Il risveglio identitario nel Pianeta.

 di Francesco Casula
Solo fino a qualche decennio fa sembrava vittoriosa su tutti i fronti l’ideologia, vacuamente ottimistica e credente nelle magnifiche sorti e progressive, tutta basata su uno sviluppo materiale illimitato, che avrebbe dovuto eliminare le nazionalità marginali, le diversità linguistiche e culturali, bollate sic et simpliciter come primordiali, quando non veri e propri residui e cascami del passato. Sull’altare di tale progresso, segnato dall’orgia neoliberista e dunque dal furore del denaro e del consumo, scandito dalla semplice accumulazione di beni materiali e fondato sulla onnipotenza della tecnostruttura – di cui parla Jean Braudillard – ovvero sulla tecnologia e gli apparati di dominio politico, si è sconquassato il territorio, devastato l’ambiente, compromettendo forse in modo irreversibile gli equilibri dell’ecosistema e nel contempo sono state sacrificate e distrutte culture, risorse artistiche, codici. Si è trattato e si tratta – perché il perverso e diabolico processo, sia pure oggi messo in discussione continua – di una vera e propria catastrofe antropologica, se solo pensiamo a quanto ci rende noto il Centro studi di Milano “Luigi Negri”, secondo il quale ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettante civiltà, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili. Con questo ritmo, persino i più ottimisti fra i linguisti – ricordo per tutti Claude Hagè – prevedono che tra appena cento anni la metà delle sei/settemila lingue ancora oggi parlate nel pianeta oggi, scomparirà. Il pretesto e l’alibi di tale genocidio è stato che occorreva trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” – per noi Sardi “barbaricino” – le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico-culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale, considerata ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti – a omologare in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, dell’universalità cosmopolita e scientista, le etnie marginali e con esse le loro differenze, in quanto portatrici di codici “altri”, scomodi e renitenti, ossia reverdes (ribelli). Quella “unità”, di cui parla lo scrittore Eliseo Spiga nel suo suggestivo e potente romanzo, Capezzoli di pietra (Zonza Editori): “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Città villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”. Che vorrebbe un solo mondo (One world), e per di più un mondo uniforme, “l’odiosa, omogenea unicità mondiale”, l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna; anzi una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile. Quell’unità e quel pensiero “unico” che – ha scritto a questo proposito il poeta Nichi Vendola, già parlamentare europeo e leader politico – “abolisce le stagioni, sospende il tempo, rende insignificante il contrasto fra il caldo e il freddo, ammutolisce la politica, mette al bando l’idea stessa del cambiamento”. Omologando destra, sinistra e centro; annullando progressivamente le specificità; ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità politiche, sociali, etniche. Oggi, dicevo, fortunatamente, sia pure con difficoltà e lentamente, inizia ad affermarsi la convinzione e la consapevolezza che la standardizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Di qui la necessità della valorizzazione e dell’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali. Su queste problematiche è stata già prodotta una vera e propria “letteratura” a livello mondiale: penso a economisti come Jeremy Rifkin o a scienziati e teorici dell’ecologia sociale come Vandana Shiva, indiana, che in Sopravvivere allo sviluppo denuncia le distorsioni irreparabili della globalizzazione capitalistica, scrivendo che: “le necessità materiali dei poveri potranno essere soddisfatte soltanto quando l’economia naturale e le economie di sussistenza saranno robuste e resilienti. Per garantire che lo siano dobbiamo farla finita con l’ossessione per l’economia del mercato globale e per la ricchezza. La crescita finanziaria che distrugge la natura è la formula per aumentare la povertà e per degradare ancor più l’ambiente”. O penso all’italiano Enzo Tiezzi che in Tempi storici e tempi biologici ci ricorda i limiti oggettivi delle risorse naturali – soprattutto energetiche – e quindi dello sviluppo, l’era del “mondo finito” di cui parlava Paul Valery. O a Levi-Strauss e Joseph Rothscild che in Il pensiero selvaggio il primo e in Etnopolitica il secondo denunciano la distruzione e/o devastazione delle culture (e delle economie) deboli. O ancora al teorico marxista e terzomondista Samir Amin che il La teoria dello sganciamento prospetta la necessità di fuoruscire dal sistema occidentalista. O penso ancora all’americano Alvin Toffler che in La terza ondata sostiene la crisi dell’industrialismo