Nuovo Statuto e Indipendenza

 NUOVO STATUTO E INDIPENDENZA

di Francesco Casula

L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali e. sia pure in modo spesso confuso, sposata con convinzione e “batallata” con generosità da plurimi gruppi e movimenti. Ho però l’impressione che da parte di molti venga solo “agitata” e “propagandata”: con slogan e parole d’ordine astratte; piuttosto che “costruita”, e preparata. Temo cioè che molti pensino all’Indipendenza come a un evento che possa scoccare all’ora x, quasi naturalmente. O che comunque si ottenga con la conquista del Palazzo d’inverno, pardon, di Via Roma: cosa peraltro non proprio facile: se è vero che fin’ora, in Via Roma non siamo riusciti a entrare neppure con un consigliere! Non comprendendo che l’Indipendenza, non è un obiettivo che scatta, totu in unu, in un’ora x o con una maggioranza politica-elettorale (pure necessaria) ma costituisce un processo e un progetto da perseguire e costruire, die pro die, iniziando a praticarne degli “spezzoni” a livello culturale e linguistico, come a livello economico. Ovverossia praticando obiettivi che preparino e siano propedeutici all’indipendenza stessa. In questo senso uno degli obiettivi fondamentali che occorre perseguire, con determinazione è la riscrittura di un nuovo Statuto, come Carta costituzionale della Sardegna, che ricontratti con lo Stato Italiano (e con l’Europa), su basi federali (o ancor meglio confederali) il rapporto fra la Nazione sarda e lo Stato. Sono infatti convinto che lo Statuto attuale serva solo per amministrare la nostra dipendenza (coloniale): a livello economico come a livello culturale e linguistico: E nulla spes possiamo in esso nutrire per il futuro senza una radicale modifica. Pensiamo solo alla questione della lingua: continueremo ad abbaiare alla luna, senza un nuovo Statuto che preveda appunto un preciso articolo di legge, come nello Statuto del Trentino (art.19) o della Valle d’Aosta (art.31), che semplicemente reciti: ” In Sardegna la lingua sarda è parificata a quella italiana. Per i territori di loro pertinenza, sono altresì parificati alla lingua italiana il Gallurese, il Sassarese, il Catalano di Alghero e il Tabarchino”. Senza una modifica-aggiunta di tal fatta continueremo a blaterare di bilinguismo: nel migliore dei casi potremmo affidarci a qualche esperienza – sia pur lodevole – di volontariato o di singole scuole. Solo con un preciso articolo sul bilinguismo nello Statuto potremmo pensare all’insegnamento della lingua sarda come materia curriculare. Altrimenti chiacchiere. Flatus vocis. Ho l’impressione che il Pianeta indipendentista, complessivamente, sottovaluti o, peggio, trascuri del tutto l’importanza della modifica dello Statuto. E’ un gravissimo limite: segno di minoritarismo e di cecità ideologica.

INSULTI RAZZISTI

INSULTI RAZZISTI
CONTIUMELIE IMPROPERI E MALDICENZE
CONTRO I SARDI:
da Cicerone a Librandi di “Italia viva”

Il grande oratore latino, nell’orazione Pro Scauro, aveva bollato i Sardi come naturalmente mastrucati latrunculi: proprio lui difensore di Scauro, lui sì un “ladrone”, a parere dello stesso senato romano: aveva imposto ai Sardi una decima che si intascava personalmente!
Sardi a suo parere inaffidabili e disonesti, in quanto africani (oggi diremmo negri), anzi formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi: “Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse?”(E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?).
E a proposito del musico e cantante Tigellio l’oratore latino scrive “E’ un vantaggio non avere alcun rapporto con questo sardo, più pestilenziale della sua stessa patria”.
Mentre Licinio Calvo considerava lo stesso Tigellio da “mettere in vendita”, come tutti i Sardi venales.

Facciamo un bel salto nella storia e troviamo un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) che dopo Cicerone, pone per così dire, le premesse ideologiche del razzismo contro i Sardi. Per giustificare la repressione violenta e militare contro il banditismo scrive che “la causa del male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli sardi poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” .
Anticipando così e preparando brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame e la paccottiglia sui Sardi con il dna delinquenziale con i vari Orano (i Nuoresi sono delinquenti nati) e Niceforo, secondo cui tutti i Sardi non solo i Nuoresi appartengono a una razza inferiore. Per proseguire negli anni 1960/70 quando su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti.

Per arrivare ai nostri giorni con il Procuratore di Cagliari, Roberto Saieva, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente “trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”.
Forse il Procuratore pensava di essere un nuovo viceré alla Doria del Maro, cui sostanzialmente si ispira.

E’ infine di questi giorni. l’uscita di certo Librandi, un plurivoltagabbana: dopo aver girovagato nella destra ( Forza Italia, PdL,,Unione Italiana, Scelta Civica per l’Italia, ecc.) è approdato nel PD per poi aderire a Italia Viva, il nuovo partito di Matteo Renzi.
Plurivoltagabbana, ultra inquisito e arrogante e razzista: il 27 ottobre 2019 viene reso noto il suo coinvolgimento nell’inchiesta sui finanziamenti alla fondazione Open, legata all’ex premier Renzi, insieme ad altre persone.
Nel gennaio 2020 il settimanale L’Espresso rileva come, in occasione di una verifica fiscale effettuata nel luglio 2019 dalla Guardia di Finanza nella sua azienda a Saronno, Librandi abbia usato parole forti nei confronti dei finanzieri sostenendo di essere “un intoccabile”.
Il mese precedente aveva scatenato polemiche per la frase “I meridionali resistono di più al Coronavirus perché sono africani bianchi. E’ una questione genetica”.
E oggi attacca i sardi perché androne, perché il PIL della Sardegna lo pagherebbe il Nord.

