200 annos e prus de sa italianizatzione linguistica e culturale de sa natzione sarda

200° annos e prus…de italianizatzione linguistica e culturale de sa natzione sarda. di Francesco Casula
Nel 1720, quando i Savoia prendono possesso della Sardegna, la situazione linguistica isolana è caratterizzata da un bilinguismo imperfetto: la lingua ufficiale – della cultura, del Governo, dell’insegnamento nella scuola religiosa riservata ai ceti privilegiati – è il castigliano, mentre la lingua del popolo, in comunicazione subalterna con quella ufficiale, è il Sardo.
Ai Piemontesi questa situazione appare inaccettabile e da modificare quanto prima, nonostante il Patto di cessione dell’Isola del 1718 imponga il rispetto delle leggi e delle consuetudini del vecchio Regnum Sardiniae. Per i Piemontesi occorre rendere ufficiale la lingua italiana. Come prima cosa pensano alla Scuola per poi passare agli atti pubblici. Ma evidentemente le loro preoccupazioni non sono di tipo glottologico. Attraverso l’imposizione della lingua italiana vogliono sradicare la Spagna dall’Isola, rafforzare il proprio dominio, combattere il “Partito spagnolo” sempre forte nell’aristocrazia ma non solo, Pensano allora di elaborare “Il progetto di introdurre la lingua italiana nella scuola“ affidandone lo studio e la gestione ai Gesuiti. Nella prima fase il progetto coinvolgerà comunque pochi giovani: appartenenti ai ceti privilegiati. Il problema diventa molto più ampio ai primi dell’Ottocento, quando il Governo inizia a interessarsi dell’Istruzione del popolo. I bambini “poverelli” ricevono gratuitamente due libri in lingua italiana: Il Catechismo del Bellarmino e il Catechismo agrario, “giacchè l’agricoltura è precipuo sostegno di ogni stato e in particolare della Sardegna“.
Ciononostante il popolo continuerà a parlare diffusamente, come sotto la dominazione spagnola, la lingua sarda, affermando con essa la sua Identità, la sua cultura, la sua concezione del mondo.
Per quanto attiene all’insegnamento della storia la situazione è analoga: a Pietro Martini – uno dei padri della storiografia sarda, e siamo in pieno ‘800! – intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, capitò di sentirsi rispondere seccamente dalle autorità governative piemontesi che “nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”.
Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale e linguistica, -che per l’Isola significherà dessardizzazione- la ritroviamo pari pari nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia pre e post unitaria: del Ministro Gabrio Casati (1859), Cesare Correnti (1867) e Michele Coppino (1877).
I programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente nazional- statale o statalista che di si voglia e italocentrica, sono finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano storico, linguistico e culturale.
Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione-italianizzazione” dell’intera storia italiana.
A onor del vero, proprio nell’incipiente periodo fascista non mancò chi, come Giuseppe Lombardo Radice, estensore dei Programmi della Scuola elementare, sostenne la necessità di valorizzare il locale e il dialetto e di partire proprio dalla lingua viva per facilitare l’apprendimento e lo sviluppo intellettuale degli scolari.(G. L. Radice, Lezioni di didattica)
Sempre nello stesso periodo, fu lo stesso Gentile a voler introdurre la lingua sarda nelle scuole isolane, con altre lingue minori in altre Regioni italiane: subito dopo però estromesse dal regime perché avrebbe messo in pericolo “ l’Italianità” della Sardegna!
L’idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che è Sardo, e in modo particolare de sa Limba, continuerà comunque anche nel dopoguerra.
Nel 1955, nei programmi elementari elaborati dalla Commissione Medici si introduce l’esplicito divieto per i maestri di rivolgersi agli scolari in dialetto. E in tempi a noi più vicini, con una nota riservata del Ministero – regnante Malfatti – del 13-2-1976 si sollecitano Presidi e Direttori Didattici a “controllare eventuali attività didattiche-culturali riguardanti l’introduzione della Lingua sarda nelle scuole”. Una precedente nota riservata dello stesso anno del 23-1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva addirittura invitato i capi d’Istituto a “schedare“ gli insegnanti.
E non si tratta di “pregiudizi” presenti solo negli apparati statali e ministeriali romani: il segretario provinciale sardo di un Partito politico, allora ferocemente centralistico, sia pure di un “centralismo democratico“ nel 1978 invitava, con una circolare spedita a tutte le sezioni, di non aderire, anzi di boicottare la raccolta di firme per la Proposta di legge di iniziativa popolare sul Bilinguismo perché “separatista“ e attentatrice all’Unità della Nazione!
Qualche anno dopo Giovanni Spadolini, da Presidente del Consiglio nel 1981 giustifico la bocciatura da parte del Governo della Proposta di bilinguismo con la stessa motivazione: ”Attentato all’Unità della Nazione!”
E oggi? Qualcosa inizia a muoversi, specie in seguito alla Legge regionale n.26 e a quella statale la n.482. Ma si tratta solo di sperimentazioni e progetti fatti a livello individuale, da parte di alcuni docenti o di singole scuole.
La lingua sarda –e con essa la storia, la letteratura, la cultura etc- rimane esclusa dai programmi e dai curricula scolastici. E ciò, nonostante i programmi della Scuola elementare – e, sia pure ancora in misura insufficiente della scuola media e superiore raccomandino di portare l’attenzione degli alunni “sull’uomo e la società umana nel tempo e nello spazio, nel passato e nel presente, nella dimensione civile, culturale, economica, sociale, politica e religiosa, per creare interesse intorno all’ambiente di vita del bambino, per accrescere in lui il senso di appartenenza alla comunità e alla propria terra”.
Ciò significa – per quanto attiene per esempio alla lingua materna – partire da essa per pervenire all’uso della lingua italiana e delle altre lingue, senza drammatiche lacerazioni con la coscienza etnica del contesto culturale vissuto, in un continuo e armonico arricchimento della mente e dell’intelletto, per aprire nuovi e più ampi orizzonti alla formazione e all’istruzione.
La pedagogia moderna più attenta e avveduta infatti ritiene infatti che la lingua materna e i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i giovani, ancorandoli fortemente alle loro “radici” etno-storiche, etno -culturali ed etno-linguistiche, senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita. Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui giovani, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico. Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.200° annos e prus…de italianizatzione linguistica e culturale de sa natzione sarda. di Francesco Casula
Nel 1720, quando i Savoia prendono possesso della Sardegna, la situazione linguistica isolana è caratterizzata da un bilinguismo imperfetto: la lingua ufficiale – della cultura, del Governo, dell’insegnamento nella scuola religiosa riservata ai ceti privilegiati – è il castigliano, mentre la lingua del popolo, in comunicazione subalterna con quella ufficiale, è il Sardo.
Ai Piemontesi questa situazione appare inaccettabile e da modificare quanto prima, nonostante il Patto di cessione dell’Isola del 1718 imponga il rispetto delle leggi e delle consuetudini del vecchio Regnum Sardiniae. Per i Piemontesi occorre rendere ufficiale la lingua italiana. Come prima cosa pensano alla Scuola per poi passare agli atti pubblici. Ma evidentemente le loro preoccupazioni non sono di tipo glottologico. Attraverso l’imposizione della lingua italiana vogliono sradicare la Spagna dall’Isola, rafforzare il proprio dominio, combattere il “Partito spagnolo” sempre forte nell’aristocrazia ma non solo, Pensano allora di elaborare “Il progetto di introdurre la lingua italiana nella scuola“ affidandone lo studio e la gestione ai Gesuiti. Nella prima fase il progetto coinvolgerà comunque pochi giovani: appartenenti ai ceti privilegiati. Il problema diventa molto più ampio ai primi dell’Ottocento, quando il Governo inizia a interessarsi dell’Istruzione del popolo. I bambini “poverelli” ricevono gratuitamente due libri in lingua italiana: Il Catechismo del Bellarmino e il Catechismo agrario, “giacchè l’agricoltura è precipuo sostegno di ogni stato e in particolare della Sardegna“.
Ciononostante il popolo continuerà a parlare diffusamente, come sotto la dominazione spagnola, la lingua sarda, affermando con essa la sua Identità, la sua cultura, la sua concezione del mondo.
Per quanto attiene all’insegnamento della storia la situazione è analoga: a Pietro Martini – uno dei padri della storiografia sarda, e siamo in pieno ‘800! – intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, capitò di sentirsi rispondere seccamente dalle autorità governative piemontesi che “nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”.
Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale e linguistica, -che per l’Isola significherà dessardizzazione- la ritroviamo pari pari nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia pre e post unitaria: del Ministro Gabrio Casati (1859), Cesare Correnti (1867) e Michele Coppino (1877).
I programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente nazional- statale o statalista che di si voglia e italocentrica, sono finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano storico, linguistico e culturale.
Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione-italianizzazione” dell’intera storia italiana.
A onor del vero, proprio nell’incipiente periodo fascista non mancò chi, come Giuseppe Lombardo Radice, estensore dei Programmi della Scuola elementare, sostenne la necessità di valorizzare il locale e il dialetto e di partire proprio dalla lingua viva per facilitare l’apprendimento e lo sviluppo intellettuale degli scolari.(G. L. Radice, Lezioni di didattica)
Sempre nello stesso periodo, fu lo stesso Gentile a voler introdurre la lingua sarda nelle scuole isolane, con altre lingue minori in altre Regioni italiane: subito dopo però estromesse dal regime perché avrebbe messo in pericolo “ l’Italianità” della Sardegna!
L’idiosincrasia nei confronti di tutto ciò che è Sardo, e in modo particolare de sa Limba, continuerà comunque anche nel dopoguerra.
Nel 1955, nei programmi elementari elaborati dalla Commissione Medici si introduce l’esplicito divieto per i maestri di rivolgersi agli scolari in dialetto. E in tempi a noi più vicini, con una nota riservata del Ministero – regnante Malfatti – del 13-2-1976 si sollecitano Presidi e Direttori Didattici a “controllare eventuali attività didattiche-culturali riguardanti l’introduzione della Lingua sarda nelle scuole”. Una precedente nota riservata dello stesso anno del 23-1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva addirittura invitato i capi d’Istituto a “schedare“ gli insegnanti.
E non si tratta di “pregiudizi” presenti solo negli apparati statali e ministeriali romani: il segretario provinciale sardo di un Partito politico, allora ferocemente centralistico, sia pure di un “centralismo democratico“ nel 1978 invitava, con una circolare spedita a tutte le sezioni, di non aderire, anzi di boicottare la raccolta di firme per la Proposta di legge di iniziativa popolare sul Bilinguismo perché “separatista“ e attentatrice all’Unità della Nazione!
Qualche anno dopo Giovanni Spadolini, da Presidente del Consiglio nel 1981 giustifico la bocciatura da parte del Governo della Proposta di bilinguismo con la stessa motivazione: ”Attentato all’Unità della Nazione!”
E oggi? Qualcosa inizia a muoversi, specie in seguito alla Legge regionale n.26 e a quella statale la n.482. Ma si tratta solo di sperimentazioni e progetti fatti a livello individuale, da parte di alcuni docenti o di singole scuole.
La lingua sarda –e con essa la storia, la letteratura, la cultura etc- rimane esclusa dai programmi e dai curricula scolastici. E ciò, nonostante i programmi della Scuola elementare – e, sia pure ancora in misura insufficiente della scuola media e superiore raccomandino di portare l’attenzione degli alunni “sull’uomo e la società umana nel tempo e nello spazio, nel passato e nel presente, nella dimensione civile, culturale, economica, sociale, politica e religiosa, per creare interesse intorno all’ambiente di vita del bambino, per accrescere in lui il senso di appartenenza alla comunità e alla propria terra”.
Ciò significa – per quanto attiene per esempio alla lingua materna – partire da essa per pervenire all’uso della lingua italiana e delle altre lingue, senza drammatiche lacerazioni con la coscienza etnica del contesto culturale vissuto, in un continuo e armonico arricchimento della mente e dell’intelletto, per aprire nuovi e più ampi orizzonti alla formazione e all’istruzione.
La pedagogia moderna più attenta e avveduta infatti ritiene infatti che la lingua materna e 2i valori alti di cui si alimenta siano i succhi vitali, la linfa, che nutrono e fanno crescere i giovani, ancorandoli fortemente alle loro “radici” etno-storiche, etno -culturali ed etno-linguistiche, senza correre il gravissimo pericolo di essere collocati fuori dal tempo e dallo spazio contestuale alla loro vita. Solo essa consente di saldare le valenze e i prodotti propri della sua cultura ai valori di altre culture. Negando la lingua materna, non assecondandola e coltivandola si esercita grave e ingiustificata violenza sui giovani, nuocendo al loro sviluppo e al loro equilibrio psichico. Li si strappa al nucleo familiare di origine e si trasforma in un campo di rovine la loro prima conoscenza del mondo. I bambini infatti – ma il discorso vale anche per i giovani studenti delle medie e delle superiori – se soggetti in ambito scolastico a un processo di sradicamento dalla lingua materna e dalla cultura del proprio ambiente e territorio, diventano e risultano insicuri, impacciati, “poveri” sia culturalmente che linguisticamente.

