21 marzo: Giornata mondiale dellla poesia

di FRANCESCO CASULA
De Poesiā sarda 1. la poesia orale, come canto. La lingua sarda, la nostra lingua materna, è soprattutto senso, suoni, musica. Lingua di vocali. Dunque corporale e fisica e insieme aerea, leggera e impalpabile. E le vocali sono per il poeta l’anima della lingua, sono il nesso fra la lingua e il canto; fra la poesia, i numeri della musica, il ritmo e il ballo. Tanto che, storicamente, i confini fra poesia e musica e danza, sono sempre stati labili e sfumati a tal punto che gli antichi poeti – gli aedi greci per esempio – non scrivevano poesie ma le cantavano, accompagnandosi con la lira: non a caso nasce il termine “lirica” e aoidòs in greco significa “cantore”. Ma “cantano” anche Dante e Petrarca, Ariosto e Tasso,Leopardi e persino poeti del ‘900 come Umberto Saba (Il Canzoniere, un’ampia raccolta di poesie) e Dino Campana (I canti orfici). E i “cantadores” sardi, soprattutto gli improvvisatori. Anzi questi cantano e basta: non scrivono la poesia. 2. la poesia come canto e musica. Per ballare. I grandi poeti in limba sarda i versi sembrano carezzarli e coccolare tessendoli così abilmente, che spesso essi si risolvono nel terso nitore della parola, nel giro musicale della frase, nella misura metrica di ritmi sapientemente scanditi e guidati da un orecchio musicale che riesce a ordire, con acuta selezione di lessemi, aggettivi e fonemi, fini ricami di immagini potenti e di metafore ardite. Essi cantano con quella lingua materna che riassume la fisionomia, il timbro, l’energia inventiva, la cultura, la civiltà peculiare del nostro popolo. Una lingua – il Sardo – che è insieme memoria e universo di saperi e di suoni. Che sottende – talvolta in modo nascosto e subliminale – senso e insieme oltresenso, musica, ritmo e ballo. Segnatamente il ballo tondo: momento magico in cui l’intera comunità, tott’umpare, si pesat a ballare, si muove in cerchio. E con questo esprime una molteplicità di segni, significati, simboli e riti: l’armonia dell’universo, il movimento dell’acqua e del fuoco, il Nuraghe. E con esso tutta la civiltà e la cultura nuragica che evoca e richiama: la democrazia federalista e comunitaria, il rifiuto del capo, del gerarca, del sovrano – la Sardegna è sempre stata acefala – la difesa intransigente dell’autonomia e dell’indipendenza di ogni singola comunità, di ogni singolo villaggio. 3. la lingua materna ricca, libera e pregante, Quella lingua che è soprattutto espressione della nostra civiltà e della nostra storia dunque ma nel contempo, strumento per difendere e sviluppare la nostra identità e la nostra coscienza di popolo e di nazione. Una lingua, i cui lemmi che la compongono, infatti, prima di essere un suono sono stati oggetti, oggetti che hanno creato una civiltà, oggetti che hanno creato storia, lavoro, tradizioni, letteratura, cultura. E la cultura è data dal battesimo dell’oggetto. Quella lingua che è ancora libera, popolana, vera, indipendente, ricca: istinto e fantasia, passione e sentimento. A fronte delle lingue imperiali, viepiù fredde, commerciali e burocratiche, viepiù liquide e gergali, invertebrate e povere, al limite dell’afasia: certo indossano cravatta e livrea ma rischiano di essere solo dei manichini. Una lingua, quella sarda che – se insegnata con intelligenza nelle Scuole di ogni ordine e grado – potrebbe servire persino per migliorare e favorire, soprattutto a fronte del nuovo “analfabetismo di ritorno“, viepiù trionfante, a livello comunicativo e lessicale, lo “status linguistico”. Che oggi risulta essere, in modo particolare nei giovani e negli stessi studenti, povero e banale. Tanto che qualche studioso sostiene la tesi dei giovani “semiparlanti”: che non conoscono più la lingua sarda e parlano (e scrivono) un italiano frammentario, disorganizzato, improprio, gergale; la cui parola dice di sé solo le accezioni selezionate dal Piccolo Palazzi: senza metafore, senza natura ,senza storia, senza vita. 4. la lingua sarda: segno e simbolo dell’appartenenza e dell’identità Quella lingua che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma e zenìa hanno cercato di recidere. Ma nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, censurato e falsificato, si tratta prima di tutto di ricostruirlo, di dissotterrarlo, di conoscerlo e in qualche modo, anche di inverarlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

IL DOMINIO ROMANO

IL DOMINIO ROMANO

di Francesco Casula

Premessa generale.

Con il dominio romano fu ancora peggio che con i Cartaginesi. Fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni –  un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 –  nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove.

Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.

Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.  

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.

La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.

A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi – è sempre Lilliu a scriverlo –  ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori).

La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi). 

La conquista romana e il ricorso ai cani segugi

I Romani, violando un Patto con i Cartaginesi cui nel 509 a. C. avevano riconosciuto formalmente il possesso, arrivano in Sardegna nel 238 a.C.

Per la verità avevano cercato di conquistarla fin dal 259 a. C. con il consiole Lucio Cornelio scipione, ma aveva dovuto ritirarsi, dopo essersi impadronito di Olbia. Ugualmente è sconfitto dai Cartaginesi il console Sulpicio Patercolo nel 258 a. C.

Le legioni romane arrivate nel 238 incontrano una accanita resistenza da parte dei Sardi, soprattutto delle zone interne: fin dal 236 a.C. assistiamo a grandi operazioni militari da parte romana. L’anno dopo una rivolta dei Sardi è soffocata nel sangue da Tito Manlio Torquato che il 10 marzo del 234 a.C. celebrerà a Roma il trionfo (sarà il 1° degli otto che celebreranno dopo la conquista).

Altre rivolte saranno represse nei due anni seguenti: nel 233 dal console Spurio Corvilio Massimo (che celebrerà il trionfo, il 2°, il primo aprile); nel 232 dal console Manio Pomponio Mato (celebrerà il trionfo il 15 marzo, il 3°).

Nel 231 furono inviati addirittura due eserciti consolari: uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati fallimentari conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con una corona di mirto anziché di alloro.

Nuovi moti avvengono nel 226, quando Roma decide di assicurarsi il Mediterraneo e la Sardegna diventa Provincia. governata da un Pretore, mentre nel 225 arrivano altre due legioni.

Ma la ribellione sarda più famosa sarà quella del 215, con Amsicora protagonista (vedi capitolo su Amsicora). Sarà repressa  in modo brutale. Nella prima fase ci saranno 12 mila morti (fra Sardi e Cartaginesi) e 800 prigionieri; nella seconda fase 22 mila morti e 3.700 prigionieri. Livio parlerà di Sardi facile vinci e di Sardegna pacificata (vedi capitolo su Livio).

Ancor più sanguinaria fu la repressione operata da Tiberio Sempronio Gracco (della stessa famiglia del Tiberio del 237 a C ) nei confronti delle rivolte del 177//176, operate soprattutto da parte delle triù sarde degli Iliensi e dei Balarib : arrivato nell’Isola con 5200 fanti e 300 cavalieri cui si aggiunsero 1200 fanti e 600 cavalieri alleati dei romani, uccise 27 mila Sardi: 12mila nel 177 e 15 mila nel 176. Gracco otterrà e celebrerà il trionfo: il 4°. Livio documenta tale vittoria nel tempio della Dea Matuta a Roma, in cui si parla, fra morti e prigionieri di ben 80 mila.

Furono dunque circa 50.000, se stiamo ai documenti ufficiali, i Sardi venduti come schiavi a Roma e sui mercati italici e dell’intero mediterraneo (una cifra enorme, se si considera che la popolazione isolana in questo periodo è valutata al di sotto dei 300.000 abitanti): l’abbondanza dell’offerta fece allora ridurre notevolmente i prezzi degli schiavi, tanto che nacque l’espressione, utilizzata per indicare gli oggetti di poco valore e acquistabili a basso prezzo,  di Sardi venales.

   Dopo lo sterminio di Gracco continuano comunque le rivolte (163/162) e gli eccidi (126/122) con Lucio Aurelio Oreste, che celebrerà un nuovo trionfo (il 5°).

   Dopo il 115 a C i romani dovettero ancora intervenire contro i sardi. Sotto il comando di Marco Cecilio Metello le legioni sconfissero le tribù sarde e confiscarono le terre per distribuirle tra le tribu’ che erano rimaste a loro fedeli. Questo fatto storico ci è noto attraverso la Tavola di Esterzili, dove è scritto che le terre dei Gallilensi furono ridistribuite ai Patulcensi di origine Campana.

   “Durante una delle rivolte del 177 a C o quelle del 115 a C – scrive lo storico sardo Attilio Mastino – i romani attaccarono il santuario di Santa Vittoria di Serri, uccidendo i sardi che si erano radunati per una festa religiosa e bruciando completamente il luogo sacro”.

Il 6° trionfo lo celebrerà nel 111 Marco Cecilio Metello.

Il 7° trionfo sarà celebrato dal propretore Tito Albucio (106?) e l’8° da Publio Servilio Vatia Isaurico nell’88.

Ma con l’anno 111 cessano le ribellioni delle zone esterne ma continuano quelle delle zone interne da parte degli Iliensis (Marghine e Goceano); dei Balari (Monte Acuto-Gallura); dei Corsi (estremità nord dell’Isola); degli Aschilenses,vestiti di pelli di capra (Cornus, Santa Caterina di Pittinnurri, Montiferru, Santulussurgiu, Scano) ma soprattutto dei Barbaricini. Con insurrezioni e bardane permanenti e improvvise. I romani ricorrono, con il console Matone, per debellare alcune sacche di resistenza e la guerriglia sarda, ai segugi fatti appositamente venire da Roma.

Per sconfiggere i barbaricini i romani in certe circostanze utilizzavano anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (vedi Pimpirias di Attilio Mastino).

I Romani non conquistarono mai la Barbagia? Un mito da sfatare.

L’archeologa Maria Ausilia Fadda – già direttrice del Museo archeologico di Nuoro – contesta il mito secondo cui la Barbagia non sarebbe mai stata conquistata dai Romani, con prove, parrebbe, inattaccabili. (in Archeologia viva, Giunti editore, 2012)

1.A Sirilò, sul supramonte di Orgosolo, ci sono i resti di un antico villaggio, con diversi strati, dall’età del bronzo fino all’epoca della dominazione romana.

In Sirilò sono stati recuperati cocci di tazze di ceramica attica, di coppe di produzione punica, fine vasellame da mensa, frammenti di raffinatissimi corredi funerari e di oggetti votivi, come ad esempio le cinque foglie d’argento, risalenti al VII secolo a.C., forse parte di un diadema. A dimostrazione – secondo la Fadda – dei contatti commerciali fra nuragici delle zone interne e la costa occidentale, dove prima con i Fenici e poi con i Cartaginesi arrivavano merci di raro pregio, molto richieste dalle aristocrazie locali. Già allora la Barbagia era un mercato aperto, figurarsi cosa doveva essere al tempo dei Romani. La romanizzazione successiva al 1° e 2° secolo d.C. è documentata dal ritrovamento di monete, di una brocca in lamina di bronzo, di grandi contenitori per derrate.

2.In Barbagia c’è un altro sito archeologico, area di sant’Efis , nelle campagne di Orune, due ettari con i magazzini e il deposito di merci. Qui sono state trovate le giare e le anfor africane che contenevano l’olio pregiato e la salsa di pesce, oltre a splendide lucerne, vasellame finissimo, bicchieri in vetro soffiato e persino lanterne, con incisa l’immagine di Cristo con gli apostoli. Una vera e propria città-mercato al centro della strada che da Olbia – passando per Caput Tirsi (Buddusò) – Sorabile (vicino a Fonni)– Valentia (Nuragus)– Biora (Serri), arrivava fino a Cagliari.

Nell’età imperiale, nel 3° secolo d.C. il villaggio era abitato da sardi romanizzati, occupava un punto strategico sulla strada principale della Sardegna ed era un centro di smistamento delle merci tra il porto di Olbia e quello di Cagliari.

Bene. Il punto però – a nostro parere – non è tanto quello di sapere che i Romani conquistarono la Sardegna: le prove dell’archeologa Fadda e molte altre, non possono lasciare dubbi. Il problema è se e per quanto tempo l’abbiano veramente “dominata”.

Ma su questa questione torneremo in seguito.

Il Fisco romano

Particolarmente I Romani scuoiavano i Sardi attraverso una serie di tasse e tributi (vectigalia) brutali e numerosi:  a una decima “normale” si aggiungeva spesso un’altra decima straordinaria (nel caso di guerre). Ci fu addirittura un propretore. Emilio Scauro che impose una terza decima che s’incassò lui stesso e per questo dovette subire un famoso processo, in cui fu difeso da Cicerone (Vedi paragrafo Cicerone e i Sardi). Con Augusto fu istituito il testatico (tributum capitis) un’imposta personale cui erano soggetti tutti i residenti.

   Vigevano poi un’altra serie di imposte e tasse : sulle successioni, sul prezzo degli oggetti venduti (il 5%), sul prezzo degli schiavi venduti (il 2%), sul celibato. Una serie di tributi: per l’estrazione dei minerali, per i marmi e i graniti usati per le costruzioni, e di dazi applicati nei porti per le merci di importazione e esportazione. Per non parlare delle multe e delle confische.

   Ma non è finita. “La popolazione – scrive Giuseppi Dei Nur – era obbligata a concedere l’uso pari a un terzo della propria abitazione ai soldati di passaggio, a fornire loro una dotazione di legbna, fieno perv il cavallo e in caso di emergenza, , per esempio conflitti armati, era prevista la requisizione delle scorte di frumento, delle pelli, del denaro e persino, se posseduti, degli schiavi”*

*Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 78.

L’Economia durante la dominazione romana

1.Prevale la monocultura cerealicola: si produce tanto grano, (per 250.000 persone): serve anche (o soprattutto) per gli eserciti e la plebe romana. Con il grano sardo infatti si riempiranno tutti i granai dell’Urbe e per contenerlo se ne costruiranno altri nuovi: specie nel Campidano e nel meridione dell’Isola.

“La situazione dové comunque col tempo modificarsi, –  scrive Attilio Mastino – soprattutto grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici e in conseguenza dell’ampliamento della conquista: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse l’olivicoltura, la viticoltura, la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse la coltivazione di cedri nell’Isola e in particolare nel Campidano. Il protezionismo italico limitava però enormemente la produzione di olio e di vino. C’erano poi altri prodotti meno pregiati (tra i quali il miele amaro, considerato di cattiva qualità).

  1. E’ presente l’allevamento, tradizionalmente nomade diffuso in tutta l’Isola ma specialmente nel centro Sardegna: con suini, ovini, bovini. E con gli ovini si produce lana, latticini, formaggi, pelli: per sfamare e vestire i soldati romani!

Si aggiunga la pesca, con l’esportazione di pesce salato e la produzione di garum, salsa ottenuta dalla fermentazione in salamoia di sardine, acciughe o delle interiora di pesci più grandi, molto richiesta dalla cucina dell’antica Roma..

  1. Il commercio: la Sardegna è integrata nel sistema commerciale ed economico dell’impero: con il grano, metalli, legname, granito. Iol commercio è favorito dagli ottimi e numerosi porti: Olbia-Tibula (Santa Teresa-Gallura), Turris Libisonis (Porto Torres), Cornus, Tharros, Sulkis (Sant’Antico), Caralis. A Ostia ci sono dei mosaici con la menzione di “Naviculari turritani e Calaritani: mercanti marittimi”.
  2. Le miniere e le saline: E’ documentato lo sfruttamento del sottosuolo e l’estrazione mineraria soprattutto nel Sulcis (tanto da far scendere il prezzo in tutto l’impero).Dalle miniere si estraeva (e si esportava) l’oro (tanto che in età imperiale si sarebbe verificata una vera e propria corsa all’oro da parte degli aurileguli); l’argento (Argentiera nella Nurra Sarrabus e zona di Domusnovas): ne parla anche il geografo e scrittore romano Gaio Giulio Solino,( 210-258 d. C); il bronzo, il piombo, il ferro, il rame (Funtana Raminosa a Gadoni), l’acciaio ed anche l’allume (un minerale, un sale naturale misto di alluminio e potassio, utilizzabile come deodorante naturale che blocca i batteri del cattivo odore. Ottimo anche per le cicatrici) e le corniole (pietra preziosa della famiglia dei quarzi cripto cristallini).Già con i Cartaginesi era iniziata l’estrazione del sale e fin dall’inizio del II secolo a.C. è attestato a Carales l’impianto di saline, gestite da società private, che impiegavano personale di condizione servile. Nelle miniere lavoravano soprattutto gli schiavi, i condannati ad metalla e anche tanti cristiani. Fra gli altri due Papi, Callisto I, (nel 186-189 circa.) il 16° Papa della Chiesa cattolica e Papa Ponziano, che in Sardegna morì nel 235.
  3. Cave e granito. Attività artigianali e tessili.

Intensa fu anche l’attività edilizia, fondata sullo sfruttamento delle cave, spesso per la realizzazione di importanti opere pubbliche. Per alcuni materiali (il granito) è accertata l’esportazione fuori dall’Isola, a Roma e a Cartagine. Nell’Isola si sviluppò poi un’attività artigianale molto limitata e comunque non competitiva, forse non sufficientemente motivata da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa riconosciuta e apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile; ma l’abbigliamento più tipico della Sardegna era la caratteristica mastruca, la veste fatta di pelli di capra e di montone.

  1. Fauna e flora

Le fonti letterarie – precisa Attilio Mastino  – ci forniscono molti dettagli sulla vegetazione (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna (per esempio i musmones-mufloni, i cavalli, gli uccelli favolosi, gli insetti, i tonni che si nutrono di “ghiande marine”, i cetacei): esse contribuiscono a deinire l’ambiente naturale della Sardegna antica, con le sue bellezze selvagge e i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la malaria. – ricordiamo portata in Sardegna dai soldati Cartaginesi di Malco nel 540 a. C.

Le città, Strade, Ponti, Edifici, Terme, Acquedotti

I Romani da una parte sviluppano le città fenicio-puniche come Caralis, Nora, Sulki,Cornus ecc., dall’altra ne creano di nuove: Quartu, Sestu, Settimo, Decimo (che indicano le distanze in miglia da Cagliari). E con queste Sanluri (su lori=grano), Porto Torres (Turris libisonis), Oschiri, Usellus (che ebbe un grande splendore nel 2° secolo), Meana Sardo (mediana, a metàà percorso fra Cagliari e Olbia), attraversando prima Bhiora (Serri), Valentia (Nuragus), Augustis (Austis), Sorabile (presso Fonni), Caput Tyrsi (presso Orune). E ancora: Mamoiada (mansus o statio manubiata – fermata o stazione sorvegliata), Fordongianus (Forum Traiani), Bonorva (Forte romano), Orosei (Fanum Carisi. stazione romana)

Furono numerose le Strade costruite dai Romani, mentre infatti con i Cartaginesi le strade collegavano solo le città costiere, i Romani costruirono soprattutto quattro grandi arterie stradali: due lungo le coste: litoranea orientale e occidentale e due interne la Cagliari –  Santa Teresa (allora Longo Sardo o Longone) e la Cagliari –  Olbia.

Insieme alle strade numerosi Ponti (vedi Pimpirias), Monumenti (a Cagliari l’Anfiteatro,la Villa di Tigellio, La grotta della vipera), Acquedotti (a Olbia), Terme (a Fordongianus) e Sistemi di alimentazione idrica (a Tharros).

 

Il Cristianesimo nella Sardegna romana

I Romani avevano poco interesse per il problema religioso: gli dei tradizionali di estrazione e provenienza greca (Giove, Giunone) venivano venerati per consuetudine. Ad essi si aggiungevano divinità di origine locale (Giano, Dionisio). In sardegna elevano a questo rango il vecchio Babai chiamandolo Sardus Pater.

I primi cristiani arrivarono in Sardegna, probabilmente alla fine del 1° secolo, attraverso gli esiliati. Il Cristianesimo fa proseliti soprattutto nei ceti più poveri, fra gli schiavi e gli emarginati. Alla fine del 2° secolo fu deportato in Sardegna anche colui che nel 217 diventerà papa, Callisto. Più tardi gli successe nel 230 Ponziano, condannato ai lavori forzati a vita.

I Sardi cominciarono a riunirsi per professare la nuova religione, usando vecchie tombe puniche e antichi santuari pagani.

Nel 284 d.C. con Diocleziano aumenta la persecuzione con arresti e confisca dei beni dei cristiani. In questo periodo alcuni personaggi sono martirizzati: ricordiamo San Gavino, di Turris Libissonis (Porto Torres), San Lussorio, di Forum Traiani (Fordongianus), San Simplicio di Olbia, San Saturno di Cagliari.

Fra questi martiri anche un ufficiale dell’esercito romano:Efisio, imprigionato e poi decapitato a Nora.

Nel 313, con l’Editto di Milano, Costantino concede la libertà di culto. Intanto la Chiesa cresce il suo potere e la sua influenza politica, grazie anche alla cosiddetta Donazione di Costantino, del 337, con la quale l’imperatore avrebbe concesso al papa Silvestro la città di Roma e tutte le province occidentali, compresa la Sardegna. Per oltre mille anni questo documento costituirà un’arma potente in mano alla Chiesa, ponendola nelle condizioni  di modificare assetti nazionali e territoriali concedendo regni a questo o quel potente di turno: nel 1297 Bonifacio VIII creerà il Regnum Sardiniae et Corsicae.

Ci avrebbe pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare tale falso, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e dell’archeologia, con un celebre opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione” del 1440.

Come vedono gli scrittori romani la Sardegna e i Sardi

1.Orazio

I giudizi e le valutazioni degli scrittori classici latini nei confronti della Sardegna e dei Sardi non sono benevoli: sia quelli di Orazio che di Livio. Quelli di Cicerone sono anzi infamanti e insultanti. Orazio (65-8 a.c.), il poeta latino famoso soprattutto per le Satire, parlando di Tigellio musico e cantore sardo, amico di Cesare e di Ottaviano nella Satira 1.3 scrive che tutti i cantanti hanno questo difetto: che se sono pregati non cantano ma quando cominciano spontaneamente non la smettono più. E questo è il difetto che aveva il sardo Tigellio che non riusciva a far cantare neppure Cesare. In un altra satira 1.2 dice che per la morte di Tigellio, suonatrici di flauto orientali (ambibaiarum collegia), ciarlatani che vendono rimedi, mendicanti (mendici),  ballerine e buffoni, donne di facili costumi, interpreti di farse oscene (mimae), guitti e buffoni (balatrones), tutta questa gente è mesta e addolorata per la morte del cantante Tigellio; e ciò è naturale poiché egli fu generoso. A significare che il musico sardo era esagerato e stravagante.