Personaggi sardi

Personaggi storici sardi.
1. Il re giudicale Ugone III
di Francesco Casula
Ugone III successe a l padreMarian IV, quasi quarantenne. La sua figura ha valutazioni storiche contrastanti e, per certi versi, opposte.
Le fonti storiche iberiche, in particolare Geronimo Çurita,cronista del reyno de Aragon, lo descrivono come crudele e tiranno, quelle francesi – che sostanzialmente si rifanno allo stesso Çurita – come rozzo e ignorante, “fier e sauvage insulaire” (Gabriel-Henri Gaillard). Il cronista aragonese gli attribuisce infatti tirania, crueldad y barbara naturalesa.
Sulla sua figura, la sua azione ma soprattutto sulla sua fine abbiamo comunque poca documentazione. Secondo lo storico medievista Francesco Cesare Casula pare che il suo dispotismo non fosse accettato dal suo popolo, che ritenendo di essere stato tradito nel suo rapporto di bannus consensus, il 3 marzo i383 si sollevò e, secondo l’antica usanza del tirannicidio lo pugnalò insieme alla figlia, gettandolo, ancora vivo in un pozzo, con la lingua tagliata: a documentarlo una cronaca, secondo cui “il popolo di Arborea, con altri dell’Isola rivolsero le armi contro il Giudice e lo uccisero insieme alla figlia e gli portarono via tutti i beni…e ciò a causa del suo dispotismo”.
Ugone viene ucciso nel 1383 nel suo palazzo a Oristano: secondo però altri storici non a causa della sua “tirannia” ma per una serie di altre ragioni: ragioni esterne da ricondurre alle ostilità degli Aragonesi e dei nemici di Arborea; ragioni interne da ricercare nei “printzipales” e nei mercanti che erano scontenti perché Ugone era troppo autoritario e imponeva tasse troppo alte per poter mantenere i mercenari tedeschi, provenzali e borgognoni.
Certo – scrive Raimondo Carta Raspi – “Fin dai primi provvedimenti di Ugone appare il pugno di ferro”*1. Ma la sua non sarebbe stata una “tirannia” bensì una “signoria” “ in quegli anni necessaria, per imporre ai Sardi, a tutti i Sardi, sacrifici e sangue per sottrarre la Sardegna alla monarchia aragonese”*2

*1 Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano,pagina 593.
”*2 Ibidem.

E la sua morte dunque non sarebbe causata dalla sua “tirannia” bensì dalla sua inimicizia feroce nei confronti degli Aragonesi, che la morte stessa avrebbero organizzato con la connivenza di alcuni ascari sardi, ad iniziare da un certo De Ligia.
A tal proposito rimando a Pimpirias de istoria e istoriografia sarda. presenti in questo stesso paragrafo.
Sempre lo storico Raimondo Carta Raspi, al contrario delle fonti aragonesi, rivaluta la figura di Ugone III per la sua attività legislativa (leggi e ordinanze che in parte confluiranno nella Carta de Logu di Eleonora) ma soprattutto perché sarebbe stato “il più sardo dei Giudici, il valoroso capitano che avrebbe potuto sottrarre la Sardegna per sempre alla dominazione straniera”. 3
*** Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano, pagina 625.

Sempre Carta-Raspi, così giustifica la morte di Ugone: la morte di Ugone
“Può darsi che il governo di Ugone fosse duro e che lo stato di guerra comportasse sacrifici e privazioni. Certo non più che nei decenni precedenti. Abbiamo visto anzi che la guerra in corso si riduceva all’assedio di Cagliari e di alghero, oltre alla sorveglianza marittima e costiera. Purtroppo manchiamo di molti elementi per poterci formare un giudizio sugli avvenimenti oristanesi di quegli anni e soprattutto sulla congiura ordita contro Ugone: ma vi è forse uno spiraglio nella stessa contraddizione nelle fonti che ricordano l’assassinio del Giudice e, ancor più nella soppressione insieme, dell’unica figlia Benedetta. Poiché non ci sono rimaste che fonti aragonesi, sarebbe stato strano ch’esse non dicessero che furono gli stessi Sardi a uccidere Ugone; d’altronde sarebbe stato difficile ad Aragonesi poter giungere impunemente fino a lui e assassinarlo.
In un documento del 1416 si legge che Ugone fu «sanguine occisus a suis», e in altro ch’egli «fo per ells (dai sardi) anegat et mort». Sarebbe stato, è detto altrove, pugnalato e poi gettato in un pozzo. Ignoriamo dove ciò poté avvenire, ma, poiché con Ugone fu uccisa anche la figlia, si dovrebbe pensare al palazzo giudicale, ma più probabilmente altrove, dove con poca o senza scorta il Giudice poté recarsi con la figlia. Non vi è dubbio che alla congiura abbiano partecipato persone che potevano seguire da vicino il Giudice per cogliere il momento in cui poter attentare alla sua vita a colpo sicuro. Ma chi poteva avere interesse, tra i Sardi e soprattutto tra gli Oristanesi, a sopprimere l’ultimo Giudice d’Arborea e perciò a far crollare in un medesimo momento gli ideali e le aspirazioni e le conquiste di quei decenni, per consegnare al re e ai famelici baroni aragonesi la Sardegna con le sue popolazioni e le risorse e il suo stesso onore? Fu certo opera di inconsapevoli sicari, bene aizzati e anche meglio pagati, incuranti delle funeste conseguenze che sarebbero derivate alla Sardegna col loro delitto.
Gli storici sono quasi tutti d’accordo nel supporre che le fila della congiura siano state ordite in Cagliari e che non doveva essere estraneo il de Ligia. . Ciò è più che verosimile: e se manchiamo di prove per il de Ligia, non sussistono dubbi che l’assassinio di Ugone e della figlia fu premeditato dalla cancelleria aragonese, come già in passato fu tenuta la cattura di Mariano, e in seguito di Eleonora e del figlio; unico mezzo per vincere la invincibilità degli Arborea”.*
Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, 197, Milano, pagine 623-624.

