THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

 

THIESI: Lotte antifeudali e s’Annu de s’atacu

di Francesco Casula

L’Amministrazione comunale di Thiesi, in occasione della giornata in ricordo de “S’annu de s’atacu”, mi ha invitato a presentare il mio libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI.

Andrò con piacere e interesse perché Thiesi ha un ruolo centrale e da protagonista nelle lotte antifeudali che si combatteranno in Sardegna, alla fine del Settecento. Ad iniziare dal 1795, quando il notaio Francesco Cilocco, (col notaio Antonio Manca e con l’avvocato Giovanni Falchi, seguaci dell’Angioy) nel mese di novembre

fu inviato dagli Stamenti nel Capo di Sopra, per la pubblicazione e diffusione, nei villaggi, del pregone viceregio del 23 ottobre che contraddice la circolare del governatore di Sassari Santuccio del 12 dello stesso mese, che ordinava di sospendere tutti gli ordini provenienti da Cagliari.

Un vero e proprio tentativo “secessionista” del governatore stesso e dei baroni. che avevano la loro roccaforte proprio a Sassari. “L’invio dei tre commissari, –- secondo la Storia dei torbidi, ripresa dal Manno – è preceduta da una riunione a Cagliari alla quale prendono parte, oltre ai «capi cagliaritani della congiura» anche gli avvocati Mundula e Fadda di Sassari e altri «innovatori» sassaresi. In tale riunione si stabiliscono le linee d’azione per il futuro: mobilitazione dei villaggi del Logudoro, assedio di Sassari, arresto dei reazionari, loro traduzione a Cagliari” 1.

Nonostante il viceré, venuto a conoscenza del piano, cerchi di dissuadere Cilocco dal pubblicare e diffondere il pregone, il Nostro non solo lo pubblica e lo diffonde ma diviene l’anima dei moti, insieme agli altri due commissari, Manca e Falchi, riuscendo a coinvolgere e mobilitare nella sua battaglia antifeudale non solo il popolo (contadini e villici in genere), particolarmente colpito dalla scarsità dei raccolti negli anni 1793-95, ma anche settori della piccola nobiltà e del clero: di qui la partecipazione alle lotte antifeudali di numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri”2 .

Annota inoltre lo storico Girolamo Sotgiu che “direttamente investiti dalla massa degli zappatori affamati, i proprietari coltivatori, che costituiscono l’altro cardine della società rurale, sollecitavano anch’essi la fine del sistema feudale. Anche i proprietari coltivatori erano notevolmente aumentati come aumentata era la produzione complessiva. Ma a questo aumento della produzione non aveva fatto riscontro un aumento del benessere, proprio per gli impedimenti posti dal sistema feudale” 3

Di qui la lotta antifeudale e antibaronale ma anche di liberazione nazionale . Racconta Francesco Sulis che “Il Cilocco nel villaggio di Thiesi intesosi con Don Pietro Flores amico dell’Angioy, da un terrazzo della Casa Flores eccitò quelli popolani a insorgere contro i feudatari; e di subito essi tennero l’invito, ed a furia, con tutta sorta di stromenti percotendo le mura del palazzo feudale, lo rovinarono e l’adequarono al suolo”4.

A Osilo, Sedini e Nulvi, tre centri dell’Anglona i vassalli si rifiutarono di pagare i diritti feudali. Mentre a Ittiri, Uri, Thiesi, Pozzomaggiore e Bonorva e ad Ozieri e Uri i contadini s’impossessarono dei granai dei feudatari.

Una lotta che assume però anche caratteri più squisitamente politici, prefigurando in qualche modo un nuovo ordine e una nuova organizzazione sociale, attraverso una trasformazione non violenta dell’assetto esistente. Sempre a Thiesi infatti, il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara, con sindaci, consiglieri, prinzipales, capi famiglia, firmano il primo atto confederativo, cui seguirono nei mesi successivi altri patti d’alleanza. E con esso giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”5 .

I cosiddetti “strumenti di unione” ovvero “patti” fra ville e paesi segnano un salto di qualità della lotta antifeudale, facendole assumere una cifra più squisitamente politica: le federazioni di comunità infatti assurgono al ruolo di soggetto primario, di protagonista fondamentale nell’evoluzione sociale dell’Isola. Esse si moltiplicano e si diffondono in tutto il Sassarese: dopo quelli del 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796 fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. “Il patto – scrive Vittoria Del Piano – vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni” 6.

Lo sbocco di questo ampio movimento, autenticamente rivoluzionario e sociale, perché metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne, fu l’assedio di Sassari. A migliaia – 13 mila secondo le fonti ufficiali e secondo Francesco Sulis, un esercito di contadini armati, proveniente dal Logudoro ma anche dal Meilogu e da paesi più lontani, accorse a Sassari, stringendola d’assedio. Secondo invece lo storico Giuseppe Manno “Sommavano quegli armati a meglio di tremila, non numerando le donne che in copioso numero erano venute anch’esse a guerra, o per assistere i congiunti o per comunione d’odio ed eransi partiti da Osilo, Sorso, Sennori, Usini, Tissi, Ossi, Thiesi, Mores, Sedilo, Ploaghe e altri luoghi posti in quelle circostanze” 7.

Il numero di tremila è poco credibile: vista la massiccia e ubiquitaria mobilitazione soprattutto dei paesi del Logudoro e dell’Anglona ma anche del Meilogu. del Goceano e non solo. Il Manno, storico conservatore e filosabaudo, tende a minimizzare e sminuire l’ampiezza, l’organizzazione e la qualità di una lotta di migliaia e migliaia di contadini, uomini e donne, che dopo secoli di rassegnazione, usi a chinare il capo e a curvare la schiena, si ribellano, si armano per dire basta e per porre fine a un duro stato di servitù, di rapina e di sfruttamento inaudito.

Il Manno non è dunque credibile. La sua, più che una Storia della Sardegna è infatti una Storia regia della Sardegna. E non è un caso che il magistrato sassarese Ignazio Esperson nei suoi Pensieri sulla Sardegna dal 1789 al 1848, definisca il Manno “l’antesignano della scuola delle penne partigiane e cortigianesche che vergognano le patrie storie”.

A migliaia, comunque, al di là del numero, a piedi e a cavallo circondarono Sassari, pare al canto di Procurade ‘e moderare, Barones, sa tirannia di Francesco Ignazio Mannu. Così l’esercito dei contadini, guidato dal Cilocco e da Gioachino Mundula, costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. Quindi, mentre il famigerato duca dell’Asinara, il conte d’Ittiri e alcuni feudatari, erano riusciti a scappare precipitosamente in tempo, prima dell’assedio, rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi, Cilocco e Mundula arrestarono il governatore don Antioco Santuccio e l’arcivescovo Giacinto Vincenzo Della Torre, portandoli a Cagliari verso cui si dirigono con 500 uomini armati.

Gli Stamenti d’accordo col viceré, per porre rimedio alla piega, secondo loro pericolosa e “sovversiva” che avevano preso gli avvenimenti, inviarono loro incontro altri tre commissari, che li raggiunsero con un manipolo di guardie il 4 gennaio 1796 a Oristano, ed ingiunsero loro dì liberare gli ostaggi e rimandare ai villaggi d’origine i loro uomini, nel frattempo ridottisi di numero. Ad un primo rifiuto, due giorni dopo, a Sardara, i commissari viceregi risposero con un atto di forza. Cilocco, per paura di essere arrestato, consegna il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre ai tre inviati del vicerè : l’avvocato Ignazio Musso, l’abate Raffaele Ledà e Efisio Luigi Pintor Sirigu, ex democratico, uno dei protagonisti della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794, ma ormai “pentito” e da vero e proprio voltagabbana, rientrato, opportunisticamente, in cambio di onori, uffizi e privilegi, nell’alveo filo sabaudo.

Era il segnale della svolta moderata che stava maturando negli Stamenti e che avrebbe di lì a poco provocato anche la caduta di Angioy: si concludeva infatti così quella che, a posteriori, sarebbe apparsa come la prova generale della sfortunata marcia di G. M. Angioy.

Thiesi sarà ancora protagonista nel 1800, quando contro la cittadina del Meilogu si scatenerà la vendetta dei tiranni sabaudi,come nel 1896 si era scatenata contro Bono, il paese natale di Giovanni Maria Angioy.

A descriverla è con Giovanna Colombo è Salvatore Tanca, attuale Assessore comunale alla cultura:” Dopo il suo insediamento, il conte di Moriana iniziò una serie di visite ai villaggi rendendosi conto dello stato di miseria dei vassalli e della opprimente vessazione dei feudatari. Emanò cosi un pregone dettando norme sulle modalità da seguire nella riscossione dei tributi, con lo scopo di tranquillizzare le popolazioni e placare gli abusi dei baroni. I feudatari però si rifiutarono di dare applicazione al pregone viceregio. In questa situazione si distinse il Duca Manca che ordinò ai suoi agenti di riscuotere tutti i diritti, legali e non, presenti e passati. I vassalli tiesini, istigati dai sacerdoti, si rifiutarono di sottostare a questo  nuovo arbitrio del Duca e la notte tra il 22 e il 23 settembre organizzarono una manifestazione di protesta davanti alla casa del sindaco chiedendo un suo intervento contro le pretese del duca. Il giorno seguente il sindaco informò il Vicerè dei fatti accaduti, confermando la ferma determinazione del popolo di rifiutarsi di pagare i diritti signorili. Il conte di Moriana convocò immediatamente a Sassari il sindaco ed il consiglio comunicativo e promise alla delegazione che sarebbe intervenuto contro il Duca dell’Asinara. I tiesini, che avevano aspettato in armi e sul piede di guerra il ritorno dei loro delegati, venuti a conoscenza delle promesse del governatore non se ne convinsero e si persuasero che qualcosa di losco si stava tramando alle loro spalle, perciò si tennero pronti ad ogni evenienza, consapevoli che dati i loro trascorsi non l’avrebbero fatta franca. I loro timori si dimostrarono fondati: in una lettera inviata da Sassari dallo studente Schintu di Bessude, il sacerdote don Antonio Sanna  fu informato che il governatore stava segretamente organizzando una spedizione punitiva contro Thiesi e che gli armati sarebbero giunti il 6 ottobre, con il compito di distruggere ed annientare il villaggio. Il contenuto della lettera si diffuse anche ai villaggi vicini e si iniziarono ad approntare le fortificazioni e ad organizzare la resistenza. Bessude inviò 150 armati, Banari  altri 150. Tiesi riuscì ad organizzare 500 uomini. A difesa del villaggio si trovarono quindi 800 uomini armati. Il conte di Moriana aveva affidato il comando della spedizione al cav. Grondona e segretamente aveva inviato un rapporto a tutti i capitani dei miliziani del capo di sopra perché si mettessero in marcia verso Thiesi, informandoli anche che avrebbe concesso amnistia a tutti quei banditi che avessero partecipato.  L’armata partì da Sassari alle 19:30 del 5 ottobre 1800, per tutta la notte accorse gente in armi verso il punto di concentramento. Sul far dell’alba si ritrovarono in 1500, in massima parte banditi aggregatisi alle truppe regolari con l’illusione dell’amnistia. Verso le sette del mattino del giorno 6 ottobre si mossero verso Thiesi. Il paese, difeso da 800 uomini, si preparò ad impedire il saccheggio con ogni mezzo. Tra i difensori ci fu anche il ferraiolo Mastro Francesco Angelo Santoru (Mastr’Anghelu) che, nonostante avesse le gambe paralizzate e si muovesse su una sedia a braccioli, volle partecipare all’impresa mettendo a disposizione le sue doti di tiratore scelto. Appostato sul campanile attese il nemico con l’odio nel cuore, pronto al segnale. Il Grondona, fece rullare i tamburi per intimare la resa, ma i villici risposero con una fragorosa salve di fichi e insulti. Fu quello, l’inizio delle ostilità. Le truppe inferocite si scagliarono contro i trinceramenti tiesini. I piani del Grondona furono messi a dura prova a causa del fuoco che gli giungeva alle spalle ad opera di una pattuglia di venticinque cheremulesi accorsi in aiuto. Il Grondona, preso di mira da Mastr’Anghelu, fu lievemente ferito alla spalla (S’archibusada de Mastr’Anghelu). Il contrattacco fu immediato, selvaggio e violento, i villici, caduta ogni speranza di difesa, si rifugiarono nelle case e nella chiesa parrocchiale continuando la sparatoria. In breve il villaggio venne però inondato da uomini inferociti che saccheggiarono le case e appiccarono un fuoco che si spinse verso il centro. I tiesini non sembravano volersi fermare. Alcuni sostennero dal campanile un fuoco vivissimo per ore, ma alla fine furono costretti ad aprire le porte della chiesa e a consegnare i fucili. Furono arrestati in ventitre. Le truppe regolari cessata la resistenza si ritirarono verso Sassari lasciando però il paese in mano ai banditi arruolati per l’occasione, i quali sfondarono gli usci delle case, razziarono tutto ciò che era possibile razziare, usarono violenza sulle donne che cercarono di difendersi con bastoni e spiedi. Tutto il villaggio fu tristemente ammantato di lutto, non solo per le violenze e per le grassazioni subite ma anche e specialmente perché nell’eccidio perdettero la vita 14 persone, 34 rimasero ferite (due di queste morirono nei giorni seguenti) e furono incendiate quasi totalmente 18 abitazioni.   Mentre Thiesi seppelliva i suoi morti, il conte di Moriana nominava un consiglio di guerra per giudicare i responsabili della resistenza del 6 ottobre. Tutto il clero di Thiesi coinvolto nello scandalo venne completamente scagionato, diversa fu la sorte per alcuni dei villici arrestati, che furono impiccati il 27 febbraio 1801 sulle forche di “Mesu e Giagas”, altri ancora furono condannati alla galera. Molti si dettero alla macchia. Ad un anno circa dai moti rivoluzionari, il Re Carlo Emanuele IV concesse ampia amnistia ai capi rivoluzionari ancora latitanti. Ma questi, poco convinti dell’atto di clemenza rimasero uccel di bosco, vagando per tutta la Sardegna e vivendo del commercio di derrate alimentari. Fu in questo periodo che iniziarono le prime intraprese commerciali dei tiesini. Si chiude cosi un tristissimo capitolo di storia che a Thiesi è costato tanto sangue e le cui conseguenze i paesani si trascineranno a dosso per molti anni. Il 28 ottobre 1802, maledetto dalle popolazioni del Logudoro, moriva a Sassari il carnefice di Thiesi conte di Moriana, mentre il 16 gennaio 1805, pare per un indigestione di tordi, morì l’arrogante Don Antonio Manca, Duca dell’Asinara e signore di Thiesi, chiudendo cosi la pagina più triste della storia del nostro paese” 8.

