L’ Occupazione Cartaginese

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

PRIMA LETTURA: La brutale dominazione cartaginese*
. […]. “Erano sbrigativi e brutali nell’esercizio del potere di cui disponevano e non si facevano scrupolo spremere la nostra gente, indifesa perché già economicamente indebolita dal lavoro di spoliazione fatto in precedenza e per alcuni secoli dai loro stessi cugini e la loro propensione predatoria nel perseguire vantaggi economici si accompagnava spesso ad atti di violenza feroci, posto che persino nei loro riti religiosi erano usi fare sacrifici sanguinari e d’insolita crudeltà.
Arrivavano anche a dare la morte se venivano infranti i divieti da loro imposti, come quelli sulla cultura delle viti e degli uliveti, mentre imponevano ai poveri abitanti asserviti di quello sfortunato luogo la coltivazione intensiva dei cereali nelle pianure fertili del Campidano, cosa magari non sbagliata in sé, ma tremenda per quelle popolazioni considerata la brutalità impositiva subita in casa loro.
Le ricchezze minerarie, la florida agricoltura e l’attività manifatturiera e metallurgica erano così importanti che, pur di sfruttarne in via esclusiva le risorse e non farne conoscere le potenzialità all’esterno, i Punici impedivano l’accesso a chiunque, pena ancora la morte. Salvo ai navigli che, trovandosi in difficoltà, fossero per necessità costretti a trovare riparo, un po’ come nel diritto di navigazione odierno in fatto di approdo nei porti altrui, anche non amici, consentito in caso di pericolo grave per l’equipaggio, e per la nave in occasione di burrasche, tempeste e uragani. Entro i successivi cinque giorni dovevano però sgomberare e nessuna operazione commerciale poteva essere intrattenuta con gli abitanti locali se non davanti a funzionari cartaginesi ai quali era rigorosamente dovuto un tributo.
La presa sull’isola e il dominio sulla popolazione erano pressoché totali, ad eccezione di alcune parti del territorio presidiate dalle tribù resistenti dell’interno, le quali rifugiatesi nelle montagne, dettero per lungo tempo del filo da torcere ai nuovi conquistatori, fino a imporre persino tributi per il diritto di passaggio nei territori sotto il loro controllo. Ciò che veniva prodotto nell’isola, dedotto quanto era necessario alla sopravvivenza della popolazione indigena, diveniva appannaggio dell’impero cartaginese dominatore, il quale stabiliva cosa, dove e quando e per chi produrre, in funzione dei suoi interessi commerciali e di potenza militare. Erano divenuti i nuovo padroni in casa nostra, arrivati dal mare senza bussare, intenzionati a portare via ciò che era nostro e a ridurci in schiavitù,m privati del frutto del nostro lavoro, delle nostre proprietà e della libertà di disporre delle risorse offerte dal nostro territorio.
Un calvario durato all’incirca tre secoli”. […].
Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagine 73-74.
SECONDA LETTURA: Sacrifici di bambini nell’antica Cartagine?*
Gli antichi abitanti di Cartagine, i discendenti di quei coloni che giunsero lungo le coste africane al seguito della mitica regina Didone, avevano l’usanza di sacrificare i propri bambini: questo almeno emergerebbe da alcune testimonianze scritte, prima bibliche e poi greche e romane. Ma tali resoconti rispondevano effettivamente alla realtà?
L’interrogativo si era già posto nel passato per archeologi e storici ma, soprattutto negli ultimi decenni, aveva prevalso la tendenza a negare questa possibilità: in particolare, in molti evidenziavano come le fonti classiche fossero solite riportare cronache di fatti cruenti di questo genere (e quindi non soltanto in riferimento ai cartaginesi) spesso con intenti propagandistici negativi. E a tal proposito non si può dimenticare come Cartagine fu una fiera nemica di Roma.
Una nuova ricerca sembrerebbe invece suggerire che tali rituali sacrificali trovassero effettivamente espressione nell’uccisione di bambini che venivano offerti alle divinità come un pasto crudele: ciò renderebbe inesatti i tentativi di interpretare i tofet nel mondo fenicio-punico semplicemente come aree destinate al culto religioso con annessa zona per i sacrifici degli animali nella quale trovavano posto anche le sepolture dei più piccoli, morti anzitempo. Queste le conclusioni a cui sono giunti gli studiosi di diversi Paesi, tra cui l’Italia, che hanno collaborato a far luce su questo “mistero” dell’antichità, pubblicate in un articolo della rivista Antiquity.
Il dubbio che tra i cartaginesi fosse diffusa tale pratica c’è sempre stato e non semplicemente a causa di quanto scritto nella Bibbia, dove si parla di un “passaggio attraverso il fuoco” per i fanciulli (che per la verità potrebbe essere anche un rito iniziatico, anche non necessariamente cruento); riferimenti nella storiografia greca, così come presso alcuni scrittori minori della romanità, costituivano un indizio. Un indizio al quale sono andate ad aggiungersi le prove, allorché i tofet iniziarono a venire alla luce, soprattutto nel XX secolo, non soltanto a Cartagine ma anche nei dintorni dove si collocavano le colonie fenicie, ossia sulle coste di Sardegna (presso Sulki, Monte Sirai, Nora) e Sicilia (a Mozia). Nei sepolcri, infatti, piccoli resti erano accuratamente sistemati nelle urne, coperti da pietre tombali sulle quali erano incisi spesso i ringraziamenti ai numi. Su una delle lapidi, inoltre, un’incisione che è stata interpretata come un sacerdote che recava in braccio il corpo di un piccolo bambino.
*tratto da https://scienze.fanpage.it/

