THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

 

THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

di Francesco Casula

L’Amministrazione comunale di Thiesi, in occasione della giornata in ricordo de “S’annu de s’atacu”, mi ha invitato a presentare il mio libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI.

Andrò con piacere e interesse perché Thiesi ha un ruolo centrale e da protagonista nelle lotte antifeudali che si combatteranno in Sardegna, alla fine del Settecento. Ad iniziare dal 1795, quando il notaio Francesco Cilocco, (col notaio Antonio Manca e con l’avvocato Giovanni Falchi, seguaci dell’Angioy) nel mese di novembre

fu inviato dagli Stamenti nel Capo di Sopra, per la pubblicazione e diffusione, nei villaggi, del pregone viceregio del 23 ottobre che contraddice la circolare del governatore di Sassari Santuccio del 12 dello stesso mese, che ordinava di sospendere tutti gli ordini provenienti da Cagliari.

Un vero e proprio tentativo “secessionista” del governatore stesso e dei baroni. che avevano la loro roccaforte proprio a Sassari. “L’invio dei tre commissari, –- secondo la Storia dei torbidi, ripresa dal Manno – è preceduta da una riunione a Cagliari alla quale prendono parte, oltre ai «capi cagliaritani della congiura» anche gli avvocati Mundula e Fadda di Sassari e altri «innovatori» sassaresi. In tale riunione si stabiliscono le linee d’azione per il futuro: mobilitazione dei villaggi del Logudoro, assedio di Sassari, arresto dei reazionari, loro traduzione a Cagliari” 1.

Nonostante il viceré, venuto a conoscenza del piano, cerchi di dissuadere Cilocco dal pubblicare e diffondere il pregone, il Nostro non solo lo pubblica e lo diffonde ma diviene l’anima dei moti, insieme agli altri due commissari, Manca e Falchi, riuscendo a coinvolgere e mobilitare nella sua battaglia antifeudale non solo il popolo (contadini e villici in genere), particolarmente colpito dalla scarsità dei raccolti negli anni 1793-95, ma anche settori della piccola nobiltà e del clero: di qui la partecipazione alle lotte antifeudali di numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri”2 .

Annota inoltre lo storico Girolamo Sotgiu che “direttamente investiti dalla massa degli zappatori affamati, i proprietari coltivatori, che costituiscono l’altro cardine della società rurale, sollecitavano anch’essi la fine del sistema feudale. Anche i proprietari coltivatori erano notevolmente aumentati come aumentata era la produzione complessiva. Ma a questo aumento della produzione non aveva fatto riscontro un aumento del benessere, proprio per gli impedimenti posti dal sistema feudale” 3

Di qui la lotta antifeudale e antibaronale ma anche di liberazione nazionale . Racconta Francesco Sulis che “Il Cilocco nel villaggio di Thiesi intesosi con Don Pietro Flores amico dell’Angioy, da un terrazzo della Casa Flores eccitò quelli popolani a insorgere contro i feudatari; e di subito essi tennero l’invito, ed a furia, con tutta sorta di stromenti percotendo le mura del palazzo feudale, lo rovinarono e l’adequarono al suolo”4.

A Osilo, Sedini e Nulvi, tre centri dell’Anglona i vassalli si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Mentre a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari.

Una lotta che assume però anche caratteri più squisitamente politici, prefigurando in qualche modo un nuovo ordine e una nuova organizzazione sociale, attraverso una trasformazione non violenta dell’assetto esistente. Sempre a Thiesi infatti, il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara, con sindaci, consiglieri, prinzipales, capi famiglia, firmano il primo atto confederativo, cui seguirono nei mesi successivi altri patti d’alleanza. E con esso giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”5 .

I cosiddetti “strumenti di unione” ovvero “patti” fra ville e paesi segnano un salto di qualità della lotta antifeudale, facendole assumere una cifra più squisitamente politica: le federazioni di comunità infatti assurgono al ruolo di soggetto primario, di protagonista fondamentale nell’evoluzione sociale dell’Isola. Esse si moltiplicano e si diffondono in tutto il Sassarese: dopo quelli del 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796 fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. “Il patto – scrive Vittoria Del Piano – vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni” 6.

Lo sbocco di questo ampio movimento, autenticamente rivoluzionario e sociale, perché metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne, fu l’assedio di Sassari. A migliaia – 13 mila secondo le fonti ufficiali e secondo Francesco Sulis, un esercito di contadini armati, proveniente dal Logudoro ma anche dal Meilogu e da paesi più lontani, accorse a Sassari, stringendola d’assedio. Secondo invece lo storico Giuseppe Manno “Sommavano quegli armati a meglio di tremila, non numerando le donne che in copioso numero erano venute anch’esse a guerra, o per assistere i congiunti o per comunione d’odio ed eransi partiti da Osilo, Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Thiesi, Mores, Sedilo, Ploaghe e altri luoghi posti in quelle circostanze” 7.

Il numero di tremila è poco credibile: vista la massiccia e ubiquitaria mobilitazione soprattutto dei paesi del Logudoro e dell’Anglona ma anche del Meilogu. del Goceano e non solo. Il Manno, storico conservatore e filosabaudo, tende a minimizzare e sminuire l’ampiezza, l’organizzazione e la qualità di una lotta di migliaia e migliaia di contadini, uomini e donne, che dopo secoli di rassegnazione, usi a chinare il capo e a curvare la schiena, si ribellano, si armano per dire basta e per porre fine a un duro stato di servitù, di rapina e di sfruttamento inaudito.

Il Manno non è dunque credibile. La sua, più che una Storia della Sardegna è infatti una Storia regia della Sardegna. E non è un caso che il magistrato sassarese Ignazio Esperson nei suoi Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, definisca il Manno “l’antesignano della scuola delle penne partigiane e cortigianesche che vergognano le patrie storie”.