 

Note bibliografiche

  1. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Edizioni Castello, Cagliari 1996, pagina 155.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Edizioni U. Mursia, Milano 1971, pagina 846.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, (1720-1847), Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 193.
  4. Francesco Sulis, Dei moti politici dell’isola di Sardegna dal 1793 al 1821, Tip. Nazionale di G. Biancardi, Torino 1857, pagina 64.
  5. Luigi Berlinguer, Alcuni documenti sul moto antifeudale sardo del 1795-96, in AA.VV., La Sardegna del Risorgimento, Ed. Gallizzi, Sassari, 1962, pagine 123-124.
  6. Vittoria Del Piano, Giacobini moderati e reazionari in Sardegna– op. cit., pagina 156.
  7. Giuseppe Manno, Storia moderna della Sardegna-Dall’anno 1773 al 1799, a cura di Antonello Mattone, Ilisso edizioni, Nuoro 1998, pagina 294.

8.Salvatore Tanca-Giovanna Colombo, Meilogu Notizie.net 06/10/2015,

 

Libri e Scritti di Francesco Casula

Libri e Scritti di Francesco Casula

1. PUBBLICAZIONI in lingua sarda*

1) “Pupillu, Menduledda e su Dindu GLU’ GLU’” Alfa Editrice, Quartu, Maggio 2003.
2)“Contos de sabidoria mediterranea” ,Alfa editrice, Quartu Aprile 2004
3)”Paristorias a supra de sos logos de sa Sardinna”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004
4 )” Paristorias a supra de sos nuraghes”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2004.
Ha inoltre pubblicato 11 monografie in lingua sarda per la collana “Omines e feminas de gabbale”, Uomini illustri sardi, sempre per la Casa editrice Alfa di Quartu . Eccole:
1. Gratzia Deledda, , Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2006
2. Leonora d’Arborea, Alfa editrice, Quartu (Ca) , Giugno 2006
3. Antonio Simon Mossa, Alfa Editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
4. Antonio Gramsci (coautore Matteo Porru), Alfa editrice, Quartu (Ca), Ottobre 2006
5. Amsicora (coautore Amos Cardia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Aprile 2007
6. Giovanni M.Angioy (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Aprile 2007
7. Marianna Bussalai (coautrice Giovanna Cottu) Alfa editrice, Quartu(Ca), Giugno 2007
8. Sigismondo Arquer (coautore Marco Sitzia), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2008
9. Giuseppe Dessì (coautore Veronica Atzei), Alfa editrice, Quartu(Ca), Maggio 2008
10. Antioco Casula -noto Montanaru- (coautore Joyce Mattu), Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009
11. Grazia Dore, Alfa editrice, Quartu (Ca), Maggio 2009.

PUBBLICAZIONI in Lingua italiana
? Statuto sardo e dintorni, Artigianarte editore, Cagliari 2001.
? Storia dell’autonomia in Sardegna, Grafica del Parteolla, Dolianova 2009.
? La poesia satirica in Sardegna,Della Torre editrice, Cagliari, 2010 (di cui ha scritto la parte riguardante la Poesia satirica campidanese).
? Uomini e donne di Sardegna- Le controstorie, Alfa editrice, Quartu, 2010.
?La Lingua sarda e l’insegnamento a scuola, Alfa editrice, Quartu, 2010.
? Sa die de Bernardinu Puliga (con Vittorio Sella), Studiostampa srl, Nuoro, 2011.
?Letteratura e civiltà della Sardegna, 2 volumi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011-2013
?Viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna, Alfa Eitrice, Quartu, 2015.
?Carlo Felice e i tiranni sabaudi, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2016.

Ha inoltre scritto
1.il saggio Questione Sarda” (di cui è coautore) edizione dps Cagliari 1979;
2.il saggio Autodecisione e Federalismo “ (apparso su Ichnusa di gennaio-marzo/1985);
3.il saggio “ Identità, Lingua, Omologazione “ (apparso in Società Sarda, 1° quadrimestre 1999, edizione castello);
4.il saggio “Una politica nuova?” (apparso in L’ora dei Sardi, a cura di Salvatore Cubeddu, Fondazione Sardinia editore, Cagliari 1999
5.il saggio “ Gramsci e la lingua sarda “ apparso in “Gramsci e la cultura sarda”, ed. CUEC, Cagliari, Gennaio 2001.
6.Il saggio di storia “Statuto sardo e dintorni” Ed. Artigianarte, Cagliari, Luglio 2001:7.
7.Il saggio “Statuto, Nazione Identità” apparso nel Periodico dell’Associazione tra gli ex Consiglieri regionali della Sardegna “PRESENTE E FUTURO”, Novembre 2001.
8.Il saggio “I Kurdi, un popolo senza stato, senza diritti, cancellato dalla storia” apparso nel volume “La Questione kurda nell’Europa dei popoli e dei diritti” a cura di Maggio, Setzu, Calledda, Cuec editore, Cagliari 2003;
9.Il saggio “Lingua e cultura sarda nella storia e oggi” pubblicato nel volume “Pro un’iscola prus sarda” Atti del Convegno di Arborea (Or) CUEC editore, Cagliari Ottobre 2004, a cura dell’IRRE Sardegna;
10.Il Saggio “In Antonio Simon Mossa la Lingua sarda come strumento di liberazione nazionale” apparso nel volume “Antonio Simon Mossa- Dall’utopia al progetto” Condaghes editore Cagliari 2004;
12.Il saggio “Il Federalismo di Lussu” apparso in “Emilio Lussu, trent’anni dopo”, Alfa editrice, Quartu, Aprile 2006;
13.Il saggio “Identità e dintorni” apparso su “Sardegna, seminario sull’Identità” a cura di Angioni,Bachis, Caltagirone, Cossu, University press, antropologia, CUEC editore, Cagliari 2007;
14.Il saggio sull’Identità “Fatto nuovo” apparso in “Cartas de logu- Scrittori sardi allo specchio” Cuec editore, Cagliari 2007.
15. Il saggio Semus totus pastores apparso nella Rivista Camineras, Edizioni Condaghes, maggio 2011, Cagliari.

Ha scritto inoltre la prefazione:
-al romanzo di Claudio De Murtas: “Via dei Misteri Gloriosi“ ed. Todariana Milano 1989;
-al romanzo di Vincenzo Mereu “Messi d’oro sulle colline“ ed. Contendium, Cagliari 1999;
-al saggio di Pietro Manunta su “ l’Emigrazione Sarda negli anni 80 “ ed. Società Poligrafica Sarda Cagliari 1998;
-alla raccolta di poesie bilingui “per Gramsci“ ed. Artigianarte Cagliari 1999;
-alla Silloge in lingua sarda “ Quartinas “ di Aldo Puddu ed. Solinas – Nuoro;
alla Raccolta di poesie di Luigi Murtas “L’orma oltre la siepe” Cocco Edizioni, Cagliari Aprile 2001;
-Al volume “Colori e sapori, la cultura tradizionale delle erbe in Sardegna”, Arte Grafiche Pisano, Cagliatri 2002;
-Al Romanzo “Balente” di Antonello Guiso, Artigianarte editrice, Cagliari Febbraio 2002;
-Alla Raccolta di poesie in Limba (Nelle varianti logudorese e campidanese) “Lugore de luna”, di Maddalena Frau, ed. La Neby, Sanluri , Aprile 2002;
-A ”Su conilliu beffianu” (Alfa Editrice, Quartu Settembre 2004) raccolta di “Contos” dello scrittore bilingue Franco Carlini, vincitore del Premio Grazia Deledda;
-A “Sas meravillas di Don Bosco” (Ed. Effedi Informatica di Sanluri, 2005) raccolta di poesie in onore di Don Bosco, di Maddalena Frau;
-A “Is Pregadorias antigas”, a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi in lingua sarda arborense dell’800, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2006;
– Ha scritto due micro saggi in “Escalaplano e la poesia” (1° volume), Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2006;
-A “Is Pregadorias antigas” a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, raccolta di preghiere e canti religiosi dell’800 in lingua sarda campidanese, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova 2007.
-A “Il sardismo di ieri e di oggi” di Italo Ortu, Alfa editrice, Quartu Marzo 2007.
-A Rivoluzionari in sottana, di Massimo Pistis, Ed. Albatros-Il Filo, Roma, 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (2° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2009.
– A Escalaplano e la poesia, (3° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2010.
– A Escalaplano e la poesia, (4° volume) Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus, Dicembre 2011.
– A Is pregadorias antigas, Comune di Monserrato a cura di Nicoletta Rossi e Stefano Meloni, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2010.
– A Arbus terra di carri e di buoi di Francesco Ventaglio, Ed. Il mio libro.it, Roma, 2011;
– Alla silloge poetica Tramas de seda di Maddalena Frau, Ed. La Riflessione di Davide Zedda, Cagliari , 2011.
-Alla silloge poetica SCURIGAT di Rosanna Podda, Cagliari 2013.
– Alla favola SARDUS PATER di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu Sant’Elena, 2013
– Alla silloge poetica Petali di cuore di Alessandra Porru, Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova, 2014.
– A Sardegna di Pantaleo Ledda (Almanacco per ragazzi del 1924-Edizione Anastatica dall’originale) E.P.D’O, Oristano 2014.
– Al libro Karen d’Irlanda di Mimmo Corvetto, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2015.
– Alla silloge poetica Undas di Maddalena Frau, Grafica del Paretolla Edizioni, Dolianova, 2016.
– Al libro Le belle fiabe della vita di Vincenzo Mereu, Alfa Editrice, Quartu, 2016.
– Alla Silloge poetica L’anima del tempo di Maria Cau, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Alla Silloge poetica Pani de miniera, di Marinella Sestu, Ed. Grafica del Parteolla, Dolianova, 2017.
– Al romanzo Santu Miali di Antonio Cogoni, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.
– Alla silloge poetica in lingua sarda Piscadori de cultura di Pasquale Sanna, Grafica del Parteolla, Dolianova, 2018.

Intervista

Intervista sull’Indipendentismo e dintorni
A cura di Francesco Casula

fcasula45

Dani Morgan, una ricercatrice boliviana, che sta facendo il dottorato a Cagliari sul tema dell’Indipendentismo sardo, mi ha intervistato. Ecco, di seguito le sue domande con le relative mie risposte.

1.Perchè professor Francesco Casula, essere indipendentista? 

