ANNIVERSARI
53 anni fa il 14 luglio del 1971 ci lasciava Antonio Simon Mossa,


θdi Francesco Casula.

Simon Mossa è un architetto di talento, arredatore, urbanista e artista di genio, insegnante dell’istituto d’arte e scenografo, intellettuale dagli intessi pressochè enciclopedici e dalla forte sensibilità artistica, viaggiatore colto e curioso del nuovo e del diverso tanto da spaziare con gusto e competenza nell’ambito di una pluralità vastissima di arti: dalla letteratura alla pittura e alle arti popolari. Ma è anche brillante ideologo indipendentista e di un nuovo Sardismo, giornalista e polemista ironico e versatile, viaggiatore colto e aperto alle problematiche delle minoranze etniche mondiali, ma soprattutto europee. Conoscendole direttamente, si rende conto della drammatica minaccia di estinzione che pesa su di loro: oramai sul bilico della scomparsa. Contro di esse è in atto infatti un pericolosissimo processo di “genocidio”, soprattutto culturale ma anche politico e sociale. Si tratta di “minoranze” che “l’mperiale geometria delle capitali europee vorrebbe ammutolire”.

Simon Mossa aveva infatti verificato la tendenza del genocidio culturale e non solo, dei popoli senza stato, delle piccole patrie, incorporate e chiuse coattivamente nei grandi leviatani europei e mondiali, “entro un sistema artificioso di frontiere statali, sottoposti a controllo permanente, con evidenti fini di spersonalizzazione, ridotti all’impotenza e di continuo minacciati delle più feroci rappresaglie, se mai tentassero di rompere o indebolire la sacra unità della Patria”.
All’interno di tali minoranze colloca la Sardegna che considera una “unità o comunità etnica ben distinta dalle altre componenti dello Stato Italiano” Per annichilire l’identità etno-nazionale dei Sardi è in atto –secondo Simon Mossa– “un processo forzato di integrazione che minaccia l’identità culturale, linguistica ed etnica”, anche con la complicità di molti sardi che “si lasciano comprare”. Uno degli elementi che per Simon Mossa devasta maggiormente l’Identità di un popolo è l’attacco alla cultura e alla lingua locale: in Sardegna dunque il divieto e la proibizione della cultura e della lingua sarda, segnatamente dell’uso pubblico del Sardo.

L’ideologo nazionalitario e indipendentista sa bene che un popolo senza Identità, in specie culturale e linguistica, è destinato a “morire”: “Se saremmo assorbiti e inglobati nell’etnia dominante e non potremmo salvare la nostra lingua, usi costumi e tradizioni e con essi la nostra civiltà, saremmo inesorabilmente assorbiti e integrati nella cultura italiana e non esisteremo più come popolo sardo. Non avremmo più nulla da dare, più niente da ricevere. Né come individui né tanto meno come comunità sentiremo il legame struggente e profondo con la nostra origine ed allora veramente per la nostra terra non vi sarà più salvezza. Senza Sardi non si fa la Sardegna. I fenomeni di lacerazione del tessuto sociale sardo potranno così continuare, senza resistenza da parte dei Sardi, che come tali, più non esisteranno e così si continuerà con l’alienazione etnica, lo spopolamento, l’emarginazione economica. Ma questo discorso è valido nella misura in cui lo fanno proprio tutti i popoli parlanti una propria originale lingua e stanzianti in un territorio omogeneo, costituenti insomma una nazione che sia assoggettata e inglobata in uno Stato nel quale l’etnia dominante parli una lingua diversa”.

Poliglotta e appassionato studioso di lingua e di linguistica – fra l’altro traduce in Sardo il Vangelo e scrive ottave deliziose – ritiene che “Il sardo lungi dall’essere un dialetto ridicolo è già, ma in ogni modo può e deve essere una lingua nella misura in cui sia parlato e scritto da un popolo libero e capace di riaffermare la propria identità”. A questo proposito pone questo interrogativo “Hai mai meditato su ciò che significa l’esclusione della nostra lingua madre dalle materie di insegnamento delle scuole pubbliche e il divieto di farne uso negli atti “ufficiali”? Ci regalano insegnanti di un italiano spesso approssimativo e zeppo di provincialismo e noi non abbiamo il diritto di esprimerci adeguatamente nella nostra lingua! Ci hanno privato del primordiale e più autenticamente <autonomista> strumento di comunicazione fra gli uomini!”.
Sostiene ciò nel Luglio del 1967, molto prima che in Sardegna la questione del “Bilinguismo perfetto” diventasse oggetto di discussione prima e di iniziativa politica poi: a buona ragione possiamo perciò considerare Simon Mossa, il vero profeta e anticipatore delle proposte prima e della Legge regionale 26 sul Bilinguismo poi. Con acume e perspicacia aveva capito che il problema della Lingua sarda non era tanto o soltanto parlarla, magari nell’ambito familiare, ma scriverla e soprattutto insegnarla nelle Scuole e usarla nella Pubblica Amministrazione: il problema era cioè la sua ufficializzazione.
Oggi noi nel 2024 sappiamo bene che la Lingua sarda, al di fuori di questa prospettiva è destinata a morire o, al massimo, a vivacchiare e languire, marginalizzata e ghettizzata. Simon Mossa questo lo aveva capito ben più di 57 anni fa.

