Servizi personalizzati e proattivi: adesione su MyINPS

Servizi personalizzati e proattivi: adesione su MyINPS

Grazie al nuovo progetto “Personalizzazione e proattività”, l’INPS offre agli utenti la possibilità di ricevere in modalità proattiva proposte di servizi ritenuti di interesse sulla base di informazioni già presenti negli archivi dell’Istituto, anche a seguito di precedenti richieste di servizio o informazioni, ovvero della manifestazione di un suo bisogno.

Il progetto, realizzato nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ha come obiettivo quello di semplificare le interazioni del cittadino con l’Istituto, nonché di definire soluzioni funzionali e tecnologiche a supporto della comprensione dei bisogni e delle caratteristiche oggettive dei cittadini con lo scopo di proporre servizi personalizzati e proattivi.

L’adesione ai servizi proattivi può essere effettuata tramite la propria area MyINPS, all’interno della quale è possibile visualizzare, in evidenza rispetto a tutti i widget presenti, una notifica contenente il link che indirizzerà alla pagina “Gestione consensi”, dove sarà presente la nuova sezione “Adesione ai servizi proattivi”. È possibile revocare l’adesione in qualsiasi momento rimuovendo la spunta dalla voce “Acconsento”.

I ragazzi del Nuraghe: un libro di Maria Antonietta Mula che consiglio vivamente

I ragazzi del Nuraghe: un libro di Maria Antonietta Mula che consiglio vivamente.

di  Francesco Casula

 I ragazzi del Nuraghe

Un’incursione, una sonda infilata nel suo passato e percorso didattico-pedagogico di 30 anni di insegnamento, con “qualche perplessità a parlare di sé e dei suoi ragazzi”, perché poco interessante. L’Autrice del libro testimoniale, reputa infatti che sia preferibile e suo compito precipuo piuttosto ascoltare quanto “avviene nelle sue aule e negli anditi” della scuola nuorese del Nuraghe. Nelle cui “rocce granitiche, che fuoriescono dal terreno come radici avvinghiate alla terra” legge però una smorfia che le fa capire che le sue riluttanze a raccontare la sua storia e quella dei suoi alunni, “nella primavera della vita, fra i 14 e i 19 anni” passeranno.
Così intraprende una sorta di viaggio, si immerge e irrompe, ricomponendo il suo diario di bordo e cercando nell’archivio della sua memoria, in quel mondo della scuola “che ha vissuto due grandi rivoluzioni. La prima, quella che ha cambiato il volto della società è avvenuta nel 1968; l’altra iniziata negli ultimi anni, e ancora in pieno corso, è la rivoluzione informatica”. I cui cambiamenti “si riversano come una cascata in piena, dal rombo assordante nella scuola”: tutto modificando e rivoluzionando. Con l’hardware e il software: il nuovo linguaggio informatico. Con le vecchie lavagne nere di ardesia che cedono il posto “ alla giovane e solare lavagna interattiva multimediale o, più confidenzialmente LIM”
E così racconta. Da par suo. Racconta fatti episodi aneddoti. Ma soprattutto emozioni umori e sensazioni, suoni odori e colori: “i colori brillanti e vivaci dei giubbotti e degli zaini variopinti degli alunni, che sapevano di gioventù, di spensieratezza e d’irrequietezza”.
Racconta, perché l’autrice, Maria Antonietta Mula, orunese, prima e oltre che avveduta docente di matematica, la cui prima regola è ascoltare e osservare, è valente affabulatrice. Ma più che dalla scuola ufficiale e comunitaria (alla macchia la chiamava il bittese Michelangelo Pira) ha imparato dalla nonna, che nelle lunghe “sere d’inverno seduta vicino al grande camino della cucina” le raccontava “sas cantascias”, le favole del paese. Un raccontare “lento e sicuro dalla voce cara, l’odore della legna che scoppietta allegramente e il riverbero che illumina le pareti della stanza rendendole rosate: sono i colori, gli odori legati alla mia infanzia. In quelli antichi racconti non ci sono né fate né orchi, ma ci sono bambini e persone reali, topolini e cavalli”.
E’ la nonna che le “ha fatto assaporare l’arte affabulatoria,l’arte del raccontare lento e ritmato, dove il piccolo mondo del paese si ritrovava improvvisamente a essere centro dell’universo e la mia fantasia di bambina, assetata di conoscere e apprendere, galoppava nell’attraversare villaggi sconosciuti, dove però conoscevo molto del mio villaggio. Ho scalato montagne impervie, molto più alte delle mie colline, ho solcato mari tempestosi, quei mari che pur vivendo in un’isola, a lungo avevo desiderato conoscere. Di storia e fantasia è stata ricca la mia infanzia”.
Racconta, l’Autrice, generazioni di adolescenti irrequiete. E mentre “fuori c’è il sole, c’è la libertà, c’è la giovinezza che li aspetta, dentro l’aula, nonostante le finestre aperte facciano entrare l’aria dell’abbozzato autunno, parrebbe che il clima soffochi gli aneliti e i muri imprigionino i corpi acerbi”. Nella scuola del Nuraghe.