Risposta
L’ipotesi indipendentista, fino a qualche decennio fa demonizzata e criminalizzata, oggi è entrata prepotentemente nel dibattito politico e nelle più alte sedi istituzionali, Consiglio regionale compreso. E certo si può convenire e dissentire. Una cosa però occorre affermare con nettezza: il diritto alla Autodeterminazione dei popoli – e dunque alla Indipendenza e persino alla secessione e separazione – è garantito dal Diritto e da tutte le Convenzioni internazionali. Con buona pace della stessa Costituzione italiana che prevede la repubblica “una e indivisibile”. E anche con buona pace dell’ordinamento giuridico italiano liberticida secondo cui la “secessione” è addirittura un reato (art. 241, Attentati contro la integrità, l’indipendenza o l’unita’ dello Stato) da punire con la reclusione non inferiore a dodici anni.
Del resto, il diritto alla “secessione” è stato praticato negli ultimi decenni – per limitarci solo al Vecchio Continente – da decine di popoli europei, dando vita a nuovi stati con la disgregazione dell’URSS e della Iugoslavia; con la “separazione” della Slovacchia dalla repubblica Ceca ecc.
Il diritto all’autodeterminazione e dunque all’indipendenza del popolo sardo si fonda sul suo essere “nazione”; ovvero sulla sua storia, diversa e dissonante rispetto alla coeva storia italiana. Ed anche europea. Storia che incardina la sua specifica identità culturale e linguistica che non può essere sciolta e dispersa – come fino ad oggi è successo – nel calderone della “italianità”.
La Sardegna è entrata nell’orbita italiana nel 1720 , quando per un “baratto di guerra”, l’Isola passa dalla Spagna al Piemonte. Ritrovandosi una provincia di uno staterello ottuso e famelico, specie dopo la rinuncia all’Autonomia stamentaria nel 1847.
Oggi è arrivato il momento storico di riprenderci la nostra indipendenza nazionale persa.
Perché?
Perché anche, per non dire soprattutto, dopo la cosiddetta Unità d’Italia, la nostra Isola viene considerata, trattata e utilizzata dallo Stato Italiano come una colonia d’oltremare, una colonia interna, in cui alloccare industrie nere e inquinanti (segnatamente quelle petrolchimiche) e stazione di servizio per basi e servitù militari.
L’onere militare che grava sulla Sardegna è enorme: a ribadirlo recentemente è stato lo stesso Presidente della Regione sarda Francesco Pigliaru secondo cui la Sardegna “contribuisce per oltre il 60% del totale nazionale, in termini di presenza militare e gravami, con una popolazione pari al 2%”.
I numeri parlano chiaro: nell’Isola sono oltre 35.000 gli ettari di territorio sotto vincolo di servitù militare. In occasione delle esercitazioni viene interdetto alla navigazione, alla pesca e alla sosta, uno specchio di mare di oltre 20.000 chilometri quadrati, una superficie quasi pari all’estensione dell’intera Sardegna. Sull’isola ci sono poligoni missilistici (Perdasdefogu), per esercitazioni a fuoco (Capo Teulada), poligoni per esercitazioni aeree (Capo Frasca), aeroporti militari (Decimomannu) e depositi di carburanti (nel cuore di Cagliari) alimentati da una condotta che attraversa la città, oltre a numerose caserme e sedi di comandi militari (di Esercito, Aeronautica e Marina). Si tratta di strutture e infrastrutture al servizio delle forze armate italiane o della Nato. Il poligono del Salto di Quirra-Perdasdefogu (nella Sardegna orientale) di 12.700 ettari e il poligono di Teulada di 7.200 ettari sono i primi due poligoni italiani per estensione, mentre il poligono Nato di Capo Frasca (costa occidentale) ne occupa oltre 1.400.
Insomma un’Isola militarizzata. Con enormi porzioni del suo territorio sottratte all’uso civile. Alla coltivazione. Inquinati delle esercitazioni militari con l’utilizzo dell’uranio impoverito, causa di morti per tumore e di malformazioni, per gli umani e gli animali.
Ma la Sardegna non è solo una colonia interna dell’Italia ma anche una “nazione oppressa”, “proibita”, “non riconosciuta” dallo Stato Italiano, emarginata dalla storia, insieme a tutte le altre minoranze etniche del mondo. In Europa al pari dei Baschi, Catalani, Bretoni, Occitani, Irlandesi ecc. Contro cui è ancora in atto un pericolosissimo processo di “genocidio” soprattutto culturale ma anche politico e sociale. Si tratta di “minoranze” che – ha scritto Antonio Simon Mossa, il grande teorico Algherese dell’Indipendentismo sardo moderno – “l’imperiale geometria delle capitali europee vorrebbe ammutolire”.
La Sardegna ha infatti una precisa identità etno-nazionale: per la sua storia; la sua lingua millenaria (per secoli, durante i regni Giudicali, lingua ufficiale e “cancelleresca”), nata secoli e secoli prima dell’Italiano; le sue tradizioni e la sua civiltà.

1. Come definisce l’Autonomia? In che modo è diversa da altri concetti come Federalismo, e Indipendenza?

Risposta
1. Autonomia.
La visione autonomistica dello Stato, è ancora tutta dentro l’ottica dello Stato unitario e centralista – così come in buona sostanza è ancora disegnato dalla Costituzione repubblicana, – che al massimo può dislocare territorialmente spezzoni di potere nella “periferia” o, più semplicemente può prevedere il decentramento amministrativo e concedere deleghe parziali alla Regione, che comunque in questo modo continua ad esercitare una funzione di “scarico”, continua ad essere utilizzata come un terminale di politiche sostanzialmente decise e gestite dal potere centrale; che vede il rapporto Stato-Sardegna in termini asimettrici, di pura e semplice dipendenza, che prefigura da un lato l’accettazione di uno Stato coinvolgente e ancora totalizzante – nonostante qualche timido tentativo di “dimagrimento” – dall’altro la concessione di uno spazio di gestione amministrativa e politica del tutto ininfluente. Insomma, uno scambio ineguale, che pone la Regione in uno stato di marcata inferiorità.
2. Federalismo.
Scrive Emilio Lussu in un saggio del 1933, pubblicato nel n. 6 di «Giustizia e Libertà»: ”Frequentemente accade di parlare con uno che riteniamo federalista perché si professa autonomista e scopriamo invece, che è unitario con tendenze al decentramento”.
E precisa: ”Ora la differenza essenziale fra decentramento e federalismo consiste nel fatto che per il primo la sovranità è unica ed è posta negli organi centrali dello Stato ed è delegata quando è esercitata dalla periferia; per l’altro è invece divisa fra Stato federale e Stati particolari e ognuno la esercita di pieno diritto”.
Quando Lussu parla di sovranità “divisa” fra Stato federale e Stati particolari – o meglio federati, aggiungo io – di “frazionamento della sovranità”, pensa quindi alla rottura e alla disarticolazione dello stato unitario “nazionale” che deve dar luogo a una forma nuova di Stato di Stati, in cui “per Stati non si intendono più gli Stati nazionali degradati da Enti sovrani a parti di uno stato più grande, ma parte o territori dello stato grande elevati al rango di stati membri”: l’intera frase virgolettata è tratta da «Federalismo” di Norberto Bobbio, “Introduzione a Silvio Trentin».
In questa visione federalista il potere sovrano originario e non derivato spetta a più Enti, a più Stati e perciò scompare la sovranità di un unico centro, di un unico potere e soggetto singolare per far capo a più soggetti e poteri plurali. In questa visione la Regione cessa di essere la rappresentanza in sede regionale e periferica dell’Amministrazione statale per diventare l’Ente esponenziale della Comunità sarda.
3. Indipendenza.
Per Sardegna sovrana e indipendente intendo il suo diritto e la sua possibilità e capacità di realizzare l’Autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, nei settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di decidere in piena sovranità e autonomia.
Porre in questi termini la questione della Nazione sarda, significa a mio parere, pensare alla creazione di un nuovo Stato, separato dallo Stato italiano, in cui storicamente è stato incorporato.
Separazione che non significa isolamento e chiusura in se stesso, e neppure che, in prospettiva, possa rifiutare superiori livelli, anche istituzionali, di integrazione e di interdipendenza, necessari oggi per affrontare i problemi socio-economici, a dimensione continentale e mondiale, connessi:
⦁ alla diffusione delle nuove tecnologie e alla globalizzazione dell’economia e dei mercati;
⦁ al crescente grado di interdipendenza e di integrazione raggiunto dall’economia dei singoli paesi e delle singole aree e regioni;
⦁ al carattere europeo e internazionale assunto dai flussi e dallo scambio di materie prime, di prodotti manufatti, di tecnologie e di capitali;
⦁ all’importanza soverchiante che in tali condizioni acquistano le economie su scala e le imprese che non producono solo per il mercato locale ma per mercati più ampi e lontani.

3.Quando, secondo lei, è nata la questione sarda? Perché è nata?

Risposta
La paternità dell’espressione “Questione sarda” si deve a Gian Battista Tuveri. Intellettuale, politico e scrittore sardo repubblicano, federalista democratico e progressista.
La sua notorietà ebbe inizio ai primi del 1848, in seguito agli avvenimenti succedutisi alla fusione con il Piemonte, con l’abolizione degli antichi istituti autonomi del Regnum Sardiniae e con la concessione dello Statuto Albertino: il Tuveri fu tra coloro che considerarono quelle decisioni – e prima ancora la legge “delle chiudende” e l’abolizione dei diritti feudali – gravi errori che avrebbero aggravato le condizioni economiche e sociali della Sardegna, provocando la rovina del mondo agro-pastorale. Di qui la critica implacabile contro la politica accentratrice e colonialista del Piemonte, di cui la Sardegna “era diventata una fattoria, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.
Con questa espressione si vuole reclamare l’attenzione della politica statale sulle difficoltà dell’Isola, promuovendo il riscatto della Sardegna e del popolo sardo contro uno stato centralista e oppressivo. Che tale sarà soprattutto dopo l’Unità d’Italia.
Questa infatti si risolverà sostanzialmente nella “piemontesizzazione” della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud, (il blocco storico gramsciano ), sostenuti dagli inglesi (che con la Massoneria finanzieranno la cosiddetta “Impresa dei Mille di Garibaldi” e la conquista del sud.
Una Unità realizzata contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.
C’è di più: si realizzerà un’unità biecamente centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. A dispetto del pensiero della gran parte degli intellettuali italiani che durante il “Risorgimento” e dopo furono federalisti e non unitaristi: come appunto Tuveri.
La politica del nuovo stato unitario, centralista e statalista produrrà in Sardegna la devastazione dell’economia, soprattutto dopo la rottura dei Trattati doganali con la Francia nel 1887.
4.Quali sono i principali problemi economici e politici che riguardano la Sardegna?
Risposta
A livello economico:
la Sardegna è caratterizzata dalla “dipendenza” e dallo “scambio ineguale”: importa prodotti (finiti), ad alto valore aggiunto, ed esporta materie prime e prodotti (semilavorati) a basso valore aggiunto: in questo scambio “ineguale” si impoverisce sempre di più, arricchendo, di contro il Nord o comunque i Paesi dove le sue risorse si dirigono. Questo meccanismo ha operato soprattutto nel periodo della cosiddetta industrializzazione petrolchimica.
Con la crisi e la fine della industrializzazione si è chiuso un ciclo più che quarantennale, fatto di promesse ma anche di illusioni programmatorie e petrolchimiche, che ha lasciato in Sardegna, un cimitero di ruderi industriali ma soprattutto disoccupazione, malessere, inquinamento, spopolamento e nuova emigrazione: questa volta di qualità, non come negli anni ’60, dequalificata e generica. Ad abbandonare la Sardegna sono infatti viepiù giovani laureati: risorse preziosissime che potrebbero, qui in Sardegna, mettere a disposizione le loro professionalità e competenze per la ricerca e l’innovazione e che invece sono costretti a emigrare.
Lo spopolamento è certamente uno dei problemi più gravi e acuti che pur già in atto, rischia di diventare drammatico nel prossimo futuro: a causa della crisi, specie occupazionale, dei giovani in particolare. Ma anche perché lo Stato progressivamente sta liquidando tutti i servizi sociali (dalle Scuole alle Poste, agli Ospedali, ecc.).
Con lo spopolamento – che afferisce soprattutto alla Sardegna “interna”, l’Isola rischia di ridursi a una ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.
Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione.
Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti.
Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna.
Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”.
Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile, prima ancora che economica e sociale.
Altro gravissimo problema è quello dei trasporti interni (abbiamo ancora in monobinario per le ferrovie!) e soprattutto esterni, con l’Italia e gli altri Stati. Nonostante la retorica del potere politico statale e regionale, che da decenni strombazzano la “continuità territoriale”, questa è ancora di là da venire.
A livello politico:
La Sardegna è ugualmente caratterizzata dalla “dipendenza”. I partiti italiani in Sardegna rappresentano e costituiscono delle succursali dei Partiti statali e rispondono non ai bisogni dei Sardi ma agli ordini dei loro gerarchi romani, milanesi ecc.
Per utilizzare il lessico di Francesco Masala – il nostro più grande poeta etnico – i Partiti italiani nell’Isola altro non sono che “le la filiali isolane della fabbrica politica italiota, che si limitano a importare nell’Isola i manufatti politici prodotti in Continente: insomma una grave forma di centralismo burocratico, di colonialismo politico-culturale, senza nessun approfondimento né della Questione sarda né della grande lezione del sardismo lussiano”.
Costruire un’alternativa all’insieme della partitocrazia italiota – sostanzialmente il progetto di AutodetermiNatzione – è dunque urgente e necessario per la liberazione nazionale e sociale della Sardegna, iniziando a “rompere” la dipendenza politica ma anche economica e culturale-linguistica.

5.Quali sono stati i principali ostacoli per il movimento indipendentista?

Risposta
Sono soprattutto di ordine culturale. Ma anche psicologico.
Secoli di colonialismo culturale e linguistico hanno dessardizzato e snazionalizzato i Sardi. Per annichilire l’identità etno-nazionale dei Sardi è in atto – secondo Simon Mossa, il moderno teorico dell’Indipendentismo sardo – “un processo forzato di integrazione che minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica, anche con la complicità di molti sardi che si lasciano comprare”. Uno degli elementi che per Simon Mossa devasta maggiormente l’Identità di un popolo è l’attacco alla cultura e alla lingua locale: in Sardegna dunque il divieto e la proibizione della cultura e della lingua sarda, segnatamente dell’uso pubblico del Sardo.
L’ideologo nazionalitario e indipendentista sa bene che un popolo senza Identità, in specie culturale e linguistica, è destinato a “morire”: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna. I fenomeni di lacerazione del tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica”
Il pretesto e l’alibi di tale “genocidio” è stato – ed è – che occorreva (occorre) trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” – per noi Sardi “barbaricino” – le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico-culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale, considerata ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti – a omologare in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, dell’universalità cosmopolita e scientista, le etnie marginali e con esse le loro differenze, in quanto portatrici di codici “altri”, scomodi e renitenti, ossia reverdes (ribelli).
Cancellata la nostra storia, recisa la nostra lingua (ad iniziare dalla Scuola ufficiale dello stato italiano), senza più difese, è più facile dominarci e assoggettarsi anche psicologicamente, azzerando la nostra autostima e, facendoci credere che solo dall’Italia e da fuori, possiamo aspettare la nostra liberazione. Perché da soli, da noi stessi non possiamo avere garantita neppure la nostra esistenza e la nostra vita.
Si sentono persino simili piacevolezze: se diventiamo “indipendenti” e ci separiamo dall’Italia, chi potrebbe garantire le nostre pensioni?

6.Perché pensa che i partiti italiani abbiano avuto più successo in Sardegna rispetto al movimento indipendentista?