TERZA LETTURA: La Costante “resistenziale” secondo Lilliu
Accettata da molti e rifiutata da altri, di Lilliu storico è particolarmente nota la tesi e la categoria storiografica della «costante resistenziale» che così sintetizza: “Quell’umore esistenziale del proprio essere sardo, come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno”1.
“La Sardegna – scrive Lilliu- in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per secoli, la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza. Perciò i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma nonostante, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi. Nella confusione etnica e culturale che li ha inondati per millenni, sono riemersi, costantemente, nella fedeltà alle origini autentiche e pure”2.
Secondo Lilliu la “resistenza” dei Sardi ha una precisa data di inizio: la fine del secolo VI quando, dopo lunghe lotte Cartagine cacciò i Sardi indigeni sui monti del centro isolano, nelle Barbagie, come poi ebbero a chiamarle i Romani.
Ma ecco come argomenta e racconta la «costante resistenziale» dei Sardi nella loro storia millenaria ma soprattutto durante il periodo della dominazione cartaginese e romana:”Antagonistica fu la civiltà dei Nuraghi in ogni tempo. Ma soprattutto in due periodi fu più accanito e drammatico lo scontro di cultura, più dura e decisiva la battaglia fra i fronti di civiltà: al tempo della guerra dei Cartaginesi prima e contro i Romani poi. Difatti la natura antagonistica portò i Sardi a conservare la loro tradizione culturale per tutto o quasi l’arco di tempo corrispondente all’attività nell’Isola di quei popoli estranei, resistendo dapprima ( dal VI al II sec. a.c.) con le armi e, in seguito, con la rivolta passiva, morale e psicologica derivata dalla coscienza, ancora oggi radicata fra gli isolani, di essere stati e di essere qualcosa di speciale e di individuale per stirpe e cultura…”3.
Dopo una prima vittoria sui Cartaginesi del generale Malco (545-535) secondo Lilliu il fronte nazionale protosardo dovette soccombere ad Asdrubale e Amilcare quando dopo 25 anni di operazioni militari verso il 509 a.c. “la resistenza” fu stroncata, domata e sospinta “dalle pianure e dalle colline nelle zone montagne dell’interno ,solitarie, sterili e disperate ( Iustn.XIX,1).
Si può capire che l’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti d’ogni genere e fonte di benessere materiale e civile, provocò una cesura culturale, una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica dalle «belle pianure iolaèe» (Diod., IV, 29-30-V, 15) dove gli antichi pastori e agricoltori – guerrieri lasciavano i castelli distrutti, le case fumanti, i templi profanati e le tombe dei loro morti incustodite, verso le rocce, le caverne e i boschi paurosi del centro montano, fu non soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulle perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso una carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di un’intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vicina al suo pieno traguardo storico. Con la sconfitta fu pure incrinata la compattezza etnico- sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica: da una parte l’Isola montana,- dei Sardi ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori, come lo furono nel secolo XIX gli Indiani americani di Capo Giuseppe, chiusi in una riserva dell’Idaho dai bianchi del generale Miles, – che continuò a esprimere una cultura genuina e autentica di pastori ,per quanto impoverita e decaduta; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori,diventati «collaborazionisti» per calcolo o per paura furono degradati al livello di servi della gleba e confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri del comune padrone cartaginese.
Per i sardo-punici (o sardolibici) a cultura mista, i sogni di grandezza, già nel V secolo a.c. erano finiti nel nulla e la libertà era diventata una parola senza senso. Le madri facevano figli per essere assoldati a poco prezzo negli eserciti di Cartagine. Come le antiche “pianure iolaèe” germinavano biade e gli altopiani erbosi dei primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama del potere economico e politico. Per i Sardi autentici del centro montano, a cultura tradizionale senza alcun compromesso, la libertà rappresentava ancora un valore e il suo prezzo li ripagava dei sacrifici materiali e dell’avvilimento morale in cui li aveva cacciati l’avverso destino. Schiavitù e libertà segnavano ormai una netta linea di confine fra le due parti dei Sardi: quella conformista e quella ribelle, la prima accomunata forse alla seconda al padrone nel disprezzo e nell’odio. Ed il padrone noncurante e forse lieto della divisione prosperava sulla contesa delle due Sardegne”.
“Il secondo grosso urto fra la civiltà nuragica e quella straniera – scrive ancora il prof. Lilliu – dopo deboli e occasionali scontri fra sardi dei monti e cartaginesi fra il V e il III secolo, avvenne con la conquista dell’Isola dai Romani intorno al 238 a.c. I protagonisti furono le tribù del centro e della regione alpestre, Corsi, Iolei e Balari, e cioè i discendenti dei fuggiaschi della grande ritirata del VI secolo a.c., conservatisi in stadio di autentica cultura nuragica. I Sardi a cultura mista, restarono fuori dalla mischia, limitandosi a servire senza difficoltà il nuovo padrone. L’occupazione romana delle città costiere nel 238 a. c. si svolge senza combattimento (Zonara, VIII, 12, P, I, 4000) senza alcuna resistenza da parte dei Sardo-punici o Sardo-libici. Ma i reiterati trionfi dei consoli romani segnati dal 235 al 232 a.c. stanno ad indicare che la penetrazione romana verso l’interno, trovava l’ostacolo sanguinoso delle tribù locali di tradizione nuragica. Si risvegliava la natura «antagonista» dei guerrieri- pastori, non mai sopita del resto, al primo duro contrasto di civiltà. La lotta sardo romana fu epica, anche perché l’intento del nuovo padrone, era quello di operare una trasformazione radicale di struttura «civile e morale», cosa che non avevano fatto i Cartaginesi, soddisfatti della sicurezza strategica ed economica, senza preoccupazioni «missionarie». La reazione degli indigeni fu pronta in ogni momento, violenta nei periodi di maggiore emergenza, fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi, ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215 ( guidata per terra dal latifondista sardo- punico Amsicora e appoggiata sul mare dalla flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo), la strage di 12.000 Iliensi e Balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori). Noi che abbiamo seguito dall’inizio l’origine e lo svolgersi della civiltà nuragica, che abbiamo cercato di individuarne nella vocazione antagonistica e nell’attitudine di conservazione attiva e vitale dei caratteri fondamentali, possiamo ora apprezzare nel vero senso, il valore di questi avvenimenti di storia politica strettamente legati alle vicende finali – e in definitiva al tramonto – di una cultura del mondo antico che ebbe una coerenza morale e uno stile di vita schietto e libero, non privo di insegnamenti, posto che se ne vogliano riconoscere nel passato” 4 .
Ma il professor Lilliu non si limita ad applicare la categoria storiografica della «costante resistenziale» alla dominazione cartaginese e romana: essa infatti avrebbe caratterizzato l’intera storia della Sardegna. Così infatti scrive: “Potremmo forse interpretare, meglio che con i documenti diplomatici, certe fiere per quanto modeste e molto limitate, espressioni di resistenza, del periodo giudicale, a mio avviso troppo esaltato come momento di autonomia sarda… Si dica lo stesso dei movimenti resistenziali angioini della fine del ‘700 e di quelli a sfondo «comunistico» del «su connotu» nel secondo ventennio dell’800, nei quali la componente “popolare” (da distinguersi da quella “borghese” integrata nella rivoluzione “esterna” delle culture “maggiori” e della francese in specie) si muoveva nella direttrice dei valori resistenziali della cultura propria “minore”, senza una precisa e organica alleanza, anzi con sospetti e conflitti, identificando ancora una volta, “i borghesi rivoluzionari” con lo straniero padrone.”
E continua “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi «piemontesi» fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli”5.
C’è di più: a parere di Lilliu la resistenza persiste e continua: “Ai Sardi spetta ancora il compito di attivare la costante resistenziale, ché non ne mancano i motivi”.
Occorre “resistere” e reagire all’industrialismo con i suoi schemi e comportamenti di colonizzazione estranei ed esterni al tessuto economico sardo, distruttore dell’ambiente, fallimentare dal punto di vista economico e occupazionale, devastante per la civiltà sarda; come occorre resistere all’assimilazione e alla acculturazione esterna, da qualunque parte essa venga e in qualsiasi modo si presenti: “In tempi antichi sotto l’aspetto dell’egemonia armata della borghesia mercantile fenicio-punica e dell’imperialismo militare romano; oggi con l’etichetta e le persuasioni o le repressioni del sistema neocapitalistico industriale internazionale e dei vassalli italiani continentali del triangolo nordista”6.
In connivenza e con la complicità degli ascari locali, aggiungo io. Se è interessante e suggestiva – e a mio parere assolutamente condivisibile la categoria storiografica della “costante resistenziale” – ancor più lo è la spiegazione che il grande archeologo di Barumini dà della «resistenza sarda». A questo proposito scrive che occorre “ moderare i metodi di ricerca della storiografia tradizionale della storia politico-diplomatica che è piena di falsità (è la storia dei vincitori, storia di parte), ed anche quello della storiografia marxista che vuole ridurre la spiegazione della resistenza sarda, nelle forme che abbiamo specificato, soltanto a ragioni economiche-sociali, in una contrapposizione di classi, senza riguardare le profonde cause della «storia che sta nel non averne», cioè le cause etniche-etiche, intime alla convinzione nei Sardi dei valori della propria cultura «minore». In definitiva si tratta di tener conto dell’importanza determinante dell’elemento «popolo» (e non dell’elemento «classe») nella grande contesa sarda tra le due culture, dove sta il nocciolo vero della resistenza costante, della conflittualità permanente”7.

Riferimenti bibliografici
1. La Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, vol.3°. L’eredità delle origini, ed. Della Torre 1988, pag. 22.
2. G. Lilliu, Costante resistenziale sarda, ed. Fossataro, Cagliari, 1972, pag.41.
3. G. Lilliu, La Civiltà dei Sardi, dal paleolitico all’età dei nuraghi, Nuova Eri edizione, pag. 418
4. Ibidem, op. cit. pag. 418 segg.
5. Costante resistenziale sarda, op. cit. pagina.50.
6. Ibidem, op. cit. pag. 52.
7. Ibidem. op. cit. pag. 49.

