Storico militante

Storico militante.
Un ossimoro? Oppure no?
di Francesco Casula
Soprattutto in seguito alla pubblicazione del mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” sono stato etichettato come “storico militante”. E sono stato criticato in quanto la mia opera sarebbe “intrisa di sardismo”. Dunque di parte. E’ vero e lo rivendico orgogliosamente. Sono di parte:dalla parte del popolo sardo.
Del resto – si licet parare magna cun parvis – Raimondo Carta Raspi, forse il più grande storico sardo, è stato accusato di aver scritto una “Storia della Sardegna” sardista.
Ebbene, a mio parere, non esistono storici super partes. Neutrali. Oggettivi. Spesso chi si ritiene tale è semplicemente un ipocrita. O si vergogna di confessare e riconoscere a quale parte appartiene: magari a qualche fazione, parrochietta, clan, camarilla inconfessabile.

Ciò premesso affermo che:
Le mie concezioni politiche sono strettamente intrecciate con la mia professione di docente e studioso di storia, lingua e letteratura sarda, perché politica e storia, politica e lingua, politica e letteratura sono un unicum inscindibile. I miei scritti sulla storia non mancano di avere riscontri nel presente. Ecco perché mi ritrovo bene nella definizione di “storico militante”.
Grazie alla storia, intesa appunto in senso militante, ho derivato l’idea che sia necessario incorporare il passato per aprirsi all’avvenire. E’ questo il senso del binomio “radici-ali”.
Nella missione civile dello storico c’è sempre il discorso politico.
Spero – forse mi illudo – di poter lasciare una lezione per i giovani, con cui sono sempre riuscito ad avere un dialogo e un confronto aperto e rispettoso in 40 anni di insegnamento. E che continuo ad avere.
In un mondo estraniante ed omologante, i giovani sardi devono sforzarsi di ritornare alle proprie radici e di aprirsi, coltivando l’amore per la Sardegna vista nell’universo mondo. Non si può essere cittadini del mondo fuori dalle radici locali.

Sono nato a Ollolai, un paese della Barbagia, ricco di storia e ne sono orgoglioso perché il paese è il luogo più vicino all’umanità. Mi piace ricordare il poeta rumeno Lucien Blaga, amato dal compianto amico Antonello Satta, che citava sempre un verso bellissimo e universale:”L’eternità è nata nel villaggio”. Devo molto alla civiltà pastorale e ai suoi valori comunitari, perché chi è senza radici perde il “plus valore dell’identità” e non sa più camminare sicuro nel mondo.

Il testo di cui sopra (da “le mie concezioni…) non è mio: io l’ho solo adattato e personalizzato. Ecco il testo originario che è di GIOVANNI LILLIU, l’intellettuale sardo più grande negli ultimi 50 anni, valente archeologo e storico, unico sardo nell’Accademia dei Lincei.

“Le mie concezioni politiche sono strettamente intrecciate con la mia professione di archeologo, perché politica e archeologia sono un unicum inscindibile. I miei scritti sull’archeologia non mancano di avere riscontri nel presente. E la “costante resistenziale sarda” deriva proprio dalle mie riflessioni sul passato. Ecco perché mi ritrovo bene nella definizione di “archeologo militante”.
Grazie alla all’archeologia, intesa appunto in senso militante, ho derivato l’idea che sia necessario incorporare il passato per aprirsi all’avvenire. E’ questo il senso del binomio “radici-ali”.
Nella missione civile dell’archeologo c’è sempre il discorso politico, e ciò credo che sia un’anomalia nel settore archeologico.
Spero – forse mi illudo – di poter lasciare una lezione per i giovani, con cui sono sempre riuscito ad avere un dialogo aperto e rispettoso In un mondo estraniante ed omologante, i giovani sardi devono sforzarsi di ritornare alle proprie radici e di aprirsi, coltivando l’amore per la Sardegna vista nell’universo mondo. Non si può essere cittadini del mondo fuori dalle radici locali.

Sono nato a Barumini, un paesino della Marmilla e ne sono orgoglioso perché il paese è il luogo più vicino all’umanità. Mi piace ricordare il poeta rumeno Lucien Blaga, amato dal compianto amico Antonello Satta, che citava sempre un verso bellissimo e universale:”L’eternità è nata nel villaggio”. Devo molto alla civiltà contadina e ai suoi valori comunitari, perché chi è senza radici perde il “plus valore dell’identità” e non sa più camminare sicuro nel mondo.