SA CHISTIONE DE SA LIMBA IN MONTANARU E OE

SA CHISTIONE DE SA LIMBA IN MONTANARU E OE
de Frantziscu Casula
Comitadu pro sa limba sarda

Antiogu Casula, prus connotu comente Montanaru (su proerzu suo), forsis su poeta sardu
prus mannu, subra de sa Limba at iscrittu cosas chi galu in die de oe sunt de importu mannu,
non solu in su chi pertocat sa funtzione de su Sardu in sa poesia, s’iscola, sa vida de sa zente,
ma puru pro cumprendere sa chistione de s’unificatzione o, comente si narat cun una paraula
moderna, sa «standardizatzione».
Comintzamus a amentare chi Montanaru at poetadu in sardu ebia, iscriende in
logudoresu, pro ite – narat in un’iscritu – «è l’idioma che mirabilmente si presta ad ogni
genere di componimento, in prosa come in versi, ritenuto per molto tempo la sola lingua
letteraria dei sardi».1
Ma puru ca – arregordat su ghenneru Giovannino Porcu – «gli consentiva di
riannodare le trame dell’espressione col frequente ricorso alla lingua barbaricina come ad
una sua personale esperienza di gioia e di dolore».2
Pro Montanaru difatis:
Come la lingua ingenua e immaginosa dell’umile pastore, che ha nell’animo lo stupore delle
notti stellate o lo sgomento delle albe gelide, riassume le impressioni di una vita trascorsa
nell’alternarsi di speranze e timori, così il mio Logudorese, che ha i suoni e le voci della terra
natale, il sapore del latte materno, il sangue dei fieri barbaricini, riassume la forza e la speranza, i
dolori e le gioie della Sardegna e della sua gente.3
Bidu dae cust’ala su logudoresu de Montanaru – giai gudicadu e cunsacradu dae su
populu prus chi dae sos criticos – cuntribuit sena dudas, comente at a iscriere Francesco
Alziator, «a sciogliere il nodo dell’eterno problema dello scrittore che nega l’autorità e la
coattività del lessico e si fa lui la lingua sconfinando dalla tradizione, ricercando altrove,
respingendo e modificando».4
E semper in s’iscritu mentovadu in antis, Montanaru acrarit:
Io non sono un linguista e tanto meno possiedo le armi del filologo. Sono un adoratore della
lingua sarda nella molteplicità dei suoi dialetti. È una religione questa che io sentii nascere
nell’infanzia ascoltando la dolce e savia loquela dell’avola mia e la sentii maggiormente quando
alle prese con le prime difficoltà scolastiche, nell’impossibilità di compitare, non vedevo l’ora di
trovarmi libero con i miei coetanei per rivelare l’ardore della mia anima con prontezza di spirito e
proprietà di linguaggio E la sento profondamente oggi ascoltando i vari dialetti del mio popolo i
quali, comunicando tra loro, conservano la loro vitalità e costituiscono nel loro insieme la vera
lingua sarda, quella che obbedisce alla libertà creativa del poeta e che del poeta trasmette la
visione e l’immagine del mondo.
Montanaru impreat sa limba de sa mama in cada si siat manera e cun balentia manna.
Est pro more de sa limba sarda chi issu podet arribare a iscriere poesias mannas e galanas.
In sa poesia sua si nuscat frischesa e sincheresa:
Un popolo senza dialetto – scrive – se potesse esistere bisognerebbe immaginarlo vecchio,
compassato, retorico, accademico, freddo e burbero: privo delle tenerezze dell’infanzia, senza le
gioie dell’adolescenza e l’esuberanza della gioventù. E come questi tre stati dell’età umana
vengono a completare l’uomo, così i processi linguistici del dialetto rendono fresca, semplice,
immaginosa una lingua: servono a svariarne lo spirito, agitarne le movenze, a renderla insomma
viva e interessante, semplice e piana.6
E cuncruiat:
Nessun progresso potrà significare la scomparsa del nostro patrimonio dialettale perché ciò
che è intimità della nostra natura rimarrà sardo nel bene e nel male.7
Su poeta de Desulo, però, in sa limba non biet ebia una funtzione literaria e poetica,
ma puru una funtzione tzivile, de educatzione, de imparu pro sa vida. In su Diariu suo iscriet
gosi:
[…]il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli
educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo
modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la
personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci
faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino
.8
E galu:
Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li
circonda usando la lingua materna.9
Diat essere – comente podet cumprendere cada unu de nois – chi cada mastru de iscola
imbetzes de cundennare sa limba e sa curtura de su logu de sos dischentes, a issos los depet
zunzullare a connoschere e istudiare e imparare cun su limbazzu issoro, una manera de
essere, de fàghere, de cumprendere, ebia gai si trasmitit a beru sa curtura de su logu, in
iscola. Oe, totus sos istudiosos: linguistas e glotologos, e totus sos scientziaos sotziales:
psicologos e pedagogistas, antropologos e psicanalistas e peri psichiatras, sunt cuncordos a
pessare, narrere e iscriere de s’importu mannu de sa limba sutzada cun su late de sa mama.
Su chi narant est chi pro creschere bene su pizinnu, pro aere elasticidade e impreare comente
tocat s’intelligentzia, a imparare duas limbas li fàghet bene e l’agiudat puru a creschere
mengius. Est in sos primos tres annos de vida chi su pilocheddu cumintzat a aere
s’abecedariu in conca, e puru si a s’incuminzu de s’iscola sas allegas, sa gramatica, sas
maneras de narrere parent amisturadas, sa conca sua est giai traballende pro assentare totu,
una limba (su sardu) e s’atera (s’italianu). Nos ant semper narau chi su sardu limitaiat
s’italianu e imbetzes est a s’imbesse. Una limba cando la sues e la faghes tua dae minore,
t’imparat unu muntone de cosas. T’imparat a biere su mundu in una certa manera, t’imparat a
assentare sos pessamentos, t’imparat a ti guvernare a sa sola dandedi unu sensu mannu de
responsabilidade, ca est una cosa tua, ca l’as intesa e impreada dae minore. Gasi si podet
badiare a in antis e cumprendere totu su chi tenes cara cara, cun curiosidade e gana de
imparare.
S’americanu Joshua Aaron Fishman, istudiosu mannu de sotziu-linguistica lu narat
craramente: su «bilinguismu» no est de curregere, ne una cosa chi ti faghet trambucare, ma
una manera bona de imparare chi t’agiudat in sas intragnas de sa vida e cunfruntande-di cun
sos ateros. Limba e curtura de su logu de una pessone sunt medios e trastes de liberatzione,
de autonomia, pro ti podere guvernare a sa sola, de indipendentzia, serbint a s’isvilupu de
una pessone e mescamente de sos giovanos pro ite sa base abarrat su naturale issoro, partit
«dal mondo che li circonda»: pro la narrere a sa manera de Montanaru. Sa limba imparada in
domo e in ziru dae minore, serbit pro irmanigare sas cumpetentzias de comunicatzione, de
sinziminzos, e de cunfrontu cun s’ateru e li serbit puru pro imparare ateras limbas.
Li serbit a essere cussiente de s’identidade sua, de l’intendere balente, de l’impreare,
de non timere cumpetitziones ma de si cufrontare a barbovia cun atere, sena mancantzias. Li
serbit pro fagher sua s’esperientzia de s’iscola e de sa vida, imparende e boghende a campu
sas raighinas suas. Sa limba, s’istoria, sa curtura de su logu serbit a sos pitzinnos pro aere
sigurantzia in issos matessi, pro apretziare s’ambiente in ue istant, pro connoschere sos
balores de su logu issoro, primu intra totus s’istare paris, s’amistade e sa tratamenta, balores
o maneras de faghere de sa tzivilitade sarda chi sunt balentes meda. Pro los agiudare a
brusiare s’idea malavida de su «sardu» comente pessone limitada, comente curpa o neghe,
pro los agiudare a no si brigungiare prus de essere sardos, ma l’imparare chi est unu balore
mannu, comente essere albanesos, marochinos o palestinesos. Sos pitzinnos oe sunt male
chistionados, non tenent ne manera, ne allegas assentadas pro comunicare, imparant allegas
malas o gergo – comente aiat jai naradu Gramsci, prus de chent’annos faghet, su 26 de
Marztu de su 1926, in una litera indiritzada a Teresina, sa sorre prus pitica:
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle
poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto
con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano
per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con
gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di
cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo
che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà
un impaccio per il loro avvenire: tutt’altro.10
Gramsci est istadu unu profeta: oe in sa limba italiana de sos pitzinnos e puru de sos
dischentes e istudentes non b’est ne gramatica, ne faeddos comente si tocat, sunt torrande a
essere anarfabetas e custu est ca no ant un’apogiu de limba e de curtura, totu l’arribat dae
artu e custos abarrant a beru in sos astros de s’aghera sena l’ischire a ue si bortare.
S’istudiu e sa connoschentzia de sa limba sarda podet essere unu traste de importu
mannu pro los fagher torrare in su sucru e puru pro imparare mengius sa limba italiana e sas
ateras limbas, agiudande su piloccu a creschere imparende dae domo, dae s’iscola e dae sa
sotziedade sua e istrangia.
Ciò – ho già avuto modo di sostenere e di scrivere – grazie anche alla fertilizzazione e
contaminazione reciproca che deriva dal confronto sistemico fra codici comunicativi delle lingue
e delle culture diverse, perché il vero bilinguismo è insieme biculturalità, e cioè immersione e
partecipazione attiva ai contesti culturali di cui sono portatrici, le due lingue e culture di
appartenenza, sarda e italiana per intanto, per poi allargarsi, sempre più inevitabilmente e
necessariamente, in una società globalizzata come la nostra, ad altre lingue e culture, europee e
mondiali. La Lingua sarda infatti in quanto concrezione storica complessa e autentica, è simbolo
di una identità etno-antropologica e sociale, espressione diretta di una comunità e di un
radicamento nella propria tradizione e nella propria cultura. Una lingua che non resta però
immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto
nuragico, ma si “costruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel
circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per
questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, non è solo
mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in
cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
La Lingua sarda infine, essendo la più forte ed essenziale componente del patrimonio
ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, sta a fondamento – per usare l’espressione di
Giovanni Lilliu – «dell’Identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazionalità
e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante
rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea».
Assume cioè un valore etico, etnico-nazionale e antropologico e, se si vuole, anche politico,
nel senso di riscatto dell’Isola e del suo diritto-dovere all’Autogoverno e all’Autodeterminazione.
Il che non significa che la nostra Identità debba tradursi in forme di chiusura autocastrante o di
separazione: essa deve invece essere accettata e riconosciuta come la condizione base del nostro
modo di situarci nel mondo e di dialogare con gli orizzonti più diversi, «senza cedere alla
tentazione – come osserva acutamente il filosofo sardo Placido Cherchi – di usare la nostra
differenza come ideologia o di caricarla, a seconda delle fasi, ora di arroganze etnocentriche ora
di significati auto depressivi».11
A pustis de custa depida e longa fughida de su sucru, torramus a Montanaru e sa
chistione cun unu certu Gino Anchisi, giornalista de s’«Unione Sarda». Tocat a amentare chi
semus in prena casione fassista. In su gazetinu prus connotu de s’Isula, Anchisi pro sa
publicada de Sos cantos de sa solitudine de Montanaru ispuntorat in Sardinnia una chistione
pro s’impreu de sa limba sarda. In un articulu inzidiat Montanaru a iscriere in italianu pro ite
unu poeta che a isse «che ha maturato l’ingegno alla severa discipline degli studi e considera
la poesia come una cosa seria», aiat diritu a unu publicu prus mannu. Cuncruiat narende chi
sa poesia dialettale fiat: «anacronistica, roba d’altri tempi» e chi tando si depiat arrimare in
su cuzone, in su furrungone, chi issu mutiat: «nel regno d’oltretomba».
Montanaru li torrat s’imposta in su matessi gazetinu, narende-li craru chi «i rintocchi
funebri» pro sa fine de sos dialetos, dae cada si siat banda esserent arribados, fiant a su
mancu primidios.
Sighit sa torrada de Anchisi chi faeddat de sa bezesa e de sa paga balentia de sa limba
sarda e de sa fine de sos dialetos e de sa Regione etotu: «Morta o moribonda la regione, è
morto o moribondo il dialetto». In sa briga ch’intrat puru Antonio Scano chi a pustis de aere
discutidu cun Anchisi subra de sa vitalidade de sa limba e de sa Regione sarda, gasi
cuncruiat: «La Regione non può morire, come non può morire il dialetto che ne è
l’insegna».12
Subra de totu custu at a torrare a iscriere puru Montanaru; s’articulu suo no at a essere
publicadu ne in s’«Unione» nen in s’«Isola de Tatari», chi peròe si giustificaiat cun una litera
de su 18 de Capidanne de su 1933, iscriende ca:
Non si è potuto dare corso alla pubblicazione del suo articolo in quanto una parte di esso
esalta troppo evidentemente la regione: ciò ci è nel modo più assoluto vietato dalle attuali
disposizioni dell’ufficio stampa del capo del Governo che precisamente dicono: «In nessun modo
e per nessun motivo esiste la regione». Siamo molto dolenti. Però la preghiamo di rifare l’articolo
limitandosi a parlare di poesia dialettale senza toccare il pericoloso argomento.
Bene bennida siat sa veridade!
In sa torrada Montanaru at a fàghere, pro su sardu, unas cantas cunsideratziones
curiosas e in carchi manera bidende prus a in antis de sos ateros: at a amentare difatis chi «la
lingua dei padri» diat a poder arribare a essere «lingua nazionale dei Sardi» pro ite «non si
spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia
auctotona».