VERSO LA GLOBALIZZAZIONE LINGUISTICA?

 
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti” che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire.

Peppino Mereu

RICORDANDO PEPPINO MEREU A 149 ANNI DALLA SUA NASCITA.

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Il poeta “maledetto”, il poeta socialista (1872-1901)
Nasce a Tonara (Nuoro) il 14 Gennaio 1872. Il padre, medico condotto del paese muore accidentalmente nel 1889 bevendo del veleno che aveva scambiato per liquore. Interrompe gli studi dopo la terza elementare –a Tonara non esistevano altre scuole e per proseguire gli studi avrebbe dovuto recarsi fuori dal paese- e diventa sostanzialmente un autodidatta: non si spiega diversamente la sua conoscenza del latino e della mitologia classica cui fa riferimento in alcune sue poesie.
Da giovanissimo inizia a cantare e a scrivere poesie anche sulla scia dei poeti tonaresi più noti: Bachis Sulis e altri. A 19 anni e precisamente il 7 Aprile 1891 si arruola volontario carabiniere: durante i cinque anni della vita militare in vari paesi dell’Isola, visse fra Nuoro e Cagliari, Osilo, Sassari, –i cui nomi figurano nelle date di alcune poesie- dove conosce alcuni poeti sardi. Canta le sue poesie nelle feste e nelle sagre paesane dimostrando grandi capacità poetiche e di improvvisazione. Questi anni (1891-1895) segnano profondamente la sua formazione: prende coscienza delle ingiustizie e degli abusi di potere, tipici del sistema militare. Di qui la sua critica spietata al ruolo dei carabinieri, che invece di essere difensori della giustizia sono spesso alleati degli stessi trasgressori della legge. Significativi a questo proposito i versi diventati a livello popolare famosissimi, soprattutto nel Nuorese: Deo no isco sos carabinersi/in logu nostru proite bi suni/e non arrestan sos bangarutteris. (Io non capisco perché/da noi ci sono i carabinieri/e non arrestano i bancarottieri).
Proprio in questi anni prende consapevolezza dei problemi socio-economici-culturali della Sardegna e aderisce alle idee socialiste del tempo, un socialismo utopistico in cui il poeta individua la soluzione per i problemi delle classi lavoratrici e oppresse. Idee e valori socialisti che Mereu diffonde affidandosi alle sue poesie per sostenere con nettezza, prima di tutto la libertà e l’uguaglianza: Senza distinziones curiales/devimus esser, fizos de un’insigna/liberos, rispettados, uguales (Senza distinzioni curiali/ dobbiamo essere figli di una stessa bandiera/:liberi, uguali, rispettati). Per continuare con la rivendicazione del suffragio elettorale che i Socialisti propugnavano con forza e che il poeta di Tonara così canterà, -proprio nel 1892, anno della nascita del Partito socialista- Si s’avverat cuddu terremotu/su chi Giacu Siotto est preighende/puru sa poveres’ hat haer votu/happ’a bider dolentes esclamende/<mea culpa> sos viles prinzipales/palattos e terrinos dividende/. (Se si avvera quel terremoto/per cui sta pregando Giago Siotto/che anche i poveri potranno votare/potrò vedere, addolorati, gridare/<mea culpa>i vili printzipali/a dividere palazzi e terreni/).
Oltre a denunciare le ingiustizie sociali e i soprusi subiti dal popolo -che in A Genesio Lamberti, invita alla ribellione- Mereu mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
Il poeta il 6 Dicembre 1895 per motivi di salute viene congedato: ritorna così a Tonara. La sua produzione poetica se da una parte è pervasa da motivi melanconici, dall’altra accentua la critica ai rappresentanti della Chiesa e del potere locale; se da una parte srotola poesie “della morte”, dall’altra dipana componimenti scherzosi e allegri, brevi ritratti schizzati in punta di penna di figure e fatti di paese, irridente e maledicente come quando in Su Testamentu,sentendo ormai prossima la morte, nel confessarsi accusa e maledice, cantando con tutta l’amarezza di un cuore esacerbato, che raggiunge toni epici di violenza espressiva: pro ch’imbolare unu frastimu ebbia/a chie m’hat causadu custa rutta/vivat chent’annos ma paralizzadu/dae male caducu e dae gutta (per lanciare una sola maledizione/colui che è stato causa di questa mia disgrazia/viva cent’anni ma paralizzato/dall’epilessia e dalla gotta).
Consumato dalla tisi, che candela de chera (come una candela di cera) muore l’11 marzo 1901 a soli 29 anni.

Connoscher s’istoria sarda

 
Connoscher s’istoria sarda
Francesco Sanna Corda:
Un patriota sardo,un martire, un prete rivoluzionario sardo dimenticato e poco conosciuto.
Antonio Boi paragona l’insurrezione tentata da Francesco Sanna Corda a quelle di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, Attilio e Emilio, ma “mentre le figure dei patrioti italiani venivan immesse nel quadro storico del Risorgimento, quelle di Sanna Corda e de Cilocco invece rimasero ignorate1”.
Due pesi e due misure. Di più: Pisacane e i fratelli Bandiera saranno esaltati come martiri ed eroi “risorgimentali” cui saranno riservati onori e riconoscimenti e, per ricordarli per sempre saranno dedicate Vie e Piazze.
Francesco Sanna Corda – come Cilocco e altri patrioti e martiri sardi – sottoposto alla damnatio memoriae e bollato come “bandito” o, nel migliore dei casi “vittima di una folle suggestione2” (Damiano Filia).
Ma ecco la storia della figura e dell’opera di Francesco Sanna Corda la cui “suggestione” o meglio compito e missione della sua vita era stata la liberazione della Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia e dispotismo sabaudo. Per questo “costituisce esempio inequivocabile di altissimo amore per la libertà e di totale dedizione alla causa del riscatto della Sardegna3” (Luciano Carta).
Francesco Sanna Corda nasce a Terralba nel 1755. Si laurea in teologia nel 1778 e viene ordinato sacerdote. Nel 1795 è parroco di Terralba ma non gode di nessun “beneficio”: i proventi delle “decime” non vanno alla parrocchia. Per questo era poco ambita, tanto che da quattro anni era priva di un vicario. A questo occorre aggiungere la povertà della popolazione, vessata da feudatari famelici e ingordi.
In questo contesto matura la sua scelta politica: battersi per quelle masse diseredate per liberarle dal giogo e dall’oppressione feudale e dalla tirannia sabauda che quel sistema di oppressione difende e garantisce.
Così nel gennaio del 1796, come deputato delle Comunità di Torralba, Bonnnaro e Borutta si reca a Cagliari con altri deputati e negli Stamenti denuncerà gli abusi nell’esazione dei tributi feudali. Quindi, da entusiasta sostenitore e seguace di Giovanni Maria Angioy, accompagna l’Alternos che il 13 febbraio parte da Cagliari per Sassari, nel suo viaggio trionfale.
A Sassari è nominato cappellano generale delle milizie nazionali. In Giugno accompagna ugualmente l’Angioy, diretto a Cagliari, fino ad Oritano e firma la sua lettera rivolta al vicere.
Fallito il generoso ed eroico tentativo angioyano, anche lui qualche anno dopo, forse nel 1799, clandestinamente abbandona l’Isola e si reca in Corsica, dove cerca di organizzare i fuorusciti sardi antisabaudi, per poter rientrare in Sardegna.
Nell’Isola sbarcherà il 13 giugno deln1802, alla Cruzitta presso Aggius con Francesco Cilocco, Salvatore Loriga, Luigi Martinetti e Biagio Fouché (corso, suo segretario particolare), per dare inizio alla rivoluzione che dovrebbe porre fine e abbattere la monarchia sabauda che sostiene il feudalesimo e instaurare una Repubblica sarda.
Il 17 occupa le torri dell’Isola rossa, di Vignola e di Longosardo. Intanto la reazione sabauda non si fa aspettare: il 18 giugno – scrive Vittoria Del Piano – “un proclama del Conte di Moriana (fratello minore di Carlo Felice e Governatore di Sassari) dichiara il teologo Sanna Corda e Cilocco nemici della patria e stabilisce una taglia di 500 scudi per la loro consegna,vivi o morti, oltre l’impunità per chi li catturi,applicabile a qualunque altro bandito ad arbitrio di chi li avesse presentati” 4.
Il sogno rivoluzionario di Francesco Sanna Corda dura 6 giorni: il 19 giugno 1802 viene ucciso dagli scherani sabaudi: peraltro con l’inganno. Uscito infatti dalla Torre su suggerimento di Nicolò Guarneri (comandante sabaudo del Felucone San Carlo, che aveva arrestato il giorno prima) viene circondato da 75 uomini del luogotenente Ornano, ferito e ucciso.
L’11 agosto sarà condannato a morte e ucciso anche Francesco Cilocco: il suo amico e compagno di lotta, cui non è risparmiata neppure la tortura della corda e delle tenaglie infuocate.
Due martiri per l’Indipendenza della Sardegna, accomunati dalla stessa sorte. Colpevolmente dimenticati dagli stessi sardi.
Riferimenti bibliografici
1. Antonio Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti,Sassari, 1925.
2. Damiano Filia, La Sardegna cristiana, vol. III, Sassari, 1929.
3. Luciano Carta, La Rivoluzione sulle bocche – Francesco Cilocco e Francesco Sanna Corda, «giacobini» in Gallura”. (1802) (Edizioni Della Torre, 2003
4. Vittoria Del Piano, GIACOBINI MODERATI E REAZIONARI IN SARDEGNA – Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Ed. Castello, Cagliari 1996.
 