e la necessità di una nuova civiltà, non più basata sulla concentrazione-centralizzazione-standardizzazione-omologazione. O penso al francese Alain Touraine, un maestro della sociologia contemporanea, che in Critica della modernità (il Saggiatore, Milano, 1993) sostiene che è necessario ascoltare la volontà degli individui di essere protagonisti della propria esistenza. Ovvero la voce del soggetto che è all’origine dell’epoca moderna non meno della ragione e del mercato. La modernità infatti deve essere il risultato della complementarietà e opposizione fra l’attività della ragione, la liberazione del soggetto e il radicamento nel proprio corpo, nella propria cultura e nelle proprie tradizioni. O penso persino a Giulio Tremonti, che sia pure da un versante culturale e politico molto diverso rispetto agli intellettuali citati, è molto critico nei confronti di una globalizzazione che ha prodotto disoccupazione e bassi salari, crisi finanziarie, rischi ambientali e pericolose tensioni internazionali. Tanto da fargli scrivere – in La paura e la speranza (Mondatori editore, Milano, 2008) – che : “E’ finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la «cornucopia» del XXI secolo” (pag.5) e nel contempo occorre valorizzare: il valore proprio delle riserve della memoria…, le consuetudini familiari e municipali, le esperienze di vita, i retroterra arcaici e umorali, le diversità, i vecchi valori e le « piccole patrie »,. In una parola le nostre “radici”. Inaridirle, strapparle, equivarrebbe a staccarci dalla nostra anima e dalla nostra coscienza. Perché certo le radici da sole non bastano. Ma senza le radici non si sta in piedi (pag.75”). Persino un giovane scrittore di successo, Edoardo Nesi vincitore del Premio Strega 2011, con il romanzo Storia della mia gente, (Bompiani editore) riferendosi alle magnifiche e progressive sorti della globalizzazione scrive: “Queste fandonie ottimistiche non rappresentavano che i corollari della favola bella che ogni giorno, per anni, ci era stata raccontata dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, e che voleva il mondo ormai spiegato, risolto, uno: il mondo di Bono Vox, un incubo distopico in cui le differenze tra le persone e gli stati – le sacrosante, ferree differenze storiche, economiche, culturali, religiose, linguistiche fra persone e paesi distanti migliaia di chilometri e figlie di storie e culture completamente diverse – si sarebbero stemperate prima e dissolte poi in una dorata utopia in cui tutti gli abitanti del mondo sarebbero stati cittadini di un unico impero, sedati dalla pubblicità e imboniti dalla televisione, clienti perfetti del paradiso delle multinazionali perché indottrinati ad avere gli stessi gusti, consumatori felici di mangiare ovunque lo stesso hamburger senza sapore, di vedere gli stessi film senza storia e di sentire la stessa musica di plastica, di passare le giornate a chiacchierare di nulla su internet e di non leggere neanche un libro, di mettersi addosso la stessa pallida imitazione di moda e di parlare tutti la stessa lingua senza però avere più nulla da dire”. E’ dentro quest’universo di contestazioni e insieme di proposte plurali che da anni è in atto nell’intero Pianeta un forte e ubiquitario risveglio etno-identitario, in cui convergono soprattutto nazioni senza stato, partiti e sindacati etnici, l’ambientalismo sociale, culture alternative, gruppi e comunità locali. Scrive a questo proposito la psichiatra Nereide Rudas (in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pag.17-18): “Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri-mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel¬l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af¬ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti. È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui”. Tale risveglio etno-identitario, non si pone come fenomeno passatista e nostalgico rispetto a un passato che non c’è più ma come fenomeno moderno e postindustriale: come protesta e lotta contro gli Stati, accentrati e oppressori delle minoranze nazionali, coattivamente e, spesso violentemente incorporate. E si pone dunque come rivendicazione e proposta perché le minoranze, le nazionalità marginali e le etnie vengano riconosciute e valorizzate nelle loro identità: da quelle politiche a quelle storiche e culturali, da quelle economiche e produttive a quelle ambientali, geografiche, alimentari. Ce lo ricorda Cesare Pavese nella prefazione a Moby Dich, romanzo dello scrittore e poeta statunitense Herman Melville, da lui tradotto in Italiano quando scrive scrive:”Avere una tradizione è men che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla”. E con un aforisma affilato e fulminante, il compositore austriaco Gustav Mahler in qualche modo integra Pavese stesso, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.