Su chi narat Montanaru in custas rigas est de importu mannu: dae un’ala disigiat e biet
pro su tempus benidore una casta de «lingua sarda nazionale unitaria»; dae s’atera, ligat sa
limba a su populu e a sa curtura sarda. Custos diant a essere parreres curturales, linguisticos
e politicos chi balent oe etotu, e chi ant a essere torrados a bogare a campu in sos annos ‘70
dae saligheresu Antonio Simon Mossa13 (ma galu a in antis dae Lussu e dae Gramsci e, a
pustis, mescamente dae Lilliu, Eliseo Spiga e Antonello Satta).
Ma su primu iscritore sardu chi ligat sa limba a su populu sardu, antis a sa «natzione
sarda», est Giovanni Matteo Garipa, chi in su 1627 bortat unu libru (Il Leggendario delle
Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo) dae s’Italianu in Sardu (Su Legendariu de Santas
Virgines et Martires de Jesu Cristu), pro ite iscriet in su «Prologo»:
Totu sas naziones iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa
Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una
limba – sighit Garipa – chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de

SA CHISTIONE DE SA LIMBA IN MONTANARU E OE
de Frantziscu Casula
Comitadu pro sa limba sarda

Antiogu Casula, prus connotu comente Montanaru (su proerzu suo), forsis su poeta sardu
prus mannu, subra de sa Limba at iscrittu cosas chi galu in die de oe sunt de importu mannu,
non solu in su chi pertocat sa funtzione de su Sardu in sa poesia, s’iscola, sa vida de sa zente,
ma puru pro cumprendere sa chistione de s’unificatzione o, comente si narat cun una paraula
moderna, sa «standardizatzione».
Comintzamus a amentare chi Montanaru at poetadu in sardu ebia, iscriende in
logudoresu, pro ite – narat in un’iscritu – «è l’idioma che mirabilmente si presta ad ogni
genere di componimento, in prosa come in versi, ritenuto per molto tempo la sola lingua
letteraria dei sardi».1
Ma puru ca – arregordat su ghenneru Giovannino Porcu – «gli consentiva di
riannodare le trame dell’espressione col frequente ricorso alla lingua barbaricina come ad
una sua personale esperienza di gioia e di dolore».2
Pro Montanaru difatis:
Come la lingua ingenua e immaginosa dell’umile pastore, che ha nell’animo lo stupore delle
notti stellate o lo sgomento delle albe gelide, riassume le impressioni di una vita trascorsa
nell’alternarsi di speranze e timori, così il mio Logudorese, che ha i suoni e le voci della terra
natale, il sapore del latte materno, il sangue dei fieri barbaricini, riassume la forza e la speranza, i
dolori e le gioie della Sardegna e della sua gente.3
Bidu dae cust’ala su logudoresu de Montanaru – giai gudicadu e cunsacradu dae su
populu prus chi dae sos criticos – cuntribuit sena dudas, comente at a iscriere Francesco
Alziator, «a sciogliere il nodo dell’eterno problema dello scrittore che nega l’autorità e la
coattività del lessico e si fa lui la lingua sconfinando dalla tradizione, ricercando altrove,
respingendo e modificando».4
E semper in s’iscritu mentovadu in antis, Montanaru acrarit:
Io non sono un linguista e tanto meno possiedo le armi del filologo. Sono un adoratore della
lingua sarda nella molteplicità dei suoi dialetti. È una religione questa che io sentii nascere
nell’infanzia ascoltando la dolce e savia loquela dell’avola mia e la sentii maggiormente quando
alle prese con le prime difficoltà scolastiche, nell’impossibilità di compitare, non vedevo l’ora di
trovarmi libero con i miei coetanei per rivelare l’ardore della mia anima con prontezza di spirito e
proprietà di linguaggio E la sento profondamente oggi ascoltando i vari dialetti del mio popolo i
quali, comunicando tra loro, conservano la loro vitalità e costituiscono nel loro insieme la vera
lingua sarda, quella che obbedisce alla libertà creativa del poeta e che del poeta trasmette la
visione e l’immagine del mondo.
Montanaru impreat sa limba de sa mama in cada si siat manera e cun balentia manna.
Est pro more de sa limba sarda chi issu podet arribare a iscriere poesias mannas e galanas.
In sa poesia sua si nuscat frischesa e sincheresa:
Un popolo senza dialetto – scrive – se potesse esistere bisognerebbe immaginarlo vecchio,
compassato, retorico, accademico, freddo e burbero: privo delle tenerezze dell’infanzia, senza le
gioie dell’adolescenza e l’esuberanza della gioventù. E come questi tre stati dell’età umana
vengono a completare l’uomo, così i processi linguistici del dialetto rendono fresca, semplice,
immaginosa una lingua: servono a svariarne lo spirito, agitarne le movenze, a renderla insomma
viva e interessante, semplice e piana.6
E cuncruiat:
Nessun progresso potrà significare la scomparsa del nostro patrimonio dialettale perché ciò
che è intimità della nostra natura rimarrà sardo nel bene e nel male.7
Su poeta de Desulo, però, in sa limba non biet ebia una funtzione literaria e poetica,
ma puru una funtzione tzivile, de educatzione, de imparu pro sa vida. In su Diariu suo iscriet
gosi:
[…]il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli
educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo
modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la
personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci
faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino
.8
E galu:
Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li
circonda usando la lingua materna.9
Diat essere – comente podet cumprendere cada unu de nois – chi cada mastru de iscola
imbetzes de cundennare sa limba e sa curtura de su logu de sos dischentes, a issos los depet
zunzullare a connoschere e istudiare e imparare cun su limbazzu issoro, una manera de
essere, de fàghere, de cumprendere, ebia gai si trasmitit a beru sa curtura de su logu, in
iscola. Oe, totus sos istudiosos: linguistas e glotologos, e totus sos scientziaos sotziales:
psicologos e pedagogistas, antropologos e psicanalistas e peri psichiatras, sunt cuncordos a
pessare, narrere e iscriere de s’importu mannu de sa limba sutzada cun su late de sa mama.
Su chi narant est chi pro creschere bene su pizinnu, pro aere elasticidade e impreare comente
tocat s’intelligentzia, a imparare duas limbas li fàghet bene e l’agiudat puru a creschere
mengius. Est in sos primos tres annos de vida chi su pilocheddu cumintzat a aere
s’abecedariu in conca, e puru si a s’incuminzu de s’iscola sas allegas, sa gramatica, sas
maneras de narrere parent amisturadas, sa conca sua est giai traballende pro assentare totu,
una limba (su sardu) e s’atera (s’italianu). Nos ant semper narau chi su sardu limitaiat
s’italianu e imbetzes est a s’imbesse. Una limba cando la sues e la faghes tua dae minore,
t’imparat unu muntone de cosas. T’imparat a biere su mundu in una certa manera, t’imparat a
assentare sos pessamentos, t’imparat a ti guvernare a sa sola dandedi unu sensu mannu de
responsabilidade, ca est una cosa tua, ca l’as intesa e impreada dae minore. Gasi si podet
badiare a in antis e cumprendere totu su chi tenes cara cara, cun curiosidade e gana de
imparare.
S’americanu Joshua Aaron Fishman, istudiosu mannu de sotziu-linguistica lu narat
craramente: su «bilinguismu» no est de curregere, ne una cosa chi ti faghet trambucare, ma
una manera bona de imparare chi t’agiudat in sas intragnas de sa vida e cunfruntande-di cun
sos ateros. Limba e curtura de su logu de una pessone sunt medios e trastes de liberatzione,
de autonomia, pro ti podere guvernare a sa sola, de indipendentzia, serbint a s’isvilupu de
una pessone e mescamente de sos giovanos pro ite sa base abarrat su naturale issoro, partit
«dal mondo che li circonda»: pro la narrere a sa manera de Montanaru. Sa limba imparada in
domo e in ziru dae minore, serbit pro irmanigare sas cumpetentzias de comunicatzione, de
sinziminzos, e de cunfrontu cun s’ateru e li serbit puru pro imparare ateras limbas.
Li serbit a essere cussiente de s’identidade sua, de l’intendere balente, de l’impreare,
de non timere cumpetitziones ma de si cufrontare a barbovia cun atere, sena mancantzias. Li
serbit pro fagher sua s’esperientzia de s’iscola e de sa vida, imparende e boghende a campu
sas raighinas suas. Sa limba, s’istoria, sa curtura de su logu serbit a sos pitzinnos pro aere
sigurantzia in issos matessi, pro apretziare s’ambiente in ue istant, pro connoschere sos
balores de su logu issoro, primu intra totus s’istare paris, s’amistade e sa tratamenta, balores
o maneras de faghere de sa tzivilitade sarda chi sunt balentes meda. Pro los agiudare a
brusiare s’idea malavida de su «sardu» comente pessone limitada, comente curpa o neghe,
pro los agiudare a no si brigungiare prus de essere sardos, ma l’imparare chi est unu balore
mannu, comente essere albanesos, marochinos o palestinesos. Sos pitzinnos oe sunt male
chistionados, non tenent ne manera, ne allegas assentadas pro comunicare, imparant allegas
malas o gergo – comente aiat jai naradu Gramsci, prus de chent’annos faghet, su 26 de
Marztu de su 1926, in una litera indiritzada a Teresina, sa sorre prus pitica:
Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle
poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto
con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano
per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con
gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di
cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo
che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà
un impaccio per il loro avvenire: tutt’altro.10
Gramsci est istadu unu profeta: oe in sa limba italiana de sos pitzinnos e puru de sos
dischentes e istudentes non b’est ne gramatica, ne faeddos comente si tocat, sunt torrande a
essere anarfabetas e custu est ca no ant un’apogiu de limba e de curtura, totu l’arribat dae
artu e custos abarrant a beru in sos astros de s’aghera sena l’ischire a ue si bortare.
S’istudiu e sa connoschentzia de sa limba sarda podet essere unu traste de importu
mannu pro los fagher torrare in su sucru e puru pro imparare mengius sa limba italiana e sas
ateras limbas, agiudande su piloccu a creschere imparende dae domo, dae s’iscola e dae sa
sotziedade sua e istrangia.
Ciò – ho già avuto modo di sostenere e di scrivere – grazie anche alla fertilizzazione e
contaminazione reciproca che deriva dal confronto sistemico fra codici comunicativi delle lingue
e delle culture diverse, perché il vero bilinguismo è insieme biculturalità, e cioè immersione e
partecipazione attiva ai contesti culturali di cui sono portatrici, le due lingue e culture di
appartenenza, sarda e italiana per intanto, per poi allargarsi, sempre più inevitabilmente e
necessariamente, in una società globalizzata come la nostra, ad altre lingue e culture, europee e
mondiali. La Lingua sarda infatti in quanto concrezione storica complessa e autentica, è simbolo
di una identità etno-antropologica e sociale, espressione diretta di una comunità e di un
radicamento nella propria tradizione e nella propria cultura. Una lingua che non resta però
immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto
nuragico, ma si “costruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel
circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per
questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, non è solo
mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in
cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
La Lingua sarda infine, essendo la più forte ed essenziale componente del patrimonio
ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, sta a fondamento – per usare l’espressione di
Giovanni Lilliu – «dell’Identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazionalità
e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante
rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea».
Assume cioè un valore etico, etnico-nazionale e antropologico e, se si vuole, anche politico,
nel senso di riscatto dell’Isola e del suo diritto-dovere all’Autogoverno e all’Autodeterminazione.
Il che non significa che la nostra Identità debba tradursi in forme di chiusura autocastrante o di
separazione: essa deve invece essere accettata e riconosciuta come la condizione base del nostro
modo di situarci nel mondo e di dialogare con gli orizzonti più diversi, «senza cedere alla
tentazione – come osserva acutamente il filosofo sardo Placido Cherchi – di usare la nostra
differenza come ideologia o di caricarla, a seconda delle fasi, ora di arroganze etnocentriche ora
di significati auto depressivi».11
A pustis de custa depida e longa fughida de su sucru, torramus a Montanaru e sa
chistione cun unu certu Gino Anchisi, giornalista de s’«Unione Sarda». Tocat a amentare chi
semus in prena casione fassista. In su gazetinu prus connotu de s’Isula, Anchisi pro sa
publicada de Sos cantos de sa solitudine de Montanaru ispuntorat in Sardinnia una chistione
pro s’impreu de sa limba sarda. In un articulu inzidiat Montanaru a iscriere in italianu pro ite
unu poeta che a isse «che ha maturato l’ingegno alla severa discipline degli studi e considera
la poesia come una cosa seria», aiat diritu a unu publicu prus mannu. Cuncruiat narende chi
sa poesia dialettale fiat: «anacronistica, roba d’altri tempi» e chi tando si depiat arrimare in
su cuzone, in su furrungone, chi issu mutiat: «nel regno d’oltretomba».
Montanaru li torrat s’imposta in su matessi gazetinu, narende-li craru chi «i rintocchi
funebri» pro sa fine de sos dialetos, dae cada si siat banda esserent arribados, fiant a su
mancu primidios.
Sighit sa torrada de Anchisi chi faeddat de sa bezesa e de sa paga balentia de sa limba
sarda e de sa fine de sos dialetos e de sa Regione etotu: «Morta o moribonda la regione, è
morto o moribondo il dialetto». In sa briga ch’intrat puru Antonio Scano chi a pustis de aere
discutidu cun Anchisi subra de sa vitalidade de sa limba e de sa Regione sarda, gasi
cuncruiat: «La Regione non può morire, come non può morire il dialetto che ne è
l’insegna».12
Subra de totu custu at a torrare a iscriere puru Montanaru; s’articulu suo no at a essere
publicadu ne in s’«Unione» nen in s’«Isola de Tatari», chi peròe si giustificaiat cun una litera
de su 18 de Capidanne de su 1933, iscriende ca:
Non si è potuto dare corso alla pubblicazione del suo articolo in quanto una parte di esso
esalta troppo evidentemente la regione: ciò ci è nel modo più assoluto vietato dalle attuali
disposizioni dell’ufficio stampa del capo del Governo che precisamente dicono: «In nessun modo
e per nessun motivo esiste la regione». Siamo molto dolenti. Però la preghiamo di rifare l’articolo
limitandosi a parlare di poesia dialettale senza toccare il pericoloso argomento.
Bene bennida siat sa veridade!
In sa torrada Montanaru at a fàghere, pro su sardu, unas cantas cunsideratziones
curiosas e in carchi manera bidende prus a in antis de sos ateros: at a amentare difatis chi «la
lingua dei padri» diat a poder arribare a essere «lingua nazionale dei Sardi» pro ite «non si
spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia
auctotona».