INCENDI TIR CARICHI DI FIENO SARDI POCOS LOCOS Y MAL UNIDOS?

Francesco Casula
INCENDI TIR CARICHI DI FIENO SARDI POCOS LOCOS Y MAL UNIDOS?
La 131 percorsa senza sosta da camion e furgoni, esibenti orgogliosamente la bandiera dei 4 Mori e carichi di fieno, foraggio e altri aiuti, destinati agli agricoltori del Montiferru, in modo plastico, smentisce clamorosamente il vieto becero e inveterato luogo comune dei Sardi pocos, locos y mal unidos, attribuito addirittura a Carlo V, ma mai verificato in alcun documento o altra fonte storica. Del resto l’imperatore poco doveva conoscere la Sardegna se non dai dispacci “interessati” dei vice re: solo due volte la visitò direttamente. Nel 1535 quando durante la spedizione contro Tunisi e i Barbareschi sbarcò a Cagliari trattenendosi alcune ore e nell’ottobre del 1541, nella seconda spedizione, questa volta contro Algeri, il più attivo nido dei Barbareschi. In questo caso la flotta imperiale sostò in Sardegna: ma non – come ebbe a sostenere Carlo V – per visitare Alghero, dove passò la notte del 7, bensì per esserne abbondantemente approvvigionato, a spese della popolazione della città catalana e dell’intero sassarese. In realtà quel giudizio malevolo non Carlo V lo pronunciò ma Martin Carrillo, Visitador del Reyno de Cerdeña. Questi, ambasciatore del re Filippo III, in un resoconto stilato per il sovrano spagnolo in merito alla situazione linguistica e culturale della Sardegna scriverà: Il Catalano e lo Spagnolo vengono utilizzati e capiti nelle città, mentre il Sardo è la lingua comunemente utilizzata nei villaggi. E a tal proposito definirà appunto i Sardi: pocos, locos y mal unidos. E si riferiva ai sardi in relazione alla situazione linguistica, non in quanto tali. Ma tant’è: tale luogo comune, è stato interiorizzato da molti sardi, con effetti deleteri e devastanti, specie a livello psicologico e culturale (vergogna di sé, complessi di inferiorità, poca autostima, voglia di autocommiserazione e di lamentazione) ma con riverberi in plurime dimensioni: tra cui quella socio-economica. I Sardi certo sono pocos: e questo di per sé non è necessariamente un fattore negativo. Ma non locos: ovvero stolti, stolidi e men che meno imbecilli. Certo le esuberanti creatività e ingegnosità popolari dei Sardi furono represse e strangolate dal genocidio e dal dominio romano. Ma la Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Piero Meloni. E non fu annientata. La resistenza continuò. I Sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos. Certo con catalani, spagnoli e piemontesi furono di nuovo dominati e repressi: ma dopo secoli di rassegnazione, a fine Settecento furono di nuovo capaci ai alzare la schiena e di ribellarsi dando vita a quella rivoluzione antifeudale, popolare e nazionale che porrà la base della Sardegna moderna. Certo, si è tentato in ogni modo di scardinare e annientare lo spirito comunitario, la solidarietà popolare, quella pluralità di reti sociali e di relazione che avevano caratterizzato da sempre le Comunità sarde con variegati sistemi e costumi solidaristici di aiuto reciproco e di forte unità: basti pensare a s’ajudu torrau o a sa ponidura: costumanza che colpirà persino un viaggiatore e visitatore come La Marmora che [in Viaggio in Sardegna di Alberto Della Marmora, Gianni Trois editore, Cagliari 1955, Prima Parte, Libro primo, capitolo VII., pagine 207-209] scriverà ”Fra le usanze dei campagnuoli della Sardegna, alcune sono degne di nota e sembrano risalire all’antichità più remota: citeremo le seguenti: Ponidura o paradura. – Quando un pastore ha subito qualche perdita e vuol rifare il suo gregge, l’usanza gli dà facoltà di fare quel che si dice la ponidura o paradura. Egli compie nel suo villaggio, e magari in quelli vicini, una vera questua. Ogni pastore gli dà almeno una bestia giovane, in modo che il danneggiato mette subito insieme un gregge d’un certo valore, senza contrarre alcun obbligo, all’infuori di quello di rendere lo stesso servizio a chi poi lo reclamasse da lui…” Così le identità etnico-linguistiche, le specialità territoriali e ambientali, le peculiarità tradizionali, pur operanti in condizioni oggettive di marginalità economica sociale e geopolitica permangono. I Sardi infatti, nonostante le tormentate vicende storiche costellate di invasioni, dominazioni e spoliazioni, hanno avuto la capacità di metabolizzare gli influssi esterni producendo una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti, alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna. Ma soprattutto basti pensare alla lingua, spia dell’Identità e substrato della civiltà sarda. Entrambe non totem immobili (sarebbero state così destinate a una sorte di elementi museali e residuali) ma anzi estremamente dinamiche. La poesia, la letteratura, l’arte, la musica, pur conservando infatti le loro radici in una tradizione millenaria, non hanno mai cessato di evolversi, aprirsi e contaminarsi, a confronto con le culture altre. Soprattutto questo avviene nei tempi della modernità, a significare che la cultura sarda non è mummificata. E’ segno di un popolo stolto e diviso? Ed è segno di un popolo stolto e diviso l’ampia corposa e ubiquitaria solidarietà espressa dai Sardi nei confronti delle popolazioni colpite dagli incendi criminali?