Bruno Agus, poeta sardu de balia, contra a su colonialismu energeticu de ” sos viles invasores”

Bruno Agus, poeta sardu de balia, contra a su colonialismu energeticu de “sos viles imvasores”!

Politicos ch’amus dadu su votu
bos imploro cun sa ‘oghe acorada.
Proite non frimades su cumplotu
contr’a cust’indifesa patria amada?
De rinviu in rinviu custu tema
tirades sena coraggiu ‘e detzider.
ma gai faghinde lu sezis a bider
de esser in parte a cust’ istratagema.
A narrer nono non bi resessides
a sos fortes ignobiles poderes?
ma si abasciades sa conca a sos meres
a bois cun sos sardos avilides.
In Val d’Aosta non faghen ‘asie
ne in su Trentinu in totu sas alas.
Cheren chi inoghe si ponzan sas palas
pro tenner issos s’ energia inie.
Frimade custos viles invasores
chi nos cheren destruer sas bellesas,
de custa terra ‘e nuscos e fiores
ue sun sas nuragicas grandesas .
Cun pannellos e turres ispetrales,
sa Sardigna che funtana ‘e currente
cheren, pro pienare sas centrales
in sos terrinos de su Continente.
No atzetedas certos compromissos
ne patos cun ingannadoras tramas,
aboghinade, fizos, babbos, mamas
chi sos abusos non cheren amissos.
Paret ch’ in Pratobello sunu ancora
cuddas mamas cun sos fizos in manu.
Nendeli a s’ istadu italianu
dae sas terras nostras ista fora.
Medas de issas che sunu in sas losas
ma in chelu sas animas divinas.
Issas pro nos difendere sas rosas,
an mustradu fieras sas ispinas.
Sos Regionales amministradores
cun sos chi a Roma che semus mandende,
e sindigos cun fascias tricolores
a mi nazis ite sezis fetende?
B.Agus


Garibaldi bifronte e Unità d’Italia

Garibaldi bifronte e l’Unità d’Italia.

di Francesco Casula

I libri scolastici e la gran parte dei media ci consegnano ancora un Garibaldi mitizzato: l’eroe dei due mondi, l’ammiraglio, il generale, il condottiero intemerato e coraggioso. Generoso e disinteressato.Che viene direttamente dai suoi apologeti, ad iniziare dai memorialisti come Giuseppe Cesare Abba, Ippolito Nievo, Cesare Abba, Alberto Mario.
Un personaggio letterario: frutto della retorica patriottarda italica. Pensiamo al libro “Cuore” di De Amicis (oltreché scrittore, ufficiale sabaudo), che così lo descrive: «Affrancò milioni d’italiani dalla tirannia dei Borboni […] Quando gettava un grido di guerra, legioni di valorosi accorrevano da lui da ogni parte […] Era forte biondo bello. Sui campi di battaglia era un fulmine, negli affetti un fanciullo, nei dolori un santo»1.
Va pure bene il Garibaldi frutto della mitopoiesi e dell’oleografia, ma c’è anche un altro Garibaldi, quello ancorato alla storia. E non parlo del nizzardo nel supposto ruolo di venditore di schiavi in America latina: ancora oggetto di una vecchia e lunga vexata quaestio; mi riferisco – per esempio – al Garibaldi che opera in Sicilia con l’occupazione brutale e sanguinaria del Meridione. E le stragi, i massacri, le devastazioni compiute nella conquista, manu militari, del Sud da parte sua o comunque in nome e per conto suo.
Stragi taciute e nascoste: come quelle di Bronte e Francavilla, per esempio. Che non sono, si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla e in moltissime altre località, vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia.
Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue, nella galera e persino nei campi di concentramento (Fenestrelle, San Maurizio Canavese). Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “’traslocare” – ripeto manu militari – il popolo meridionale, dai Borbone ai Piemontesi. Grazie all’aiuto determinante degli inglesi (e ai soldi della massoneria), alla corruzione degli ufficiali dei Borbone, alla connivenza della mafia siciliana prima e della camorra napoletana poi.
Un Garibaldi, questo poco conosciuto e che “disturba”: anche politicamente. Destra, sinistra e centro. Che non a caso hanno gareggiato per “impadronirsene”.
Altro che liberazione! L’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella “piemontesizzazione” della Penisola: contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud e a favore degli agrari meridionali e degli industriali settentrionali; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria. Creando di fatto una colonia interna2.
Scriverà Giuseppe Dessì: ”Era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo…la vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola, divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stato altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, con Torino, che considerava l’Isola come una colonia d’oltremare, o una terra di confino. In realtà fra gli stessi italiani del Continente, non c’era in comunione se non un’astratta e retorica idea nazionalistica, vagheggiata da mediocri poeti e da pensatori mancati[…]3.
Un Garibaldi, dunque bifronte. Ambiguo. Ideologicamente intercambiabile. Tanto che durante il ventennio fu santificato ed eletto “naturalmente” come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu “fascista”. Come fu santificato il Risorgimento, cui il Fascismo si collegava strettamente perché visto “come il periodo di maturazione del senso dello Stato …uno Stato forte, realtà morale, etica e non naturale, che subordina a sé ogni esistenza e interesse individuale” 4.
Dopo il fascismo, nel ’48, alle elezioni politiche, la sua icona fu scelta come simbolo elettorale del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni Ottanta fu osannato da Spadolini – e dunque divenne repubblicano – come il generale vittorioso, l‘eroico comandante, l’ammiraglio delle flotte corsare e l’interprete di un movimento di liberazione e di redenzione per i popoli oppressi; fu celebrato da Craxi – e dunque divenne socialista – come il difensore della libertà e dell’emancipazione sociale che univa l’amore per la nazione con l’internazionalismo in difesa di tutti i popoli e di tutte le nazioni offese; infine fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare democristiano.
Ecco, è proprio questo unanimismo, questa unione sacra – destra, sinistra, centro, tutti d’accordo – intorno al Risorgimento e ai suoi personaggi simbolo, che non convince; è questa intercambiabilità ideologica dei suoi “eroi” che rende sospetti.
Questo suo essere indifferentemente utilizzato da fascisti, comunisti e liberali. Non solo in Italia.
Infatti nel centenario della sua “impresa” con i Mille, gli Stati Uniti hanno onorato in lui l’uomo cui Abraham Lincoln offrì un alto comando e il grado di generale nell’esercito federale. E l’Unione sovietica rese omaggio, in lui, al sostenitore della Comune di Parigi e della prima Internazionale marxista.
“Garibaldi – scrive Jasper Ridley, uno dei suoi più grandi e documentati biografi – è l’unico personaggio che negli anni al culmine della guerra fredda, sia apparso tanto in un francobollo americano quanto in un francobollo sovietico” 5.