Identità e lingua

La Lingua essendo la più forte ed essenziale componente del patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, sta a fondamento – scrive Giovanni Lilliu –dell’identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazionalità e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea. Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza. Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione. Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere. L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché,: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologatie dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze? Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica. Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato e mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.
 

di Francesco Casula

NEOBORBONICO!

NEOBORBONICO!
di Francesco Casula
Un’accademica cagliaritana mi ha voluto deliziare con un grazioso epiteto: Neoborbonico!
E mi pare giusto e opportuno, da parte sua. Anche in virtù del ruolo che ricopre. Presiede infatti un Ente, di derivazione monarco-fascista, che puntualmente si oppone a qualunque richiesta di cambio delle Vie, decisa dalle Amministrazioni comunali.
Richiesto infatti il parere in merito, dalle Prefetture che devono “autorizzare” per legge “ la denominazione di nuove strade e piazze pubbliche
o il cambiamento di denominazione di strade o piazze pubbliche” l’Istituto della esimia accademica, regolarmente e puntualmente, oppone il suo diniego, il suo NON LICET, perentorio: sempre e comunque.
E i Prefetti si adeguano!
Le mie critiche, rigorose e puntuali a tale Ente, dannoso funesto e liberticida: che viola violenta e comprime regolarmente la sovranità popolare espressa democraticamente dai Comuni; e insieme le posizioni che esprimo nel mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, devono aver spinto l’accademica a affibbiarmi quell’epiteto.
Non nuovo per la verità.
Tale epiteto fu rivolto infatti anche a una serie di intellettuali e storici che agli inizi degli anni ’70 avevano osato mettere in dubbio le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento, compresa la “liberazione” del Sud dai Borboni.
Mi riferisco in modo particolare a Nicola Zitara1, che con alcuni intellettuali fra cui, Anton Carlo e Carlo Capecelatro2 – chiamati “nuovi meridionalisti”, – iniziò una revisione del “vecchio meridionalismo” e dell’intera “Questione meridionale” dissacrando quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista del Risorgimento; mettendo in dubbio e contestando la bontà dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e al centro aveva sempre ritenuto, che tutto si poteva criticare in Italia ma non l’Italia Unita e i “Savoia Boia”4.
Nel mio saggio sui tiranni sabaudi, anche sulle orme dei “Nuovi meridionalisti”, denuncio e documento “di che lacrime grondi e di che sangue” quell’Unità: con la Sardegna viepiù ridotta a colonia, scuoiata e massacrata dalle tasse, spogliata delle sue risorse minerarie, rasa al suolo nei suoi boschi, deprivata della sua lingua e della sua storia. Con i Meridionali, derubati delle loro risorse, internati nei campi di concentramento e sterminati: moriranno più persone nel Sud, con la brutale guerra di conquista del Piemonte, che durante tutte le “Guerre di Indipendenza”, scriverà Joyce Lussu, la colta e battagliera moglie di Emilio Lussu.
Da queste mie posizioni l’illustre accademica dedurrà che sono Neoborbonico.
Voglio avvertire Erri De Luca, valente giornalista, scrittore e poeta italiano, che recentemente ha scritto: Garibaldi ha invaso Napoli, non l’ha liberata4. Se lo viene a sapere la Nostra, bollerà anche lui di neoborbonismo.

Note Bibliografiche
1.. Nicola Zitara, L’Unità d’Italia. nascita di una colonia, Jaca Book, Milano, 1971; Il proletariato esterno, Jaca Book , Milano, 1972; Memorie di quand’ero italiano, Ed. Città del Sole, Reggio Calabria, 2013.
2.Anton Carlo/Carlo Capecelatro, Contro la Questione Meridionale, Ed. Savelli, Roma 1972.
3. Savoia Boia – l’Italia unita come non ce l’hanno raccontata, è il titolo di un libro di Lorenzo Del Monaco, scrittore e giornalista di valore (per 11 anni è stato presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti).
Il libro è edito da PIEMME, Milano, 2018).
4.In Napòlide e riportato da Unione Mediterranea sulla propria pagina Facebook.

Il Caso Becciu e le due chiese

Il Caso Becciu e le due Chiese
1 Ottobre 2020

[Francesco Casula]

Non sono in grado di affermare se il cardinale Becciu abbia commesso dei reati o delle irregolarità: che comunque sarà opportuno accertare con scrupolosità.

E non so neppure in che misura possano essere attribuite direttamente al Presule di Pattada una serie multipla di scelte – sicuramente non commendabili – denunciate dall’Inchiesta dell’Espresso, come l’investimento, da parte della Segreteria di Stato, di ingentissime somme di denaro in fondi speculativi con sede in paradisi fiscali (Lussemburgo,Malta eAsia); la compravendita del palazzo di lusso di Sloane Avenue a Londra; l’opaco rapporto con le Cooperative dei fratelli.

So però che quelle scelte e quei comportamenti sono sintomi segno ed epifania di un certo tipo di “Chiesa”: presenti oggi come ieri. Ma se oggi più di ieri emergono con forza è grazie al Pontificato di Papa Francesco e al cambio di rotta che ha voluto imprimere alla Chiesa cattolica. Di qui lo “scontro” sotterraneo (ma non troppo) con sorde ampie e corpose resistenze alla sua “rivoluzione”. Schematizzando (e necessariamente semplificando) a confrontarsi (o combattersi?) sono due Chiese contrapposte: quella di Bergoglio e quella rappresentata emblematicamente dai “bertoniani”. Insomma la Chiesa dei poveri e la Chiesa “costantiniana”: una dialettica, un confronto, uno scontro che ha attraversato la sua storia millenaria. E che nella storia carsicamente emerge in alcuni periodi, per inabissarsi in altri.