A migliaia, comunque, al di là del numero, a piedi e a cavallo circondarono Sassari, pare al canto di Procurade ‘e moderare, Barones, sa tirannia di Francesco Ignazio Mannu. Così l’esercito dei contadini, guidato dal Cilocco e da Gioachino Mundula, costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. Quindi, mentre il famigerato duca dell’Asinara, il conte d’Ittiri e alcuni feudatari, erano riusciti a scappare precipitosamente in tempo, prima dell’assedio, rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi, Cilocco e Mundula arrestarono il governatore don Antioco Santuccio e l’arcivescovo Giacinto Vincenzo Della Torre, portandoli a Cagliari verso cui si dirigono con 500 uomini armati.

Gli Stamenti d’accordo col viceré, per porre rimedio alla piega, secondo loro pericolosa e “sovversiva” che avevano preso gli avvenimenti, inviarono loro incontro altri tre commissari, che li raggiunsero con un manipolo di guardie il 4 gennaio 1796 a Oristano, ed ingiunsero loro dì liberare gli ostaggi e rimandare ai villaggi d’origine i loro uomini, nel frattempo ridottisi di numero. Ad un primo rifiuto, due giorni dopo, a Sardara, i commissari viceregi risposero con un atto di forza. Cilocco, per paura di essere arrestato, consegna il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre ai tre inviati del vicerè : l’avvocato Ignazio Musso, l’abate Raffaele Ledà e Efisio Luigi Pintor Sirigu, ex democratico, uno dei protagonisti della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794, ma ormai “pentito” e da vero e proprio voltagabbana, rientrato, opportunisticamente, in cambio di onori, uffizi e privilegi, nell’alveo filo sabaudo.

Era il segnale della svolta moderata che stava maturando negli Stamenti e che avrebbe di lì a poco provocato anche la caduta di Angioy: si concludeva infatti così quella che, a posteriori, sarebbe apparsa come la prova generale della sfortunata marcia di G. M. Angioy.

Thiesi sarà ancora protagonista nel 1800, quando contro la cittadina del Meilogu si scatenerà la vendetta dei tiranni sabaudi,come nel 1896 si era scatenata contro Bono, il paese natale di Giovanni Maria Angioy.

A descriverla è con Giovanna Colombo è Salvatore Tanca, attuale Assessore comunale alla cultura:” Dopo il suo insediamento, il conte di Moriana iniziò una serie di visite ai villaggi rendendosi conto dello stato di miseria dei vassalli e della opprimente vessazione dei feudatari. Emanò cosi un pregone dettando norme sulle modalità da seguire nella riscossione dei tributi, con lo scopo di tranquillizzare le popolazioni e placare gli abusi dei baroni. I feudatari però si rifiutarono di dare applicazione al pregone viceregio. In questa situazione si distinse il Duca Manca che ordinò ai suoi agenti di riscuotere tutti i diritti, legali e non, presenti e passati. I vassalli tiesini, istigati dai sacerdoti, si rifiutarono di sottostare a questo  nuovo arbitrio del Duca e la notte tra il 22 e il 23 settembre organizzarono una manifestazione di protesta davanti alla casa del sindaco chiedendo un suo intervento contro le pretese del duca. Il giorno seguente il sindaco informò il Vicerè dei fatti accaduti, confermando la ferma determinazione del popolo di rifiutarsi di pagare i diritti signorili. Il conte di Moriana convocò immediatamente a Sassari il sindaco ed il consiglio comunicativo e promise alla delegazione che sarebbe intervenuto contro il Duca dell’Asinara. I tiesini, che avevano aspettato in armi e sul piede di guerra il ritorno dei loro delegati, venuti a conoscenza delle promesse del governatore non se ne convinsero e si persuasero che qualcosa di losco si stava tramando alle loro spalle, perciò si tennero pronti ad ogni evenienza, consapevoli che dati i loro trascorsi non l’avrebbero fatta franca. I loro timori si dimostrarono fondati: in una lettera inviata da Sassari dallo studente Schintu di Bessude, il sacerdote don Antonio Sanna  fu informato che il governatore stava segretamente organizzando una spedizione punitiva contro Thiesi e che gli armati sarebbero giunti il 6 ottobre, con il compito di distruggere ed annientare il villaggio. Il contenuto della lettera si diffuse anche ai villaggi vicini e si iniziarono ad approntare le fortificazioni e ad organizzare la resistenza. Bessude inviò 150 armati, Banari  altri 150. Tiesi riuscì ad organizzare 500 uomini. A difesa del villaggio si trovarono quindi 800 uomini armati. Il conte di Moriana aveva affidato il comando della spedizione al cav. Grondona e segretamente aveva inviato un rapporto a tutti i capitani dei miliziani del capo di sopra perché si mettessero in marcia verso Thiesi, informandoli anche che avrebbe concesso amnistia a tutti quei banditi che avessero partecipato.  L’armata partì da Sassari alle 19:30 del 5 ottobre 1800, per tutta la notte accorse gente in armi verso il punto di concentramento. Sul far dell’alba si ritrovarono in 1500, in massima parte banditi aggregatisi alle truppe regolari con l’illusione dell’amnistia. Verso le sette del mattino del giorno 6 ottobre si mossero verso Thiesi. Il paese, difeso da 800 uomini, si preparò ad impedire il saccheggio con ogni mezzo. Tra i difensori ci fu anche il ferraiolo Mastro Francesco Angelo Santoru (Mastr’Anghelu) che, nonostante avesse le gambe paralizzate e si muovesse su una sedia a braccioli, volle partecipare all’impresa mettendo a disposizione le sue doti di tiratore scelto. Appostato sul campanile attese il nemico con l’odio nel cuore, pronto al segnale. Il Grondona, fece rullare i tamburi per intimare la resa, ma i villici risposero con una fragorosa salve di fichi e insulti. Fu quello, l’inizio delle ostilità. Le truppe inferocite si scagliarono contro i trinceramenti tiesini. I piani del Grondona furono messi a dura prova a causa del fuoco che gli giungeva alle spalle ad opera di una pattuglia di venticinque cheremulesi accorsi in aiuto. Il Grondona, preso di mira da Mastr’Anghelu, fu lievemente ferito alla spalla (S’archibusada de Mastr’Anghelu). Il contrattacco fu immediato, selvaggio e violento, i villici, caduta ogni speranza di difesa, si rifugiarono nelle case e nella chiesa parrocchiale continuando la sparatoria. In breve il villaggio venne però inondato da uomini inferociti che saccheggiarono le case e appiccarono un fuoco che si spinse verso il centro. I tiesini non sembravano volersi fermare. Alcuni sostennero dal campanile un fuoco vivissimo per ore, ma alla fine furono costretti ad aprire le porte della chiesa e a consegnare i fucili. Furono arrestati in ventitre. Le truppe regolari cessata la resistenza si ritirarono verso Sassari lasciando però il paese in mano ai banditi arruolati per l’occasione, i quali sfondarono gli usci delle case, razziarono tutto ciò che era possibile razziare, usarono violenza sulle donne che cercarono di difendersi con bastoni e spiedi. Tutto il villaggio fu tristemente ammantato di lutto, non solo per le violenze e per le grassazioni subite ma anche e specialmente perché nell’eccidio perdettero la vita 14 persone, 34 rimasero ferite (due di queste morirono nei giorni seguenti) e furono incendiate quasi totalmente 18 abitazioni.   Mentre Thiesi seppelliva i suoi morti, il conte di Moriana nominava un consiglio di guerra per giudicare i responsabili della resistenza del 6 ottobre. Tutto il clero di Thiesi coinvolto nello scandalo venne completamente scagionato, diversa fu la sorte per alcuni dei villici arrestati, che furono impiccati il 27 febbraio 1801 sulle forche di “Mesu e Giagas”, altri ancora furono condannati alla galera. Molti si dettero alla macchia. Ad un anno circa dai moti rivoluzionari, il Re Carlo Emanuele IV concesse ampia amnistia ai capi rivoluzionari ancora latitanti. Ma questi, poco convinti dell’atto di clemenza rimasero uccel di bosco, vagando per tutta la Sardegna e vivendo del commercio di derrate alimentari. Fu in questo periodo che iniziarono le prime intraprese commerciali dei tiesini. Si chiude cosi un tristissimo capitolo di storia che a Thiesi è costato tanto sangue e le cui conseguenze i paesani si trascineranno a dosso per molti anni. Il 28 ottobre 1802, maledetto dalle popolazioni del Logudoro, moriva a Sassari il carnefice di Thiesi conte di Moriana, mentre il 16 gennaio 1805, pare per un indigestione di tordi, morì l’arrogante Don Antonio Manca, Duca dell’Asinara e signore di Thiesi, chiudendo cosi la pagina più triste della storia del nostro paese” 8.

 

Note bibliografiche

  1. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 155.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 846.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, (1720-1847), Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 193.
  4. Francesco Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino 1857, pagina 64.
  5. Luigi Berlinguer, Alcuni documenti sul moto antifeudale sardo del 1795-96, in AA.VV., La Sardegna del Risorgimento, Ed. Gallizzi, Sassari, 1962, pagine 123-124.
  6. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– op. cit., pagina 156.
  7. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna-Dall’anno 1773 al 1799, a cura di Antonello Mattone, Ilisso edizioni, Nuoro 1998, pagina 294.

8.Salvatore Tanca-Giovanna Colombo, Meilogu Notizie.net 06/10/2015,

 

Libri e Scritti di Francesco Casula

Libri e Scritti di Francesco Casula

1. PUBBLICAZIONI in lingua sarda*

1) “Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’ GLU’” Alfa Editrice, Quartu, Maggio 2003.
2)“Contos de sabidoria mediterranea” ,Alfa editrice, Quartu Aprile 2004
3)”Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004
4 )” Paristorias a supra de sos nuraghes”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004.
Ha inoltre pubblicato 11 monografie in lingua sarda per la collana “Omines e feminas de gabbale”, Uomini illustri sardi, sempre per la Casa editrice Alfa di Quartu . Eccole:
1. Gratzia Deledda, , Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2006
2. Leonora d’Arborea, Alfa editrice, Quartu (Ca) , Giugno 2006
3. Antonio Simon Mossa, Alfa Editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
4. Antonio Gramsci (coautore Matteo Porru), Alfa editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
5. Amsicora (coautore Amos Cardia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Aprile 2007
6. Giovanni M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Aprile 2007
7. Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Giugno 2007
8. Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2008
9. Giuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), Alfa editrice, Quartu(Ca), Maggio 2008
10. Antioco Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009
11. Grazia Dore, Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009.

PUBBLICAZIONI in Lingua italiana
? Statuto sardo e dintorni, Artigianarte editore, Cagliari 2001.
? Storia dell’autonomia in Sardegna, Grafica del Parteolla, Dolianova 2009.
? La poesia satirica in Sardegna,Della Torre editrice, Cagliari, 2010 (di cui ha scritto la parte riguardante la Poesia satirica campidanese).
? Uomini e donne di Sardegna- Le controstorie, Alfa editrice, Quartu, 2010.
?La Lingua sarda e l’insegnamento a scuola, Alfa editrice, Quartu, 2010.
? Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011.
?Letteratura e civiltà della Sardegna, 2 volumi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011-2013
?Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, Alfa Eitrice, Quartu, 2015.
?Carlo Felice e i tiranni sabaudi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2016.

Ha inoltre scritto
1.il saggio Questione Sarda” (di cui è coautore) edizione dps Cagliari 1979;
2.il saggio Autodecisione e Federalismo “ (apparso su Ichnusa di gennaio-marzo/1985);
3.il saggio “ Identità, Lingua, Omologazione “ (apparso in Società Sarda, 1° quadrimestre 1999, edizione castello);
4.il saggio “Una politica nuova?” (apparso in L’ora dei Sardi, a cura di Salvatore Cubeddu, Fondazione Sardinia editore, Cagliari 1999
5.il saggio “ Gramsci e la lingua sarda “ apparso in “Gramsci e la cultura sarda”, ed. CUEC, Cagliari, Gennaio 2001.
6.Il saggio di storia “Statuto sardo e dintorni” Ed. Artigianarte, Cagliari, Luglio 2001:7.
7.Il saggio “Statuto, Nazione Identità” apparso nel Periodico dell’Associazione tra gli ex Consiglieri regionali della Sardegna “PRESENTE E FUTURO”, Novembre 2001.
8.Il saggio “I Kurdi, un popolo senza stato, senza diritti, cancellato dalla storia” apparso nel volume “La Questione kurda nell’Europa dei popoli e dei diritti” a cura di Maggio, Setzu, Calledda, Cuec editore, Cagliari 2003;
9.Il saggio “Lingua e cultura sarda nella storia e oggi” pubblicato nel volume “Pro un’iscola prus sarda” Atti del Convegno di Arborea (Or) CUEC editore, Cagliari Ottobre 2004, a cura dell’IRRE Sardegna;
10.Il Saggio “In Antonio Simon Mossa la Lingua sarda come strumento di liberazione nazionale” apparso nel volume “Antonio Simon Mossa- Dall’utopia al progetto” Condaghes editore Cagliari 2004;
12.Il saggio “Il Federalismo di Lussu” apparso in “Emilio Lussu, trent’anni dopo”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2006;
13.Il saggio “Identità e dintorni” apparso su “Sardegna, seminario sull’Identità” a cura di Angioni,Bachis, Caltagirone, Cossu, University press, antropologia, CUEC editore, Cagliari 2007;
14.Il saggio sull’Identità “Fatto nuovo” apparso in “Cartas de logu- Scrittori sardi allo specchio” Cuec editore, Cagliari 2007.
15. Il saggio Semus totus pastores apparso nella Rivista Camineras, Edizioni Condaghes, maggio 2011, Cagliari.

Ha scritto inoltre la prefazione:
-al romanzo di Claudio De Murtas: “Via dei Misteri Gloriosi“ ed. Todariana Milano 1989;
-al romanzo di Vincenzo Mereu “Messi d’oro sulle colline“ ed. Contendium, Cagliari 1999;
-al saggio di Pietro Manunta su “ l’Emigrazione Sarda negli anni 80 “ ed. Società Poligrafica Sarda Cagliari 1998;
-alla raccolta di poesie bilingui “per Gramsci“ ed. Artigianarte Cagliari 1999;
-alla Silloge in lingua sarda “ Quartinas “ di Aldo Puddu ed. Solinas – Nuoro;
alla Raccolta di poesie di Luigi Murtas “L’orma oltre la siepe” Cocco Edizioni, Cagliari Aprile 2001;
-Al volume “Colori e sapori, la cultura tradizionale delle erbe in Sardegna”, Arte Grafiche Pisano, Cagliatri 2002;
-Al Romanzo “Balente” di Antonello Guiso, Artigianarte editrice, Cagliari Febbraio 2002;
-Alla Raccolta di poesie in Limba (Nelle varianti logudorese e campidanese) “Lugore de luna”, di Maddalena Frau, ed. La Neby, Sanluri , Aprile 2002;
-A ”Su conilliu beffianu” (Alfa Editrice, Quartu Settembre 2004) raccolta di “Contos” dello scrittore bilingue Franco Carlini, vincitore del Premio Grazia Deledda;
-A “Sas meravillas di Don Bosco” (Ed. Effedi Informatica di Sanluri, 2005) raccolta di poesie in onore di Don Bosco, di Maddalena Frau;
-A “Is Pregadorias antigas”, a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi in lingua sarda arborense dell’800, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2006;
– Ha scritto due micro saggi in “Escalaplano e la poesia” (1° volume), Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2006;
-A “Is Pregadorias antigas” a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi dell’800 in lingua sarda campidanese, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova 2007.
-A “Il sardismo di ieri e di oggi” di Italo Ortu, Alfa editrice, Quartu Marzo 2007.
-A Rivoluzionari in sottana, di Massimo Pistis, Ed. Albatros-Il Filo, Roma, 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (2° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (3° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2010.
– A Escalaplano e la poesia, (4° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2011.
– A Is pregadorias antigas, Comune di Monserrato a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2010.
– A Arbus terra di carri e di buoi di Francesco Ventaglio, Ed. Il mio libro.it, Roma, 2011;
– Alla silloge poetica Tramas de seda di Maddalena Frau, Ed. La Riflessione di Davide Zedda, Cagliari , 2011.
-Alla silloge poetica SCURIGAT di Rosanna Podda, Cagliari 2013.
– Alla favola SARDUS PATER di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu Sant’Elena, 2013
– Alla silloge poetica Petali di cuore di Alessandra Porru, Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova, 2014.
– A Sardegna di Pantaleo Ledda (Almanacco per ragazzi del 1924-Edizione Anastatica dall’originale) E.P.D’O, Oristano 2014.
– Al libro Karen d’Irlanda di Mimmo Corvetto, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2015.
– Alla silloge poetica Undas di Maddalena Frau, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2016.
– Al libro Le belle fiabe della vita di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu, 2016.
– Alla Silloge poetica L’anima del tempo di Maria Cau, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Alla Silloge poetica Pani de miniera, di Marinella Sestu, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Al romanzo Santu Miali di Antonio Cogoni, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.
– Alla silloge poetica in lingua sarda Piscadori de cultura di Pasquale Sanna, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.

Intervista

Intervista sull’Indipendentismo e dintorni
A cura di Francesco Casula

fcasula45

Dani Morgan, una ricercatrice boliviana, che sta facendo il dottorato a Cagliari sul tema dell’Indipendentismo sardo, mi ha intervistato. Ecco, di seguito le sue domande con le relative mie risposte.

1.Perchè professor Francesco Casula, essere indipendentista? 

Risposta
L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali, Consiglio regionale compreso. E certo si può convenire e dissentire. Una cosa però occorre affermare con nettezza: il diritto alla Autodeterminazione dei popoli – e dunque alla Indipendenza e persino alla secessione e separazione – è garantito dal Diritto e da tutte le Convenzioni internazionali. Con buona pace della stessa Costituzione italiana che prevede la repubblica “una e indivisibile”. E anche con buona pace dell’ordinamento giuridico italiano liberticida secondo cui la “secessione” è addirittura un reato (art. 241, Attentati contro la integrità, l’indipendenza o l’unita’ dello Stato) da punire con la reclusione non inferiore a dodici anni.
Del resto, il diritto alla “secessione” è stato praticato negli ultimi decenni – per limitarci solo al Vecchio Continente – da decine di popoli europei, dando vita a nuovi stati con la disgregazione dell’URSS e della Iugoslavia; con la “separazione” della Slovacchia dalla repubblica Ceca ecc.
Il diritto all’autodeterminazione e dunque all’indipendenza del popolo sardo si fonda sul suo essere “nazione”; ovvero sulla sua storia, diversa e dissonante rispetto alla coeva storia italiana. Ed anche europea. Storia che incardina la sua specifica identità culturale e linguistica che non può essere sciolta e dispersa – come fino ad oggi è successo – nel calderone della “italianità”.
La Sardegna è entrata nell’orbita italiana nel 1720 , quando per un “baratto di guerra”, l’Isola passa dalla Spagna al Piemonte. Ritrovandosi una provincia di uno staterello ottuso e famelico, specie dopo la rinuncia all’Autonomia stamentaria nel 1847.
Oggi è arrivato il momento storico di riprenderci la nostra indipendenza nazionale persa.
Perché?
Perché anche, per non dire soprattutto, dopo la cosiddetta Unità d’Italia, la nostra Isola viene considerata, trattata e utilizzata dallo Stato Italiano come una colonia d’oltremare, una colonia interna, in cui alloccare industrie nere e inquinanti (segnatamente quelle petrolchimiche) e stazione di servizio per basi e servitù militari.
L’onere militare che grava sulla Sardegna è enorme: a ribadirlo recentemente è stato lo stesso Presidente della Regione sarda Francesco Pigliaru secondo cui la Sardegna “contribuisce per oltre il 60% del totale nazionale, in termini di presenza militare e gravami, con una popolazione pari al 2%”.
I numeri parlano chiaro: nell’Isola sono oltre 35.000 gli ettari di territorio sotto vincolo di servitù militare. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20.000 chilometri quadrati, una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna. Sull’isola ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). Si tratta di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato. Il poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu (nella Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca (costa occidentale) ne occupa oltre 1.400.
Insomma un’Isola militarizzata. Con enormi porzioni del suo territorio sottratte all’uso civile. Alla coltivazione. Inquinati delle esercitazioni militari con l’utilizzo dell’uranio impoverito, causa di morti per tumore e di malformazioni, per gli umani e gli animali.
Ma la Sardegna non è solo una colonia interna dell’Italia ma anche una “nazione oppressa”, “proibita”, “non riconosciuta” dallo Stato Italiano, emarginata dalla storia, insieme a tutte le altre minoranze etniche del mondo. In Europa al pari dei Baschi, Catalani, Bretoni, Occitani, Irlandesi ecc. Contro cui è ancora in atto un pericolosissimo processo di “genocidio” soprattutto culturale ma anche politico e sociale. Si tratta di “minoranze” che – ha scritto Antonio Simon Mossa, il grande teorico Algherese dell’Indipendentismo sardo moderno – “l’imperiale geometria delle capitali europee vorrebbe ammutolire”.
La Sardegna ha infatti una precisa identità etno-nazionale: per la sua storia; la sua lingua millenaria (per secoli, durante i regni Giudicali, lingua ufficiale e “cancelleresca”), nata secoli e secoli prima dell’Italiano; le sue tradizioni e la sua civiltà.

1. Come definisce l’Autonomia? In che modo è diversa da altri concetti come Federalismo, e Indipendenza?

Risposta
1. Autonomia.
La visione autonomistica dello Stato, è ancora tutta dentro l’ottica dello Stato unitario e centralista – così come in buona sostanza è ancora disegnato dalla Costituzione repubblicana, – che al massimo può dislocare territorialmente spezzoni di potere nella “periferia” o, più semplicemente può prevedere il decentramento amministrativo e concedere deleghe parziali alla Regione, che comunque in questo modo continua ad esercitare una funzione di “scarico”, continua ad essere utilizzata come un terminale di politiche sostanzialmente decise e gestite dal potere centrale; che vede il rapporto Stato-Sardegna in termini asimettrici, di pura e semplice dipendenza, che prefigura da un lato l’accettazione di uno Stato coinvolgente e ancora totalizzante – nonostante qualche timido tentativo di “dimagrimento” – dall’altro la concessione di uno spazio di gestione amministrativa e politica del tutto ininfluente. Insomma, uno scambio ineguale, che pone la Regione in uno stato di marcata inferiorità.
2. Federalismo.
Scrive Emilio Lussu in un saggio del 1933, pubblicato nel n. 6 di «Giustizia e Libertà»: ”Frequentemente accade di parlare con uno che riteniamo federalista perché si professa autonomista e scopriamo invece, che è unitario con tendenze al decentramento”.
E precisa: ”Ora la differenza essenziale fra decentramento e federalismo consiste nel fatto che per il primo la sovranità è unica ed è posta negli organi centrali dello Stato ed è delegata quando è esercitata dalla periferia; per l’altro è invece divisa fra Stato federale e Stati particolari e ognuno la esercita di pieno diritto”.
Quando Lussu parla di sovranità “divisa” fra Stato federale e Stati particolari – o meglio federati, aggiungo io – di “frazionamento della sovranità”, pensa quindi alla rottura e alla disarticolazione dello stato unitario “nazionale” che deve dar luogo a una forma nuova di Stato di Stati, in cui “per Stati non si intendono più gli Stati nazionali degradati da Enti sovrani a parti di uno stato più grande, ma parte o territori dello stato grande elevati al rango di stati membri”: l’intera frase virgolettata è tratta da «Federalismo” di Norberto Bobbio, “Introduzione a Silvio Trentin».
In questa visione federalista il potere sovrano originario e non derivato spetta a più Enti, a più Stati e perciò scompare la sovranità di un unico centro, di un unico potere e soggetto singolare per far capo a più soggetti e poteri plurali. In questa visione la Regione cessa di essere la rappresentanza in sede regionale e periferica dell’Amministrazione statale per diventare l’Ente esponenziale della Comunità sarda.
3. Indipendenza.
Per Sardegna sovrana e indipendente intendo il suo diritto e la sua possibilità e capacità di realizzare l’Autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, nei settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di decidere in piena sovranità e autonomia.
Porre in questi termini la questione della Nazione sarda, significa a mio parere, pensare alla creazione di un nuovo Stato, separato dallo Stato italiano, in cui storicamente è stato incorporato.
Separazione che non significa isolamento e chiusura in se stesso, e neppure che, in prospettiva, possa rifiutare superiori livelli, anche istituzionali, di integrazione e di interdipendenza, necessari oggi per affrontare i problemi socio-economici, a dimensione continentale e mondiale, connessi:
⦁ alla diffusione delle nuove tecnologie e alla globalizzazione dell’economia e dei mercati;
⦁ al crescente grado di interdipendenza e di integrazione raggiunto dall’economia dei singoli paesi e delle singole aree e regioni;
⦁ al carattere europeo e internazionale assunto dai flussi e dallo scambio di materie prime, di prodotti manufatti, di tecnologie e di capitali;
⦁ all’importanza soverchiante che in tali condizioni acquistano le economie su scala e le imprese che non producono solo per il mercato locale ma per mercati più ampi e lontani.

3.Quando, secondo lei, è nata la questione sarda? Perché è nata?

Risposta
La paternità dell’espressione “Questione sarda” si deve a Gian Battista Tuveri. Intellettuale, politico e scrittore sardo repubblicano, federalista democratico e progressista.
La sua notorietà ebbe inizio ai primi del 1848, in seguito agli avvenimenti succedutisi alla fusione con il Piemonte, con l’abolizione degli antichi istituti autonomi del Regnum Sardiniae e con la concessione dello Statuto Albertino: il Tuveri fu tra coloro che considerarono quelle decisioni – e prima ancora la legge “delle chiudende” e l’abolizione dei diritti feudali – gravi errori che avrebbero aggravato le condizioni economiche e sociali della Sardegna, provocando la rovina del mondo agro-pastorale. Di qui la critica implacabile contro la politica accentratrice e colonialista del Piemonte, di cui la Sardegna “era diventata una fattoria, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.
Con questa espressione si vuole reclamare l’attenzione della politica statale sulle difficoltà dell’Isola, promuovendo il riscatto della Sardegna e del popolo sardo contro uno stato centralista e oppressivo. Che tale sarà soprattutto dopo l’Unità d’Italia.
Questa infatti si risolverà sostanzialmente nella “piemontesizzazione” della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud, (il blocco storico gramsciano ), sostenuti dagli inglesi (che con la Massoneria finanzieranno la cosiddetta “Impresa dei Mille di Garibaldi” e la conquista del sud.
Una Unità realizzata contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.
C’è di più: si realizzerà un’unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del pensiero della gran parte degli intellettuali italiani che durante il “Risorgimento” e dopo furono federalisti e non unitaristi: come appunto Tuveri.
La politica del nuovo stato unitario, centralista e statalista produrrà in Sardegna la devastazione dell’economia, soprattutto dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia nel 1887.
4.Quali sono i principali problemi economici e politici che riguardano la Sardegna?
Risposta
A livello economico:
la Sardegna è caratterizzata dalla “dipendenza” e dallo “scambio ineguale”: importa prodotti (finiti), ad alto valore aggiunto, ed esporta materie prime e prodotti (semilavorati) a basso valore aggiunto: in questo scambio “ineguale” si impoverisce sempre di più, arricchendo, di contro il Nord o comunque i Paesi dove le sue risorse si dirigono. Questo meccanismo ha operato soprattutto nel periodo della cosiddetta industrializzazione petrolchimica.
Con la crisi e la fine della industrializzazione si è chiuso un ciclo più che quarantennale, fatto di promesse ma anche di illusioni programmatorie e petrolchimiche, che ha lasciato in Sardegna, un cimitero di ruderi industriali ma soprattutto disoccupazione, malessere, inquinamento, spopolamento e nuova emigrazione: questa volta di qualità, non come negli anni ’60, dequalificata e generica. Ad abbandonare la Sardegna sono infatti viepiù giovani laureati: risorse preziosissime che potrebbero, qui in Sardegna, mettere a disposizione le loro professionalità e competenze per la ricerca e l’innovazione e che invece sono costretti a emigrare.
Lo spopolamento è certamente uno dei problemi più gravi e acuti che pur già in atto, rischia di diventare drammatico nel prossimo futuro: a causa della crisi, specie occupazionale, dei giovani in particolare. Ma anche perché lo Stato progressivamente sta liquidando tutti i servizi sociali (dalle Scuole alle Poste, agli Ospedali, ecc.).
Con lo spopolamento – che afferisce soprattutto alla Sardegna “interna”, l’Isola rischia di ridursi a una ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.
Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione.
Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti.
Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna.
Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”.
Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile, prima ancora che economica e sociale.
Altro gravissimo problema è quello dei trasporti interni (abbiamo ancora in monobinario per le ferrovie!) e soprattutto esterni, con l’Italia e gli altri Stati. Nonostante la retorica del potere politico statale e regionale, che da decenni strombazzano la “continuità territoriale”, questa è ancora di là da venire.
A livello politico:
La Sardegna è ugualmente caratterizzata dalla “dipendenza”. I partiti italiani in Sardegna rappresentano e costituiscono delle succursali dei Partiti statali e rispondono non ai bisogni dei Sardi ma agli ordini dei loro gerarchi romani, milanesi ecc.
Per utilizzare il lessico di Francesco Masala – il nostro più grande poeta etnico – i Partiti italiani nell’Isola altro non sono che “le la filiali isolane della fabbrica politica italiota, che si limitano a importare nell’Isola i manufatti politici prodotti in Continente: insomma una grave forma di centralismo burocratico, di colonialismo politico-culturale, senza nessun approfondimento né della Questione sarda né della grande lezione del sardismo lussiano”.
Costruire un’alternativa all’insieme della partitocrazia italiota – sostanzialmente il progetto di AutodetermiNatzione – è dunque urgente e necessario per la liberazione nazionale e sociale della Sardegna, iniziando a “rompere” la dipendenza politica ma anche economica e culturale-linguistica.

5.Quali sono stati i principali ostacoli per il movimento indipendentista?

Risposta
Sono soprattutto di ordine culturale. Ma anche psicologico.
Secoli di colonialismo culturale e linguistico hanno dessardizzato e snazionalizzato i Sardi. Per annichilire l’identità etno-nazionale dei Sardi è in atto – secondo Simon Mossa, il moderno teorico dell’Indipendentismo sardo – “un processo forzato di integrazione che minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica, anche con la complicità di molti sardi che si lasciano comprare”. Uno degli elementi che per Simon Mossa devasta maggiormente l’Identità di un popolo è l’attacco alla cultura e alla lingua locale: in Sardegna dunque il divieto e la proibizione della cultura e della lingua sarda, segnatamente dell’uso pubblico del Sardo.
L’ideologo nazionalitario e indipendentista sa bene che un popolo senza Identità, in specie culturale e linguistica, è destinato a “morire”: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna. I fenomeni di lacerazione del tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica”
Il pretesto e l’alibi di tale “genocidio” è stato – ed è – che occorreva (occorre) trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” – per noi Sardi “barbaricino” – le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico-culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale, considerata ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti – a omologare in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, dell’universalità cosmopolita e scientista, le etnie marginali e con esse le loro differenze, in quanto portatrici di codici “altri”, scomodi e renitenti, ossia reverdes (ribelli).
Cancellata la nostra storia, recisa la nostra lingua (ad iniziare dalla Scuola ufficiale dello stato italiano), senza più difese, è più facile dominarci e assoggettarsi anche psicologicamente, azzerando la nostra autostima e, facendoci credere che solo dall’Italia e da fuori, possiamo aspettare la nostra liberazione. Perché da soli, da noi stessi non possiamo avere garantita neppure la nostra esistenza e la nostra vita.
Si sentono persino simili piacevolezze: se diventiamo “indipendenti” e ci separiamo dall’Italia, chi potrebbe garantire le nostre pensioni?

6.Perché pensa che i partiti italiani abbiano avuto più successo in Sardegna rispetto al movimento indipendentista?

Risposta
Perché detengono da sempre il potere. Non solo quello politico, burocratico e amministrativo ma quello culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.
Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavo (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende, mance e dunque nelle elezioni raccolgono il consenso popolare.
Inoltre posseggono ingenti risorse economiche e finanziarie provenienti non solo dai plurimi finanziamenti pubblici ma da sostegni privati (spesso illegali, con le tangenti).
Si sono sostanzialmente “impadroniti” dei grandi mezzi di comunicazione di massa: grandi Quotidiani e Giornali, TV, pubbliche e private: attraverso di essi condizionano e indirizzano l’opinione pubblica e il consenso elettorale.

7.Qual sarebbe la strategia migliore per avanzare la questione dell’indipendenza a livello popolare? Come cercare di coinvolgere i Sardi che si sentono emarginati?

Risposta
Attraverso una capillare, ubiquitaria e diffusa controinformazione culturale e politica: senza limitarsi ad agitare al vento facili slogan o discorsi che non riescono a far muovere i mulini per macinare grano.
L’importante sarà fare le cose non limitarsi a denunciarle, sperimentare e non solo predicare, praticare l’obiettivo, praticare scampoli di indipendenza e non aspettare l’ora x in cui questa si raggiungerebbe.
L’importante è incrociare la gente, i lavoratori, i giovani, costruire trame che organizzino e compattino i soggetti sui bisogni, gli interessi, la crescita culturale e civica, favorendo l’autorganizzazione dei cittadini e il protagonismo sociale, i contropoteri polari.
Ma soprattutto occorrerà che gli Indipendentisti si diano una “visione”, una cultura alta e “altra”. Con la valorizzazione e l’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirsi e guardare al futuro e non per rifugiarsi nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici basati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali. Convinti e consapevoli che la standardizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Omologazione che annulla progressivamente le specificità: ibernandole nella bara della tecnica, del calcolo economico, del mercato, della mercificazione.
8.Pensa che l’Unione Europea abbia un ruolo da svolgere nelle lotte per l’autodeterminazione? Come descriverebbe la posizione della Sardegna in Europa? 

Risposta
L’attuale Unione Europea è nemica dei popoli che nel Vecchio Continente si battono per l’Autodeterminazione e per l’indipendenza: basti pensare alla sua posizione nei confronti dei Catalani.
La UE è oggi l’Europa degli Stati (anzi degli Stati forti, ad iniziare dalla Germania) non dei popoli. E’ l’Europa delle banche, della finanza, delle multinazionali, dei burocrati e autocrati. E’ un’Europa anti sociale e antidemocratica, egoista e antisolidarista, da cui niente c’è da aspettarsi.
Occorre dunque battersi per un’Europa radicalmente diversa: democratica, sociale, solidale, ecologica, aperta; un’Europa dei diritti: sociali oltre che civili. Che metta al primo posto, valorizzandole, le identità peculiari dei popoli: ad iniziare dalle loro lingue native.
All’interno di questa Europa rinnovata completamente la Sardegna entrerebbe a pieno diritto, con la sua storia, le sue tradizioni, le sue produzioni materiali e immateriali. Per dare e ricevere. Confrontandosi. Contaminandosi. Arricchendosi.

9.Pensa che la questione della lingua sia una parte indispensabile per la lotta per l’indipendenza?

Risposta
Certamente sì. Il già citato Francesco Masala era solito affermare che: A unu populu nche li podes moer totu e sighit a bivere, ma si nche li moes sa limba si nche si nche morit (a un popolo puoi togliere tutto e continua a vivere, ma se gli togli la lingua , muore).
La nostra lingua, il sardo è infatti la più forte ed essenziale componente del nostro patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, e sta a fondamento dell’identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazione e come popolo. Essa affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea.
Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione. Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché,: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato e mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.

10.Qual è’ lo scopo principale del Progetto Autodeterminazione? In che senso rappresenta un nuovo capitolo per il movimento sardo?

Risposta
Lo scopo di Autodeterminatzione con relativi obiettivi e finalità sono emblematicamente sintetizzati dal simbolo e, soprattutto, dalla scritta.
Come simbolo ha scelto unu carrabusu (uno scarabeo) il simpatico animaletto che dovrebbe insieme significare la Rinascita e avere il ruolo di innetare e limpiare su logu (ripulire e mondare il luogo): ovvero quella Sardegna imbruttata, inquinata, devastata da un industrialismo perverso.
Ancor più simbolica la scritta:AutodetermiNatzione: una scritta politica prima ancora che elettorale. Prefigurante e polisenso. Con una pluralità di significati. Tutti convergenti. Con l’«Auto» (dal greco αὐτός) che evoca ed esprime, autodifesa, autocoscienza, autoconsapevolezza, autostima. Ma soprattutto fare da sé, con i propri mezzi, con le proprie forze. A significare che la liberazione della Sardegna dipende solo da noi Sardi. Non da qualche “Salvatore” o “Gigante” esterno. Di cui occorre sempre diffidare (Timeo Danaos et dona ferentes!-Temo i Greci anche quando portano doni). Anche quando promettono oro argento e mirra. Come fanno sempre in occasione delle elezioni i Partiti italiani. Perchè furat chie benit dae su mare!-Ruba chi viene dal mare) Storicamente. Sono sempre venuti per depredarci, conquistarci, occuparci, dominarci.
La liberazione non potrà venire dai Partiti politici italiani (de destra, di sinistra di centro) che in Sardegna si configurano semplicemente come succursali dei Partiti centralisti continentali, da cui ricevono ordini e programmi, confezionati fuori dall’Isola e, quasi sempre, contro gli interessi dell’Isola stessa. Di qui la scelta di Autodeterminatzione di porsi contro e in alternativa ai Partiti italiani.
Ad «Auto» si aggiunge Determinazione: Ad indicare tutta la forza, la voglia, la risoluta volontà con cui l’aggregazione si prefigge di perseguire l’obiettivo. Nel termine «AutodetermiNatzione» è incorporata «Natzione». Ovvero lo status della Sardegna: in virtù della sua storia, lingua, cultura, tradizioni. Uno status oggi prevalentemente “virtuale”, in fieri. Che per i protagonisti di AutodetermiNatzione occorre che diventi “fattuale”: con lo Stato. Con l’Indipendenza. Attraverso un progetto. Un percorso. Un processo. Una strategia.
Si tratta di un obiettivo ambizioso e di prospettiva. Di cui l’alleanza elettorale dovrebbe essere un primo passo. Inutile dire che condizione necessaria per avviare e costruire il processo di indipendenza dovrà essere il passaggio di AutodetermiNatzione da alleanza elettorale ad alleanza politica, più vasta e corposa, che si dia precisi obiettivi di programma, al di là e oltre le elezioni. Senza limitarsi – lo ripeto – ad agitare al vento facili slogan o discorsi che non riescono a far muovere i mulini per macinare grano.
L’importante sarà fare le cose non limitarsi a denunciarle, sperimentare e non solo predicare, praticare l’obiettivo, praticare scampoli di indipendenza e non aspettare l’ora x in cui questa si raggiungerebbe. L’importante è incrociare la gente, i lavoratori, i giovani, costruire trame che organizzino e compattino i soggetti sui bisogni, gli interessi, la crescita culturale e civica, favorendo l’autorganizzazione dei cittadini e il protagonismo sociale,
A tal fine occorrerà che AutodetermiNatzione si dia idealità e finalità che disegnino uno “Stato sardo” che sia il più dissimile possibile dallo Stato italiano, accentrato e centralista. E viepiù antisociale.
Ma soprattutto occorrerà che si dia una “visione”, una cultura alta e “altra”. Con la valorizzazione e l’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici basati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali.
In che senso rappresenta un nuovo capitolo per il Movimento sardo?
Perché, dopo decenni di frammentazione e divisione, chiusure e settarismi, il variegato Pianeta indipendentista, sovranista e sardista trova “l’unità”: ben otto Partiti e Movimenti di quest’area (Rossomori, Sardegna Possibile, Sardigna Natzione, Irs, Liberu, Sardos, Communidades, Gentes, Radicales sardos) nelle scorse elezioni politiche del 4 marzo, si sono presentati uniti, in una unica lista elettorale, con il logo di Autodeterminatzione, trovando una sintesi politico elettorale unitaria, un vero e proprio miracolo.