 

CONNOSCHER S’ ISTORIA DE SA SARDIGNA

CONNOSCHER S’ISTORIA DE SA SARDIGNA
Tocat a amentare a
Maria Ambrogia Soddu, di Bono, 60 anni, seviziata e assassinata dalla soldataglia sabauda.

di Francesco Casula

Fallito il generoso ed eroico tentativo (sfortunato) di liberare la Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia sabauda, si scatenò la repressione savoiarda, crudele e sanguinaria: ad essere colpiti furono innanzitutto due Comunità simbolo della resistenza antifeudale: prima Bono poi Thiesi.
Bono è anche il paese natale di Giovanni Maria Angioy: dunque doppiamente simbolo, da distruggere.
Fra il 18 e il 19 luglio del 1796 nel paese del Meilogu arrivano 900 giannizzeri con 4 cannoni, per bombardare, devastare, incendiarlo. A guidare la soldataglia sono tre voltagabbana Ignazio Musso, Nicolò Guiso ed Efisio Pintor: solo due anni prima democratici e seguaci di Giovanni Maria Angioy, passati poi nel campo della reazione e vendutisi per un piatto di lenticchie. Pintor per essere diventato amministratore di un feudo e nel 1807 sarà podatario dei Marchesati di Villacidro, Palmas, Musei ed Orani.
Incendiano le case e devastano il paese. Fortunatamente gli abitanti, avvertiti dai paesi vicini, sono tutti scappati. E’ rimasta solo Ambrogia Maria Soddu di 60 anni, paralitica. Che non è potuta scappare in virtù della sua disabilità. Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono e così, testimoniano i documenti, violenter animam Deo redditit. Una titulia. Una vera e propria infamia.
Persino lo storico ufficiale (e cortigianesco) dei tiranni sabaudi, Giuseppe Manno ebbe a dire:”Non hanno avuto pieà di una povera invalida”.
Oggi Bono non ha Vie o Piazze dedicate ai savoia. Ma neppure a Ambrogia Maria Soddu: sarebbe ora che ne dedicassero a questa loro martire innocente e sfortunata!

Ma ecco come descrivono due storici il fatto:

GIROLAMO SOTGIU*: ”Perciò consolidata la situazione nel capoluogo, nel luglio Efisio Pintor accompagnato dai delegati Musso e Guiso, con 900 uomini e 4 cannoni marciò su Bono per una vera e propria spedizione punitiva. Gli abitanti della cittadina del Goceano si erano preparati all’attacco, e se non poterono impedire che gli armati entrassero nella città e la mettessero a ferro e fuoco, persino spogliando le chiese degli arredi sacri, costrinsero però gli assalitori a una precipitosa ritirata, nella quale molti furono gli uccisi e feriti. La repressione fu così spietata – ricorda Sotgiu – che la musa popolare ne ha lasciato testimonianza:
Cantu baiat nos hana brujadu/tancas, binzas e domos e carrelas/et pro cussu Pintore est infamadu/in sa Sardigna e in tota sa costera”*.
* [Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, editori Laterza,Bari, pagine 216]

GIUSEPPI DE NUR* :“il villaggio di Bono, che diede i natali a Giovanni Maria Angioy, ac¬cerchiato sotto il comando di costoro da 900 giannizzeri e 4 cannoni, benché per fortuna evacuato per tempo, fu impunemente devasta¬to, depredato e incendiato, nonostante ci fosse stato un patto con i villaggi vicini di mutua assistenza in caso di aggressione. Neppure risparmiarono una donna paralitica, rimasta lì sola per l’impossibilità di fuggire: le asportarono le mammelle, straziandola, prima di ucci¬derla. Ancora a mo’ di esempio e ammaestramento per quelli che avessero conservato una qualche residua pulsione ribelle”.
* [Giuseppi De Nur, Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 152]