Su chi narat Montanaru in custas rigas est de importu mannu: dae un’ala disigiat e biet
pro su tempus benidore una casta de «lingua sarda nazionale unitaria»; dae s’atera, ligat sa
limba a su populu e a sa curtura sarda. Custos diant a essere parreres curturales, linguisticos
e politicos chi balent oe etotu, e chi ant a essere torrados a bogare a campu in sos annos ‘70
dae saligheresu Antonio Simon Mossa13 (ma galu a in antis dae Lussu e dae Gramsci e, a
pustis, mescamente dae Lilliu, Eliseo Spiga e Antonello Satta).
Ma su primu iscritore sardu chi ligat sa limba a su populu sardu, antis a sa «natzione
sarda», est Giovanni Matteo Garipa, chi in su 1627 bortat unu libru (Il Leggendario delle
Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo) dae s’Italianu in Sardu (Su Legendariu de Santas
Virgines et Martires de Jesu Cristu), pro ite iscriet in su «Prologo»:
Totu sas naziones iscrient e imprentant sos libros in sas propias limbas nadias e duncas peri sa
Sardigna – sigomente est una natzione – depet iscriere e imprentare sos libros in limba sarda. Una
limba – sighit Garipa – chi de seguru bisongiat de irrichimentos e de afinicamentos, ma non est de

Ricordando Gramsci nell’84esimo anniversario della sua scomparsa.

di Francesco Casula
1.Gramsci e il suo primo sardismo. Nelle sue prime esperienze politiche in Sardegna fu fortemente antipiemontese e fu attratto da un Sardismo molto radicale e contiguo al separatismo, tanto da far propria la parola d’ordine “A mare i continentali!” che in qualche modo significava rivendicare l’indipendenza e la separazione della Sardegna dall’Italia. 2.Gramsci e il colonialismo Con la Sardegna e con le sue radici Gramsci mantenne sempre un rapporto molto stretto: certo per motivi affettivi –basta ricordare le sue Lettere dal carcere- ma non solo. I ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza trascorsi soprattutto a Ghilarza prima e a Cagliari poi, durante il periodo del Liceo al “Dettori” (1908-1911), rimasero sempre impressi in tutta la sua esistenza e certo lo aiutarono a livello umano, fra l’altro forgiandolo nel suo carattere forte e coriaceo, unico strumento per superare le immani difficoltà che dovrà attraversare nella sua tormentata vita –si pensi in modo particolare al carcere– ma diedero corpo anche alla sua complessa elaborazione intellettuale e politica. Di queste sofferenze egli parlerà a più riprese, fra l’altro scrivendone il 16 Aprile 1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna. In cui ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché –aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”. E non si tratta di fantasie. Proprio nel Congresso cui fa cenno Gramsci –che si tenne tra il 10 e il 15 Maggio del 1914, fu il primo Congresso regionale sardo di Roma e non l’ultimo come sbagliando afferma Gramsci che per di più lo colloca nel 1911– ci fu chi come il deputato Carboni-Boy dimostrerà nella sua relazione che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”. In effetti per conseguenza di quel regime fiscale l’abitante della Sardegna versava allo Stato complessivamente lire 3,53 di imposte e risultava quindi “gravato come quasi e anche di più sosteneva il Carboni-Boy- di quello di regioni ricchissime” quali il Piemonte (lire 3,78), il Lazio (lire 3,56), la Toscana (lire 2,66)” . 3. Gramsci, l’autonomia, il federalismo e Lussu Gramsci pur abbandonando le iniziali e giovanili posizioni “separatiste”, fin dai tempi de “L’Ordine Nuovo” nel 1919, si pone il problema dell’Autonomia e del Federalismo anche se mancherà nei suoi scritti –ad iniziare dai Quaderni– una tematizzazione del problema e dunque uno sviluppo specifico,organico e compiuto della Questione istituzionale e dello stato federale. Gramsci pensava a uno Stato federale con 4 repubbliche socialiste:Sardegna, Sicilia, repubblica del Nord e del Sud. Questa divisione susciterà il dissenso aperto di Emilio Lussu che obietterà: “Repubblica sarda e repubblica siciliana sta bene, ma il resto? Si può dividere l’Italia continentale, nettamente, in due sole parti? E dove finisce il Nord e incomincia il Sud? L’Italia centrale dovrebbe tutta andare al Nord sicché la Repubblica del Nord diventerebbe, a un dipresso, ciò che è la Prussia nella Confederazione germanica dove <chi tiene la Prussia tiene il Reich?> Assolutamente no. O dovrebbe tutta andare col Sud? Inconcepibile… mi pare insomma che l’Italia peninsulare non possa dividersi in due soli raggruppamenti di regioni così differenti, senza viziare fin dalle basi il concetto fondamentale del federalismo” . 4. Gramsci e la Questione Meridionale. Nella elaborazione gramsciana la “Questione meridionale” assume il valore di una vera e propria questione nazionale, anzi la più importante questione della storia italiana. Essa viene sviluppata segnatamente nel saggio Alcuni temi della questione meridionale ma è anche presente in molti appunti che si trovano nei Quaderni dal carcere In Gramsci il “meridionalismo” per intanto si trasferiva da elitari circoli intellettuali alle masse e si ricomponeva così l’unità della teoria e della prassi, alla base di tutta la sua riflessione, perché per l’eroe antifascista occorre certo conoscere il mondo ma –marxisticamente- per cambiarlo e non solo per capirlo e interpretarlo. In secondo luogo –per così dire come premessa– Gramsci rifiuta con sdegno le tesi delle cosiddette tare criminogene dei sardi e dei meridionali, sostenute allora persino in certi ambienti socialisti impregnati di positivismo –è il caso di Enrico Ferri, direttore dell’Avanti, organo del Partito socialista, dal 1904 al 1908 e deputato dello stesso partito per molte legislature- secondo le quali le popolazioni meridionali erano inferiori “per natura”. Questa ideologia pararazzistica aveva fatto breccia anche tra le masse lavoratrici del Nord: in qualche modo ne è testimonianza un’orrenda ma significativa espressione di Trampolini, massimo esponente del socialismo emiliano, secondo il quale gli italiani si dividevano in “nordici” e “sudici” . Ma anche quando non sfociano in queste espressioni al limite del razzismo, le posizioni complessive dei Socialisti –e dunque non solo quelle di Filippo Turati e dei riformisti– sono di totale sfiducia nelle possibilità del proletariato meridionale: il loro interesse infatti è rivolto esclusivamente alla classe operaia del Nord e alle sue organizzazioni. Di qui l’abbandono sdegnato del Partito socialista da parte di Gaetano Salvemini, che al PSI rimprovererà proprio di essere “nordista”, ovvero di interessarsi solo delle oligarchie operaie delle industrie settentrionali mentre rimane estraneo quando non ostile rispetto agli interessi dei contadini meridionali. Nell’affrontare la Questione meridionale l’intellettuale di Ghilarza pone in prima istanza la necessità di un’alleanza stabile e storica fra gli operai del Nord e i contadini del sud e dunque manda gambe all’aria non solo il positivismo razzistico di certo socialismo ma la sfiducia generale che si nutriva dei confronti dei contadini. In questa posizione si sente fortissimo il suo essere sardo, il legame con la sua terra, la conoscenza e la consapevolezza dei mali dell’Isola; insieme l’elaborazione che fa della “Questione meridionale” è strettamente legata alla strategia rivoluzionaria del Partito comunista di allora. Gramsci nella sua elaborazione parte dalla considerazione che l’esistenza delle due Italie –una sviluppata e l’altra sottosviluppata- erano il risultato inevitabile del processo risorgimentale, di come si era realizzata l’unità, senza la partecipazione e il coinvolgimento delle masse contadine. Si era trattato in buona sostanza di una “rivoluzione passiva” che aveva visto protagonista e vincente il cosiddetto blocco storico conservatore, costituito dagli industriali del Nord alleati e complici con gli agrari del Sud e con gli intellettuali che facevano da cerniera fra le masse sfruttate e i grandi latifondisti meridionali. 5. Gramsci e la lingua sarda: la lettera a Teresina (del 26 Marzo del 1927), (….) Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non si deve fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire: tutt’altro. 6. Gramsci e le tradizioni popolari. Sì, le tradizioni popolari: “ ….le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche…. le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio …. le feste di Sant’Isidoro”. “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927 – che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”. In altre opere ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore è ciò che è e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita“, “riflesso della condizione di vita culturale di un popolo“ in contrasto con la società ufficiale. 7.Gramsci e il “folclorismo”. Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“, ovvero l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce , malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata, nella celebrazione di quei“ valori” che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le “operazioni conservatrici e reazionarie” legando vieppiù il folclore “alla cultura della classe dominante “. 8. Gramsci e le “pardulas”. In altre lettere – per esempio in quelle del 16 Novembre del 1931 alla sorella Teresina– chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927 – si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il “grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada”. In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli “la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas”.E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: “lassa su figu, puzzone”. 9. Gramsci e l’utilizzo della Lingua sarda. Ma il “sardo“ di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è un fatto sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare per inciso che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia di qui le sue ricerche sulla lingua sarda e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna: “Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu” (Avanti ,edizione piemontese del 13 Luglio 1919). Conclusione “Tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”:Lettera a Gramsci di Eric Hobsbawm pubblicata sull’Unione sarda il 24 aprile 2007 Hobsbawm è lo storico britannico, autore celebre de “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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IL GENOCIDIO DEGLI ARMENI, IL NEGAZIONISMO E LE RESPONSABILITA’ DI ATATURK

 di Francesco Casula
Tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1916, per volontà del movimento ultranazionalista dei Giovani Turchi, quasi un milione e mezzo di cittadini armeni dell’Impero ottomano fu sterminato. Si trattò a tutti gli effetti del primo genocidio del Ventesimo secolo e anticipò sinistramente i successivi. Parlarne è stato per decenni, se non proibito, almeno inopportuno per l’ostinato negazionismo storico dei regimi turchi. Ancora oggi il dittatore Erdoğan si ostina a negare quel genocidio. Come sostanzialmente, è stato negato anche dalla stessa storiografia occidentale a iniziare da quella italiana: tutta tesa, come documenterò ad esaltare Atatürk, il principale responsabile del genocidio armeno (e kurdo). “Nel caso armeno, le basi della storiografia ufficiale negazionista della Repubblica turca furono poste da Mustafa Kemal, detto Atatürk,il padre della patria. Il fondatore della Repubblica turca in un primo tempo aveva condannato l’operato del Partito dei Giovani turchi, definendoli assassini e ladri, ma poi, quando gli ufficiali, i governatori, i militari, i gendarmi e l’intera burocrazia genocidaria sono confluiti nel partito repubblicano da lui organizzato per costruire la Turchia del futuro, cambiò atteggiamento. Quattro dei maggiori carnefici erano divenuti suoi ministri e Mustafa Kemal portò a compimento la pulizia etnica degli armeni su tutto il territorio: dei 3 decreti legge emanati dal precedente governo unionista (riforme, deportazione e confisca dei beni degli armeni), ha mantenuto in vita la legge della confisca dei beni abbandonati. Sui passaporti dei pochi armeni sopravvissuti, poi “espulsi”, era scritto: pas possible le retour (non è possibile ritornare). In un celebre discorso politico del 1927, Mustafa Kemal sottolineava la capacità del Paese di rinascere e di uscire rafforzato dalla guerra avendo saputo resistere agli attacchi di “minoranze immorali”, nello specifico della minoranza armena insediata da tremila anni sul territorio e che veniva così separata ed espulsa dalla storia dell’Impero ottomano. Come potevano i turchi dopo la fine della Prima guerra mondiale disconoscere gli “eroi” che avevano dato vita alla repubblica monoetnica, sterminando gli armeni e appropriandosi di tutti i loro beni? Se ci interroghiamo sulle cause che impedirono agli armeni di ricevere giustizia e di dare sepoltura ai loro morti, può servire operare un confronto con la Germania dopo la Seconda guerra mondiale. L’esercito tedesco fu sciolto, i nazisti messi fuori legge, le nazioni vittoriose ottennero giustizia. Se oggi ci fossero al potere in Germania i nazisti chi potrebbe affermare che c’è stata la Shoah, il genocidio degli ebrei?” (Pietro Kuciukian, saggista di origini armene). Ebbene Mustafa Kemal più noto come Atatürk che dopo la Prima Guerra mondiale e la liquidazione dell’impero ottomano, fondò lo Stato Turco e fu suo Presidente dal 1923 al 1938, è stato il principale persecutore e massacratore del popolo armeno (oltre che di quello kurdo), eppure viene celebrato anche dai “nostri” storici in modo entusiastico come “autorevole Giovane Turco”, “Valoroso ufficiale”, “ammodernatore” del Paese che grazie a lui diventerebbe “laico” e “democratico”. Ecco – ma sono solo degli esempi – alcune “perle”. Secondo questi storici Atatürk “Fece propria la concezione modernistica e laicizzante”(1); “Lottò per l’indipendenza e la democrazia” (2); “Avanzò un notevole programma di riforme: tutte le religioni furono poste sullo stesso piano, si promulgarono nuovi codici, furono occidentalizzati il calendario e l’alfabeto, si abrogarono le tradizionali restrizioni cui erano soggette le donne. Fu promossa l’agricoltura, incentivata l’industria, vennero effettuate molte opere pubbliche” (3); “Fece varare una serie di riforme quali la fine dell’islamismo come religione ufficiale dello Stato, la laicizzazione dell’insegnamento, la promulgazione di nuovi codici, l’abolizione della poligamia, l’adozione dell’alfabeto latino”(4); “Avviò una vasta modernizzazione del sistema politico e dell’intera società ispirandosi ai modelli occidentali”(5); “Creò uno Stato moderno e laico”(6); “Si impegnò in una politica di occidentalizzazione e di laicizzazione dello Stato. L’esperimento riuscì solo in parte, ma ebbe il valore di un modello (sic!) per molti paesi impegnati sulla via della modernizzazione e dell’emancipazione dai vincoli coloniali”(7); “Potè attuare quelle grandi opere di rinnovamento interno che avrebbero trasformato un arretrato paese islamico in uno Stato laico, moderno e indipendente”(8); “Impose una serie di riforme che occidentalizzarono e laicizzarono lo stato e la società, fu introdotto l’alfabeto latino, fu adottato il calendario occidentale” (9). A quest’entusiasmo occidentalizzante ed eurocentrico, osannante il Giovane Turco, xenofobo e precursore delle leggi razziste contro i Kurdi, massacratore degli stessi e della Comunità armena, secondo il criterio della “pulizia etnica”, non sfugge neppure l’Unesco, organismo delle Nazioni Unite che ha il compito di proteggere e sviluppare le varie culture e le lingue del mondo, soprattutto nel campo dell’istruzione. Il 27 Ottobre del 1978 questo Organismo internazionale ha infatti deciso di celebrare il centesimo anniversario della nascita di Kemal Atatürk considerandolo come “Pioniere della lotta contro il colonialismo”. Nella decisione dell’Unesco si legge che il merito di Ataturk è stato quello di aver svegliato i popoli oppressi per condurli verso la libertà e l’indipendenza. Dio ci liberi da questo benemerito Organismo internazionale. C’è infatti da chiedersi: ma di quale libertà e di quale indipendenza, parla l’Unesco? Di quella forse che la Turchia anche con Ataturk ha riservato agli Armeni e ai Kurdi? Note Bibliografiche 1.Franco Della Peruta, Storia del ‘900, Editore Le Monnier, Firenze 1991, pag.344. 2.Giovanni De Luna-Marco Meriggi- Antonella Tarpino, Codice Storia, vol.3, Il Novecento, editore Paravia, Milano 2000, pag. 107. 3.Antonio Desideri- Mario Themelly, Storia e storiografia, vol.3 secondo tomo, casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1992,pag.593. 4.G. Gracco-A.Prandi- F. Traniello, Le nazioni d’Europa e il mondo, vol.3, Sei editore, Torino 1992, pag. 385. 5.Mario Matteini-Roberto Barducci, Didascalica, Storia vol.3, Casa editrice D’Anna, Messina-Firenze, Gennaio 1997, pag. 44. 6. Aurelio Lepre, La Storia del ‘900, vol.3, Zanichelli editore, Bologna 1999, pag. 1115, paragrafo 51/2. 7.A. Giardina-G. Sabbatucci- V. Vidotto, Guida alla storia, Dal Novecento ad oggi, vol.3, Editori Laterza, Bari 2001, pag. 94. 8.A. Brancati- T. Pagliarani, Il Novecento, Editrice La Nuova Italia, Pesaro 1999, pag. 66. 9. Giorgio Candeloro-Vito Lo Curto, Mille Anni, vol.3, editore D’Anna, Firenze 1992, pag. 389.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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28 de abrile: sa Die de sa Sardigna SA FESTA NATZIONALE DE SOS SARDOS IN TEMPOS DE PANDEMIA

28 de abrile: sa Die de sa Sardigna SA FESTA NATZIONALE DE SOS SARDOS IN TEMPOS DE PANDEMIA
De Frantziscu Casula
Serraos in domo, pro su 28 de abrile, sa Die de sa Sardigna, est a narrer sa Festa nazionale de su populu sardu, non podimus fagher bell’e nudda. Nessi peroe la podimus amentare. “Firmaisì! E arrazza de brigungia! Arrazza ‘e onori! Sardus, genti de onori! E it’ant a nai de nosus, de totus ! Chi nc’eus bogau s’istrangiu po amori ‘e libertadi ? Nossi, po amori de s’arroba! Lassai stai totu! Non toccheis nudda! Non ddi faeus nudda de sa merda de is istrangius! Chi ddi sa pappint a Torinu cun saludi! A nosus interessat a essi meris in domu nostra! Libertadi, traballu, autonomia!|”. In sa fintzione literària e teatrale ispassiosa e brillante, in “Sa dì de s’acciappa” s’iscritore Piero Marcialis faghet nàrrere gai a Frantziscu Leccis, – masellaju, protagonista de sa rebellìa Casteddàrgia contra a sos Piemontesos – furriende•si a sos de su pòpulu chi, abenenados, cheriant assaltare sos carros, prenos de cada gràtzia de Deus, nche cheriant leare a sos dominadores chi si nche fiant furende “s’arroba” chi si nche cheriant giùghere a Torino. E est custu – a pàrrere meu – su significadu profundu, istòricu e simbòlicu, de su de nch’àere bogadu a foras sos Piemontesos dae Casteddu su 28 de abrile de su 1794: sos Sardos, a pustis de sèculos de rassignatzione, de abitùdine a pinnigare s’ischina, de ubidièntzia, de asservimentu e de inèrtzia, pro tropu tempus abesos a abassare sa conca, sufrende cada casta de prepotèntzias, umiliatziones, isfrutamentu e leadas in giru, cun unu motu de orgògliu natzionale e unu corfu de renes, de dignidade e de fieresa, si ribellant e àrtziant sa conca, adderetant s’ischina e narant: bastat! In nùmene de s’autonomia e duncas, pro “essi meris in domu nostra”. E nche bogant a foras sos Piemontesos e savojardos, non pro resones ètnicas, ma ca rapresentant s’arroddu, sa prepotèntzia e su podere. Ant naradu e iscritu chi s’est tratadu de “cosa de pagu contu”: petzi una congiura ordimingiada dae unu grustu de burghesos giacobinos, illunminados e illuministas, pro nche bogare pagas chentinas de Piemontesos. Non so de acordu. A custa tesi, de su restu at rispostu, cun richesa de datos, documentos e argumentos, Girolamo Sotgiu3. S’istòricu sardu, connoschidore mannu e istudiosu de sa Sardigna sabauda, polemizat cun grabu ma cun detzisione pròpiu cun s’interpretatzione chi ant dadu istòricos filosavoia comente a Manno o a Angius, a su 28 de Abrile, cunsideradu comente chi esseret, apuntu, una congiura. “Simile interpretazione offusca – a pàrrere de Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura –so mentovende semper s’istòricu sardu– potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni”. A pàrrere de Sotgiu custa manera de cunsiderare un’eventu cumplessu e prenu de sugestiones, non cunsentit di cumprèndere s’isvilupu reale de s’iscontru sotziale e polìticu nen de cumprèndere sa gàrriga rivolutzionària chi animaiat grustos mannos de sa populatzione de Casteddu e de s’Isula in su mamentu chi si bortaiat contra a sos chi aiant dominadu dae prus de 70 annos. No est istadu, duncas, congiura o ribellismu improvisu: a lu nàrrere est finas Tommaso Napoli, padre iscolòpiu, iscritore ispavillu e popularescu ma finas testimòngiu atentu e atendìbile, chi at vìvidu cussos eventos in prima pessone.. A pàrrere de Napoli “l’avversione della «Nazione Sarda» – li narat pròpiu gai- contro i Piemontesi, cominciò da più di mezzo secolo, allorché cominciarono a riservare a sé tutti gli impieghi lucrosi, a violare i privilegi antichissimi concessi ai Sardi dai re d’Aragona, a promuovere alle migliori mitre soggetti di loro nazione lasciando ai nazionali solo i vescovadi di Ales, Bosa e Castelsardo, ossia Ampurias. L’arroganza e lo sprezzo – sighit – con cui i Piemontesi trattavano i Sardi chiamandoli pezzenti, lordi, vigliacchi e altri simili irritanti epiteti e soprattutto l’usuale intercalare di Sardi molenti, vale a dire asinacci inaspriva giornalmente gli animi e a poco a poco li alienava da questa nazione”.
 
 
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I 100 anni di storia del Partito sardo: 1946, quando propose uno statuto federalista.

di Francesco Casula
Il 10 gennaio 1946 il Partito sardo d’azione pubblica su “Il Solco” il proprio Progetto di Statuto, che riprende alcune parti della precedente bozza di Gonario Pinna in cui si rifletteva la formazione repubblicana e azionista e lo spessore culturale del suo estensore, inquadrando la Sardegna in una repubblica federale, esplicitamente basata su principi di democrazia, di uguaglianza e di partecipazione.
Particolarmente ampie e corpose nel Progetto risultano le competenze legislative “esclusive”: fra cui Istruzione, Lavoro, Trasporti, Agricoltura, Industria, Commercio nell’interno e con l’estero, Finanze, Igiene e sanità, Pubblica sicurezza, Previdenza sociale, Affari interni, Servizi postelegrafonici. Lavori pubblici, Determinazione delle Circoscrizioni giudiziarie.
Come si può notare, siamo al limite dell’indipendenza!
La struttura amministrativa della Regione è organizzata attraverso delle circoscrizioni o distretti, che sostituiscono le Province: l’abolizione di queste con il relativo Prefetto, storicamente la figura più centralista e statalista che conosciamo, è un ricorrente obiettivo di Emilio Lussu e dei Sardisti.
I Comuni sono dotati di ampie autonomie ed è prevista un’autonomia doganale che sottrae la Sardegna al regime doganale dello Stato .
L’accoglienza da parte di tutti i Partiti italiani sarà del tutto negativa: il PCI, da sempre antifederalista lo osteggia apertamente; la DC è più possibilista ma ritiene che il federalismo non sia praticabile in quanto oramai avversato dagli orientamenti di tutte le forze politiche.
Lo schema di Statuto che prevarrà, si ispirerà a quello elaborato dal democristiano Venturino Castaldi. Presentato alla Consulta sarda e ai deputati sardi eletti alla Costituente, verrà approvato il 29 aprile 1947.
La posizioni sardiste avranno un’influenza minima. Ma c’è di più: il progetto di Statuto approvato dalla Consulta, in sede di Costituente, dai parlamentari italiani sarà viepiù “castrato” e svuotato di poteri.
E nascerà su un crinale biecamente “economicistico”. Alla cultura, alla lingua, alla storia, nostra specificità etno-nazionale, nessun riferimento: nonostante gli avvertimenti di Lussu sulla necessità di sancire l’obbligo dell’insegnamento della lingua sarda nelle scuole in quanto “essa è patrimonio millenario che occorre conservare”. E nonostante i consigli di IGiovanni Lilliu che suggeriva ai Costituenti sardi di rivendicare per la Sardegna competenze primarie ed esclusive almeno per quanto riguardava “I Beni culturali”.
E se il PSD’Az, per ricordare e festeggiare il suo centesimo anniversario, avesse un sussulto, culturale e politico, riprendendo il suo vecchio Progetto di Statuto di 75 anni fa?

La Sardegna interrata, “vinta e dominata per sempre” e Ospitone…

 di Francesco Casula
La Sardegna, nei libri scolastici è stata semplicemente abrasa, interrata, sepolta. Mancu lumenada. E la Sardegna degli studiosi, degli accademici, degli storici di professione? Ugualmente. Parlano di Sardegna fenicia, punica,romana, vandala, bizantina ecc. ecc. E la Sardegna dei Sardi? Scomparsa anche nei loro scritti. Parlano sempre di “Altri” non di noi. Sembra che non esista. Pare che i Sardi, siano sempre stati oggetti e mai soggetti di storia intendo: esclusa l’epoca nuragica e quella giudicale: di cui pure poco si parla, si scrive e si conosce. Ma ecco la trave su cui lo storico maniacalmente esterofilo eurocentrico e italiota inciampa: Ospitone. Conosciamo Ospitone da un unico documento storico: una lettera del papa Gregorio Magno del maggio 594, a lui indirizzata, in cui è definito ”dux Barbaricinorum”. In essa il Pontefice, a lui unico seguace di Cristo in quel popolo di pagani, chiede di cooperare alla conversione delle popolazioni barbaricine che ancora “vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre”. Non si hanno notizie di un’eventuale risposta di Ospitone né sappiamo se lo stesso si sia impegnato nell’opera di conversione dei suoi sudditi. Una cosa è però certa: la lettera del grande papa serve a illuminare la precedente storia della Sardegna: la presenza nell’Isola alla fine del 500 di un “dux barbaricinorun” mette in discussione infatti numerose categorie storiografiche della storia ufficiale. Ad iniziare dalla visione di una Sardegna conquistata, vinta e dominata, dai Cartaginesi prima e dai Romani e Bizantini poi. In questo luogo comune inciampa persino il grande storico tedesco Theodor Mommsen che in Storia di Roma antica parla di una “Sardegna vinta e dominata per sempre” dopo la sconfitta di Amsicora nel 215 a. C. da parte del console romano Tito Manlio Torquato. Se così fosse, perché continuano incessanti le rivolte dei Sardi, soprattutto barbaricini, per secoli, con i massicci interventi militari romani? Se fosse stata vinta e dominata per sempre che significato avrebbe nel 594 la presenza e coesistenza in Sardegna di un “dux barbaricinorum”, Ospitone appunto e di un dux bizantino, Zabarda, di stanza a Forum Traiani (Fordongianus), che proprio in quel momento tentava di concludere la pace con i Barbaricini? Evidentemente la parte interna della Sardegna, pur vinta, aveva comunque conservato, fin dal dominio romano, una sua indipendenza o comunque una sua autonomia, politica ma anche economica e sociale e persino culturale, nonostante l’imposizione della lingua latina che prenderà il posto della vecchia lingua nuragica. E non si tratta di una parte interna circoscritta e limitata alle civitates barbariae intorno al Gennargentu: ma ben più vasta e con precise caratteristiche politiche, sociali ed economiche. Ecco in proposito l’autorevole opinione del più grande storico medievista sardo, Francesco Cesare Casula:”…Dalle parole del pontefice si evince che, al di là del limes fra Roméa e Barbària le popolazioni avevano un proprio sovrano o duca e che quindi erano statualmente conformate almeno in ducato autonomo se non addirittura in regno sovrano. Infine si ricava che malgrado fosse trascorso tanto tempo, le genti montane continuavano ad “adorare” le pietre, cioè i betili, permanendo nell’antica religione della civiltà nuragica. Purtroppo non sappiamo da quando esisteva questo stato indigeno e quanti anni ancora durò dopo Ospitone né dove fosse esattamente collocato. Noi personalmente riteniamo che fosse esteso quanto la Barbària romana, segnalato al centro ovest dall’opposto presidio di Fordongianus e dal castello difensivo bizantino di Medusa, presso Samugheo; a sud dal confine religioso fra la cristianissima Suelli, piena di Chiese e di simboli paleocristiani e la pagana Goni, nel basso Flumendosa, con le schiere di suggestive pietre fitte campestri”. (Dizionario storico sardo, Carlo delfino Editore, Sassari, 2003, pagina 1132). Un territorio immenso, probabilmente metà Sardegna era dunque sotto il governo di Ospitone Ospitone dunque mette in crisi e sconvolge tutta la storiografia ufficiale. Non a caso di lui non si parla mai o quasi mai. O comunque si minimizza il suo ruolo. E’ un personaggio scomodo. Meglio evitarlo.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

NO ALLA STATUA DEL TIRANNO

Fine ‘700, inizio ‘800: la repressione sanguinaria dei tiranni sabaudi e il “contributo” infame di Pierre Francois Marie Magnon che l’Amministrazione comunale di Santa Teresa ha vergognosamente “glorificato” con una statua.

1.Bombardamento distruzione e devastazione di BONO.
Fallito lo sfortunato ed eroico tentativo di Giovanni Maria Angioy di liberare la Sardegna dal giogo feudale, nel maggio del 1796 il Viceré creò una commissione militare guidata da Efìsio Pintor Sirigu, detto ”Pintoreddu” che partì da Cagliari per assoggettare con la forza i villaggi in rivolta contro il feudalesimo Tra i villaggi in rivolta vi era anche Bono: paese natale dell’Angioy.
Ecco come racconta il fatto il più grande storico della Sardegna sabauda, Girolamo Sotgiu: “Efisio Pintor accompagnato dai delegati Musso e Guiso, con 900 uomini e 4 cannoni marciò su Bono per una vera e propria spedizione punitiva. Gli abitanti della cittadina del Goceano si erano preparati all’attacco, e se non poterono impedire che gli armati entrassero nella città e la mettessero a ferro e fuoco, persino spogliando le chiese degli arredi sacri, costrinsero però gli assalitori a una precipitosa ritirata, nella quale molti furono gli uccisi e feriti. La repressione fu così spietata – ricorda Sotgiu – che la musa popolare ne ha lasciato testimonianza:
Cantu baiat nos hana brujadu/tancas, binzas e domos e carrelas/et pro cussu Pintore est infamadu/in sa Sardigna e in tota sa costera”. [Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, editori Laterza,Bari, pagine 215-216].

2.Arriva in Sardegna nel 1799 l’ufficiale sabaudo Francesco Maria Magnon, savoiardo di nascita, acceso legittimista e ultrareazionario. Scappa perché “si rifiuta di vivere sotto il governo dei francesi” (leggi di Napoleone che aveva occupato il Piemonte).

3. 1800: Eccidio a Thiesi.
Verso le sette del mattino del giorno 6 ottobre 1500 uomini armati mandati da Sassari dal Conte di Moriana (fratello minore di Carlo Felice) si mossero verso Thiesi, paese simbolo della lotta antifeudale
Il paese, difeso da 800 uomini, si preparò ad impedire il saccheggio con ogni mezzo.
Le truppe inferocite si scagliarono contro i trinceramenti tiesini. Le truppe regolari cessata la resistenza si ritirarono verso Sassari lasciando però il paese in mano ai banditi arruolati per l’occasione con la promessa dell’amnistia, i quali sfondarono gli usci delle case, razziarono tutto ciò che era possibile razziare, usarono violenza sulle donne che cercarono di difendersi con bastoni e spiedi arroventati.
Tutto il villaggio fu tristemente ammantato di lutto, non solo per le violenze e per le grassazioni subite ma anche e specialmente perché nell’eccidio perdettero la vita 14 persone, 34 rimasero ferite (due di queste morirono nei giorni seguenti) e furono incendiate quasi totalmente 18 abitazioni.
Pare che al massacro di Thiesi abbia partecipato il Magnon.

4.Nel 1802 Magnon partecipò alla caccia e alla cattura del rivoluzionario Francesco Cilocco: il rivoluzionario sardo unitosi al sacerdote Francesco Sanna Corda in una rivolta tesa a instaurare una Repubblica sarda indipendente, sotto la protezione della Francia rivoluzionaria.
Su Cilocco pendeva una taglia di 50 scudi. Braccato in tutta l’isola fu catturato il 25 luglio proprio dal Comandante Pier Francesco Maria Magnon: “Solo diressi l’arresto di Cilocco”, scriverà orgogliosamente in una nota al viceré l’8 agosto del 1807, ricordando quei fatti come appartenenti a “un’epoca gloriosa” (Carlo Pillai in “La rivoluzione sulle bocche”, Della Torre Edizioni, Cagliari, 2003)
Grazie a questa dimostrazione di fedeltà alla volontà monarchica di repressione degli atti della rivoluzione sarda Pier Francesco Maria Magnon venne immediatamente nominato Comandante della Torre di Longon Sardo.
L’eroe sardo, una volta catturato fu messo, sanguinante e pesto, su un asino e fatto entrare prima a Tempio e poi a Sassari, – dopo aver attraversato molti altri paesi sempre sul dorso di un asino – fra la folla accorsa a vedere lo spettacolo e una ciurma di giovinastri prezzolati che fischiavano e gridavano:
Fu inoltre colpito da una frusta, di doppia suola intessuta con piombo, a tal punto che non può rimanere né in piedi né coricato ma carpone. Una fustigazione deprecata persino da uno storico conservatore e cortigianesco come Giuseppe Manno.
Flagellato dal boia e afforcato con sentenza dell’ 11 agosto. il 30 agosto 1802, all’età di trentatré anni, pur disfatto per le torture subite, saliva sulla forca. Il suo corpo, rimasto esposto per diversi giorni, fu decapitato e la testa esposta in pubblica piazza da monito per tutti.
E un Comune sardo può dedicare una statua a un infame che è stato responsabile primo di tale assassinio efferato!

Francesco Gemelli, teorico dell’Editto delle Chiudende.

 

FRANCESCO GEMELLI (1736-1806) nacque a Orta, nel Novarese, nel 1736. Gesuita, studioso di storia e di agronomia, nel 1768 ebbe l’incarico di professore di eloquenza latina all’Università di Sassari dove rimase fino al 1771. L’opera che gli ha dato maggiore rinomanza è Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, stampato a Torino con l’editore G. Briolo e ristampato a cura di Luigi Bulferetti per l’editore Fossataro di Cagliari.

L’opera è composta di due volumi di complessive 758 pagine: opera scritta interamente in Sardegna e a pro della Sardegna primariamente indirizzata, come l’Autore stesso scrisse rivolgendosi al leggitor cortese. Morì a Novara mentre era canonico della Chiesa cattedrale di quella città, nel 1806. La redazione del trattato fu piuttosto avventurosa – si scrive in La grande enciclopedia della Sardegna, a cura di Francesco Floris, La Nuova Sardegna editore, Sassari, 2007, vol. IV, pag. 433 – infatti proprio quando si recò a Torino per pubblicarlo, il suo protettore Bogino, dopo la morte di Carlo Emanuele III, era caduto in disgrazia ed era stato rimosso.

Poco dopo fu sciolto l’ordine dei Gesuiti e il Gemelli non volle rientrare in Sardegna; finalmente nel 1776 riuscì a pubblicare la sua opera, che oltretutto era diventata un poderoso trattato, piuttosto che l’agile libretto con forte tendenza didascalica e divulgativa che il Bogino aveva pensato di poter diffondere fra i coltivatori sardi. Secondo il Gemelli la diagnosi dell’arretratezza della Sardegna e, in specie della sua agricoltura, è molto netta ed esplicita: nasce tutto il disordine dalla comunanza o quasi comunanza delle terre.

Altrettanto esplicita è la terapia: Distruggasi quindi questa comunanza o quasi comunanza delle terre in Sardegna, concedendole in perfetta e libera proprietà alle persone particolari; e otterrassi di certo il disiato rifiorimento dell’agricoltura ne’ seminati, ne’ pascoli, nelle piante, e in ogni parte della rustica economia. La gestione sostanzialmente “comunitaria” delle terre ordinariamente aperte, senza siepe, senza muriccia, senza chusura… (come scrive nel testo che si riporta nella Lattura) rappresentava dunque – secondo il Gemelli – un ostacolo oggettivo all’affermazione di un sistema produttivo efficiente.

Era infatti – secondo l’autore – il modo di organizzazione del processo produttivo a creare arretratezza: al contadino – non avendo nessuna certezza di permanere nel fondo – veniva meno ogni stimolo alle trasformazioni e alle migliorie, le stesse tecniche agrarie subivano un ristagno e la produzione inevitabilmente languiva. Questo tipo di struttura produttiva si accompagnava alla comunanza dei pascoli che – sempre secondo il Gemelli – obbligava i pastori alla ricerca affannosa di sempre nuovi pascoli, poiché nessun miglioramento era possibile introdurre in terreni nei quali l’uso era sempre incerto.

Il permanere inoltre di ordinamenti giuridici antiquati e vessatori – come erano quelli del regime feudale – uniti al persistere di un regime terriero e di una organizzazione della produzione altrettanto arcaica, determinavano nelle campagne una situazione di povertà e di arretratezza: di qui la proposta del Gemelli della chiusura delle terre aperte e, in particolare, di quelle destinate alla coltivazione comunitaria e la loro assegnazione a proprietari privati come presupposto non solo del rifiorimento dell’agricoltura, ma dello stesso sviluppo complessivo dell’Isola, con la formazione e costituzione di una borghesia agraria.

L’opera del Gemelli – scrive lo storico Girolamo Sotgiu in Storia della Sardegna sabauda, 1720-1847, Ed. Laterza, Roma-Bari, 1984, pag.126-127 – rifletteva sia le esperienze che si erano venute facendo in vari Stati europei, dall’Inghilterra al reame di Napoli, sulla via della privatizzazione della terra, sia le nuove teorizzazioni sul valore e il significato della proprietà perfetta in relazione allo sviluppo agricolo e alla formazione di una nuova classe di proprietari borghesi.

Ma – precisa Sotgiu – Passare dall’uso comune della terra alla proprietà perfetta, consentire anzi favorire, la chiusura delle proprietà non significava soltanto adottare una nuova linea di politica agraria: significava in realtà mettere in discussione l’intero sistema feudale, che aveva il suo fondamento nell’ordinamento agrario del feudo e significava di conseguenza passare a un nuovo regime politico di incerta configurazione.

La contraddizione maggiore presente nel trattato del Gemelli è proprio questa: da una parte propone un nuovo ordinamento agrario, dall’altro non prevede l’abolizione del feudo. E’ la stessa contraddizione presente nel governo sabaudo che procede ad interventi di razionalizzazione che non potranno in alcun modo impedire i moti rivoluzionari antifeudali e angioiani degli anni 1793-1796 e tanto meno avviare percorsi di sviluppo e di prosperità per la Sardegna.

Le linee sostenute dal Gemelli – ma anche da quella parte della proprietà terriera e da quelli studiosi che erano favorevoli alla abolizione dell’uso comune della terra – saranno recepite prima e parzialmente da un regio decreto del 3 Dicembre del 1806, – con cui fu concessa la facoltà di chiudere i terreni aperti per impiantare oliveti – e dopo e in toto dal Regio Editto sopra le chiudende, sopra i terreni comuni e della corona e sopra i tabacchi del regno di Sardegna del 6 Ottobre del 1920 ma pubblicato nell’aprile del 1823.

Con esso si creò la proprietà perfetta, eliminando o riducendo al massimo il regime di comunione dei terreni. Ma al posto de il Rifiorimento della Sardegna – scrive Eliseo Spiga in un suo brillante saggio, La sardità come utopia, Note di un cospiratore – fiorirono spine. Tiria burda, ginestra feroce, mura de arrù, rovo, funi ‘e Cristi, spina cristo. La storia dell’Ottocento isolano infatti è una boscaglia di aculei che inflisse sofferenze inenarrabili ai nostri nonni, bisnonni e trisnonni… E così per tutto il XIX secolo percorriamo un buon tratto di quel dannato rifiorimento lasciando su ogni arbusto un brandello. Vengono imposti alla Sardegna l’espianto degli ordinamenti comunitari, l’accentramento politico, il divieto dei codici e dei costumi della più collaudata tradizione, il saccheggio delle ricchezze.

Francesco Casula

Saggista, storico della letteratura sarda

 autore del libro, tra gli altri, de “Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Wikipedia

Frantziscu Casula

insegnante, sindacalista, istòricu, giornalista e sagista sardu
bùssola Disambiguatzione – Si ses chirchende s’acadèmicu e istòricu nàschidu in Livorno in su 1933, càstia Frantziscu Tzèsare Casula.
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Frantziscu Casula (Ollollai1945)[1] est un’insegnante, sindacalista, istòricu, giornalista e sagista sardu.[2]

Frantziscu Casula
Nàschida 1945
Ollollai
Natzionalidade sarda
Tzitadinàntzia italiana
Alma mater Universidade “La Sapienza” de Roma
Traballu insegnante, sindacalista, istòricu, giornalista e sagista

Cuntenutu

BiografiaModìfica

Nàschidu in Ollollai, a pustis de sos istùdios mèdios e superiores fatos in sas iscolas de sos Gesuitas at frecuentadu su Litzeu “Sotziale” de Torinu, e s’est laureadu in Istòria e Filosofia in s’Universidade “La Sapienza” de Roma.

At incumintzadu a traballare in sas iscolas in Macumere, in ue at collaboradu a fundare sa CGIL-iscola sarda, e in ue est istadu professore a primu de Istòria e Filosofia in sos litzeos e a pustis de Istòria in s’istitutu tècnicu e pro geòmetras. A pustis de s’èssere tramudadu a Casteddu, pro prus de 30 annos est istadu professore de Istòria e de Italianu in sas iscolas superiores.

Sa prima esperièntzia polìtica sua in Sardigna est de su 1972, cando teniat 26 annos, cun su Movimentu polìticu de sos traballadores (MPL – Movimento politico lavoratori) de Livio Labor, chi fiat giai istadu presidente de s’ACLI, cun su cale s’est candidadu a sas eletziones.[3]

In su matessi annu, in Macumere, at fundadu su tzìrculu polìticu-culturale “Camillo Torres”, dedicadu a su preìderu colombianu gherrilleri mortu dae sas unidades anti-gherrilla de su guvernu. e in ue ant a intrare medas istudiantes e insegnantes, chi in paris cun issu ant a intrare in su PDUP (Partidu de unidade proletària) e a pustis in sa setzione sarda de Democrazia Proletaria, chi gràtzias mescamente a su traballu suo at a devènnere autònoma dae cussa italiana, sardizende·si e mudende de nùmene in “Democrazia Proletaria sarda“.

A pustis de s’isorvimentu de cussu partidu est intradu in su Psd’Az, in ue est abarradu pro unos cantos annos, e at lassadu sa CGIL pro intrare in sa CSS (Cunfederatzione sindacale sarda) fundada dae Eliseo Spiga, in ue at devènnere in antis responsàbile de sa setzione iscola, a pustis segretàriu natzionale annànghidu e a pustis galu segretàriu natzionale generale, finas a cando no at lassadu sa càrriga isseberende de si dedicare mescamente a atividades culturales, publitzìsticas e editoriales.

Giornalista publitzista dae su 1989, at iscritu pro L’Unione Sarda, Il Sardegna, Sa Repubblica Sarda, Nazione Sarda, Camineras, Làcanas, Sardigna.com e medas àteros giornale e rivistas. Est istadu Diretore Responsàbile de Il Solco, su giornale de su Psd’Az fundadu dae Emìliu Lussu, de su periòdicu de sa CSS Tempus de Sardinnia, de Liberamenti, periòdicu de Cuartùciu, de “Clacson, periòdicu de Patiolla, de Saturru, periòdicu de Ceraxius, de Liberatzione sarda e de Madiapolis, periòdicu de sos istudiantes universitàrios de s’Universidade de Casteddu.[3]

Su Cussìgiu Regionale de sa Sardigna, in su 2000, l’at mutidu comente membru de s’Osservatòriu de sa Limba e de sa Cultura Sarda, de su cale at fatu parte pro 5 annos.[4]

In su 2001 at publicadu su primu libru suo, Statuto sardo e dintorni, su resurtadu de una chirca fata cun sos pitzinnos de s’istitutu Martini de Casteddu in subra de s’Istatutu Sardu e de sas raighinas istòricas suas, pensadu pro sos giòvanos de sas iscolas e cun sa prefatzione de Eliseo Spiga. Su libru agabbat cun duas tradutziones in sardu de s’istatutu.[5]

In su 2004 at incumintzadu a traballare fintzas comente tradutore, bortende in sardu bator regortas illustradas de contos pro pitzinnos iscritas dae àteros autores.

De su 2006, imbetzes, sunt sas primas òperas iscritas in sardu dae issu, pro sa Collana “Omines e feminas de gabbale” de S’Alfa editrice. Intre su 2006 e su 2008 at iscritu, a sa sola o paris cun àtere, deghe sàgios biogràficos dedicados a òmines e fèminas (Gràtzia DeleddaElianora de ArbarèeAntoni Simon MossaAntoni GramsciAmsìcoraGiuanne Maria AngioyMarianna BussalaiSigismondo ArquerGiuseppe Dessì e Antioco Casula, prus connotu cun su nùmene de Montanaru) chi ant tentu un’importu mannu in s’istòria sarda, dae su tempus prus antigu a oe. At fintzas curadu sa collana, in ue bi sunt fintzas sàgios iscritos dae àteros autores, e in su 2010 at publicadu sa versione in italianu de sos sàgios suos in unu volume ùnicu, chi at mutidu Uomini e donne di Sardegna: le controstorie.[1]

In su 2009 at publicadu un’istòria de s’autonomia de sa Sardigna in paris cun Gianfranco Contu, e su libru Sa die de Bernardinu Puliga cun Vittorio Sella.

In su 2010 at publicadu duos sàgios: La lingua sarda e l’insegnamento a scuola, unu testu dedicadu a acrarire sa situatzione de cussu momentu de sa limba sarda e sas netzessidades suas e, in paris cun Franco Fresi, Sarvadore Tola e Giùliu Angioni, fintzas su libru La poesia satirica in Sardegna, a incuru de Franco Carlini.[1]

In su 2011 e in su 2013 sunt essidos sos primos duos volumes de Letteratura e Civiltà della Sardegna, un’òpera pensada mescamente pro sos istudiantes e dedicada a sa literadura sarda, in totu sas limbas suas, e a sos autores sardos prus mannos chi s’Ìsula apat tentu.[6]

In su 2015 at publicadu I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, unu testu in ue at analizadu sas òperas de sos literados e de sos viagiadores istràngios chi ant chistionadu de sa Sardigna, fatu-fatu a pustis de àere fatu biàgios in cue e mescamente in su seschentos e su setighentos.

In su 2016 at publicadu, imbetzes, un’òpera dedicada a su perìodu de su Regnu de Sardigna ligadu a sos SavojasCarlo Felice e i tiranni sabaudi. In cust’òpera Casula at analizadu dae su puntu de vista istòricu s’impatu chi sos membros de sa domo Savoja e sos guvernantes de sa corte issoro ant tentu in Sardigna, dedichende fintzas unas cantas pàginas a personàgios de annotu de s’època, che a Giuanne Maria Angioy e Frantziscu Cillocco. Su libru, iscritu cun sa punna de fàghere connòschere mègius a sos sardos personàgios ligados fintzas a sa toponomàstica de sas biddas e de sas tzitades issoro,[7][8] at tentu unu sutzessu mannu meda, cun prus de 130 presentatziones[9][10] in totu sa Sardigna e in foras, fintzas in sa Biblioteca de su Senatu italianu,[11][10][12][13] e a pustis de l’àere torradu a imprentare 5 bortas s’editore at publicadu sa de duas editziones.[9] Sa dibata nàschida a pustis de sa publicatzione sua at fintzas ispiradu s’atore e regista Gianluca Medas a nde creare una dramatizatzione teatrale, “Processo alla statua di Carlo Felice“, chi at presentadu in Casteddu in su 29 de austu, e chi at otènnidu un’interessu de sa gente bastante a fàghere acabare totu sos postos disponìbiles pro su pùblicu e fàghere nàschere sa proposta de nde fàghere una rèplica.[14][15] S’ispetàculu est istadu registradu e trasmìtidu in direta dae su canale televisivu EjaTV.[16]

Intre su 2019 e su 2020 Frantziscu Casula at pigadu parte a su programma in limba sarda “Logos de Logu”, presentadu dae Enrico Putzolu e trasmìtidu dae Tele Costa Smeralda, in ue at chistionadu de istòria, cultura e literadura de sa Sardigna, mescamente in s’ùrtima parte de sas puntadas ma fintzas chistionende cun su presentadore.[17]

Semper in su 2020 est essidu su de tres volùmenes de Letteratura e Civiltà della Sardegna, cun un’impostatzione unu pagu diferente dae sa de sos àteros duos. Difatis, imbetzes de èssere dedicadu a sa poesia e a sos romanzos, est totu dedicadu a su teatru in limba sarda, analizadu però semper in manera de permìtere a chie leghet de connòschere sas òperas e sas temàticas de sos autores, fintzas gràtzias a medas testos pigados dae sas iscienegiaduras de sas òperas issoro.

Casula faghet parte de medas giurias de prèmios literàrios de poesia in limba sarda in totu sa Sardigna, e est istadu fintzas parte de cussa de su Prèmiu Otieri, su prus mannu de s’Ìsula.[4]

ÒperasModìfica

Òperas iscritas in sarduModìfica

  • Frantziscu Casula, Gratzia Deledda, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2006, ISBN 978-88-85995-03-1OCLC 955195506.
  • Frantziscu Casula, Leonora d’Arborea, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2006, ISBN 978-88-85995-05-5OCLC 955195236.
  • Frantziscu Casula, Antoni Simon Mossa, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2006, ISBN 978-88-85995-07-9.
  • Frantziscu Casula, Antoni Gramsci, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2006, ISBN 978-88-85995-06-2.
  • Frantziscu Casula e Amos Cardia, Amsìcora, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2007, ISBN 978-88-85995-15-4OCLC 1102380513.
  • Frantziscu Casula e Zuanna Cottu, Zuanne Maria Angioy, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2007, ISBN 978-88-85995-14-7OCLC 1102373153.
  • Frantziscu Casula e Zuanna Cottu, Marianna Bussalai, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2007, ISBN 978-88-85995-16-1OCLC 1102380738.
  • Frantziscu Casula e Marco Sitzia, Sigismondo Arquer, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2008, ISBN 978-88-85995-41-3.
  • Frantziscu Casula e Veronica Atzei, Giuseppe Dessì, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2008, ISBN 978-88-85995-42-0.
  • Frantziscu Casula e Joyce Mattu, Montanaru, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2009, ISBN 978-88-85995-43-7.
  • Frantziscu Casula, Gratzia Dore, in Omines e feminas de gabbale, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2009, ISBN 978-88-85995-45-1.

Òperas iscritas in italianuModìfica

  • (IT) Francesco Casula, Statuto sardo e dintorni, Casteddu, Artigianarte editore, 2001.
  • (IT) Gianfranco Contu e Francesco Casula, Storia dell’autonomia in Sardegna, Patiolla, Grafica del Parteolla, 2009.
  • (IT) Francesco Casula e Vittorio Sella, Sa die de Bernardinu Puliga, Nùgoro, Studiostampa srl, 2009.
  • (IT) Francesco Casula, Franco Fresi, Salvatore Tola e Giulio Angioni, La poesia satirica in Sardegna, a incuru de Franco Carlini, Casteddu, Edizioni della Torre, 2010, ISBN 978-88-7343-430-6OCLC 955208693.
  • (IT) Francesco Casula, Uomini e donne di Sardegna: le controstorie, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2010, ISBN 978-88-85995-50-5OCLC 677914368.
  • (IT) Francesco Casula, La lingua sarda e l’insegnamento a scuola: la legislazione europea, italiana e sarda a tutela delle minoranze linguistiche, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2010, ISBN 978-88-85995-51-2OCLC 846058175.
  • (IT) Francesco Casula, Letteratura e civiltà della Sardegna, Vol. I, Patiolla, Grafica del Parteolla, 2011, pp. 102-112, ISBN 978-88-96778-61-6OCLC 828215218.
  • (IT) Francesco Casula, Letteratura e civiltà della Sardegna. Vol. II, Patiolla, Edizioni Grafica del Parteolla, 2013, ISBN 978-88-6791-018-2OCLC 931462627.
  • (IT) Francesco Casula, I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2015, ISBN 978-88-85995-76-5OCLC 1045964818.
  • (IT) Francesco Casula, Carlo Felice e i tiranni sabaudi, Patiolla, Grafica del Parteolla, 2016, ISBN 978-88-6791-124-0OCLC 1102374235.
  • (ITSC) Francesco Casula, Letteratura e Civiltà della Sardegna – Volume III – Il Teatro in Lingua Sarda, Patiolla, Grafica Del Parteolla, 2020, ISBN 978-88-6791-231-5.

Tradutziones in sardu de òperas de àteros autoresModìfica

  • Vincenzo Mereu, Pupillu, Menduledda e su Dindu Glù! Glù!, tradutzione de Francesco Casula, illustratziones de Vincenzo Mereu, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2003, ISBN 978-8885995802.
  • Khalil Babouchi, Contos de sabidoria mediterranea, tradutzione de Francesco Casula, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2004, ISBN 978-8885995864OCLC 1085646998.
  • Debora Deliana Cara, Paristorias a supra de sos logos de Sardinna, tradutzione de Francesco Casula, illustratziones de Giuseppe Atzori, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2004, ISBN 978-8885995871OCLC 1085642954.
  • Debora Deliana Cara, Paristorias a supra de sos nuraghes, tradutzione de Francesco Casula, illustratziones de Manuela Basciu e Claudio Adamo, Cuartu Sant’Aleni, Alfa editrice, 2004, ISBN 978-8885995888OCLC 1085645247.

Àteros sàgios, artìculos e prefatzionesModìfica

Frantziscu Casula at iscritu fintzas medas àteros testos e artìculos publicados in intro de rivistas, libros cun autores medas e comente prefatziones a àteras òperas. Una lista agiornada a su 2018 de custos traballos, chi sunt prus de 1000,[18] si podet agatare in su situ suo.[19]

RiferimentosModìfica

  1. ↑ 1.0 1.1 1.2 (ITUomini e donne di Sardegna: le controstorie. Di Francesco Casula, in guide.supereva.it. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  2.  (IT) Anthony Muroni, Cultura, storia, scuola, Sardegna. Dieci domande a… Francesco Casula, in Anthony Muroni, 1º maju 2018. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  3. ↑ 3.0 3.1 (ITFrancesco Casula, in inchiestaonline.it. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  4. ↑ 4.0 4.1 (ITFrancesco Casula, in SBS – Servìtzios Bibliogràficos SardosURL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  5.  Franco Carlini, Una circa a pizzus de su Statudu Sardu, in Truncare sas cadenas, 29 trìulas 2014. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  6.  (ITLa civiltà sarda secondo Casula, in La Nuova Sardegna, 9 santugaine 2013. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  7.  (ITL’Ute presenta la “controstoria” di Francesco Casula, in La Nuova Sardegna, 30 martzu 2017. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  8.  (IT) Enrico Lobina, ‘Carlo Felice e i tiranni sabaudi’, la Sardegna degli uomini con meno diritti degli altri, in Il Fatto Quotidiano, 5 abrile 2017. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  9. ↑ 9.0 9.1 (ITORGOSOLO. Presentazione del libro di Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, in La Barbagia.net, 3 santugaine 2020. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  10. ↑ 10.0 10.1 (IT“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” al Senato della Repubblica, in Il Manifesto Sardo, 16 freàrgiu 2020. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  11.  (IT“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” varca il mare: il 21 febbraio al Senato, in La Barbagia.net, 2020-18-02. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  12.  (ITCarlo Felice e i tiranni sabaudi, in webtv.senato.it. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  13.  Filmadu vìdeu (ITPresentazione del volume “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, in YouTube, Senato Italiano.
  14.  (IT“Processo alla statua di Carlo Felice” replica, la discussione appassiona i cagliaritani, in Vistanet, 28 austu 2020. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  15.  (ITA Cagliari “Processo alla statua di Carlo Felice”, in Sardegna Reporter, 28 austu 2020. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  16.  (ITProcesso alla statua di Carlo Felice – rappresentazione teatrale c/o palazzo regio in Cagliari, in Sardegnaeventi24. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  17.  LOGOS de logu, in www.telecostasmeralda.tv. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  18.  (ITCurriculum Francesco Casula, in Truncare sas cadenas, 3 nadale 2008. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.
  19.  (ITLibri e Scritti di Francesco Casula, in truncare.myblog.it, 12 austu 2018. URL consultadu su 14 freàrgiu 2021.

Ligàmenes esternosModìfica

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