Che fare per interessare questi adolescenti, per la stragrande maggioranza pendolari, che si alzano ogni mattina alle prime luci per prendere i pullman? Che spesso, sono confusi, non sono ambiziosi e considerano la scuola come un parcheggio? Non come “luogo della conoscenza e fucina di apprendimento ma come una piazza dove trascorrere in compagnia la mattinata”? Con studenti viepiù analfabeti, difficili da coinvolgere, irriverenti e soffocati da problemi familiari o sociali, che riversano tutto sul docente?
Che fare per rendere attrattivo il suo insegnare a giovani “con addosso tanta svogliatezza”? Che in pochissimi intraprendono gli studi universitari? Tanto pochi che “spiccano come gigli sulle dune sabbiose mentre volgono il fragile capo verso la pineta che lambisce il mare”?
Che fare a fronte di “ragazzi poco propensi all’ascolto, figli di una società intorno a cui tutto parla di crisi, di mancanza di lavoro, di genitori che non hanno sui figli né autorità né autorevolezza”?
Per intanto: fare dell’insegnamento un’attività creativa, dinamica e mai statica, duttile. Non serve imbottire di contenuti gli studenti, come fossero teste vuote da riempire. Anzi è controproducente offrire la sola lezione, infarcita di nozioni, di teoremi e dimostrazioni.
In altre parole il problema non è fare delle teste piene ma della teste buone, per parafrasare l’apoftegma del filosofo francese (non a caso anche matematico e fisico) e, prima di lui di Montaigne: «Une tête bien faite vaut mieux qu’une tête bien pleine».
Il problema è ricorrere all’arte socratica della maieutica, del dialogo, della partecipazione attiva: “ho sperimentato l’utilità della lezione partecipata, ossia riuscire a creare le condizioni affinché gli alunni partecipino attivamente e non assistano passivamente alla lezione”.
Per imparare, insieme, stando bene in classe. Per questo ci vuole arte, tecnica, fantasia. E dunque, nelle ore di Matematica, si può parlare de I ragazzi della via Paal, anche se apparentemente non c’entrano niente e il docente di Italiano della poesia in lingua sarda.
O ancora: “usare un gioco tradizionale come la morra, per sviluppare le capacità di apprendimento numerico degli alunni” e per il “potenziamento della gnosia digitale e delle abilità numerica e implementazione delle competenze sociali legate al rispetto delle regole del gioco e del vivere in comunità”.
A dimostrazione di come, partendo da un gioco e un bisogno etno-sociale (parecchi ragazzi della scuola erano appassionati di morra) si possano raggiungere una pluralità di obiettivi culturali e interculturali.
A dimostrazione di come, nel fare esempi, ci si può servire, invece “degli abusati nomi ipotetici di Tizio, Caio e Sempronio, dei più familiari Tzia Tatana, Tziu Puddighinu e di Fulanu”, rendendo la lezione più interessante e persino strappando fragorose risate alla classe.
Questa la precipua riflessione didattico-pedagogica dell’Autrice, da praticare prima che da teorizzare. Insieme a tanti altri “meledi”.
Una per sfatare e liquidare i tanti luoghi comuni (idola fori li chiamava il grande filosofo inglese, Francesco Bacone), oggi presenti nella scuola (e nella società) frutto certo dell’ignoranza ma anche della becera mentalità utilitarista (e occidentalista), ad iniziare da quella: “A cosa serve la matematica”.
Un’altra, finale, sullo status e il ruolo della scuola oggi. Ha perso gli ormeggi? E’ alla deriva? Ed è “colpa” del Movimento del ’68? Del troppo permissivismo e della drastica riduzione dei contenuti? Dell’eccessivo coccolamento, da parte di genitori e adulti, dei ragazzi, viepiù “viziati” e abituati al superfluo?
Interrogativi non banali, cui l’Autrice risponde, analizzando le radici profonde della crisi che investe oggi la scuola. Che stanno certo dentro alla scuola stessa ma anche, soprattutto fuori e nei dintorni.
Concludo: un libro prezioso, “I ragazzi del Nuraghe” di Maria Antonietta Mula. Prezioso e utile non solo per i docenti. Per conoscere la realtà della scuola in Sardegna ma segnatamente nel Nuorese.
Un libro che non è una semplice cronaca: ma una riflessione, una testimonia appassionata, una esperienza vissuta in prima persona e profondamente legata alla sua terra, alle sue radici etno-culturali e linguistiche.
Di qui l’irruzione frequente della lingua sarda con espressioni (come Ehi raju, Ses una conca ‘e granitu, dormire a sa ritza comente a unu caddu); con intere frasi (Prrrr…su caddu!!! Curre a bae a inube est Gianluca e picali sos salutos prus fortes, dae sos cumpanzos de sa segunda B); con l’evocazione di una bellissima poesia di Antonio Mura Ena, No ‘ippo torero,(di cui riporta dieci versi).
Insieme alla lingua sarda evoca tratti ed elementi etno-culturali come il gioco della morra o il canto a tenore, un nostro antico canto, dove voci e poesia si uniscono per dare vita a una musica etnica che si colora di arcaico, in cui “alcuni alunni che si cimentano con autentica passione”.
Una scrittura dunque ibridata, contaminata com’è dal vocabolario popolare e dalla lingua sarda; con uno stile narrativo, imbevuto dai ritmi, gli odori e i sapori della Sardegna.