Dante, la Sardegna e la lingua sarda

Francesco Casula
 Il 2021 è l’anno di Dante Alighieri. Ricorre infatti quest’anno il Settecentenario dalla morte dell’immenso poeta fiorentino (e universale), avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321. Ma ecco cosa scrive sulla Sardegna di Francesco Casula Non sappiamo con esattezza se Dante sia stato in Sardegna di persona: non abbiamo comunque documenti che lo accertino. Nella Divina Commedia però i riferimenti alla Sardegna e ai Sardi, ai suoi costumi e ai principali personaggi che quivi avevano interessi e possedimenti o che comunque vi svolsero la loro opera, sono tanto frequenti da indurre Tommaso Casini (in Ricordi danteschi in Sardegna, in Nuova Antologia, terza serie, vol. LVIII, fasc. XIII e XIV) a prospettare l’ipotesi che l’Alighieri vi sia stato e che l’Isoletta di Tavolara, all’uscita del canale di Olbia, con la sua struttura conica dalle bianche falde calcaree emergenti dal mare abbia dato lo spunto alla forma del Purgatorio quale la foggiò l’ardita fantasia del poeta. Ecco cosa scrive: ”La storia, la geografia, la lingua, i costumi, gli uomini, i fatti della Sardegna nel tempo di Dante sono rispecchiati nelle opere di lui con tanta precisione e abbondanza di informazioni che, al confronto col silenzio di tutti i suoi contemporanei, inducono un senso di meraviglia sì che non dovrebbe poi parere troppo ardita l’ipotesi che il Poeta, o da giovane, quando a ciò poteva essergli occasione l’amicizia sua con il giudice Nino gentile o nella più matura età quando fuoruscito dalla patria godette la ospitale cortesia dei Malaspina, i quali appunto ebbero in quegli anni frequenti occasioni di recarsi nell’isola, facesse anch’egli come tanti altri al suo tempo, il viaggio in Sardegna. L’ipotesi sarebbe tutt’altro che campata in aria…”. Anche perché – aggiunge Casini – ai tempi di Dante il viaggio dall’Italia alla Sardegna era “Né lungo né difficile. Le galee di Pisa arrivavano per l’Elba alle coste della Gallura in due giorni”. E Pantaleo Ledda, più o meno sulla stessa linea (in Dante e la Sardegna, 1921, riedito dalla Gia editore, Cagliari, 1994) scrive che “se non si trattasse di un volo di fantasia, si potrebbe dire, per avvalorare l’ipotesi di questo viaggio, che l’idea di creare il monte del Purgatorio, sorgente dalle acque di un mare solitario, venisse al poeta dopo le vive impressioni alla vista dell’Isola di Tavolara, che sale a picco dal mar Tirreno, coronata sulle cime di una fosca boscaglia”. “Certo è che quell’Isola scriveva sempre Casini – come ricorda Manlio Brigaglia in Dionigi Scano, Ricordi di Sardegna nella Divima Commedia con scritti di Alberto Boscolo, Manlio Brigaglia, Geo Pistarino, Marco Tangheroni, Cagliari, Banco di Sardegna, Milano Silvana editoriale, 1982 – così integrata all’economia toscana, così attraversata da mercanti e marinai (furono loro che fecero alle donne di Barbagia la fama di licenziosità di cui furono secondo i commentatori, unanimemente circondate nel medioevo) così direttamente collegata alle lotte di potere fra le grandi famiglie pisane, così importante nella politica oltretirrenica di quei signori Malaspina di cui Dante fu ospite e lodatore, doveva essere conosciuta e universalmente «raccontata» nel mondo che Dante conobbe e frequentò”. Sicuramente conosceva gli avvenimenti e i personaggi della Sardegna del secondo ‘200 e del primo ‘300 sia attraverso Nino Visconti, il Nino gentile suo amico, Giudice di Gallura, morto nel 1289, che spesso si recava a Firenze; sia attraverso i toscani che spesso si recavano in Sardegna; sia attraverso gli stessi Sardi che si recavano in Toscana. Dante parla della Sardegna e dei Sardi nei canti XXII, XXVI, XXIX, XXXIII dell’Inferno e nel VII e XXII del Purgatorio. Fra le regioni storiche sarde vengono nominate la Barbagia, la Gallura e il Logudoro. L’Isola dei Sardi è ricordata nel canto XXVI, versi 103-105 dell’Inferno, quando racconta il mitologico viaggio di Ulisse: L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna Fin nel Marocco e l’isola de’ Sardi E l’altre che quel mar intorno bagna. E nel canto XVIII, versi 79-81 del Purgatorio accennando al declino della luna a mezza notte tarda: E correa contro ‘l ciel per quelle strade Che ‘l sole infiamma allor che quel di Roma Tra ‘ Sardi e’ Corsi il vede quando cade. Il primo a occuparsi della Sardegna nella Divina Commedia è l’archeologo sardo Filippo Vivanet, (in La Sardegna nella «Divina Commedia» e nei suoi commentatori, Sassari, Tip. Azuni, 1879). Secondo Vivanet, il poeta fiorentino parla dell’Isola solo per evocare spiriti di assassini e di barattieri: “Nei pochi punti ove noi entriamo direttamente non è già per intrattenere il lettore di uomini grandi e virtuosi, per dare vita a un’immagine giuliva e leggiadra ch’egli lo fa, ma sibbene per evocare spiriti tristi di assassini e di barattieri, per distendere sulla sua tavolozza tinte dolorose di delitto e pena”. Certo si potrebbe sostenere che Dante nei suoi strali non risparmia nessuno: ); né Cesena dove (tra tirannia si vive e stato franco); né Siena (gente sì vana come la senese); né Lucca (dove ogni uomo è barattiere); né i Romagnoli che sono imbastarditi; né i Pisani (volpi sì piene di froda e Ahi Pisa vituperio delle genti ); né gli Aretini (botoli ringhiosi ) né i Pistoiesi che conducono una vita bestiale; né i Genovesi, cui augura l’annientamento perché uomini diversi d’ogni costume e pien d’ogni magagna; né i Bolognesi dei quali (è questo luogo tanto pieno); nè il Casentino dove l’Arno scorre (tra brutti porci più degni di Balle, che d’altro cibo). Firenze, addirittura, che il poeta ardentemente predilesse, supera per gli ingiuriosi rim-brotti tutte le altre città italiane: è città ch’è piena d’invidia sì che ne trabocca il sasso…dove tanto più trova di can farsi lupi ecc. ecc. Fatto sta che dalle Cantiche del Paradiso la Sardegna e i Sardi sono puntualmente totalmente esclusi: “Nel ciel che più della sua luce prende” –secondo Vivanet – non vi era posto per una terra così infelice. Dalla fosca luce dantesca in cui sono presentati i Sardi, non si salvano neppure le donne: per il poeta fiorentino, quelle barbaricine avevano fama di dubbia moralità. Nel Canto XXIII del Purgatorio versi 94-96 fa dire infatti a Forese Donati: Chè la Barbagia di Sardigna assai nelle femmine sue è più pudica che la Barbagia dov’io la lasciai. Secondo le chiose del secondogenito di Dante, Pietro Alighieri, le donne sarde andavano addirittura discinte e sovente addirittura nude. Per lo storico Alberto Boscolo “era vero che le donne di Barbagia andavano con il seno scoperto, perché due secoli dopo i vescovi le obbligavano a coprirselo con un largo fazzoletto”. Secondo altri storici e commentatori si tratta di una vera e propria falsità. E’ una delle tante panzane – scrive Dionigi Scano in Ricordi di Sardegna nella«Divina Commedia» – divulgate in terraferma sulla Sardegna, raccolta leggermente dal poeta. Un altro studioso e commentatore della Commedia, Pantaleo Ledda, va oltre, sostenendo esattamente il contrario. La presunta immoralità non solo non avrebbe alcun fondamento, in quanto il pater familias esercitava un’autorità indiscussa su tutto il clan familiare, ma casomai, avveniva il contrario: “un’eccessiva copertura del corpo con abiti che arrivavano fino alle caviglie. Addirittura il viso, in certe circostanze appare nascosto dietro un fazzoletto scuro che avvolge il capo, le guance e il mento, specie se si tratta di donne maritate, vedove o anziane” (Dante e la Sardegna, opera citata). “Non puó dirsi neppure che Dante sia stato preciso – scrive ancora Dionigi Scano nell’opera già citata – quando nel De vulgari eloquentia, ragionando dei vari dialetti d’Italia, scrisse che Sardos etiam qui non Latii sunt, sed Latiis adsociandi videntur, ejiciamus, quoniam sine proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam simniae homines imitantes”. Insomma a Dante (il passo è contenuto nel capitolo .9 del Libro 1 del De Vulgari Eloquentia) ” Anche i Sardi, che non sono Latini, ma che sembra si possano ai Latini associare, cacciamo (dal novero degli eredi di diritto dei Latini) perché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini! (sic)!”