Risposta
Perché detengono da sempre il potere. Non solo quello politico, burocratico e amministrativo ma quello culturale. Hanno occupato manu militari le Università; gli Enti di qualsivoglia genere: ad iniziare da quelli bancari. Hanno i “loro” Sindacati, ad iniziare da CGIL-CISL-UIL.
Attraverso questi Enti controllano e dirigono l’opinione pubblica, distribuiscono posti di lavo (per la verità sempre meno, specie con la crisi fiscale dello Stato), prebende, mance e dunque nelle elezioni raccolgono il consenso popolare.
Inoltre posseggono ingenti risorse economiche e finanziarie provenienti non solo dai plurimi finanziamenti pubblici ma da sostegni privati (spesso illegali, con le tangenti).
Si sono sostanzialmente “impadroniti” dei grandi mezzi di comunicazione di massa: grandi Quotidiani e Giornali, TV, pubbliche e private: attraverso di essi condizionano e indirizzano l’opinione pubblica e il consenso elettorale.

7.Qual sarebbe la strategia migliore per avanzare la questione dell’indipendenza a livello popolare? Come cercare di coinvolgere i Sardi che si sentono emarginati?

Risposta
Attraverso una capillare, ubiquitaria e diffusa controinformazione culturale e politica: senza limitarsi ad agitare al vento facili slogan o discorsi che non riescono a far muovere i mulini per macinare grano.
L’importante sarà fare le cose non limitarsi a denunciarle, sperimentare e non solo predicare, praticare l’obiettivo, praticare scampoli di indipendenza e non aspettare l’ora x in cui questa si raggiungerebbe.
L’importante è incrociare la gente, i lavoratori, i giovani, costruire trame che organizzino e compattino i soggetti sui bisogni, gli interessi, la crescita culturale e civica, favorendo l’autorganizzazione dei cittadini e il protagonismo sociale, i contropoteri polari.
Ma soprattutto occorrerà che gli Indipendentisti si diano una “visione”, una cultura alta e “altra”. Con la valorizzazione e l’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirsi e guardare al futuro e non per rifugiarsi nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici basati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali. Convinti e consapevoli che la standardizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Omologazione che annulla progressivamente le specificità: ibernandole nella bara della tecnica, del calcolo economico, del mercato, della mercificazione.
8.Pensa che l’Unione Europea abbia un ruolo da svolgere nelle lotte per l’autodeterminazione? Come descriverebbe la posizione della Sardegna in Europa? 

Risposta
L’attuale Unione Europea è nemica dei popoli che nel Vecchio Continente si battono per l’Autodeterminazione e per l’indipendenza: basti pensare alla sua posizione nei confronti dei Catalani.
La UE è oggi l’Europa degli Stati (anzi degli Stati forti, ad iniziare dalla Germania) non dei popoli. E’ l’Europa delle banche, della finanza, delle multinazionali, dei burocrati e autocrati. E’ un’Europa anti sociale e antidemocratica, egoista e antisolidarista, da cui niente c’è da aspettarsi.
Occorre dunque battersi per un’Europa radicalmente diversa: democratica, sociale, solidale, ecologica, aperta; un’Europa dei diritti: sociali oltre che civili. Che metta al primo posto, valorizzandole, le identità peculiari dei popoli: ad iniziare dalle loro lingue native.
All’interno di questa Europa rinnovata completamente la Sardegna entrerebbe a pieno diritto, con la sua storia, le sue tradizioni, le sue produzioni materiali e immateriali. Per dare e ricevere. Confrontandosi. Contaminandosi. Arricchendosi.

9.Pensa che la questione della lingua sia una parte indispensabile per la lotta per l’indipendenza?

Risposta
Certamente sì. Il già citato Francesco Masala era solito affermare che: A unu populu nche li podes moer totu e sighit a bivere, ma si nche li moes sa limba si nche si nche morit (a un popolo puoi togliere tutto e continua a vivere, ma se gli togli la lingua , muore).
La nostra lingua, il sardo è infatti la più forte ed essenziale componente del nostro patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, e sta a fondamento dell’identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazione e come popolo. Essa affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea.
Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione. Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché,: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato e mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.

10.Qual è’ lo scopo principale del Progetto Autodeterminazione? In che senso rappresenta un nuovo capitolo per il movimento sardo?

Risposta
Lo scopo di Autodeterminatzione con relativi obiettivi e finalità sono emblematicamente sintetizzati dal simbolo e, soprattutto, dalla scritta.
Come simbolo ha scelto unu carrabusu (uno scarabeo) il simpatico animaletto che dovrebbe insieme significare la Rinascita e avere il ruolo di innetare e limpiare su logu (ripulire e mondare il luogo): ovvero quella Sardegna imbruttata, inquinata, devastata da un industrialismo perverso.
Ancor più simbolica la scritta:AutodetermiNatzione: una scritta politica prima ancora che elettorale. Prefigurante e polisenso. Con una pluralità di significati. Tutti convergenti. Con l’«Auto» (dal greco αὐτός) che evoca ed esprime, autodifesa, autocoscienza, autoconsapevolezza, autostima. Ma soprattutto fare da sé, con i propri mezzi, con le proprie forze. A significare che la liberazione della Sardegna dipende solo da noi Sardi. Non da qualche “Salvatore” o “Gigante” esterno. Di cui occorre sempre diffidare (Timeo Danaos et dona ferentes!-Temo i Greci anche quando portano doni). Anche quando promettono oro argento e mirra. Come fanno sempre in occasione delle elezioni i Partiti italiani. Perchè furat chie benit dae su mare!-Ruba chi viene dal mare) Storicamente. Sono sempre venuti per depredarci, conquistarci, occuparci, dominarci.
La liberazione non potrà venire dai Partiti politici italiani (de destra, di sinistra di centro) che in Sardegna si configurano semplicemente come succursali dei Partiti centralisti continentali, da cui ricevono ordini e programmi, confezionati fuori dall’Isola e, quasi sempre, contro gli interessi dell’Isola stessa. Di qui la scelta di Autodeterminatzione di porsi contro e in alternativa ai Partiti italiani.
Ad «Auto» si aggiunge Determinazione: Ad indicare tutta la forza, la voglia, la risoluta volontà con cui l’aggregazione si prefigge di perseguire l’obiettivo. Nel termine «AutodetermiNatzione» è incorporata «Natzione». Ovvero lo status della Sardegna: in virtù della sua storia, lingua, cultura, tradizioni. Uno status oggi prevalentemente “virtuale”, in fieri. Che per i protagonisti di AutodetermiNatzione occorre che diventi “fattuale”: con lo Stato. Con l’Indipendenza. Attraverso un progetto. Un percorso. Un processo. Una strategia.
Si tratta di un obiettivo ambizioso e di prospettiva. Di cui l’alleanza elettorale dovrebbe essere un primo passo. Inutile dire che condizione necessaria per avviare e costruire il processo di indipendenza dovrà essere il passaggio di AutodetermiNatzione da alleanza elettorale ad alleanza politica, più vasta e corposa, che si dia precisi obiettivi di programma, al di là e oltre le elezioni. Senza limitarsi – lo ripeto – ad agitare al vento facili slogan o discorsi che non riescono a far muovere i mulini per macinare grano.
L’importante sarà fare le cose non limitarsi a denunciarle, sperimentare e non solo predicare, praticare l’obiettivo, praticare scampoli di indipendenza e non aspettare l’ora x in cui questa si raggiungerebbe. L’importante è incrociare la gente, i lavoratori, i giovani, costruire trame che organizzino e compattino i soggetti sui bisogni, gli interessi, la crescita culturale e civica, favorendo l’autorganizzazione dei cittadini e il protagonismo sociale,
A tal fine occorrerà che AutodetermiNatzione si dia idealità e finalità che disegnino uno “Stato sardo” che sia il più dissimile possibile dallo Stato italiano, accentrato e centralista. E viepiù antisociale.
Ma soprattutto occorrerà che si dia una “visione”, una cultura alta e “altra”. Con la valorizzazione e l’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici basati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali.
In che senso rappresenta un nuovo capitolo per il Movimento sardo?
Perché, dopo decenni di frammentazione e divisione, chiusure e settarismi, il variegato Pianeta indipendentista, sovranista e sardista trova “l’unità”: ben otto Partiti e Movimenti di quest’area (Rossomori, Sardegna Possibile, Sardigna Natzione, Irs, Liberu, Sardos, Communidades, Gentes, Radicales sardos) nelle scorse elezioni politiche del 4 marzo, si sono presentati uniti, in una unica lista elettorale, con il logo di Autodeterminatzione, trovando una sintesi politico elettorale unitaria, un vero e proprio miracolo.

SEMUS TOTUS PASTORES

Risultati immagini per pastori sardi

SEMUS TOTUS PASTORES

Si morit su pastore, morit sa Sardigna intrea

Premessa

Questa mia riflessione sui Pastori e sul Pastoralismo (su pastoriu) muove da un’analisi né neutra né asettica: come se volesse prendere in esame i pastori e la cultura loro connessa, disponendoli come un cadavere da sezionare sopra un freddo tavolo di marmo. Sarà, di contro, sostenuta da un sentimento di forte empatia e simpatia nei loro confronti e tenterò quindi di unire –per utilizzare un apoftegma del filosofo, fisico e matematico francese, Blaise Pascal- “Le ragioni della mente a quelle del cuore. Così da vedere le cose con un solo sguardo”.

Il Movimento dei Pastori Sardi (MPS)

Organizzati con il MPS, da anni i pastori sardi sono al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica e del dibattito politico, costringendo amministratori e regione sarda –in genere in tutt’altre faccende affaccendati- a fare i conti con una mobilitazione e una protesta vasta e ubiquitaria. Ripresa proprio nei giornbi scorsi dopo le grandi mobilitazioni degli anni 2010-2012 con la strategia dei blocchi degli aereoporti (l’espressione è di Felice Floris, il leader del Movimento) tra cui quello di Olbia, Alghero e Portorotondo; l’occupazione di strade e porti ma soprattutto con grandi manifestazioni di piazza a Cagliari con migliaia e migliaia di partecipanti e ben decine e decine di Assemblee con pastori di tutta la Sardegna.

A ben vedere abbiamo assistito a una vera e propria rivoluzione sociologica e persino antropologica: che smentisce i luoghi comuni sui pastori individualisti, restii alla collaborazione, isolati, soli e solitari nelle loro aziende e nei loro ovili. In centinaia, i rappresentanti di Comitati presenti in tutta l’Isola, si riuniscono periodicamente per discutere, concordare e decidere, collettivamente e democraticamente, obiettivi della vertenza, forme di lotta, iniziative. In migliaia scendono in piazza, organizzati ma senza avere dietro le potenti e burocratiche Associazioni storiche del mondo agro-pastorale (Coldiretti, CIA, Confagricoltura, Copagri). Coinvolgendo le proprie famiglie e i sindaci delle loro comunità, per intanto. E poi studenti e lavoratori di altri comparti: tanto che possiamo considerare la lotta dei pastori una vera e propria lotta di popolo e, dunque, non di una sola categoria. Questo, non a caso.

Pastori, civiltà e cultura sarda

Il pastore infatti non è solo una delle una delle tante figure sociali e la pastorizia non è solo un comparto economico: le sue produzioni certo costituiscono ancora il nucleo fondamentale del nostro prodotto interno lordo, ma il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda.

Per intanto però occorre sottolineare che la pastorizia, come comparto economico, nonostante crisi e difficoltà, nella storia ha sempre retto e i pastori, ancora oggi, non sono una sorta di tribù sopravvissuta alla storia (Ignazio Delogu). Nonostante i reiterati tentativi storici di interrarli, liquidandoli insieme alla loro cultura etnica resistenziale.

Dalla legge delle Chiudende all’industria di Ottana

Uno dei tentativi più brutali fu rappresentato dagli Editti delle Chiudende che –scrive il compianto Eliseo Spiga in La Sardità come utopia-Note di un cospiratore- – irruppero sulle comunità, implacabili come un castigo di dio. In un ciclonico turbinio di inaudite illegalità, sopraffazioni e violenze, di persecuzioni,assassini, carcerazioni e torture…furono chiusi migliaia di ettari dei migliori terreni privati e comunali, pascoli e seminativi, case, ovili e orti familiari, strade e ponti, abbeveratoi e fonti pubbliche.

I più danneggiati furono i pastori, abituati a pascolare le greggi in vasti spazi aperti e comuni ed ora costretti a pagare il fitto –spesso esosissimo- ai nuovi proprietari usurpatori: pastori che furono rovinosamente battuti e vinti. Ma non convinti, aggiungerebbe il nostro più grande poeta etnico, Cicitu Masala.

Un altro momento e snodo storico di attacco violento soprattutto alle condizioni di vita e di lavoro dei pastori fu rappresentato dalla guerra doganale dello Stato italiano con la Francia, culminata con la rottura dei Trattati doganali nel 1887. L’economia sarda fu colpita a morte. Fino a quel momento la spedizione verso i mercati francesi di alcuni fondamentali prodotti dell’economia sarda aveva, se non scongiurato, almeno contribuito ad allontanare la crisi che gli spiriti più consapevoli paventavano. Dopo i fatti del 1887 l’agro-pastorizia dell’Isola, privata d’un colpo dei suoi mercati tradizionali, precipitò al fondo di un baratro senza precedenti, costringendo i pastori a dipendere ancor di più dai proprietari dei pascoli, i printzipales, e dagli industriali caseari continentali ma soprattutto romani . Che Antonio Simon Mossa, il grande teorico dell’indipendentismo e del federalismo sardo chiama feudatari del latte, che si comportano da veri e propri strozzini, imponendo solo loro il prezzo. Tanto che uno degli obiettivi del neonato Partito sardo d’azione nel 1921 sarà proprio la battaglia contro sos meres continentales de su latte e la creazione di cooperative di pastori, per gestire loro, in prima persona, il prodotto del proprio lavoro.