2.Livio

Livio (59 a.c.-17 d. c.) autore della monumentale Storia di Roma Ab urbe condita libri parlando dei sardi sostiene che erano facile vinci (avvezzi ad essere battuti facilmente). Un giudizio senza alcun fondamento storico e anzi contraddetto dallo stesso Livio, in un altro passo della sua storia, in cui parla di gente ne nunc quidem omni parte pacata (popolazione non ancora del tutto pacificata). E siamo alla fine del 1 secolo a. C.! Dopo l arrivo infatti delle legioni romane in Sardegna nel 237 a.C. la resistenza alla dominazione romana sarà lunghissima e dura. E lo stesso Livio insieme ad altri storici a scandire decine e decine di guerre contro la popolazione sarda da parte dei consoli romani: fin dal 236 un anno dopo la conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i Romani condussero operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi. Per continuare nel 235, quando i Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato, lo stesso console che sarà scelto per combattere Amsicora e che celebrerà il trionfo sui Sardi, il 10 Marzo del 234, come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse dal Console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il Primo Aprile del 233. Nel 232 sarà il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il trionfo celebrandolo il 15 Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave situazione di pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da Marco Pomponio Mathone, contro i Sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che i risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anzichè sul Campidoglio e con una corona di mirto anzichè di alloro. In questa circostanza il console Matone la testimonianza è sempre dello storico Zonara chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti nella ricerca dell uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e difficilmente accessibili, infliggevano dure perdite ai Romani. Nel 226 e 225 si verificherà una recrudescenza dei moti, ma ormai come sottolinea lo storico sardo PietroMeloni (in La Sardegna romana,Chiarelli editore) Roma è intenzionata fortemente al dominio del Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva importanza e l Isola unita con la Corsica come la Sicilia dopo il 227 ha avuto la forma giuridica di Provincia con l invio di due pretori per governarla. Ci saranno infatti rivolte ancora nel 181 che nel 178 a.c: gli Iliesi con l aiuto dei Balari avevano attaccato la Provincia, la zona controllata da Roma e i Romani non potevano opporre resistenza perché le truppe erano colpite da una grave epidemia, forse la malaria. Nel 177 e 176 nuove e potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare sotto il comando del console Tiberio Sempronio Gracco lo stesso console della conquista romana del due legioni di fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10 quinquiremi cui si associeranno altri fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini.

Commenta (in Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna)) lo storico sardo Salvatore Merche: La grandezza di questa spedizione militare e lo sgomento prodotto nell urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli della montagna, dimostra quanto questi fossero terribili e temuti, anche dalla potenza romana, quando si sollevavano in armi. Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile impressione e i ricordi delle guerre precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle quali i Romani avevano dovuto constatare d aver combattuto con un popolo d eroi, disposti a farsi ammazzare ma non a cedere. Altro che Sardi facile vinci! Alla fine dei due anni di guerra ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che turbarono il mercato degli stessi nell intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio Sardi venales : da vendere a basso prezzo. Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di Sempronio Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162.

Non possediamo informazioni perché andate perse le Deche di Tito Livio successive al 167 sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno: sempre causate dalla fiscalità esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel sangue. Così ci saranno ulteriori guerre nel 126 e 122: tanto che l 8 Dicembre di quest anno viene celebrato a Roma il trionfo ex Sardinia di Lucio Aurelio; nel , con il trionfo il 15 Luglio di quest anno di Marco Cecilio Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l ultima ribellione organizzata che le fonti ci tramandano, ma non sicuramente l ultima resistenza che i Sardi opposero ai Romani.

3.Cicerone.

Ma è Cicerone lo scrittore latino più malevolo nei confronti dei Sardi e della Sardegna, etichettata tout court Mala Insula, di cui parla soprattutto in Pro M. Aemilio Scauro oratio. L orazione, dell anno 54 a.c. è in difesa di Emilio Scauro ex governatore della Sardegna. I capi d’accusa (indicati in forma sintetica da Marziano Capella (grammatico romano del 5° secolo dopo Cristo) riguardano: de Bostaris nece, de Arinis uxore et de decimis tribus: E’ cioè accusato di tre crimini: aver avvelenato nel corso di un banchetto Bostare, ricco cittadino di Nora, per impossessarsi del suo patrimonio; aver insistentemente insidiato la moglie di tal Arine, tanto essa si sarebbe uccisa piuttosto che divenirne l’amante: poi le malversazioni del governatore e cioè il crimen frumentarium, l’esazione illecita di una  terza decima; il governatore di una provincia non poteva infatti istituire nuovi tributi, né aggravare le imposte precedenti. Scauro venne dunque accusato in virtù della lex Iulia de pecuniis repetundis del 59 a.C. e probabilmente della lex Cornelia de veneficiis, sicariis, parricidiis dell’81 a. C.

I due reati (veneficio il primo e intemperanza sessuale il secondo, sottolinea lo storico sardo Raimondo Carta-Raspi in Storia della Sardegna, Mursia editore) non erano tali da preoccupare un avvocato dell’ abilità di Cicerone e infatti egli riuscì a confutare queste accuse volgendole anzi al ridicolo. Insieme a lui difendevano Scauro altri 5 avvocati di grido, tra i quali il celebre Quinto Ortensio e il tribuno Clodio e ben nove consolari come testimoni laudatores a difesa dell imputato, uno era addirittura Pompeo. Oltre agli avvocati infatti l’imputato poteva avvalersi di laudatores appunto, che ne facevano l’apologia con argomenti che talora erano semplici sviluppi di testimonianze in stile ornato. Cicerone sosterrà infatti che Scauro non aveva alcun interesse a fare avvelenare Bostare, perché non era il suo erede e non aveva nessun motivo di odio personale, mentre trova alla madre di quest’ultimo un movente che giustificherebbe l’avvelenamento del figlio; per quanto attiene alla seconda imputazione, sostiene che la moglie di Arine era vecchia e brutta quindi non si vedeva la smania di sedurla da parte di Scauro. Di ben altra importanza era invece il terzo reato addebitato all’ex propretore, accusato di malversazione nella sua amministrazione della Sardegna, con l esazione di tre decime: oltre a una decima normale e a una seconda straordinaria ma ugualmente legale, Scauro infatti ne impose una terza a suo esclusivo beneficio. Peccato che la confutazione dell’accusa più grave per i romani, quella appunto di aver ordinato le illegali esazioni di frumento (crimen frumentarium), non ci sia pervenuta. Ci è però pervenuta la parte in cui Cicerone si impegna com’è suo stile a lodare la specchiata onestà di Scauro (figlio di Cecilia Metella, moglie di Silla) e a insultare i suoi accusatori. Essi sono venuti dalla Sardegna convinti di intimorire e persuadere con il loro numero, ma non sanno neppure parlare la lingua latina e sono vestiti con le pelli (pelliti testes). Ma c è di più: per screditare i 120 testimoni sardi non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti, la cui vanità è così grande da indurli a credere che la libertà si distingua dalla servitù solo per la possibilità di mentire: la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai fenici e dai cartaginesi, guarda caso nemici storici dei Romani. Di qui l accusa più grave e insultante, oggi diremmo razzistica : Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse? (E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?) Proprio per questo motivo l’appellativo afer è più volte usato come equivalente di sardus e l espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata dall’oratore romano per affermare che dai Fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma tanto che i sardi mescolati con sangue africano non strinsero mai con i Romani rapporti di amicizia né patti d’alleanza e che la Sardegna era l’unica provincia priva di città amiche del popolo romano e libere. A questo proposito però Cicerone innanzitutto dovrebbe mettersi d accordo con il suo compare Tito Livio che nelle sue storie (XXIII,40) ricorda città sarde socie di Roma devastate da Amsicora; in secondo luogo l’oratore romano ignora evidentemente che i Fenici arrivano in Sardegna intorno al IX secolo e che le popolazioni nuragiche nel mediterraneo occidentale erano giunte duemila anni prima della fondazione di Cartagine.

Ma si tratta, si chiede lo storico Carta-Raspi nell’opera già citata, di artificio oratorio o ignoranza? Probabilmente dell’uno e della altra insieme. Fatto sta che Scauro fu assolto con 62 voti a favore e con soli 8 voti contrari, furono screditati i testimoni sardi, fu infangata la memoria di Bostare e Arine, fu razzisticamente insultato l’intero popolo sardo e la sua origine. Scauro fu assolto nonostante le accuse gravissime e Cicerone considererà questa una delle sue più belle orazioni, tanto che più volte nelle lettere ne cita delle parti con compiacimento. Pare comunque che non sia stata l’orazione di Cicerone ad assolvere Scauro: protetto da Pompeo potè corrompere i 4 giudici che lo mandarono assolto. Ma uno degli accusatori, Publio Valerio Triario, non si dà per vinto e riuscì a fare condannare Scauro costringendolo a prendere la via dell’esilio, in seguito ai brogli che commise nelle elezioni per console, nonostante fosse ancora difeso da Cicerone,

E pochi anni dopo, come ricorda nella tragedia Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda, (Editziones de Sardigna), il poeta e studioso di cose sarde Aldo Puddu, Cicerone viene decapitato dal centurione di Marc Antonio mentre cerca di sfuggire alla proscrizione e come estremo sfregio la nobile Fulvia infilza la sua esanime lingua con uno spillo da fermaglio: ut sementem feceris ita metes: mieterai a seconda di ciò che avrai seminato.

   Su Cicerone e la sua difesa di Scauro scrive parole molto severe Filippo Vivanet: Pagato da Emilio Scauro,egli impiegò la sua magnifica quanto venale eloquenza a dipingere coi più neri colori chi voleva colpire onde rinfrancare le parti del suo cliente. La sua foga oratoria non trovò limiti allora nella impudenza e nella falsità delle accuse; i suoi periodi sonanti, la sua parola meravigliosa bastarono a tergere d ogni imputazione un concussionario esecrato dalla Sardegna, e la posterità senza indagare la giustizia dei suoi giudizi imparava a ripetere per strascico di erudizione una triste calunnia dacché essa era vestita del più sonoro ed abbagliante latino che labbro romano avesse fatto echeggiare dai rostri. Difficile dare torto a Vivanet.

Amsicora

1.Premessa:

Parafrasando il Manzoni1 dovremmo chiederci – più che per Carneade – “Amsicora, chi era costui?”. La sua figura è stata costruita in buona sostanza sulla base dell’opera storica di Tito Livio Ab urbe condita che tratta il periodo che va dalle Origini al 9 a.C., in 142 libri, che per la gran parte sono andati persi. Nel I secolo d.c. furono riassunti. Oggi possediamo i libri: I-X (fino al 293 a.C.), i libri XXI-XXV (dal 218 al 167), oltre a frammenti, sommari e compilazioni varie.

Livio scrive 200 anni dopo i fatti che riguardarono Amsicora, essendo nato il 59 a.c. e morto il 17 d.C. Occorre ricordare che la storiografia repubblicana è dovuta di norma a uomini politici, spesso protagonisti della storia che raccontano. Livio rappresenta un’eccezione, perché non ricoprì mai cariche politiche. Il suo lavoro riflette comunque le tendenze conservatrici dell’oligarchia senatoriale, pur essendo lui esponente di una borghesia municipale. Per cui accetta il patrimonio leggendario delle origini romane, idealizzando le virtù patrie secondo un’ottica etico-politica tradizionalista. Il suo attaccamento alle tradizioni di Roma è infatti totale, come è intransigente la sua fedeltà agli ideali della Repubblica oligarchica di cui – a suo parere – i patrizi sono i depositari della sua santità e della legalità. La Storia è da lui intesa come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella narrazione del periodo più arcaico.

Livio è infatti persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno permettere che circondi le proprie origini col fascino della sacralità e le attribuisca agli dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che sebbene esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore «Romolo», le nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si assoggettano al suo dominio.

Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et debellare superbos” (Occorre perdonare chi si sottomette ma distruggere chi resiste). Per cui, nonostante l’entusiastico giudizio di Tacito2Livius primus praeclarus in fidei” (Livio, primo fra tutti gli storici, è il più degno di fede) confermato indirettamente dal detto dantesco: “Livio che non erra”, occorre tener conto che “la critica moderna ha demolito questa fama immeritata… e chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla” 3: si esprime testualmente in questo modo il grande latinista Ettore Paratore.

2.Cosa scrive Livio su Amsicora

Ma ecco la pagina – tratta dal Libro XXIII, delle sue Storie – che parla di Amsicora. Riporto – per ovvi motivi – solo la traduzione in italiano. “Ormai i Sardi erano stanchi della lunga dominazione romana, oppressi da gravi tributi e da una sproporzionata prelevazione di grano, e chiedevano soltanto un capo su cui fare affidamento. Questo appello fu portato a Cartagine dai Sardi più eminenti: più di tutti sollecitava l’intervento Amsicora, “primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezze”. A Roma frattanto, il Senato decretava l’arruolamento di una legione da inviare in Sardegna al comando di Tito Manlio Torquato, che già aveva sconfitto i Sardi nel 235: il console, condotte le navi da guerra a Cagliari e armati anche i marinai, ricevette l’esercito «che presidiava l’Isola» e radunò così 22.000 fanti e 1.200 cavalieri. Quindi marciò contro i nemici e pose il campo non lontano da quello di Amsicora. Questi si trovava presso i Sardi Pelliti per arruolarvi dei giovani, mentre suo figlio Iosto comandava l’accampamento: imbaldanzito dalla giovane età, costui attaccò sconsideratamente battaglia e venne sbaragliato e volto in fuga: 30.000 Sardi rimasero sul campo e circa 1.300 caddero prigionieri: il resto dell’esercito dapprima fuggì, vagando per i boschi e le campagne, poi, essendosi diffusa la notizia della fuga del capo, si concentrò nella città di Cornus, capoluogo della regione. Quella battaglia sarebbe stata decisiva «per i Romani» se non fosse giunta la flotta «cartaginese» di Asdrubale: Manlio accorse a Cagliari, dando ad Amsicora la possibilità di unirsi ai Punici. Asdrubale fece sbarcare le truppe e, al comando di Amsicora, l’esercito partì per devastare il territorio degli alleati di Roma. Sarebbe giunto fino a Cagliari se Manlio non avesse contrastato con l’esercito il suo sfrenato saccheggio. Dapprima i due schieramenti si tennero a distanza, quindi iniziarono le scaramucce e i piccoli scontri, infine si giunse alla vera battaglia, che durò quattro ore. Poiché i Sardi erano avvezzi ad essere facilmente battuti, furono i Punici che lottarono a lungo con esito incerto, ma quando la strage e la fuga dei Sardi fu completa, anch’essi vennero sbaragliati: furono circondati dall’ala dell’esercito romano che aveva messo in fuga i Sardi e allora la carneficina fu peggiore della battaglia. I nemici ebbero 22.000 morti, persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri fra Sardi e Punici: nel combattimento si comportò splendidamente il comandante Asdrubale, fatto prigioniero coi Cartaginesi Annone e Magone. Né i capi dei Sardi resero meno degna con la loro morte quella battaglia: Iosto infatti cadde sul campo e Amsicora, che fuggiva con pochi cavalieri quando seppe della strage e della morte di suo figlio, durante la notte, perché nessuno potesse impedirglielo, si diede la morte”. È questo il testo base sul quale storici antichi e moderni hanno costruito la figura di Amsicora.

3.Le aporie e le contraddizioni di Tito Livio

Storici antichi e moderni hanno costruito la figura di Amsicora sul testo di Tito Livio: da questo in sintesi emerge che: Amsicora era, allora, (tum) “auctoritate at opibus longe primus” (XXIII,32 ): di gran lunga primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezze. Il giudizio liviano porterà storici antichi e moderni a considerare Amsicora come il maggior rappresentante di quel ceto di latifondisti e proprietari terrieri dell’oristanese e di Cornus, la capitale, “caput eius regionis”. Piero Meloni5 nella sua Storia della Sardegna romana lo definisce “Tra i più grandi latifondisti sardo-punici del basso Tirso”.

Ci chiediamo: perché sardo-punico? La risposta che ci viene data è questa: la scelta filocartaginese era evidente sin dai primi anni della dominazione romana e soprattutto con la guerra del 215 quando assistiamo appunto –  sempre secondo il Meloni – alla piena identificazione con i ruoli e i destini dell’aristocrazia punica da parte dell’aristocrazia locale.

Dunque Amsicora apparterrebbe all’aristocrazia punicizzata e sarebbe “punicizzato” non solo per interessi ma per cultura e sentimenti. Tanto che molti Sardi delle pianure e delle coste, legati al carro degli interessi cartaginesi si difenderanno dagli attacchi degli indigeni dell’interno al fine di assicurarsi un pacifico sviluppo con numerose posizioni fortificate, già nella prima metà del secolo V: a Ozieri come a Pozzomaggiore, a Bultei come a Bolotana, ad Abbasanta, a Tadasuni e addirittura nelle campagne di Gavoi, Aritzo, Lanusei, Perdasdefogu: così almeno secondo Ferruccio Barrecca6 che a questo proposito parla di rinvenimenti di monete singole o in gruzzolo. Ciò detto, rimando per adesso l’interpretazione di “auctoritate” e analizzo le aporie e le contraddizioni –  a nostro parere –  contenute nella pagina liviana: “Iosto, figlio di Amsicora, mentre il padre si trovava presso i Sardi Pelliti, preso dalla baldanza giovanile avrebbe attaccato sconsideratamente i Romani e sarebbe stato sconfitto e ucciso, volto in fuga l’esercito dei Sardi con 30.000 morti e 1.300 prigionieri.”

Dopo tale colossale disfatta inflitta ai Sardi il console Tito Manlio Torquato invece di inseguire il resto dell’esercito e occupare Cornus –  aveva ben quattro legioni! –  volge le spalle al nemico e si trincera a Cagliari. A questo proposito c’è da chiedersi – come si domanda il Carta Raspi7 in Storia della Sardegna –: “Perché Manlio non attacca i Cartaginesi che sbarcavano non lontano dagli accampamenti romani con circa 10.000 fanti e alcune centinaia di cavalieri mentre il console romano aveva il doppio di effettivi: 22.000 fanti e 1.200 cavalieri?”

Nella seconda battaglia, svoltasi pare, nei pressi di Assemini, dopo la morte di Iosto, i Sardi e i Cartaginesi ebbero 12.000 morti, persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri.  Sempre, naturalmente secondo Livio o meglio – in questo caso – secondo Valerio Anziate, da cui pare, abbia attinto i dati. E Amsicora, quando seppe della morte del figlio si sarebbe ucciso. “Duodecim milia hostium caesa Sardorum simul Poenorum, ferme tria milia et septingenti capti et signa militaria septe et viginti… et Hamsicora cum paucibus equitibus fugiens, et super adflictas res necem quoque filii audivit, nocte, ne cuius interventus coepta impediret, mortem sibi conscivit” (Ab Urbe condita,XXIII, 40, 9).

Dopo tale vittoria Manlio Torquato – che a parere di Teodor Mommsen8 in Storia di Roma antica: “Distrusse interamente l’esercito sbarcato dei Cartaginesi e conservò di nuovo ai Romani l’incontrastato possesso dell’Isola – trionfante, parte per Roma a portarvi il lieto annuncio della Sardegna “vinta e domata per sempre”. Dopo poco più di 30 anni – è lo stesso Livio a dircelo – questa Sardegna “vinta e domata per sempre” insorge di nuovo: “In Sardinia magnum tumultum esse cognitum est… Ilienses adiunctis Balanorum auxiliis pacatam provinciam invaserant…” .

Evidentemente era stata “conquistata ma non convinta né domata” –  intendendo per Sardegna, la regione della montagna, “perché questa fu la ribelle… con i fierissimi Iliesi e Balari” almeno secondo Salvatore Merche9, storico sardo dell’inizio del ‘900. Nel 181 a.c la ribellione sarà duramente repressa dal pretore Marco Pinario Rusca. Nuovi movimenti di rivolta ci saranno nel 178, con massicci interventi militari romani. Il pretore Tito Ebuzio invierà al Senato romano il figlio comunicando che in Sardegna vi erano grandi rivolte. Gli Iliesi con l’aiuto dei Balari avevano attaccato la Provincia, la zona controllata da Roma –  e i Romani non potevano opporre resistenza perché le truppe erano colpite da una grave epidemia, forse la malaria.

Nel 177 e 176 nuove e potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare sotto il comando del console Tiberio Sempronio Gracco –  lo stesso console della conquista romana del 238-237 –  due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10 quinquiremi cui si associeranno altri 12.000 fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini.

Commenta Salvatore Merche nell’opera citata10: “La grandezza di questa spedizione militare e lo sgomento prodotto nell’urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli della montagna, dimostra quanto questi fossero terribili e temuti, anche dalla potenza romana, quando si sollevavano in armi. Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile impressione e i ricordi delle guerre precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle quali i Romani avevano dovuto constatare d’aver combattuto con un popolo d’eroi, disposti a farsi ammazzare ma non a cedere”. Alla fine dei due anni di guerra -– ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – , nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma

14 trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.

Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono” il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio “Sardi venales”: Sardi da vendere a basso prezzo.

Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di Sempronio Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162. Non possediamo –  perché andate perse le Deche di Tito Livio successive al 167 – sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno: sempre causate dalla fiscalità esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel sangue. Così ci saranno ulteriori guerre nel 126 e 122: tanto che l’8 Dicembre di quest’anno viene celebrato a Roma il trionfo “ex Sardinia“ di Lucio Aurelio; nel 115-111, con il trionfo il 15 luglio di quest’anno di Marco Cecilio Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l’ultima ribellione organizzata che le fonti ci tramandano, ma non sicuramente l’ultima resistenza che i sardi opposero ai romani.

Lo stesso Livio –  che scriveva alla fine del I secolo a.c. affermerà –  soprattutto a proposito degli Iliesi – che si tratta di “gente ne nunc quidem omni parte pacata”. Il che trova conferma in un passo di Diodoro Siculo11, da riportarsi a questo stesso periodo, secondo il quale gli abitanti delle zone montuose sarde, ai suoi tempi: “Ancora hanno mantenuto la libertà”. Altro che Sardegna pacificata o sardi “avvezzi ad essere battuti facilmente” (facile vinci) come sostiene Livio!

4.Ancora sulle mille contraddizioni delle fonti storiche su Amsicora.

I Sardi –  secondo Tito Livio –  erano avvezzi ad essere facilmente battuti. Ma come fa a sostenere ciò? A parte quanto succederà dopo il 215 –  e che ho testé documentato –  non conosce forse lo storico romano quanto è successo prima, dal 238 almeno?

Fin dal 236 infatti, due anni dopo la conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i romani – come annota brevemente Giovanni Zonara12, risalendo a Dione Cassio –  condussero operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi.

Nel 235, sobillati –  a parere di Zonara –  dai Cartaginesi che “agivano segretamente” i Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato –  lo stesso console che sarà scelto per combattere Amsicora –  che celebrerà il trionfo sui sardi, il 10 marzo del 234, come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse dal console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il primo aprile del 233. Nel 232 sarà il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il 15 trionfo celebrandolo il 15 Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave situazione di pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che i risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con una corona di mirto anziché di alloro. In questa circostanza il console Matone –  la testimonianza è sempre di Zonara –  chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti nella ricerca dell’uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e difficilmente accessibili infliggevano dure perdite ai Romani.