(tratto da Premessa, Opere, Giovanni Lilliu, Zonza Editore, a cura di Alberto Contu, Cagliari, 2006, pagine 8-9)

Le 2 Unità d’ Italia

Le 2 Unità d’Italia
di Francesco Casula

1. Quella “ufficiale” dei libri di testo scolastici e accademici ma dominante anche nei Media.
2. Quella de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e di “Paese d’ombre” di Giuseppe Dessì.

La prima, quella ufficiale è tutta tesa a esaltare le “magnifiche sorti e progressive” dell’Unità e, contestualmente, del processo risorgimentale, delle guerre d’indipendenza, e della “liberazione” del Sud, dall’oppressione borbonica.
La seconda sia nel romanzo di Tomasi di Lampedusa che in quello di Dessì, fortemente critica e smitizzante la visione oleografica e mistificatoria – quando non semplicemente falsa – degli storici codini e neosabaudi.

Iniziamo con il “Gattopardo”. Fu il Risorgimento e con lui l’Unità d’Italia, un processo di “cambiamento” o, addirittura, una “Rivoluzione”?
Per lo scrittore siciliano assolutamente no: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”*. dice Tancredi, nipote di Don Fabrizio, principe di Salina e protagonista del romanzo.
E tutto rimarrà come prima: anzi, i grandi proprietari terrieri continueranno a conservare e detenere i vecchi privilegi economici e sociali. E saranno addirittura nominati senatori del regno.
E per il Sud? Avrà “la libertà, la sicurezza, tasse più leggere”*?
Il contrario.
“Lo stato italiano che si formava sarà rapace…con leggi di espropria e di coscrizione che dal Piemonte sarebbero dilagate sin qui, come il colera. Vedrete, fu la sua non originale conclusione, vedrete che non ci lasceranno neanche gli occhi per piagere”*.
E i plebisciti?
Un imbroglio: anche i no diventano sì: Dice un personaggio del romanzo che aveva votato no :”Il mio no diventa un sì…ora tutti savoiardi sono!”*.
*Le frasi virgolettate sono tratte dal romanzo “Il gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Edizione conforme al manoscritto del 1957, Ed. La Biblioteca di Repubblica, , Roma, 1975)

Proseguiamo con “Paese d’ombre”.
“Era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo”. E l’Italia era “divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stato altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, con Torino, che considerava l’Isola come una colonia d’oltremare, o una terra di confino. In realtà fra gli stessi italiani del Continente, non c’era in comunione se non un’astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati”. E conclude: ”L’unità vera, quella per la quale tanti uomini si erano sacrificati, si sarebbe potuta ottenere soltanto con una federazione degli stati italiani”.

In Sardegna la Quarantena per colera di Honore’ de Balzac, il “negazionista”!

Francesco Casula

Honoré de Balzac, romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
Fece un breve viaggio, di circa tre settimane, in Sardegna dove arriva nel Marzo del 1838 imbarcandosi da Marsiglia, con la speranza di riattivare le locali miniere d’argento, attraverso lo sfruttamento di giacimenti di scorie abbandonate nell’Isola, presso l’Argentiera nella Nurra, a Nord-Ovest di Sassari. Fallito quel tentativo, ci riprova nel sud della Sardegna, si precipita infatti nella zona di Domusnovas percorrendo in cinque giorni oltre duecento chilometri in diligenza e molti altri a cavallo. Ancora un fallimento.
Il resoconto del viaggio in Sardegna, da Alghero all’Argentiera, da Sassari a Cagliari, e della sua picaresca impresa è contenuto in sette lettere, indirizzate da Balzac alla contessa polacca Ewelina Hanska, che lo scrittore sposerà nel 1850, pochi mesi prima della sua morte, che avverrà il 18 Agosto 1850 a Parigi.
Il manoscritto, oggi conservato all’Institut de France, è stato per la prima volta tradotto in italiano, a cura della Biblioteca di Sardegna che nel 2010 ha anche organizzato una mostra a Cargeghe, (Sassari), attorno al viaggio avventuroso del grande scrittore francese.
Nella quarta epistola, del 2 Aprile, fa sapere alla contessa polacca che “Questa sera alle dieci mi prende una piccola barca, e poi cinque giorni di quarantena ad Alghero, piccolo porto che voi potete vedere nella Carta della Sardegna; è lì che tra Alghero e Sassari, seconda capitale dell’Isola, si trova il distretto dell’Argentiera, dove andrò a vedere delle miniere abbandonate dalla scoperta dell’America”.
Nella quinta spedita da Alghero il 7 Aprile, preannuncia quanto svilupperà nella sesta lettera:”L’Africa comincia qui:ho intravisto una popolazione in cenci, tutta nuda, abbronzata come gli etiopi”, scrive. Oltretutto, “questa popolazione in cenci”, “questi selvaggi”, si lamenta, “non vogliono darci niente”! E così, è costretto, con i marinai, a nutrirsi di una orribile zuppa di pesce! Si lamenta anche con il Governatore di Alghero “che ha dato l’ordine di levare la fune appena il mare si sarebbe calmato; questo loro sistema di quarantena è assurdo, giacché o abbiamo contagiato il colera o non lo abbiamo contagiato. E’ una pura fantasia del Governatore che vuole che si faccia ciò che egli ha detto, come prova della sua autorità e della sua potenza di ogni cosa”.
Si tratta – precisa in Una fallita intrapresa mineraria di Onorato Balzac, lo storico sardo Dionigi Scano – “di Don Andrea Cugia, Maggiore generale nella Regia Armata, salda tempra di soldato che, poco curandosi della grande nation e meno del rinomato romanziere, fece rimuovere la fune e non permise l’ormeggio se non dopo ultimato il periodo della quarantena”.