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Deledda sarda (e universale )


DELEDDA: Sarda (e universale)

Scrive Eric Hobsbawm (lo storico britannico, autore del celebre “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”) a proposito di Gramsci: “tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”.
Mutatis mutandis, la valutazione di Hobsbawm, a mio parere, si attaglia perfettamente anche a un altro gigante sardo: Grazia Deledda: scrittrice certamente “universale” ma ben ancorata alla Sardegna, di cui racconta l’humus più profondo e la sua identità, ad iniziare da quella linguistica. Tanto che per comprendere bene la lingua che utilizza la Deledda nei suoi scritti occorre partire da questa premessa: la lingua sarda non è un dialetto italiano – come purtroppo ancora molti affermano e pensano, in genere per ignoranza – ma una vera e propria lingua. Noi sardi dunque, siamo bilingui perché parliamo contemporaneamente il Sardo e l’Italiano. Anche la Deledda era bilingue. Era una parlante sarda e i suoi testi in Italiano rispecchiano, quale più quale meno le strutture linguistiche del sardo, non tanto o non solo in senso tecnico quanto nei contenuti valoriali, nei giudizi, nei significati esistenziali, nelle struttura di senso magari inespresse ma presenti nel corso della narrazione. Voglio sostenere che la Deledda struttura il suo vissuto personale, la fenomenologia delle sue sensazioni e del profondo in lingua sarda ma lo riversa nella lingua italiana che risulta così semplice lingua strumentale. In tal modo opera un transfert del suo universo interiore nuorese, dell’inconscio, della fantasmatica.
Poteva non operare tale transfert e scrivere in Sardo? Certamente. Se non lo ha fatto è stato perché non vi era in quel momento storico (siamo a fine Ottocento-inizio Novecento) la cultura, la sensibilità, l’abitudine da parte degli scrittori, specie di romanzi, di utilizzare il sardo. Prima con i Savoia e poi con lo Stato unitario e ancor più con il fascismo, la lingua sarda viene infatti proibita negata criminalizzata.
Non c’è quindi da meravigliarsi che, una volta negata e proibita, gli scrittori – anche per avere una maggiore visibilità e diffusione delle loro opere – scrivano in italiano: la Deledda come tanti altri.
Ma – dicevo – Deledda rimane bilingue: pensa in sardo e traduce, nei suoi romanzi come nei Racconti, spesso meccanicamente in italiano, soprattutto nel parlare dialogico come in :”Venuto sei? – che traduce il sardo: Bennidu ses?; o “Trovato fatto l’hai? – Accatadu fattu l’as?; o ancora “A Luigi visto l’hai? –A Luisu bidu l’as?; o “Quando è così, andiamo – Cando est gai, andamus.
E ancora: “Venuti a parole” (‘ennios a paraulas); “Già, da appena l’aveva conosciuta” (giai apenas l’aiat connota).
Vi sono poi frasi intere in sardo: Teracas chi signoras bos cheries…serve-domestiche che pensate di essere delle signore); frate meu (fratello mio), Santu Franziscu bellu (San Francesco bello), su bellu mannu (il bellissimo, letteralmente il bello grande), su cusinu mizadu (il borghese con calze), a ti paret? (ti sembra?), corfu ‘e mazza a conca (colpo di mazza in testa), ancu non ch’essas prus (che tu non ne esca più :è un’imprecazione).
Ugugualmente in sardo un bizzarro testamento (in un suo Racconto): “Deo, sutta-iscritta, Donna Maria Rughe M***, viuda de Don Gavinu M***, declaro de lasciare in testamentu a su nepode de sa fiza de Rosannedda R***, fiza de Rosanna R*** e de su biadu de maridu meu, su tesoro cuadu sutta s’alveru pius mannu de su buscu de Santu Matteu, su primu chi si aghatat a deghe passos dae su riu; e chi andet a lu reguglire sa die 20 de maiu de s’annu 1878, poite si no non bi aghattat nudda, e chi preghet pro s’anima mea, e faghat narrer missas de suffragiu”.
E persino una quartina (sempre in un suo Racconto):
Tiligherta, tiligherta
mamma tua est in gherta,
babbu tou est morinde,
tiligherta baetinde…
Innumerevoli poi sono i vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce quando attengono ai nomi dei personaggi (Paska Devaddis, Bantine Fera, Berte Sirca, Zio Franziscu, Pride Fenu Tottoi,. Peppe Longu, Compare Batò, Bellia, Gabina, Nanneddu, Pedru,Gavinu, Arrosa, Peppa, Manzela, Bustianeddu);ai toponimi:Funtana ‘e litumonte di Santu Janne, Marreri, Sa Serra, alle esclamazioni (peuh).
Vi sono poi innumerevoli vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce nelle sue opere quando attengono all’ambiente sardo: pensiamo a leppa ((coltello a serramanico), pezzas (cinquanta centesimi), Iscavanada (schiaffo), Tanca (podere chiuso), Tilipirche (cavalletta), Cussorgia (zona adibita a pascolo), bandidare (fare il bandito), bardana (razzia), tanca (terreno di campagna chiuso da un recinto fatto in genere di sassi), socronza, usatissima in Elias Portolu (consuocera), corbula (cesta), bertula (bisaccia), tasca (tascapane), roba (bestiame, ma riferito soprattutto ai greggi ovini e caprini), cumbessias o muristenes (stanzette tipiche delle chiese di campagna un tempo utilizzate per chi dormiva là per le novene della Madonna o di Santi), domos de janas (tombe rupestri e letteralmente “case delle fate”).
Vi sono persino sardismi puri: come dormito (per addormentato) e entrata (per significare il “ricavato”, in un caso specifico per indicare il formaggio fresco e la ricotta prodotta giornalmente).
Qualche volta Deledda ricorre a frasi italiane storpiate in sardo o frasi sarde storpiate in italiano:Come ho ammaccato questo cristiano così ammaccherò te (…) o Avete compriso?”.
Occorre però chiarire che i sardismi linguistici della Deledda, non solo lessicali ma anche sintattici, non derivano dalla sua incapacità di utilizzare correttamente la lingua italiana.
Scrive a questo proposito una valente critica sarda, Paola Pittalis: ”L’uso dei “sardismi” linguistici da parte della Deledda anche nelle opere della maturità – è il caso di Elias Portolu – è consapevole e voluto. Rappresenta anzi una chiara e decisa scelta di linguaggio letterario, di canone stilistico e fa parte del suo essere “bilingue”. Ciò non significa che in questa scelta non sia stata condizionata da fenomeni letterari e culturali esterni, – come il verismo – che prevedevano la raffigurazione oggettiva della realtà da parte dello scrittore che doveva riportare fedelmente il linguaggio popolare e “dialettale” dei personaggi”.
A questo proposito occorre secondo molti critici liquidare risolutamente il luogo comune della “cattiva lingua” e della “mancanza di stile” appoggiato alla valutazione di intellettuali di prestigio da Dessì (le “sgrammaticature” di Deledda) a Cecchi (la sua lingua “spampanata”).
Si tratta invece – secondo Paola Pitzalis – “di forme nate dall’incontro fra dialetto e italiano nel momento di formazione delle varietà designate oggi come « italiani regionali»”.
Prosegue la Pitzalis:”L’uso di vocaboli dialettali, sardismi sintattici e atti linguistici frequenti in Sardegna è intenzionale, tanto è vero che scompaiono quando l’interesse di Deledda si sposta dal romanzo italiano «verista» e «regionale» al romanzo «psicologico» e «simbolico» (dopo il 1920). La sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile; deriva dal trasferimento nella scrittura di modalità anche linguistiche di costruzione del racconto orale (è questo un percorso suggestivo sul quale da tempo lavora con esiti personali Leonardo Sole). Ed è il contributo modernizzante di Deledda allo snellimento della lingua letteraria italiana costruita sul modello della frase manzoniana…” [Paola Pittalis, Il ritorno alla Deledda, «Ichnusa», rivista della Sardegna, anno 5, n.1 Luglio-Dicembre 1986, pag.81].