Nel 226 e 225 si verificherà una recrudescenza dei moti, ma ormai –  come sottolinea Meloni nell’opera già citata –  “Roma è intenzionata fortemente al dominio del Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva importanza” e l’Isola unita con la Corsica – come la Sicilia – dopo il 227 ha avuto la forma giuridica di Provincia con l’invio di due pretori per governarla. Livio parla di “Sociorum populi romani” (alleati di Roma) e in un altro passo di “Comunità sarde, amiche di Roma che contribuirono «benigne» con tributi e con la decima, visto che non si poteva pagare il soldo ai militari né distribuire viveri”. Ma a chi allude? Ma non è lui stesso, in altri passi delle sue “Storie” a sostenere che le popolazioni vennero multate per aver partecipato al conflitto? Obbligate a pagare gravi tributi in denaro e frumento? E non in base alle possibilità contributive ma semplicemente per aver partecipato alla rivolta a fianco di Iosto e Amsicora? La verità è che in Sardegna non esistevano popolazioni amiche dei Romani: del resto è lo stesso Cicerone13 a confermarlo nell’Orazione “Pro Scauro” in cui afferma che non vi era fino a quel tempo, il 215, in Sardegna neppure una città amica dei Romani: “…quae est enim praeter Sardiniam provinciam, quae nullam habeat amicam populo romano

ac liberam civitatem?”

Livio parla di Iosto ucciso in battaglia, Silio Italico14 scrive che fu ucciso dal poeta latino Ennio15. Questi nella sua opera “Annales” non fa neppure cenno a questo episodio.

Tenuto conto di tutte le contraddizioni presenti nel testo dello storico romano –  probabilmente spiegabili con il fatto che Livio scrive di questi avvenimenti più di 200 anni dopo sulla base magari dei resoconti degli stessi consoli interessati a inghirlandarsi con trionfi e vittorie o di storici non proprio veritieri come Valerio Anziate16, occorre affermare comunque che anche per lo storico latino, Amsicora era un sardo.

Solo il Pais17, fra gli storici afferma che era cartaginese. Non si spiegherebbe infatti il nome, che di fenicio non ha neppure l’ombra, come del resto quello del figlio Iosto. Entrambi i nomi infatti sono di origine anatolica e quello di Amsicora (Hamsagoras) forse teoforo o dovuto a pregi fisici e spirituali. Secondo Barrecca18 –  nell’opera già citata –  nel suo nome non vi è alcun carattere semitico, vi è anzi un’analogia indiscutibile con l’idronomo libico, Hamsagora, ma potrebbe anche trattarsi di un fenomeno dovuto al sostrato linguistico protosardo, ma per nulla rivelatore di un’ascendenza africana del personaggio.

Si dirà comunque che era un sardo-cartaginese per i suoi interessi di grande latifondista, integrato nell’aristocrazia punicizzata. Insomma una sorta di ascaro. Ma come spiegare in questo caso la sua “auctoritate”, il suo prestigio che si estendeva oltre il suo territorio di Cornus e dell’oristanese, presso altre genti e città e persino presso le popolazioni nuragiche?

E a questa “auctoritate” che carica corrispondeva? Dobbiamo accettare l’ipotesi di Carta- Raspi19 – nell’opera citata – secondo cui era “Giudice di Cornus avendo il comando militare e politico civile”? Secondo lo storico sardo infatti la più alta magistratura della città di Cornus era quella dei Giudici, corrispondente all’arconte greco o al console romano o al sufeto delle città fenicie. I “principes” liviani – tradotti genericamente come «più eminenti» costituirebbero il Senato e Amsicora proprio quell’anno – indicato dal “tum” (allora) di Livio, nel 215, sarebbe stato eletto giudice, esplicando la duplice funzione di comandante militare e politico che nel mondo antico troviamo per un breve periodo presso il popolo ebraico: dalla morte di Giosuè nel secolo XIII agli inizi della monarchia nel secolo XI con il re Saul20. Senza quest’autorità ma soprattutto senza un prestigio anche presso i Sardi Pelliti come avrebbe potuto recarsi presso di loro per chiedere e sollecitare il loro aiuto nella guerra contro Roma? (Hamsicora tum forte profectus erat in Pellitos Sardos ad iuventutem armandam; quas copias augeret… Ab Urbe condita, XXIII, 40). Ma soprattutto: come sarebbe potuto riuscire a far intervenire nella guerra le tribù della montagna dell’interno? Non si tratta forse degli stessi sardi che intorno alla metà del VI secolo avevano lanciato una grande offensiva contro i Cartaginesi, fino a distruggere la fortezza di Monte Sirai? Non erano gli stessi indigeni dell’interno che nel decennio 545-535 si erano scontrati con Malco, il generale e re guerriero cartaginese, sconfiggendolo sonoramente e più volte tanto da far dire a Iustino21 – ci ricorda Lillíu22 che i Cartaginesi: “Amissa maiore exercitu parte, gravi proelio victi sunt: iterum infelicius victi sunt.” (Persa la gran parte dell’esercito, vengono sconfitti sonoramente e più volte).

5.Ma chi era Amsicora? Alcune risposte.

Per Ferruccio Barreca, il più grande studioso sardo del periodo cartaginese, Amsicora è stato un eroe fra la storia e il mito, per di più conosciuto attraverso la lente deformata dei suoi nemici, un sardo punicizzato, forse un sufeta, ma sicuramente il capo della delegazione dei maggiorenti partita a Cartagine nell’inverno del 216 a.C.; un sardo ben introdotto nel mondo punico ma non per questo punicizzato.

Per altri – come Camillo Bellieni, uno dei fondatori del Partito sardo d’Azione – è un punico con sentimenti barbaricini.

Per un altro grande storico sardo, Attilio Mastino, Amsicora appartiene a una famiglia sardo-libica, immigrata in Sardegna da molto tempo e completamente sardizzata. Egli è un uomo con un ruolo extramagistraturale, ovvero dux sardorum,e il fatto che la carica non passi a un altro maggiorente sardo ma al figlio, ci ricorda i sovrani della Numidia.

Sia come sia, Amsicora rappresenta sicuramente un sardo “moderno” dei tempi antichi. Un sardo che allora riusciva a confrontarsi con altre potenze e civiltà. Un sardo, punto di incontro e di sintesi sarda di culture differenti, capace di avere una visione politica, non solo tribale e locale, ma più ampia e nazionale. Un uomo di concordia e di mediazione delle forze, dei sentimenti e delle differenze dell’isola, che in questo modo rielaborate, costituivano una ricchezza e non una debolezza del suo popolo, nonostante la forza di un impero come quello romano.

6.Amsicora secondo Ferruccio Barreca.

A delineare in modo preciso la figura di Amsicora è Ferruccio Barreca, – su ricordato – in  una relazione – di cui riportiamo ampi stralci: “[…] Ampsicora noi lo conosciamo attraverso quello che hanno detti i suoi nemici. Intanto, diciamo così, proprio i Romani. Se non ci fossero le testimonianze dei Romani, purtroppo, non ne sapremmo niente. Non ne conosciamo certo la tomba; si è sempre sperato, desiderato, anzi, di trovare la tomba di Ampsicora e ho paura che sia una speranza che resterà sempre delusa. Ampsicora, ormai dopo gli studi fatti, si è capito che non deve essere nemmeno sepolto nel territorio di Cuglieri. Ampsicora è morto lontano da Cuglieri, lontano dalla sua terra natale. Anche se sembra avesse una visione larga della sua terra natale, non era strettamente legato ad un ambito tribale. Certamente no. Morto lontano, pare sia morto tra Sardara e Sanluri… Quindi niente tomba. Sentiamo la parola dei suoi nemici, nemici che poi in fin dei conti hanno riconosciuto la grandezza morale di questo personaggio. Livio cosa ci dice? Che nel 215, quando i Sardi hanno tentato una riscossa a favore dei Cartaginesi, contro il dominio Romano, questo tentativo di insurrezione avviene, purtroppo poi fallisce, ed ha due protagonisti: uno è un cartaginese Annone, l’altro è Ampsicora e Livio ci dice che Ampsicora era di gran lunga il più prestigioso ed il più ricco dei capi, diremo meglio, dei principi. Probabilmente i Cartaginesi lo avranno chiamato un “Raab”, un capo, e il più prestigioso e il più ricco era lui fra tutti quelli della Sardegna, della Sardegna punica, ovviamente. Questa è la definizione. Cosa si può riuscire a capire? Ampsicora agisce chiaramente nell’area cornuense, nell’area oristanese. Intanto cominciamo, quindi, con l’escludere la provincia di Cagliari. Cornus è detta la capitale, il capoluogo, meglio, della zona, della regione; Cornus è senza dubbio il punto focale a cui fanno riferimento gli insorti. La insurrezione prende le mosse da Cornus. È dunque un personaggio estremamente

in vista dell’oristanese e dell’area cornuense. Questo personaggio, appunto perché appartiene a quest’area, possiamo esser certi, che la sua ricchezza l’avesse fondata sull’attività agricola e commerciale. L’attività mineraria qui non poteva essere una grande risorsa, se pure ci sarà stato qualcosa nell’estremo Sud, dalla parte più che altro di Neapolis. Quindi il Nord dell’iglesiente è già fuori. Dunque è un proprietario di terreni sfruttati a scopo agricolo. Certamente si tratta di un commerciante di prodotti agricoli. È un agricoltore che avrà commerciato, avrà forse anche esportato facendo imbarcare i prodotti dei suoi terreni nelle zone portuali dell’oristanese, pensiamo a Cornus stessa, pensiamo a Tharros, ad Othoca. Si muove nell’ambiente oristanese, e ovviamente si capisce che è un oristanese costiero, appunto. Le risorse agricole vengono specialmente dalla zona costiera, dalla parte oristanese bassa, l’estrema valle del Tirso, e quindi noi lo vediamo naturalmente come inserito in quell’ambiente etnico e culturale sardo che era strettamente a contatto con l’ambiente cartaginese e il Campidano di Oristano, profondamente colonizzato dai Cartaginesi, in parte dai Fenici prima. Noi ci rendiamo subito conto che la cultura fenicio-punita era una componente essenziale della figura di Ampsicora. Però ricordiamo che non era un colono o un discendente di coloni punici. Nulla ci autorizza a pensarlo. Il suo nome Ampsicora, nella radice amps, ci rivela chiaramente un legame col Nord Africa. Però quale Nord Africa? Non è il Nord Africa semitico. Amps è la radice da cui deriva il nome di un fiume del Nord Africa, 1’Ampsaga. L’Ampsaga è quindi un toponimo, anzi è un idronomo. Gli idronimi sono tra i toponomi i più antichi, quelli che mantengono di più il ricordo delle popolazioni originarie di una regione. E allora può essere anche un etnico del Nord Africa presemitico. Il Nord Africa mediterraneo, cioè come noi lo chiamiamo, berbero, se vogliamo, chiamiamolo così, libico. Ma pensare che il nome libico più antico sia dovuto ad una immigrazione dal Nord Africa avvenuta chissà quando è un po’ come voler forzare la storia. I nomi mediterranei in Sardegna, i nomi che sono strettamente apparentati col mondo berbero, libico, come vogliamo chiamarli, sono nomi “protosardi”. I nuragici parlavano un linguaggio che, mi dispiace dirlo, non era l’etrusco. Era un linguaggio di substrato rispetto allo strato linguistico semitico da un lato portato dai fenici e dai cartaginesi, indoeuropeo dall’altro, quello che sarà portato dai romani. Dunque, ecco che questo nome di Ampsicora rivela l’origine protosarda, nuragica, della famiglia di Ampsicora. È un nome locale, indigeno. Era un protosardo che però viveva nell’area intensamente permeata di cultura semitica, grazie a quella colonizzazione capillare realizzata da Cartagine fin dagli inizi del suo dominio sulla Sardegna. Fin dalla fine del VI secolo coloni cartaginesi erano sparsi nella regione ubbidendo a dettami di una sana economia e vivevano nel terreno di cui attendevano i frutti per il loro benessere. Non vivevano nella città, ma vi si recavano saltuariamente. I dettami dell’economia agricola cartaginese imponevano che i proprietari vivessero sul terreno. E allora questi coloni sparsi sul territorio, sia pure all’ombra delle fortezze dove le guarnigioni cartaginesi vigilavano, non solamente sullo sfruttamento economico delle risorse sarde, ma anche sull’incolumità, ovviamente, dei loro coloni… Ampsicora è un sardo-punico perché si è integrato. È un agricoltore di grande possibilità. Avrà avuto certamente molti uomini alle sue dipendenze. Ci appare, quindi, veramente, questo “Raab” come lo avranno chiamato nella Sardegna punicizzata, questo “Raab” che, ecco, ci appare anche moralmente. Di Ampsicora si può analizzare anche la figura morale e non solamente quella storica ed etnica, perché in Ampsicora traspare chiaramente l’uomo di azione, senza dubbio, e non solamente il mercante preso dai suoi interessi, l’uomo che aveva degli orizzonti che andavano al di fuori di quello stretto degli interessi economici quale poteva avere un proprietario terriero.

Lo vediamo non solo a capo degli insorti nel 215, ma lo vediamo ambasciatore della propria corrente politica, presso i protosardi nell’interno della montagna: i sardi Pelliti. Si muove lui; va a convincerli perché vengano ad aiutare la causa sardo-punica. Quindi è uomo che era pronto ad impugnare le armi, sia ad usare la propria eloquenza a favore delle proprie idee. Personaggio, quindi, complesso, che deve giustamente essere considerato l’esponente, insieme con Iosto, della nazione sarda nell’antichità. Questo personaggio rivela un’altra cosa: rivela il suo carattere sardo nel voler convincere altri ambienti sardi, le tribù interne, della bontà della causa e quindi della necessità di seguirlo. Ha dimostrato di aver fiducia nella gente dell’isola. Non si è appoggiato solo al sostegno, al supporto militare dei cartaginesi, ma ha voluto cercare di estendere il supporto locale, il supporto indigeno. Che poi la sua fiducia, purtroppo, l’abbia deluso e che la sua impresa abbia avuto una tragica conclusione, è un’altra faccenda. Ha avuto questa fiducia. Ed è passato alla storia in una maniera singolare. La leggenda storiografica romana addirittura ha voluto legare il nome del figlio di Ampsicora, di Iosto, al poeta Ennio. Ma noi riteniamo che sia una leggenda, per non dire una favola. Però senza dubbio, questa figura, come si diceva anche in principio, ha un suo aspetto particolare. È circonfusa di quell’alone suggestivo, non mi piace dire romantico, che circonda sempre gli individui che soccombono nella lotta per i loro obiettivi. Cioè l’alone che si trova sempre attorno al combattente che muore in uno sforzo di sfortunato valore. Lo sfortunato valore che per chi ha un minimo di sensibilità umana e civile riscuote sempre rispetto, riscuote simpatia. Ecco perché attorno ad Ampsicora io ritengo che, giustamente, si è formata quella leggenda che ha animato per tanto tempo gli orientamenti culturali locali. I sardi hanno sempre riconosciuto in Ampsicora questa figura. Solo adesso, stranamente, voci continentali, grazie al cielo, parlano di una figura che si muoveva per gretti interessi economici, una figura ambigua: non vedo il perché! Altri e questi in Sardegna, lo hanno definito un collaborazionista. Ohimè! Strano. Intanto io direi che bisogna sempre cercare di evitare di mischiare il presente con il passato. Collaborazionista è un termine recentissimo. Purtroppo l’abbiamo conosciuto. Sappiamo come è nato. Ma il collaborazionista chi è in sostanza? È un esponente di un determinato gruppo etnico il quale, in un momento eccezionale di invasione, di occupazione del suo territorio da parte di un altro popolo straniero, decide da un momento all’altro di dare la propria collaborazione, di lavorare, combattere per quel popolo che viene da fuori, col quale non ha nulla a che vedere etnicamente, culturalmente. Il personaggio Ampsicora è il rovescio del collaborazionista, perché, è l’espressione di 600 anni, sei secoli; diciamo, specialmente noi studiosi, archeologi, siamo abituati a considerare così, come noccioline i secoli, ma sei secoli vogliono dire 600 anni. Oh!, amici miei, 600 anni fa pressappoco viveva Petrarca, ne è passato di tempo, di esperienze. Quante stratificazioni etniche, culturali si sono succedute! Non possiamo pensare che questi, così, dall’oggi al domani si siano messi a collaborare con Cartagine per i propri interessi economici o perché gli piaceva. Ma Ampsicora doveva sentirsi praticamente, profondamente immerso nel mondo punico, sardo-punico, nel mondo della Sardegna punica. Questa è una mia opinione personale. Chiamiamolo non sardo-punico, ma sardo integrato nel mondo punico. Ampsicora è integrato, ricordiamoci, non acculturato. Altro errore, altra leggenda da sfatare! Noi sappiamo bene che differenza passa fra la culturazione o acculturamento e l’integrazione. L’acculturamento che cosa è? È dove due popoli si incontrano, di cultura, di tradizioni completamente diverse. È uno dei due che impone tutta la propria civiltà all’altro, senza che l’altro gli dia nulla. Ma un popolo come il popolo “protosardo”, ha alle sue spalle millenni. Ecco le nostre colleghe archeologhe ci hanno parlato della civiltà di millenni prima che arrivasse la civiltà dei cartaginesi e dei fenici; di un popolo che ha alle proprie spalle millenni di civiltà. Un popolo che, lo abbiamo visto, in quell’epoca così remota, già conosceva e utilizzava dei giacimenti di argento. Anche questa è una cosa da tener presente. Aveva preso contatto con altri popoli esterni, i quali molto prima dei fenici erano venuti, avevano stabilito degli scali commerciali sulle coste sarde e avevano portato fermenti culturali oltre che etnici nuovi. Ora questo popolo che arriva a creare il nuraghe, un popolo che poi, quando arrivano i Romani, per 127 anni combatte contro questi nuovi venuti, perché non se la sente di accettarne la mentalità, perché ha già una sua mentalità, ha già una sua civiltà. Io non credo che i sardi si fossero lasciati acculturare. Se noi andiamo ad Antas troviamo il culto protosardo di “Gabbai” che sopravvive quando arrivano i cartaginesi; lo interpretano come il culto di Sid, ma non se la sentono di abolire il nome di `Gabbai” che continua. Sopravvive ad Antas come “Sid el Gabbai“, a San Nicolò Gerrei come As Mummer. È la stessa cosa, è vero, sopravvive attraverso tutta la fase punica, arriva fino all’età dei Romani, ancora tanto vivo e vitale che i Romani, i quali, ovviamente, hanno cancellato il nome semitico di Sid Al e hanno conservato il nome di “Babbai”, non solo, l’hanno chiamato “Sardus”, ma “Sardus Pater Babbai”. Sentivano che era un dio sardo, vivo e vitale. E allora ecco che noi vediamo che questa civiltà protosarda ha reagito. Si è scontrata prima, si è poi incontrata, confrontata e fusa con un’altra civiltà, dando loro una civiltà nuova che è quella sardo-punica. Questa civiltà sardo-punica ha dato come massimo esponente proprio Ampsicora. Vedete che è poco ed è molto. Abbiamo cercato di scendere nella sua anima, dietro questo nome così strano che in più è stranamente deformato, per semplificarlo. Forse riesce scomodo a qualcuno, lo chiamano infatti Amsicora, facendo cadere quella “p” che invece è parte integrante del nome. Ecco cosa c’è dietro Ampsicora. Ecco da quale humus è nato questo virgulto vigoroso e quale può essere. Ha avuto una grande coerenza fino all’ultimo, anche quando vede che tutto è perduto. Hanno pagato di persona sia lui che il figlio, hanno pagato di persona il fatto di avere quella volontà, quell’orientamento politico. Hanno fatto una scelta politica. Quando vede che tutto è perduto preferisce uccidersi. Avrebbero potuto facilmente fuggire, prendere una delle navi che certamente gli amici punici delle città costiere gli avrebbero fornito. Se ne sarebbe andato tranquillamente, ma invece no: il suo miraggio è finito, ed egli non vuole accettare la sconfitta, non vuole accettare il dolore di aver perso il figlio, e si uccide. Ecco chi è Ampsicora […]”23.

7.Amsicora? Probabilmente il primo grande autonomista della storia sarda.

I protosardi, dietro la spinta del pericolo cartaginese si organizzano. A parere di Lillíu24 passerebbero da forme organizzative “cantonali” a una struttura “nazionale”: la loro resistenza comunque fu stroncata e così vengono sospinti dalle pianure e dalle colline nelle zone montagnose dell’interno, solitarie, sterili e disperate. L’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti di ogni genere e fonte di benessere materiale e civile provocò una cesura culturale – ci ricorda Lillìu25 –  una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica “dalle belle pianure iolaee” (in Diodoro Siculo, IV, 29, 3; V, 15) verso le caverne e i boschi paurosi del centro montano non fu soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulli perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso un carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di una intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vincente.“Fu pure incrinata la compattezza etnico-sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica. Da una parte l’Isola montana dei Sardi,- ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori – continuò ad esprimere una cultura genuina e autentica di pastori, per quanto impoverita e decadente; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori, diventati collaborazionisti, per calcolo o per paura, degradati al livello di servi della gleba, confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri, del comune padrone cartaginese. I primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama di potere” 26. Se le cose stanno così, come la bella prosa storica di Lilliu descrive, perché i Sardi della montagna, internati dai Cartaginesi avrebbero dovuto seguire e aiutare un sardocartaginese, ovvero un collaborazionista e un ascaro? Per evitare un imperialismo, sicuramente più brutale, più oppressivo e più devastante come quello romano?

Perché Amsicora e gli altri “principes” di Cornus e delle altre città sardo-puniche arrivano a una trattativa e a un compromesso con i capi barbaricini in base al quale s’impegnano a garantire ai Sardi Pelliti e alla Barbagia autonomia e autogoverno, facendone una sorta di enclave dentro l’impero cartaginese? Può darsi: i Cartaginesi e non sicuramente i Romani – interessati solo a dominare e sottomettere i popoli – avrebbero potuto permettere ai Barbaricini un’Autonomia, se così fosse dovremmo considerare Amsicora il primo grande sardo Autonomista della storia.

8.Forse un grande leader barbaricino che tentò la liberazione della Sardegna dall’occupazione romana.

Ma perché escludere anche un’altra ipotesi, ovvero che Amsicora fosse finalmente – dopo invasioni e dominazioni e conseguenti divisioni dei Sardi – il leader in grado di unire e riunificare tutti i Sardi a fronte del pericolo mortale – per la popolazione e la civiltà sarda – dei Romani? Lui, non solo sardo verace – come abbiamo già visto – ma addirittura barbaricino come ci testimonia Silio Italico27 secondo cui Amsicora si gloriava di essere iliense, discendente dei coloni venuti da Troia e quindi un montanaro del più nobile sangue e assai coraggioso e fiero? Versione questa di Silio Italico, ma fatta propria da uno storico sardo del 1600, Giovanni Proto Arca di Bitti28 che chiama Amsicora “dux barbaricinorum”? (Erat dux Barbaricinorum Hampsagoras et eius filius Oscus ex Barbaricinis ambo, quibus se iunxerant Balari, ceu Iberi, quos diximus fuisse Hispanos; qui fortiter ad proelium instructi lacessebant Torquatum, vel potius illudebant de suo se Troiano genere gloriando…). Del resto, Amsicora, fin dal tempo di Cicerone non è stato sempre raffigurato con tanto di barba, pugnale e mastruca, tipico dei Sardi Pelliti?