Fallimento dell’industrializzazione

L’ultimo tentativo –che avrebbe dovuto essere anche quello decisivo per assestare il colpo definitivo e mortale all’esistenza stessa dei pastori -risale alla fine degli anni ’60 quando, soprattutto con l’industrializzazione di Ottana, con il pretesto della lotta al banditismo, si portarono le industrie a bocca di bandito (Antonello Satta): con esse si voleva trasformare la Sardegna in tanti Sesto San Giovanni, con il pastore che, liberato finalmente di gambali, mastruche e bertulas, avrebbe vestito la tuta dell’operaio. In realtà “lo scopo del Kolossal mistificatorio –scrive ancora Eliseo Spiga, nel saggio già citato, con la solita e affilata prosa – era di concorrere ad assestare un colpo definitivo alla cultura sarda e a quella barbaricina in particolare. Doveva concorrere a realizzare l’obiettivo finale dell’intervento economico dello Stato che, secondo il Ministro Taviani, in visita a Ottana, era quello di «eliminare quell’assetto tradizionale che si è consolidato con gli attuali rapporti di produzione al fine di distruggere definitivamente il malessere proprio della società e dell’etica pastorali, quel malessere cioè sul quale allignano i ben noti fenomeni criminali delle zone interne della Sardegna»”.

Conosciamo tutti com’è andata a finire. La cosiddetta Rinascita, tutta giocata sulle illusioni programmatorie e sull’industrializzazione –segnatamente quella petrolchimica- tradendo le aspirazioni e le speranze del popolo sardo, non solo si è evaporata, ma si è rovesciata nella realtà del sottosviluppo, della dipendenza e nella involuzione ai limiti della tolleranza. Sotto accusa deve essere messo soprattutto quel modello di sviluppo incentrato essenzialmente nella grande industria di stato e privata, specie –ripeto- quella petrolchimica, che ha devastato e depauperato il territorio: la nostra risorsa più pregiata; ha degradato e inquinato l’ambiente e il mare, con danni incalcolabili per il turismo e per la pesca; ha sconvolto gli equilibri e le vocazioni naturali; ha distrutto il tessuto economico tradizionale e quel minimo di industria e di imprenditorialità locale, attentando all’identità nazionale dei Sardi, con l’eliminazione delle specificità etno-linguistico-culturali. Senza peraltro creare occupazione e benessere. E ciò soprattutto perché si trattava di industrie ad alta intensità di capitale, a poca intensità di mano d’opera, senza stimoli per il mercato interno, senza creazione di indotto, proprio perché senza alcun rapporto e collegamento con il territorio e le risorse locali, Che dunque non crea sviluppo endogeno e autocentrato. Una industria che prevedeva solo le prime lavorazioni o comunque fasi limitate del ciclo produttivo. E dunque pochi profitti: che invece si produrranno e s’involeranno al Nord, dove avverranno le seconde e terze lavorazioni e, in specie, la chimica fine e farmaceutica. Così oggi, Stato e privati, ci lasciano un cimitero di ruderi, cassintegrati e disoccupati.

S’eredidade de Ottana

Ma anche una devastazione ambientale e persino antropologica: il pastore diventato operaio prima e cassintegrato dopo, con il licenziamento è furriadu a remitanu. Di qui il rimpianto per la sua vecchia vita, che lo tormenta e lo uccide, perché non è più nemmeno un’ervegarzu, anzi è costretto a bandidare. Leva quindi una maledizione contro i responsabili di tale sciagura: Siazis pro sa vida malaittos!

A “cantare” magistralmente la tragedia del pastore diventato operaio a Ottana, è Pinuccio Canu, brillante poeta in limba, di Buddusò, che ha al suo attivo due belle sillogi poetiche: Sa Rujada (2001) e Contos chena tempus (2002) editi da Domus de Janas. Ecco le sue quartine:

Bos fattat bonu proe, malaittos/ ca m’azis furriadu a remitanu./No fiant, tzertu, custos sos apittos/ da chi lassei tazos e cabbanu!/

Che istoccada torrat galu in mente/ su tempus ch’in su sartu fia mere./Tenia su rispettu de sa zente/ comente chi zuìghe innoghe essere./

No fiat nudda fatzile sa vida,/a gherra cun fiòcca e tempus malu!/ S’ammentu de proéndas e de sida,/ su tuddu mi nde ponet fintzas galu./

Pariant accabbados sos fastizos/a da chi che notzente nadu m’ana:/- Bogalie cabu a dudas e prammizos!/ Su monte lassa e beninde a Ottana!/

Move e non t’istes cue a bertulariu!/ Imbòlanche bonette cun cambales!/ Accudit cada mese su salariu/e pones fine a rajos e a males./

Lassei su cuìle e sos armentos/a ficcas fattas chena rimpiantu./Nd’aìa bidu a bunda de trummentos/ pro perder cussu “postu” de ispantu.

De esser gai bellu non creìa!/ A bidda recuia cada die./Non prus astràu, lampos o traschìa,/ e mancu isporamentos pro su nie./

Ponìa in su traballu med’afficcu /pro cant’in cussu logu fiagosu./Fattende non mi fia tzertu riccu/ ma siguresa aìa e meda gosu./

Ma pagu tempus sendenche coladu/ su fumuderra torrat a cadone./Su sambene in su corpus s’est gheladu/ ca postu m’ant in “cass’integrascione”./

Degh’annos m’ant lassadu pende pende/ e pustis imboladu a muntonarzu./Su rimpiantu como m’est bocchende/ca non so prus nemmancu un’ervegarzu./

A custu monte cada die pigo/cun coro che tittones in brajeris./ Sos pessamentos meos curro e sigo/ cun ranchidos ammentos de su deris./

Siazis pro sa vida malaittos/ca como so custrintu a bandidare./ Cun su fusile a pala e cannaittos/ mi toccat un’istranzu de tentare.

La “resistenza” del pastore

Pur con crisi e difficoltà immani, la pastorizia è stata storicamente l’unico comparto economico che ha sempre retto: anche a fronte degli Editti delle Chiudende, della la rottura dei Trattati doganali con la Francia con Crispi, della rovinosa e fallimentare industrializzazione, dello strozzinaggio delle banche, della lingua blu. Ha retto perché si tratta dell’unica industria, endogena e autocentrata, che verticalizza la materia prima -il latte soprattutto- e crea un indotto che nessuna altra industria nell’Isola ha mai creato. L’unica “industria” legata al territorio e ai saperi tradizionali, diffusa ubiquitariamente, al contrario dell’industria per “poli”. Che presiede, salvaguardia e difende l’ambiente, che è in forte simbiosi con la storia, la tradizione, la civiltà, la cultura e la lingua sarda.

La crisi odierna

Oggi corre un serio pericolo: se non di scomparsa, certo di drastico ridimensionamento che potrebbe ridurla ad attività marginale, sia dal punto di vista economico che occupazionale. C’è infatti da chiedersi quante delle 18.000 aziende pastorali oggi presenti in Sardegna potranno ancora “resistere” a fronte della gravissima crisi che attanaglia il comparto. Quanti occupati potranno ancora sopravvivere producendo “in perdita”. Una pluralità di motivi convergono infatti ad acuire la crisi: primo fra tutti il prezzo del latte pagato 60 centesimi al litro. Una infamia. Se solo pensiamo che i costi per produrlo assommano almeno a 80 centesimi. Che 20-25 anni fa veniva pagato 1000 lire: come oggi! A fronte dei mangimi che nel frattempo sono quadruplicati, insieme all’energia e al gasolio: di cui i pastori non possono più fare a meno. Il prezzo del latte –pur se fondamentale- è solo uno degli elementi della vertenza: dalla piattaforma del MPS emergono tutta una serie di richieste e di obiettivi finalizzati all’uscita dalla crisi. Di questi voglio sottolinearne uno: il contributo de Minimis di 15.000 euro per ogni azienda. Da parte di molti è stato obiettato che si trattava di puro assistenzialismo. Ecco la risposta del leader del Movimento Felice Floris a un giornalista che lo intervistava:”Mi spiega perché quando si dà una mano ai pastori e agli agricoltori si chiama assistenzialismo, quando invece si tratta dell’industria si chiama aiuto alla produzione?”. Difficile dargli torto: non è forse “assistenzialismo” infatti la rottamazione delle auto e dei motorini? Gli incentivi per elettrodomestici e computer? Il piano casa? La stessa cassa integrazione?

E che dire del miliardo e 6oo milioni di euro per pagare, da parte dello Stato, le multe per le quote latte inflitte ai produttori “padani”?

Rispetto alla Piattaforma del MPS -che voglio riportare integralmente – mi piace sottolineare il punto 2, sulla necessità di trovare mercati italiani ed esteri per il latte, per sfuggire allo strozzinaggio dei cartelli degli industriali e spuntare così prezzi più alti. A questo proposito condivido quanto sostenuto dal Presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che ha scritto: “Occorre istituire un «Centro di raccolta del latte» con l’obiettivo immediato (basterebbe sottrarre all’attuale contrattazione il 10% del prodotto) di un notevole aumento del potere contrattuale dei pastori perché il prezzo sarebbe negoziato e quindi tutelato maggiormente, grazie a una sorta di supervisione pubblica” (L’Unità, 5 Novembre, 2010).

Rispetto alla piattaforma inoltre, se dovessi fare qualche appunto, osserverei che

non sottolinei adeguatamente la necessità di diversificare la produzione dei formaggi, anche per superare la sostanziale monocultura del pecorino romano, in cui l’industria è incastrata.

Verso la pastorizia “industrializzata”?

Ma il limite maggiore della Piattaforma –che pure risulta per molti versi, avveduta e articolata- a me pare essere un altro: non porsi neppure il problema della qualità della pastorizia e della produzione pastorale. A questo proposito, prenderei in seria considerazione alcune osservazioni fatte da Gavino Ledda (Intervista a La Nuova Sardegna, 29-10-2010): “La crisi si può sconfiggere solo con roba sana, senza i concimi e l’industria che hanno rovinato le campagne…Pastorizia e agricoltura sono state adulterate dai veleni… E così hanno lentamente distrutto Omero, i fiori, gli aromi, i sapori, tutto ciò che di buono c’è in natura. Neppure l’acqua è più santa…Le produzioni industriali non hanno senso, la pastorizia deve tornare a essere biologica, affidata con un’economia familiare a membri di uno stesso gruppo che a rotazione si occupino del foraggio, del pascolo, della caseificazione…”

Solo provocazioni o fantasie neoromantiche? No. Ledda ha messo il dito sulla piaga: vanno bene le proteste e le sacrosante rivendicazioni dei pastori, ma il futuro della pastorizia sarda, sarà in ogni caso nella produzione di “formaggi e latte dolci, puri, incontaminati”. Senza la nostra tipicità e tradizione di genuinità, unicità e “naturalità” a vincere sarà comunque la “moneta cattiva”: il latte dei concimi e dei mangimi,(acqua concimata, lo chiama Gavino Ledda) che scaccerà “la moneta buona”: il latte degli aromi e dei profumi della natura sarda.

Piattaforma del MPS

1)Ripristino immediato, per un periodo limitato di pochi anni, del meccanismo delle restituzioni comunitarie destinate al mercato Americano e Canadese, unico strumento possibile per svuotare i magazzini della nostra industria casearia senza creare buchi di bilancio. Se ciò non bastasse lo stato invece di dare i soldi ai paesi poveri (soldi che finiscono sempre nelle tasche dei loro affamatori) distribuisca alle popolazioni povere formaggi.

2)Progettare e costruire nel territorio regionale 5/6 centri di stoccaggio con possibilità di bonifica e refrigerazione del latte come unico strumento di forza per dare ai Pastori la possibilità di offrire all’occorrenza il latte nell’intero mercato Europeo, liberandoli così dal monopolio dei trasformatori locali che da sempre impongono le loro condizioni a prezzi da fame per i Pastori.

3)Abbattere i costi di trasporto applicando la continuità territoriale già riconosciuta dall’Unione Europa.

4)Impedire alla trasformazione privata o cooperativa di vendere il latte anziché trasformarlo.

5)Rimodulazione del P.S.R. (piano di sviluppo rurale) spostando le risorse dall’asse 1 all’asse 2 cioè dagli investimenti produttivi agli interventi delle misure Agro-Ambientali (indennità compensativa), questo per impedire che soldi destinati ai Pastori finiscano nelle tasche di venditori e progettisti.

6)Attuazione della norma “De Minimis” strumento finanziario previsto per erogare importi senza la necessità di notificare il provvedimento presso l’Unione Europea, portandola dagli attuali settemila a quindicimila come per il settore vaccino.

7)Inserimento dei comuni cosiddetti avvantaggiati nell’elenco dei comuni svantaggiati, per dare a questi la possibilità di beneficiare dei provvedimenti su menzionati.

8)Dare la possibilità alle aree irrigue di utilizzare l’acqua a costo zero per la coltivazione di foraggere per uso zootecnico (medicai etc.) condizione indispensabile per ridurre i costi di alimentazione del nostro bestiame.

9)Realizzare piccoli mattatoi comunali e zonali per valorizzare le nostre carni e togliere il monopolio a pochi commercianti che hanno azzerato il valore nelle nostre carni.