Un racconto articolato in una sintassi inappuntabile e guarnito da un lessico semplice ma sorvegliato e diretto che ci introduce in un mondo per molti sardi ancora oggi familiare.

Per questo è un libro da leggere. Con attenzione. In qualche modo per “abitarlo”. Per poterlo non solo comprendere ma gustare. Assaporare.

L’uccisione del viceré Camarasa

L’uccisione del viceré Camarasa.

di Francesco Casula

Durante la loro esistenza (dal 1355 al 1718/20) vi furono tentativi ricorrenti degli Stamenti di rivendicare e di assumere più ampi poteri. Come in tutta Europa del resto, i Parlamenti lottavano contro i re/principi che invece tentavano di instaurare il loro potere assoluto.
L’episodio di maggiore frizione e conflitto fra il Parlamento sardo e il sovrano spagnolo avvenne nel 1655, quando gli Stamenti posero al sovrano una condizione secca: noi approviamo il donativo quando e se voi approvate le nostre richieste.
Fino ad allora il Parlamento che si riuniva ogni dieci anni, aveva posto il problema delle richieste ma slegate dall’approvazione del donativo. Ora invece è intransigente: senza l’accoglimento di ben 25 richieste, il donativo non verrà approvato.
Protagonisti di quel Parlamento sono l’arcivescovo di Cagliari (che era anche capo della Chiesa sarda) e soprattutto il marchese di Laconi don Agustin de Castelvì, «prima voce» dello stamento militare, che viene inviato a Madrid per spiegare (e convincere) il re in relazione alle richieste del Parlamento.Contrariamente all’uso dell’invio di un rappresentante per ogni stamento, don Agustin fu mandato lui solo a capo della delegazione, a riprova della fiducia che l’intero Parlamento, finalmente unito, salvo un gruppo nettamente minoritario, riponeva in lui.
Rimarrà per un anno a Madrid: resistendo a ricatti, minacce e lusinghe. Tentò anche forti mediazioni, riducendo le richieste da 25 a 5: una di queste non era altro che l’habeas corpus, cioè il principio secondo il quale nessuno può essere imprigionato senza il mandato di un giudice e sulla base di un reato definito; l’altra, molto più rilevante ai fini economici e sociali delle classi privilegiate che il Marchese di Laconi , rappresentava, era quella della riserva ai residenti in Sardegna di tutte le cariche, civili, religiose e militari.
Il Governo di Madrid, naturalmente, respinse le richieste, non solo per una questione di merito ma di principio: non poteva accettare la tesi dello scambio (donativo per approvazione richieste) perché in qualche modo avrebbe significato mettere in una situazione di parità il regno di Sardegna con quello di Spagna.
Di più: al suo ritorno in Sardegna agli inizi del 1668 il viceré Emanuel Gomez de los Cobos marchese di Camarasa, destituì il marchese di Laconi e il 24 maggio sciolse il Parlamento stesso. Circa un mese dopo, nella notte fra il 20 e il 21 giugno il marchese di Laconi fu ucciso. Il delitto, fu fatto ricadere sulla corte viceregia. E comunque un mese dopo fu assassinato anche il viceré Camarasa. Furono accusati la moglie e il suo amante, Salvatore Aymeric, cadetto dei conti di Villamar.
Uno scontro fra il viceré, il suo autoritarismo e il parlamento? E in particolare con il Marchese di Laconi, invero un po’ ribelle e bandolero ma caduto per la difesa degli interessi dei naturales sardi, di tutti indistintamente? Addirittura «redemptor y restaurador de la Patria»? «Padre del Pueblo» o «amparador de los pobres», espressioni che risultano da alcuni documenti dei giorni seguenti il delitto? Questo è il don Agustín che si vuole accreditare presso l’opinione pubblica. In realtà si tratta di un conflitto fra gli interessi delle classi privilegiate sarde e il Governo di Madrid che non vuole rinunciare minimamente al centralismo del suo potere e del suo dominio.
In altre parole, comunque: ”Non è certo possibile ricondurre questi episodi a un consapevole progetto di affermazione autonomistica e ‘nazionale’ dell’isola nei confronti della Spagna, ma essi sono comunque il segno di una monarchia non più vincente sul teatro politico e militare europeo in piena decadenza economica e civile, e che non ha più argomenti sufficienti per far accettare senza reazione le sue pretese centralistiche. E non può più offrire alle aspirazioni di affermazione delle élites, e forse dell’intera società sarda, un orizzonte di adeguato appagamento”* .
*A. Brigaglia A.Mastino G.G. Ortu, Storia della Sardegna 3, Editori Laterza, Roma-Bari 2002, pagina 31.

CON PAPA FRANCESCO

CON PAPA FRANCESCO
di Francesco Casula
Nei Media, ma anche nei grandi Giornali, continuano imperterrite le contumelie, le offese e, persino le ingiurie e gli insulti, nei confronti di Papa Francesco: apostrofato con epiteti innominabili, tra cui, i più lievi sono massone, antipapa e via via elencando simili mostruosità e scempiaggini. Per lo più vengono, tali improperi, da una certa parte culturale e politica, più che conservatrice, reazionaria e retriva. Che non accetta il cambio di rotta che Papa Bergoglio ha voluto imprimere alla Chiesa cattolica. Di qui lo “scontro” sotterraneo (ma non troppo) con sorde ampie e corpose resistenze alla sua “rivoluzione”, anche all’interno stesso della Chiesa. Schematizzando (e necessariamente semplificando) a confrontarsi (o combattersi?) sono due Chiese contrapposte: quella di Bergoglio e quella rappresentata emblematicamente dai “bertoniani”. Insomma la Chiesa dei poveri e la Chiesa “costantiniana”: una dialettica, un confronto, uno scontro che ha attraversato la sua storia millenaria. E che nella storia, carsicamente, emerge in alcuni periodi, per inabissarsi in altri. Da quando con l’imperatore Costantino appunto, inizia a mutare “pelle”, DNA: trasformandosi gradatamente, da Chiesa come Comunità di base, povera e solidale, perseguitata e martirizzata, in Chiesa gerarchica, di potere e di dominio: di potere economico e politico. Di strumento oppiaceo invece che di liberazione. Nel Medioevo al fine di giustificare e “legittimare”, tale potere “temporale”, dei papi e della Chiesa – evidentemente hanno la coda di paglia – gli storici “cristiani” fra l’altro “inventarono” un documento secondo cui l’imperatore Costantino con un decreto avrebbe donato a Papa Silvestro i territori di Roma e del Lazio. Ci avrebbe poi pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare tale falso, tale documento apocrifo, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e dell’archeologia, con un celebre opuscolo ” De falso credita et ementita Constantini donatione” del 1440. Ma non solo su questo versante muta la Chiesa: nata per annunziare il messaggio evangelico, diventa “altro”: si dota e costruisce un apparato dottrinale e teologico, di norme, precetti, divieti, dogmi, riti, culti: che di fatto tendono a “sostituire” il messaggio originale cristiano o, comunque, lo “declassano” e, talvolta, lo stravolgono. Il “fedele” è tale più per l’osservanza della “pratica religiosa” e cultuale o della lettera della dottrina, quasi fosse un’ideologia astratta, che per la “pratica etica” e i comportamenti morali. Il Papa gesuita invece si ispira al messaggio evangelico primigenio: dandone l’esempio e iniziando a praticarla, la povertà. Così ai sontuosi appartamenti papali preferisce la modesta foresteria di Santa Marta, dove consuma i pasti insieme agli altri. Di contro la Chiesa “costantiniana” rappresentata in modo esemplarmente paradigmatico da Bertone che – già potente Segretario di Stato – abita in un sontuoso e lussuoso e superaccessoriato attico. Papa Francesco non riduce la communio e la vita stessa della Chiesa alla struttura ecclesiastica e all’estabilishement: anzi. Il suo servizio non è un mestiere e, ancor meno una carriera, con privilegi ed emolumenti principeschi, come troppo spesso lo è stato nel passato (e lo è ancora) per molti ecclesiastici: che Bergoglio denuncia con reprimende severe. Per lui è un ministero evangelico e profetico di salvezza che si dispiega nella situazione storica concreta in cui vive e opera, accettando e incrociando il frastuono dell’esistenza, occupandosi degli uomini e delle donne, quali sono, e non solo delle loro anime. Egli non è il capo di una setta religiosa: è il fratello e il padre di tutti, ma soprattutto dei diseredati, dei dannati della terra: anche se, formalmente, non appartengono alla Chiesa. Papa Francesco tali dannati della terra li incrocia, percorrendo le strade del Pianeta, sostando nelle Piazze, stringendo mani, osservando i loro sguardi, leggendo nei loro cuori, ascoltando le loro storie. Ma non solo. Papa Francesco – il cui Dio “ha rovesciato i potenti dai troni e innalzato gli umili” – mostra simpatia, apertura e sostegno deciso e convinto alle problematiche ambientali (penso alla recente enciclica Laudato si’) e ai nuovi processi di liberazione, in sintonia con i soggetti emergenti delle trasformazioni sociali: alle donne che pur continuando ad essere discriminate, iniziano ad acquisire potere e ruoli; alle culture e lingue native, che una globalizzazione nefasta vorrebbe distruggere; alle comunità indigene che rivendicano le loro visioni del mondo autoctone non soggette alla colonizzazione occidentale; alle comunità contadine che si mobilitano contro il capitalismo selvaggio. A tali aperture si oppone la Chiesa “costantiniana”, di fatto preconciliare, più legata alla religio superstiziosa, che alla religiosità liberante e liberatrice, e non disposta a rinunciare ai privilegi di casta e al potere. Chiesa “costantiniana” che la parte più retriva della cultura e della società (non solo italiana) non si rassegna ad abbandonare.
 