9.Amsicora nell’immaginario collettivo degli artisti

È un caso che nell’immaginario collettivo soprattutto degli artisti e dei poeti sardi venga considerato come un eroe sardo che difende la Sardegna contro il romano invasore, vero e proprio lupo e cane famelico (lupu e catteddu famidu), bardaneris, distruttori, seminatori di guerra, rovine flagelli e morti? Mi riferisco in modo particolare al suggestivo poema epico di Salvatore Lay-Deidda29 desulese, pastorello nei monti del Gennargentu fino a 18 anni, ordinato sacerdote nel 1947 e colto dalla morte, giovanissimo, a soli 30 anni. Nel Poema, vero e proprio poema epico nazionale sardo, intitolato e dedicato ad Amsicora, Lay-Deidda lo idealizza e ne fa un eroe nazionale, innamorato della sua terra, guida dei Sardi Pelliti, “Amsicora, su nobile regente/ De s’alma Gennargenzia fiera”, che chiama a raccolta tutti i Sardi, delle pianure e delle montagne, per opporsi, in un ultimo e disperato tentativo, al brutale e definitivo dominio romano, rivendicando l’indipendenza e l’orgoglio nazionale, come canta in questa bella ottava30 il poeta desulese:

A Titu nara: «Roma a sos Romanos,

A sos Tyros sa Tyra Karchedones,

Sa Sardigna a sos Sardos! Turpes manos

non turbent sas anzenas possessiones

Su Logudoro cun sos Campidanos

Non connoschent né Titos né Magones

Sa Sardigna est una: suos fizos

Sunt sos Sardos, pro vois in fastizzos»

E prima di Salvatore Lay-Deidda, un suo compaesano, Antioco Casula31, più noto con il popolare pseudonimo di Montanaru, considerato dalla critica il più grande poeta sardo in limba, dedica un’Ode ad Amsicora, considerato eroe della sarda libertà che risplende come il sole non oscurato da nubi. Nella fantasia di Montanaru Amsicora viene immaginato come gran ribelle e dall’animo indomito: sfortunato eroe di una santa causa, che preferisce la morte piuttosto che la schiavitù sotto i romani.

 

Pro Amsicora

Beni, ispiritu antigu, beni tue

eroe de sa sarda libertade,

chi pustis tantu currere d’edade

risplendes che sole senza nue.

Tue, mannu rebellu, anima rue

de fronte a sa romana podestade

sa morte hasa prefertu a s’amistade

furistera. Nessunu ischit inue

T’han seppellidu, eroe isfortunadu

de una causa santa e tantos Sardos

no ischini chi sias esistidu.

Ma eo peso su cantu innamoradu

pro te, cun versos duros, galiardos,

comente duramente ses vividu.

Su tempus senza pasu andat a fua

che marettas marinas a curtura

però sos veros Sardos in tristura

vivene sempre. Est sa tristura tua,

Eroe nostru, senza sepoltura

in custa sarda terra dur’e crua

chi sos mezzus allattat cun sa lua

e dat a sos istranzos sa dulzura.

Ma oe che Iosto, senza brigas,

dogni giovanu avanzat temperadu

a provas de trabagliu e d’amore.

Non pius, o eroe, maleigas

s’offesa antiga. Olvida su passadu

e saluda su tempus benidore.

S’istoria iscritta dae, sos binchidores

non podet mai contare cosas zustas

hat postu a banda sardos gherradores

chi de esser eroes han dau sa mustra.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

Gherreri corazzosu e attriviu

de sos Sardos pellitos cumandante

contra a sos romanos accaniu

ca fint in terra nostra dominande.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

 

Per ultimo accenno a un Gruppo musicale moderno32 che in una suggestiva e felice contaminazione fra antico e moderno, musica rock e musica sarda, in un recente testo, dedicato proprio ad Amsicora così canta: Un eroe senza sepoltura, in questa nostra dura terra sarda che allatta gli uomini migliori – canta polemicamente il poeta desulese – con l’euforbia e regala dolcezza agli stranieri.

Ma ecco l’ode35

27

Solo fantasie? Ma forse che l’Amsicora liviano non è ugualmente costruito e disegnato sulle fantasie dello storico latino tutto proteso a magnificare la stirpe romana, piegando a tale filosofia dati, date e avvenimenti, come ormai ci risulta con certezza e come abbiamo cercato di argomentare?

Paraulas sentias e versos tostos

non podent cancellare sa memoria

pro ammentare peri a fizos nostros

chi su populu sardu hat un’istoria

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

E si hamus perdiu una battallia

semus galu in custa nostra terra

non semus in chirca de medallia

cherimus solu binchere sa gherra

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

In Cornus ant accatau sa morte

Iosto e Amsicora chin gloria

pro issos terra amada e mala sorte

cunsacrados los at a sa memoria.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

 

  1. Alcune conclusioni finali e qualche ipotesi

La storia e la figura di Amsicora, che noi conosciamo e che è stata costruita in buona sostanza basandosi sull’opera dello storico romano Tito Livio “Ab urbe condida, XXIII, 32” non è assolutamente credibile. Il più grande latinista italiano, Ettore Paratore, nella sua monumentale Storia della Letteratura latina (Sansoni editore, pagina 455) scrive, in modo impietoso – ripetiamo che “chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla”. Perché? Perché Livio intende la storia come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui – per esempio – il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella narrazione del periodo più arcaico. Livio è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di «storia sacra», quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana abbia rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel proemio dell’opera Ab urbe condita dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno permettere che circondi le proprie origini col fascino della 28 sacralità e le attribuisca agli dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che, sebbene esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore Romolo, le nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si assoggettano al suo dominio”. Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos, Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et debellare superbis” (Occorre perdonare chi si sottomette e distruggere chi osa resistere). Livio scrive dunque una storia “ideologica”, senza alcun rigore storico, con svarioni colossali e immani contraddizioni che ho cercato di evidenziare nelle pagine precedenti: ricordo in modo particolare il suo giudizio sui Sardi “facile vinci” (avvezzi ad essere facilmente battuti) e quello sulla Sardegna “sottomessa e pacificata” fin dal 238 a.C. quando invece sappiamo che ancora nel 104 a. C. (dunque ben 134 anni dopo la conquista) certo Tito Albucio avrebbe represso una ribellione dei Sardi e lo stesso Livio è costretto a prendere atto alla fine del 1° secolo a.C., che gli Iliesi sono gente “ne nunc quidem omni parte pacata” a conferma peraltro di quanto sosterrà Diodoro Siculo, che parla dei Sardi delle montagne “che hanno ancora mantenuto la libertà”, e di quanto scriverà lo stesso Cicerone secondo il quale fino al 215 a.C. “non vi era in Sardegna neppure una città amica dei Romani”. Ricordo ancora che Livio – per sua stessa ammissione – si rifà, per quanto attiene ai fatti riguardanti Amsicora, a certo Valerio Anziate, storiografo romano vissuto nell’età di Silla (1° secolo a.c.) che godeva già presso gli storici antichi e ancor più oggi ne gode presso gli storici moderni, fama di grande falsario o comunque di faciloneria, mancanza di scrupoli ed esagerazioni. Tutto ciò per sostenere che occorre assolutamente rivedere e riscrivere la storia di Amsicora, come del resto l’intera storia della Sardegna, scritta dai vincitori e dunque ad usum delfini. Per quanto riguarda Amsicora io ho avanzato l’ipotesi che fosse o il primo grande autonomista della Sardegna o un vero e proprio eroe sardo che ha tentato di liberare l’Isola dal dominio e dall’oppressione romana. Certo si tratta solamente di ipotesi. Ma una cosa è certa: l’Amsicora liviano cui ci siamo finora abbeverati non regge, neppure come semplice ipotesi.

 

Riferimenti bibliografici

  1. Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Inizio capitolo VIII.
  2. Tacito, Annales, IV, 34.
  3. Ettore Paratore, Storia della Letteratura latina, Sansoni ed., seconda edizione, Firenze 1962, pag. 455.
  4. 4. Piero Meloni, La Sardegna romana, Chiarella editore, Sassari 1990, pag.55.
  5. Piero Meloni, La Sardegna romana, op. cit., pag. 552.
  6. Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965.
  7. Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, ed. Mursia, Milano 1971.
  8. Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, vol.I, tomo I, Editore Sansoni, Firenze 1986, pag.143.
  9. Salvatore Merche, Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna, pag.26 segg.
  10. Salvatore Merche, op. cit. pag. 28.
  11. Diodoro Siculo (90 a.c.- 20 d.c.) Vive ai tempi di Cesare e nei primi anni di Augusto. Storico greco scrive in 40 libri la Biblioteca storica.
  12. Giovanni Zonara (1080-1118) storico e scrittore ecclesiastico bizantino, autore di un’opera Epitome storica che tratta dalle Origini alla morte di Alessio Commeno.
  13. Cicerone (106-43 a.c.) Parla della Sardegna – sempre in termini dispregiativi – in più opere, fra l’altro nell’orazione Pro Scauro. Diventerà la principale fonte per altri scrittori e storici che parleranno successivamente della Sardegna.
  14. Silio Italico (25-101 d.c.), poeta latino. La sua opera principale è il poema epico Punica in 17 libri e 12.200 versi. Tratta della 2° Guerra Punica: dall’assedio di Sagunto fino a Zama. Fu lui che attribuì al poeta Ennio la morte in duello di Iosto, il figlio di Amsicora.
  15. Ennio (239-169 a.c.), poeta latino, autore degli Annales, poema epico in 18 libri e in 30.000 versi, per la gran parte andati persi in cui celebra la Storia di Roma dalle Origini ai suoi giorni, ispirati ad entusiastica ammirazione per l’espansionismo romano tanto da essere ammiratissimo da Cicerone.
  16. Valerio Anziate, storiografo romano vissuto nell’Età di Silla (!° secolo a.c.). Scrisse 75 libri di Annales, quasi completamente perduti. Godeva già presso gli storici antichi e ancor più ne gode oggi presso gli storici moderni – fama di grande falsario o comunque di faciloneria, mancanza di scrupoli ed esagerazioni.
  17. Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, a cura di Attilio Mastino, Ilisso edizioni, Nuoro 1999.
  18. Barrecca, op. cit. pag.103.
  19. Carta-Raspi, op. cit. pag. 209.
  20. Bibbia (Libro dei Giudici), 1° e 2° libro di Samuele, 1° e 2° libro dei Re.
  21. Giustino, epitomatore delle Filippiche di Pompeo Trogo, vissuto fra la fine del secolo II e l’inizio del secolo III. Non era romano ma visse a Roma dove compì la sua opera. Dai 44 libri della Storia di Pompeo Trogo estrasse e sintetizzò tutto ciò che secondo le sue dichiarazioni nella prefazione dell’epitome.
  22. Giovanni Lillíu, La Civiltà dei Sardi, Nuova ERI ed. pag. 84.
  23. Barreca, Amsicora e il territorio di Cornus, Atti del II Convegno sull’archeologia romana e altomedievale nell’oristanese, Cuglieri 22 dicembre 1985m Editrice Scorpione, Taranto 1988.
  24. Lilliu, La civiltà dei Sardi, Nuova ERI edizione, Torino 1988, pag.418.
  25. Lilliu, op. cit. pag. 418.
  26. Lilliu, op. cit. pag. 419.
  27. Silio Italico (25-101 d.c.), vedi nota 14.
  28. G. Proto Arca, Barbaricinorum libri, a cura di Francesco Alziator, Fossataro, Cagliari 1972.
  29. Salvatore Lay Deidda, Amsicora, Amsicora edizioni, Desulo 1993.
  30. Lay Deidda, op. cit., pag. 147.
  31. Antioco Casula (Montanaru), Sas ultimas canzones, a cura di Giovanni Pirodda, Ilisso editore, Nuoro 1998, pag. 203.
  32. Mi riferisco al Gruppo musicale nuorese “Istentales” che dedica un CD ad Amsicora, descritto appunto come grande eroe sardo.

DOCUMENTI: La “Tavola di Esterzili”* 

Il documento epigrafico più importante rinvenuto in Sardegna è la Tavola di Esterzili,con la trascrizione di una sentenza con la quale il proconsole Lucio Elvio  Agrippa condannava durante l’età di Otone i pastori sardi della tribù dei Galillenses:si tratta di un esempio significativo di una politica tendente a privilegiare l’economia agricola dei contadini immigrati dalla penisola italiana in Sardegna.Inciso sicuramente a Carales il 18 marzo 69 , esposto al pubblico per iniziativa dei Patulcenses  originari della Campania all’interno di un villaggio agricolo,il documento (scoperto nel 1866, studiato da Giovanni Spano e Theodor Mommsen e conservato al Museo Nazionale di Sassari) ci informa su una lunga controversia,conclusasi con una sentenza con la quale il governatore provinciale ripristinava la linea di confine fissata 170 anni prima dal proconsole Marco Cecilio Metello,dopo una lunga campagna militare durata per almeno cinque anni e conclusa con la sconfitta della popolazione locale e con il trionfo del generale vittorioso celebrato a Roma fino al tempio di Giove Capitolino. Il documento (una lastra di bronzo larga 61 cm, alta 45 cm e pesante circa 20 kg) fornisce informazioni preziose sul governo provinciale,passato nell’età di Nerone dall’imperatore al Senato,sul funzionamento degli archivi in provincia e nella capitale e sul conflitto tra pastori indigeni dediti all’allevamento transumante e contadini immigrati dalla Campania,sostenuti dall’autorità romana,interessata a contenere il nomadismo sul quale si alimentava il brigantaggio;ma anche decisa a valorizzare le attività agricole ed a favorire un’occupazione stabile delle fertili terre nelle pianure della Trexenta e della Marmilla,soprattutto a promuovere l’urbanizzazione delle zone interne della Barbaria sarda,dove si era andata sviluppando una lunga resistenza alla romanizzazione.«Documento tra i più importanti e significativi dell’età antica in Sardegna» ha scritto recente-mente Giovanni Brizzi,«la Tavola di Esterzili propone agli studiosi una gamma vastissima di problemi del più alto interesse: geografico-storici, per l’identificazione delle sedi dei Galillenses e Patulcenses, nonché dei territori tra loro contesi; giuridici,per le forme dell’intervento romano ed il rapporto tra tabularium  principis  e tabularia provinciali;linguistici,per le forme adottate,gli imprestiti,ilgrado di alfabetizzazione degli estensori;archeologici,per il rapporto tra il documento,il luogo di rinvenimento ed il contesto paesaggistico e monumentale,epigrafici,storici,infine».Si ripete in questo caso ad Esterzili,su scala assai ridotta,«quanto si era verificato già nella penisola,conducendo l’Italia delle piane costiere,l’Italia tirrenica progressivamente identificatasi in Roma,l’Italia dei contadini,a scontrarsi con l’Italia appenninica,l’Italia dei pastori unita sia pur solo superficialmente dal vincolo della transumanza.Viene da chiedersi,dunque,se non sia stata proprio questa scelta di campo ormai consueta,questo atteggiamento connaturato nella politica dello stato egemone,uno tra i motivi fondamentali della mancata metanoia tra i Sardi ed il potere romano».

*Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Nuoro, 2009, pagine 257-258

 

Pimpirias de Istoriografia

 

1.”La resistenza dei Sardi contro i Romani 

Per quanto Tito Livio sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità,la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni,di attacchi improvvisi,di rivolte,presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai

mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare,soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale,a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena  Barbaria, la terra occupata dai Barbari,alcuni accampamenti militari,in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi (Luguidonis c(astra),presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri,più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile,presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine;Fo-rum Augusti,presso l’attuale Austis;Valentia presso Nuragus;Biora presso Serri; Uselis,oggi Usellus;Custodia Rubriensis,presso Barisardo;in età tarda anche Nora praesidium,Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros),con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della  Barbaria sarda,senza però un definito sistema di difesa lineare,almeno in etàimperiale (limes );si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi,utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto,nel 231 a.C.,il console Marco Pomponio Mathone),oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi,come quelli noti anche a Strabone,che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea,per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi,attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie:«avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari,che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino,i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»;in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses,dei Balari e dei Corsi,popoli di pastori vestiti di pelli,a lungo impegnati contro l’occupazione romana,anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna. Secondo Tito Livio gli Ilienses,ora localizzati nel Marghine-Goceano,all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati;per Pausa-nia,che scriveva nel II secolo d.C.,essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola,ed avendo occupato i monti di difficile accesso,fortificati da palizzate e da precipizi,hanno ancora oggi il nome di Iliesi,ma si assomigliano nella forma e nell’armatura,ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo rileva che«quel popolo (gli Iolei-Ilienses),trasportate le proprie sedi sui monti,abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile,ove abituati a nutrirsi di latte e di carni,perché si occupano di pastorizia,non hanno bisogno di grano;e perché abitano in dimore sotterranee,scavandosi gallerie al posto di case,con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò,quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi,non poterono mai ridurli all’obbedienza».E aggiunge:«quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola,non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori,essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra,mantenendo quantità di bestiame,si alimentarono di latte,di formaggio e di carne,cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti,senza pensieri e senza fatiche,contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque,sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi,non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani,potentissimi per il vasto impero che avevano,avendo loro fatto spessissimo la guerra,per nessuna forza militare che impiegassero,poterono mai giungere a soggiogarli».Infine Strabone osserva:«Sono quattro le tribù delle montagne,i Parati,iSossinati,i Balari,gli Aconiti,i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura;anzi,compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola,ma salpano anche contro quelli del continente,soprattutto i Pisani»:e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto. Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna:col tempo,gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o,più tardi,di agguerriti reparti ausiliari e,sulle coste,con la flotta da guerra,per combattere la pirateria,ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza,a spese di alcune comunità interne;un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale,che rese accessibili  anche le regioni più isolate della provincia”.

*Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Nuoro, 2009, pagine 173-174-175

2.Il ruolo dei Romani in Sardegna

[…]  “In nessun momento i nuragici, anche se a ranghi via via sempre più ridotti, mai hanno dato segnali di sottomissione ai nuovi padroni. Continuano contro i romani le lotte asperrime che avevano condotto contro i padroni cartaginesi Piero Meloni nella sua opera La Sardegna romana ci informa che quelle popolazioni nutrite di uno spirito di fiera indipendenza politica che anche Cartagine era stata costretta a rispettare , non lasciarono mai le armi neppure quando la maggior parte delle province mediterranee erano state interamente pacificate. Dai romani, ovviamente, che com’è noto, consideravano luoghi di pace soltanto i cimiteri.

   Genocidio o soltanto etnocidio? Uccisione soltanto della cultura dell’anima e non anche dei loro portatori? La discussione intorno al dilemma potrebbe farsi lunga ma io mi attengo alle tesi di Rafhael Lemkim, che oltre a coniare il termine genocidio, fu anche il principale ispiratore della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, contro il etnocidio, secondo la quale gli atti di genocidio sono qualificati come genocidio, Etnocidio e genocidio, dunque si equivalgono.

   Il governo della confederazione comunitaria fu schiantato e soppiantato da un funzionario imperiale, normalmente un taglieggiatore e da capi e gerarchie quanto meno ignobili.

   L’Isola fu tagliata in due parti, duos lados, come l’agnello della festa, Bàrbaria e Ròmania e divisa da un confine presidiato all’ingresso delle valli da fortilizi e accampamenti militari. Dal Parteolla al Limbara.

   La gestione comunitaria delle risorse fu abrogata. Le terre furono divise in latifondi e questi regalati ai clienti dei conquistatori. Le miniere e le saline diventarono proprietà dello Stato romano. Le foreste furono tagliate e bruciate per far posto alle colture del grano e dei cereali, perché Roma, i suoi eserciti, la sua plebaglia aveva fame.

   Certo i romani fecero strade, ponti, palazzi, terme cloache e teatri, per transitare velocemente le forze armate e il bottino per ristorarsi, alleggerirsi e divertirsi. E tracciarono le vie per tutti gli invasori successivi. Fino ai nostri giorni”. […]

[Eliseo Spiga,La Sardità come utopia- note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006 pagine 228-229].

3.Perché i romani costruiscono strade e ponti

[…] “Per  meglio governare quel territorio secondo le proprie logiche di dominio furono costruite strade carrabili sui tracciati di quelle già realizzate dai Punici, che furono ampliamente collegate con nuove vie secondarie che penetravano nelle zone interne per meglio controllarle e gradualmente assoggettarle. Nei punti nevralgici che fungevano da cerniera fra i territori sottomessi e quelli ancora nelle mani dei ribelli resistenti, i Romani insediarono presidi nei quali stazionavano guarnigioni di soldati, a fare da argine alle scorrerie di quelli che chiamavano sardi pelliti, perché interamente vestiti di pelli, nelle pianure coltivate dai contadini assoggettati. Il sistema stradale che costruirono nell’Isola era certamente funzionale al più efficiente presidio militare nel territorio per meglio difenderlo dai nemici interni ed esterni e per consentire alle legioni di muoversi rapidamente per i loro interventi, ma era utile anche per agevolare i traffici delle merci e gli scambi commerciali, oltre che per connettere i vari centri abitati tra loro, diversi dei quali presero proprioio nome delle colonne miliarie romane, come gli odierni centri di Sestu, Quartu, Settimo, Decimo.

   Le eccellenti capacità ingegneristiche in loro possesso erano proficuamente impiegate per consolidare e perpetuale il processo di spoliazione di quel territorio che una volta conquistato doveva essere occupato in modo efficiente ed efficaci secondo le loro logiche predatorie.

   Infatti per meglio rendere efficiente il trasporto delle produzioni agricole da trasferire nei diversi porti per poi imbracarle sulle navi che poi avrebbero imbarcato quel bendidio nel continente, costruirono ponti per l’attraversamento dei fiumi, per non essere soggetti ai condizionamenti meteorologici, poiché i corsi d’acqua gonfi per piogge e alluvioni non avevano riguardo  per alcuno, nemmeno per le “nobili” esigenze della popolazione della lupa dalle sette tette.

