sta nella natura dei sardi che sono poveri, feroci, ostili alla fatica e dediti al vizio”!
Custa paraula “natura dei sardi” at a torrare a sa fine de s’Otoghentos in sa psichiatria criminale de Niceforo e Lombroso, Sergi e Orano, pro sos cales sos sardos sunt criminales “pro natura”!
Ma fia narende chi est subratotu a pustis su tentativu, zenerosu e eroicu ma isfortunadu de Zuanne Maria Angioy, de liberare sa Sardigna dae s’opressione feudale, chi s’iscadenat sa repressione.
Incomintzant cun duas biddas:
sa ‘e una: Bono, sa bidda nadìa de Angioy;
sa ‘e duas: Thiesi, unu tzentru de su Logudoro, famadu pro sas rebellias e sa resitentzia anti feudale.
Intra su 19 e 20 de triulas 900 ziannitzeros, sos sordados mertzenarios prus crueles, arribant a Bono cun bator cannones, pro la bombardare devastare e derruere.
Pro fortuna sos abitantes avertidos dae sas biddas acante, si nche sunt fuios.
Agantant una femina de 60 annos, paralitica, Maria Ambrogia Soddu: ”Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono”. In custa manera contant su fatu totus sos istoricos de tando. Finas Giuseppe Manno, s’istoricu ufitziale de sos sabaudos at a iscriere: ”Non hanno avuto pietà di una povera disabile”!
Sistemada Bono tocat a Thiesi su degogliu. Su 6 de santu aine de su 1800, arribant dae Tatari, mandados dae su frade minore de Carlo Felice, su duca di Mortiana, 1500 sordados armaos (su prus restos de galera a sos cales aiant promitidu s’amnistia): bochint deghena de thiesinos, brusiant sas domos e violentant sas feminas chi pro si podere defendere sunt custrintas a impreare ispidos arroventados e fustes, grussos e mannos.
Gal’oe, cad’annu Thiesi, su 6 de santu aine, amentat custu eventu, chi jamat “Sa Die de s’atacu”.
Sistemadas sas duas biddas sa repressione s’iscadenat contra a sos patriotas sardos comente a Frantziscu Cillocco e Frantziscu Sanna Corda (unu preideru), chi in su 1802, beninde dae sa Coprsica, in Santa Teresa Gallura, tentant una rebellia pro instaurare in Sardigna una Republica indipendente. O comente a sos martires de Palabanda in su 1812.
Sa fine chi faghent sos reverdes angioyanos est semper sa matessi: benint impicados, nche li segant sa conca chi acorrant in una gabia de ferru chi esponent a s’intrada de sas biddas “come monito”. Sos boias sabaudos, non cuntentos de custa “balentia”, su restu de su cospus l’isperrant in bator lados (comente si faghiat cun s’anzone o su porcu).
No a casu est abarrada in sa limba sarda sa locutzione “Iscuartaradu sias”, su peus irrocu, su peus frastimu chi si potat faghere a una persone.
Chie b’est in segus de custos degoglios e mortorgios? Mesche Carlo “ferotze”. Ma in custa manera no lu jamant sos sardos ma sos piemontesos liberales. Ferotze e “ottuso e famelico”, pro contu de s’istoricu sardu Remundu Carta Raspi.
E un ateru’istoricu, filo sabaudo e filo monarchico comente a Perdu Martini, unu de sos fundadores de s’istoriografia sarda, iscriet” “Carlo Felice era alieno dalle lettere e da ogni attività che gli ingombrasse la mente”! Un pigro imbecille!
Bene, custu cane de istergiu, galu “troneggia” in una de sas mezus pratzas de sa capitale sarda, cun una bell’istatua. Una brigongia manna.
Usque tandem, abutere patientia nostra, comune de Casteddu?