. Non comprendendo – precisa ancora Scano – che nessun altro idioma d’Italia conserverà, come il sardo, la nobiltà antica della Lingua latina. Coglierà invece nel segno un suo quasi contemporaneo, Fazio degli Uberti quando nel Dittamondo, scriverà sui Sardi: Io vidi che mi parve meraviglia una gente che alcuno non intende nè sanno quel che altri bisbiglia. “Versi confermanti – è sempre lo Scano a sostenerlo – la lenta evoluzione della lingua sarda, che mantenendo antiche forme e strutture proprie del latino, si rese inintellegibile a quanti erano adusati al dolce idioma italiano”. Indubbiamente l’Alighieri non fu molto benevolo verso la ¬Sardegna anche quando mette in evidenza il lato negativo della (presunta o vera) insalubrità dell’aria a causa delle zone paludose. L’accenno è contenuto nel canto XXIX, versi 46-51 dell’Inferno: Qual dolor fora, se de gli spedali di Valdichiana tra il luglio e il settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fussero in una fossa tutti insembre Si tratta di un tema oltremodo abusato negli scrittori classici, tanto da farci pensare che Dante – che i classici ben conosceva – ne sia stato largamente influenzato. Ne hanno parlato Marziale e Tacito, Claudiano e Pausania, Pomponio Mela e Strabone, Orazio e Cicerone. E’ invece di estremo interesse l’immagine che Dante dà della Sardegna quando di essa coglie i connotati di una popolazione in qualche modo unitaria e del tutto particolare. Si pensi a frate Gomita – in sardo Comita, perché scritto con la “G” è una forma toscana – e a Michele Zanche, mai stanchi pur nelle bolgie infernali di parlare della loro Isola: ………………..a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche Dante non poteva mettere in evidenza con termini più propri e incisivi una caratteristica dei Sardi, certamente colta fra i familiari isolani delle famiglie Visconti e Malaspina: ovvero che i Sardi per loro natura sono poco loquaci, ma, quando alcuni di essi si incontrano fuori dell’Isola, la loro nostalgia è tale che s’intrattengono, anche senza conoscersi, sulle cose della loro terra, argomento inesauribile, per il quale il loro parlare diventa sciolto e le lingue lor non si sentono stanche. (Vedi Letture). Frate Gomita di Gallura e Michele Zanche, donno del Logudoro, sono i primi personaggi sardi con cui Dante s’imbatte nell’Inferno. Il Frate sarebbe stato un alto funzionario – luogotenente, vicario,cancelliere? – del giudice Nino di Gallura. Ma non abbiamo documenti che identifichino il personaggio e tanto meno che accertino quando e dove esercitasse il suo “ufficio” di barattiere. Probabilmente Dante venne a conoscerlo proprio attraverso il suo amico Nino Visconti, sovrano spodestato del regno di Gallura. Michele Zanche invece – come ricorda nel suo Dizionario storico sardo il medievista Francesco Cesare Casula – “è un’importante personaggio sassarese della fine del Duecento…non sono note le origini della sua famiglia, certamente magnatizia e forse discendente dai sovrani del regno di Torres, come attesta il titolo di «donno» che troviamo in Dante stesso e in un documento genovese che ci parla di lui (il cognome Zanche ha la stessa origine etimologica di «Tanca» soprannome di Andrea re di Torres nell’XI secolo)”. Secondo i commentatori danteschi, fu assassinato dal genero Branca Doria con la complicità di un suo parente. Sempre nell’Inferno il secondo accenno dantesco alla Sardegna è nel canto XXVI, il terzo nel XXIX: ad ambedue abbiamo già fatto riferimento. Il quarto e ultimo accenno nell’Inferno lo abbiamo nel canto XXXIII (Vedi Letture). Dopo aver assistito alla scena del Conte Ugolino e dopo aver da lui udito il dramma pietoso e triste a Dante si fa innanzi frate Alberigo da Faenza il quale gli addita ser Branca Doria, nobile genovese e genero di Michele Zanche, che abbiamo già visto tra i barattieri. Branca Doria – secondo Dante – invitò a cena il suocero e il suo seguito e li fece uccidere. Gli altri due accenni danteschi alla Sardegna li troviamo nel Purgatorio: il primo nel canto VIII, versi 52-81, in cui il poeta descrive l’incontro con Ugolino (Nino- Nin gentil, lo chiama) Visconti, di Pisa, Giudice di Gallura e figlio di Giovanni Visconti, capo dei Guelfi di Pisa, la cui figlia Giovanna, rimasta orfana del padre sarebbe stata spogliata dai Ghibellini di tutti i suoi beni, se il papa Bonifacio VIII non fosse intervenuto in difesa di lei, quale figlia di un grande esponente del partito guelfo sostenitore del papato. La moglie, Beatrice d’Este, rimasta vedova, passò a seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano: Nino, mortificato dalla infedeltà della moglie, sia coniugale sia politica, dà di lei un giudizio molto severo. Afferma inoltre che l’insegna del secondo marito, Galeazzo Visconti di Milano (una vipera) sulla tomba di Beatrice, non avrebbe dato alla sua memoria tanto prestigio e onore quanto l’avrebbe data l’insegna dei Visconti di Gallura (il gallo). Il secondo accenno è nel canto XXIII, versi 94-96: il poeta appena giunto presso un albero carico di squisitissime frutte, bagnati da chiare e fresche acque, s’incontra con il suo amico e parente Forese Donati di Firenze, il quale parla di sua moglie Nella e della licenziosità delle donne fiorentine e della Barbagia di Sardegna. Che abbiamo già avuto modo di commentare. Letture: 1. Inferno Canto XXII versi 76-90 76 Quand’elli un poco rappaciati fuoro, a lui, ch’ancor mirava sua ferita, domandò ‘1 duca mio sanza dimoro: 79 “Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?”. Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita. 82 quel di Gallura. vasel d’ogne froda, ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, e fé sì lor, che ciascun se ne loda. 85 Danar si tolse. e lasciolli di piano,. sì com’ei dice; e ne li altri offici anche barattier fu non picciol, ma sovrano. 88 Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. 2. Inferno Canto XXXIII versi 133-147 I33 Ella ruina in sì fatta cisterna; e forse pare ancor lo corpo suso de l’ombra che di qua dietro mi verna. 136 Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso elli è ser Branca Doria, e son più anni poscia passati ch’el fu sì racchiuso”. 139 “Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni; ché Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni”. 142 “Nel fosso su” diss’el, de’ Malabranche, là dove bolle la tenace pece, non era ancor giunto Michel Zanche, 145 che quelli lasciò il diavolo in sua vece nel corpo suo, ed un suo prossimano che ‘l tradimento insieme con lui fece. (Tratto da I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna di Francesco Casula, Alfa Editrice,).