   E costruirono acquedotti, terme e anfiteatri e monumenti a beneficio principalmente              della classe dominante locale, composta ovviamente dai delegati, ora del senato ora dell’imperatore, alla quale non potevano essere fatte mancare le comodità e gli agi di cui avrebbero potuto godere in patria, posto che già ne sopportavano la lontananza per stare in una terra ospitale, dove generalmente venivano spediti quelli che per svariati motivi non erano più graditi nella terra d’origine, e qui esiliati.[…]*

*Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagine 76-77]

  • IL DOMINIO ROMANO
    di Francesco Casula
    Premessa generale.
    Con il dominio romano fu ancora peggio che con i Cartaginesi. Fu un etnocidio spaventoso.
    La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu
    annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico
    Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del
    console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente
    l’impegno militare che le operazioni comportavano. Alla fine dei due anni di guerra – ne
    furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a
    Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e
    gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano
    sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici.
    Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le
    rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta
    entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a
    Giove.
    Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi
    nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi
    venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
    Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre,
    tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli
    romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
    Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e
    barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-
    cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade,
    cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per
    modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per
    corazzare i rostri delle navi da guerra.
    La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu
    sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi:
    nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.
    Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione
    comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle
    piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai
    boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta
    confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la
    divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
    A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e
    bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di
    operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano
    fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie
    nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi – è
    sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore,
    sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande
    insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di
    altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un
    eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle
    tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori).
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    La conquista romana e il ricorso ai cani segugi
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    I Romani non conquistarono mai la Barbagia? Un mito da sfatare.
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    Il Fisco romano
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  • istituito il testatico (tributum capitis) un’imposta personale cui erano soggetti tutti i
    residenti.
    Vigevano poi un’altra serie diimposte e tasse : sulle successioni, sul prezzo deglioggetti
    venduti (il 5%), sul prezzo degli schiavi venduti (il 2%), sul celibato. Una serie di tributi:
    per l’estrazione dei minerali, per i marmi e i graniti usati per le costruzioni, e di dazi
    applicati nei porti per le merci di importazione e esportazione. Per non parlare delle multe e
    delle confische.
    Manon èfinita. “Lapopolazione –scrive GiuseppiDei Nur– eraobbligataa concedere
    l’uso pari a un terzo della propria abitazione ai soldati di passaggio, a fornire loro una
    dotazione di legbna, fieno perv il cavallo e in caso di emergenza, , per esempio conflitti
    armati, era prevista la requisizione delle scorte di frumento, delle pelli, del denaro e persino,
    se posseduti, degli schiavi”*
    *Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca
    dell’Identità, 2013, pagina 78.
    L’Economia durante la dominazione romana
    1.Prevale la monocultura cerealicola: si produce tanto grano, (per 250.000 persone): serve
    anche (o soprattutto) per gli eserciti e la plebe romana. Con il grano sardo infatti si
    riempiranno tutti i granai dell’Urbe e per contenerlo se ne costruiranno altri nuovi: specie
    nel Campidano e nel meridione dell’Isola.
    “La situazione dové comunque col tempo modificarsi, – scrive Attilio Mastino – soprattutto
    grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici e in conseguenza dell’ampliamento della
    conquista: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse
    l’olivicoltura, la viticoltura, la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse la
    coltivazione di cedri nell’Isola e in particolare nel Campidano. Il protezionismo italico
    limitava però enormemente la produzione di olio e di vino. C’erano poi altri prodotti meno
    pregiati (tra i quali il miele amaro, considerato di cattiva qualità).
    2. E’ presente l’allevamento, tradizionalmente nomade diffuso in tutta l’Isola ma
    specialmente nel centro Sardegna: con suini, ovini, bovini. E con gli ovini si produce lana,
    latticini, formaggi, pelli: per sfamare e vestire i soldati romani!
    Si aggiunga la pesca, con l’esportazione di pesce salato e la produzione di garum, salsa
    ottenuta dalla fermentazione in salamoia di sardine, acciughe o delle interiora di pesci più
    grandi, molto richiesta dalla cucina dell’antica Roma..
    3. Il commercio: la Sardegna è integrata nel sistema commerciale ed economico
    dell’impero: con il grano, metalli, legname, granito. Iol commercio è favorito dagli ottimi e
    numerosi porti: Olbia-Tibula (Santa Teresa-Gallura), Turris Libisonis (Porto Torres),
    Cornus, Tharros, Sulkis (Sant’Antico), Caralis. A Ostia ci sono dei mosaici con la
    menzione di “Naviculari turritani e Calaritani: mercanti marittimi”.
    4. Le miniere e le saline: E’ documentato lo sfruttamento del sottosuolo e l’estrazione
    mineraria soprattutto nel Sulcis (tanto da far scendere il prezzo in tutto l’impero).Dalle
    miniere si estraeva (e si esportava) l’oro (tanto che in età imperiale si sarebbe verificata una
    vera e propria corsa all’oro da parte degli aurileguli); l’argento (Argentiera nella Nurra
    Sarrabus e zona di Domusnovas): ne parla anche il geografo e scrittore romano Gaio Giulio
    Solino,( 210-258 d. C); il bronzo, il piombo, il ferro, il rame (Funtana Raminosa a Gadoni),
    l’acciaio ed anche l’allume (un minerale, un sale naturale misto di alluminio e potassio,
    utilizzabile come deodorante naturale che blocca i batteri del cattivo odore. Ottimo anche
    per le cicatrici) e le corniole (pietra preziosa della famiglia dei quarzi cripto cristallini).Già
    con i Cartaginesi era iniziata l’estrazione del sale e fin dall’inizio del II secolo a.C. è
    attestato a Carales l’impianto di saline, gestite da società private, che impiegavano
    personale di condizione servile. Nelle miniere lavoravano soprattutto gli schiavi, i
    condannati ad metalla e anche tanti cristiani. Fra gli altri due Papi, Callisto I, (nel 186-189 circa.)
    il 16° Papa della Chiesa cattolica e Papa Ponziano, che in Sardegna morì nel 235.
  • 5. Cave e granito. Attività artigianali e tessili.
    Intensa fu anche l’attività edilizia, fondata sullo sfruttamento delle cave, spesso per la
    realizzazione di importanti opere pubbliche. Per alcuni materiali (il granito) è accertata
    l’esportazione fuori dall’Isola, a Roma e a Cartagine. Nell’Isola si sviluppò poi un’attività
    artigianale molto limitata e comunque non competitiva, forse non sufficientemente motivata
    da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa
    riconosciuta e apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile; ma
    l’abbigliamento più tipico della Sardegna era la caratteristica mastruca, la veste fatta di pelli
    di capra e di montone.
    6. Fauna e flora
    Le fonti letterarie – precisa Attilio Mastino – ci forniscono molti dettagli sulla vegetazione
    (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna (per esempio i musmones-mufloni, i cavalli, gli
    uccelli favolosi, gli insetti, i tonni che si nutrono di “ghiande marine”, i cetacei): esse
    contribuiscono a deinire l’ambiente naturale della Sardegna antica, con le sue bellezze
    selvagge e i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la
    malaria. – ricordiamo portata in Sardegna dai soldati Cartaginesi di Malco nel 540 a. C.
    Le città, Strade, Ponti, Edifici, Terme, Acquedotti
    I Romani da una parte sviluppano le città fenicio-puniche come Caralis, Nora, Sulki,Cornus
    ecc., dall’altra ne creano di nuove: Quartu, Sestu, Settimo, Decimo (che indicano le distanze
    in miglia da Cagliari). E con queste Sanluri (su lori=grano), Porto Torres (Turris libisonis),
    Oschiri, Usellus (che ebbe un grande splendore nel 2° secolo), Meana Sardo (mediana, a
    metàà percorso fra Cagliari e Olbia), attraversando prima Bhiora (Serri), Valentia
    (Nuragus), Augustis (Austis), Sorabile (presso Fonni), Caput Tyrsi (presso Orune). E
    ancora: Mamoiada (mansus o statio manubiata – fermata o stazione sorvegliata),
    Fordongianus (Forum Traiani), Bonorva (Forte romano), Orosei (Fanum Carisi. stazione
    romana)
    Furono numerose le Strade costruite dai Romani, mentre infatti con i Cartaginesi le strade
    collegavano solo le città costiere, i Romani costruirono soprattutto quattro grandi arterie
    stradali: due lungo le coste: litoranea orientale e occidentale e due interne la Cagliari –
    Santa Teresa (allora Longo Sardo o Longone) e la Cagliari – Olbia.
    Insieme alle strade numerosi Ponti (vedi Pimpirias), Monumenti (a Cagliari l’Anfiteatro,la
    Villa di Tigellio, La grotta della vipera), Acquedotti (a Olbia), Terme (a Fordongianus) e
    Sistemi di alimentazione idrica (a Tharros).
    Il Cristianesimo nella Sardegna romana
    I Romani avevano poco interesse per il problema religioso: gli dei tradizionali di estrazione
    e provenienza greca (Giove, Giunone) venivano venerati per consuetudine. Ad essi si
    aggiungevano divinità di origine locale (Giano, Dionisio). In sardegna elevano a questo
    rango il vecchio Babai chiamandolo Sardus Pater.
    I primi cristiani arrivarono in Sardegna, probabilmente alla fine del 1° secolo, attraverso gli
    esiliati. Il Cristianesimo fa proseliti soprattutto nei ceti più poveri, fra gli schiavi e gli
    emarginati. Alla fine del 2° secolo fu deportato in Sardegna anche colui che nel 217
    diventerà papa, Callisto. Più tardi gli successe nel 230 Ponziano, condannato ai lavori
    forzati a vita.
    I Sardi cominciarono a riunirsi per professare la nuova religione, usando vecchie tombe
    puniche e antichi santuari pagani.
    Nel 284 d.C. con Diocleziano aumenta la persecuzione con arresti e confisca dei beni dei
    cristiani. In questo periodo alcuni personaggi sono martirizzati: ricordiamo San Gavino, di
    Turris Libissonis (Porto Torres), San Lussorio, di Forum Traiani (Fordongianus), San
    Simplicio di Olbia, San Saturno di Cagliari.
  • Fra questi martiri anche un ufficiale dell’esercito romano:Efisio, imprigionato e poi
    decapitato a Nora.
    Nel 313, con l’Editto di Milano, Costantino concede la libertà di culto. Intanto la Chiesa
    cresce il suo potere e la sua influenza politica, grazie anche alla cosiddetta Donazione di
    Costantino, del 337, con la quale l’imperatore avrebbe concesso al papa Silvestro la città di
    Roma e tutte le province occidentali, compresa la Sardegna. Per oltre mille anni questo
    documento costituirà un’arma potente in mano alla Chiesa, ponendola nelle condizioni di
    modificare assetti nazionali e territoriali concedendo regni a questo o quel potente di turno:
    nel 1297 Bonifacio VIII creerà il Regnum Sardiniae et Corsicae.
    Ci avrebbe pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare
    tale falso, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e
    dell’archeologia, con un celebre opuscolo De falso credita et ementita Constantini
    donatione” del 1440.
    Come vedono gli scrittori romani la Sardegna e i Sardi
    1.Orazio
    I giudizi e le valutazioni degli scrittori classici latini nei confronti della Sardegna e dei Sardi
    non sono benevoli: sia quelli di Orazio che di Livio. Quelli di Cicerone sono anzi infamanti
    e insultanti. Orazio (65-8 a.c.), il poeta latino famoso soprattutto per le Satire, parlando di
    Tigellio musico e cantore sardo, amico di Cesare e di Ottaviano nella Satira 1.3 scrive che
    tutti i cantanti hanno questo difetto: che se sono pregati non cantano ma quando cominciano
    spontaneamente non la smettono più. E questo è il difetto che aveva il sardo Tigellio che
    non riusciva a far cantare neppure Cesare. In un altra satira 1.2 dice che per la morte di
    Tigellio, suonatrici di flauto orientali (ambibaiarum collegia), ciarlatani che vendono
    rimedi, mendicanti (mendici), ballerine e buffoni, donne di facili costumi, interpreti di farse
    oscene (mimae), guitti e buffoni (balatrones), tutta questa gente è mesta e addolorata per la
    morte del cantante Tigellio; e ciò è naturale poiché egli fu generoso. A significare che il
    musico sardo era esagerato e stravagante.
    2.Livio
    Livio (59 a.c.-17 d. c.) autore della monumentale Storia di Roma Ab urbe condita libri
    parlando dei sardi sostiene che erano facile vinci (avvezzi ad essere battuti facilmente). Un
    giudizio senza alcun fondamento storico e anzi contraddetto dallo stesso Livio, in un altro
    passo della sua storia, in cui parla di gente ne nunc quidem omni parte pacata (popolazione
    non ancora del tutto pacificata). E siamo alla fine del 1 secolo a. C.! Dopo l arrivo infatti
    delle legioni romane in Sardegna nel 237 a.C. la resistenza alla dominazione romana sarà
    lunghissima e dura. E lo stesso Livio insieme ad altri storici a scandire decine e decine di
    guerre contro la popolazione sarda da parte dei consoli romani: fin dal 236 un anno dopo la
    conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i Romani condussero
    operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi. Per continuare nel 235, quando i
    Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato, lo stesso console che
    sarà scelto per combattere Amsicora e che celebrerà il trionfo sui Sardi, il 10 Marzo del 234,
    come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse dal
    Console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il Primo Aprile del 233. Nel 232 sarà il
    console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il trionfo celebrandolo il 15
    Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave situazione di
    pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da Marco
    Pomponio Mathone, contro i Sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che i
    risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di sua
    iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anzichè sul Campidoglio e con
  • una corona di mirto anzichè di alloro. In questa circostanza il console Matone la
    testimonianza è sempre dello storico Zonara chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti
    nella ricerca dell uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e
    difficilmente accessibili, infliggevano dure perdite ai Romani. Nel 226 e 225 si verificherà
    una recrudescenza dei moti, ma ormai come sottolinea lo storico sardo PietroMeloni (in La
    Sardegna romana,Chiarelli editore) Roma è intenzionata fortemente al dominio del
    Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva
    importanza e l Isola unita con la Corsica come la Sicilia dopo il 227 ha avuto la forma
    giuridica di Provincia con l invio di due pretori per governarla. Ci saranno infatti rivolte
    ancora nel 181 che nel 178 a.c: gli Iliesi con l aiuto dei Balari avevano attaccato la
    Provincia, la zona controllata da Roma e i Romani non potevano opporre resistenza perché
    le truppe erano colpite da una grave epidemia, forse la malaria. Nel 177 e 176 nuove e
    potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare sotto il comando del
    console Tiberio Sempronio Gracco lo stesso console della conquista romana del due legioni
    di fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10 quinquiremi cui si associeranno altri fanti e 600
    cavalieri fra alleati e latini.
    Commenta (in Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna)) lo storico sardo
    Salvatore Merche: La grandezza di questa spedizione militare e lo sgomento prodotto nell
    urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli della montagna, dimostra quanto questi
    fossero terribili e temuti, anche dalla potenza romana, quando si sollevavano in armi.
    Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile impressione e i ricordi delle guerre
    precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle quali i Romani avevano dovuto
    constatare d aver combattuto con un popolo d eroi, disposti a farsi ammazzare ma non a
    cedere. Altro che Sardi facile vinci! Alla fine dei due anni di guerra ne furono uccisi 12 mila
    nel 177 e 15 mila nel 176 nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori
    questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e gli auspici del console
    Tiberio Sempronio Gracco la legione e l esercito del popolo romano sottomisero la
    Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di nemici. Condotte le cose nel
    modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò
    indietro l esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma
    trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove. Gli schiavi
    condotti a Roma furono così numerosi che turbarono il mercato degli stessi nell intero
    mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio Sardi venales : da vendere
    a basso prezzo. Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di
    Sempronio Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162.
    Non possediamo informazioni perché andate perse le Deche di Tito Livio successive al 167
    sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno: sempre causate dalla fiscalità
    esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel sangue. Così ci saranno ulteriori
    guerre nel 126 e 122: tanto che l 8 Dicembre di quest anno viene celebrato a Roma il trionfo
    ex Sardinia di Lucio Aurelio; nel , con il trionfo il 15 Luglio di quest anno di Marco Cecilio
    Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l
    ultima ribellione organizzata che le fonti ci tramandano, ma non sicuramente l ultima
    resistenza che i Sardi opposero ai Romani.
    3.Cicerone.
    Ma è Cicerone lo scrittore latino più malevolo nei confronti dei Sardi e della Sardegna,
    etichettata tout court Mala Insula, di cui parla soprattutto in Pro M. Aemilio Scauro oratio.
    L orazione, dell anno 54 a.c. è in difesa di Emilio Scauro ex governatore della Sardegna. I
    capi d’accusa (indicati in forma sintetica da Marziano Capella (grammatico romano del 5°
    secolo dopo Cristo) riguardano: de Bostaris nece, de Arinis uxore et de decimis tribus: E’
    cioè accusato di tre crimini: aver avvelenato nel corso di un banchetto Bostare, ricco
    cittadino di Nora, per impossessarsi del suo patrimonio; aver insistentemente insidiato la
  • moglie di tal Arine, tanto essa si sarebbe uccisa piuttosto che divenirne l’amante: poi le
    malversazioni del governatore e cioè il crimen frumentarium, l’esazione illecita di una
    terza decima; il governatore di una provincia non poteva infatti istituire nuovi tributi, né
    aggravare le imposte precedenti. Scauro venne dunque accusato in virtù della lex Iulia de
    pecuniis repetundis del 59 a.C. e probabilmente della lex Cornelia de veneficiis, sicariis,
    parricidiis dell’81 a. C.
    I due reati (veneficio il primo e intemperanza sessuale il secondo, sottolinea lo storico sardo
    Raimondo Carta-Raspi in Storia della Sardegna, Mursia editore) non erano tali da
    preoccupare un avvocato dell’ abilità di Cicerone e infatti egli riuscì a confutare queste
    accuse volgendole anzi al ridicolo. Insieme a lui difendevano Scauro altri 5 avvocati di
    grido, tra i quali il celebre Quinto Ortensio e il tribuno Clodio e ben nove consolari come
    testimoni laudatores a difesa dell imputato, uno era addirittura Pompeo. Oltre agli avvocati
    infatti l’imputato poteva avvalersi di laudatores appunto, che ne facevano l’apologia con
    argomenti che talora erano semplici sviluppi di testimonianze in stile ornato. Cicerone
    sosterrà infatti che Scauro non aveva alcun interesse a fare avvelenare Bostare, perché non
    era il suo erede e non aveva nessun motivo di odio personale, mentre trova alla madre di
    quest’ultimo un movente che giustificherebbe l’avvelenamento del figlio; per quanto attiene
    alla seconda imputazione, sostiene che la moglie di Arine era vecchia e brutta quindi non si