Riferimenti bibliografici
1. Edmondo de Amicis, Cuore, Garzanti, 1967, pagina 176.
2. Nicola Zitara,L’Unità d’Italia, nascita di una colonia, Ed. Jaca Book, 1971
3. Giuseppe Dessì, Paese d’Ombre, Ed. Ilisso, 1998, pagina 145.
4. Franco Della Peruta, Storia del Novecento, Le Monnier ed. 1991, pagina.195.
5. Jasper Ridley, Garibaldi, Club degli Editori, 1976, pagina,7.

Le origini sarde di Jean Paul Marat, grande protagonista della Rivoluzione francese

Le origini sarde di Jean Paul Marat, grande protagonista della Rivoluzione francese.

di Francesco Casula

Sull’origine sarda di Jean Paul Marat non vi sono ormai dubbi. A documentarlo con certezza vi sono studi rigorosi con relative documentazioJean ni e prove, ad iniziare dagli Atti di nascita, di battesimo origini e di matrimonio. L’ultima opera sul rivoluzionario, corposa (596 pagine in due tomi) ed estremamente documentata, Marat en famille-La saga des Marat è della professoressa belga Charlotte Goetz, con corredo di note, bibliografia e riproduzione di documenti fra cui quelli provenienti da archivi sardi. Molti sono stati forniti da Carlo Pillai (1) –già Sovrintendente archivistico per la Sardegna e autore di numerosi articoli su Jean Paul Marat.
A documentare l’origine sarda, fin dagli inizi del Novecento è stato Egidio Pilia (2), – avvocato e saggista, nonché uno dei fondatori del Partito sardo d’azione – con l’opuscolo Gian Paolo Marat.
Il protagonista della Rivoluzione francese, di cui rappresentava l’anima più radicale e popolare, non a caso fu soprannominato l’ami de peuple (l’amico del popolo), nacque a Boudry, nel cantone di Neuchâtel in Svizzera il 24 maggio 1743 da Giovanni e da Luisa Cabrol. L’8 giugno verrà battezzato e nell’Atto, conservato – precisa Pilia – nel Registro dei battesimi di Neuchâtel dove si accenna esplicitamente a “Jean Paul, fil de M. Jean Mara de Cagliari en Sardaigne et de Loise Cabrol de Geneve”.
Esiste a Cagliari nella Parrocchia del Quartiere Marina,(Pagina XVI del volume XVI Quinque libri) dal quale risulta che Juan Salvador padre di Giampaolo, nacque a Cagliari da Antonio Mara e Millana Trogu e fu battezzato nella chiesa parrocchiale di Marina il 9 agosto 1704 :”En los nueve dias del mes de Agosto del presente anno del mille siete sientes y quatro yo el reverendo Costantino Espissu, domero de la Iglesia Parroquial de la Marina bautize segun el rito de la santa Iglesia romana à Juan salvator Mara y Millana trogu, coniuges de la Marina etc. etc.” .
Ma un contributo decisivo sulla vita e sulla figura di Juan Salvador Mara ce lo offre Carlo Pillai Dalle sue ricerche archivistiche risulta senza ombra di dubbio che il padre del rivoluzionario, nato a Cagliari nel 1704 divenne frate Mercedario il 10 agosto 1720. “Ben presto fu avviato alla carriera ecclesiastica – scrive Pillai – e a quattordici anni vestì l’abito dei Mercedari nel convento di Bonaria. Nel 1726 era diacono e dopo la nomina a lettore fu inviato a Bono, in un convento di nuova istituzione” (3) . “A causa del suo carattere irruento e focoso – è sempre Pillai a scriverlo – ebbe a scontrarsi vivacemente col potere secolare, in relazione al pagamento di certe quote arretrate del Regio Donativo dovute dal Convento” .
Con il potere politico si scontra anche in merito ad altre questioni tanto che il viceré, conte d’Apremont ordinò un’inchiesta, “manifestando il proposito di punire a dovere quel frate ribelle che osava mettere in discussione l’ordine costituito. Pertanto ordinò ai superiori dell’Ordine di farlo rientrare a Cagliari, dove l’avrebbe convocato alla sua presenza per comunicargli il meritato castigo”.(4)
Avuto sentore del pericolo che correva Juan Salvador scappa abbandonando la Sardegna. Si spreta e si reca a Ginevra dove vivrà facendo il disegnatore per un’industria tessile. E a Ginevra si sposerà con la calvinista Luisa Cabrol, sedicenne da cui avrà Jean Paul e altri cinque figli.
Uno dei primi a scrivere delle origini sarde di Marat è stato fin dal 2001 Antonangelo Liori, dedicandogli un’intera pagina del Quotidiano Sardigna.com (con cui ho avuto l’onore e il piacere di collaborare). Dal documento tratto dagli archivi di Neuchatel che cita, risulterebbe però che il cognome del padre sarebbe “Maxia” non “Mara” e sarebbe stato “pinteur” (imbianchino) e non disegnatore industriale.