Da quando con l’imperatore Costantino appunto, inizia a mutare “pelle”, DNA: trasformandosi gradatamente, da Chiesa come Comunità di base, povera e solidale, perseguitata e martirizzata, in Chiesa gerarchica, di potere e di dominio: di potere economico e politico. Nel Medioevo al fine di giustificare e “legittimare”, tale potere “temporale”, dei papi e della Chiesa – evidentemente hanno la coda di paglia – gli storici “cristiani” fra l’altro “inventarono” un documento secondo cui l’imperatore Costantino con un decreto avrebbe donato a Papa Silvestro i territori di Roma e del Lazio.

Ci avrebbe poi pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare tale falso, tale documento apocrifo, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e dell’archeologia, con un celebre opuscolo ” De falso credita et ementita Constantini donatione” del 1440. Ma non solo su questo versante muta la Chiesa: nata per annunziare il messaggio evangelico, diventa “altro”: si dota e costruisce un apparato dottrinale e teologico, di norme, precetti, divieti, dogmi, riti, culti: che di fatto tendono a “sostituire” il messaggio originale cristiano o, comunque, lo “declassano” e, talvolta, lo stravolgono.

Il “fedele” è tale più per l’osservanza della “pratica religiosa” e cultuale o della lettera della dottrina, quasi fosse un’ideologia astratta, che per la “pratica etica” e i comportamenti morali. Il Papa gesuita invece si ispira al messaggio evangelico primigenio: dandone l’esempio e iniziando a praticarla, la povertà. Così ai sontuosi appartamenti papali preferisce la modesta foresteria di Santa Marta, dove consuma i pasti insieme agli altri. Di contro la Chiesa “costantiniana” rappresentata in modo esemplarmente paradigmatico da Bertone che – già potente Segretario di Stato – abita in un sontuoso e lussuoso e superaccessoriato attico. Papa Francesco non riduce la communio e la vita stessa della Chiesa alla struttura ecclesiastica e all’estabilishement: anzi.

Di qui la sua apertura agli extracomunitari, ai migranti, alle altre confessioni religiose. Per lui infatti il contenuto della fede non è la gerarchia ma l’evento di Cristo vivente che essa custodisce. E la Chiesa per lui è chiamata a servire tutti gli uomini, segnatamente gli ultimi e quelli che chiama con un lessico molto pregnante, gli scartati, e non solo i fedeli. Il suo servizio non è un mestiere e, ancor meno una carriera, con privilegi ed emolumenti principeschi, come troppo spesso lo è stato nel passato (e lo è ancora) per molti ecclesiastici: che Bergoglio denuncia con reprimende severe.

Per lui è un ministero evangelico e profetico di salvezza che si dispiega nella situazione storica concreta in cui vive e opera, accettando e incrociando il frastuono dell’esistenza, occupandosi degli uomini e delle donne, quali sono, e non solo delle loro anime. Egli non è il capo di una setta religiosa: è il fratello e il padre di tutti, ma soprattutto dei diseredati, dei dannati della terra: anche se, formalmente, non appartengono alla Chiesa.

Di qui la simpatia, l’apertura e il sostegno deciso e convinto alle problematiche ambientali (penso alla recente enciclica Laudato si’) e ai nuovi processi di liberazione, in sintonia con i soggetti emergenti delle trasformazioni sociali: alle donne che pur continuando ad essere discriminate, iniziano ad acquisire potere e ruoli; alle culture e lingue, un tempo distrutte che rivendicano la propria identità; alle comunità indigene che rivendicano le loro visioni del mondo autoctone non soggette alla colonizzazione occidentale; alle comunità contadine che si mobilitano contro il capitalismo selvaggio. A tali aperture si oppone la Chiesa “costantiniana”, di fatto preconciliare, più legata alla religio che alla religiosità, ma soprattutto non disposta a rinunciare ai privilegi di casta e al potere.

Storico militante

Storico militante.
Un ossimoro? Oppure no?
di Francesco Casula
Soprattutto in seguito alla pubblicazione del mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” sono stato etichettato come “storico militante”. E sono stato criticato in quanto la mia opera sarebbe “intrisa di sardismo”. Dunque di parte. E’ vero e lo rivendico orgogliosamente. Sono di parte:dalla parte del popolo sardo.
Del resto – si licet parare magna cun parvis – Raimondo Carta Raspi, forse il più grande storico sardo, è stato accusato di aver scritto una “Storia della Sardegna” sardista.
Ebbene, a mio parere, non esistono storici super partes. Neutrali. Oggettivi. Spesso chi si ritiene tale è semplicemente un ipocrita. O si vergogna di confessare e riconoscere a quale parte appartiene: magari a qualche fazione, parrochietta, clan, camarilla inconfessabile.

Ciò premesso affermo che:
Le mie concezioni politiche sono strettamente intrecciate con la mia professione di docente e studioso di storia, lingua e letteratura sarda, perché politica e storia, politica e lingua, politica e letteratura sono un unicum inscindibile. I miei scritti sulla storia non mancano di avere riscontri nel presente. Ecco perché mi ritrovo bene nella definizione di “storico militante”.
Grazie alla storia, intesa appunto in senso militante, ho derivato l’idea che sia necessario incorporare il passato per aprirsi all’avvenire. E’ questo il senso del binomio “radici-ali”.
Nella missione civile dello storico c’è sempre il discorso politico.
Spero – forse mi illudo – di poter lasciare una lezione per i giovani, con cui sono sempre riuscito ad avere un dialogo e un confronto aperto e rispettoso in 40 anni di insegnamento. E che continuo ad avere.
In un mondo estraniante ed omologante, i giovani sardi devono sforzarsi di ritornare alle proprie radici e di aprirsi, coltivando l’amore per la Sardegna vista nell’universo mondo. Non si può essere cittadini del mondo fuori dalle radici locali.

Sono nato a Ollolai, un paese della Barbagia, ricco di storia e ne sono orgoglioso perché il paese è il luogo più vicino all’umanità. Mi piace ricordare il poeta rumeno Lucien Blaga, amato dal compianto amico Antonello Satta, che citava sempre un verso bellissimo e universale:”L’eternità è nata nel villaggio”. Devo molto alla civiltà pastorale e ai suoi valori comunitari, perché chi è senza radici perde il “plus valore dell’identità” e non sa più camminare sicuro nel mondo.

Il testo di cui sopra (da “le mie concezioni…) non è mio: io l’ho solo adattato e personalizzato. Ecco il testo originario che è di GIOVANNI LILLIU, l’intellettuale sardo più grande negli ultimi 50 anni, valente archeologo e storico, unico sardo nell’Accademia dei Lincei.

“Le mie concezioni politiche sono strettamente intrecciate con la mia professione di archeologo, perché politica e archeologia sono un unicum inscindibile. I miei scritti sull’archeologia non mancano di avere riscontri nel presente. E la “costante resistenziale sarda” deriva proprio dalle mie riflessioni sul passato. Ecco perché mi ritrovo bene nella definizione di “archeologo militante”.
Grazie alla all’archeologia, intesa appunto in senso militante, ho derivato l’idea che sia necessario incorporare il passato per aprirsi all’avvenire. E’ questo il senso del binomio “radici-ali”.
Nella missione civile dell’archeologo c’è sempre il discorso politico, e ciò credo che sia un’anomalia nel settore archeologico.
Spero – forse mi illudo – di poter lasciare una lezione per i giovani, con cui sono sempre riuscito ad avere un dialogo aperto e rispettoso In un mondo estraniante ed omologante, i giovani sardi devono sforzarsi di ritornare alle proprie radici e di aprirsi, coltivando l’amore per la Sardegna vista nell’universo mondo. Non si può essere cittadini del mondo fuori dalle radici locali.

Sono nato a Barumini, un paesino della Marmilla e ne sono orgoglioso perché il paese è il luogo più vicino all’umanità. Mi piace ricordare il poeta rumeno Lucien Blaga, amato dal compianto amico Antonello Satta, che citava sempre un verso bellissimo e universale:”L’eternità è nata nel villaggio”. Devo molto alla civiltà contadina e ai suoi valori comunitari, perché chi è senza radici perde il “plus valore dell’identità” e non sa più camminare sicuro nel mondo.

(tratto da Premessa, Opere, Giovanni Lilliu, Zonza Editore, a cura di Alberto Contu, Cagliari, 2006, pagine 8-9)

Le 2 Unità d’ Italia

Le 2 Unità d’Italia
di Francesco Casula

1. Quella “ufficiale” dei libri di testo scolastici e accademici ma dominante anche nei Media.
2. Quella de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa e di “Paese d’ombre” di Giuseppe Dessì.

La prima, quella ufficiale è tutta tesa a esaltare le “magnifiche sorti e progressive” dell’Unità e, contestualmente, del processo risorgimentale, delle guerre d’indipendenza, e della “liberazione” del Sud, dall’oppressione borbonica.
La seconda sia nel romanzo di Tomasi di Lampedusa che in quello di Dessì, fortemente critica e smitizzante la visione oleografica e mistificatoria – quando non semplicemente falsa – degli storici codini e neosabaudi.

Iniziamo con il “Gattopardo”. Fu il Risorgimento e con lui l’Unità d’Italia, un processo di “cambiamento” o, addirittura, una “Rivoluzione”?
Per lo scrittore siciliano assolutamente no: “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”*. dice Tancredi, nipote di Don Fabrizio, principe di Salina e protagonista del romanzo.
E tutto rimarrà come prima: anzi, i grandi proprietari terrieri continueranno a conservare e detenere i vecchi privilegi economici e sociali. E saranno addirittura nominati senatori del regno.
E per il Sud? Avrà “la libertà, la sicurezza, tasse più leggere”*?
Il contrario.
“Lo stato italiano che si formava sarà rapace…con leggi di espropria e di coscrizione che dal Piemonte sarebbero dilagate sin qui, come il colera. Vedrete, fu la sua non originale conclusione, vedrete che non ci lasceranno neanche gli occhi per piagere”*.
E i plebisciti?
Un imbroglio: anche i no diventano sì: Dice un personaggio del romanzo che aveva votato no :”Il mio no diventa un sì…ora tutti savoiardi sono!”*.
*Le frasi virgolettate sono tratte dal romanzo “Il gattopardo, di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Edizione conforme al manoscritto del 1957, Ed. La Biblioteca di Repubblica, , Roma, 1975)

Proseguiamo con “Paese d’ombre”.
“Era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo”. E l’Italia era “divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stato altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, con Torino, che considerava l’Isola come una colonia d’oltremare, o una terra di confino. In realtà fra gli stessi italiani del Continente, non c’era in comunione se non un’astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati”. E conclude: ”L’unità vera, quella per la quale tanti uomini si erano sacrificati, si sarebbe potuta ottenere soltanto con una federazione degli stati italiani”.

In Sardegna la Quarantena per colera di Honore’ de Balzac, il “negazionista”!

Francesco Casula

Honoré de Balzac, romanziere, critico, drammaturgo, giornalista e stampatore, è considerato il principale maestro del romanzo realista francese del XIX secolo.
Scrittore prolifico, ha elaborato un’opera monumentale – la Commedia umana – ciclo di numerosi romanzi e racconti che hanno l’obiettivo di descrivere in modo quasi esaustivo la società francese contemporanea all’autore o, come ha detto più volte l’autore stesso, di “fare concorrenza allo stato civile”.
Fece un breve viaggio, di circa tre settimane, in Sardegna dove arriva nel Marzo del 1838 imbarcandosi da Marsiglia, con la speranza di riattivare le locali miniere d’argento, attraverso lo sfruttamento di giacimenti di scorie abbandonate nell’Isola, presso l’Argentiera nella Nurra, a Nord-Ovest di Sassari. Fallito quel tentativo, ci riprova nel sud della Sardegna, si precipita infatti nella zona di Domusnovas percorrendo in cinque giorni oltre duecento chilometri in diligenza e molti altri a cavallo. Ancora un fallimento.
Il resoconto del viaggio in Sardegna, da Alghero all’Argentiera, da Sassari a Cagliari, e della sua picaresca impresa è contenuto in sette lettere, indirizzate da Balzac alla contessa polacca Ewelina Hanska, che lo scrittore sposerà nel 1850, pochi mesi prima della sua morte, che avverrà il 18 Agosto 1850 a Parigi.
Il manoscritto, oggi conservato all’Institut de France, è stato per la prima volta tradotto in italiano, a cura della Biblioteca di Sardegna che nel 2010 ha anche organizzato una mostra a Cargeghe, (Sassari), attorno al viaggio avventuroso del grande scrittore francese.
Nella quarta epistola, del 2 Aprile, fa sapere alla contessa polacca che “Questa sera alle dieci mi prende una piccola barca, e poi cinque giorni di quarantena ad Alghero, piccolo porto che voi potete vedere nella Carta della Sardegna; è lì che tra Alghero e Sassari, seconda capitale dell’Isola, si trova il distretto dell’Argentiera, dove andrò a vedere delle miniere abbandonate dalla scoperta dell’America”.
Nella quinta spedita da Alghero il 7 Aprile, preannuncia quanto svilupperà nella sesta lettera:”L’Africa comincia qui:ho intravisto una popolazione in cenci, tutta nuda, abbronzata come gli etiopi”, scrive. Oltretutto, “questa popolazione in cenci”, “questi selvaggi”, si lamenta, “non vogliono darci niente”! E così, è costretto, con i marinai, a nutrirsi di una orribile zuppa di pesce! Si lamenta anche con il Governatore di Alghero “che ha dato l’ordine di levare la fune appena il mare si sarebbe calmato; questo loro sistema di quarantena è assurdo, giacché o abbiamo contagiato il colera o non lo abbiamo contagiato. E’ una pura fantasia del Governatore che vuole che si faccia ciò che egli ha detto, come prova della sua autorità e della sua potenza di ogni cosa”.
Si tratta – precisa in Una fallita intrapresa mineraria di Onorato Balzac, lo storico sardo Dionigi Scano – “di Don Andrea Cugia, Maggiore generale nella Regia Armata, salda tempra di soldato che, poco curandosi della grande nation e meno del rinomato romanziere, fece rimuovere la fune e non permise l’ormeggio se non dopo ultimato il periodo della quarantena”.

La Quinta Infamia di Sciaboletta

La QUINTA INFAMIA DI SCIABOLETTA
9 settembre 1943: la fuga ingloriosa

di Francesco Casula
Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.
1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.
3. La firma delle leggi razziali.
4. La seconda Guerra mondiale.
5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati.
L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti.
Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.
Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager:

-GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno.
Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento.
Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60.
Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’ età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989.

MODESTO MELIS,di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1917.
SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

Uno invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di

COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

La QUINTA INFAMIA DI SCIABOLETTA
9 settembre 1943: la fuga ingloriosa

di Francesco Casula
Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) si macchiò, indelebilmente e ignominiosamente di ben 5 infamie, con conseguenze devastanti per la Sardegna e l’Italia intera.
1.La partecipazione alla 1° Guerra mondiale, caldeggiata dal suddetto tiranno sabaudo. La Sardegna, alla fine del conflitto, avrebbe contato ben 13.602 morti . Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.
2. Il fascismo: fu lui a nominare capo del Governo Mussolini.
3. La firma delle leggi razziali.
4. La seconda Guerra mondiale.
5. L’Olocausto: ad iniziare da quello sardo.

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati.
L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno rinchiusi nei lager nazisti.
Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, – non esistendo più una unità di comando e di direzione – essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.
Ne ricordo alcuni, tre che ebbero la fortuna di rientrare dopo la tragedia dei lager:

-GIUSEPPE SASSU, di Bolotana. Padre dell’amico Damiano. Nato il 6 aprile del 1919 verrà chiamato al servizio militare nel 1939 proprio il giorno del suo ventesimo compleanno.
Nel 1943 (si trovava nel fronte greco) verrà internato nei campi di concentramento.
Fortunatamente, finita la guerra, dopo due anni e mezzo di internamento nei campi di concentramento nazisti,ritornerà in Sardegna e nella sua Bolotana dai lager di a Norimberga, alla fine del 1945: pesava 38 kg , quando partì pesava 60.
Nel novembre del 1946 si arruolò in Polizia e rimase fino all’ età di 58 anni. Morirà a Cagliari il 13 agosto del 1989.

MODESTO MELIS,di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. La sua esperienza sarà raccontata in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. Muore a 97 anni il 9 gennaio del 1917.
SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

Uno invece morì in un campo di concentramento dell’attuale Repubblica Ceca: si tratta di

COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

BIOGRAFIA ESSENZIALE di Francesco Casula (aggiornata a agosto 2020)

Francesco Casula, ollolaese, Dopo gli studi medi-superiori fatti dai Gesuiti, – frequenta il Liceo “Sociale” di Torino, dove studiò Cesare Pavese – a Roma nel 1970 si laurea in Storia e Filosofia. Tra i suoi professori Natalino Sapegno e Alberto Asor Rosa (letteratura Italiana); Ettore Paratore (Latino); Aldo Visalberghi (Pedagogia); Guido Calogero (Filosofia Teoretica); Lucio Colletti (Storia della Filosofia); Franco Ferrarotti (Sociologia); Franco Lombardi (Filosofia Morale). Tornato in Sardegna per circa quaranta anni insegna nei Licei e negli Istituti superiori. Impegnato politicamente e sindacalmente, fra l’altro è stato segretario generale della Confederazione sindacale sarda (CSS). Giornalista pubblicista, è stato direttore responsabile de Il Solco il giornale del PSD’Az, che fu già di Emilio Lussu, di Tempus de Sardinnia, mensile bilingue della CSS, e di tante altre riviste. Ha scritto più di mille articoli in quotidiani e riviste sarde e italiane. Studioso di storia, lingua e cultura sarda, su questi temi tiene Conferenze e Corsi di formazione e di aggiornamento nelle Scuole per studenti e docenti, e nelle Università della Terza Età. Eletto dal Consiglio Regionale della Sardegna nel gennaio 2000, è stato per 5 anni membro dell’Osservatorio Regionale della lingua e cultura sarda. Fa parte di molte Giurie di Premi letterari di poesia sarda. Fra le sue pubblicazioni: tre saggi storici, -Statuto sardo e dintorni (Ed. Artigianarte, 2001), -Storia dell’autonomia in Sardegna (Ed. Grafica del Parteolla, 2010) e -Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011. Scrive inoltre di critica letteraria: In La poesia satirica in Sardegna (Della Torre Editrice, 2010) ha scritto la parte riguardante la poesia in campidanese. Per l’Alfa Editrice, in lingua sarda, ha scritto 11 monografie su -Gratzia Deledda (2006). -Leonora d’Arborea (2006). -Antoni Simon Mossa (2006),, -Antoni Gramsci (coautore Matteo Porru) (2006). -Amsicora (coautore Amos Cardia) (2007). -Zuanne M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) (2007). -Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia) (2008). -Zuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), (2008). -Antiogu Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu) (2009) -Gratzia Dore, (2009). Per l’Alfa editrice ha scritto anche la versione in sardo di quattro Raccolte di Novelle nel 2004.: -Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’; -Contos de sabidoria mediterranea; -Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna; -Paristorias a supra de sos nuraghes. Sempre per Alfa Editrice ha scritto -Uomini e donne di Sardegna- Le contro storie (2010). -La lingua sarda e l’insegnamento a scuola, (2010). -Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, (2015). Per Grafica del Parteolla Editore ha scritto: -Letteratura e civiltà della Sardegna, I volume (2011) -Letteratura e civiltà della Sardegna, II volume (2013) -Letteratura e civiltà della Sardegna, III volume- Il teatro in lingua sarda (2020) – Carlo Felice e i tiranni sabaudi, (prima ed.2016- seconda ed.2019)

28 giugno 1914: inizia la Prima Guerra mondiale

 Una guerra che fu semplicemente una inutile strage, una gigantesca carneficina come la definì il Papa Benedetto XV in una enciclica del 1914 (Ad Beatissimi Apostolorum Principis). L’Italia, con un Parlamento a stragrande maggioranza “neutralista”, inizialmente non entrerà in guerra. La sua partecipazione, il 24 maggio 1915, contro il volere della larga maggioranza dello stesso Parlamento, sarà imposta dal re Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta, che firmò l’Atto di ingresso), con la complicità del primo ministro (Salandra) e il responsabile degli Esteri (Sonnino). Voluta dai grandi Gruppi industriali (in primis dalla FIAT e dall’Ansaldo di Genova, guidata dai fratelli Pio e Mario Perrone) che non a caso finanziarono i giornali nazionalisti e guerrafondai, ad iniziare dal Popolo d’Italia, fondato da Benito Mussolini. Essa rappresenterà – è il grande storico Enzo Gentile, a scriverlo – “oltre che il tramonto della Bella Epoque, il naufragio della civiltà moderna. Una guerra nuova, completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico” 1. Una guerra – scrive Freud – “che ha rivelato, in modo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore” 2. Una vera e propria catastrofe annientatrice d’ogni forma di vita e civiltà, trasformate in cumuli di rovine: riducendo l’Europa a “un’oasi estinta e sterile” scrive il tedesco Ernst Jünger, “dove non c’è segno di vita per quanto lontano possa spingersi lo sguardo e sembra che la morte stessa sia andata a dormire”3. Con centinaia di città sistematicamente distrutte, completamente cancellate dalla faccia della terra. Ma soprattutto con un ingentissimo numero di soldati sacrificati inutilmente: la sola la Italia ebbe 650 mila morti e 2 milioni tra feriti e mutilati. E insieme alla carneficina di vite umane, la devastazione e distruzione della natura. A descriverla in modo suggestivo è il romanziere francese Henri Barbusse, combattente sul fronte occidentale, che parla del Nuovo mondo costruito dalla guerra nel Continente europeo: “un mondo di cadaveri e di rovine ”terrificante, pieno di marciumi, terremotato” 4. Ma c’è di più: nuove e ancor più drammatiche conseguenze si profileranno all’orizzonte con la fine dei combattimenti e il Trattato di Versailles. Con il ridisegno dell’intera geografia europea secondo la volontà dei vincitori, si ponevano infatti le premesse per altre tragedie: la corsa al riarmo e la militarizzazione di massa della società che saranno alla base dei regimi totalitari come il fascismo e il nazismo. I 650 mila morti e i più di 2 milioni di feriti e di mutilati erano costituiti soprattutto da contadini, operai e giovani mandati al macello nelle trincee del Carso, sul Piave, a Caporetto e nelle decimazioni in massa ordinate dagli stessi generali italiani. Carne da macello fornita soprattutto dai meridionali siciliani, calabresi, campani, lucani e sardi, mentre i settentrionali per lo più erano produttivamente impegnati nelle fabbriche di armi e di cannoni. Sardi soprattutto, almeno in proporzione agli abitanti: alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe infatti contato ben 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9. E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati. La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere in Un anno sull’altopiano allo stesso Lussu: Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita. In cambio delle migliaia di morti, – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta-Raspi – non sfamava la Sardegna. Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 5. Uno dei principali responsabili di quella guerra, Vittorio Emanuele III (più noto come Sciaboletta) campeggia ancora nelle nostre Piazze e Vie. Ma è tollerabile? Note bibliografiche 1.Enzo Gentile, L’Apocalisse della modernità, Mondadori, Milano, 2009, pagina 17. 2.S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte, trad. it. Cesare Musatti e altri, Torino, 1989, pagine 30. 3.E. Jünger, Boschetto 125, trad. it. Di A. Iaditiccio, Parma 1999, pagina 28. 4.Henri Barbusse, Il Fuoco, trad. italiana di G. Bisi, Milano, 1918, pagina 218. 5.Raimondo Carta-Raspi,Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904).