    vedeva la smania di sedurla da parte di Scauro. Di ben altra importanza era invece il terzo
    reato addebitato all’ex propretore, accusato di malversazione nella sua amministrazione
    della Sardegna, con l esazione di tre decime: oltre a una decima normale e a una seconda
    straordinaria ma ugualmente legale, Scauro infatti ne impose una terza a suo esclusivo
    beneficio. Peccato che la confutazione dell’accusa più grave per i romani, quella appunto di
    aver ordinato le illegali esazioni di frumento (crimen frumentarium), non ci sia pervenuta.
    Ci è però pervenuta la parte in cui Cicerone si impegna com’è suo stile a lodare la
    specchiata onestà di Scauro (figlio di Cecilia Metella, moglie di Silla) e a insultare i suoi
    accusatori. Essi sono venuti dalla Sardegna convinti di intimorire e persuadere con il loro
    numero, ma non sanno neppure parlare la lingua latina e sono vestiti con le pelli (pelliti
    testes). Ma c è di più: per screditare i 120 testimoni sardi non esita a dipingerli come ladroni
    con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti, la cui vanità è così grande
    da indurli a credere che la libertà si distingua dalla servitù solo per la possibilità di mentire:
    la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai
    fenici e dai cartaginesi, guarda caso nemici storici dei Romani. Di qui l accusa più grave e
    insultante, oggi diremmo razzistica : Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena,
    quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse? (E allora, dal momento che nulla di
    puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia
    inacetita per tanti travasi?) Proprio per questo motivo l’appellativo afer è più volte usato
    come equivalente di sardus e l espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata
    dall’oratore romano per affermare che dai Fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi
    africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era
    ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma tanto che i
    sardi mescolati con sangue africano non strinsero mai con i Romani rapporti di amicizia né
    patti d’alleanza e che la Sardegna era l’unica provincia priva di città amiche del popolo
    romano e libere. A questo proposito però Cicerone innanzitutto dovrebbe mettersi d accordo
    con il suo compare Tito Livio che nelle sue storie (XXIII,40) ricorda città sarde socie di
    Roma devastate da Amsicora; in secondo luogo l’oratore romano ignora evidentemente che
    i Fenici arrivano in Sardegna intorno al IX secolo e che le popolazioni nuragiche nel
    mediterraneo occidentale erano giunte duemila anni prima della fondazione di Cartagine.
    Ma si tratta, si chiede lo storico Carta-Raspi nell’opera già citata, di artificio oratorio o
    ignoranza? Probabilmente dell’uno e della altra insieme. Fatto sta che Scauro fu assolto con
    62 voti a favore e con soli 8 voti contrari, furono screditati i testimoni sardi, fu infangata la
    memoria di Bostare e Arine, fu razzisticamente insultato l’intero popolo sardo e la sua
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  • Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e
    patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos Romane, memento
    (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et
    debellare superbos” (Occorre perdonare chi si sottomette ma distruggere chi resiste). Per
    cui, nonostante l’entusiastico giudizio di Tacito
    2
    Livius primus praeclarus in fidei” (Livio,
    primo fra tutti gli storici, è il più degno di fede) confermato indirettamente dal detto
    dantesco: “Livio che non erra”, occorre tener conto che “la critica moderna ha demolito
    questa fama immeritata… e chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane
    attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla”
    3
    : si esprime testualmente in questo modo il
    grande latinista Ettore Paratore.
    2.Cosa scrive Livio su Amsicora
    Ma ecco la pagina – tratta dal Libro XXIII, delle sue Storie – che parla di Amsicora. Riporto
    – per ovvi motivi – solo la traduzione in italiano. “Ormai i Sardi erano stanchi della lunga
    dominazione romana, oppressi da gravi tributi e da una sproporzionata prelevazione di
    grano, e chiedevano soltanto un capo su cui fare affidamento. Questo appello fu portato a
    Cartagine dai Sardi più eminenti: più di tutti sollecitava l’intervento Amsicora, “primo fra
    tutti i Sardi per autorità e ricchezze”. A Roma frattanto, il Senato decretava l’arruolamento
    di una legione da inviare in Sardegna al comando di Tito Manlio Torquato, che già aveva
    sconfitto i Sardi nel 235: il console, condotte le navi da guerra a Cagliari e armati anche i
    marinai, ricevette l’esercito «che presidiava l’Isola» e radunò così 22.000 fanti e 1.200
    cavalieri. Quindi marciò contro i nemici e pose il campo non lontano da quello di Amsicora.
    Questi si trovava presso i Sardi Pelliti per arruolarvi dei giovani, mentre suo figlio Iosto
    comandava l’accampamento: imbaldanzito dalla giovane età, costui attaccò
    sconsideratamente battaglia e venne sbaragliato e volto in fuga: 30.000 Sardi rimasero sul
    campo e circa 1.300 caddero prigionieri: il resto dell’esercito dapprima fuggì, vagando per i
    boschi e le campagne, poi, essendosi diffusa la notizia della fuga del capo, si concentrò
    nella città di Cornus, capoluogo della regione. Quella battaglia sarebbe stata decisiva «per i
    Romani» se non fosse giunta la flotta «cartaginese» di Asdrubale: Manlio accorse a
    Cagliari, dando ad Amsicora la possibilità di unirsi ai Punici. Asdrubale fece sbarcare le
    truppe e, al comando di Amsicora, l’esercito partì per devastare il territorio degli alleati di
    Roma. Sarebbe giunto fino a Cagliari se Manlio non avesse contrastato con l’esercito il suo
    sfrenato saccheggio. Dapprima i due schieramenti si tennero a distanza, quindi iniziarono le
    scaramucce e i piccoli scontri, infine si giunse alla vera battaglia, che durò quattro ore.
    Poiché i Sardi erano avvezzi ad essere facilmente battuti, furono i Punici che lottarono a
    lungo con esito incerto, ma quando la strage e la fuga dei Sardi fu completa, anch’essi
    vennero sbaragliati: furono circondati dall’ala dell’esercito romano che aveva messo in fuga
    i Sardi e allora la carneficina fu peggiore della battaglia. I nemici ebbero 22.000 morti,
    persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri fra Sardi e Punici: nel combattimento si
    comportò splendidamente il comandante Asdrubale, fatto prigioniero coi Cartaginesi
    Annone e Magone. Né i capi dei Sardi resero meno degna con la loro morte quella battaglia:
    Iosto infatti cadde sul campo e Amsicora, che fuggiva con pochi cavalieri quando seppe
    della strage e della morte di suo figlio, durante la notte, perché nessuno potesse
    impedirglielo, si diede la morte”. È questo il testo base sul quale storici antichi e moderni
    hanno costruito la figura di Amsicora.
    3.Le aporie e le contraddizioni di Tito Livio
    Storici antichi e moderni hanno costruito la figura di Amsicora sul testo di Tito Livio: da
    questo in sintesi emerge che: Amsicora era, allora, (tum) “auctoritate at opibus longe
    primus” (XXIII,32 ): di gran lunga primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezze. Il giudizio
    liviano porterà storici antichi e moderni a considerare Amsicora come il maggior
    rappresentante di quel ceto di latifondisti e proprietari terrieri dell’oristanese e di Cornus, la
  • capitale, “caput eius regionis”. Piero Meloni
    5
    nellasuaStoria della Sardegna romana lo
    definisce “Tra i più grandi latifondisti sardo-punici del basso Tirso”.
    Ci chiediamo: perché sardo-punico? La risposta che ci viene data è questa: la scelta
    filocartaginese era evidente sin dai primi anni della dominazione romana e soprattutto con
    la guerra del 215 quando assistiamo appunto – sempre secondo il Meloni – alla piena
    identificazione con i ruoli e i destini dell’aristocrazia punica da parte dell’aristocrazia
    locale.
    Dunque Amsicora apparterrebbe all’aristocrazia punicizzata e sarebbe “punicizzato” non
    solo per interessi ma per cultura e sentimenti. Tanto che molti Sardi delle pianure e delle
    coste, legati al carro degli interessi cartaginesi si difenderanno dagli attacchi degli indigeni
    dell’interno al fine di assicurarsi un pacifico sviluppo con numerose posizioni fortificate,
    già nella prima metà del secolo V: a Ozieri come a Pozzomaggiore, a Bultei come a
    Bolotana, ad Abbasanta, a Tadasuni e addirittura nelle campagne di Gavoi, Aritzo, Lanusei,
    Perdasdefogu: così almeno secondo Ferruccio Barrecca
    6
    cheaquestopropositoparladi
    rinvenimenti di monete singole o in gruzzolo. Ciò detto, rimando per adesso
    l’interpretazione di “auctoritate” e analizzo le aporie e le contraddizioni – a nostro parere –
    contenute nella pagina liviana: “Iosto, figlio di Amsicora, mentre il padre si trovava presso
    i Sardi Pelliti, preso dalla baldanza giovanile avrebbe attaccato sconsideratamente i
    Romani e sarebbe stato sconfitto e ucciso, volto in fuga l’esercito dei Sardi con 30.000
    morti e 1.300 prigionieri.”
    Dopo tale colossale disfatta inflitta ai Sardi il console Tito Manlio Torquato invece di
    inseguire il resto dell’esercito e occupare Cornus – aveva ben quattro legioni! – volge le
    spalle al nemico e si trincera a Cagliari. A questo proposito c’è da chiedersi – come si
    domanda il Carta Raspi
    7
    inStoria della Sardegna –: “Perché Manlio non attacca i
    Cartaginesi che sbarcavano non lontano dagli accampamenti romani con circa 10.000 fanti
    e alcune centinaia di cavalieri mentre il console romano aveva il doppio di effettivi: 22.000
    fanti e 1.200 cavalieri?”
    Nella seconda battaglia, svoltasi pare, nei pressi di Assemini, dopo la morte di Iosto, i Sardi
    e i Cartaginesi ebbero 12.000 morti, persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri. Sempre,
    naturalmente secondo Livio o meglio – in questo caso – secondo Valerio Anziate, da cui
    pare, abbia attinto i dati. E Amsicora, quando seppe della morte del figlio si sarebbe ucciso.
    “Duodecim milia hostium caesa Sardorum simul Poenorum, ferme tria milia et septingenti
    capti et signa militaria septe et viginti… et Hamsicora cum paucibus equitibus fugiens, et
    super adflictas res necem quoque filii audivit, nocte, ne cuius interventus coepta impediret,
    mortem sibi conscivit” (Ab Urbe condita,XXIII, 40, 9).
    Dopo tale vittoria Manlio Torquato – che a parere di Teodor Mommsen
    8
    inStoria di Roma
    antica: “Distrusse interamente l’esercito sbarcato dei Cartaginesi e conservò di nuovo ai
    Romani l’incontrastato possesso dell’Isola – trionfante, parte per Roma a portarvi il lieto
    annuncio della Sardegna “vinta e domata per sempre”. Dopo poco più di 30 anni – è lo
    stesso Livio a dircelo – questa Sardegna “vinta e domata per sempre” insorge di nuovo: “In
    Sardinia magnum tumultum esse cognitum est… Ilienses adiunctis Balanorum auxiliis
    pacatam provinciam invaserant…” .
    Evidentemente era stata “conquistata ma non convinta né domata” – intendendo per
    Sardegna, la regione della montagna, “perché questa fu la ribelle… con i fierissimi Iliesi e
    Balari” almeno secondo Salvatore Merche
    9
    , storico sardo dell’inizio del ‘900. Nel 181 a.c la
    ribellione sarà duramente repressa dal pretore Marco Pinario Rusca. Nuovi movimenti di
    rivolta ci saranno nel 178, con massicci interventi militari romani. Il pretore Tito Ebuzio
    invierà al Senato romano il figlio comunicando che in Sardegna vi erano grandi rivolte. Gli
    Iliesi con l’aiuto dei Balari avevano attaccato la Provincia, la zona controllata da Roma – e
    i Romani non potevano opporre resistenza perché le truppe erano colpite da una grave
    epidemia, forse la malaria.
  • Nel 177 e 176 nuove e potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare
    sotto il comando del console Tiberio Sempronio Gracco – lo stesso console della conquista
    romana del 238-237 – due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10
    quinquiremi cui si associeranno altri 12.000 fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini.
    Commenta Salvatore Merche nell’opera citata
    10
    : “La grandezza di questa spedizione
    militare e lo sgomento prodotto nell’urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli
    della montagna, dimostra quanto questi fossero terribili e temuti, anche dalla potenza
    romana, quando si sollevavano in armi. Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile
    impressione e i ricordi delle guerre precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle
    quali i Romani avevano dovuto constatare d’aver combattuto con un popolo d’eroi, disposti
    a farsi ammazzare ma non a cedere”. Alla fine dei due anni di guerra -– ne furono uccisi 12
    mila nel 177 e 15 mila nel 176 – , nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai
    vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del
    console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la
    Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le
    cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli
    riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma
    14 trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
    Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono” il mercato degli stessi
    nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio “Sardi venales”:
    Sardi da vendere a basso prezzo.
    Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di Sempronio
    Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162. Non possediamo – perché andate perse le Deche
    di Tito Livio successive al 167 – sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno:
    sempre causate dalla fiscalità esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel
    sangue. Così ci saranno ulteriori guerre nel 126 e 122: tanto che l’8 Dicembre di quest’anno
    viene celebrato a Roma il trionfo “ex Sardinia“ di Lucio Aurelio; nel 115-111, con il trionfo
    il 15 luglio di quest’anno di Marco Cecilio Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine
    nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l’ultima ribellione organizzata che le fonti ci
    tramandano, ma non sicuramente l’ultima resistenza che i sardi opposero ai romani.
    Lo stesso Livio – che scriveva alla fine del I secolo a.c. affermerà – soprattutto a proposito
    degli Iliesi – che si tratta di “gente ne nunc quidem omni parte pacata”. Il che trova
    conferma in un passo di Diodoro Siculo
    11
    , da riportarsi a questo stesso periodo, secondo il
    quale gli abitanti delle zone montuose sarde, ai suoi tempi: “Ancora hanno mantenuto la
    libertà”. Altro che Sardegna pacificata o sardi “avvezzi ad essere battuti facilmente” (facile
    vinci) come sostiene Livio!
    4.Ancora sulle mille contraddizioni delle fonti storiche su Amsicora.
    I Sardi – secondo Tito Livio – erano avvezzi ad essere facilmente battuti. Ma come fa a
    sostenere ciò? A parte quanto succederà dopo il 215 – e che ho testé documentato – non
    conosce forse lo storico romano quanto è successo prima, dal 238 almeno?
    Fin dal 236 infatti, due anni dopo la conquista da parte romana del centro sardo-punico
    della Sardegna, i romani – come annota brevemente Giovanni Zonara
    12
    , risalendo a Dione
    Cassio – condussero operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi.
    Nel 235, sobillati – a parere di Zonara – dai Cartaginesi che “agivano segretamente” i
    Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato – lo stesso console che
    sarà scelto per combattere Amsicora – che celebrerà il trionfo sui sardi, il 10 marzo del
    234, come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse
    dal console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il primo aprile del 233. Nel 232 sarà
    il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il 15 trionfo celebrandolo il
    15 Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave
    situazione di pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da
  • Marco Pomponio Matone, contro i sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che
    i risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di
    sua iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e
    con una corona di mirto anziché di alloro. In questa circostanza il console Matone – la
    testimonianza è sempre di Zonara – chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti nella
    ricerca dell’uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e
    difficilmente accessibili infliggevano dure perdite ai Romani.
    Nel 226 e 225 si verificherà una recrudescenza dei moti, ma ormai – come sottolinea
    Meloni nell’opera già citata – “Roma è intenzionata fortemente al dominio del
    Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva
    importanza” e l’Isola unita con la Corsica – come la Sicilia – dopo il 227 ha avuto la forma
    giuridica di Provincia con l’invio di due pretori per governarla. Livio parla di “Sociorum
    populi romani” (alleati di Roma) e in un altro passo di “Comunità sarde, amiche di Roma
    che contribuirono «benigne» con tributi e con la decima, visto che non si poteva pagare il
    soldo ai militari né distribuire viveri”. Ma a chi allude? Ma non è lui stesso, in altri passi
    delle sue “Storie” a sostenere che le popolazioni vennero multate per aver partecipato al
    conflitto? Obbligate a pagare gravi tributi in denaro e frumento? E non in base alle
    possibilità contributive ma semplicemente per aver partecipato alla rivolta a fianco di Iosto
    e Amsicora? La verità è che in Sardegna non esistevano popolazioni amiche dei Romani:
    del resto è lo stesso Cicerone
    13
    a confermarlo nell’Orazione “Pro Scauro” in cui afferma che
    non vi era fino a quel tempo, il 215, in Sardegna neppure una città amica dei Romani:
    “…quae est enim praeter Sardiniam provinciam, quae nullam habeat amicam populo romano
    ac liberam civitatem?”
    Livio parla di Iosto ucciso in battaglia, Silio Italico
    14
    scrivechefuuccisodalpoetalatino
    Ennio
    15
    . Questi nella sua opera “Annales” non fa neppure cenno a questo episodio.
    Tenuto conto di tutte le contraddizioni presenti nel testo dello storico romano –
    probabilmente spiegabili con il fatto che Livio scrive di questi avvenimenti più di 200 anni
    dopo sulla base magari dei resoconti degli stessi consoli interessati a inghirlandarsi con
    trionfi e vittorie o di storici non proprio veritieri come Valerio Anziate
    16
    , occorre affermare
    comunque che anche per lo storico latino, Amsicora era un sardo.
    Solo il Pais
    17
    , fra gli storici afferma che era cartaginese. Non si spiegherebbe infatti il nome,
    che di fenicio non ha neppure l’ombra, come del resto quello del figlio Iosto. Entrambi i
    nomi infatti sono di origine anatolica e quello di Amsicora (Hamsagoras) forse teoforo o
    dovuto a pregi fisici e spirituali. Secondo Barrecca
    18
    – nell’opera già citata – nel suo nome
    non vi è alcun carattere semitico, vi è anzi un’analogia indiscutibile con l’idronomo libico,
    Hamsagora, ma potrebbe anche trattarsi di un fenomeno dovuto al sostrato linguistico
    protosardo, ma per nulla rivelatore di un’ascendenza africana del personaggio.
    Si dirà comunque che era un sardo-cartaginese per i suoi interessi di grande latifondista,
    integrato nell’aristocrazia punicizzata. Insomma una sorta di ascaro. Ma come spiegare in
    questo caso la sua “auctoritate”, il suo prestigio che si estendeva oltre il suo territorio di
    Cornus e dell’oristanese, presso altre genti e città e persino presso le popolazioni nuragiche?
    E a questa “auctoritate” che carica corrispondeva? Dobbiamo accettare l’ipotesi di Carta-
    Raspi
    19
    – nell’opera citata- secondo cuiera “Giudice di Cornusavendo il comando militare
    e politico civile”? Secondo lo storico sardo infatti la più alta magistratura della città di
    Cornus era quella dei Giudici, corrispondente all’arconte greco o al console romano o al
    sufeto delle città fenicie. I “principes” liviani – tradotti genericamente come «più eminenti»
    costituirebbero il Senato e Amsicora proprio quell’anno – indicato dal “tum” (allora) di
    Livio, nel 215, sarebbe stato eletto giudice, esplicando la duplice funzione di comandante
    militare e politico che nel mondo antico troviamo per un breve periodo presso il popolo
    ebraico: dalla morte di Giosuè nel secolo XIII agli inizi della monarchia nel secolo XI con il
    re Saul
    20
    . Senza quest’autorità ma soprattutto senza un prestigio anche presso i Sardi Pelliti
    come avrebbe potuto recarsi presso di loro per chiedere e sollecitare il loro aiuto nella
  • guerra contro Roma? (Hamsicora tum forte profectus erat in Pellitos Sardos ad iuventutem
    armandam; quas copias augeret… Ab Urbe condita, XXIII, 40). Ma soprattutto: come
    sarebbe potuto riuscire a far intervenire nella guerra le tribù della montagna dell’interno?
    Non si tratta forse degli stessi sardi che intorno alla metà del VI secolo avevano lanciato
    una grande offensiva contro i Cartaginesi, fino a distruggere la fortezza di Monte Sirai? Non
    erano gli stessi indigeni dell’interno che nel decennio 545-535 si erano scontrati con Malco,
    il generale e re guerriero cartaginese, sconfiggendolo sonoramente e più volte tanto da far
    dire a Iustino
    21
    -ciricordaLillíu
    22
    cheiCartaginesi:“Amissamaioreexercituparte,gravi
    proelio victi sunt: iterum infelicius victi sunt.” (Persa la gran parte dell’esercito, vengono
    sconfitti sonoramente e più volte).
     