TCS: CONNOSCHERE SA LIMBA

 

 

 
 
Francesco Casula
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TCS: CONNOSCHERE SA LIMBA
Connoschere sa limba est su titulu de unas cantas puntadas (seighi) chi Tele Costa Smeralda at a trasmitere cada lunis (oras 20.30 in su canale 13 de su digitale terrestre) a comintazre dae su 21 de lampadas. Sa trasmissione est ghiada dae su Professore Frantziscu Casula, istoricu e istudiosu de limba e de literadura sarda e cumbidat e proponet seighi pessonargios sardos (iscritores, poetas, cantadores, amantiosos de sa limba sarda, militantes de su moimentu linguisticu) chi chistionant cun su ghiadore subra sa limba sarda de oe e su de tempus benidore e peri subra unos cantos esponentes de balia de sa literadura sarda chi cada ospite at a isseperare: dae Bonaventura Licheri a sa Scomuniga de Predi Antiogu; dae Gratzia Deledda a Montanaru; dae Peppino Mereu a Emiliu Lussu; dae Aquilino Cannas a Cicitu Masala; dae Benvenuto Lobina a Micheli Columbu; dae Antonello Satta e Franciscu Carlini a Zuanne Frantziscu Pintore. Totu sas seighi puntadas sunt sbodicadas in limba sarda. In custa manera a intro de su processu de amparu, cunservatzione e avaloramentu de sa limba etotu, peri sas televisiones – cun s’iscola – ant a podere ispainare sa limba sarda pro la faghere connoschere e impreare cada die, peri a livellu ufitziale e istitutzionale e no sceti a livellu familiare e de foghile. TCS: CONNOSCHERE SA LIMBA Connoschere sa limba è il titolo del ciclo di sedici puntate che Tele Costa Smeralda manderà in onda ogni lunedì (alle ore 20.30 nel canale 13 del digitale terrestre) ad iniziare dal prossimo 21 giugno. La trasmissione condotta dal Prof. Francesco Casula, storico e studioso di lingua e letteratura sarda, propone sedici personaggi sardi (scrittori, romanzieri, poeti, cantadores, amanti della lingua sarda, militanti del movimento linguistico) che dialogheranno con il conduttore sullo status del sardo oggi e sulle sue prospettive future, nonché su alcuni significativi esponenti della letteratura sarda che ogni ospite proporrà: da Bonaventura Licheri e Grazia Deledda a Montanaru; da Peppino Mereu a Emilio Lussu; da Aquilino Cannas a Cicitu Masala; da Benvenuto Lobina a Michele Columbu; da Antonello Satta e Franco Carlini a Gianfranco Pintore. Le sedici puntate si svolgeranno interamente in lingua sarda. In tal modo, all’interno del processo della sua tutela, conservazione e valorizzazione, anche i Media – insieme alla Scuola – potranno assolvere a un preciso ruolo: quello di diffondere e circuitare la lingua sarda per la sua conoscenza e il suo utilizzo quotidiano, anche a livello ufficiale e nelle Istituzioni e non solo a livello familiare.

IL VOLTAGABBANA: Il caso di Marcello de Vito (5stelle ) e due casi letterari..

 
 
 
 di Francesco Casula
La fauna parlamentare italica dei voltagabbana aumenta viepiù: l’ultimo caso, in ordine cronologico, riguarda tal Marcello De Vito, dei 5stelle, che fu primo candidato sindaco per lo stesso Movimento a Roma nel 2013, e attualmente è presidente dell’Assemblea capitolina, (oltre che a processo in primo grado con l’accusa di corruzione). Ha cambiato casacca abbandonando il suo Movimento e passando a Forza Italia, fino a ieri considerata (e forse non a torto) simbolo del male assoluto, della corruzione e della mala politica. Sia ben chiaro: cambiare opinione non solo è legittimo ma anche doveroso. Cosa diversa è quando si cambia casacca per motivi che niente hanno a che spartire con il “pensiero”. Ma sono da ricondurre a mero opportunismo politico e interesse personale (spesso semplicemente economico): a mio parere il più dei casi. Sia ancora ben chiaro: i voltagabbana sono sempre esistiti. Il trasformismo caratterizza tutta la storia italica e viene da lontano: era praticato abbondantemente ai tempi del regno dei tiranni sabaudi di fine Ottocento: specie con Agostino Depretis capo del Governo. Ma è soprattutto nell’ultimo decennio che il bestiario dei voltagabbana si è moltiplicato: Un dato può essere paradigmatico e illuminante e attiene ai parlamentari che nella scorsa legislatura (la XVII) hanno cambiato “casacca”: ovvero sono transitati da un partito a un’altro (o, addirittura, a più partiti). Ecco quanto riferisce Il Sole 24 ore del 26 dicembre 2017: “È stata la legislatura più instabile della storia della Repubblica: in 57 mesi i cambi di casacca sono stati la cifra record di 566. Venti solo nella settimana prima di Natale. Un valzer che – secondo i calcoli di OpenPolis – ha coinvolto 347 parlamentari. Dunque il 35,53% degli eletti ha cambiato casacca almeno una volta. In 57 mesi di legislatura significa una media di 9,58 cambi al mese. Un numero più che raddoppiato rispetto alla XVI legislatura (2008-2013) che aveva contato 4,5 cambi di casacca al mese. Alla Camera dei deputati sono stati registrati 313 cambi di gruppo, con 207 deputati coinvolti, che rappresentano il 32,86% della platea di parlamentari di Montecitorio. A Palazzo Madama sono stati 253 cambi di casacca e 140 senatori transfughi (43,57%). In base all’articolo 67 della Costituzione «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». E dunque può cambiare gruppo. Anche più volte. Il fenomeno è entrato persino nella Letteratura. A metà Ottobre del ’22, dunque meno di due settimane prima della nomina di Mussolini a capo del governo, – è l’autore a riferircelo in Marcia su Roma e dintorni – Lussu ha un colloquio a Roma con l’on. Lissia. Questi sosterrà enfaticamente: ”Se il fascismo trionfa la civiltà del nostro paese rincula di venti secoli”. E ancora: “Abbiamo il dovere di batterci fino all’ultima goccia di sangue. Se non lo faremo sarà l’onta per noi e per i nostri figli”. “Ci salutammo come due combattenti –prosegue Lussu – che si danno appuntamento in trincea. Dopo di che rientrai in Sardegna ed egli rimase a Roma per sistemare degli affari”. “Quale non fu la mia meraviglia nell’apprendere, subito dopo la «Marcia su Roma» che egli faceva parte del Ministero di Mussolini, come sottosegretario alle Finanze”, commenta Lussu. Ma di un politico voltagabbana e incoerente “che proprio non sa rinunciare a un padrone a cui obbedire” parla anche una recente commedia del giornalista e scrittore Pietro Picciau, tradotta in sardo da Ottavio Cogiu ( Il Servo, in Teatro oggi-Commedie e monologhi di Pietro Picciau/Oindì-Cumedias e monologus- Cuaturu operas transladas in lingua sarda de Otaviu Congiu).

