Omines e feminas de gabbale

 

Arrivano i libri sui “Grandi sardi”

di Francesco Casula*

Con la pubblicazione della monografia su Grazia Dore, l’Alfa editrice di Quartu ha completato la collana “Omines e feminas de gabbale” (Uomini e donne di valore) che comprende 15 volumi dedicati a personaggi illustri della Sardegna: da Amsicora, eroe della resistenza sarda contro i romani nel 215 a.c. a Eleonora d’Arborea; da Sigismondo Arquer, l’intellettuale cagliaritano condannato dall’Inquisizione, perchè sospettato di eresia, e bruciato nel rogo, a Toledo in Spagna, nel 1570, a Giovanni Maria Angioy, il protagonista della rivoluzione antifeudale sarda di fine Settecento; da Gramsci a Lussu: forse i due Sardi che hanno maggiormente caratterizzato il ‘900; da Grazia Deledda a Montanaru, il più grande poeta in lingua sarda; dal villacidrese Giuseppe Dessì, a Francesco Masala, l’indimenticabile autore di “Quelli dalle labbra bianche”; da Giovanni Battista Tuveri, il teorico del federalismo a Egidio Pilia, il primo grande sostenitore dell’Autonomia della Sardegna e a Antonio Simon Mossa, l’architetto algherese studioso delle Minoranze nazionali europee e teorico dell’indipendentismo. Infine a due donne barbaricine: Marianna Bussalai, femminista, antifascista e sardista di Orani e Grazia Dore, poetessa di Olzai, sulle cui liriche Pier Paolo Pasolini espresse giudizi molto lusinghieri. Gli autori dei volumi sono molteplici: oltre a chi scrive queste note, Matteo Porru, Gianfranco Contu, Marcello Tuveri, Tonino Langiu e altri. Sono tutti scritti in Lingua sarda: in Logudorese, Campidanese e anche in Limba sarda comuna, senza traduzione a fronte perché –è scritto in una prefazione- “Ischimus pro esperientzia chi medas bortas cando b’est sa versione in italianu, mescamente pro mandronia, sa tentatzione est de dassare su sardu pro legher solu s’italianu”. Nel recensire la collana Franca Marcialis, docente e scrittrice, ha osservato:”Is librus si podint umperai beni po sa didatica de su sardu in sa scola: funt iscritus po is giovunus de oi in manera chi issus, conoscendu genti de cabali, pozant conosci sa storia sarda, su chi nosu seus stetius, pozant conosci is arrexinis de sa cultura nosta e dda pozant apreziai de prus”. Mentre per il romanziere Vincenzo Mereu, già direttore didattico, la collana ”offre un contributo inestimabile per la riscoperta e la divulgazione della storia, della cultura e della lingua della Sardegna”.

*storico

(Pubblicato su Il Sardegna del 29-12-09)

 

Nucleare? No, grazie!

RITORNA LO SPETTRO DEL NUCLEARE

di Francesco Casula*

In Sardegna ritorna lo spettro del nucleare. Nei giorni scorsi il presidente dei Verdi Angelo Bonelli ha denunciato l’esistenza di un dossier consegnato dall’Enel al Governo che conterrebbe una mappa della penisola con le otto località candidate a ospitare le centrali nucleari: fra queste ci sarebbe anche Oristano. Il governo di Roma smentisce che siano stati già individuati i siti ma l’amministratore delegato dell’Enel Fulvio Conti lo riafferma, pur rifiutandosi di rivelarli. Ma c’è di più: per superare eventuali dissensi e opposizioni da parte delle popolazioni le centrali potrebbero essere “blindate”, costruite cioè in aree del demanio militare e dunque anche il territorio circostante sarebbe militarizzato. Per la Sardegna ciò costituirebbe un’altra “servitù”, ancor più pericolosa e pesante di quelle che attualmente è costretta a sopportare: ricordo infatti che dei 40.000 ettari del demanio militare su scala nazionale, 24.000, ovvero ben il 60% pesano sulla groppa della Sardegna. Dove son presenti tre poligoni permanenti: di Quirra, di Teulada e di Capo Frasca. Proprio alla presenza di questi poligoni la Sardegna paga –fra l’altro- un immane tributo in termini di malati di tumore: ben 60 militari sono infatti morti per cancro in seguito al servizio prestato in questi poligoni. E si tratta dei casi ufficiali e accertati cui, verosimilmente, occorrerà aggiungerne molti altri, riguardanti anche la popolazione civile. La presenza di una centrale nucleare in Sardegna, che peraltro non trova alcuna giustificazione energetica, entrerebbe in rotta di collisione con qualunque progetto di sviluppo sostenibile dell’Isola. Bene ha fatto perciò il popolo antinucleare a iniziare a mobilitarsi per opporsi a questa ipotesi scellerata. E bene ha fatto Sardigna Natzione a promuovere un referendum consultivo per chiedere ai sardi la possibilità di pronunciarsi sul seguente quesito:”Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti?” Hanno già votato migliaia di sardi. Ma senza un dissenso popolare, vasto e ubiquitario, sarà difficile evitare che l’Isola, dopo essere stata sito di industrie nere e inquinanti, di basi e servitù, di poligoni per esercitazioni degli eserciti di mezzo mondo, possa evitare la presenza del nuovo e devastante “Ordigno”.