SA DIE DE SA SARDIGNA

SA DIE DE SA SARDIGNA

di Francesco Casula

Per ricordare La cacciata dei Piemontesi è nata ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma io preferisco chiamarla “Festa nazionale dei Sardi” – con la legge n.44 del 14 Settembre 1993.
Con essa la Regione Autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo – dicevo – dell’insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei “Vespri sardi” che portarono all’espulsione da Cagliari e dall’Isola dei piemontesi e di altri forestieri (nizzardi e savoiardi) ligi alla corte sabauda ed espressione del potere e dell’arroganza, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.
Quanti?
Alcuni storici (Girolamo Sotgiu) dicono 514; altri (Luciano Carta) 600-620. Pochi?
Moltissimi, se si pensa che Cagliari alla fine del ‘700-inizio ‘800 contava 20 mila abitanti e dunque vi era un “burocrate” piemontese per meno di 40 cagliaritani!

-Precedenti, cause motivazioni della “Rivolta”

1. Tentativo francese di occupare e conquistare la Sardegna.
I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour.
Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro.

Perché i francesi tentano di conquistare la Sardegna?
Motivazioni ideologiche (ovvero chiacchiere): esportare la rivoluzione e con essa i principidell’89: Liberté, Égalité, Fraternité.
I motivi veri:
a. ”approvvigionare con i suoi grani e il suo bestiame l’esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato” (Girolamo Sotgiu);
b. “l’avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima, era stimato utilissimo”(Carlo Botta).
Evidentemente i francesi ritenevano inevitabile la guerra con l’Inghilterra – come di fatto avverrà – e dunque vogliono dotarsi di una bella base militare ad hoc.

Chi difenderà la Sardegna, respingendo i francesi?
Non l’esercito regolare dei re sabaudi ma i miliziani, i volontari sardi, sostenuti e finanziati dagli Stamenti: ovvero da nobili e clero ostili ai rivoluzionari francesi che consideravano demoni mangiapreti ma anche da democratici come Angioy o il Marchese di Flumini.

Hanno fatto bene i sardi a difendere la Sardegna?
E’ una questione storiografica aperta: il problema è però chiarire che i sardi più che difendere il regno dei sabaudi difendono la loro terra.

2. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.
I Sardi – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”.
Infatti – ricorda Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”.
E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:
-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;
-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;
-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;
-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;
-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.
Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare, ).
Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

3. La rivolta cagliaritana e la cacciata dei piemontesi
Ecco come lo storico sardo da Girolamo Sotgiu descrive il fatto:
“E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache «si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata». La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci¬tare qualche preoccupazione fino a quando «sull’un’ora all’incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza» ad arrestare Vincenzo Cabras.
«Avvo¬cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam¬pace»2, , nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente.
I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.
L’arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l’inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.
Da qui l’accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, (almeno 2 mila, il 10% dell’intera popolazione cagliaritana) l’assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l’irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All’insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.
La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l’uno dall’altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.
Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L’assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l’uno sopra l’altro», i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.
Così, il 7 maggio 1794, 514 (secondo Girolamo Sotgiu) o 600-620 (secondo Luciano Carta) tra piemontesi savoiardi e niz¬zardi furono costretti ad abbandonare l’isola, e, «divulgata per tutto il Regno l’espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu univer¬sale l’approvazione»; ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l’esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Ca¬gliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingom¬bra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisi¬tezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che «scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i mag¬giori ministri», trasportando «al porto le loro masserizie con quelle del viceré». All’apparire di tanta «abbondanza di car¬riaggi», si levò un solo grido:
Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipar¬tono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre.
E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell’animo l’indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d’araldo, ferma¬tevi, grida a quei furiosi:
quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? Ed esortati i carrettieri a muoversi, «la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l’onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio»9.
Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa:
Lasciateli andare – sembra che il Leccis abbia detto – che i sardi benché poveri non han bisogno della M… dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia .

S’ ISCUSORGIU DE S’ AMMENTU di ida Patta

S’ISCUSORGIU DE S’AMMENTU di Ida Patta
A cura di Francesco Casula

Conoscevo Ida Patta naschìa in Fiume ma pàschia in Samugheo, soprattutto come poetessa de balia in lingua sarda, avendola premiata più volte, in qualità di Giurato o di Presidente di Giuria, in svariati Concorsi letterari.
Ora leggo “S’ISCUSORGIU DE S’AMMENTU” (Lo scrigno dei ricordi) e scopro una poetessa che racconta, in modo egregio, Contos e Paristorias, “storie attinte da su connotu”, scrive l’Autrice, “preziose memorie della vita del passato, dolce e amara, come sempre sono stati i miei pensieri”.
In alcuni di questi Contus, è sempre l’Autrice a ricordarlo, riporta accadimenti di cui fu testimone, come per esempio in Parigheddu. Altri sentiti in famiglia o dai “cantagontos chi iscriiant in is libureddos contos gòccios e cantzones e totu su chi sutzediat in Sardinnia”.
Racconti, con lacerti lirici e poetici. Pieni di ispantos, maravillas e de miragulos. Con frebotos chi srangànta e sananta is males cun erbas e ateros improddos; con bruscias e relative istrias. Fattucchiere e sortilegi. Con vecchie e ormai sorpassate tradizioni de is nobiles chi pro no amesturare sa nobiltàde cun sa preballìa si cosciuant tra issos, fintes fra fradiles: pro cussu medas figios ‘essiant scimproteddos.
Con frastimos e irrocos, alcuni particolarmente fulminanti, come quelli presenti nell’Atto teatrale: “Ite as nadu? Mortu in galera? Ogos de tzrepeddera ti dda tupas cussa buca ‘e bascia? Morta aintru de una cascia! O: “Ancu t’ispergiat sa pesta niedda!
Con personaggi, suggestivi e drammatici: come Mamai Chicca, che l’Autrice descrive in termini lirici e struggenti: povera e viuda chentza fizos, is parentes ca no teniat sienda, dd’iant iscavulàda. Fiat che unu pigione orrutu de s’aera. Donosa contando dicios antigos, nos a mesu merie andaiaus po ddi fare cumpangia mancari cun cosingiu arrecramu o filongiu. Nesciunu ddi connoschiat s’edade poite no si dd’arregordàt mancu issa. Arrotigàt che una frache, pariat becia meda, forzis no teniat mancu sessant’annos. No aiat mai carta catzolas e cando is righina nde dd’iat comporau una pariga, is pes furint aladiados, atrotigados e tzacados de no ddos podet cartzare.
Mamai Chicca mi ricorda, emotivamente, Sa Tia de filare di Montanaru, altra donna tragica: anche lei “sa tia de patire”.
O come Chicchedda Melone chi po no si fare possedire da su mustru, aiat isceberau sa morte.
O, come Mariedda, che pro disisperu, pro sa bregungia partìat in cunventu pro si fare mongia de clausura. E inìe naschiat su figiu de Pitanu, genera cussas notes chi dd’iat tenta prescionera in domo.
O, come Mamai Derudu,una pobera becia, isciusta cola cola, iscurza e morta de fridu, fascàda cun dun’isciallu nieddu, sinnu de sa fiudesa, in manu poderat unu botigheddu de launa. Andàt a pedire brascia po si podet caentare primu de si crocàre.
Con is moros chi furànt is piccioccas:Oi mama su moro in crebetura/Oi mama su moro in su padente/Abisu mèu c anca beniu gente/Po nde leàre sa tzeraca a fura!
Con sas attitadoras, postas a cabudu de sa mesa chi attitant su poberu sodrau mortu in gherra.
Ma anche con le Novene in sas cumbessias, in sos muristenes in cui insieme alle preghiere si svolgono ballos cantos e giogos a sa murra, un’ispassu de mannos e pitios.