Identità e folclore. La lezione di Gramsci

Identità e folclore. La lezione di Gramsci
Di Francesco Casula
La Sardegna è stata fin troppo folclorizzata dagli “stranieri” che si sono affacciati a guardarla e ne hanno subito il fascino, segnando talvolta nei loro taccuini cose inesistenti: a questo riguardo rimando al romanzo Assandira di Giulio Angioni o a Tarquinio Sini, noto soprattutto come pittore e caricaturista dai tratti rapidi ed essenziali (Sassari 1891– Cagliari 1943), che – in un romanzo dal titolo A quel paese… Romanzo moderno (ad imitazione di molti altri) per uso esterno,( Ed. S.E.I. Cagliari 1929) – si diverte ironicamente a rivelare ai non sardi l’immagine di quella che essi ritengono sia la vera Sardegna, quella infestata da terribili banditi pronti a sparare e a uccidere, con indosso il classico costume sardo: con la berretta infilata sulla testa che non ha mai conosciuto le forbici del coiffeur, il sottanino di orbace e le brache bianche…i turisti davanti a questi ceffi, dai barboni arruffatti, passano da una emozione all’altra…chi viene in Sardegna in cerca di emozioni e prova tutto ciò può chiamarsi fortunato, scrive Sini. E questa è la Sardegna che vogliono i turisti, sembra dirci. E quando l’Isola non risponde alle aspettative dei vacanzieri, magari ricchi ed annoiati, la si “maschera” riportandola al passato o a un’immagine che tale si ritiene abbia avuto.
Ecco a questo proposito un passo del romanzo, in cui il maître dell’albergo: dopo una notte insonne, una di quelle notti che portano consiglio, impartisce ordini e contrordini al suo personale.
-Questa siepe di fichi d’india di qua! Quest’altra di là, più su più giù!
Questi asinelli? In ordine sparso: un po’ ovunque. Via fatemi sparire quel camioncino! Al suo posto un carrettino…bravo! Il somaro più rognoso. Adesso incominciamo ad andar bene! Il Nuraghe lassù: sulla collina al centro. Oh benissimo!…E il paesaggio sardo prende subito quel caratteristico aspetto della vera Sardegna, di quella Sardegna che tutti conoscono senza aver mai visto e che soltanto i trucchi del modernismo invadente tentano occultare.
Ma manca ancora qualche cosa: ecco allora che “bisogna far passare qualche numeroso gregge da queste parti…” afferma ancora il maître. “E dopo qualche istante… ecco il colore locale. E anche l’odore …
La Sardegna – signori miei – dopo tanti anni si risveglia e senza lavarsi la faccia si rimette in cammino. Così la vogliono i poeti e i curiosi di là dal mare. Sia fatta la loro volontà!.
E’ questa la conclusione, fra l’ironico e il melanconico e l’amaro, del romanzo di Sini. Siamo nel 1929 ma pare che le cose non siano cambiate granché.
Il tema è stato analizzato anche da Gramsci segnatamente nelle Lettere dal carcere.
Sì, le tradizioni popolari: le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche… le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio … le feste di Sant’Isidoro”.
Sai – scrive dal Carcere in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927 – che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa.
In altre opere Gramsci ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa molto seria. Solo così – fra l’altro – l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, facendo sparire il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore.
In altre occasioni sottolinea che folclore è ciò che è, e occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita, riflesso della condizione di vita culturale di un popolo in contrasto con la società ufficiale.
Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“, ovvero: l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce, malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata,nella celebrazione di quei «valori» che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le «operazioni conservatrici e reazionarie», legando vieppiù il folclore «alla cultura della classe dominante » .
In altre lettere – per esempio in quelle del Novembre del 1912 e 26 Marzo del 1913 alla sorella Teresina – chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927 – si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada.
In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas. E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: lassa su figu, puzzone.
Ma il “Sardo“ di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è un fatto solo sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia, di qui le sue ricerche sulla lingua sarda e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna:” Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu” (“Avanti”, edizione piemontese del 13 Luglio 1919).
Spesso però la Sardegna è stata folclorizzata anche dai residenti, in una sorta di ripiegamento su se stessi, o nella esibizione di una straripante diversità.

L’ identità per evitare il declino della Sardegna

L’Identità per evitare il declino della Sardegna
di Francesco Casula
Silvano Tagliagambe, brillante filosofo ed epistemologo, molto noto anche in Sardegna – fra l’altro per aver insegnato all’Università di Cagliari – in un recente articolo dal titolo molto significativo “Basta con l’illuminismo applicato, contro il declino dell’isola servono partecipazione e identità locali”, fa piazza pulita di una serie di luoghi comuni sull’Identità. “Essa rappresenta – scrive – un elemento la cui creazione e il cui consolidamento scaturiscono da tutte le funzioni, gli aspetti e i processi che costituiscono un importante fattore di coesione e di stabilità di un territorio … Senso di appartenenza e orgoglio locale sono infatti elementi che rafforzano le propensioni cooperative e sinergetiche, sia sviluppando «reti di protezione» alle singole imprese nei momenti di difficoltà, sia incrementando il potenziale di creatività locale. Il concetto di identità, in questo quadro generale, è dunque espressione diretta della struttura sociale e delle relazioni fra i soggetti che la compongono. A caratterizzarlo è l’intreccio di fattori fisici, culturali, relazionali ed economici che determinano la forma e la qualità dei singoli insediamenti e condizionano la formazione della base economica e produttiva di ogni specifica comunità. L’aspetto importante del riferimento a questi concetti è che da essi scaturisce una chiara indicazione dell’impossibilità di prescindere, nella formulazione delle politiche di crescita e di sviluppo territoriale, dalle comunità locali e dalla partecipazione e dal coinvolgimento dei soggetti che le compongono. Questo è il senso della sfida posta oggi alla classe politica e ai responsabili del governo dei sistemi sociali dall’esigenza, sempre più sentita, di fare della partecipazione ai processi decisionali e della condivisione degli obiettivi di gestione del territorio, innovazione e di crescita la base di una nuova cultura diffusa, di un nuovo «senso comune» e di un nuovo modello organizzativo, più efficaci e rispondenti alle esigenze ormai indifferibili alle quali occorre far fronte se si vuole evitare di cadere in un declino che si profila sempre più incombente e minaccioso”. Dunque – secondo Tagliagambe – per “evitare il declino” economico, prima ancora che sociale e culturale, per la crescita e lo sviluppo territoriale, occorrono identità locali, orgoglio e senso di appartenenza. E’ una rigorosa risposta ai laudatores della globalizzazione e della omologazione che negano l’Identità sarda o comunque la combattono, dopo averne fatto la caricatura. Ridotta infatti a feticcio o a folclore, a dato immutabile e immobile, è evidentemente facile contestarla e negarla. Essa invece è un elemento dinamico, da rielaborare continuamente. E non deve essere concepita come un guscio rassicurante che ci garantisce e ci difende dallo spaesamento indotto dalla globalizzazione e/o dalla diversità: essa deve invece essere accettata e riconosciuta come la condizione base del nostro modo di situarci nel mondo e di dialogare con gli orizzonti più diversi, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità e per abitare il mondo, aperti al suo respiro, lottando contro il tempo della dimenticanza. L’identità si vive dunque nel segno della contaminazione e dell’appartenenza. L’identità è quella che diventa progetto – anche economico – e l’appartenenza diventa storia, caricandosi di vita, suscitando conflitti, impegnandosi con le lotte a trasformare il presente e costruire il futuro. Altro che feticcio o folclore!