    5.Ma chi era Amsicora? Alcune risposte.
    Per Ferruccio Barreca, il più grande studioso sardo del periodo cartaginese, Amsicora è
    stato un eroe fra la storia e il mito, per di più conosciuto attraverso la lente deformata dei
    suoi nemici, un sardo punicizzato, forse un sufeta, ma sicuramente il capo della delegazione
    dei maggiorenti partita a Cartagine nell’inverno del 216 a.C.; un sardo ben introdotto nel
    mondo punico ma non per questo punicizzato.
    Per altri – come Camillo Bellieni, uno dei fondatori del Partito sardo d’Azione – è un
    punico con sentimenti barbaricini.
    Per un altro grande storico sardo, Attilio Mastino, Amsicora appartiene a una famiglia
    sardo-libica, immigrata in Sardegna da molto tempo e completamente sardizzata. Egli è un
    uomo con un ruolo extramagistraturale, ovvero dux sardorum,e il fatto che la carica non
    passi a un altro maggiorente sardo ma al figlio, ci ricorda i sovrani della Numidia.
    Sia come sia, Amsicora rappresenta sicuramente un sardo “moderno” dei tempi antichi. Un
    sardo che allora riusciva a confrontarsi con altre potenze e civiltà. Un sardo, punto di
    incontro e di sintesi sarda di culture differenti, capace di avere una visione politica, non solo
    tribale e locale, ma più ampia e nazionale. Un uomo di concordia e di mediazione delle
    forze, dei sentimenti e delle differenze dell’isola, che in questo modo rielaborate,
    costituivano una ricchezza e non una debolezza del suo popolo, nonostante la forza di un
    impero come quello romano.
    6.Amsicora secondo Ferruccio Barreca.
    A delineare in modo preciso la figura di Amsicora è Ferruccio Barreca, – su ricordato – in
    una relazione – di cui riportiamo ampi stralci: “[…] Ampsicora noi lo conosciamo attraverso
    quello che hanno detti i suoi nemici. Intanto, diciamo così, proprio i Romani. Se non ci
    fossero le testimonianze dei Romani, purtroppo, non ne sapremmo niente. Non ne
    conosciamo certo la tomba; si è sempre sperato, desiderato, anzi, di trovare la tomba di
    Ampsicora e ho paura che sia una speranza che resterà sempre delusa. Ampsicora, ormai
    dopo gli studi fatti, si è capito che non deve essere nemmeno sepolto nel territorio di
    Cuglieri. Ampsicora è morto lontano da Cuglieri, lontano dalla sua terra natale. Anche se
    sembra avesse una visione larga della sua terra natale, non era strettamente legato ad un
    ambito tribale. Certamente no. Morto lontano, pare sia morto tra Sardara e Sanluri… Quindi
    niente tomba. Sentiamo la parola dei suoi nemici, nemici che poi in fin dei conti hanno
    riconosciuto la grandezza morale di questo personaggio. Livio cosa ci dice? Che nel 215,
    quando i Sardi hanno tentato una riscossa a favore dei Cartaginesi, contro il dominio
    Romano, questo tentativo di insurrezione avviene, purtroppo poi fallisce, ed ha due
    protagonisti: uno è un cartaginese Annone, l’altro è Ampsicora e Livio ci dice che
    Ampsicora era di gran lunga il più prestigioso ed il più ricco dei capi, diremo meglio, dei
    principi. Probabilmente i Cartaginesi lo avranno chiamato un “Raab”, un capo, e il più
    prestigioso e il più ricco era lui fra tutti quelli della Sardegna, della Sardegna punica,
    ovviamente. Questa è la definizione. Cosa si può riuscire a capire? Ampsicora agisce
    chiaramente nell’area cornuense, nell’area oristanese. Intanto cominciamo, quindi, con
  • l’escludere la provincia di Cagliari. Cornus è detta la capitale, il capoluogo, meglio, della
    zona, della regione; Cornus è senza dubbio il punto focale a cui fanno riferimento gli
    insorti. La insurrezione prende le mosse da Cornus. È dunque un personaggio estremamente
    in vista dell’oristanese e dell’area cornuense. Questo personaggio, appunto perché
    appartiene a quest’area, possiamo esser certi, che la sua ricchezza l’avesse fondata
    sull’attività agricola e commerciale. L’attività mineraria qui non poteva essere una grande
    risorsa, se pure ci sarà stato qualcosa nell’estremo Sud, dalla parte più che altro di Neapolis.
    Quindi il Nord dell’iglesiente è già fuori. Dunque è un proprietario di terreni sfruttati a
    scopo agricolo. Certamente si tratta di un commerciante di prodotti agricoli. È un
    agricoltore che avrà commerciato, avrà forse anche esportato facendo imbarcare i prodotti
    dei suoi terreni nelle zone portuali dell’oristanese, pensiamo a Cornus stessa, pensiamo a
    Tharros, ad Othoca. Si muove nell’ambiente oristanese, e ovviamente si capisce che è un
    oristanese costiero, appunto. Le risorse agricole vengono specialmente dalla zona costiera,
    dalla parte oristanese bassa, l’estrema valle del Tirso, e quindi noi lo vediamo naturalmente
    come inserito in quell’ambiente etnico e culturale sardo che era strettamente a contatto con
    l’ambiente cartaginese e il Campidano di Oristano, profondamente colonizzato dai
    Cartaginesi, in parte dai Fenici prima. Noi ci rendiamo subito conto che la cultura fenicio-
    punita era una componente essenziale della figura di Ampsicora. Però ricordiamo che non
    era un colono o un discendente di coloni punici. Nulla ci autorizza a pensarlo. Il suo nome
    Ampsicora, nella radice amps, ci rivela chiaramente un legame col Nord Africa. Però quale
    Nord Africa? Non è il Nord Africa semitico. Amps è la radice da cui deriva il nome di un
    fiume del Nord Africa, 1’Ampsaga. L’Ampsaga è quindi un toponimo, anzi è un idronomo.
    Gli idronimi sono tra i toponomi i più antichi, quelli che mantengono di più il ricordo delle
    popolazioni originarie di una regione. E allora può essere anche un etnico del Nord Africa
    presemitico. Il Nord Africa mediterraneo, cioè come noi lo chiamiamo, berbero, se
    vogliamo, chiamiamolo così, libico. Ma pensare che il nome libico più antico sia dovuto ad
    una immigrazione dal Nord Africa avvenuta chissà quando è un po’ come voler forzare la
    storia. I nomi mediterranei in Sardegna, i nomi che sono strettamente apparentati col mondo
    berbero, libico, come vogliamo chiamarli, sono nomi “protosardi”. I nuragici parlavano un
    linguaggio che, mi dispiace dirlo, non era l’etrusco. Era un linguaggio di substrato rispetto
    allo strato linguistico semitico da un lato portato dai fenici e dai cartaginesi, indoeuropeo
    dall’altro, quello che sarà portato dai romani. Dunque, ecco che questo nome di Ampsicora
    rivela l’origine protosarda, nuragica, della famiglia di Ampsicora. È un nome locale,
    indigeno. Era un protosardo che però viveva nell’area intensamente permeata di cultura
    semitica, grazie a quella colonizzazione capillare realizzata da Cartagine fin dagli inizi del
    suo dominio sulla Sardegna. Fin dalla fine del VI secolo coloni cartaginesi erano sparsi
    nella regione ubbidendo a dettami di una sana economia e vivevano nel terreno di cui
    attendevano i frutti per il loro benessere. Non vivevano nella città, ma vi si recavano
    saltuariamente. I dettami dell’economia agricola cartaginese imponevano che i proprietari
    vivessero sul terreno. E allora questi coloni sparsi sul territorio, sia pure all’ombra delle
    fortezze dove le guarnigioni cartaginesi vigilavano, non solamente sullo sfruttamento
    economico delle risorse sarde, ma anche sull’incolumità, ovviamente, dei loro coloni…
    Ampsicora è un sardo-punico perché si è integrato. È un agricoltore di grande possibilità.
    Avrà avuto certamente molti uomini alle sue dipendenze. Ci appare, quindi, veramente,
    questo “Raab” come lo avranno chiamato nella Sardegna punicizzata, questo “Raab” che,
    ecco, ci appare anche moralmente. Di Ampsicora si può analizzare anche la figura morale e
    non solamente quella storica ed etnica, perché in Ampsicora traspare chiaramente l’uomo di
    azione, senza dubbio, e non solamente il mercante preso dai suoi interessi, l’uomo che
    aveva degli orizzonti che andavano al di fuori di quello stretto degli interessi economici
    quale poteva avere un proprietario terriero.
    Lo vediamo non solo a capo degli insorti nel 215, ma lo vediamo ambasciatore della propria
    corrente politica, presso i protosardi nell’interno della montagna: i sardi Pelliti. Si muove
  • lui; va a convincerli perché vengano ad aiutare la causa sardo-punica. Quindi è uomo che
    era pronto ad impugnare le armi, sia ad usare la propria eloquenza a favore delle proprie
    idee. Personaggio, quindi, complesso, che deve giustamente essere considerato l’esponente,
    insieme con Iosto, della nazione sarda nell’antichità. Questo personaggio rivela un’altra
    cosa: rivela il suo carattere sardo nel voler convincere altri ambienti sardi, le tribù interne,
    della bontà della causa e quindi della necessità di seguirlo. Ha dimostrato di aver fiducia
    nella gente dell’isola. Non si è appoggiato solo al sostegno, al supporto militare dei
    cartaginesi, ma ha voluto cercare di estendere il supporto locale, il supporto indigeno. Che
    poi la sua fiducia, purtroppo, l’abbia deluso e che la sua impresa abbia avuto una tragica
    conclusione, è un’altra faccenda. Ha avuto questa fiducia. Ed è passato alla storia in una
    maniera singolare. La leggenda storiografica romana addirittura ha voluto legare il nome
    del figlio di Ampsicora, di Iosto, al poeta Ennio. Ma noi riteniamo che sia una leggenda, per
    non dire una favola. Però senza dubbio, questa figura, come si diceva anche in principio, ha
    un suo aspetto particolare. È circonfusa di quell’alone suggestivo, non mi piace dire
    romantico, che circonda sempre gli individui che soccombono nella lotta per i loro obiettivi.
    Cioè l’alone che si trova sempre attorno al combattente che muore in uno sforzo di
    sfortunato valore. Lo sfortunato valore che per chi ha un minimo di sensibilità umana e
    civile riscuote sempre rispetto, riscuote simpatia. Ecco perché attorno ad Ampsicora io
    ritengo che, giustamente, si è formata quella leggenda che ha animato per tanto tempo gli
    orientamenti culturali locali. I sardi hanno sempre riconosciuto in Ampsicora questa figura.
    Solo adesso, stranamente, voci continentali, grazie al cielo, parlano di una figura che si
    muoveva per gretti interessi economici, una figura ambigua: non vedo il perché! Altri e
    questi in Sardegna, lo hanno definito un collaborazionista. Ohimè! Strano. Intanto io direi
    che bisogna sempre cercare di evitare di mischiare il presente con il passato.
    Collaborazionista è un termine recentissimo. Purtroppo l’abbiamo conosciuto. Sappiamo
    come è nato. Ma il collaborazionista chi è in sostanza? È un esponente di un determinato
    gruppo etnico il quale, in un momento eccezionale di invasione, di occupazione del suo
    territorio da parte di un altro popolo straniero, decide da un momento all’altro di dare la
    propria collaborazione, di lavorare, combattere per quel popolo che viene da fuori, col quale
    non ha nulla a che vedere etnicamente, culturalmente. Il personaggio Ampsicora è il
    rovescio del collaborazionista, perché, è l’espressione di 600 anni, sei secoli; diciamo,
    specialmente noi studiosi, archeologi, siamo abituati a considerare così, come noccioline i
    secoli, ma sei secoli vogliono dire 600 anni. Oh!, amici miei, 600 anni fa pressappoco
    viveva Petrarca, ne è passato di tempo, di esperienze. Quante stratificazioni etniche,
    culturali si sono succedute! Non possiamo pensare che questi, così, dall’oggi al domani si
    siano messi a collaborare con Cartagine per i propri interessi economici o perché gli
    piaceva. Ma Ampsicora doveva sentirsi praticamente, profondamente immerso nel mondo
    punico, sardo-punico, nel mondo della Sardegna punica. Questa è una mia opinione
    personale. Chiamiamolo non sardo-punico, ma sardo integrato nel mondo punico.
    Ampsicora è integrato, ricordiamoci, non acculturato. Altro errore, altra leggenda da
    sfatare! Noi sappiamo bene che differenza passa fra la culturazione o acculturamento e
    l’integrazione. L’acculturamento che cosa è? È dove due popoli si incontrano, di cultura, di
    tradizioni completamente diverse. È uno dei due che impone tutta la propria civiltà all’altro,
    senza che l’altro gli dia nulla. Ma un popolo come il popolo “protosardo”, ha alle sue spalle
    millenni. Ecco le nostre colleghe archeologhe ci hanno parlato della civiltà di millenni
    prima che arrivasse la civiltà dei cartaginesi e dei fenici; di un popolo che ha alle proprie
    spalle millenni di civiltà. Un popolo che, lo abbiamo visto, in quell’epoca così remota, già
    conosceva e utilizzava dei giacimenti di argento. Anche questa è una cosa da tener presente.
    Aveva preso contatto con altri popoli esterni, i quali molto prima dei fenici erano venuti,
    avevano stabilito degli scali commerciali sulle coste sarde e avevano portato fermenti
    culturali oltre che etnici nuovi. Ora questo popolo che arriva a creare il nuraghe, un popolo
    che poi, quando arrivano i Romani, per 127 anni combatte contro questi nuovi venuti,
  • perché non se la sente di accettarne la mentalità, perché ha già una sua mentalità, ha già una
    sua civiltà. Io non credo che i sardi si fossero lasciati acculturare. Se noi andiamo ad Antas
    troviamo il culto protosardo di “Gabbai” che sopravvive quando arrivano i cartaginesi; lo
    interpretano come il culto di Sid, ma non se la sentono di abolire il nome di `Gabbai” che
    continua. Sopravvive ad Antas come “Sid el Gabbai“, a San Nicolò Gerrei come As
    Mummer. È la stessa cosa, è vero, sopravvive attraverso tutta la fase punica, arriva fino
    all’età dei Romani, ancora tanto vivo e vitale che i Romani, i quali, ovviamente, hanno
    cancellato il nome semitico di Sid Al e hanno conservato il nome di “Babbai”, non solo,
    l’hanno chiamato “Sardus”, ma “Sardus Pater Babbai”. Sentivano che era un dio sardo,
    vivo e vitale. E allora ecco che noi vediamo che questa civiltà protosarda ha reagito. Si è
    scontrata prima, si è poi incontrata, confrontata e fusa con un’altra civiltà, dando loro una
    civiltà nuova che è quella sardo-punica. Questa civiltà sardo-punica ha dato come massimo
    esponente proprio Ampsicora. Vedete che è poco ed è molto. Abbiamo cercato di scendere
    nella sua anima, dietro questo nome così strano che in più è stranamente deformato, per
    semplificarlo. Forse riesce scomodo a qualcuno, lo chiamano infatti Amsicora, facendo
    cadere quella “p” che invece è parte integrante del nome. Ecco cosa c’è dietro Ampsicora.
    Ecco da quale humus è nato questo virgulto vigoroso e quale può essere. Ha avuto una
    grande coerenza fino all’ultimo, anche quando vede che tutto è perduto. Hanno pagato di
    persona sia lui che il figlio, hanno pagato di persona il fatto di avere quella volontà,
    quell’orientamento politico. Hanno fatto una scelta politica. Quando vede che tutto è
    perduto preferisce uccidersi. Avrebbero potuto facilmente fuggire, prendere una delle navi
    che certamente gli amici punici delle città costiere gli avrebbero fornito. Se ne sarebbe
    andato tranquillamente, ma invece no: il suo miraggio è finito, ed egli non vuole accettare la
    sconfitta, non vuole accettare il dolore di aver perso il figlio, e si uccide. Ecco chi è
    Ampsicora […]”
    23
    .
    7.Amsicora? Probabilmente il primo grande autonomista della storia sarda.
    I protosardi, dietro la spinta del pericolo cartaginese si organizzano. A parere di Lillíu
    24
    passerebbero da forme organizzative “cantonali” a una struttura “nazionale”: la loro
    resistenza comunque fu stroncata e così vengono sospinti dalle pianure e dalle colline nelle
    zone montagnose dell’interno, solitarie, sterili e disperate. L’abbandono forzato di terre che
    la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti di ogni genere e fonte di
    benessere materiale e civile provocò una cesura culturale – ci ricorda Lillìu
    25
    –unacrisidi
    civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica “dalle belle pianure iolaee” (in
    Diodoro Siculo, IV, 29, 3; V, 15) verso le caverne e i boschi paurosi del centro montano non
    fu soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulli perseguiti come vinti dal vincitore
    straniero e sospinti verso un carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento
    naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di una intera civiltà protesa in uno
    sforzo decisivo e vincente.“Fu pure incrinata la compattezza etnico-sociale dei Sardi della
    civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica. Da una parte l’Isola montana
    dei Sardi,- ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori – continuò
    ad esprimere una cultura genuina e autentica di pastori, per quanto impoverita e decadente;
    dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori, diventati collaborazionisti, per calcolo o
    per paura, degradati al livello di servi della gleba, confusero il loro sangue e la loro civiltà
    mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri, del comune padrone cartaginese.
    I primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore
    e aumentarne l’insaziabile brama di potere”
    26
    . Se le cose stanno così, come la bella prosa
    storica di Lilliu descrive, perché i Sardi della montagna, internati dai Cartaginesi avrebbero
    dovuto seguire e aiutare un sardocartaginese, ovvero un collaborazionista e un ascaro? Per
    evitare un imperialismo, sicuramente più brutale, più oppressivo e più devastante come
    quello romano?
  • Perché Amsicora e gli altri “principes” di Cornus e delle altre città sardo-puniche arrivano a
    una trattativa e a un compromesso con i capi barbaricini in base al quale s’impegnano a
    garantire ai Sardi Pelliti e alla Barbagia autonomia e autogoverno, facendone una sorta di
    enclave dentro l’impero cartaginese? Può darsi: i Cartaginesi e non sicuramente i Romani –
    interessati solo a dominare e sottomettere i popoli – avrebbero potuto permettere ai
    Barbaricini un’Autonomia, se così fosse dovremmo considerare Amsicora il primo grande
    sardo Autonomista della storia.
    8.Forse un grande leader barbaricino che tentò la liberazione della Sardegna
    dall’occupazione romana.
    Ma perché escludere anche un’altra ipotesi, ovvero che Amsicora fosse finalmente – dopo
    invasioni e dominazioni e conseguenti divisioni dei Sardi – il leader in grado di unire e
    riunificare tutti i Sardi a fronte del pericolo mortale – per la popolazione e la civiltà sarda –
    dei Romani? Lui, non solo sardo verace – come abbiamo già visto – ma addirittura
    barbaricino come ci testimonia Silio Italico
    27
    secondocuiAmsicorasigloriavadiessere
    iliense, discendente dei coloni venuti da Troia e quindi un montanaro del più nobile sangue
    e assai coraggioso e fiero? Versione questa di Silio Italico, ma fatta propria da uno storico
    sardo del 1600, Giovanni Proto Arca di Bitti
    28
    che chiama Amsicora “dux barbaricinorum”?
    (Erat dux Barbaricinorum Hampsagoras et eius filius Oscus ex Barbaricinis ambo, quibus se
    iunxerant Balari, ceu Iberi, quos diximus fuisse Hispanos; qui fortiter ad proelium instructi
    lacessebant Torquatum, vel potius illudebant de suo se Troiano genere gloriando…). Del
    resto, Amsicora, fin dal tempo di Cicerone non è stato sempre raffigurato con tanto di barba,
    pugnale e mastruca, tipico dei Sardi Pelliti?
    9.Amsicora nell’immaginario collettivo degli artisti
    È un caso che nell’immaginario collettivo soprattutto degli artisti e dei poeti sardi venga
    considerato come un eroe sardo che difende la Sardegna contro il romano invasore, vero e
    proprio lupo e cane famelico (lupu e catteddu famidu), bardaneris, distruttori, seminatori di
    guerra, rovine flagelli e morti? Mi riferisco in modo particolare al suggestivo poema epico
    di Salvatore Lay-Deidda
    29
    desulese,pastorelloneimontidelGennargentufinoa18anni,
    ordinato sacerdote nel 1947 e colto dalla morte, giovanissimo, a soli 30 anni. Nel Poema,
    vero e proprio poema epico nazionale sardo, intitolato e dedicato ad Amsicora, Lay-Deidda
    lo idealizza e ne fa un eroe nazionale, innamorato della sua terra, guida dei Sardi Pelliti,
    Amsicora, su nobile regente/ De s’alma Gennargenzia fiera”, che chiama a raccolta tutti i
    Sardi, delle pianure e delle montagne, per opporsi, in un ultimo e disperato tentativo, al
    brutale e definitivo dominio romano, rivendicando l’indipendenza e l’orgoglio nazionale,
    come canta in questa bella ottava
    30
    il poeta desulese:
    A Titu nara: «Roma a sos Romanos,
    A sos Tyros sa Tyra Karchedones,
    Sa Sardigna a sos Sardos! Turpes manos
    non turbent sas anzenas possessiones
    Su Logudoro cun sos Campidanos
    Non connoschent né Titos né Magones
    Sa Sardigna est una: suos fizos
    Sunt sos Sardos, pro vois in fastizzos»
    E prima di Salvatore Lay-Deidda, un suo compaesano, Antioco Casula
    31
    , più noto con il
    popolare pseudonimo di Montanaru, considerato dalla critica il più grande poeta sardo in
    limba, dedica un’Ode ad Amsicora, considerato eroe della sarda libertà che risplende come
    il sole non oscurato da nubi. Nella fantasia di Montanaru Amsicora viene immaginato come
    gran ribelle e dall’animo indomito: sfortunato eroe di una santa causa, che preferisce la
    morte piuttosto che la schiavitù sotto i romani.
  • Pro Amsicora
    Beni, ispiritu antigu, beni tue
    eroe de sa sarda libertade,
    chi pustis tantu currere d’edade
    risplendes che sole senza nue.
    Tue, mannu rebellu, anima rue
    de fronte a sa romana podestade
    sa morte hasa prefertu a s’amistade
    furistera. Nessunu ischit inue
    T’han seppellidu, eroe isfortunadu
    de una causa santa e tantos Sardos
    no ischini chi sias esistidu.
    Ma eo peso su cantu innamoradu
    pro te, cun versos duros, galiardos,
    comente duramente ses vividu.
    Su tempus senza pasu andat a fua
    che marettas marinas a curtura
    però sos veros Sardos in tristura
    vivene sempre. Est sa tristura tua,
    Eroe nostru, senza sepoltura
    in custa sarda terra dur’e crua
    chi sos mezzus allattat cun sa lua
    e dat a sos istranzos sa dulzura.
    Ma oe che Iosto, senza brigas,
    dogni giovanu avanzat temperadu
    a provas de trabagliu e d’amore.
    Non pius, o eroe, maleigas
    s’offesa antiga. Olvida su passadu
    e saluda su tempus benidore.
    S’istoria iscritta dae, sos binchidores
    non podet mai contare cosas zustas
    hat postu a banda sardos gherradores
    chi de esser eroes han dau sa mustra.
    Sos bentos de levante sunt boliande
    isettant su sinzale.
    Gherreri corazzosu e attriviu
    de sos Sardos pellitos cumandante
    contra a sos romanos accaniu
    ca fint in terra nostra dominande.
    Sos bentos de levante sunt boliande
    isettant su sinzale.
    Per ultimo accenno a un Gruppo musicale moderno
    32
    cheinunasuggestivaefelice
    contaminazione fra antico e moderno, musica rock e musica sarda, in un recente testo,
    dedicato proprio ad Amsicora così canta: Un eroe senza sepoltura, in questa nostra dura
    terra sarda che allatta gli uomini migliori – canta polemicamente il poeta desulese – con
    l’euforbia e regala dolcezza agli stranieri.
    Ma ecco l’ode35
    27
    Solo fantasie? Ma forse che l’Amsicora liviano non è ugualmente costruito e disegnato sulle
    fantasie dello storico latino tutto proteso a magnificare la stirpe romana, piegando a tale
  • filosofia dati, date e avvenimenti, come ormai ci risulta con certezza e come abbiamo
    cercato di argomentare?
    Paraulas sentias e versos tostos
    non podent cancellare sa memoria
    pro ammentare peri a fizos nostros
    chi su populu sardu hat un’istoria
    Sos bentos de levante sunt boliande
    isettant su sinzale.
    E si hamus perdiu una battallia
    semus galu in custa nostra terra
    non semus in chirca de medallia
    cherimus solu binchere sa gherra
    Sos bentos de levante sunt boliande
    isettant su sinzale.
    In Cornus ant accatau sa morte
    Iosto e Amsicora chin gloria
    pro issos terra amada e mala sorte
    cunsacrados los at a sa memoria.
    Sos bentos de levante sunt boliande
    isettant su sinzale.
    10. Alcune conclusioni finali e qualche ipotesi
    La storia e la figura di Amsicora, che noi conosciamo e che è stata costruita in buona
    sostanza basandosi sull’opera dello storico romano Tito Livio “Ab urbe condida, XXIII, 32
    non è assolutamente credibile. Il più grande latinista italiano, Ettore Paratore, nella sua
    monumentale Storia della Letteratura latina (Sansoni editore, pagina 455) scrive, in modo
    impietoso – ripetiamo che “chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane
    attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla”. Perché? Perché Livio intende la storia
    come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui – per
    esempio – il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella
    narrazione del periodo più arcaico. Livio è persuaso che quella di Roma fosse una storia
    provvidenziale, una specie di «storia sacra», quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da
    questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui
    la virtus romana abbia rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel proemio
    dell’opera Ab urbe condita dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano,
    provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno
    permettere che circondi le proprie origini col fascino della 28 sacralità e le attribuisca agli
    dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che, sebbene
    esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore Romolo, le
    nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si
    assoggettano al suo dominio”. Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi
    valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio
    populos, Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e
    del “Parcere subiectis et debellare superbis” (Occorre perdonare chi si sottomette e
    distruggere chi osa resistere). Livio scrive dunque una storia “ideologica”, senza alcun
    rigore storico, con svarioni colossali e immani contraddizioni che ho cercato di evidenziare
    nelle pagine precedenti: ricordo in modo particolare il suo giudizio sui Sardi “facile vinci
    (avvezzi ad essere facilmente battuti) e quello sulla Sardegna “sottomessa e pacificata” fin
    dal 238 a.C. quando invece sappiamo che ancora nel 104 a. C. (dunque ben 134 anni dopo
    la conquista) certo Tito Albucio avrebbe represso una ribellione dei Sardi e lo stesso Livio è
    costretto a prendere atto alla fine del 1° secolo a.C., che gli Iliesi sono gente “ne nunc
    quidem omni parte pacata” a conferma peraltro di quanto sosterrà Diodoro Siculo, che parla
  • dei Sardi delle montagne “che hanno ancora mantenuto la libertà”, e di quanto scriverà lo
    stesso Cicerone secondo il quale fino al 215 a.C. “non vi era in Sardegna neppure una città
    amica dei Romani”. Ricordo ancora che Livio – per sua stessa ammissione – si rifà, per
    quanto attiene ai fatti riguardanti Amsicora, a certo Valerio Anziate, storiografo romano
    vissuto nell’età di Silla (1° secolo a.c.) che godeva già presso gli storici antichi e ancor più
    oggi ne gode presso gli storici moderni, fama di grande falsario o comunque di faciloneria,
    mancanza di scrupoli ed esagerazioni. Tutto ciò per sostenere che occorre assolutamente
    rivedere e riscrivere la storia di Amsicora, come del resto l’intera storia della Sardegna,
    scritta dai vincitori e dunque ad usum delfini. Per quanto riguarda Amsicora io ho avanzato
    l’ipotesi che fosse o il primo grande autonomista della Sardegna o un vero e proprio eroe
    sardo che ha tentato di liberare l’Isola dal dominio e dall’oppressione romana. Certo si tratta
    solamente di ipotesi. Ma una cosa è certa: l’Amsicora liviano cui ci siamo finora abbeverati
    non regge, neppure come semplice ipotesi.
    Riferimenti bibliografici
    1. Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Inizio capitolo VIII.
    2. Tacito, Annales, IV, 34.
    3. Ettore Paratore, Storia della Letteratura latina, Sansoni ed., seconda edizione, Firenze
    1962, pag. 455.
    4. Piero Meloni, La Sardegna romana, Chiarella editore, Sassari 1990, pag.55.
    5. Piero Meloni, La Sardegna romana, op. cit., pag. 552.
    6. Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965.
    7. Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, ed. Mursia, Milano 1971.
    8. Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, vol.I, tomo I, Editore Sansoni, Firenze 1986,
    pag.143.
    9. Salvatore Merche, Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna, pag.26 segg.
    10. Salvatore Merche, op. cit. pag. 28.
    11. Diodoro Siculo (90 a.c.- 20 d.c.) Vive ai tempi di Cesare e nei primi anni di Augusto.
    Storico greco scrive in 40 libri la Biblioteca storica.
    12. Giovanni Zonara (1080-1118) storico e scrittore ecclesiastico bizantino, autore di
    un’opera Epitome storica che tratta dalle Origini alla morte di Alessio Commeno.
    13. Cicerone (106-43 a.c.) Parla della Sardegna – sempre in termini dispregiativi – in più
    opere, fra l’altro nell’orazione Pro Scauro. Diventerà la principale fonte per altri scrittori e
    storici che parleranno successivamente della Sardegna.
    14. Silio Italico (25-101 d.c.), poeta latino. La sua opera principale è il poema epico Punica
    in 17 libri e 12.200 versi. Tratta della 2° Guerra Punica: dall’assedio di Sagunto fino a
    Zama. Fu lui che attribuì al poeta Ennio la morte in duello di Iosto, il figlio di Amsicora.
    15. Ennio (239-169 a.c.), poeta latino, autore degli Annales, poema epico in 18 libri e in
    30.000 versi, per la gran parte andati persi in cui celebra la Storia di Roma dalle Origini ai
    suoi giorni, ispirati ad entusiastica ammirazione per l’espansionismo romano tanto da essere
    ammiratissimo da Cicerone.
    16. Valerio Anziate, storiografo romano vissuto nell’Età di Silla (!° secolo a.c.). Scrisse 75
    libri di Annales, quasi completamente perduti. Godeva già presso gli storici antichi e ancor
    più ne gode oggi presso gli storici moderni – fama di grande falsario o comunque di
    faciloneria, mancanza di scrupoli ed esagerazioni.
    17. Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, a cura di
    Attilio Mastino, Ilisso edizioni, Nuoro 1999.
    18. Barrecca, op. cit. pag.103.
    19. Carta-Raspi, op. cit. pag. 209.
    20. Bibbia (Libro dei Giudici), 1° e 2° libro di Samuele, 1° e 2° libro dei Re.
    21. Giustino, epitomatore delle Filippiche di Pompeo Trogo, vissuto fra la fine del secolo II
    e l’inizio del secolo III. Non era romano ma visse a Roma dove compì la sua opera. Dai 44
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    2.Il ruolo dei Romani in Sardegna
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    La Sardegna romana ( nutrite di uno spirito di fiera
    indipendenza politica che anche Cartagine era stata costretta a rispettare , non lasciarono
    mai le armi neppure quando la maggior parte delle province mediterranee erano state
    interamente pacificate.&-8
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  • [Eliseo Spiga,La Sardità come utopia- note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006
    pagine 228-229].
    3.Perché i romani costruiscono strade e ponti
    […] “Per meglio governare quel territorio secondo le proprie logiche di dominio furono
    costruite strade carrabili sui tracciati di quelle già realizzate dai Punici, che furono
    ampliamente collegate con nuove vie secondarie che penetravano nelle zone interne per
    meglio controllarle e gradualmente assoggettarle. Nei punti nevralgici che fungevano da
    cerniera fra i territori sottomessi e quelli ancora nelle mani dei ribelli resistenti, i Romani
    insediarono presidi nei quali stazionavano guarnigioni di soldati, a fare da argine alle
    scorrerie di quelli che chiamavano sardi pelliti, perché interamente vestiti di pelli, nelle
    pianure coltivate dai contadini assoggettati. Il sistema stradale che costruirono nell’Isola era
    certamente funzionale al più efficiente presidio militare nel territorio per meglio difenderlo
    dai nemici interni ed esterni e per consentire alle legioni di muoversi rapidamente per i loro
    interventi, ma era utile anche per agevolare i traffici delle merci e gli scambi commerciali,
    oltre che per connettere i vari centri abitati tra loro, diversi dei quali presero proprioio nome
    delle colonne miliarie romane, come gli odierni centri di Sestu, Quartu, Settimo, Decimo.
    Le eccellenti capacità ingegneristiche in loro possesso erano proficuamente impiegate per
    consolidare e perpetuale il processo di spoliazione di quel territorio che una volta
    conquistato doveva essere occupato in modo efficiente ed efficaci secondo le loro logiche
    predatorie.
    Infatti per meglio rendere efficiente il trasporto delle produzioni agricole da trasferire nei
    diversi porti per poi imbracarle sulle navi che poi avrebbero imbarcato quel bendidio nel
    continente, costruirono ponti per l’attraversamento dei fiumi, per non essere soggetti ai
    condizionamenti meteorologici, poiché i corsi d’acqua gonfi per piogge e alluvioni non
    avevano riguardo per alcuno, nemmeno per le “nobili” esigenze della popolazione della
    lupa dalle sette tette.
    Ecostruironoacquedotti,termeeanfiteatriemonumentiabeneficioprincipalmente
    della classe dominante locale, composta ovviamente dai delegati, ora del senato ora
    dell’imperatore, alla quale non potevano essere fatte mancare le comodità e gli agi di cui
    avrebbero potuto godere in patria, posto che già ne sopportavano la lontananza per stare in
    una terra ospitale, dove generalmente venivano spediti quelli che per svariati motivi non
    erano più graditi nella terra d’origine, e qui esiliati.[…]*
    *Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca
    dell’Identità, 2013, pagine 76-77]