Sia come sia, non vi è comunque nulla quaestio, ovvero discussione sulla sua origine sarda.
Ma perché aggiunge una t al suo cognome?.
Acclarato che Jean Paul Marat è Giampaolo Mara, rimane un problema: perché ha voluto aggiungere al cognome Mara la t diventando Marat?.
Uno dei biografi del rivoluzionario il francese François Chèvremont (5), riporta una lettera scrittagli il 2 luglio 1867 dal Giovanni Mara, nipote di Jean Paul e ricevitore del registro e bollo a Genova, dalla quale si apprende che fu il proprio il rivoluzionario ad aggiungere «un t final a son nom pour le rendre francais, t chi ne se trouve ni dans son acte de maissance ni dans aucun de ceuux des membres de notre famille»
Bibliografia
1.Carlo Pillai, Le ascendenze sarde di Jean Paul Marat, in Nobiltà 2005, e Carattere focoso e pensiero acuto in Almanacco di Cagliari anno 2003.
2. Egidio Pilia, Gian Paolo Marat, Edizioni Fondazione il Nuraghe, Cagliari 1925.
3. Carlo Pillai, Carattere focoso e pensiero acuto, articolo cit.
4.Ibidem
5.Chèvremont Francois, J. Paul Mara “L’Esprit politique” -2 volumi in 8.0- Parigi 1880.

Fratelli d’Italia o Fratelli massoni?

Fratelli d’Italia
o Fratelli massoni?

di Francesco Casula

Fratelli d’Italia è nato come un Inno massonico e non della repubblica italiana.
La locuzione “Fratelli d’Italia” è dunque una gravissima e inaccettabile manomissione semantica e falsificazione storica. Più correttamente occorre chiamare infatti l’Inno “Fratelli massoni d’Italia”.
Il giovane Goffredo Mameli, massone, con quell’inno voleva rivolgersi ai suoi “fratelli muratori” e non agli italiani.
Siamo nell’autunno del 1847, quando Mameli genovese ma di origine sarda (il padre Giorgio, cagliaritano, è comandante di una squadra della flotta del Regno di Sardegna) allora ventenne studente e patriota scrive l’Inno che sarà poi musicato poco dopo a Torino da un altro genovese, Michele Novaro, anch’esso massone.
Siamo alla vigilia della Prima guerra di indipendenza e il giovane ingenuamente e in modo sprovveduto e spericolato, si lancia in una serie di affermazioni, storicamente false. Possiamo capire il suo afflato bellicista e retorico ma non la manomissione della storia.
Che c’entrano infatti con l’Unità d’Italia gli Scipioni o i combattenti della Lega lombarda, i Vespri siciliani, Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze, o Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci?
Si tratta di sciocchezze sesquipedali. Machines e tontesas.
Ha scritto a questo proposito Alberto Mario Banti grande studioso del Risorgimento su “Il Manifesto” del 26 febbraio 2011 :”Francamente non lo sapevo. Cioè non sapevo che tutte queste persone, che ritenevo avessero combattuto per tutt’altri motivi, in realtà avessero combattuto già per la costruzione della nazione italiana. Pensavo che questa fosse la versione distorta della storia nazionale offerta dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento. E che un secolo di ricerca storica avesse mostrato l’infondatezza di tale pretesa. Ma c’è dell’altro. Abbiamo scoperto che tutti questi «italiani» erano buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli”.
Ma tant’è: questo sciocchezzaio viene ancora riproposto oggi. Di più: l’Inno massonico dopo essere stato “in sonno” per 71 anni nel 2017 è diventato l’Inno ufficiale della repubblica italiana, suscitando il plauso entusiasta della massoneria che attraverso il gran maestro Stefano Bisi ha scritto:
“Ora ci sentiamo ancor di più Fratelli d’Italia e canteremo l’inno orgogliosamente, come abbiamo sempre fatto, durante le nostre tornate rituali e le manifestazioni pubbliche”.
Il Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani, infatti plaude con soddisfazione alla notizia che dopo 71 anni di provvisorietà finalmente il Canto degli Italiani, meglio conosciuto come Inno di Mameli, sia adesso a tutti gli effetti l’inno ufficiale della Repubblica Italiana.
“Per noi, “Fratelli d’Italia”, al di là delle questioni burocratiche, e’ stato sempre l’inno che abbiamo portato impresso nel cuore e nella mente, perché in esso c’è la storia d’Italia e del Risorgimento che sfociò nell’Unità. Scritto dal massone Goffredo Mameli e musicato dal fratello Michele Novaro, esso fa vibrare da sempre l’animo dei liberi muratori e dei cittadini italiani”
Amen!