24 maggio e la guerra italico-sabauda nefasta e criminale

di Francesco Casula
Oggi 24 maggio ricorre il 106esimo anniversario dell’ingresso in guerra dell’Italia. A firmare nel maggio 1915 l’entrata in guerra fu Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) contro il volere della larga maggioranza del Parlamento, d’accordo soltanto con il primo ministro (Salandra) e il responsabile degli Esteri (Sonnino). Si trattò di un vero e proprio colpo di Stato: il primo di una serie, come ricordò il grande Luigi Salvatorelli”1.
Ma vediamo, analiticamente come andarono le cose. Dopo i fatti di Saraievo e la dichiarazione di guerra dell’impero austro-ungarico, l’Italia assume una posizione neutralista, firmando la sua dichiarazione ufficiale il 3 agosto 1914 . “Essa – ricorda Salvatorelli – riscosse consenso pressoché generale nella opinione pubblica e nel mondo politico” 2 . Il Parlamento, per la stragrande maggioranza, era contrario alla guerra. Le elezioni del 1913 avevano sancito infatti la vittoria dei liberali, socialisti e cattolici, tutti neutralisti, con questo risultato: Unione liberale (270 seggi con il 47,62%); Partito Socialista Italiano (52 seggi con il 17,62%); Unione elettorale cattolica italiana (20 seggi con il 4,23%).
Dopo la dichiarazione di neutralità il Governo inizia la trattativa con l’Austria, che è disposta a cedere all’Italia il Trentino. Ma forse anche di più. Giolitti infatti il 1 febbraio 1915 in una pubblica dichiarazione ebbe a sostenere che “nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra” 3. A questo punto avviene il voltafaccia del Governo italiano che conclude le trattative con la parte avversa – con cui le aveva iniziate prima ancora che fosse esaurito in tentativo di accordo con con l’impero austro-ungarico – firmando il Trattato di Londra il 26 aprile 1915, che riservava all’Italia il Trentino, l’Alto Adige e altre concessioni. “Le trattative con le potenze dell’Intesa, – ricorda lo storico Della Peruta – furono condotte nel massimo segreto, con il consenso del re e all’insaputa del Parlamento” 4.
Tanto segrete che neppure Giolitti le conosceva. Il Parlamento comunque per più di tre quinti dei suoi deputati (i «trecento biglietti da visita») continuava ad essere contrario alla Guerra. Il Presidente del Consiglio Salandra, non potendo avere la maggioranza parlamentare sulla sua linea interventista il 16 maggio presenta le dimissioni. Lo Stato Maggiore dell’esercito – evidentemente con la complicità e il sostegno del re, viepiù interventista – aveva nel frattempo organizzato colossali dimostrazioni di popolo (le «giornate di maggio») che assunsero all’annuncio delle dimissioni, aspetto poco meno che di rivoluzione, contribuendo a ciò in prima linea Mussolini, i sindacalisti interventisti e i nazionalisti, sostenuti in modo particolare dai Quotidiani come il Corriere della Sera e dal Giornale d’Italia.
“Nel progressivo orientamento di Salandra verso l’intervento a fianco dell’Intesa giocavano motivi di ispirazione risorgimentale: l’irredentismo, il compimento dell’unità nazionale con la «quarta guerra di indipendenza» e aspirazioni di potenza, il pieno controllo dell’Adriatico, l’espansione nei Balcani”5. Ma anche un programma impostato sul rinnovato prestigio della monarchia e dell’esercito, sulla difesa della iniziativa privata in campo economico, sul rafforzamento dello stato in senso autoritario, che si incontrava con il progetto politico dei nazionalisti, decisi sostenitori di un programma di espansione imperialistica. Obiettivi tutti condivisi e sollecitati dal re Sciaboletta che dopo aver constatato l’ostilità dei deputati, respinse le dimissioni di Salandra e il Governo presentatosi alla Camera, ottenne quasi senza discussione, pieni poteri (20 maggio).
In realtà, secondo lo Statuto, la Camera era stata chiamata semplicemente a ratificare, anche se a cose ormai fatte, le decisioni del Patto di Londra, frutto della volontà esclusiva del re, di Salandra e di Sonnino. Nonostante l’Italia «reale», rimanesse intimamente contraria o indifferente alla guerra, che non era voluta dalle masse popolari: né dai contadini – tanto quelli organizzati nelle leghe socialiste e cattoliche quanto quelli disorganizzati – né dagli operai dei centri industriali. Ma a fare la guerra saranno chiamati e «coscritti» proprio i contadini che non la volevano: nel maggio del 1917 se ne conteranno nelle trincee ben 2 milioni.
Sottoposti a una ferrea disciplina, con l’applicazione di misure di coercizione e repressione estreme che nel settembre del 1915, l’incapace e inefficiente Generale Cadorna,così specificava: ”Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti e i vigliacchi. Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami, dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale”. Il 23 l’Italia dichiarò una guerra che iniziò il 24, voluta in modo quasi esclusivo dal re, da Salandra e da Sonnino. Di qui la valutazione degli storici: da Salvatorelli a Della Paruta: si trattò di una “larvato colpo di stato”6 .
Ebbe così inizio la gigantesca carneficina. Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle la sua assurdità e insensatezza: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata” 7.
Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come «gesto esemplare» alla D’Annunzio o, cinicamente, come «igiene del mondo» alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

Note bibliografiche
1.Angelo D’Orsi, Il Manifesto del 19-12-2017
2.Guido Salvatorelli, Storia del Novecento, volume III Oscar Mondadori, 1957, pagina 570.
3. Franco Della Paruta, Storia del Novecento, La Mounnier, 1991, pagina 26.
4. Ibidem, pagina 26
5. Ibidem. Pagina 24
6. Ibidem, pagina 28
7. Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna, Ed.Laterza, 2002, pagina 9.