10)Utilizzare le energie rinnovabili non per costruire serre ma per dare energia a tutte le aziende Agro-Pastorali. Per fare questo è necessario che la Regione costituisca una società ad hoc con il compito di elettrificare tutte le aziende sarde. Se non si fa questo solo pochi potranno beneficiare di questa moderna tecnologia.

11)Moratoria per almeno due annualità dei contributi previdenziali come chiesto e ottenuto in Francia.

12)Ristrutturazione dei debiti scaduti e in scadenza di Agricoltori e Pastori e delle loro strutture di trasformazione in un lungo periodo 20/30 anni, dando così una possibilità concreta alle aziende in difficoltà di rimettersi alla pari con le altre imprese.

Pastorizia e Pastoralismo

Se muore il pastore e la pastorizia non muore solo una delle tante figure sociali o un comparto economico ma la Sardegna intera: il suo etnos, il suo universo culturale, artistico e rituale. Ad iniziare dall’immaginario simbolico rappresentato –fra l’altro- dalle maschere di carnevale; dall’immaginario musicale rappresentato soprattutto dal Canto a tenore, riconosciuto dall’Unesco, nel 2004, come patrimonio immateriale dell’Umanità: è il secondo riconoscimento alla Sardegna da parte dell’Unesco dopo il Nuraghe di Barumini; dallo stesso immaginario sportivo (con s’Istrumpa) e ludico (con la morra).

Ma c’è altro ancora: sottesi al pastoralismo vi sono codici e valori che storicamente hanno segnato e impregnato la civiltà sarda: il comunitarismo, i codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità, l’onore e tutti gli altri componenti della cultura pastorale. ”Un patrimonio secolare –scrive Bachisio Bandinu- che dall’età dei nuraghi, ha prodotto una cultura, un simbolo, una scuola di vita, un modo di essere, praticamente scomparso in Europa, che perdura ancora oggi, in Sardegna, pur nella sua forma attuale di civiltà: produzione economica, organizzazione sociale, coscienza culturale. Non come semplice revival etnologico-folklorico, come museo di tradizioni popolari, operazione di nostalgia o folklorizzazione turistica ma, pur attingendo a lingua e linguaggi, atteggiamenti e comportamenti, interessi e valori, riti e simboli del passato, pone la questione di un rapporto positivo tra locale e globale e si interroga se questa civiltà secolare sia capace di inserirsi nel processo di mondializzazione, elaborando alcuni caratteri distintivi della propria cultura per adattarsi alla nuove esigenze della contemporaneità”.

Sempre Bandinu, prosegue: ” L’oggetto-natura diventa segno-cultura, in esso c’è scritta la storia di greggi, di ovili, un mondo di sacrifici e di poesia. Il pastoralismo in Sardegna passando attraverso gli studi sulle maschere, il canto a tenore e il ballo costituisce un’ossatura dell’economia e un universo rituale. E soprattutto un modo di parlare, di organizzare il discorso nell’uso di tempi e modi verbali, segni molto profondi quando si parla di una cultura”.

Pastoriu e intellettualità sarda

Il pastore è stato storicamente una figura centrale in Sardegna non solo dal punto di vista economico e produttivo ma anche dal punto di vista antropologico, sociale, culturale e linguistico, dando vita, in buona sostanza a gran parte della intellettualità sarda: ad artisti (pittori, scultori): penso min modo particolare a Costantino Nivola di Orani, ai nuoresi Antonio Ballero e Francesco Ciusa, all’olzaese Carmelo Floris; ai grandi avvocati nuoresi come Pietro Mastino, Luigi Oggiano e Gonario Pinna; ad Antonio Pigliaru, il grande studioso del Codice della vendetta barbaricina; a Michelangelo Pira, l’antropologo che con più lucidità in La rivolta dell’oggetto, ha descritto la lacerazione e la mutilazione culturale prodotta dalla negazione della nostra –come Sardi intendo- identità, specie linguistica; a Peppino Fiori che, soprattutto con La società del malessere, e con il romanzo Son’ ‘e taula ha condotto un’analisi serrata del fenomeno del banditismo sardo; a Bachisio Bandinu, lo scrittore che descrive, suggestivamente, l’identità sarda; al gavoese Antonello Satta, che con Cronache dal sottosuolo, la Barbagia, analizza la cultura popolare, piena di “ «fantasie», di passioni appunto, intollerante dei normali codici o capace di adeguarli a una logica tutta sua, interna e creativa, talvolta demoniaca”; all’ollolaese Michele Columbu, l’intellettuale e il politico, grande organizzatore del Movimento dei pastori negli anni ’60, che ama definirsi “un pastore per pura combinazione laureato”.

Pastoriu, poesia e letteratura sarda

Ma è soprattutto l’intera letteratura e poesia sarda ad essere impregnata di “pastoriu”: dalla Carta de Logu (un terzo abbondante delle leggi di Eleonora riguardano il mondo agropastorale) ai poeti Paolo Mossa, Luca Cubeddu e Melchiorre Murenu, il poeta cieco di Macomer cui la tradizione popolare ha attribuito per decenni la famosa quartina (in realtà scritta dal frate di Ozieri Gavino Achea): ”Tancas serradas a muru/fattas a s’afferra afferra/si su chelu fit in terra/l’aiant serradu puru”: tancas costruite contro i pastori e i contadini con la Legge delle Chiudende. Per arrivare a poeti come Montanaru o Peppino Mereu e Diego Mele: basta ricordare del rettore di Olzai la satira, dal preludio fulminante, “In Olzai non campat pius mazzone/ca nde l’hana leadu sa pastura,/sa zente ingolumada a sa dulzura/imbentat sapa dae su lidone”, un’apologo con cui allude all’Editto delle Chiudende, contro cui il poeta si scaglia perché con esso si “regalava” la terra ai potenti di sempre, la terra sarda che fino ad allora era pubblica, comunitaria –e dunque che poteva essere lavorata e utilizzata da tutti, pastori e contadini- e non privata o “perfetta”, come allora si disse, dopo essere stata recintata dai ricchi che potevano permetterselo.

O pensiamo a Grazia Deledda, che dopo aver frequentato le scuole elementari, diventerà autodidatta e impara a scrivere, più che dai libri, dall’oralità. E’ lei stessa ad ammettere che più che quello che era scritto nei libri gli piacevano i racconti e le paristorias meravigliose e incredibili che ascoltava dai pastori nei paesi, nelle feste paesane, nelle novene, negli ovili delle valli nuoresi e vicino a Nuoro. E financo a casa sua, ascoltando i racconti dei servi, in inverno, vicino al focolare, nelle interminabili notti.

O pensiamo ancora ai due Satta nuoresi, Salvatore con Il giorno del giudizio e Sebastiano, il “vate” cantore della sardità mitica e drammatica, incarnata soprattutto dal mondo dei pastori. Quando morì –narrano le cronache- folle di contadini, ma soprattutto di pastori e persino di banditi, scesero dalle montagne per accompagnarlo alla sua ultima dimora, memori del suo amore per l’uguaglianza e il progresso sociale e della sua passione per la patria sarda.

Per non parlare di Lussu e dei “suoi” pastori patrizi di Armungia. Quel Lussu che, parlando del Partito sardo d’azione, ebbe a scrivere: ”Non fu propriamente un movimento di reduci, come quello dei combattenti in tutta Italia. Fin dal primo momento fu un generale movimento popolare, sociale, politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e dei pastori”.

Qui mi fermo, non senza però almeno un accenno ai poeti improvvisatori, ieri ( Bernardo Zizi, Remundu Piras o Peppe Sotgiu) come oggi (Mario Masala, Bruno Agus, Salvatore Murgia), pastori, se non di mestiere, certo antropologicamente. Ma soprattutto ricordando le cose egregie e profonde che scrive a proposito dei pastori un brillante scrittore siciliano, Nino Savarese.

Uno scrittore siciliano, Nino Savarese, sui pastori sardi

LE GREGGI

“La pastorizia, che in altre regioni è andata adattandosi, e snaturandosi, fino a mendicare un po’ di posto tra la ressa delle colture, qui, in Sardegna, ritrova le condizioni dei suoi tempi eroici: spazio e solitudine.

Soprattutto non presenta quel tanto di le­zioso e decadente di cui ogni grande attività umana si offusca prima di corrompersi e scom­parire. L’aspetto pastorale sardo, per intenderei, non è materia di estetizzanti e di gente incurio­sita: il bello che vi può cogliere uno spirito pro­fondo, deve prescindere dalla pittoricità e rife­rirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli animali, con la terra e con Dio.

Bisogna sentire che il treno che passa in que­ste solitudini disseminate di greggi è un acci­dente senza conseguenze, e quasi senza senso: solca il silenzio, come un ronzìo nel meriggio, ed appena scomparso, alle sue spalle il silenzio si richiude, più intimo e più ermetico.

In certi punti i vasti pascoli sono limitati da alte cortine di rocce frastagliate e chiare, che all’occhio desioso e disperato dei solitari, debbono apparire come profili di città fantastiche.

In certi fasci di rocce a punta, i pastori vedono forse sagome di cattedrali abbandonate, e tutta questa pietra, rotta e mossa appare alle volte come la vuota sede di una civiltà e di una so­cietà morte di disgusto e di stanchezza.

   Unica realtà, ferma ed immutabile, appaiono le capanne dei pastori, le loro figure avvolte di pelli, le greggi che si muovono lentamente lungo i bordi dei ruscelli o tra i sassi erbosi dei poggi. A dare alla pastorizia questo carattere arcaico e grandioso, concorrono, come sempre accade, condizioni pratiche, e locali necessità. Ma nei modi e nell’estensione di questa attività non c’è forse, anche, una speciale inclinazione? E quella nativa simpatia che accompagna le ma­nifestazioni tradizionali e persistenti di un pae­se, e che si risolve, alla fine, nella coscienza di un privilegio?

Le ragioni che può darci il tecnico per spie­gare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide, ma non bastano, se non si tien conto di una speciale attitudine dello spirito sardo. .

Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga una naturale disposizione.

È così del resto che si sono formate le speciali competenze delle diverse regioni italiane, la fama di certe attività e di certe maestranze. Ché da noi il lavoro ha ancora (e bisognerebbe far di tutto perché non lo perda) il suo lato di ispi­razione, il segno di una vocazione. Non si lavora solo con le mani, come nei paesi invasati di ra­zionalismo, ma col cervello e col cuore. Perciò il lavoro ha un contenuto che trascende l’eco­nomia, ed un che di sacro e di esteticamente bello.

Non si tratta dunque di contare quante pe­core e quanti uomini coperti di pelli si incon­trano nei Campidani, nella Gallura e nella Nurra, ma di penetrare l’animo, lo spirito che sostiene, qui, la pastorizia.

Gente di campagna che sappia, stare a cavallo con questa gravità guerriera, e cavalli agili, forti, ma rozzi, che facciano quasi tutto un corpo coi loro cavalieri per la sicurezza, la disinvolta non­curanza con la quale ne sono posseduti, non se ne vedono in nessun altra regione italiana.

Né occhi come questi che sembrano aprirsi a fatica sugli aspetti sociali, forse perché potente­mente attratti dalla visione di un’altra società, più libera e più armonica.

Nei volti assennati e sereni di questi pastori sembra placarsi una lontana inquietudine, un lungo bisogno di pace.

Vanno, o sostano, nella solitudine, senza me­moria del tempo. Senza limite alla loro pazienza.

Lo spazio che essi possono percorrere, per sfuggire ai rigori del clima, è grandissimo, i ri­gori di questo clima molti e gravi: l’eccessivo caldo che avvizzisce le praterie e dissecca le sor­genti, il rigido e persistente maestrale che fa crescere gli alberi aggobbati e patiti; gli assalti della malaria nei luoghi paludosi assai estesi.

Nel Campidano vivono isolati del tutto, sen­za nemmeno quei piccoli riferimenti sociali che si trovano nella pastorizia siciliana; in cui la mas­saria è un centro, oltre che economico, anche sentimentale, nella solitudine del latifondo. I familiari, dai paesi lontani, vanno a rifornirli del necessario, ma non restano con loro; nella Gallura e nella Nurra, invece, le famiglie se­guono i pastori e vivono quasi tutto l’anno attorno a una capanna costruita, di volta in volta, con tronchi e ramaglie; il recinto per le pecore e l’altro pei cavalli e i maiali. Una vita che tiene l’uomo continuamente impegnato per le sue facoltà più energiche. Ed energiche e grandiose sono tutte le manifestazioni che l’accompagnano. Si può vedere ad esempio cuocere un vitello, il qua­le porta nel suo interno (svuotato delle interiora) una pecora o un capriolo, in un modo che ri­corda il clibanum biblico e degli antichi: messo cioè in una buca scavata nella terra e con sopra a bruciare una catasta di legna.

Si può osservate, tra i pastori, almeno fino a qualche tempo fa ne era ancor viva e diffusa la pratica, l’usanza della Ponidura, che nei modi e nello spirito ricorda il tempo di Giobbe. Il pa­store diseredato, quello che ha perduto, per le mortalità o per una serie di disgrazie, tutte le sue pecore, va a chiedere agli altri pastori una pecora a ciascuno per rifare il suo gregge. Nessuno gliela nega, anzi, con uno di quei tratti che da soli basterebbero a dare la misura della profonda umanità di un popolo, tutti seguono di buon grado la tradizionale usanza ed accolgono come un dovere l’aiuto a uno della loro stessa famiglia pastorale, col quale hanno in comune il dolore, il pericolo e il peso della vita. «Et dederunt ei unusquisque ovem suam»”.

In alcune di queste contrade, è stata raccolta, e si conserva con più vivezza che altrove, l’im­magine dell’antica pace della terra; dell’antica giustizia dei Re condottieri di greggi e di popoli.