 

*storico

(Pubblicato su Il Sardegna del 22-12-09)

 

Storia sarda e falsificazioni

 

Fra Atlantide, civiltà nuragica e canes de isterzu

di Francesco Casula

La Biblioteca del Quotidiano Repubblica, nel 2005 ha pubblicato e diffuso a migliaia di copie un volume di 800 pagine sulla preistoria nel quale nuraghi e Sardegna non vengono citati, neppure per errore. Un’occasione mancata per la cultura italiana che pur pretende, – e con quale spocchia- di dominare sull’Isola. Per contro, uno dei redattori più influenti del quotidiano romano, Sergio Frau, da tempo sostiene, producendo una grande messe di indizi e di prove, che al tempo dei nuraghi la Sardegna altro non era se non Atlantide. La tesi, se verificata fino in fondo, sconvolgerebbe la storia del Mediterraneo così come la conosciamo; anche per questo è avversata con veemenza da accademici, sovrintendenti, geologi e antropologi (soprattutto sardi), poco disposti a mettere in discussione se stessi e le certezze su cui hanno fondato carriere e fortune. E’ la stessa veemenza usata nel passato contro il dilettante scopritore di Troia, anch’essa come Atlantide considerata un semplice mito.

Se il Quotidiano “Repubblica” ha compiuto un semplice peccato di omissione, qualcuno ha fatto di peggio: certo Gustavo Jourdan, uomo d‘affari francese, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, in “l’Ile de Sardaigne” (1861) parla della Sardegna rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi.
L’inglese Donald Harden, archeologo, filologo e storiografo di fama, dopo aver visitato molte contrade della Sardegna, agli inizi del Novecento, tra gli anni ’20 e ‘30, espresse giudizi poco lusinghieri sulla tradizionale cultura del popolo sardo che lo aveva ospitato e in una sua opera “The Fhoenician” parlerà della Sardegna come regione sempre retrograda .

Ma non basta. Unu grustiu mannu di storici, accademici, archeologi, sovrintendenti, accecati dall’eurocentrismo e dalla xenomania, dimenticano che quella nuragica è stata la più grande civiltà della storia di tutto il mediterraneo centro-occidentale del secondo millennio avanti Cristo. Con migliaia di nuraghi (8.000 secondo le fonti ufficiali: l’Istituto geografico militare; 25-30.000 secondo fonti non ufficiali) costruzioni megalitiche tronco-coniche dalle volte ogivali con scale elicoidali; pozzi sacri, betili mammellari, terrazze pensili, androni ad arco acuto, innumerevoli dolmens e menhir, migliaia di statuette e di navicelle di bronzo. Con un’economia dell’abbondanza: di carne, pesce, frutti naturali. Che produce oro, argento, rame, ambra, formaggi, sale, stoffe, vini. Ma anche la musica delle launeddas

Quella Sardegna, (per Omero la Scherìa, la terra dei Feaci, abitanti di un’Isola su tutte felice), posta a Occidente nel mezzo del Mediterraneo, aperta al mondo, che combatte, alleata con i Popoli del mare contro i potenti eserciti dei Faraoni e dei re di Atti che tiranneggiano e opprimono i popoli.

 La Sardegna, l’Isola sacra in fondo al mare di Esiodo, l’Isola dalle vene d’argento (Argyròflebs) di Platone poi Ichnusa Sandalia ecc. oltre che Isola “felice” è infatti Isola libera, indipendente e senza stato. Organizzata in una confederazione di comunità nuragiche mentre altrove dominano monarchi e faraoni, tiranni e oligarchi. E dunque schiavitù. Non a caso le comunità nuragiche costruiscono nuraghi, monumenti alla libertà, all’egualitarismo e all’autonomia; mentre centinaia di migliaia di schiavi, sotto il controllo e la frusta delle guardie, sono costretti a erigere decine di piramidi, vere e proprie tombe di cadaveri di faraoni divinizzati.

Per sfuggire alle carestie, alla fame e alla miseria ma anche alle tirannidi e alla schiavitù molti si rifugeranno nell’Isola, che accoglierà esuli e fuggitivi. Venti mila –secondo il linguista sardo Massimo Pittau- scampati alla distruzione della città-stato di Sardeis in Anatolia, da parte degli invasori Hittiti. Altri arriveranno dalla stessa Troia.

Finchè i Cartaginesi prima e i Romani poi –e in seguito molti altri, italiani compresi e americani- non invasero la Sardegna, per fare bardana, depredare e dominare l’Isola.

 

(testo inedito)

 

 

statuto sardo

 

La necessità di un’Assemblea Costituente

Statuto fuori del Palazzo

di Francesco Casula*

Partiti (come il PSD’az e i Riformatori sardi) e Sindacati (dalla CISL alla CSS) in questi giorni hanno riproposto la necessità di riscrivere lo Statuto, attraverso l’Assemblea Costituente. Il Presidente della Consiglio regionale e della Giunta hanno invece sostenuto che occorre puntare sull’Assemblea legislativa. Ora, a parte che nell’accordo del centro destra è prevista l’Assemblea Costituente, -e i  pacta, come si sa, servanda sunt-, Cappellaci e Lombardo sbagliano. E forse non conoscono la storia. Ovvero i reiterati fallimenti di un Consiglio regionale, per decenni, impotente e incapace, di riformare lo Statuto: fin dagli anni ’70 attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionista e, più recentemente, attraverso un Commissione nominata ad hoc dal Consiglio regionale per produrre un mostriciattolo di proposta che non venne neppure discussa dal Consiglio stesso. Ma se pur anche il Consiglio fosse stato e fosse ancora in grado, con le stantie e consunte procedure e riti, con i tempi morti della burocrazia, con i giochi simulati dei vassalli che chiedono a Roma gli inutili riti dell’investitura, quale Statuto potrebbe produrre, chiuso com’è nell’invalicabile palazzo di Via Roma? Occorre uscire dal palazzo: per incrociare la gente e i lavoratori in una discussione collettiva, per mettere in campo il protagonismo e la partecipazione diretta dei Sardi, per realizzare un grande e profondo movimento di popolo, finalmente coeso, che creda in se stesso e che prenda coscienza della propria Identità. Dispiegando tutta intera la sua energia di Comunità e di Nazione per potersi così dare un nuovo Statuto, una sorta di nuova Carta de Logu: come vera e propria Carta costituzionale della Sardegna che ricontratti, su basi federaliste, il suo rapporto istituzionale e costituzionale con lo Stato e con l’Europa, che le permetta di rompere la dipendenza e di autogovernarsi. Per potersi aprire così, senza subalternità e complessi di inferiorità, alle culture d’Europa e del mondo, pronta a competere con le sue produzioni materiali e immateriali, finalmente decisa a costruire un futuro di prosperità e di benessere, lasciandosi alle spalle lamentazioni e piagnistei. Altre alternative all’orizzonte non ne scorgo, se non qualche altro “gatto”, frutto di mediazioni al ribasso, o qualche altro Statuto ottriato e calato da Roma o Milano.

Storico*

(Pubblicato su Il Sardegna del 15-12-04)

 

 

 

Presentazione libro

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PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO ROMANZO

di Gian Franco Pintore

Chenàpura a sas ses de bortaedie in Sinnai, in sa Pinacoteca comunale, in s’arruga de Colletta, 20, Fratnziscu Casula e Amos Cardia ant a presentare su noir archeològicu de Gianfranco Pintore: Sa losa de osama – Condaghes Edizioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Repressione

 

Dirigente indipendentista da Giugno in carcere con accuse inverosimili

La strana vicenda di Bellomonte

di Francesco Casula*

Bruno Bellomonte, un dirigente del Movimento indipendentista “A Manca” è stato arrestato a Roma il 10 giugno 2009, con un gran clamore mediatico a livello sardo e italiano. Le accuse sono pesantissime, ma da quello che a tutt’oggi è emerso, i fatti contestati appaiono fumosi e inverosimili. Come lo erano stati quelli che lo portarono all’arresto nel 2006, nell’operazione Arcadia, insieme con altri 10 compagni: in quell’occasione, dopo circa due mesi di carcere è stato rimesso in libertà, in quanto nel periodo incriminato si trovava all’estero e quindi estraneo ai fatti contestatagli. Stavolta, dopo aver trascorso 45 giorni nel carcere di Regina Coeli a Roma, in regime d’isolamento in una piccola cella con la porta blindata chiusa tutto il giorno, con appena 15 minuti di aria giustificati ufficialmente dalla mancanza di personale, il 25 luglio è stato trasferito nella casa circondariale di Catanzaro. Le modalità di trasferimento (12 ore di viaggio trascorse in un pullman dell’amministrazione penitenziaria, dentro una gabbia e con le manette per tutta la durata del percorso con temperature impossibili e soltanto con un panino e una bottiglia d’acqua), risultano inconcepibili: si tratta infatti di un trattamento inumano per un condannato ma ancor più per un cittadino che, fino a prova contraria, è innocente. Il trasferimento non ha tenuto conto, nonostante la richiesta avanzata dal legale, dell’applicazione della Legge 345/75 che prevede di destinare i soggetti in Istituti vicino alla residenza delle famiglie. Il disagio determinato dall’insularità, è logistico, psicologico oltre che economico, anche perché per visitare il Bellomonte i familiari devono affrontare un lungo viaggio di due giorni e spendere circa 400 euro, rendendo impossibile, di fatto, le quattro visite mensili previste dal Regolamento penitenziario. A fronte di ciò il Comitato Territorialità della pena, con una petizione (su cui sta raccogliendo le firme), a sostegno di quanto già richiesto dai familiari, chiede per lui e per tutti i detenuti che si trovano nelle sue condizioni, l’applicazione della Legge 354/75 e del Protocollo d’intesa tra la Regione Sardegna e il Ministero della Giustizia del 07/02/2006 sulla territorialità della pena, affinché la detenzione preventiva in un luogo distante dalla residenza della famiglia non divenga una pesante pena aggiuntiva.

 

*storico

 

(Pubblicato su Il Sardegna dell’8-12-09)

 

 

 

 

Anniversari

 

29 Novembre 1847:data infausta per i sardi

 

LA GRAVISSIMA FUSIONE PERFETTA

 

di Francesco Casula*

Il 29 Novembre scorso ricorreva il 162° anniversario della “Fusione perfetta” della Sardegna con il Piemonte, avvenuta nel 1847.  Una data cruciale -e infausta- nella storia della Sardegna, quando senza alcuna investitura parlamentare e tanto meno popolare una delegazione di notabili sardi chiese al re  Carlo Alberto la “fusione” con

con gli Stati sabaudi di Terraferma e dunquela fine del Regnum Sardiniae e del suo Parlamento. Il pretesto fu dato dalle manifestazio­ni pubbliche di Cagliari e Sassari per invocare che venissero estese alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale. “Dentro la cortina fumogena del riformismo liberale europeo, -scrive in “La sardità come utopia” il compianto Eliseo Spiga, recentemente scomparso- avanzavano, in posizione premi­nente, i nobili ex-feudali che, illecitamente arricchitisi con la ces­sione dei feudi in cambio d’esorbitanti compensi, ritenevano più garantite le loro rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde. In prima fila c’erano anche vescovi, impiegati statali desiderosi di carriera e di migliori stipendi, un po’ d’avvocati e altri professionisti in cerca di lustrini, commer­cianti e affaristi, specialmente continentali, razzolanti sempre più numerosi nelle aie sarde”. Gli ex feudatari dunque ritenevano che le loro cartelle di credito, con la fusione, avrebbero acquistato maggiore valore mentre i commercianti pensavano che un mercato più ampio avrebbe favorito i propri affari. La realtà fu ben diversa: tanto che gli stessi fautori, si pentirono amaramente di quella fusione: “errammo tutti” con quella “pazzia collettiva”, scriverà poi Giovanni Siotto-Pintor, uno dei maggiori sostenitori di quella scelta scellerata. Che segnò la fine dell’indipendenza nazionale –commenta lo storico Girolamo Sotgiu- che aragonesi e spagnoli avevano rispettato e che persino il regno sabaudo non aveva osato mettere in discussione, anche se l’aveva svuotata di contenuto. E le riforme liberali auspicate e promesse? Ecco un assaggio: ai primi del 1849, all’Isola scossa da continui tumulti, esplosi per le gravissime condizioni economiche, i Savoia risposero inviando Alberto La Marmora, per “pacificare” l’Isola. Il generale affrontò la protesta con la repressione più brutale e lo stato d’assedio.

 

*STORICO

(Pubblicato su Il Sardegna dell’1-12-09)