La festa di San Giovanni fra tradizione popolare e pagana e cristianesimo

La festa di San Giovanni: fra tradizione popolare e pagana e cristianesimo.

di Francesco Casula

Fin dal primo Cristianesimo, di età patristica, la Chiesa ha fatto confluire in un tema della liturgia (Il giorno natale del Battista) quel che rimaneva allora del culto solstiziale di un’antica visione urano- agraria legata al momento del raccolto e ricco di valenze propiziatorie (della terra e della donna). Il culto si è imposto alla Chiesa come qualcosa che sarebbe stato difficile sradicare tanto che ancora oggi sopravvivono elementi precristiani: i falò (su fogaroni), la raccolta delle erbe da destinare a chi verrà scelto come compare. Is cannas friscas.
Proprio il Comparatico di S. Giovanni colpirà l’interesse di un illustre viaggiatore italiano in Sardegna. Alberto Ferrero della Marmora, torinese, scrittore, geografo e militare che visiterà la Sardegna, la prima volta nel 1819 e in seguito vi soggiornerà più volte. Egli infatti soggiornò nell’Isola, sebbene non stabilmente, per un arco di quasi quattro decenni, dal 1819 al 1857. Scriverà Itinerarie de l’île de Sardaigne (1860) ma soprattutto quei monumenti che sono i quattro volumi di Voyage en Sardaigne, ou description statitique, phisique e politique de cette ile, avec des recherches sus ses produtions naturelles et ses antiquités (1826).
In quest’opera scriverà a proposito della Festa di San Giovanni: Oltre al comparatico per un bambino tenuto al battesimo o alla cresima, ve n’è un terzo detto di S. Giovanni, che è in uso solo fra i campagnuoli.
Due persone di sesso diverso, ed in generale coniugate, si scelgono reciprocamente come compare e comare di San Giovanni: l’accordo si conclude presso a poco due mesi prima. Alla fine del mese di Maggio, la futura comare prende un pezzo grande di corteccia di sughero, lo arrotola facendone un vaso, lo riempie di terra e vi semina un pizzico di grano della qualità migliore. S’innaffia, di tanto in tanto la terra con cura e il grano germina rapidamente, sì che in capo ad una ventina di giorni si vede un bel ciuffo detto erme o nènneri.
Il giorno di S. Giovanni il compare e la comare prendono questo vaso e, accompagnati da un corteo numeroso, s’incamminano verso una chiesetta dei dintorni. Giunti là, uno dei due getta il vaso contro la porta; poi tutti insieme mangiano una frittata colle erbe: infine ciascuno, mettendo le mani su quelle del suo vicino o della vicina, ripete ad alta voce ed a più riprese, queste parole: compare e comare di S. Gíovanni; si balla per parecchie ore e la festa è finita.

Alberto Ferrero della Marmora, la Sardegna e Ollolai

Alberto Ferrero della Marmora, la Sardegna e Ollolai

di Francesco Casula

Alberto Ferrero della Marmora, scrittore, geografo e militare (Torino 1789- ivi 1863) visiterà la Sardegna, la prima volta nel 1819 e in seguito vi soggiornerà più volte, sebbene non stabilmente, per un arco di quasi quattro decenni, dal 1819 al 1857. Per un totale di ben 13 anni. Di essa sottolinea che : “Difficoltà immense e gravi intralciano lo zelo del viaggiatore, che vuole percorrere quest’isola; la mancanza di strade, il difetto dei comodi più modesti, i pericoli in qualche contrada per il carattere irrequieto degli abitanti, infine le insidie del clima per parecchi mesi”.
A proposito della figura complessiva di La Marmora, Giovanni Lilliu – nella presentazione al 2° volume del Voyage in Sardaigne, Gianni Trois editore, Cagliari 1995 – scrive che “Nel lavoro il Lamarmora pose onestà, lealtà e rettitudine, categorie che applicò anche nella vita, qualunque giudizio i Sardi possano oggi dare di lui che, per forza della storia e per la suggestione del potere non seppe resistere alla tentazione di oscurare i suoi giovanili ideali « rivoluzionari» con atti di reazione e repressione di cui soprattutto i Sardi soffrirono”.
Il grande archeologo sardo si riferisce al ruolo che La Marmora esercitò nel 1849 quando divenne Commissario straordinario per la Sardegna, inviato nell’Isola con poteri eccezionali per gestire la difficile situazione venutasi a creare dopo la « fusione» con il Piemonte, con la rinuncia all’autonomia stamentaria, ovvero al Parlamento sardo.
A proposito di questo suo ruolo l’intellettuale e scrittore Eliseo Spiga è molto più severo. Scrive che “giunse ai primi del 1849 come commissario per pacificare l’Isola, scossa dai continui tumulti esplosi dalle gravissime condizioni economiche e anche da rinnovati sentimenti repubblicani filofrancesi. Conservatore e militaresco, il generale si dedicò alla pacificazione, affrontando il dissenso e la protesta con la repressione più brutale e la violazione sistematica delle meschine libertà statutarie, per lui lo stato d’assedio divenne sistema di governo , inaugurando la pratica della dittatura militare, che poco più di dieci anni dopo diventerà usuale, durante la guerra di conquista del Mezzogiorno da parte della monarchia italiana” (La Sardità come utopia, Cuec edizioni, Cagliari 2006).
E’ invece innegabile la sua capacità di studioso che consegna alla cultura sarda molti scritti: come Itinerarie de l’île de Sardaigne (1860) ma soprattutto quei monumenti che sono i quattro volumi di Voyage en Sardaigne, ou description statitique, phisique e politique de cette ile, avec des recherches sus ses produtions naturelles et ses antiquités (1826).
I due scritti, entrambi in francese, diedero un profondo contributo alla conoscenza della Sardegna da parte dell’Europa colta di allora. Soprattutto il Voyage sarà utilizzato come un vero e proprio manuale sull’Isola, da parte di viaggiatori e studiosi. Il carattere enciclopedico dell’opera risente molto della cultura illuministica: ossia, quello di legare geografia, archeologia, descrizione della natura alla geografia umana, come scriverà Manlio Brigaglia e come sarà intitolato il primo dei quattro volumi.
Nell’introduzione al Voyage, La Marmora si propone di far luce “sull’oscurità che avvolge le prime epoche storiche della Sardegna, su una regione che per tanti secoli ha avuto nella storia un ruolo puramente passivo”.
E chiude l’introduzione con un augurio: “Possa la mia opera presentare la Sardegna nel suo vero aspetto e richiamare per un istante l’attenzione dei governanti e dei dotti su questa regione, che indubbiamente merita di essere conosciuta da una gran parte dell’Europa, meglio di quanto non lo sia stata sino ad oggi”.
Il Viaggio in Sardegna, è un testo frammentario che si presenta come «libro totale» sulla Sardegna. E’ un testo di difficile lettura proprio per l’interdisciplinarietà: descrive infatti la geografia e la popolazione, le strutture amministrative e l’ antropologia, l’agricoltura, il patrimonio boschivo e le intemperie, l’industria e le usanze tradizionali.
Della Marmora visitò anche Ollolai: e ribatezzò la fontana più importante, “Sa ‘Untana manna”, “Regina fontium”, cui fu dedicata una sestina, in perfetto sardo-logudorese, che campeggiava ancora negli anni ’50-’60, ben stampigliata nel muro di una casa, a destra della fontana. Carica di enfasi e di retorica, sicuramente ispirata proprio dal generale, ecco il testo:
Ollolai pro s’abba est sa reina
Ca est a milli metros de altura
Jamada est de Fontium regina
tzittade de sa Barbagia forte e dura
Soldados veros eroes e fortes
Chi non tzsedent mancu pro sa morte.
Sì, aggiungo io, “Eroi in tempo di guerra e banditi in tempo di pace”, come soleva affermare il poeta Cicitu Masala.

Ollolai: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e I tiranni sabaudi

OLLOLAI: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi.

di Francesco Casula

Verrà presentato a Ollolai il 16 giungo prossimo (ore 17) il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” in una location bellissima, nel parco archeologico-ambientale di San Basilio a più di 1000 metri.
Organizza l’Associazione “Andelas de Ollolai” e il Comune.
Leggeranno alcuni passi dell’opera Rosa Sedda e Maria Natalia Bussu.
Dialogheranno con me le componenti di Andelas.
Interverrà l’assessora alla cultura Deborah Ladu.
Quella di Ollolai è la 191^ Presentazione.

FB_IMG_1718446331091

Ritorno con piacere e sempre emozionatissimo al “mio” amatissimo paese. Lì sono naschiu e paschiu. Lì ci sono le mie radici più profonde. I miei parenti. I ricordi della mia infanzia. Fra giochi e sacrifici.

Lì ho costruito la mia prima identità. Lì ho imparato la lingua sarda. Lì ho iniziato ad amare Il mio popolo. La mia malfatata Terra. Che sempre avrei continuato ad amare, anche quando per le vicende varie della vita, sono stato costretto ad allontanarmi. Per studiare in Continente. Non vedendo l’ora di ritornare.

FB_IMG_1718631954512E sono ritornato appena ho potuto. Subito dopo la laurea a Roma. Per amarla ancora di più. E per battermi e lottare perché essa, la mia Terra, la mia Nazione, fosse più libera, più prospera più felice più colta.

Il libro su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” è un omaggio alla mia Terra. E’ una denuncia contro sos canes de istergiu che ci hanno, nella nostra storia, sfruttato, represso, cercato di annientare. Ma non ci sono riusciti.,
Il libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata e falsificata dalla storia ufficiale e dalla scuola.

FB_IMG_1718631986454

Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, e “di che lacrime grondi e di che sangua” ancora oggi con la “creazione” della Questione Meridionale e Sarda più che mai ancora drammaticamente presenti.

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

FB_IMG_1718631980677

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele feroce e sanguinario, famelico, gaudente e ottuso: tostorrudu. E ancora: “Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione”, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è “Un pigro imbecille”.

FB_IMG_1718631967290

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo): ”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, (leggi Carlo Felice) la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

FB_IMG_1718631961859

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse, una per tutte: le leggi razziali con Vittorio Emanuele III, alias Sciaboletta.

Ollolai: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi

OLLOLAI: nei Monti di San Basilio processo a Carlo Felice e ai tiranni sabaudi.

di Francesco Casula

Verrà presentato a Ollolai il 16 giungo prossimo (ore 17) il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” in una location bellissima, nel parco archeologico-ambientale di San Basilio a più di 1000 metri.
Organizza l’Associazione “Andelas de Ollolai” e il Comune.
Leggeranno alcuni passi dell’opera Rosa Sedda e Maria Natalia Bussu.
Dialogheranno con me le componenti di Andelas.
Interverrà l’assessora alla cultura Deborah Ladu.
Quella di Ollolai è la 191^ Presentazione.

Ritorno con piacere e sempre emozionatissimo al “mio” amatissimo paese. Lì sono naschiu e paschiu. Lì ci sono le mie radici più profonde. I miei parenti. I ricordi della mia infanzia. Fra giochi e sacrifici.

Lì ho costruito la mia prima identità. Lì ho imparato la lingua sarda. Lì ho iniziato ad amare Il mio popolo. La mia malfatata Terra. Che sempre avrei continuato ad amare, anche quando per le vicende varie della vita, sono stato costretto ad allontanarmi. Per studiare in Continente. Non vedendo l’ora di ritornare.

E sono ritornato appena ho potuto. Subito dopo la laurea a Roma. Per amarla ancora di più. E per battermi e lottare perché essa, la mia Terra, la mia Nazione, fosse più libera, più prospera più felice più colta.

Il libro su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” è un omaggio alla mia Terra. E’ una denuncia contro sos canes de istergiu che ci hanno, nella nostra storia, sfruttato, represso, cercato di annientare. Ma non ci sono riusciti.,
Il libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata e falsificata dalla storia ufficiale e dalla scuola.

Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, e “di che lacrime grondi e di che sangua” ancora oggi con la “creazione” della Questione Meridionale e Sarda più che mai ancora drammaticamente presenti.

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta¬mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele feroce e sanguinario, famelico, gaudente e ottuso: tostorrudu. E ancora: “Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione”, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è “Un pigro imbecille”.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo): ”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, (leggi Carlo Felice) la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse, una per tutte: le leggi razziali con Vittorio Emanuele III, alias Sciaboletta.

CARILLON, UNO STRAORDINARIO ROMANZO DI CLAUDIO DEMURTAS

CARILLON, uno straordinario romanzo di Claudio Demurtas

di Francesco Casula

Carillon è il nuovo romanzo di Claudio Demurtas. Intrigante e fascinoso Fra surrealismo e dadaismo. Con corposi elementi distopici. Con abbondanti lacerti lirici ed erotici. Flussi coscienziali e onirici. Flash bak.
Un romanzo complesso. Con passaggi pindarici più che logico-narrativi. Da leggere dunque con attenzione e, più volte. In qualche modo abitandolo. Facendoselo amico. Per poterlo assaporare e gustare meglio. Oltre che capire.
Il romanzo è popolato da personaggi bizzarri squinternati sbandati e stravaganti; mendicanti barboni e precari, guru e megere; venerabili medii e fattucchiere. Ma anche assassini.
Un mondo variegato con gai e lesbiche, pittori, poliziotti maneschi e tutori dell’ordine che picchiano. Pescatori stravaganti.
Persino uno “sceicco bello giovane e ricco amico dell’Aga Kan con un mega yoct, alla conquista di Estrella, uno degli uomini più ricchi del mondo”.
Estrella, dunque. Il personaggio più intrigante misterioso e irraggiungibile. Estrella la ballerina. Anzi: la massima espressione vivente nel suo campo. Di una bellezza stregata. Una mariposa, leggera appunto, come una farfalla. Nessuno danza come lei. Una bruxia misteriosa, una malfatata che, dove arriva distrugge. “La sua danza è una emanazione lirica, un vapore capace di collegare il mondo dei viventi al sopramondo romantico. L’unica che può lenire la sua angoscia di vivere” .
L’angoscia di vivere di lui, Severino, il protagonista del romanzo. Che la cerca la sogna la insegue nell’intero Pianeta. Nonostante un medium l’avesse avvertito: “ Lei non è di questo mondo , fratello, e il tuo cercare è vano”.
Come “un pazzo furioso va in America, all’inseguimento di un’ombra”. Anche se è pericoloso. Ma non gli “restano altri motivi per vivere. E’ molto più che amore. E’ una questione infinita”.
Severino vorrebbe avere le ali, per questo cerca Estrella. Si rende conto di “vivere dentro una metafora”. Con l’amico che gli replica: “Tu sei un’ape che si affanna a uscire dal collo di una bottiglia e non si accorge che è chiusa”.
Gli avvertimenti dell’amico non lo dissuadono: per lui l’importante è “Andare verso la luce e la gente, fuggire lasciando la pesantezza, tutto il piombo del mondo, il visibile e l’invisibile”. Sottrarsi a “Un’angoscia densa, atavica”.
Raggiungerà Estrella? Lo pensava, quando incontra e vede Isabela, con il sorriso della Gioconda ”che nel suo abito di organza parve spiccare il volo, disegnando le trame della partitura con levità pollinea e sovrapponendo la grazia della musica alla disperazione per l’amore perduto e quando dopo un’eternità gli occhi della donna calarono su di lui”
In quel momento “ Severino ebbe dentro tutto il verde del mare. Si sentiva parte di un gioco folle, misteriosofico.Fra ipnosi e sogni”.
Ma è Estrella? Al lettore del romanzo la risposta all’interrogativo.
A me invece qualche precisazione in merito al “protagonista” del romanzo: che non è realmente Severino ma il mondo che incarna e in cui opera e vive: un mondo, un Pianeta in sfacelo, liquido: ad iniziare dai rapporti interpersonali. Con edifici chiusi. senza gente. Con macerie melma e paludi. Persino Roma,la città eterna è zeppa “di immondezza mucchi di cartone e fango. Esseri umani e ombre e fantasmi in baracche ricoperte malamente di eternit”.
Un Pianeta dove tutto “è deserto e disabitato, come se fosse scoppiata l’atomica. Siamo già al giorno dopo. Con ratti che sembravano gatti…ci sono anche scarafaggi, i futuri padroni del pianeta. Loro resistono alle radiazioni”.
E’ un visione catastrofica apocalittica e, sommamente distopica? Può darsi.
A parte la “visione” dell’Autore, di cui tutto il romanzo è impastato, a me interessa in modo particolare il linguaggio, il lessico che trovo ricco denso pregnante colto. Con qualche concessione al vocabolo prezioso e persino desueto (giulebbe, pomoli, baluginare, attoscato, elitre, izufallos, panie effemeridi, gorgozzule, stortignaccolo, detumescenza, ragazzume ,offa , aggettare, anfanare, guazza, cembanelle, collottola, draghinassa, affattato).
Ancor più meritevole ritengo il ricorso a lessemi onomatopeici, abbondantissimi, a mo’ di esempio: gnaulio, jans strappucchiati, delibata acqua che sciaguattava, tinnire, barbugliamento, remigavano,spenzolato, frullo”.
O a espressioni fulminanti come: mucillagine di pensieri, succhiare foschia, bellissime gambe sguainate.
Ma soprattutto ho apprezzato alcune magistrali descrizioni: ne riporto qualcuna:
” Gli extrasistoli gli davano respiro, stava tornando il ritmo, si disperdevano con gli ultimi brontolii dell’aria esausta e anche il gallo a bandoliera sul comignolo si accasciava sfinito, mentre un altro mese di maggio ricomparve in un mandorleto lontano ed effluvi di gelsomini…Ora a me non interessano più frammenti del mondo, né le metafore delle cose. Solo il volo conta, la trasparenza, la levità”.
“Una rasoiata di bile lo pizzicò nel braccio, eccitando i polimeri dell’universo mondo, trasformandolo in un punto erratico di giallo nel pulviscolo di luce, quindi inghiottì le quattro pastiglie mattutine cercando di mettere in riga la molazza dei suoi pensieri”.
“ La giornata era glabra, di nebbia. Si spandeva dal mare a smussare perfino la torre del Burlador che soffocava sputando scaglie filamentose e conficcandole in gola”.
“Si ritrovarono all’interno di una grossa cupola impregnata di fumo luci stroboscopiche e laser, dove il popolo della notte, giovane giovane ballando ballando – con le mani pizzicava invisibili arpe all’insù. Creavano gobbe soniche i gobbi profondi e cupi dei bassi e Bebo ne rimase fulminato”.
Concludo: terminata la lettura del romanzo mi sono chiesto: ma il Claudio Demurtas che ho sempre conosciuto, impegnato e attento ai problemi sociali e politici, di cui sono corposamente impregnati i suoi romanzi precedenti, dov’è finito?
E’ ancora presente, anche in questo romanzo. Ma in modo più sotterraneo. Quasi subliminale. Evoca la fame dell’America latina e del Terzo mondo come l’esigenza di combattere l’ordine costituito, contestare il potere della televisione e non arrendersi mai. Ma lo fa in modo non insistito. Quasi en passant. A significare che l’urgenza odierna è lo sfacelo generale e la crisi globale: dell’individuo e della persona prima ancora che del sistema economico sociale e culturale.
Crisi e sfacelo che descrive e racconta: è questo il suo modo di ritagliarsi “una finestra per evadere, quand’era il caso e osservare il mondo”.