Recensione di Efisio Cadoni

Pubblicato il 3° volume della “Letteratura e civiltà della Sardegna” di Francesco Casula - #IndieLibri 
 
EFISIO CADONI di Villacidro, artista poliedrico e versatile (è infatti scrittore, poeta, pittore, scultore, ceramista e caricaturista) recensisce la mia “Letteratura e civiltà della Sardegna”
Le mie considerazioni sulla raccolta antològica della prosa e della poesía degli scrittori sardi, in lingua sarda e in lingua italiana, che è il piú recente lavoro intellettuale di Francesco Casula, verterà sull’individuazione di alcune línee guida che non solo caratterízzano l’òpera nella sua originalità, ma sono dei veri punti chiave che ne àprono le porte a una piú fàcile comprensione.
Colgo direttamente dalla copertina i concetti“essenziali” che ci offre l’autore come argomenti da sviluppare, temi da svòlgere, quelli che egli propone e che costituíscono il motivo ispiratore, esattamente dalle immàgini e dal títolo. Le immàgini ci condúcono immediatamente agliscrittori, ad autori che sono alcuni dei personaggi di cui scrive e che riconosciamo, Deledda, Gramsci, Lussu, Peppino Mereu ( nel primo volume); Lobina, Màsala, Atzeni, Michele Columbu (nel secondo volume) … Le parole del títolo ci dànno chiara chiara la materiache Francesco Casula diligentemente spècula: Letteratura, Civiltà, Sardegna.
La Sardegna è il luogo geogràfico, ma è anche il locus amoenus ac necessarius, il luogo attraente e gradito agli scrittori, ma per loro fortemente indispensàbile, necessario alla loro esistenza speciale; e quindi rappresenta l’estensione, la dilatazione non solo spaziale, ma temporale e di profondo rapimento interiore in cui si gènerano e si fórmano gli scrittori di cui Casula scrive. È il luogo in cui, dunque, nasce e cresce, nel tempo, la letteratura di pari passo con la civiltà da cui essa s’orígina e di cui si nutre, con cui si rinvigorisce e, come si diceva una volta, si reficia, si ristora ricevèndovi l’umífero terreno ove autore e fruitore tròvano giovamento spirituale. E il luogo rappresenta perciò anche il límite che blocca l’interesse crítico e stòrico di Francesco Casula, il confine invalicàbile davanti a cui si ferma, dove c’è Setta e Sibilia, oltre il quale non ha motivo di spíngere la sua “canoscenza”, perché il suo universo da esplorare ed esplorato, oggi, è qui, dentro la nostra ísola, nella nostra terra.
Oggi e qui Francesco Casula illúmina il píccolo grande mondo degli scrittori Sardi, perché non è cosa da poco scrívere un saggio antològico sulla letteratura di un pòpolo e, in un certo senso, farne la storia, fare la storia della civiltà dei Sardi. Ed è questo l’oggetto della sua ricerca, del suo impegno, del suo studio, della sua esplorazione.
Casula ha tracciato la storia della letteratura della Sardegna, anche se, con molta modestia, non la nòmina neppure “la storia”. Eppure, di storia della letteratura si tratta. Storia della letteratura della Sardegna che è anche storia della lingua dei Sardi, fin dalle sue orígini, perché la lingua è il “legame” che unisce in quell’astrattezza vitale, in quella spiritualità affratellante che i filòsofi chiamàvano “identicità”. Nell’identità, appunto, come in una sola natura specificamente individuale dell’umanità, la lingua sarda unisce una gente, una stirpe e un pòpolo che vien fuori dei sècoli di continue “intromissioni”, per non usare altri tèrmini piú aspri e violenti, e nonostante queste.
Letteratura e Civiltà della Sardegna è quindi “storia” della letteratura dei Sardi: un percórrere il tempo per il tràmite delle parole, attraverso le “espressioni” della lingua della Sardegna, della nostra lingua, fin dai primi documenti, dai contratti, dai làsciti, dai condaghi, per giúngere a noi, alla nostra “scrittura” da una scrittura che sa di civiltà preistòrica, sempre “a un passo” dalle nostre case, come direbbe Giuseppe Dessí, che sa di latino, ma anche di asiano, che sa di spagnolo catalano e aragonese, che sa di italiano e di francese, accanto all’altra, alla scrittura “ufficiale” di Italiani con la lingua di Dante. Storia questa, perciò, della letteratura della Sardegna che è anche storia della lingua dei Sardi, della lingua scritta e della lingua parlata; poiché la lingua scritta è la lingua parlata, quella che usiamo per comunicare, per esprímere passioni, sentimenti, decisioni, ragionamenti, volontà, quella che, in sostanza, è sempre la medésima, uguale a sé stessa, quella che ci dà, ecco, l’identicità, l’identità, il nostro id-ioma nazionale di Sardi, nel cui nome stesso troviamo la radice del nostro esser Sardi, l’id, l’idem, il medésimo, la medésima lingua, la peculiarità, l’idioma appunto, la stessa “identità”, una corrispondenza spirituale irrinunciàbile, l’esser una cosa sola, pur con forme diverse e diverse manifestazioni, identidem, sempre.
Io non credo che la “voluta” dimenticanza, il vuoto della parola “storia” sia determinato da un dubbio che ha tolto l’inchiostro dalla penna a Casula, dallo stesso dubbio che ha colto Salvatore Tola, altro studioso appassionato di sardità e di lingua sarda, il quale si è fatto sedurre, ma non convíncere, dal pensiero dell’algherese Pietro Nurra che, autore di “Canti popolari sardi” e di una raccolta antològica di “Poesía popolare in Sardegna”, sosteneva che non si pòssono definire “letteratura” gli scritti dei tantíssimi autori sardi, perché non non hanno “unità di concetto e lingua comune”. E perciò nessuna letteratura e nessuna storia. E non ho dúbbi sul fatto che, sia l’uno sia l’altro, síano o no d’accordo con lui; anzi sono certo che la pènsano diversamente. In ogni caso, la parola “storia” manca, ma la “letteratura” resta.
E che cos’è la letteratura se non la glorificazione delle passioni, dei sentimenti, dei concetti che prèndono forma e manifèstano sostanza dai segni scritti, dalle léttere, dalle parole? Essa, in Sardegna, è l’insieme delle parole e dei pensieri che “costruíscono” storie d’umanità di tutti i Sardi che han voluto, in tutti i tempi, comunicare razionalmente, esteticamente, poeticamente e sensazioni e intuizioni e pensieri. Essa è espressione della poièsis, attività dello spírito, potere dello spírito, in versi e in prosa. E la civiltà da cui si sviluppa è l’intelligenza dello stare bene insieme, del vívere insieme con un senso profondo del dovere e del rispetto dell’uomo verso l’altro uomo, la coscienzadella felicità di stare in pace gli uni con gli altri, scandendo il tempo verso il progresso.
E dunque, tra le cose “essenziali” di questo libro, oltre all’identità come collante che accomuna e come condizione naturale e metafísica insieme, oltre alla linguacome elemento “nazionale” e “vivo” dei Sardi che ci contraddistingue, nostra linfa naturale, oltre alla civiltàche cammina da sècoli con la parola scritta, ci sono i “píccoli spàzi” che Francesco Casula ha predisposto nel suo testo come preziose teche in cui presenta le sue novità, i punti chiave di comprensione.
Novità vuol dire anche originalità. Le novità perciò sono, forse, il maggior “pregio” del libro, nel senso che esse fanno della sua òpera una singolare guida didàttica alla lettura della produzione letteraria in Sardegna.
E vi troviamo la “Presentazione” dei testi, i “Giudízi crítici” arricchiti da quelli di numerosi altri commentatori, il settore ch’egli títola “Analizzare”, in cui affonda la propria capacità interpretativa quasi scomponendo, sezionando ogni composizione scelta e, come ho scritto altrove, quale maestro didatta dei lettori, grande suggeritore e accompagnatore alla conoscenza, quasi interrogando gli autori, in una sorta di escussione risolutiva, perentoria; e vi troviamo, infine, “Flash di storia e civiltà” dove dà il giusto vígore ad ogni autore calàndolo nel proprio ambiente, con la opportuna luce agli scritti, con le informazioni precise sulla sua vita, sulla società in cui vive, sul suo tempo.
Ma la “novità” vera è ancora quella concatenazione di mezzi di conoscenza e comprensione, strumenti pròpri del clàssico “didatta”, cioè di colui che fa coincídere il proprio insegnamento con il conseguente apprendimento da parte di chi ne ha curiosità, di chi vuole assaporare l’arte attraverso la lettura; e perciò ecco gli altri “spàzi”, quelli che ho definito “línee guida” dell’òpera, i settori in cui si fanno precisi suggerimenti :“approfondimenti” intorno ai rapporti esterni, al luogo in cui vive l’autore, alla storia; “confronti”, analogíe differenze con altri autori; “ricerche” tese ad allargare il campo della conoscenza, “spunti vàri”, attraverso un invito a metter a fuoco determinate questioni, precise letture, per una riflessione a voce alta. E qui si appalesa maggiormente la volontà di Francesco Casula d’esser maestro e guida per una “scuola” che riacquista il suo primigenio significato greco di tempo líbero, di “tempo della cultura”, corrispondente all’aurum otium litterarum dei Romani, il riposo, la pace, il tempo dedicato alle léttere.
Òpera per tutti, questa Letteratura e Civiltà di Sardegna, ma particolarmente destinata al mondo della scuola, ai freschi remigini come ai giòvani d’impegno già di salda schiena, un’òpera per tutti degna di un’attenta lettura, grazie alle qualità di scrittura chiara e sémplice di Francesco Casula che, con l’arricchimento culturale, ci dona anche la soddisfazione del godimento spirituale del lèggere, che è grande, talvolta, quanto il piacere dello scrívere.
Efisio Cadoni