La Quinta Infamia di Sciaboletta

La QUINTA INFAMIA DI SCIABOLETTA
9 settembre 1943: la fuga ingloriosa

di Francesco Casula
Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.
1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.
3. La firma delle leggi razziali.
4. La seconda Guerra mondiale.
5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati.
L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti.
Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.
Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager:

-GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno.
Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento.
Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60.
Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’ età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989.

MODESTO MELIS,di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1917.
SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

Uno invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di

COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

La QUINTA INFAMIA DI SCIABOLETTA
9 settembre 1943: la fuga ingloriosa

di Francesco Casula
Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.
1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.
3. La firma delle leggi razziali.
4. La seconda Guerra mondiale.
5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati.
L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti.
Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.
Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager:

-GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno.
Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento.
Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60.
Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’ età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989.

MODESTO MELIS,di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1917.
SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

Uno invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di

COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

BIOGRAFIA ESSENZIALE di Francesco Casula (aggiornata a agosto 2020)

Francesco Casula, ollolaese, Dopo gli studi medi-superiori fatti dai Gesuiti, – frequenta il Liceo “Sociale” di Torino, dove studiò Cesare Pavese – a Roma nel 1970 si laurea in Storia e Filosofia. Tra i suoi professori Natalino Sapegno e Alberto Asor Rosa (letteratura Italiana); Ettore Paratore (Latino); Aldo Visalberghi (Pedagogia); Guido Calogero (Filosofia Teoretica); Lucio Colletti (Storia della Filosofia); Franco Ferrarotti (Sociologia); Franco Lombardi (Filosofia Morale). Tornato in Sardegna per circa quaranta anni insegna nei Licei e negli Istituti superiori. Impegnato politicamente e sindacalmente, fra l’altro è stato segretario generale della Confederazione sindacale sarda (CSS). Giornalista pubblicista, è stato direttore responsabile de Il Solco il giornale del PSD’Az, che fu già di Emilio Lussu, di Tempus de Sardinnia, mensile bilingue della CSS, e di tante altre riviste. Ha scritto più di mille articoli in quotidiani e riviste sarde e italiane. Studioso di storia, lingua e cultura sarda, su questi temi tiene Conferenze e Corsi di formazione e di aggiornamento nelle Scuole per studenti e docenti, e nelle Università della Terza Età. Eletto dal Consiglio Regionale della Sardegna nel gennaio 2000, è stato per 5 anni membro dell’Osservatorio Regionale della lingua e cultura sarda. Fa parte di molte Giurie di Premi letterari di poesia sarda. Fra le sue pubblicazioni: tre saggi storici, -Statuto sardo e dintorni (Ed. Artigianarte, 2001), -Storia dell’autonomia in Sardegna (Ed. Grafica del Parteolla, 2010) e -Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011. Scrive inoltre di critica letteraria: In La poesia satirica in Sardegna (Della Torre Editrice, 2010) ha scritto la parte riguardante la poesia in campidanese. Per l’Alfa Editrice, in lingua sarda, ha scritto 11 monografie su -Gratzia Deledda (2006). -Leonora d’Arborea (2006). -Antoni Simon Mossa (2006),, -Antoni Gramsci (coautore Matteo Porru) (2006). -Amsicora (coautore Amos Cardia) (2007). -Zuanne M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia) (2008). -Zuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), (2008). -Antiogu Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu) (2009) -Gratzia Dore, (2009). Per l’Alfa editrice ha scritto anche la versione in sardo di quattro Raccolte di Novelle nel 2004.: -Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’; -Contos de sabidoria mediterranea; -Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna; -Paristorias a supra de sos nuraghes. Sempre per Alfa Editrice ha scritto -Uomini e donne di Sardegna- Le contro storie (2010). -La lingua sarda e l’insegnamento a scuola, (2010). -Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, (2015). Per Grafica del Parteolla Editore ha scritto: -Letteratura e civiltà della Sardegna, I volume (2011) -Letteratura e civiltà della Sardegna, II volume (2013) -Letteratura e civiltà della Sardegna, III volume- Il teatro in lingua sarda (2020) – Carlo Felice e i tiranni sabaudi, (prima ed.2016- seconda ed.2019)

28 giugno 1914: inizia la Prima Guerra mondiale

 Una guerra che fu semplicemente una inutile strage, una gigantesca carneficina come la definì il Papa Benedetto XV in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis). L’Italia, con un Parlamento a stragrande maggioranza “neutralista”, inizialmente non entrerà in guerra. La sua partecipazione, il 24 maggio 1915, contro il volere della larga maggioranza dello stesso Parlamento, sarà imposta dal re Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta, che firmò l’Atto di ingresso), con la complicità del primo ministro (Salandra) e il responsabile degli Esteri (Sonnino). Voluta dai grandi Gruppi industriali (in primis dalla FIAT e dall’Ansaldo di Genova, guidata dai fratelli Pio e Mario Perrone) che non a caso finanziarono i giornali nazionalisti e guerrafondai, ad iniziare dal Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico” 1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” 2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato” 4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profileranno all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano infatti le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società che saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita. In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 5. Uno dei principali responsabili di quella guerra, Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) campeggia ancora nelle nostre Piazze e Vie. Ma è tollerabile? Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Cesare Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).

Gramsci e la lingua sarda

Gramsci e la lingua sarda: un curioso e significativo episodio e la lingua sarda
di Francesco Casula
http://www.aladinpensiero.it/wp-content/uploads/2020/06/gramsci-sardo.jpg
Domani sabato 6 giugno nella consueta intervista in Telecostasmeralda (ore 20.30, nella trasmissione a cura di Enrico Putzolu) parlerò di Antonio Gramsci. In questo spazio voglio ricordare quanto riferisce in una Lettera Alfonso Leonetti uno dei fondatori del Partito comunista, proprio insieme a Gramsci e altri – a proposito del rapporto fra Sardegna e lingua sarda e l’intellettuale di Ales.
[…] Anche il suo parlare era sardo. I lunghi anni passati lontano dall’Isola. ora a Torino, ora a Mosca e Vienna, ora a Roma, non avevano punto alterato la pronuncia sarda, con le o chiuse e i raddoppiamenti delle consonanti. Tipico e significativo mi pare un «erroruccio ortografico» che si incontra nelle lettera scritta da Gramsci il 27 ottobre 1926, a pochi giorni dal suo arresto, per la redazione dell’Unità a Milano. Lui, sempre così preciso, così ordinato e attento nell’allineare lentamente, meditatamente, riga dopo riga, parola dietro parola, con la sua solita scrittura nitida, scrive «eccittato» proprio con sue t, come se stesse conversando in sardo. Egli amava moltissimo infatti parlare la lingua sarda, appena ne aveva l’occasione, coi suoi fratelli Carlo e Gennaro, coi fratelli Ciuffo, coi compagni Polano, Piga, Frongia. E’ noto l’episodio della Brigata Sassari a Torino nel 1919. Meno noto è quest’altro episodio ugualmente significativo: eravamo nel 1921, un anno nero di spedizioni fasciste. La Questura di Torino, per salvare le apparenze, faceva vigilare l’ingresso dell’Ordine Nuovo, diretto da Gramsci con carabinieri. Una volta ci venne inviata una squadra di carabinieri in maggioranza sardi. Conoscendo l’effetto magico che avrebbe fatto su di essi il dialetto della loro isola, Gramsci stabilì con gli altri compagni sardi, che entrando e uscendo, parlassero forte nella loro lingua, in modo che i carabinieri potessero sentire. L’effetto fu veramente magico, come Gramsci aveva previsto: i carabinieri consideravano il nostro giornale un «covo di sardi» e cominciarono a salutarci e a sorriderci con simpatia. Ma anche essi, come già era avvenuto con la Brigata Sassari furono presto allontanati dal nostro quotidiano e forse da Torino.
Penso da ultimo al Gramsci del carcere, al Gramsci che vicino alla liberazione, si prepara a ritornare nella sua Isola, dove egli meditava di ritemprare le sue forze fisiche e morali. Tutto questo è estremamente significativo. Lui grande militante della rivoluzione mondiale, grande internazionalista e uno dei più importanti capi del comunismo internazionale, arrivati alla fine della prigionia, sceglie la Sardegna come suo porto di salvezza, dove avrebbe potuto ricomporre l’integrità del suo essere per ripartire all’assalto del mondo degli sfruttatori e degli oppressori. Ciò non avvenne,, perché come noi sappiamo, il suo corpo fu distrutto dai carcerieri fascisti, prima che il ritorno nell’Isola fosse possibile. Rimane tuttavia iscritto nella storia che Gramsci, per sua volontà, uscendo dalle prigioni fasciste aveva deciso di ritornare a vivere in Sardegna. Perciò possiamo concludere che il ciclo gramsciano, nato sardo muore sardo, senza nulla perdere del suo carattere internazionale. Questo anzi spiega quello e viceversa.
(Alfonso Leonetti, Roma 16 aprile 1975)