 
 
 
 
Visualizzato da Francesco Casula alle 08:13
 
Invio
 
 
 
 
 
 
Scrivi a Francesco Casula
 

Il Giudice-re Ugone III , fu ucciso perché tiranno o perché “nemico” degli Aragonesi?

Il Giudice-re Ugone III, fu ucciso perché tiranno o perché “nemico” degli Aragonesi?

di Francesco Casula

A Mariano IV successe il figlio Ugone III, quasi quarantenne. La sua figura ha valutazioni storiche contrastanti e, per certi versi, opposte.
Le fonti storiche iberiche, in particolare Geronimo Çurita,cronista del reyno de Aragon, lo descrivono come crudele e tiranno, quelle francesi – che sostanzialmente si rifanno allo stesso Çurita – come rozzo e ignorante, “fier e sauvage insulaire” (Gabriel-Henri Gaillard). .
Il cronista aragonese gli attribuisce infatti tirania, crueldad y barbara naturalesa.
Sulla sua figura, la sua azione ma soprattutto sulla sua fine abbiamo comunque poca documentazione. Secondo lo storico medievista Francesco Cesare Casula pare che il suo dispotismo non fosse accettato dal suo popolo, che ritenendo di essere stato tradito nel suo rapporto di bannus consensus, il 3 marzo i383 si sollevò e, secondo l’antica usanza del tirannicidio lo pugnalò insieme alla figlia, gettandolo, ancora vivo in un pozzo, con la lingua tagliata: a documentarlo una cronaca di “Reggio Emilia”, secondo cui “il 3 marzo il popolo di Arborea, con altri dell’Isola rivolsero le armi contro il Giudice e lo uccisero insieme alla figlia e gli portarono via tutti i beni stimati comunem,ente in mille fiorini: e ciò, a causa del suo malgoverno” (1).
Ugone viene ucciso nel 1383 nel suo palazzo a Oristano: secondo però altri storici non a causa della sua “tirannia” ma per una serie di altre ragioni: ragioni esterne da ricondurre alle ostilità degli Aragonesi e dei nemici di Arborea; ragioni interne da ricercare nei “printzipales” e nei mercanti che erano scontenti perché Ugone era troppo autoritario e imponeva tasse troppo alte per poter mantenere i mercenari tedeschi, provenzali e borgognoni.
Certo – scrive Raimondo Carta Raspi – “Fin dai primi provvedimenti di Ugone appare il pugno di ferro”(2). Ma la sua non sarebbe stata una “tirannia” bensì una “signoria” “ in quegli anni necessaria, per imporre ai Sardi, a tutti i Sardi, sacrifici e sangue per sottrarre la Sardegna alla monarchia aragonese” (3).
E la sua morte dunque non sarebbe causata dalla sua “tirannia” bensì dalla sua inimicizia feroce nei confronti degli Aragonesi, che la morte stessa avrebbero organizzato con la connivenza di alcuni ascari sardi, ad iniziare da un certo De Ligia.
A tal proposito rimando a Pimpirias de istoria e istoriografia sarda. presenti in questo stesso paragrafo.
Sempre lo storico Raimondo Carta Raspi, al contrario delle fonti aragonesi, rivaluta la figura di Ugone III per la sua attività legislativa (leggi e ordinanze che in parte confluiranno nella Carta de Logu di Eleonora) ma soprattutto perché sarebbe stato “il più sardo dei Giudici, il valoroso capitano che avrebbe potuto sottrarre la Sardegna per sempre alla dominazione straniera”(4).
Note bibliografiche
1. Francesco Cesare Casula, La storia di Sardegna, op. cit. pagina 359.
2. Raimondo Carta Raspi, op. cit. pagina 593.
3. Ibidem.
4..Ibidem, pagina 625.

I sardo- nuragici conoscevano e lavoravano il vetro

I sardo-nuragici conoscevano e lavoravano il vetro

di Francesco Casula

Sarebbero stati i sardi nuragici i primi a produrre il vetro primario nell’intero bacino del Mediterraneo nel 1700 avanti Cristo, almeno uno o due secoli prima degli abitanti di El Amarna, antica capitale dell’Egitto, ai quali era stata accreditata finora la prima creazione di questo materiale. La scoperta arriva (luglio 2021) dal sito archeologico del nuraghe “a corridoio” di Conca ‘e Sa Cresia (datato al radiocarbonio all’incirca 1700 a.C., inizio della civiltà nuragica), nella Giara di Siddi, in Marmilla, duranti gli scavi diretti dall’archeologo Mauro Perra, in cui sono state rinvenute migliaia di ceramiche datate Bronzo Medio.
Perra si è rivolto così all’archeologa e geologa Giusi Gradoli, specializzata nello studio tecnologico delle ceramiche preistoriche, la quale è rimasta colpita da uno strano vaso tronco-conico, completamente diverso da tutte le altre ceramiche di uso domestico: nulla di speciale dal punto di vista estetico, anzi, ma il suo interno si presenta rivestito da concrezioni che alla specialista sembrano proprio vetro.
«Non ci sono dubbi – ha sostenuto Giusi Gradoli – qui nelle pertinenze del sito nuragico di Conca ‘e Sa Cresia c’era una produzione di vetro primario che colloca i sardi nuragici davanti agli egizi. Quindi i sardi sono stati i primi a scoprire e produrre il vetro».E il direttore scientifico degli scavi, Mauro Perra aggiunge: «Non ci aspettavamo niente di tutto questo,alle prime intuizioni abbiamo incaricato la professoressa Gradoli di compiere studi approfonditi su quanto avevamo trovato ed è emersa questa straordinaria scoperta». Non meno entusiasta Emily Holt, professoressa di Scienze biologiche nell’University of Northern Colorado che parla di una scoperta capace di porre nuovi quesiti su una classe intera di manufatti dell’età del bronzo. «Materiali che pensavamo fossero stati importati in Sardegna – dice la studiosa – potrebbero invece essere stati prodotti per primi dalle popolazioni locali».
Una volta ottenute le autorizzazioni necessarie allo studio, il vaso viene portato al Dipartimento di Mineralogia dell’Università di Cagliari, dove l’analisi chimica qualitativa conferma che si tratta di un materiale vetroso, di vetro primario, la cui “firma molecolare” parla di un materiale autoctono, certamente non di importazione.
.A questo punto occorre specificare: la comunità scientifica internazionale opera una precisa distinzione tra vetro e “paste vitree”. Queste ultime, infatti, sono attestate fin dal V millennio a.C. in Mesopotamia e in tutto il bacino del Mediterraneo, come riportato da diverse fonti successive (tra cui le Lettere di Amarna e i cartigli geroglifici egizi); ne scrisse anche Plinio il Vecchio.
Tuttavia, la differenza fra pasta vitrea e vetro è sostanziale: il vetro, la prima sostanza artificiale della storia, è costituito principalmente da silice (quarzo o sabbie quarzitiche), da alcali ricavati da ceneri di piante alofite o sali di natron (per abbassare la temperatura di fusione del quarzo) e da sostanze coloranti.
La pasta vitrea è, invece, una patina vetrosa superficiale che riveste un oggetto di argilla o di altre sostanze minerali. Spesso venivano preparati dei piccoli stampi all’interno dei quali si versava il composto che poi formava, una volta raffreddato, la patina vetrosa colorata.
In millenni di produzione di paste vitree, si vide che quella sostanza che serviva fino ad allora solamente a invetriare i manufatti in ceramica, poteva essere fusa e plasmata per formare oggetti differenti (perle, intarsi, piccoli vasi) anche se questi procedimenti di fusione erano lunghi e laboriosi.
Il vetro vero e proprio si ritiene sia apparso per la prima volta in Mesopotamia intorno al 1.600 a.C. e in Egitto, soprattutto ad Amarna nel Medio Egitto, Quantir e Lisht nell’Egitto settentrionale, intorno al 1500-1400 a. C., come confermato da un’amplia bibliografia scientifica.
Ora, si dà il caso, invece, che il sito di Siddi sia stato datato al 1700 a.C. come confermato dalle tante datazioni dei reperti organici al Carbonio 14.
In sintesi, l’antica civiltà nuragica potrebbe aver inventato il vetro almeno un secolo prima degli Egiziani.

I sardo-nuragici vinificavano

di Francesco Casula
Semi di vernaccia e malvasia risalenti a circa tremila anni fa sono stati ritrovati nel pozzo che faceva da ‘frigorifero’ a un nuraghe nelle vicinanze di Cabras. La prova del carbonio 14 effettuata dal Centro conservazione biodiversità dell’Università di Cagliari conferma la datazione e fa ritenere che la coltura della vite nell’Isola fosse conosciuta sin dall’età del bronzo. Riporto integralmente un articolo apparso su “Il Sole 24ore di Maria Teresa Manuelli del 28 gennaio 2015: I vitigni più antichi del Mediterraneo occidentale si trovano in Sardegna e appartengono al cultivar della vernaccia e della malvasia. E’ la recentissima scoperta dell’équipe del Centro per la Conservazione Biodiversità dell’Università degli Studi di Cagliari. Sino ad oggi, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici e successivamente ai Romani il merito di aver introdotto la vite domestica in questa parte del Mare Nostrum, ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà nuragica riscrive, non solo la storia della viticoltura in Sardegna, ma dell’intero Mediterraneo occidentale. Entrano in azione i paleobotanici. Tutto ha inizio una decina d’anni fa, quando gli scavi per la costruzione di una strada provinciale nella provincia di Oristano, a Sa Osa (Cabras), portano alla luce un sito archeologico risalente all’epoca nuragica. Le diverse strutture restituite alla luce nascondevano un tesoro biologico, ovvero dei pozzi scavati nella roccia dagli abitanti preistorici per conservare gli alimenti. Di altezza tra i 4,5 e i 6 metri, erano dei veri e propri ‘protofrigoriferi’ che hanno trasmesso integri fino a noi diversi materiali organici, vegetali e animali, destinati all’alimentazione: non solo i semi di vite, ma anche noci, nocciole, semi di fico, pigne da pinoli, leguminose, carne di cervo, pesce… Da questa scoperta è partito il lavoro dei paleobotanici del Centro per la Conservazione Biodiversità e solo un lungo e paziente lavoro di ricerca ha portato ai risultati pubblicati pochi giorni fa. Semi perfetti dopo millenni “L’eccezionalità di questa scoperta – dichiara Gianluigi Bacchetta, direttore scientifico del Centro Conservazione Biodiversità – è anche lo stato di conservazione di questi prodotti: praticamente perfetti, grazie all’assenza di ossigeno e alla forte umidità. I semi sono arrivati a noi così come sono stati posti nei pozzi”. In collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, gli oltre 15mila semi di vite ritrovati nel sito nuragico, sono stati poi datati al Carbonio14 come risalenti a circa 3.000 anni fa, periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, scoprendo così che la viticoltura come la conosciamo noi oggi era già nota ai nostri antenati ben prima dell’arrivo di Romani e Fenici. Antenati della Vernaccia “Non solo – continua Bacchetta. Grazie alla perfetta conservazione si è potuto risalire anche alle varietà. In alcuni pozzi i semi appartenevano alla vite silvestre, pianta autoctona attualmente presente in Sardegna, mentre altri portavano già caratteri intermedi tra questa e le moderne cultivar di vitis vinifera. In particolare questi sembrano appartenere alle cultivar a bacca bianca, mostrando forti relazioni con le varietà di vernacce e malvasia coltivate ancora oggi proprio nelle aree della Sardegna centro-occidentale, nell’oristanese”. Gli antichi sardi quindi conoscevano la domesticazione della vite e la viticoltura, resta da stabile se conoscessero anche la vinificazione. “La nostra ricerca prosegue in questa direzione. Vicino a Monastir, in provincia di Cagliari, è stato trovato un antico torchio nuragico, età del bronzo quindi, probabilmente utilizzato per fare il vino. Ma bisogna essere cauti. In Sardegna abbiamo un enorme patrimonio archeologico accumulato nelle strutture museali, ancora da studiare per capire la paleodieta, le coltivazioni, le conoscenze dell’epoca che erano molto avanzate rispetto a quello che pensiamo noi. Non dimentichiamo che la Sardegna era al centro di una grande rete di traffici che portava il vino sardo, e non solo quello, da una parte all’altra del Mediterraneo tra il primo e il secondo millennio prima di Cristo”. Un’attività vitivinicola fiorente testimoniata dal ritrovamento di anfore vinarie da trasporto provenienti dalla Sardegna, le cosiddette «zit a», un po’ dappertutto nel Mediterraneo occidentale, fino a Cartagine. Prossimo passo consisterà quindi nel mettere in connessione l’enorme patrimonio archeologico sardo per approfondire usi e costumi alimentari di questa antica popolazione e stabilire le relazioni con quelli attuali, in sinergia con la Banca del Germoplasma che raccoglie, studia e classifica tutti i taxa vegetali endemici, rari, minacciati della Sardegna
 
 
 
 
 
Visualizzato da Francesco Casula alle 07:44
 
Invio
 

.

 
 
 
 
 
Scrivi a Francesco Casula
 

Mariano IV e la sua grandezza politica e legislativa

MARIANO IV e la sua grandezza politica e legislativa.

di Francesco Casula

Con Mariano IV, l’alleanza o comunque la subalternità degli Arborea nei confronti dei Catalano-Aragonesi cambia del tutto. Fratello del Giudice Piertro III di Arborea morto il 18 febbraio 1347, senza figli, gli succede seguendo la linea generazionale laterale dei Bas-Serra che si autodefiniscono gli Arborea.
La Corona de Logu lo intronizza nel 1347. Nel 1343 si era fatto ritrarre con la grande spada di cavaliere, al fianco di un pittore napoletano di scuola giottesca nel soppedàneo del polittico (dipinto suddiviso in più pannelli della cattedrale di Ottana, sede vescovile del suo feudo del Goceano: Domiuns Marianus de Arborea- Dominus Goceano et Marmilla).
Intelligente, colto e raffinato, Mariano IV oltre al Sardo (arborense, logudorese, gallurese) conosceva il Latino e il Catalano. Era in contatto epistolare con le maggiori personalità dell’epoca: fra cui Santa Caterina di Siena.
Mentre prima,appena intronizzato è tiepido con gli Aragonesi, nel 1353 di fatto dichiara guerra ai Catalani, guerra deliberata in Corona De Logu. Anche in seguito all’occupazione di Alghero (30 agosto 1353), quando cacciano “i locali” e da allora diventerà una cittadina “catalana”, anche linguisticamente, con l’ammiraglio de Cabrera.
Mariano ruppe il rapporto di vassallaggio anche simbolicamente, eliminando dai suoi stendardi l’antico emblema dei tre pali catalani e assumendo quello figurativo del suo Stato: l’Albero deradicato in campo argento o bianco.
Così invase il Cagliaritano e sottomise i sardi “regnicoli”, per la maggior parte consenzienti, minacciando di gravi pene i riluttanti: taglio delle mani e dei piedi e confisca dei beni (sub pena amissionis pedis et manus et averi).
Nello stesso anno invitava tutti i Sardi, giudicali e regnicoli non liberi ad arruolarsi nel suo esercito per combattere i Catalani-Aragonesi in cambio della emancipazione personale: scomparirà così la “sevitù”, anche formalmente.
Dopo Cagliari la sua iniziativa bellica si spostò al Nord: alleato con i Doria, si addentra nel Logudoro e assedia Sassari (15 ottobre 1353). La reazione di Pietro il cerimonioso fu un fallimento. Nel 1355 si giunse così alla Pace di Sanluri (11 luglio 1355) e iniziò un periodo di pace e tranquillità per l’isola giudicale e regnicola.
Il 15 ottobre 1365 Mariano IV riprese il conflitto con i Catalani-Aragonesi, deliberato dalla Corona De Logu, con l’attacco al Castello aragonese di Sanluri. La guerra assume viepiù connotati nazionalisti, da una parte Mariano come re d’Arborea e dall’altra parte il re del Regno di Sardegna.
Anche la popolazione “regnicola”, ovvero sotto il dominio catalano-aragonese, quasi totalmente parteggia con Mariano, angariata com’è dal feudalesimo e dal malgoverno iberico e attratta dalla speranza che finalmente sarà liberata de servitute catalanorum (dalla servitù dei Catalani).
Mariano inoltre, grazie anche al consenso pressoché generale dei Sardi si rivolge al Pontefice Urbano V per togliere la titolarità del regno di Sardegna al re d’Aragona per darla, anche formalmente, a lui.
Alla fine del 1365 tutta la Sardegna era all’obbedienza di Mariano, eccetto Castel di Cagliari e Alghero.
Il re catalano.aragonese Pietro III il cerimonioso a questo punto invia nell’Isola una grossa spedizione militare al comando di Pietro Martinez de Lun che nel giugno delm1368 penetra nell’Oristanese ma viene sconfitto in battaglia presso Sant’Anna. Sull’onda del successo, Mariano IV conquista anche Sassari.
Morirà di peste, a 57 anni, nel 1376. A San Gavino una scultura lo ritrae mentre stringe con la mano sinistra lo scettro regale e reca a lato lo scudo araldico con il simbolo del suo Stato: l’Albero deradicato.

CHI LO DICE (E LO SPIEGA) ALLA MELONI LA DIFFERENZA FRA “NAZIONE” E “STATO”

CHI LO DICE (E LO SPIEGA) ALLA MELONI LA DIFFERENZA FRA “NAZIONE” E “STATO

di Francesco Casula
La Presidente del Consiglio dello Stato italiano, quotidianamente e in modo ossessivo ci ammorba con la sua “Nazione”. Ma chi le spiega che sta confondendo Nazione con Stato? E che nella Repubblica italiana ci sono più Nazioni? E che fra queste c’è sicuramente la Nazione sarda?
Dovrebbe infatti sapere che i sardi sono sardi non italiani. O forse che prima eravamo spagnoli? E ancor prima catalano-aragonesi? O fenici durante la loro “colonizzazione”? O cartaginesi, o romani, o vandali o bizantini durante la loro dominazione?
Noi Sardi siamo certo cittadini italiani, ma di nazionalità sarda.
Ho l’impressione che Lei confonda Stato con Nazione. Quando la differenza è ciclopica e pure evidente. E, come recita l’apoftegma latino, De evidentibus non est disputandum!
Ricordo comunque che la Sardegna, storicamente, è entrata ed è stata incorporata (e finanche coattivamente) nell’orbita italica – a parte la breve parentesi pisana e genovese nei secoli XI-XIII – solo nel 1720 quando venne ceduta al Piemonte, per un baratto di guerra, ai Savoia che diventarono re e si dimostrarono in 226 anni di dominio e sgoverno, tiranni oltremodo reazionari ma soprattutto ottusi famelici e sanguinari.
Siamo Sardi e siamo, da sempre una Nazione: per storia, diversa e dissonante rispetto alla coeva storia italiana ed europea; per lingua (nata e affermatasi quasi 300 anni prima della lingua italiana e per più di 400 anni lingua ufficiale e cancelleresca nei regni giudicali ); per cultura e tradizioni, peculiari e specifiche.
Il “sentimento” nazionale sardo è viepiù largamente presente fra i sardi, oggi: alla faccia di chi ha sempre tentato di “snazionalizzarci” e “dessardizzarci”, privandoci della nostra Identità etno-nazionale.
Ricordo che nel 2012, in una indagine, voluta e finanziata dalla Giunta regionale e svolta dal Dipartimento universitario di ricerche economiche e sociali di Cagliari e da quello di Scienza dei linguaggi dell’Ateneo di Sassari, è emerso che il 27% si sente sardo e non italiano; il 38% più sardo che italiano; il 31% tanto l’uno che l’altro e solo il 3% più italiano che sardo e l’1% esclusivamente italiano.

Ma si tratta solo di un “sentimento”, di un “umore”? O, meglio, di un ri-sentimento e di un malumore nei confronti dello Stato italiano, storicamente ostile nei confronti dell’Isola? No, c’è di più: a mio parere sta maturando una nuova consapevolezza e coscienza della propria “diversità” e “specificità” e dunque dell’essere “Nazione”. Che ha il diritto storico all’Autodeterminazione – peraltro garantita da tutti i Trattati e Convenzioni internazionali – e all’Indipendenza.
La smetta dunque la Presidente del Consiglio italico di persistere nel chiamare lo stato italiano “Nazione” o , peggio ancora, Patria.
Deve sapere che per noi Sardi. la nostra Patria (e Matria) è la Sardegna non l’Italia.
E volgio sperare che anche a Lei non venga la tentazione di rivolgere agli indipendentisti sardi la becera accusa di “separatismo”. Siamo noi Sardi che accusiamo lo Stato Italiano di essersi, da sempre, “separato” dai nostri bisogni, materiali, culturali e linguistici, E di volerci ancora dominare – e con quale spocchia! – sia culturalmente che linguisticamente!
Noi vogliamo semplicemente la nostra liberazione nazionale. Aperti al mondo e al suo respiro. Da sempre euromediterranei, vogliamo andare in Europa, senza passare per la prigione italica, in una Europa dei popoli, sociale, solidale e multiculturale e plurilingue.

Onore a Francesco Pilu

Onore a Francesco Pilu suggestivo cantore, con i Cordas e Cannas, della Sardegna.
Chi sa terra ti siat lebia!
di Francesco Casula

pilu1

Dopo lungo e doloroso calvario,oggi è morto Francesco Pilu : la voce, l’anima, il leader dei CORDAS E CANNAS. Una immane perdita per tutta la Sardegna: di cui ha cantato, in modo passionale ed energico la sua malefadada storia, la sua poesia, la sua civiltà: con la nostra lingua nadìa. Orgogliosamente, convintamente.
Qualche anno fa ho avuto occasione di conoscerlo personalmente, in occasione del Premio che come Giuria dell’Ozieri avevamo assegnato a lui e al suo Gruppo, come migliore band musicale sarda.
Amavo ascoltare le sue canzoni, la sua musica, sua e del suo Gruppo,“quattro ragazzi dalle radici affondate nell’alveo profondo delle culture neolitiche e civiltà nuragiche, orientate a una visione futura”, scrivono opportunamente in un bellissimo libro, «Terra Muda», Decimo Lucio Todde e Bruno Piccinnu.
Cordas e Cannas è la più longeva formazione della World musica sarda che da oltre quarant’anni ha deliziato con la sua musica il pubblico sardo e non solo sardo: la band infatti ha fatto conoscere e portato le sue canzoni in varie parti del mondo, dall’Australia agli Stati Uniti, dal Sud America al Nord Europa.
Dei loro canti e della loro musica scrivono ancora e in modo struggentemente lirico, gli Autori di «Terra Muda»:“I Cordas e Cannas liberavano nell’etere musiche e canti profusi in echi risuonanti, sprofondati in abissi primordiali; evocanti i palpiti dell’incanto e dell’ignoto per innalzarsi in riverberi di pietra sulla volta agli orizzonti futuri”.
Una musica, quella della band olbiese che ha saputo attingere dalle sonorità ancestrali dimenticate, per condurle nel vivere di tutti i giorni, al fine di raccontare in musica la storia della Sardegna e nel contempo della stessa più alta letteratura e poesia sarda tradizionale, ad iniziare dai sublimi Peppino Mereu e Montanaru, Francesco Ignazio Mannu e Melchiorre Murenu di cui hanno musicato e cantato i loro più bei cantici. Ma anche di Sergio Atzeni, Fabrizio de Andrè, Marisa Sannia e Pinuccio Canu.
Una musica che ha saputo recuperare sonorità indigene, coniugandole e intrecciandole con saund moderni, europei e non solo, di alto livello, proponendosi nel solco di altre esperienze musicali intrernazionali: in tal modo i Cordas e Cannas, proiettano e risvegliano sonos antigos, per condurli nel linguaggio musicale aperto alle espressioni di culture diverse. Rimanendo in tal modo fedeli alla tradizione, ad iniziare da quella orale, ma aperti al mondo, a culture «altre», viepiù arricchenti quella etnica. Così, grazie alla sensibilità musicale, al rispetto di Su Connotu,alla innata creatività e a una grande capacità compositiva, che sono solo alcuni degli affluenti di un prezioso fiume sonoro, in questi quarant’anni la band di Olbia ha potuto soddisfare quel bisogno di musica del nostro popolo, del popolo sardo.
Una musica, quella dei Cordas e Cannas, scrivono ancora gli Autori di «Terra Muda», in termini suggestivi e fascinosi, mitici e fortemente lirici, “concepita nel segno di una nuova coscienza musicale e ambientalista; fiorita fra gli orditi di janas tessitrici, vestite di giungo e paglia, adornate di collane e diademi. Nel suo destino soffia il vento della musica etnica isolana sospinta nei microcosmi musicali di culture diverse, per comporre con evoluti intarsi sonori il mosaico dei popoli minori”.
Un gruppo musicale, quello dei Cordas e Cannas che un poeta come Pinuccio Canu (autore fra l’altro di due testi da loro musicati e cantati (Che foza in su ‘entu e A Manu tenta), «zustamente gosi contat e cantat»: Dae cando at comintzadu, su sòtziu leat una filada e ponet conca a una cherta musicale chi esseret a bessu de ‘ettare a unu e ponner in ispiccu cantu b’aiat in comunu tra su connotu sardu carradu dae ‘ucca in bucca e ateras musicas populares europeas e de atterùe, fintzas a ch’imbatter in sa musica nòdida e famada e in su jazz. S’oriolu e su bisu de sos Cordas e Cannas est cussu de pertziare comente si devet e de suguzare cun afficcu tottu su chi sa musica sarda podiat narrer (siat cussa a boghe sola, siat cussa strumentale) e de nde ‘ogare a pizu totu sos segnales prus semodados e galu aggradessidos a sos de como.
A tali caratteristiche occorrerà aggiungere – ma si sarà ampiamente capito – quella che a mio parere è fondamentale e prioritaria per una band che canta e fa musica etnica isolana: l’utilizzo della lingua sarda. Essendo essa, la nostra lingua materna, la nostra lingua nadìa l’elemento più pregnante e alto della nostra identità. Quella lingua che è soprattutto senso, suoni, musica. Lingua di vocali. Dunque corporale e fisica e insieme aerea, leggera e impalpabile. E le vocali sono per il poeta l’anima della lingua, sono il nesso fra la lingua e il canto; fra la poesia, i numeri della musica, il ritmo e il ballo.
Tanto che, storicamente, i confini fra poesia e musica e danza, sono sempre stati labili e sfumati a tal punto che gli antichi poeti – gli aedi greci per esempio – non scrivevano poesie ma le cantavano, accompagnandosi con la lira: non a caso nasce il termine «lirica» e «aoidòs» in greco significa cantore.
Ma «cantano” anche Dante e Petrarca, Ariosto e Tasso, Leopardi e un poeta del ‘900 come Dino Campana (Canti Orfici).

pilu2

E i cantadores sardi, ad iniziare dai poeti improvvisatori che cantano con la lingua materna che riassume la fisionomia, il timbro, l’energia inventiva, la cultura, la civiltà peculiare del nostro popolo. Una lingua – il Sardo – che è insieme memoria e universo di saperi e di suoni. Che sottende – talvolta in modo nascosto e subliminale – senso e insieme oltresenso, musica, ritmo e ballo. Segnatamente il ballo tondo: momento magico in cui l’intera comunità, «tott’umpare, si pesat a ballare, si muove in cerchio. E con questo esprime una molteplicità di segni, significati, simboli e riti: l’armonia dell’universo, il movimento dell’acqua e del fuoco, il Nuraghe. E con esso tutta la civiltà e la cultura nuragica che evoca e richiama: la democrazia federalista e comunitaria, il rifiuto del capo, del gerarca, del sovrano, del tiranno – la Sardegna è sempre stata acefala – la difesa intransigente dell’autonomia e dell’indipendenza di ogni singola comunità, di ogni singolo villaggio.
Quella lingua che è soprattutto espressione della nostra civiltà e della nostra storia dunque, ma nel contempo, strumento per difendere e sviluppare la nostra identità e la nostra coscienza di popolo e di nazione. Una lingua, i cui lemmi che la compongono, infatti, prima di essere un suono sono stati oggetti, oggetti che hanno creato una civiltà, oggetti che hanno creato storia e «paristoria, lavoro, tradizioni, letteratura, cultura. E la cultura è data dal battesimo dell’oggetto.
Quella lingua che è ancora libera, popolana, vera, indipendente, ricca: istinto e fantasia, passione e sentimento. A fronte delle lingue imperiali, viepiù fredde, commerciali e burocratiche, viepiù liquide e gergali,invertebrate e povere, al limite dell’afasia: certo indossano cravatta e livrea ma rischiano di essere solo dei manichini. Come la stessa lingua italiana.