Ma questi Contus, questo materiale che la tradizione popolare, soprattutto del suo paese Samugheo, le mette a disposizione, Ida Patta lo arricchisce, lo trasforma e modifica, producendo e creando veri e propri “pezzi” d’autore: sia dal punto di vista del racconto e dello stile narrativo sia a livello lessicale e linguistico. Con l’inserimento di decine e decine di espressioni e lessemi “preziosi”, spesso desueti: s’approponitu (accessorio), gallosa (elegante), anivini (consumata dal dolore), accatu (accoglienza-ospitalità) in pantèos (di peso), lea (zolla), cannadas (forme di formaggio).
O idiomatici e dunque, altamente significanti e pregnanti, penso a “Cando sa picciocchedda aiat cumenciau a frammentare…” (quando la ragazzina aveva cominciato a mettere su forme sinuose…). O metaforici: “cottu che pisu in padedda”

I vecchi racconti popolari vengono trasformati in racconti d’autore grazie a uno stile e un registro linguistico alto, grazie anche a un suo personale, ampio e corposo tentativo di censimento, di scavo, di esplorazione, di ricerca, di studio e di sperimentazione di un progetto di lingua sarda ricca ed espressiva con cui racconta, almanacca, rappresenta, inventa, costruisce gerghi, coltiva registri, coccola forme in cui predilige costrutti e lessemi vigorosi e vivaci, icastici e suggestivi.
In cui la parola signoreggia e lievita. Una parola che evoca e tesse metafore e virtuosistiche analogie, crea similitudini, allegorie,perifrasi, litoti e iperboli, che incentivano il pensiero oltre il dettato asciutto ed essenziale.
Una parola che, grazie anche al suo stile immaginoso e alla sua raffinatezza lessicale, si carica spesso di una valenza e di un timbro onomatopeico: tanto che di decine e decine di vocaboli il lettore carpisce e intuisce il senso e il significato dal semplice suono: penso, ma sono solo degli esempi, a iscandranchillàdos, trotogiat schintiddiant.
In una lingua, quella sarda, che si porta appresso un variegato e sterminato carico etno-storico, linguistico, antropologico, sociologico,
La lingua sarda con tutti i suoi suoni, i suoi continui concreti richiami all’ambiente, alle tradizioni, ai riti e miti, all’economia, alla alimentazione, ai saperi.
La lingua sarda come lingua materna, familiare, concreta, immaginosa: un medium caldo, che lega la parola alle cose, alle emozioni, ai sentimenti, alla fantasia, all’ironia, alla saggezza. Ma anche alle manie, alle ubbie. Sa limba de su trigu e de su pane, direbbe il nostro più grande poeta etnico, Cicitu Masala.
Quella lingua che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma e zenia hanno cercato di recidere, insieme all’identità della nostra Terra, come canta in maniera struggente e addolorata l’Autrice in “Lettera d’amore a sa terra mia”: Oe ses cambiàda/martoriàda,chentza mudongiu/tant uscàu, aundàu e alluàau,/bendia a su mengius oferidore…!/Fines sa limba t’ant istrupiau/cun paraulas istrambeccas./Idorrobada ‘e s’identidàde/no tenes prus bandera…!
Consapevole com’è, Ida Patta che “chenza una limba tu/Sardinnia ses isfroria”! Io direi di più, utilizzando l’espressione di Cicitu Masala: ”a unu populu nche li podes moere totu e sighit a bivere, si nche li moes sa limma si nche morit”.
Concludo: questi Contos più che essere commentati analizzati e chiosati hanno bisogno di essere letti, per essere gustati assaporati fruiti. Letti e riletti. Soffermandosi. Bisogna fermarsi su ogni singola parola, immagine, metafora. Frequentarla a lungo, farsela amica, riempirla di domande, attenderla con trepidazione. Abitarla. Per vivere emozioni. Per poterla godere. Oltre che capirla.