GLOBALIZZAZIONE OMOLOGAZIONE e AFASIA

 di Francesco Casula
Verso un solo mondo (One world), e per di più un mondo uniforme, “l’odiosa, omogenea unicità mondiale”, l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in “Mare e Sardegna”; anzi una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile. Quella “unità”, di cui parla lo scrittore Eliseo Spiga nel suo suggestivo potente e visionario romanzo, “Capezzoli di pietra” (Zonza Editori): Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Città villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis. Verso un pensiero unico: che abolisce le stagioni, sospende il tempo, rende insignificante il contrasto fra il caldo e il freddo, ammutolisce la politica, mette al bando l’idea stessa del cambiamento. Omologando e annullando progressivamente le specificità; ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità politiche, sociali, etniche. Dimenticando il valore proprio delle riserve della memoria, le consuetudini familiari e municipali, le esperienze di vita, i retroterra arcaici e umorali, le diversità, i vecchi valori e le «piccole patrie»,. In una parola le nostre “radici”. Inaridirle, strapparle, equivarrebbe a staccarci dalla nostra anima e dalla nostra coscienza. Perché certo le radici da sole non bastano. Ma senza le radici non si sta in piedi . Dimenticando, “in un incubo distopico, le differenze tra le persone e gli stati , le sacrosante, ferree differenze storiche, economiche, culturali, religiose, linguistiche fra persone e paesi distanti migliaia di chilometri e figlie di storie e culture completamente diverse”. (Edoardo Nesi vincitore del Premio Strega 2011, con il romanzo Storia della mia gente, – (Bompiani editore) Imboniti dalla televisione, clienti perfetti del paradiso delle multinazionali perché indottrinati ad avere gli stessi gusti, consumatori felici di mangiare ovunque lo stesso hamburger senza sapore, di vedere gli stessi film senza storia e di sentire la stessa musica di plastica, di passare le giornate a chiacchierare di nulla su internet e di non leggere neanche un libro, di mettersi addosso la stessa pallida imitazione di moda e di parlare tutti la stessa lingua senza però avere più nulla da dire. Domani infatti, un domani sempre più vicino, il Pianeta parlerà la stessa lingua, un’unica lingua. Con lo sterminio delle 7.000 lingue oggi presenti sulla Terra. Che bello dirà qualcuno: basta con la Babele linguistica. Così potremmo capirci tutti. Sì, forse. Ma non avremmo più niente da dirci né da comunicare, né da raccontare. Saremmo ridotti all’AFASIA TOTALE.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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IL NATALE NELLA TRADIZIONE SARDA

 Di Francesco Casula
Nella tradizione sarda, quando la civiltà industriale e commerciale ancora non aveva soppiantato quella contadina e agropastorale, il Natale costituiva un importante e significativo momento di aggregazione, ideale per ribadire e talvolta ripristinare la coesione del nucleo familiare temporaneamente incrinata dai vincoli derivanti dal lavoro in campagna. Il Natale basato sul messaggio di fede e speranza, si contrapponeva positivamente alla solitudine degli altri periodi dedicati alla produzione del reddito, quando, per molti mesi all’anno, il capo famiglia era costretto a vivere in freddi ricoveri di montagna, lontano dalla propria casa e dai propri cari. Il momento cardine che sanciva la ricomposizione di ciascuna famiglia e la ripresa dei contatti umani, era proprio la notte della Vigilia, definita dalla tradizione Sa notte ’e xena (notte della cena). In quest’occasione, il caminetto rappresentava il centro delle attività di ciascuna famiglia e, quindi, il punto di emanazione del calore necessario a mitigare le fredde temperature invernali. Per questo motivo, era consuetudine predisporre per le festività natalizie, un grosso ceppo appositamente tagliato e conservato Su truncu ’e xena o cotzina ’e xena. Un’atmosfera descritta in “Miele Amaro”, ripensando alla sua Orotelli, da Salvatore Cambosu: «Certo, ci vuole proprio un villaggio perché un bambino come Gesù possa nascere ogni anno per la prima volta. In città non c’è una stalla vera con l’asino vero e il bue; non si ode belato, e neppure il grido atroce del porco sacrificato, scannato per la ricorrenza. In città è persino tempo perso andar cercando una cucina nel cui cuore nero sbocci il fiore rosso della fiamma del ceppo». Proprio accanto al piacevole tepore emanato dal fuoco l’intero gruppo familiare consumava i prodotti tipici sardi della tradizione pastorale come l’agnello o il capretto arrosto con annesse frattaglie (su trataliu e sa corda), formaggi sardi e salsicce sarde ottenute da su mannale, il maiale allevato in casa. Secondo questa consuetudine i preparativi per la cena iniziavano già nei giorni precedenti la Notte Santa. Al riguardo, la tradizione orale racconta come in quella circostanza il consumo di tutte le pietanze preparate diventasse un obbligo. E proprio per questo motivo, spesso e volentieri, si ammonivano i bambini a mangiare abbondantemente, altrimenti una terribile megera chiamata “Maria Puntaborru” (in alcuni paesi del Campidano) o “Palpaeccia” (in molti paesi dell’interno), avrebbe tastato il loro ventre durante il sonno e se questo fosse risultato vuoto, avrebbe infilzato la loro pancia con uno spiedo appuntito oppure messo sul loro stomaco una grossa pietra per schiacciarlo. Dopo la cena si era soliti intrattenersi ascoltando le storie e gli aneddoti di vita narrati dagli anziani. In alternativa, il momento d’attesa era trascorso facendo ricorso a giochi tradizionali come su barrallicu, arrodedas de conca de fusu, punta o cù, cavalieri in potu, tòmbula, matzetu e set’è mesu in craru. Con l’avvicinarsi della mezzanotte, i rintocchi delle campane avvisavano la popolazione dell’imminente inizio della “Messa di Natale”, Sa Miss ’e puddu, ovvero la “messa del primo canto del gallo”. In tale circostanza tutte le chiese venivano addobbate con una gran quantità di ceri. L’atmosfera natalizia e l’alta concentrazione di gente che assisteva alla solenne funzione (ad eccezione delle donne in lutto che la notte restavano a casa e partecipavano alla prima orazione del giorno dopo) diventavano spesso fonte di baccano durante lo svolgimento delle sacre funzioni religiose e, in alcuni casi, capitava addirittura di udire archibugiate in segno di giubilo provenienti dal portone o, talvolta, dall’interno della chiesa stessa. Ne è testimonianza ciò che accadde in occasione del Natale del 1878, quando, all’ora dell’elevazione dell’ostia, uno dei barracelli presenti al rito sparò una schioppettata nel presbiterio, cosicché il parroco sbigottito dovette affrettarsi a finire le funzioni religiose prima dell’ora stabilita. A tal proposito la Chiesa, già dal lontano passato, aveva sempre lamentato il perpetuarsi di questi inconvenienti, tant’è che i Sinodi di Cagliari degli anni 1651 e 1695, ad esempio, davano indicazioni ben precise al Clero locale, affinché: «… si vietino il chiasso e la gran confusione che si creano in chiesa in occasione delle grandi feste e … le notti di Natale, Giovedì e Venerdì Santo, … non si permetta il lancio di noccioline, nocciuole, dolci, ecc., … né si sparino archibugiate all’interno della chiesa, anche se per festeggiare il Santo. E se sarà necessario si invochi l’aiuto del braccio secolare per scongiurare questi eccessi». In Barbagia non mancano tradizioni specifiche riferibili alle feste natalizie e di fine anno. A Bitti fino all’Epifania Su Nenneddu (un’antica piccola statua di Gesù Bambino) viene accolto di casa in casa (emigrati compresi) con canti e preghiere. Ancora a Bitti il 31 dicembre al termine del Te Deum il parroco si affaccia alla finestra della chiesa per lanciare Sas Bulustrinas, monetine e caramelle che scatenano la caccia dei bambini. Bimbi protagonisti anche a Orgosolo nella mattinata di San Silvestro quando viene ancora riproposta Sa candelarìa: gruppi di bambini girano di casa in casa per ricevere piccoli regali tra cui un pane tipico preparato per l’occasione. La notte tocca poi agli adulti che fanno visita alle coppie che si sono sposate nell’anno moribondo.