“Racconti sardi. Grazia Deledda” ce li racconta Francesco Casula

“Racconti sardi. Grazia Deledda” ce li racconta Francesco Casula

 

Catartica Edizioni ha pubblicato 6 straordinari Racconti di Grazia Deledda, di cui ho scritto la Prefazione. Ecco alcuni stralci.

Occorre ricordare che Deledda frequenta solo le scuole elementari, dopo è autodidatta e impara a scrivere, più che dai libri, ovvero dalla scuola propria, dalla scuola impropria, (per utilizzare il lessico di Michelangelo Pira), ascoltando i racconti degli anziani, specie dei pastori negli ovili, dove accompagnata da un fratello e dai cugini, spesso si recava. E’ lei stessa a riferirci che ai libri preferiva l’ascolto di storie meravigliose e fantastiche, specie in inverno, davanti al caminetto, nelle notti interminabili. Istorias ispantosas di cui scrive in questi sei Racconti: di amori impossibili (Di Notte); di superstizioni, di incantesimi e di magie (Il Mago e Ancora Magie); di leggende, di streghe e avventure cruente e inverosimili (La Dama bianca); di amori disperati (In Sartu). Istorias maravizosas descritte con una potenza narrativa impareggiabile, con una parola che signoreggia e lievita e incentiva il pensiero e l’immaginazione oltre il dettato asciutto ed essenziale. Ma non si tratta della parola d’annunziana, del “verbo” che è tutto. Ovvero di pura forma, ridotta a orpello o decorazione, a musica o immagine ridondante, semplice prodotto estetico o luccicore sontuoso. Certo il rischio è presente. Come talvolta è presente l’enfasi e il compiacimento idillico, nella descrizione della natura e del paesaggio sardo, dei suoi colori e odori e profumi:”C’era un fresco incantato, là sotto. Dai massi sovrapposti dell’altura piovevano grandi grappoli di rovi verdeggianti e di biancospino fiorito. Le rose canine, diafane, sfumate in colore d’ambra, olezzavano acutamente, e il ruscelletto attraversava gorgogliando il sentiero per poi sparire tra le alte ferule anch’esse fiorite, di cui Manzèla teneva ancora un grosso e lungo gambo fra le mani”. Ma in genere evita tale rischio, perché la descrizione della natura non è fine a se stessa ma fa da sfondo e contesto in cui inserisce e rappresenta gli stati d’animo dei suoi personaggi: “Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo…” . La felicità di Saveria e Antonio, ben si armonizza con la natura e il paesaggio solcati come sono da lampi di magia che creano nel lettore stati d’incanto, come se avesse attraversato un paese sereno e felice. O quando il sole già alto riflette e simboleggia «l’ardore» di Predu:”Il sole, già alto, dardeggiava la pianura, e Predu sentiva il sangue ondeggiargli ardente, a sbalzi, a meandri, a vampate, infiammandogli il viso e la testa. Manzèla invece, tirato il fazzoletto su gli occhi, proseguiva tranquilla, col viso dorato, composto come quello di una madonnina latina del Quattrocento. La luce intensa dell’aperta campagna dava un riflesso chiarissimo ai suoi grandi occhi, rendendoglieli quasi grigi e trasparenti, e Predu, guardandola intensamente, si sentiva morir dalla voglia di prendersela fra le braccia, come un piccolo agnello bianco e spaurito, e di coprirla di baci”. Sei racconti da leggere, da gustare e da assaporare, da godere: certo per la cifra letteraria, artistica ed estetica. Ma anche dal punto di vista etnico, etnologico e antropologico. E finanche storico.