IL GOVERNO DEI COMPETENTI GELMINI E DELEDDA

La Restaurazione draghiana, nello Zatterone dei “Migliori” ha imbarcato fior di competenti, per scienza e cultura. A mo’ di esempio voglio ricordarne due, leghisti entrambi: Lucia Borgonzoni, nuova sottosegretaria alla Cultura, famosa per aver dichiarato “non leggo un libro da tre anni” e Rossano Sasso, sottosegretario all’Istruzione che cita Dante ma è Topolino.
Ma fra i “migliori” è stata imbarcata e riciclata come nuova ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, anche Maria Stella Gelmini, già funesta Ministra all’Istruzione nel IV Governo Berlusconi, i cui guasti e devastazioni nella scuola sono ancora drammaticamente presenti.
Fra le tante malefatte, disacatos (disastri) e titulias (infamie) inferte in modo particolare alla Scuola Sarda (meglio sarebbe chiamarla “la scuola italiana in Sardegna”) ne ricordo una.
Con il DPR 89/2010 Mariastella Gelmini, dettava le linee guida per i docenti, e definiva i fondamentali degli insegnamenti ritenuti strategici per le scuole superiori.
Nel documento per quel che concerne la poesia e la narrativa del ‘900 da affrontare nei licei, sono indicati a titolo esemplificativo diciassette autori principali a cui fare riferimento: “…si esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, …contemplerà un’adeguata conoscenza di Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori come Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello”.
Avete capito? C’è Meneghello (con tutto il rispetto per lo scrittore vicentino) ma non Grazia Deledda, unica Premio Nobel donna per la letteratura. Come non c’è un romanziere di levatura europea come Salvatore Satta (specie con Il giorno del giudizio), non c’è Giuseppe Dessì (vincitore del Premio Strega nel 1972 con Paese d’Ombre) o il grande Emilio Lussu, con i due capolavori come Un anno sull’Altopiano e Marcia su Roma e dintorni.
Come non c’è alcun Autore meridionale che ne so, i siciliani Sciascia, Vittorini, Tomasi di Lampedusa, Pirandello e Quasimodo.
Ma vi sembra normale?
Il dramma è che, dopo di lei sono cambiati i Governi e sono arrivati i “democratici” (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) poi ancora il governo giallo-verde di lega e 5 stelle e poi quello giallo-rosso: ma gli scrittori sardi continuano ad essere esclusi dai programmi scolastici.
L’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, porrà rimedio a tale scelta sciagurata? O l’attuale governo, avallerà come i precedenti, l’obbrobrio della Gelmini? Consumato non saprei dire se per dabbenaggine insipienza e ignoranza, o sprezzo per gli scrittori e poeti sardi e del Meridione e per sciocco ed esasperato fanatismo nordista?.
Francesco Casula

21febbraio: Giornata della Lingua Madre


21 febbraio: Giornata della Lingua Madre
Quando muore una lingua si spegne una stella nel firmamento.
di Francesco Casula
Il 21 febbraio si celebra la giornata internazionale della lingua madre : per promuovere la madrelingua, la diversità linguistica e culturale, il multilinguismo.
Nella sola Europa vi sono oltre 200 lingue ; 24 lingue ufficiali dell’UE e circa 60 lingue minoritarie.
Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.
Difesa delle lingue significa difesa contestuale del multiculturalismo, cui oggi attenta pericolosamente la società di massa globalizzata, che trasforma stati e culture in meri mercati votandoli e subordinandoli al più bieco consumismo e ai media. Ebbene la diversità culturale oggi non può esistere e sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze nazionali, etniche, locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. Il che non può comunque significare che la varietà delle culture si trasformi in un insieme di gruppi comunitari ed etnici chiusi, magari intolleranti e ossessionati dalla propria purezza primigenia o dalla omogeneità.
Il solo modo però di scongiurare ed evitare questo genere di evoluzione negativa e devastante consiste nel proteggere e valorizzare ogni peculiarità storica, culturale e linguistica e nel contempo, nel contestare insieme la globalizzazione e la società di massa che annullano la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni etno-popolari; che annullano, altresì, la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della propria cultura etno-nazionale (è il caso di quella sarda) è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.
Tutte le culture dovrebbero condividere alcuni interessi generali, puntando a non farsi distruggere dal mercato culturale globale e dagli stati centralisti, nuovi veri e propri leviatani. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascun popolo – e individuo – ha di creare, valorizzare, utilizzare e trasmettere la propria cultura che si definisca in primo luogo in una dimensione di contenuti e valori universali: dall’ecologia della politica e dell’ambiente ai valori del’uguaglianza, del comunitarismo e della solidarietà; da tutte le forme di femminismo alla difesa delle minoranze siano esse nazionali che linguistiche, sessuali o religiose.

INNO ROMANITA’ FASCISMO

INNO ROMANITA’ FASCISMO
di Francesco Casula
Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro in primis una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.
Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto bellicista militarista militaresco e ultraretorico riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”: Di grazia che c’entrano i combattenti della Lega lombarda, i Vespri siciliani, Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze, Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci, con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità?
E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli.
Ma quello che maggiormente disturba è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: romanità (Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa), non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio, le aquile e il gesto di saluto con il braccio teso.
Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !*
Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa della caput mundi.
Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », «un genuino discendente di sangue degli antichi romani».
Lo testimoniava, – secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna» Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino.
Amen!

* Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).