L’attitudine del popolo sardo per la pasto­rizia ha dunque una effettiva portata psicolo­gica; essa si inquadra nell’insieme di una spe­ciale concezione della vita: austera, essenzial­mente sincera e libera”. ((in Cose d’Italia con l’aggiunta di Alcune cose di Francia.(Tumminelli editore, Roma 1943, pagine 56-61).

In questo passo Nino Savarese individua con nettezza e precisione, il ruolo della pastorizia e dei pastori in Sardegna, al di fuori di ogni visione arcadica ed estetizzante :L’aspetto pastorale sardo,per intenderci, non è materia di estetizzanti e di gente incurio­sita: il bello che vi può cogliere uno spirito pro­fondo, deve prescindere dalla pittoricità e rife­rirsi al rapporto primitivo, degli uomini e degli animali, con la terra e con Dio.

Nel contempo al di fuori di ogni prospettiva puramente pratica ed economicistica: Le ragioni che può darci il tecnico per spie­gare lo sviluppo della pastorizia in Sardegna, sono certamente valide, ma non bastano, se non si tien conto di una speciale attitudine dello spirito sardo.

Insomma, altrove la pastorizia può nascere esclusivamente da una necessità pratica, qui, secondo noi, la necessità sveglia ed istiga una naturale disposizione.

E ancora: Non si tratta dunque di contare quante pe­core e quanti uomini coperti di pelli si incon­trano nei Campidani, nella Gallura e nella Nurra, ma di penetrare l’animo, lo spirito che sostiene, qui, la pastorizia.

Gente di campagna che sappia stare a cavallo con questa gravità guerriera, e cavalli agili, forti, ma rozzi, che facciano quasi tutto un corpo coi loro cavalieri per la sicurezza, la disinvolta non­curanza con la quale ne sono posseduti, non se ne vedono in nessun altra regione italiana.

Né occhi come questi che sembrano aprirsi a fatica sugli aspetti sociali, forse perché potente­mente attratti dalla visione di un’altra società, più libera e più armonica”

Savarese conclude con una osservazione avveduta e fine: L’attitudine del popolo sardo per la pasto­rizia ha dunque una effettiva portata psicolo­gica; essa si inquadra nell’insieme di una spe­ciale concezione della vita: austera, essenzial­mente sincera e libera.

In altre parole potremmo dire – traducendo la prosa di Savarese, ma non allontanandoci dal suo pensiero – che Il pastore non è solo una delle una delle tante figure sociali e la pastorizia non è solo un comparto lavorativo ed economico (Il lavoro ha un contenuto che trascende l’economia, e un che di sacro e di esteticamente bello): le sue produzioni certo costituiscono ancora uno dei nuclei fondamentali del nostro prodotto interno lordo, ma il mondo pastorale in Sardegna ha prodotto ben altro che latte, formaggi, carne e lana: ha dato luogo al pastoralismo e ai codici e valori che esso sottende e che in buona sostanza costituiscono il nerbo della civiltà e dell’intera cultura sarda: in primis il valore della solidarietà, che non a caso Savarese ricorda quando parla della Ponidura: ”Il pa­store diseredato, quello che ha perduto, per le mortalità o per una serie di disgrazie, tutte le sue pecore, va a chiedere agli altri pastori una pecora a ciascuno per rifare il suo gregge. Nessuno gliela nega, anzi, con uno di quei tratti che da soli basterebbero a dare la misura della profonda umanità di un popolo, tutti seguono di buon grado la tradizionale usanza ed accolgono come un dovere l’aiuto a uno della loro stessa famiglia pastorale, col quale hanno in comune il dolore, il pericolo e il peso della vita. «Et dederunt ei unusquisque ovem suam»”.

O il valore della difesa dell’ambiente e del territorio, in virtù di quello che Savarese chiama rapporto primitivo con la terra”

Sena pastores e sena pastoriu, si-che morit sa Sardigna

Senza la pastorizia la Sardegna si ridurrebbe a forma di ciambella: con uno smisurato centro abbandonato, spopolato e desertificato: senza più uno stelo d’erba. Con le comunità di paese, spogliate di tutto, in morienza. Di contro, con le coste sovrappopolate e ancor più inquinate e devastate dal cemento e dal traffico. Con i sardi ridotti a lavapiatti e camerieri. Con i giovani senza avvenire e senza progetti. Senza più un orizzonte né un destino comune. Senza sapere dove andare né chi siamo. Girando in un tondo senza un centro: come pecore matte.

Una Sardegna ancor più colonizzata e dipendente. Una Sardegna degli speculatori, dei predoni e degli avventurieri economici e finanziari di mezzo mondo, di ogni risma e zenia. Buona solo per ricchi e annoiati vacanzieri, da dilettare e divertire con qualche ballo sardo e bimborimbò da parte di qualche “riserva indiana”, peraltro in via di sparizione.

Si ridurrebbe a un territorio anonimo: senza storia e senza radici, senza cultura, e senza lingua. Disincarnata e sradicata. Ancor più globalizzata e omologata. Senza identità. Senza popolo. Senza più alcun codice genetico e dunque organismi geneticamente modificati (OGM). Ovvero con individui apolidi. Cloroformizzati e conformisti.

Una Sardegna uniforme. In cui a prevalere sarebbe l’odiosa, omogenea unicità mondiale: come l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna.

Si avvererebbe la profezia annunciata da Eliseo Spiga, che nel suo potente e suggestivo romanzo Capezzoli di pietra scrive: “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Villaggi campagne altipiani livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”.

Sarebbe un etnocidio: una sciagura e una disfatta etno-culturale e civile,prima ancora che economica e sociale.

Apocalittico e catastrofista? Vorrei sperarlo.

Francesco Casula

 

Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

  

Risultati immagini per vittorio emanuele 3

Le 4 “Infamie” di Vittorio Emanuele III

di Francesco Casula

La salma di Vittorio Emanuele III tornerà in Italia, Con il beneplacito di Mattarella. Una vergogna. Ma è stato “il padre della patria”. No, è stato il padre di 4 ciclopiche infamie. Che niente e nessuno potrà cancellare né dimenticare.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili.

Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari, lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi maggiori fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’est sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata” (Brigaglia, Mastino, Ortu, Storia della Sardegna,  Editori Laterza, 2002, pagina 9).

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

In cambio delle migliaia di morti ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

  1. Vittorio Emanuele III, il Fascismo e le leggi razziali

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece, mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo e alle leggi razziali.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo, dando il via alla tragedia ventennale di quel regime la cui maggiore infamia furono le leggi razziali del 1938. Esse saranno firmate da un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. Ma c’entra il re con la seconda guerra mondiale? Certo che sì: ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu

Lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva scriverà:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra, aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali”. (Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250).

Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Subirà infatti “numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagine 487-488).

4.. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. E molti, lì moriranno.

Marianna Bussalai

Risultati immagini per marianna bussalai

Marianna Bussalai, sardista e femminista ante litteram, antifascista e poetessa, amica di Lussu, è l’oranese di cui parlerò giovedì prossimo 30 novembre a Flunimi di Quartu, nella scuiola elementare di Via Ligure,3. Organizza l’Associazione culturale ITA MI CONTAS.

  1. la vita

Marianna Bussalai, “Signorina Mariannedda de sos Battor Moros”, così veniva chiamata dagli oranesi, è i una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista. Una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi abbandona a causa di una malattia che non le permette di potersi recare a Nuoro per proseguire gli studi. Autodidatta – legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, – con cui ha un fitto carteggio epistolare – e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota ascendenza), gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi. Di Montanaru traduce le poesie in italiano. Di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva – la possibilità di leggere e comprendere l’opera.

  1. Il sardismo di Bussalai

 “II mio sardismo – scriverà in una lettera all’avvocato Luigi Oggiano – è nato da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d’Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte”.
Quello della Bussalai è dunque un Sardismo ante litteram, nasce inizialmente come sentimento o, più precisamente, come ri-sentimento contro uno Stato patrigno. Di qui la sua militanza nel Partito sardo d’azione e la sua “devozione” nei confronti di Lussu, che periodicamente le scriveva dall’esilio a Parigi.

  1. Le sue poesie

Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali. Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, – ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà – li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione. Marianna Bussalai infatti durante tutto il ventennio fascista diventa a Orani – ma non solo – punto di riferimento dell’antifascismo, la sua casa è il circolo antifascista, composto di ragazzi e ragazze, di uomini e donne.
Da parte mia ritengo che gli scritti più validi e, ancora oggi più che mai attuali, siano i suoi Mutos e Mutetus, in lingua sarda. Soprattutto quelli ironici e satirici con cui ridicolizzava i gerarchi e gli scherani del fascismo e Mussolini stesso (nel cui nome allungava il mussi-mussi, l’appellativo con cui si chiamano in Sardo i gatti e la cui espressione deriva dal latino mus (topo) e dunque a fronte di mussi-mussi il (gatto si avvicina).

Eccone alcuni:
“Farinacci est bragosu/ca l’ana saludau/sos fascistas de Orane/tene’ pius valentia/de su ras de Cremona/su Farinacci nostru.”

Ite bella Nugòro / tottu mudada a frores / in colore ‘e fiama. / Ite bella Nugòro / solu a tie est s’amore / ca ses sa sola mama / Sardigna de su coro/ Saludan’ sos sardistas / chin sa manu in su coro / de sas iras fascistas / si nde ride’ Nugòro.

  1. Le amiche e gli amici di Marianna Bussalai
    Aveva due grandi amiche e compagne di lotta: Mariangela Maccioni e Graziella Sechi-Giacobbe, che considera “dolci ed eroiche amiche”. La prima è maestra elementare e moglie di Raffaello Marchi (verrà sospesa dall’insegnamento perché ostile al Fascismo), la seconda ugualmente antifascista è moglie di Dino Giacobbe, il mitico combattente e comandante nella Guerra civile in Spagna contro Franco. Formano la cosiddetta triade sardista e antifascista.

Ma aveva anche molti amici:Lussu,Dino Giacobbe, i fratelli Melis, Oggiano, Mastino, Sebastiano Satta, Montanaru. Ma aveva amici, in modo particolare fra i giovani: per cui era un punto di riferimento intellettuale e culturale oltre che politico.

La rivolta di Palabanda

La rivolta di Palabanda

di Francesco Casula

 

Ricorre il 30 ottobre prossimo il 205° Anniversario della Rivolta di Palabanda. Innanzitutto Rivolta non Congiura. Ecco perché.

 

Di congiure è zeppa la storia. Da sempre. Da Giulio Cesare a John Fitzgerald  Kennedy. Particolarmente popolato e affollato di congiure è il periodo rinascimentale italiano, nonostante gli avvertimenti di Machiavelli secondo cui “le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina li coniurati”. Ed anche il “Risorgimento”. Esemplare la congiura di Ciro Menotti nel gennaio del 1831 ordita attraverso intrighi con Francesco IV d’Austria d’Este, dal quale sarà poi tradito e mandato al patibolo.

Congiurà che però sarà ribattezzata “rivolta”, “Moto rivoluzionario”. Solo una questione lessicale? No:semplicemente ideologica. Quella congiura, perché di questo si tratta,  viene “recuperata” e inserita come momento di quel processo rivoluzionario, foriero – secondo la versione italico-patriottarda e unitarista –   delle magnifiche e progressive sorti del cosiddetto risorgimento italiano. Così, una “congiura” o complotto che dir si voglia diventa un tassello di un processo rivoluzionario, esclusivamente perché vittorioso. Mentre invece – per venire alla quaestio che ci interessa – la Rivolta di Palabanda viene ridotta e immiserita a “Congiura”. E con essa diventano “Congiure”, ovvero cospirazioni di manipoli di avventurieri che con alleanze  e relazioni oblique con pezzi del potere tramano contro il potere stesso. Questa categoria storiografica, che riduce le sommosse e gli atti rivoluzionari che costelleranno più di un ventennio di rivolte: popolari, antifeudali e nazionali a fine Settecento in Sardegna a semplici congiure è utilizzata non solo da storici reazionari, conservatori e filosavoia come il Manno o l’Angius.

Ad iniziare dalla cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794: considerata “robetta” e comunque alla stregua di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. A questa tesi, ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda e non sospettabile di simpatie sardiste e nazionalitarie, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data da storici filosavoia come Giuseppe Manno o Vittorio Angius (l’autore dell’Inno Cunservet Deus su re) che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi, appunto alla stregua di una congiura.

Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura – cito sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni” 1.

Secondo Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni.

Ma veniamo a Palabanda. Si parla di rivalità a corte  fra il re Vittorio Emanuele I sostenuto da don Giacomo Pes di Villamarina, comandante generale delle armi del Regno e il principe Carlo Felice sostenuto invece dall’amico e consigliere Stefano Manca di Villahermosa, che aveva un ruolo di rilievo nella vita di corte.

Ebbene è stata avanzata l’ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l’azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l’ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice.

E’ questa l’ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: ”La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l’una per sistema discreditava l’altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceragli. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti” 2

Pressoché identica è l’ipotesi di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: ”Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l’ultima dal marchese di Villahermosa, l’altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice” 3 .

Si tratta di ipotesi poco plausibili. Ora occorre infatti ricordare  in primo luogo che il Villahermosa, era anche legato al re tanto che il 7 novembre 1812, pochi giorni dopo i fatti di Palabanda, gli affidò l’attuazione del piano di riforma militare.

In secondo luogo non possiamo dimenticare che Carlo Felice, ottuso crudele e famelico, sia da principe e vice re che da re, era lungi dall’essere  “favorevole ai Sardi” come scrive Natale Sanna che poi però aggiunge era all’oscuro di tutto 4 Ricorda infatti Francesco Cesare Casula56. che Carlo felice sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all’Isola “l’ordine pubblico” e il rispetto dell’Autorità. E comunque non poteva essere l’uomo scelto dai rivoluzionari  persecutore com’era soprattutto dei democratici e dei giacobini.

In terzo luogo che bisogno c’era di una congiura per intronizzare Carlo Felice? In ogni caso a lui la corona sarebbe giunta prima o poi di diritto poiché il re non lasciava eredi maschi ed egli era l’unico fratello vivente. Quando la Quadruplice Alleanza aveva conferito il regno di Sardegna a Vittorio Amedeo II, una clausola prevedeva che il regno sarebbe ritornato alla Spagna nel caso che il re e tutta la Casa Savoia rimanesse senza successione maschile.

Scrive Lorenzo Del Piano a proposito delle ipotesi di legami e rapporti fra “i congiurati” di Palabanda con ambienti di corte e addirittura con l’Inghilterra e con la Francia: “Se dopo un secolo di indagini non è venuto fuori nulla ciò può essere dovuto, oltre che a una insanabile carenza di documentazione, al fatto che non c’era nulla da portare alla luce e che quello della ricerca di legami segreti è un problema inesistente e che comunque perde molto della sua eventuale importanza se invece che a romanzesche manovre di palazzo o a intrighi internazionali si rivolge prevalente attenzione alle forze sociali in gioco e alle persone che le incarnavano e cioè agli esponenti della borghesia cittadina che era riuscita indubbiamente mortificata dalle vicende di fine settecento e che un anno di gravissima crisi economica e sociale quale fu il 1812, può aver cercato di conquistare, sia pure in modo avventuroso e inadeguato il potere politico esercitato nel 1793-96” 6 .

Non di congiura dunque si è trattato ma di ben altro: dell’ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali.

Segnatamente la rivolta di Palabanda, per essere compresa, abbisogna di essere situata nella gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 forte siccità e un rigido inverno causarono nell‘Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità.

Cosa è stato il dramma de su famini de s’annu dox, sono storici come Pietro Martini, a descriverlo con dovizia di particolari: ”L’animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell’anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l’isola fu a tale condotta che peggio non poteva”.

Ricorda quindi che la “strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d’acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando 7.

Mentre Giovanni Siotto Pintor scrive: ”Durarono lungamente le tracce dell’orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell’inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d’uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l’agricoltura. Ed a tacer d’altro, il sistema tributario vieppiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici” 8.

E ancora il Martini descrive in modo particolareggiato chi si arricchisce e chi si impoverisce in quella particolare temperie di crisi economica, di pestilenze e di calamità naturali: ”Oltreché v’erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s’erano del sangue de’ poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a’ miseri incalzati dalla fame s’appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all’ultimo gradino, gli altri d’inedia e di stenti morivano” 9.

Giovanni Siotto Pintor inoltre per spiegare le cagioni del tentativo di rivolgimento politico che meditavasi a Cagliari, allarga la sua analisi rispetto al Martini e scrive che “La Sardegna sia stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricola, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell’isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell’impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali…In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d’onesto vivere…i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico…Ondechè, scadutu dall’antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano…Superfluo è il discorrere della plebe…Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l’elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s’introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell’isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni” 10.

E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l’importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi.

Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive  Girolamo Sotgiu –  che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila” 11.

Così succedeva che “Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta12 .

Questi i corposi motivi, economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali alla base della Rivolta di Palabanda. Che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall’esempio di Giovanni Maria Angioy. Borghesia composta da commercianti e piccoli imprenditori che si lamentavano perché “gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina” 13.

Per non parlare della miseria del popolo: nei quartieri delle città e nei villaggi delle campagne, dove la vita era diventata ancora più dura dopo che la siccità aveva reso i campi secchi, con “contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa” 14 .

E così “cresceva l’odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento 15 .

Di qui la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l’orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni).

Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti  studenti e militari : “Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri…dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito 16.

Bene: ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e  a intrighi di corte mi pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia.

Note bibliografiche

  1. Girolamo Sotgiu, L’Insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AM&D Cagliari, 1995.
  2. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 233-234.
  3. Pietro Martini, Compendio della storia di Sardegna, Ed. A. Timon, Cagliari 1885, pagina 70.
  4. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume III, Editrice Sardegna, Cagliari 1986, pagina 413.

5.Francesco Cesare Casula, Il Dizionario storico sardo, Carlo Delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330.

  1. Vittoria Del Piano (a cura di), Giacobini moderati e reazionari in Sardegna, saggio di un dizionario biografico 1973-1812 , Edizioni Castello, Cagliari, 1996, pagina 30.
  2. Pietro Martini,Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagine 60-61
  3. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, op. cit. pagina 222.
  4. Pietro Martini, Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagina 61.
  5. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 229-230.

11.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda (1720-1847), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 252.

12, Ibidem, pagine 252-253.

  1. Ibidem, pagina 253.
  2. Maria Pes, La rivolta tradita, CUEC,Cagliari 1994, pagina119
  3. Ibidem, pagina 120.
  4. Ibidem, pagina 151.

– I patrioti di Palabanda

-Salvatore Cadeddu, che riuscì a fuggire nel Sulcis, nella casa sul Golfo di Palmas, venne catturato condotto a Cagliari  e arrestato il 3 giugno. E’ accusato di essere “uno dei capi e principali autori dell’insurrezione” e per sentenza della regia delegazione  il 30 agosto fu condannato a morte ad essere impiccato: “a spicarsi la testa dal busto, conficarsi quella al patibolo, e questa consegnarsi alle fiamme e spargersene le ceneri al vento, previa tortura nel capo dei complici, nella confisca dei suoi beni e nelle spese”. Fu impiccato il 2 settembre dello stesso anno e il  suo corpo dato alle fiamme e le ceneri sparse nel vento.

-Raimondo Sorgia: Arrestato il 5 novembre è impiccato Il 13 maggio 1813, come  gli altri condannati non fa il nome dei complici “nemmeno ai piedi della forca” (Lorenzo del Piano).

– Giovanni Putzolu, come Raimondo Sorgia, fu arrestato il 5 novembre e impiccato Il 13 maggio 1813.

– Gaetano Cadeddu, riuscirà a fuggire ma sarà condannato a morte in contumacia, in quanto ritenuto autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato armati con il denaro per l’esecuzione dell’impresa,

– Giuseppe Zedda, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come Francesco Garau, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni,

– Francesco Garau, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni, Giuseppe Zedda.

Antonio Massa Murroni, sarà arrestato nella notte del 5 novembre, fra i primi, e condannato il 30 agosto del 1813, al carcere a vita.

–  Giacomo Floris, sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita con  Pasquale Fanni. Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

Pasquale Fanni. Sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita come  Giacomo Floris  Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

 Stanislao Deplano, arrestato sarà inviato nel maggio del 1813 in esilio a Mandas prima e a Alghero, Sassari e Carloforte poi.

– Accusati di complicità nel fatto, Antonio Massa Murroni e Giovanni Battista Cadeddu, furono condannati al carcere a vita nella torre dell’isola della Maddalena, dove Giovanni Battista Cadeddu morirà il 26 ottobre 1919.

– Stanislao Deplano venne recluso nelle carceri di Alghero e nel 1821 esiliato a Carloforte. 

– Luigi Cadeddu nel 1827 si trovava ancora in carcere.

– Efisio Cadeddu, il figlio minore di Salvatore, per la sua giovane età non fu inquisito né perseguitato..

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

di Francesco Casula

A Cagliari c’è una Via (piccola traversa di Viale Trieste) con questa intestazione: Via XXIX novembre 1947.

Credo che pochi cagliaritani e sardi conoscano questa data e perché ad essa sia stata dedicata una via. Se lo sapessero probabilmente la rimuoverebbero.

Io mi accontenterei di porre, magari a fianco, una bella lastra di marmo con una didascalia che illustri e chiarisca la vicenda sottesa a quella data.

Il Manifesto sardo potrebbe farsi promotore di tale iniziativa, avanzando al Comune di Cagliari e al Sindaco Zedda la proposta. In tal modo quella Via inizierebbe a parlare, ai Cagliaritani e ai Sardi. Rendendoli edotti e consapevoli di una triste e funesta vicenda. Oggi è infatti, questa strada è muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data.

Scriverei, sinteticamente questo: il 29 novembre del 1947 ci fu la Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, Con essa l’Isola veniva deprivata del suo Parlamento, perdeva la sua indipendenza statuale e dunque finiva il Regnum Sardiniae.

A chiedere  la Fusione, che verrà decretata da Carlo Alberto, furono alcuni membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né istituzionale (Il Parlamento neppure si riunì ) né tanto meno, popolare. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino, gran conoscitore di “cose sarde”, ha parlato di “rapina giuridica”.

Certo a favore della Fusione ci furono manifestazioni pubbliche a Cagliari (dal 19 al 24 novembre) e a Sassari nel 1947: ma esse erano erano poco rappresentative della popolazione sarde in quanto i partecipanti appartenevano quasi sostanzialmente ai ceti urbani. Ma soprattutto esse rispondevano esclusivamente agli interessi della nobiltà ex feudale, illecitamente arricchitasi, con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde.

Nella fusione inoltre  vedevano una possibile fonte di arricchimento la borghesia impiegatizia e i ceti mercantili.

I sostenitori della Fusione – ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor – si illudevano o, comunque speravano, che venissero estese anche alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale.

La realtà fu un’altra: l’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quello politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo –  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852)

Gli stessi sostenitori della Fusione, ad iniziare proprio da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di follia collettiva, riconoscendo l’errore. “Errammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”, ebbe a scrivere Pintor.

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

Tra le prime conseguenze della Fusione il servizio militare obbligatorio per i giovani sardi e il “sequestro” da parte dello Stato piemontese di tutte le miniere e di tutte le risorse del sottosuolo. Che furono date in concessione, per quattro soldi, a “capitalisti”, o meglio a “briganti”, in genere stranieri (francesi, belgi eccJ ma anche italiani).

Questi “spogliatori di cadaveri” –scriverà Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919, – “si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione,senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”.

Oggi Via XXIX Novembre a Cagliari è una strada muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data. Con una bella didascalia ci comunicherebbe la verità storica. Funesta e drammatica ma da conoscere..

Presentazione del libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” a ONIFERI

Montanaru e la lingua sarda

IMG_0939
 

Montanaru e la lingua sarda (di Francesco Casula)

I consiglieri regionali che in Commissione Cultura, discutono di lingua sarda, del suo ruolo e funzione, specie in relazione all’insegnamento a scuola, della sua unitarietà e di standard, farebbero bene a rivedersi quanto Montanaru ha scritto in proposito.

Lo ha ricordato anche Gigi Littarru, il combattivo sindaco di Desulo, qualche giorno fa a Seneghe, al festival “Cabudanne de sos poetas”.

Per intanto, occorre ricordare che Antioco Casula (Montanaru), al di là della sua funzione letteraria e poetica vede, nella lingua sarda, anche una funzione civile, educativa e didattica. Ecco cosa scrive nel suo Diario: “…il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalità del nostro popolo.

E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino” .
E ancora: “Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li circonda usando la lingua materna” .

Si tratta – come ognuno può vedere – di una posizione avveduta, sul piano didattico, culturale ed educativo e moderna. Oggi infatti linguisti e glottologi come tutti gli studiosi delle scienze sociali: psicologi e pedagogisti, antropologi e psicanalisti e persino psichiatri sono unanimemente concordi nel sostenere l’importanza della lingua materna: per intanto per lo sviluppo equilibrato dei bambini.

Secondo gli studiosi infatti il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese. Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche. Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica.

Lingua materna che significa identità, e l’Identità come lingua si fa parola e la parola si fa scrittura che chiama i sardi all’unione, non solo con il sentimento ma con l’autocoscienza:quello di appartenere alla stessa terra-madre. “Per difendere – dice Montanaru – la personalità del nostro popolo”

Un’identità mai del tutto compiuta e conclusa, ma da completare in continuum, attingendo alle peculiari risorse spirituali, morali e materiali della tradizione, purgandole delle scorie inutili o addirittura maligne: e ciò non può però significare un incantamento romantico del passato, una sterile contemplazione per ridursi e rispecchiarsi in se stessi o per chiudersi nelle riserve

Una lingua che non resta dunque immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ e si “ricostruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale: come già sosteneva Gramsci.

In tal modo la lingua, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
E comunque in quanto strumento di comunicazione è capace di esprimere tutto l’universo culturale, compreso il messaggio politico, scientifico, e non solo dunque – come purtroppo ancora oggi molti pensano e sostengono – contos de foghile!

Ma la posizione di Montanaru in merito alla lingua sarda emerge ancor più nella polemica che ebbe con tale Anchisi. Nel 1933 il poeta desulese pubblicò Sos cantos de sa solitudine che riscosse un buon successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista collaboratore dell’Unione Sarda, il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto.

Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madre lingua.
Nella replica Montanaru farà infatti, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che “la lingua dei padri” sarebbe diventata la “lingua nazionale dei Sardi” perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”.

L’interesse di queste affermazioni è duplice: da una parte auspica, prevede e desidera una sorta di “lingua sarda nazionale unitaria”, dall’altra ancòra la stessa all’etnia auctotona sarda. Si tratta di posizioni, culturali, linguistiche e politiche estremamente attuali che saranno sviluppate negli anni ’70 dall’algherese Antonio Simon Mossa, il teorico dell’indipendentismo moderno.