IL GOVERNO DEI COMPETENTI GELMINI E DELEDDA

La Restaurazione draghiana, nello Zatterone dei “Migliori” ha imbarcato fior di competenti, per scienza e cultura. A mo’ di esempio voglio ricordarne due, leghisti entrambi: Lucia Borgonzoni, nuova sottosegretaria alla Cultura, famosa per aver dichiarato “non leggo un libro da tre anni” e Rossano Sasso, sottosegretario all’Istruzione che cita Dante ma è Topolino.
Ma fra i “migliori” è stata imbarcata e riciclata come nuova ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, anche Maria Stella Gelmini, già funesta Ministra all’Istruzione nel IV Governo Berlusconi, i cui guasti e devastazioni nella scuola sono ancora drammaticamente presenti.
Fra le tante malefatte, disacatos (disastri) e titulias (infamie) inferte in modo particolare alla Scuola Sarda (meglio sarebbe chiamarla “la scuola italiana in Sardegna”) ne ricordo una.
Con il DPR 89/2010 Mariastella Gelmini, dettava le linee guida per i docenti, e definiva i fondamentali degli insegnamenti ritenuti strategici per le scuole superiori.
Nel documento per quel che concerne la poesia e la narrativa del ‘900 da affrontare nei licei, sono indicati a titolo esemplificativo diciassette autori principali a cui fare riferimento: “…si esordirà con le esperienze decisive di Ungaretti, Saba e Montale, …contemplerà un’adeguata conoscenza di Rebora, Campana, Luzi, Sereni, Caproni, Zanzotto, …comprenderà letture da autori significativi come Gadda, Fenoglio, Calvino, P. Levi e potrà essere integrato da altri autori come Pavese, Pasolini, Morante, Meneghello”.
Avete capito? C’è Meneghello (con tutto il rispetto per lo scrittore vicentino) ma non Grazia Deledda, unica Premio Nobel donna per la letteratura. Come non c’è un romanziere di levatura europea come Salvatore Satta (specie con Il giorno del giudizio), non c’è Giuseppe Dessì (vincitore del Premio Strega nel 1972 con Paese d’Ombre) o il grande Emilio Lussu, con i due capolavori come Un anno sull’Altopiano e Marcia su Roma e dintorni.
Come non c’è alcun Autore meridionale che ne so, i siciliani Sciascia, Vittorini, Tomasi di Lampedusa, Pirandello e Quasimodo.
Ma vi sembra normale?
Il dramma è che, dopo di lei sono cambiati i Governi e sono arrivati i “democratici” (Monti, Letta, Renzi e Gentiloni) poi ancora il governo giallo-verde di lega e 5 stelle e poi quello giallo-rosso: ma gli scrittori sardi continuano ad essere esclusi dai programmi scolastici.
L’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, porrà rimedio a tale scelta sciagurata? O l’attuale governo, avallerà come i precedenti, l’obbrobrio della Gelmini? Consumato non saprei dire se per dabbenaggine insipienza e ignoranza, o sprezzo per gli scrittori e poeti sardi e del Meridione e per sciocco ed esasperato fanatismo nordista?.
Francesco Casula

21febbraio: Giornata della Lingua Madre


21 febbraio: Giornata della Lingua Madre
Quando muore una lingua si spegne una stella nel firmamento.
di Francesco Casula
Il 21 febbraio si celebra la giornata internazionale della lingua madre : per promuovere la madrelingua, la diversità linguistica e culturale, il multilinguismo.
Nella sola Europa vi sono oltre 200 lingue ; 24 lingue ufficiali dell’UE e circa 60 lingue minoritarie.
Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.
Difesa delle lingue significa difesa contestuale del multiculturalismo, cui oggi attenta pericolosamente la società di massa globalizzata, che trasforma stati e culture in meri mercati votandoli e subordinandoli al più bieco consumismo e ai media. Ebbene la diversità culturale oggi non può esistere e sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze nazionali, etniche, locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. Il che non può comunque significare che la varietà delle culture si trasformi in un insieme di gruppi comunitari ed etnici chiusi, magari intolleranti e ossessionati dalla propria purezza primigenia o dalla omogeneità.
Il solo modo però di scongiurare ed evitare questo genere di evoluzione negativa e devastante consiste nel proteggere e valorizzare ogni peculiarità storica, culturale e linguistica e nel contempo, nel contestare insieme la globalizzazione e la società di massa che annullano la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni etno-popolari; che annullano, altresì, la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della propria cultura etno-nazionale (è il caso di quella sarda) è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.
Tutte le culture dovrebbero condividere alcuni interessi generali, puntando a non farsi distruggere dal mercato culturale globale e dagli stati centralisti, nuovi veri e propri leviatani. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascun popolo – e individuo – ha di creare, valorizzare, utilizzare e trasmettere la propria cultura che si definisca in primo luogo in una dimensione di contenuti e valori universali: dall’ecologia della politica e dell’ambiente ai valori del’uguaglianza, del comunitarismo e della solidarietà; da tutte le forme di femminismo alla difesa delle minoranze siano esse nazionali che linguistiche, sessuali o religiose.

INNO ROMANITA’ FASCISMO

INNO ROMANITA’ FASCISMO
di Francesco Casula
Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro in primis una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.
Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto bellicista militarista militaresco e ultraretorico riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”: Di grazia che c’entrano i combattenti della Lega lombarda, i Vespri siciliani, Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze, Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci, con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità?
E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli.
Ma quello che maggiormente disturba è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: romanità (Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa), non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio, le aquile e il gesto di saluto con il braccio teso.
Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !*
Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa della caput mundi.
Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », «un genuino discendente di sangue degli antichi romani».
Lo testimoniava, – secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna» Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino.
Amen!

* Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).

L’ Occupazione Cartaginese

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

PRIMA LETTURA: La brutale dominazione cartaginese*
. […]. “Erano sbrigativi e brutali nell’esercizio del potere di cui disponevano e non si facevano scrupolo spremere la nostra gente, indifesa perché già economicamente indebolita dal lavoro di spoliazione fatto in precedenza e per alcuni secoli dai loro stessi cugini e la loro propensione predatoria nel perseguire vantaggi economici si accompagnava spesso ad atti di violenza feroci, posto che persino nei loro riti religiosi erano usi fare sacrifici sanguinari e d’insolita crudeltà.
Arrivavano anche a dare la morte se venivano infranti i divieti da loro imposti, come quelli sulla cultura delle viti e degli uliveti, mentre imponevano ai poveri abitanti asserviti di quello sfortunato luogo la coltivazione intensiva dei cereali nelle pianure fertili del Campidano, cosa magari non sbagliata in sé, ma tremenda per quelle popolazioni considerata la brutalità impositiva subita in casa loro.
Le ricchezze minerarie, la florida agricoltura e l’attività manifatturiera e metallurgica erano così importanti che, pur di sfruttarne in via esclusiva le risorse e non farne conoscere le potenzialità all’esterno, i Punici impedivano l’accesso a chiunque, pena ancora la morte. Salvo ai navigli che, trovandosi in difficoltà, fossero per necessità costretti a trovare riparo, un po’ come nel diritto di navigazione odierno in fatto di approdo nei porti altrui, anche non amici, consentito in caso di pericolo grave per l’equipaggio, e per la nave in occasione di burrasche, tempeste e uragani. Entro i successivi cinque giorni dovevano però sgomberare e nessuna operazione commerciale poteva essere intrattenuta con gli abitanti locali se non davanti a funzionari cartaginesi ai quali era rigorosamente dovuto un tributo.
La presa sull’isola e il dominio sulla popolazione erano pressoché totali, ad eccezione di alcune parti del territorio presidiate dalle tribù resistenti dell’interno, le quali rifugiatesi nelle montagne, dettero per lungo tempo del filo da torcere ai nuovi conquistatori, fino a imporre persino tributi per il diritto di passaggio nei territori sotto il loro controllo. Ciò che veniva prodotto nell’isola, dedotto quanto era necessario alla sopravvivenza della popolazione indigena, diveniva appannaggio dell’impero cartaginese dominatore, il quale stabiliva cosa, dove e quando e per chi produrre, in funzione dei suoi interessi commerciali e di potenza militare. Erano divenuti i nuovo padroni in casa nostra, arrivati dal mare senza bussare, intenzionati a portare via ciò che era nostro e a ridurci in schiavitù,m privati del frutto del nostro lavoro, delle nostre proprietà e della libertà di disporre delle risorse offerte dal nostro territorio.
Un calvario durato all’incirca tre secoli”. […].
Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagine 73-74.
SECONDA LETTURA: Sacrifici di bambini nell’antica Cartagine?*
Gli antichi abitanti di Cartagine, i discendenti di quei coloni che giunsero lungo le coste africane al seguito della mitica regina Didone, avevano l’usanza di sacrificare i propri bambini: questo almeno emergerebbe da alcune testimonianze scritte, prima bibliche e poi greche e romane. Ma tali resoconti rispondevano effettivamente alla realtà?
L’interrogativo si era già posto nel passato per archeologi e storici ma, soprattutto negli ultimi decenni, aveva prevalso la tendenza a negare questa possibilità: in particolare, in molti evidenziavano come le fonti classiche fossero solite riportare cronache di fatti cruenti di questo genere (e quindi non soltanto in riferimento ai cartaginesi) spesso con intenti propagandistici negativi. E a tal proposito non si può dimenticare come Cartagine fu una fiera nemica di Roma.
Una nuova ricerca sembrerebbe invece suggerire che tali rituali sacrificali trovassero effettivamente espressione nell’uccisione di bambini che venivano offerti alle divinità come un pasto crudele: ciò renderebbe inesatti i tentativi di interpretare i tofet nel mondo fenicio-punico semplicemente come aree destinate al culto religioso con annessa zona per i sacrifici degli animali nella quale trovavano posto anche le sepolture dei più piccoli, morti anzitempo. Queste le conclusioni a cui sono giunti gli studiosi di diversi Paesi, tra cui l’Italia, che hanno collaborato a far luce su questo “mistero” dell’antichità, pubblicate in un articolo della rivista Antiquity.
Il dubbio che tra i cartaginesi fosse diffusa tale pratica c’è sempre stato e non semplicemente a causa di quanto scritto nella Bibbia, dove si parla di un “passaggio attraverso il fuoco” per i fanciulli (che per la verità potrebbe essere anche un rito iniziatico, anche non necessariamente cruento); riferimenti nella storiografia greca, così come presso alcuni scrittori minori della romanità, costituivano un indizio. Un indizio al quale sono andate ad aggiungersi le prove, allorché i tofet iniziarono a venire alla luce, soprattutto nel XX secolo, non soltanto a Cartagine ma anche nei dintorni dove si collocavano le colonie fenicie, ossia sulle coste di Sardegna (presso Sulki, Monte Sirai, Nora) e Sicilia (a Mozia). Nei sepolcri, infatti, piccoli resti erano accuratamente sistemati nelle urne, coperti da pietre tombali sulle quali erano incisi spesso i ringraziamenti ai numi. Su una delle lapidi, inoltre, un’incisione che è stata interpretata come un sacerdote che recava in braccio il corpo di un piccolo bambino.
*tratto da https://scienze.fanpage.it/

TERZA LETTURA: La Costante “resistenziale” secondo Lilliu
Accettata da molti e rifiutata da altri, di Lilliu storico è particolarmente nota la tesi e la categoria storiografica della «costante resistenziale» che così sintetizza: “Quell’umore esistenziale del proprio essere sardo, come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno”1.
“La Sardegna – scrive Lilliu- in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per secoli, la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza. Perciò i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma nonostante, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi. Nella confusione etnica e culturale che li ha inondati per millenni, sono riemersi, costantemente, nella fedeltà alle origini autentiche e pure”2.
Secondo Lilliu la “resistenza” dei Sardi ha una precisa data di inizio: la fine del secolo VI quando, dopo lunghe lotte Cartagine cacciò i Sardi indigeni sui monti del centro isolano, nelle Barbagie, come poi ebbero a chiamarle i Romani.
Ma ecco come argomenta e racconta la «costante resistenziale» dei Sardi nella loro storia millenaria ma soprattutto durante il periodo della dominazione cartaginese e romana:”Antagonistica fu la civiltà dei Nuraghi in ogni tempo. Ma soprattutto in due periodi fu più accanito e drammatico lo scontro di cultura, più dura e decisiva la battaglia fra i fronti di civiltà: al tempo della guerra dei Cartaginesi prima e contro i Romani poi. Difatti la natura antagonistica portò i Sardi a conservare la loro tradizione culturale per tutto o quasi l’arco di tempo corrispondente all’attività nell’Isola di quei popoli estranei, resistendo dapprima ( dal VI al II sec. a.c.) con le armi e, in seguito, con la rivolta passiva, morale e psicologica derivata dalla coscienza, ancora oggi radicata fra gli isolani, di essere stati e di essere qualcosa di speciale e di individuale per stirpe e cultura…”3.
Dopo una prima vittoria sui Cartaginesi del generale Malco (545-535) secondo Lilliu il fronte nazionale protosardo dovette soccombere ad Asdrubale e Amilcare quando dopo 25 anni di operazioni militari verso il 509 a.c. “la resistenza” fu stroncata, domata e sospinta “dalle pianure e dalle colline nelle zone montagne dell’interno ,solitarie, sterili e disperate ( Iustn.XIX,1).
Si può capire che l’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti d’ogni genere e fonte di benessere materiale e civile, provocò una cesura culturale, una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica dalle «belle pianure iolaèe» (Diod., IV, 29-30-V, 15) dove gli antichi pastori e agricoltori – guerrieri lasciavano i castelli distrutti, le case fumanti, i templi profanati e le tombe dei loro morti incustodite, verso le rocce, le caverne e i boschi paurosi del centro montano, fu non soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulle perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso una carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di un’intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vicina al suo pieno traguardo storico. Con la sconfitta fu pure incrinata la compattezza etnico- sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica: da una parte l’Isola montana,- dei Sardi ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori, come lo furono nel secolo XIX gli Indiani americani di Capo Giuseppe, chiusi in una riserva dell’Idaho dai bianchi del generale Miles, – che continuò a esprimere una cultura genuina e autentica di pastori ,per quanto impoverita e decaduta; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori,diventati «collaborazionisti» per calcolo o per paura furono degradati al livello di servi della gleba e confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri del comune padrone cartaginese.
Per i sardo-punici (o sardolibici) a cultura mista, i sogni di grandezza, già nel V secolo a.c. erano finiti nel nulla e la libertà era diventata una parola senza senso. Le madri facevano figli per essere assoldati a poco prezzo negli eserciti di Cartagine. Come le antiche “pianure iolaèe” germinavano biade e gli altopiani erbosi dei primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama del potere economico e politico. Per i Sardi autentici del centro montano, a cultura tradizionale senza alcun compromesso, la libertà rappresentava ancora un valore e il suo prezzo li ripagava dei sacrifici materiali e dell’avvilimento morale in cui li aveva cacciati l’avverso destino. Schiavitù e libertà segnavano ormai una netta linea di confine fra le due parti dei Sardi: quella conformista e quella ribelle, la prima accomunata forse alla seconda al padrone nel disprezzo e nell’odio. Ed il padrone noncurante e forse lieto della divisione prosperava sulla contesa delle due Sardegne”.
“Il secondo grosso urto fra la civiltà nuragica e quella straniera – scrive ancora il prof. Lilliu – dopo deboli e occasionali scontri fra sardi dei monti e cartaginesi fra il V e il III secolo, avvenne con la conquista dell’Isola dai Romani intorno al 238 a.c. I protagonisti furono le tribù del centro e della regione alpestre, Corsi, Iolei e Balari, e cioè i discendenti dei fuggiaschi della grande ritirata del VI secolo a.c., conservatisi in stadio di autentica cultura nuragica. I Sardi a cultura mista, restarono fuori dalla mischia, limitandosi a servire senza difficoltà il nuovo padrone. L’occupazione romana delle città costiere nel 238 a. c. si svolge senza combattimento (Zonara, VIII, 12, P, I, 4000) senza alcuna resistenza da parte dei Sardo-punici o Sardo-libici. Ma i reiterati trionfi dei consoli romani segnati dal 235 al 232 a.c. stanno ad indicare che la penetrazione romana verso l’interno, trovava l’ostacolo sanguinoso delle tribù locali di tradizione nuragica. Si risvegliava la natura «antagonista» dei guerrieri- pastori, non mai sopita del resto, al primo duro contrasto di civiltà. La lotta sardo romana fu epica, anche perché l’intento del nuovo padrone, era quello di operare una trasformazione radicale di struttura «civile e morale», cosa che non avevano fatto i Cartaginesi, soddisfatti della sicurezza strategica ed economica, senza preoccupazioni «missionarie». La reazione degli indigeni fu pronta in ogni momento, violenta nei periodi di maggiore emergenza, fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi, ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215 ( guidata per terra dal latifondista sardo- punico Amsicora e appoggiata sul mare dalla flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo), la strage di 12.000 Iliensi e Balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori). Noi che abbiamo seguito dall’inizio l’origine e lo svolgersi della civiltà nuragica, che abbiamo cercato di individuarne nella vocazione antagonistica e nell’attitudine di conservazione attiva e vitale dei caratteri fondamentali, possiamo ora apprezzare nel vero senso, il valore di questi avvenimenti di storia politica strettamente legati alle vicende finali – e in definitiva al tramonto – di una cultura del mondo antico che ebbe una coerenza morale e uno stile di vita schietto e libero, non privo di insegnamenti, posto che se ne vogliano riconoscere nel passato” 4 .
Ma il professor Lilliu non si limita ad applicare la categoria storiografica della «costante resistenziale» alla dominazione cartaginese e romana: essa infatti avrebbe caratterizzato l’intera storia della Sardegna. Così infatti scrive: “Potremmo forse interpretare, meglio che con i documenti diplomatici, certe fiere per quanto modeste e molto limitate, espressioni di resistenza, del periodo giudicale, a mio avviso troppo esaltato come momento di autonomia sarda… Si dica lo stesso dei movimenti resistenziali angioini della fine del ‘700 e di quelli a sfondo «comunistico» del «su connotu» nel secondo ventennio dell’800, nei quali la componente “popolare” (da distinguersi da quella “borghese” integrata nella rivoluzione “esterna” delle culture “maggiori” e della francese in specie) si muoveva nella direttrice dei valori resistenziali della cultura propria “minore”, senza una precisa e organica alleanza, anzi con sospetti e conflitti, identificando ancora una volta, “i borghesi rivoluzionari” con lo straniero padrone.”
E continua “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi «piemontesi» fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli”5.
C’è di più: a parere di Lilliu la resistenza persiste e continua: “Ai Sardi spetta ancora il compito di attivare la costante resistenziale, ché non ne mancano i motivi”.
Occorre “resistere” e reagire all’industrialismo con i suoi schemi e comportamenti di colonizzazione estranei ed esterni al tessuto economico sardo, distruttore dell’ambiente, fallimentare dal punto di vista economico e occupazionale, devastante per la civiltà sarda; come occorre resistere all’assimilazione e alla acculturazione esterna, da qualunque parte essa venga e in qualsiasi modo si presenti: “In tempi antichi sotto l’aspetto dell’egemonia armata della borghesia mercantile fenicio-punica e dell’imperialismo militare romano; oggi con l’etichetta e le persuasioni o le repressioni del sistema neocapitalistico industriale internazionale e dei vassalli italiani continentali del triangolo nordista”6.
In connivenza e con la complicità degli ascari locali, aggiungo io. Se è interessante e suggestiva – e a mio parere assolutamente condivisibile la categoria storiografica della “costante resistenziale” – ancor più lo è la spiegazione che il grande archeologo di Barumini dà della «resistenza sarda». A questo proposito scrive che occorre “ moderare i metodi di ricerca della storiografia tradizionale della storia politico-diplomatica che è piena di falsità (è la storia dei vincitori, storia di parte), ed anche quello della storiografia marxista che vuole ridurre la spiegazione della resistenza sarda, nelle forme che abbiamo specificato, soltanto a ragioni economiche-sociali, in una contrapposizione di classi, senza riguardare le profonde cause della «storia che sta nel non averne», cioè le cause etniche-etiche, intime alla convinzione nei Sardi dei valori della propria cultura «minore». In definitiva si tratta di tener conto dell’importanza determinante dell’elemento «popolo» (e non dell’elemento «classe») nella grande contesa sarda tra le due culture, dove sta il nocciolo vero della resistenza costante, della conflittualità permanente”7.

Riferimenti bibliografici
1. La Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, vol.3°. L’eredità delle origini, ed. Della Torre 1988, pag. 22.
2. G. Lilliu, Costante resistenziale sarda, ed. Fossataro, Cagliari, 1972, pag.41.
3. G. Lilliu, La Civiltà dei Sardi, dal paleolitico all’età dei nuraghi, Nuova Eri edizione, pag. 418
4. Ibidem, op. cit. pag. 418 segg.
5. Costante resistenziale sarda, op. cit. pagina.50.
6. Ibidem, op. cit. pag. 52.
7. Ibidem. op. cit. pag. 49.

VERSO LA GLOBALIZZAZIONE LINGUISTICA?

 
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti” che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire.