Violenza sulle Donne

 

VIOLENZA SULLE DONNE:

Un infame femminicidio savoiardo. Il caso di Ambrogia Soddu.
Fallito il generoso ed eroico tentativo (sfortunato) di liberare la Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia sabauda, si scatenò la repressione savoiarda, crudele e sanguinaria: ad essere colpiti furono innanzitutto due Comunità simbolo della resistenza antifeudale: prima Bono poi Thiesi.
Bono è anche il paese natale di Giovanni Maria Angioy: dunque doppiamente simbolo, da distruggere.
Fra il 18 e il 19 luglio del 1796 nel paese del Goceano arrivano 900 giannizzeri con 4 cannoni, per bombardare, devastare, incendiarlo. A guidare la soldataglia sono tre voltagabbana Ignazio Musso, Nicolò Guiso ed Efisio Pintor: solo due anni prima democratici e seguaci di Giovanni Maria Angioy, passati poi nel campo della reazione e vendutisi per un piatto di lenticchie. Pintor per essere diventato amministratore di un feudo e nel 1807 sarà podatario dei Marchesati di Villacidro, Palmas, Musei ed Orani.
Incendiano le case e devastano il paese. Fortunatamente gli abitanti, avvertiti dai paesi vicini, sono tutti scappati. E’ rimasta solo Ambrogia Maria Soddu di 60 anni, paralitica. Che non è potuta scappare in virtù della sua disabilità. Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono e così, testimoniano i documenti, violenter animam Deo redditit. Una titulia. Una vera e propria infamia.
Persino lo storico ufficiale (e cortigianesco) dei tiranni sabaudi, Giuseppe Manno ebbe a dire:”Non hanno avuto pieà di una povera invalida”.
Oggi Bono non ha Vie o Piazze dedicate ai savoia. Ma neppure a Ambrogia Maria Soddu: sarebbe ora che ne dedicassero a questa loro martire innocente e sfortunata!

Non b’at rivolutzione indipendentista sena rivolutzione culturale natzionale.

Non b’at rivolutzione indipendentista Sena rivolutzione culturale natzionale.

di Francesco Casula

Non b’at indipendenztia sena una cussentzia nazionale meda forte: l’at naradu Elisenda Paluzie, Presidente de s’Assemblea nacional catalana, chi chenapura e sabadu colau, at atobiadu s’Assemblea nazionale sarda (ANS) e sos Partidos e Movimentos indipendentistas. Prus de chimbant’annos sa matessi idea aiat tentu e e su matessi meledu aia fatu Antonio Simon Mossa, su prus mannu teoricu e ideologu del s’indipendentismu sardu modernu. Pro Simon Mossa su sinnu e su simbulu prus craru e prus fungudu de s’identidade natzionale de unu populu est sa limba. Issu difatis ischit bene chi unu populu sena identidade, mesche linguistica e culturale, est destinadu a si-nche morrere: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna”. E, semper sighinde, iscriet: “I fenomeni di lacerazionedel tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica. Ma questo discorso è valido nella misura in cui lo fanno proprio tutti i popoli parlanti una propria originale lingua e stanzianti in un territorio omogeneo, costituenti insomma una nazione che sia assoggettata e inglobata in uno Stato nel quale l’etnia dominante parli una lingua diversa” . A cara de custu perigulu e de custu arriscu mannu chi resultat dae su fatu chi sos Sardos sunt disamparende unu de sos elementos prus essentziales de s’Identidade issoro, balet a narrer sa limba materna, Simon Mossa traballat in custu tretu e in cussu prus mannu puru chi pertoccat sa sardidade e duncas s’etnos, cun sos iscritos e umpare cun s’atzione e sa faina politica. S’atividade sua pro sa costrutzione e ricostrutzione de si’Identidade etnonatzionale de sos Sardos, cussiderada dae cada puntu de bista, -amus giai allegadu de cussu architetonicu e artisticu- fiat meda manna mescamente in s’istudiu e in s’avaloramentu de sa limba sarda e de su catalanu de Alighera. Istudiosu de limba e de linguistica meda amantiosu, amento, ma est sceti un assmbru, chi traduit in limba sarda s’Evanzeliu e iscriet otavas bellas e galena, pessat chi su Sardu : “lungi dall’essere un dialetto ridicolo è già, ma in ogni modo può e deve essere una lingua nella misura in cui sia parlato e scritto da un popolo libero e capace di riaffermare la propria identità”. A propositu de custa chistione ponet custa pregunta “Hai mai meditato su ciò che significa l’esclusione della nostra lingua madre dalle materie di insegnamento delle scuole pubbliche e il divieto di farne uso negli atti “ufficiali”? Ci regalano insegnanti di un italiano spesso approssimativo e zeppo di provincialismo e noi non abbiamo il diritto di esprimerci adeguatamente nella nostra lingua! Ci hanno privato del primordiale e più autenticamente strumento di comunicazione fra gli uomini!” . Narat custa cosas in su mese de Triulas de su del 1967 a su Cunvegnu de “Istudios dotrinarios sardistas” a Bosa, medas annos a in antis chi in Sardigna si faeddet de sa Chistione de su “Bilinguismu perfetu”. Pro custu podimus giustamente narrer chi Simon Mossa est istadu su chi at amaniadu e inditadu sas fainas, sas propostas e sas lutas chi in custos urtimos annos si sunt fatas pro otenner una Leze pro su Bilinguismu. Simon Mossa cun ividriu aiat cumpresu chi sa chistione de sa Limba sarda non fiat solu cussa de la faeddare, – mancari sceti a intro de su foghile – ma de l’iscrier e mescamente de l’imparare in sas Iscolas, e de l’impreare in s’Aministratzione publica: in ateras paraulas sa chistione fiat de l’ufitzializzare.

Carlo Felice e i tiranni sabaudi verso la 150° Presentazione (e oltre)

Francesco Casula

Carlo Felice e i tiranni sabaudi: verso la 150° Presentazione (e oltre). L’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” si avvia a raggiungere e superare le centocinquanta presentazioni entro il 18 dicembre prossimo. Ecco nello specifico: – La 147° in DESULO il 13 novembre (ore 16, Ex Chiesa di Sant’Antonio abate). Organizzata dall’Amministrazione comunale si svolgerà all’interno del “Premio letterario della montagna” dedicato a MONTANARU”. Con l’Autore dialogheranno Gian Carlo Casula (nipote di Montanaru) e Antonangelo Liori. – La 148° in BONORVA il 20 novembre (ore 17.30, Sala Consiliare, Piazza Santa Maria). Organizza il Partito indipendentista LIBERU, con la collaborazione dell’Associazione “Obiettivo Meilogu”. Presiede e introduce Salvatore Sechi. Interviene il sindaco Massimo D’Agostino. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – La 149° in SERRAMANNA il 3 dicembre (ore 17.30, Aula Consiliare). Organizza l’Amministrazione comunale. Porterà i saluti il neosindaco Gabriele Littera. Presenterà l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Concluderà l’Autore. – La 150° in CAGLIARI il 4 dicembre (ore 11, Biblioteca Emilio Lussu a Monteclaro). Organizza la Compagnia teatrale “IL CROGIUOLO”. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Leggeranno alcuni passi del libro attrici/attori della Compagnia. Concluderà l’Autore. – La 151° in CAGLIARI il 10 dicembre (ore 17.30, Sede nazionale della Confederazione sindacale sarda, Via Ancona 9). Organizza la CSS. Presiede il segretario nazionale del Sindacato sardo Giacomo Meloni. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Conclude l’Autore. – La 152° in BONNANARO il 18 dicembre (ore 17.30, Biblioteca comunale). Organizza la Biblioteca comunale. Introduce e presiede Antonio Carai. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. Breve sintesi dell’Opera Carlo Felice e i tiranni sabaudi: verso la 150° Presentazione (e oltre). L’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” si avvia a raggiungere e superare le centocinquanta presentazioni entro il 18 dicembre prossimo. Ecco nello specifico: – La 147° in DESULO il 13 novembre (ore 16, Ex Chiesa di Sant’Antonio abate). Organizzata dall’Amministrazione comunale si svolgerà all’interno del “Premio letterario della montagna” dedicato a MONTANARU”. Con l’Autore dialogheranno Gian Carlo Casula (nipote di Montanaru) e Antonangelo Liori. – La 148° in BONORVA il 20 novembre (ore 17.30, Sala Consiliare, Piazza Santa Maria). Organizza il Partito indipendentista LIBERU, con la collaborazione dell’Associazione “Obiettivo Meilogu”. Presiede e introduce Salvatore Sechi. Interviene il sindaco Massimo D’Agostino. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – La 149° in SERRAMANNA il 3 dicembre (ore 17.30, Aula Consiliare). Organizza l’Amministrazione comunale. Porterà i saluti il neosindaco Gabriele Littera. Presenterà l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Concluderà l’Autore. – La 150° in CAGLIARI il 4 dicembre (ore 11, Biblioteca Emilio Lussu a Monteclaro). Organizza la Compagnia teatrale “IL CROGIUOLO”. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Leggeranno alcuni passi del libro attrici/attori della Compagnia. Concluderà l’Autore. – La 151° in CAGLIARI il 10 dicembre (ore 17.30, Sede nazionale della Confederazione sindacale sarda, Via Ancona 9). Organizza la CSS. Presiede il segretario nazionale del Sindacato sardo Giacomo Meloni. Presenta l’Opera Giuseppe Melis Giordano. Conclude l’Autore. – La 152° in BONNANARO il 18 dicembre (ore 17.30, Biblioteca comunale). Organizza la Biblioteca comunale. Introduce e presiede Antonio Carai. Presenta l’Opera l’Autore Francesco Casula. – Breve sintesi dell’Opera – Il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula (Edizioni Graficadel Parteolla, 2019). – documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946). – Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu. – – Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille. – Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco nota anche perché assente e/o mistificata e manomessa dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle “magnifiche orti e progressive”, dimenticando i drammi e le tragedie, le lacrime e il sangue, che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai, – Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse: una per tutte: le leggi razziali.

NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA

NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA
di Francesco Casula
L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali e. sia pure in modo spesso confuso, sposata con convinzione e “batallata” con generosità da plurimi gruppi e movimenti. Ho però l’impressione che da parte di molti venga solo “agitata” e “propagandata”: con slogan e parole d’ordine astratte; piuttosto che “costruita”, e preparata. Temo cioè che molti pensino all’Indipendenza come a un evento che possa scoccare all’ora x, quasi naturalmente. O che comunque si ottenga con la conquista del Palazzo d’inverno, pardon, di Via Roma: cosa peraltro non proprio facile: se è vero che fin’ora, in Via Roma non siamo riusciti a entrare neppure con un consigliere! Non comprendendo che l’Indipendenza, non è un obiettivo che scatta, totu in unu, in un’ora x o con una maggioranza politica-elettorale (pure necessaria) ma costituisce un processo e un progetto da perseguire e costruire, die pro die, iniziando a praticarne degli “spezzoni” a livello culturale e linguistico, come a livello economico. Ovverossia praticando obiettivi che preparino e siano propedeutici all’indipendenza stessa. In questo senso uno degli obiettivi fondamentali che occorre perseguire, con determinazione è la riscrittura di un nuovo Statuto, come Carta costituzionale della Sardegna, che ricontratti con lo Stato Italiano (e con l’Europa), su basi federali (o ancor meglio confederali) il rapporto fra la Nazione sarda e lo Stato. Sono infatti convinto che lo Statuto attuale serva solo per amministrare la nostra dipendenza (coloniale): a livello economico come a livello culturale e linguistico: E nulla spes possiamo in esso nutrire per il futuro senza una radicale modifica. Pensiamo solo alla questione della lingua: continueremo ad abbaiare alla luna, senza un nuovo Statuto che preveda appunto un preciso articolo di legge, come nello Statuto del Trentino (art.19) o della Valle d’Aosta (art.31), che semplicemente reciti: ” In Sardegna la lingua sarda è parificata a quella italiana. Per i territori di loro pertinenza, sono altresì parificati alla lingua italiana il Gallurese, il Sassarese, il Catalano di Alghero e il Tabarchino”. Senza una modifica-aggiunta di tal fatta continueremo a blaterare di bilinguismo: nel migliore dei casi potremmo affidarci a qualche esperienza – sia pur lodevole – di volontariato o di singole scuole. Solo con un preciso articolo sul bilinguismo nello Statuto potremmo pensare all’insegnamento della lingua sarda come materia curriculare. Altrimenti chiacchiere. Flatus vocis. Ho l’impressione che il Pianeta indipendentista, complessivamente, sottovaluti o, peggio, trascuri del tutto l’importanza della modifica dello Statuto. E’ un gravissimo limite: segno di minoritarismo e di cecità ideologica.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

CIVICI E INDIPENDENTISTI

CIVICI E INDIPENDENTISTI:

il caso di Gabriele Littera, nuovo sindaco di Serramanna

di Francesco Casula

Non conosco Gabriele Littera, il nuovo sindaco di Serramanna. Ma amici – di cui mi fido ciecamente – me lo descrivono come un eccellente professionista (fra l’altro è stato uno dei fondatori di Sardex) e una gran bella persona. La sua elezione a sindaco della cittadina del Medio Campidano – sbaragliando partiti e Coalizioni italiche – è dunque ben riposta e opportuna. Mi hanno favorevolmente colpito, in una Intervista fattagli dall’Unione Sarda il 13 ottobre scorso, le sue risposte. In modo particolare una, in cui alla domanda:”Sarà un sindaco di centro sinistra” ha risposto:”No, sono un civico con un percorso politico nel mondo dell’indipendentismo”. Una risposta netta e inequivocabile. Absit a me iniuria verbis nei confronti della giornalista che gli ha fatto simil domanda, ma gli è che anche i Media sardi sono impigliati nel luogo comune e nel pregiudizio secondo il quale dovremmo schierarci, comunque, o con il centro-destra o con il centro-sinistra. Rompere la prigione e l’incatenamento rispetto alle formule de Partiti italiani è invece una necessità e un presupposto essenziale per segnare in Sardegna una svolta nella politica indipendentista, per costruire, ad iniziare dai Comuni, un’alternativa “civica” e non di Partito o Partiti. Non limitandosi però ad agitare al vento facili slogan o discorsi puramente ideologici. L’importante sarà fare le cose non limitarsi a denunciarle, sperimentare e non solo predicare, praticare l’obiettivo (ad iniziare dall’ambientalismo sociale), praticare scampoli di indipendenza (a livello economico come sul versante culturale e linguistico: per esempio praticando il bilinguismo) e non aspettare l’ora x in cui l’indipendenza di raggiungerebbe. L’importante è incrociare e coinvolgere la gente, i lavoratori, i giovani, costruendo trame che organizzino e compattino i soggetti sui bisogni, gli interessi, la crescita economica sociale e culturale-identitaria della Comunità, favorendo l’autorganizzazione dei cittadini, il protagonismo sociale, i contropoteri popolari. L’importante è “il fare” più che “il dire”: ma all’interno di una “visione”, una cultura alta e “altra”. Con la valorizzazione e l’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirsi e guardare al futuro e non per rifugiarsi nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e il comunitarismo e i suoi codici etici basati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali.

Nuovo Statuto e Indipendenza

 NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA

di Francesco Casula

L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali e. sia pure in modo spesso confuso, sposata con convinzione e “batallata” con generosità da plurimi gruppi e movimenti. Ho però l’impressione che da parte di molti venga solo “agitata” e “propagandata”: con slogan e parole d’ordine astratte; piuttosto che “costruita”, e preparata. Temo cioè che molti pensino all’Indipendenza come a un evento che possa scoccare all’ora x, quasi naturalmente. O che comunque si ottenga con la conquista del Palazzo d’inverno, pardon, di Via Roma: cosa peraltro non proprio facile: se è vero che fin’ora, in Via Roma non siamo riusciti a entrare neppure con un consigliere! Non comprendendo che l’Indipendenza, non è un obiettivo che scatta, totu in unu, in un’ora x o con una maggioranza politica-elettorale (pure necessaria) ma costituisce un processo e un progetto da perseguire e costruire, die pro die, iniziando a praticarne degli “spezzoni” a livello culturale e linguistico, come a livello economico. Ovverossia praticando obiettivi che preparino e siano propedeutici all’indipendenza stessa. In questo senso uno degli obiettivi fondamentali che occorre perseguire, con determinazione è la riscrittura di un nuovo Statuto, come Carta costituzionale della Sardegna, che ricontratti con lo Stato Italiano (e con l’Europa), su basi federali (o ancor meglio confederali) il rapporto fra la Nazione sarda e lo Stato. Sono infatti convinto che lo Statuto attuale serva solo per amministrare la nostra dipendenza (coloniale): a livello economico come a livello culturale e linguistico: E nulla spes possiamo in esso nutrire per il futuro senza una radicale modifica. Pensiamo solo alla questione della lingua: continueremo ad abbaiare alla luna, senza un nuovo Statuto che preveda appunto un preciso articolo di legge, come nello Statuto del Trentino (art.19) o della Valle d’Aosta (art.31), che semplicemente reciti: ” In Sardegna la lingua sarda è parificata a quella italiana. Per i territori di loro pertinenza, sono altresì parificati alla lingua italiana il Gallurese, il Sassarese, il Catalano di Alghero e il Tabarchino”. Senza una modifica-aggiunta di tal fatta continueremo a blaterare di bilinguismo: nel migliore dei casi potremmo affidarci a qualche esperienza – sia pur lodevole – di volontariato o di singole scuole. Solo con un preciso articolo sul bilinguismo nello Statuto potremmo pensare all’insegnamento della lingua sarda come materia curriculare. Altrimenti chiacchiere. Flatus vocis. Ho l’impressione che il Pianeta indipendentista, complessivamente, sottovaluti o, peggio, trascuri del tutto l’importanza della modifica dello Statuto. E’ un gravissimo limite: segno di minoritarismo e di cecità ideologica.

INSULTI RAZZISTI

INSULTI RAZZISTI
CONTIUMELIE IMPROPERI E MALDICENZE
CONTRO I SARDI:
da Cicerone a Librandi di “Italia viva”

Il grande oratore latino, nell’orazione Pro Scauro, aveva bollato i Sardi come naturalmente mastrucati latrunculi: proprio lui difensore di Scauro, lui sì un “ladrone”, a parere dello stesso senato romano: aveva imposto ai Sardi una decima che si intascava personalmente!
Sardi a suo parere inaffidabili e disonesti, in quanto africani (oggi diremmo negri), anzi formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi: “Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse?”(E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?).
E a proposito del musico e cantante Tigellio l’oratore latino scrive “E’ un vantaggio non avere alcun rapporto con questo sardo, più pestilenziale della sua stessa patria”.
Mentre Licinio Calvo considerava lo stesso Tigellio da “mettere in vendita”, come tutti i Sardi venales.

Facciamo un bel salto nella storia e troviamo un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) che dopo Cicerone, pone per così dire, le premesse ideologiche del razzismo contro i Sardi. Per giustificare la repressione violenta e militare contro il banditismo scrive che “la causa del male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli sardi poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” .
Anticipando così e preparando brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame e la paccottiglia sui Sardi con il dna delinquenziale con i vari Orano (i Nuoresi sono delinquenti nati) e Niceforo, secondo cui tutti i Sardi non solo i Nuoresi appartengono a una razza inferiore. Per proseguire negli anni 1960/70 quando su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti.

Per arrivare ai nostri giorni con il Procuratore di Cagliari, Roberto Saieva, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente “trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”.
Forse il Procuratore pensava di essere un nuovo viceré alla Doria del Maro, cui sostanzialmente si ispira.

E’ infine di questi giorni. l’uscita di certo Librandi, un plurivoltagabbana: dopo aver girovagato nella destra ( Forza Italia, PdL,,Unione Italiana, Scelta Civica per l’Italia, ecc.) è approdato nel PD per poi aderire a Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi.
Plurivoltagabbana, ultra inquisito e arrogante e razzista: il 27 ottobre 2019 viene reso noto il suo coinvolgimento nell’inchiesta sui finanziamenti alla fondazione Open, legata all’ex premier Renzi, insieme ad altre persone.
Nel gennaio 2020 il settimanale L’Espresso rileva come, in occasione di una verifica fiscale effettuata nel luglio 2019 dalla Guardia di Finanza nella sua azienda a Saronno, Librandi abbia usato parole forti nei confronti dei finanzieri sostenendo di essere “un intoccabile”.
Il mese precedente aveva scatenato polemiche per la frase “I meridionali resistono di più al Coronavirus perché sono africani bianchi. E’ una questione genetica”.
E oggi attacca i sardi perché androne, perché il PIL della Sardegna lo pagherebbe il Nord.

Personaggi sardi

Personaggi storici sardi.
1. Il re giudicale Ugone III
di Francesco Casula
Ugone III successe a l padreMarian IV, quasi quarantenne. La sua figura ha valutazioni storiche contrastanti e, per certi versi, opposte.
Le fonti storiche iberiche, in particolare Geronimo Çurita,cronista del reyno de Aragon, lo descrivono come crudele e tiranno, quelle francesi – che sostanzialmente si rifanno allo stesso Çurita – come rozzo e ignorante, “fier e sauvage insulaire” (Gabriel-Henri Gaillard). Il cronista aragonese gli attribuisce infatti tirania, crueldad y barbara naturalesa.
Sulla sua figura, la sua azione ma soprattutto sulla sua fine abbiamo comunque poca documentazione. Secondo lo storico medievista Francesco Cesare Casula pare che il suo dispotismo non fosse accettato dal suo popolo, che ritenendo di essere stato tradito nel suo rapporto di bannus consensus, il 3 marzo i383 si sollevò e, secondo l’antica usanza del tirannicidio lo pugnalò insieme alla figlia, gettandolo, ancora vivo in un pozzo, con la lingua tagliata: a documentarlo una cronaca, secondo cui “il popolo di Arborea, con altri dell’Isola rivolsero le armi contro il Giudice e lo uccisero insieme alla figlia e gli portarono via tutti i beni…e ciò a causa del suo dispotismo”.
Ugone viene ucciso nel 1383 nel suo palazzo a Oristano: secondo però altri storici non a causa della sua “tirannia” ma per una serie di altre ragioni: ragioni esterne da ricondurre alle ostilità degli Aragonesi e dei nemici di Arborea; ragioni interne da ricercare nei “printzipales” e nei mercanti che erano scontenti perché Ugone era troppo autoritario e imponeva tasse troppo alte per poter mantenere i mercenari tedeschi, provenzali e borgognoni.
Certo – scrive Raimondo Carta Raspi – “Fin dai primi provvedimenti di Ugone appare il pugno di ferro”*1. Ma la sua non sarebbe stata una “tirannia” bensì una “signoria” “ in quegli anni necessaria, per imporre ai Sardi, a tutti i Sardi, sacrifici e sangue per sottrarre la Sardegna alla monarchia aragonese”*2

*1 Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano,pagina 593.
”*2 Ibidem.

E la sua morte dunque non sarebbe causata dalla sua “tirannia” bensì dalla sua inimicizia feroce nei confronti degli Aragonesi, che la morte stessa avrebbero organizzato con la connivenza di alcuni ascari sardi, ad iniziare da un certo De Ligia.
A tal proposito rimando a Pimpirias de istoria e istoriografia sarda. presenti in questo stesso paragrafo.
Sempre lo storico Raimondo Carta Raspi, al contrario delle fonti aragonesi, rivaluta la figura di Ugone III per la sua attività legislativa (leggi e ordinanze che in parte confluiranno nella Carta de Logu di Eleonora) ma soprattutto perché sarebbe stato “il più sardo dei Giudici, il valoroso capitano che avrebbe potuto sottrarre la Sardegna per sempre alla dominazione straniera”. 3
*** Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano, pagina 625.

Sempre Carta-Raspi, così giustifica la morte di Ugone: la morte di Ugone
“Può darsi che il governo di Ugone fosse duro e che lo stato di guerra comportasse sacrifici e privazioni. Certo non più che nei decenni precedenti. Abbiamo visto anzi che la guerra in corso si riduceva all’assedio di Cagliari e di alghero, oltre alla sorveglianza marittima e costiera. Purtroppo manchiamo di molti elementi per poterci formare un giudizio sugli avvenimenti oristanesi di quegli anni e soprattutto sulla congiura ordita contro Ugone: ma vi è forse uno spiraglio nella stessa contraddizione nelle fonti che ricordano l’assassinio del Giudice e, ancor più nella soppressione insieme, dell’unica figlia Benedetta. Poiché non ci sono rimaste che fonti aragonesi, sarebbe stato strano ch’esse non dicessero che furono gli stessi Sardi a uccidere Ugone; d’altronde sarebbe stato difficile ad Aragonesi poter giungere impunemente fino a lui e assassinarlo.
In un documento del 1416 si legge che Ugone fu «sanguine occisus a suis», e in altro ch’egli «fo per ells (dai sardi) anegat et mort». Sarebbe stato, è detto altrove, pugnalato e poi gettato in un pozzo. Ignoriamo dove ciò poté avvenire, ma, poiché con Ugone fu uccisa anche la figlia, si dovrebbe pensare al palazzo giudicale, ma più probabilmente altrove, dove con poca o senza scorta il Giudice poté recarsi con la figlia. Non vi è dubbio che alla congiura abbiano partecipato persone che potevano seguire da vicino il Giudice per cogliere il momento in cui poter attentare alla sua vita a colpo sicuro. Ma chi poteva avere interesse, tra i Sardi e soprattutto tra gli Oristanesi, a sopprimere l’ultimo Giudice d’Arborea e perciò a far crollare in un medesimo momento gli ideali e le aspirazioni e le conquiste di quei decenni, per consegnare al re e ai famelici baroni aragonesi la Sardegna con le sue popolazioni e le risorse e il suo stesso onore? Fu certo opera di inconsapevoli sicari, bene aizzati e anche meglio pagati, incuranti delle funeste conseguenze che sarebbero derivate alla Sardegna col loro delitto.
Gli storici sono quasi tutti d’accordo nel supporre che le fila della congiura siano state ordite in Cagliari e che non doveva essere estraneo il de Ligia. . Ciò è più che verosimile: e se manchiamo di prove per il de Ligia, non sussistono dubbi che l’assassinio di Ugone e della figlia fu premeditato dalla cancelleria aragonese, come già in passato fu tenuta la cattura di Mariano, e in seguito di Eleonora e del figlio; unico mezzo per vincere la invincibilità degli Arborea”.*
Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano, pagine 623-624.

INCENDI TIR CARICHI DI FIENO SARDI POCOS LOCOS Y MAL UNIDOS?

Francesco Casula
INCENDI TIR CARICHI DI FIENO SARDI POCOS LOCOS Y MAL UNIDOS?
La 131 percorsa senza sosta da camion e furgoni, esibenti orgogliosamente la bandiera dei 4 Mori e carichi di fieno, foraggio e altri aiuti, destinati agli agricoltori del Montiferru, in modo plastico, smentisce clamorosamente il vieto becero e inveterato luogo comune dei Sardi pocos, locos y mal unidos, attribuito addirittura a Carlo V, ma mai verificato in alcun documento o altra fonte storica. Del resto l’imperatore poco doveva conoscere la Sardegna se non dai dispacci “interessati” dei vice re: solo due volte la visitò direttamente. Nel 1535 quando durante la spedizione contro Tunisi e i Barbareschi sbarcò a Cagliari trattenendosi alcune ore e nell’ottobre del 1541, nella seconda spedizione, questa volta contro Algeri, il più attivo nido dei Barbareschi. In questo caso la flotta imperiale sostò in Sardegna: ma non – come ebbe a sostenere Carlo V – per visitare Alghero, dove passò la notte del 7, bensì per esserne abbondantemente approvvigionato, a spese della popolazione della città catalana e dell’intero sassarese. In realtà quel giudizio malevolo non Carlo V lo pronunciò ma Martin Carrillo, Visitador del Reyno de Cerdeña. Questi, ambasciatore del re Filippo III, in un resoconto stilato per il sovrano spagnolo in merito alla situazione linguistica e culturale della Sardegna scriverà: Il Catalano e lo Spagnolo vengono utilizzati e capiti nelle città, mentre il Sardo è la lingua comunemente utilizzata nei villaggi. E a tal proposito definirà appunto i Sardi: pocos, locos y mal unidos. E si riferiva ai sardi in relazione alla situazione linguistica, non in quanto tali. Ma tant’è: tale luogo comune, è stato interiorizzato da molti sardi, con effetti deleteri e devastanti, specie a livello psicologico e culturale (vergogna di sé, complessi di inferiorità, poca autostima, voglia di autocommiserazione e di lamentazione) ma con riverberi in plurime dimensioni: tra cui quella socio-economica. I Sardi certo sono pocos: e questo di per sé non è necessariamente un fattore negativo. Ma non locos: ovvero stolti, stolidi e men che meno imbecilli. Certo le esuberanti creatività e ingegnosità popolari dei Sardi furono represse e strangolate dal genocidio e dal dominio romano. Ma la Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Piero Meloni. E non fu annientata. La resistenza continuò. I Sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos. Certo con catalani, spagnoli e piemontesi furono di nuovo dominati e repressi: ma dopo secoli di rassegnazione, a fine Settecento furono di nuovo capaci ai alzare la schiena e di ribellarsi dando vita a quella rivoluzione antifeudale, popolare e nazionale che porrà la base della Sardegna moderna. Certo, si è tentato in ogni modo di scardinare e annientare lo spirito comunitario, la solidarietà popolare, quella pluralità di reti sociali e di relazione che avevano caratterizzato da sempre le Comunità sarde con variegati sistemi e costumi solidaristici di aiuto reciproco e di forte unità: basti pensare a s’ajudu torrau o a sa ponidura: costumanza che colpirà persino un viaggiatore e visitatore come La Marmora che [in Viaggio in Sardegna di Alberto Della Marmora, Gianni Trois editore, Cagliari 1955, Prima Parte, Libro primo, capitolo VII., pagine 207-209] scriverà ”Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono degne di nota e sembrano risalire all’antichità più remota: citeremo le seguenti: Ponidura o paradura. – Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l’usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villaggio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d’un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all’infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…” Così le identità etnico-linguistiche, le specialità territoriali e ambientali, le peculiarità tradizionali, pur operanti in condizioni oggettive di marginalità economica sociale e geopolitica permangono. I Sardi infatti, nonostante le tormentate vicende storiche costellate di invasioni, dominazioni e spoliazioni, hanno avuto la capacità di metabolizzare gli influssi esterni producendo una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti, alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna. Ma soprattutto basti pensare alla lingua, spia dell’Identità e substrato della civiltà sarda. Entrambe non totem immobili (sarebbero state così destinate a una sorte di elementi museali e residuali) ma anzi estremamente dinamiche. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, pur conservando infatti le loro radici in una tradizione millenaria, non hanno mai cessato di evolversi, aprirsi e contaminarsi, a confronto con le culture altre. Soprattutto questo avviene nei tempi della modernità, a significare che la cultura sarda non è mummificata. E’ segno di un popolo stolto e diviso? Ed è segno di un popolo stolto e diviso l’ampia corposa e ubiquitaria solidarietà espressa dai Sardi nei confronti delle popolazioni colpite dagli incendi criminali?

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Deledda sarda (e universale )


DELEDDA: Sarda (e universale)

Scrive Eric Hobsbawm (lo storico britannico, autore del celebre “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”) a proposito di Gramsci: “tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”.
Mutatis mutandis, la valutazione di Hobsbawm, a mio parere, si attaglia perfettamente anche a un altro gigante sardo: Grazia Deledda: scrittrice certamente “universale” ma ben ancorata alla Sardegna, di cui racconta l’humus più profondo e la sua identità, ad iniziare da quella linguistica. Tanto che per comprendere bene la lingua che utilizza la Deledda nei suoi scritti occorre partire da questa premessa: la lingua sarda non è un dialetto italiano – come purtroppo ancora molti affermano e pensano, in genere per ignoranza – ma una vera e propria lingua. Noi sardi dunque, siamo bilingui perché parliamo contemporaneamente il Sardo e l’Italiano. Anche la Deledda era bilingue. Era una parlante sarda e i suoi testi in Italiano rispecchiano, quale più quale meno le strutture linguistiche del sardo, non tanto o non solo in senso tecnico quanto nei contenuti valoriali, nei giudizi, nei significati esistenziali, nelle struttura di senso magari inespresse ma presenti nel corso della narrazione. Voglio sostenere che la Deledda struttura il suo vissuto personale, la fenomenologia delle sue sensazioni e del profondo in lingua sarda ma lo riversa nella lingua italiana che risulta così semplice lingua strumentale. In tal modo opera un transfert del suo universo interiore nuorese, dell’inconscio, della fantasmatica.
Poteva non operare tale transfert e scrivere in Sardo? Certamente. Se non lo ha fatto è stato perché non vi era in quel momento storico (siamo a fine Ottocento-inizio Novecento) la cultura, la sensibilità, l’abitudine da parte degli scrittori, specie di romanzi, di utilizzare il sardo. Prima con i Savoia e poi con lo Stato unitario e ancor più con il fascismo, la lingua sarda viene infatti proibita negata criminalizzata.
Non c’è quindi da meravigliarsi che, una volta negata e proibita, gli scrittori – anche per avere una maggiore visibilità e diffusione delle loro opere – scrivano in italiano: la Deledda come tanti altri.
Ma – dicevo – Deledda rimane bilingue: pensa in sardo e traduce, nei suoi romanzi come nei Racconti, spesso meccanicamente in italiano, soprattutto nel parlare dialogico come in :”Venuto sei? – che traduce il sardo: Bennidu ses?; o “Trovato fatto l’hai? – Accatadu fattu l’as?; o ancora “A Luigi visto l’hai? –A Luisu bidu l’as?; o “Quando è così, andiamo – Cando est gai, andamus.
E ancora: “Venuti a parole” (‘ennios a paraulas); “Già, da appena l’aveva conosciuta” (giai apenas l’aiat connota).
Vi sono poi frasi intere in sardo: Teracas chi signoras bos cheries…serve-domestiche che pensate di essere delle signore); frate meu (fratello mio), Santu Franziscu bellu (San Francesco bello), su bellu mannu (il bellissimo, letteralmente il bello grande), su cusinu mizadu (il borghese con calze), a ti paret? (ti sembra?), corfu ‘e mazza a conca (colpo di mazza in testa), ancu non ch’essas prus (che tu non ne esca più :è un’imprecazione).
Ugugualmente in sardo un bizzarro testamento (in un suo Racconto): “Deo, sutta-iscritta, Donna Maria Rughe M***, viuda de Don Gavinu M***, declaro de lasciare in testamentu a su nepode de sa fiza de Rosannedda R***, fiza de Rosanna R*** e de su biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta s’alveru pius mannu de su buscu de Santu Matteu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae su riu; e chi andet a lu reguglire sa die 20 de maiu de s’annu 1878, poite si no non bi aghattat nudda, e chi preghet pro s’anima mea, e faghat narrer missas de suffragiu”.
E persino una quartina (sempre in un suo Racconto):
Tiligherta, tiligherta
mamma tua est in gherta,
babbu tou est morinde,
tiligherta baetinde…
Innumerevoli poi sono i vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce quando attengono ai nomi dei personaggi (Paska Devaddis, Bantine Fera, Berte Sirca, Zio Franziscu, Pride Fenu Tottoi,. Peppe Longu, Compare Batò, Bellia, Gabina, Nanneddu, Pedru,Gavinu, Arrosa, Peppa, Manzela, Bustianeddu);ai toponimi:Funtana ‘e litumonte di Santu Janne, Marreri, Sa Serra, alle esclamazioni (peuh).
Vi sono poi innumerevoli vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce nelle sue opere quando attengono all’ambiente sardo: pensiamo a leppa ((coltello a serramanico), pezzas (cinquanta centesimi), Iscavanada (schiaffo), Tanca (podere chiuso), Tilipirche (cavalletta), Cussorgia (zona adibita a pascolo), bandidare (fare il bandito), bardana (razzia), tanca (terreno di campagna chiuso da un recinto fatto in genere di sassi), socronza, usatissima in Elias Portolu (consuocera), corbula (cesta), bertula (bisaccia), tasca (tascapane), roba (bestiame, ma riferito soprattutto ai greggi ovini e caprini), cumbessias o muristenes (stanzette tipiche delle chiese di campagna un tempo utilizzate per chi dormiva là per le novene della Madonna o di Santi), domos de janas (tombe rupestri e letteralmente “case delle fate”).
Vi sono persino sardismi puri: come dormito (per addormentato) e entrata (per significare il “ricavato”, in un caso specifico per indicare il formaggio fresco e la ricotta prodotta giornalmente).
Qualche volta Deledda ricorre a frasi italiane storpiate in sardo o frasi sarde storpiate in italiano:Come ho ammaccato questo cristiano così ammaccherò te (…) o Avete compriso?”.
Occorre però chiarire che i sardismi linguistici della Deledda, non solo lessicali ma anche sintattici, non derivano dalla sua incapacità di utilizzare correttamente la lingua italiana.
Scrive a questo proposito una valente critica sarda, Paola Pittalis: ”L’uso dei “sardismi” linguistici da parte della Deledda anche nelle opere della maturità – è il caso di Elias Portolu – è consapevole e voluto. Rappresenta anzi una chiara e decisa scelta di linguaggio letterario, di canone stilistico e fa parte del suo essere “bilingue”. Ciò non significa che in questa scelta non sia stata condizionata da fenomeni letterari e culturali esterni, – come il verismo – che prevedevano la raffigurazione oggettiva della realtà da parte dello scrittore che doveva riportare fedelmente il linguaggio popolare e “dialettale” dei personaggi”.
A questo proposito occorre secondo molti critici liquidare risolutamente il luogo comune della “cattiva lingua” e della “mancanza di stile” appoggiato alla valutazione di intellettuali di prestigio da Dessì (le “sgrammaticature” di Deledda) a Cecchi (la sua lingua “spampanata”).
Si tratta invece – secondo Paola Pitzalis – “di forme nate dall’incontro fra dialetto e italiano nel momento di formazione delle varietà designate oggi come « italiani regionali»”.
Prosegue la Pitzalis:”L’uso di vocaboli dialettali, sardismi sintattici e atti linguistici frequenti in Sardegna è intenzionale, tanto è vero che scompaiono quando l’interesse di Deledda si sposta dal romanzo italiano «verista» e «regionale» al romanzo «psicologico» e «simbolico» (dopo il 1920). La sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile; deriva dal trasferimento nella scrittura di modalità anche linguistiche di costruzione del racconto orale (è questo un percorso suggestivo sul quale da tempo lavora con esiti personali Leonardo Sole). Ed è il contributo modernizzante di Deledda allo snellimento della lingua letteraria italiana costruita sul modello della frase manzoniana…” [Paola Pittalis, Il ritorno alla Deledda, «Ichnusa», rivista della Sardegna, anno 5, n.1 Luglio-Dicembre 1986, pag.81].