ELEZIONI O PLEBISCITI?

 
di Francesco CASULA
In epoca fascista, con l’approvazione della legge elettorale del 1928, fu abolita l’elezione diretta dei candidati alla Camera, sostituendola con l’approvazione plebiscitaria: il corpo elettorale era chiamato a esprimersi su un’unica lista di 400 nomi, scelti dal Gran consiglio del fascismo. E oggi? Il 25 settembre non avremmo un’unica lista di 400 nomi. Avremo una pluralità di liste. Vero. E dunque possiamo scegliere. Ma scegliere che cosa? Le liste. E i candidati? Ovvero i nostri rappresentanti? Quelli sono già decisi e scelti: in alto loco. Da una decina di gerarchi e mandarini politici. Non solo i candidati nei collegi uninominali (un terzo dei seggi sia per il Senato che per la Camera dei deputati), ma anche quelli da eleggere con il proporzionale: non è infatti prevista la preferenza. I nomi scritti vicini ai simboli dei partiti sono i candidati “bloccati” in quanto l’elettore non potrà esprimere la preferenza tra quelli scritti sulla scheda, ma saranno eletti in proporzione ai voti ricevuti nel collegio, in ordine rigoroso di lista. L’ordine rigoroso, inutile dirlo è stabilito sempre dai gerarchi dei Partiti. E il diritto di voto, ovvero di scelta del tuo rappresentante? Non esiste. Non siamo al plebiscito fascista ma poco ci manca. Il mio diritto è semplicemente quello di avallare quanto deciso da altri e da fuori. Ho l’impressione che saranno molti che non si presteranno a questa presa in giro.
 
 
 
 
 
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L’ aneddoto

L’aneddoto
TRE BANDITI E UN PASTORE
IL VOTO E LA DEMOCRAZIA
di Francesco Casula

Su biadu de Michele Columbu, ollolaese, scomparso nel 2012, ultimo grande patriarca del Sardismo, già deputato ed europarlamentare, ma soprattutto straordinario e delizioso scrittore bilingue, era solito raccontare questo aneddoto.
Un giorno tre banditi irrompono in un ovile di un pastore mentre nel suo pinnetu sta confezionando il formaggio. In modo brusco gli intimano di consegnare il fucile. Sai gli dice uno, per il mestiere che facciamo le armi sono indispensabili. Replica il pastore: non posso darvelo perché, insieme ai cani, è l’unica arma di cui dispongo per difendermi.
A fronte della prepotenza dei tre, è costretto a consegnare il fucile. Ma non è finita. Uno dei brutti ceffi che pare essere il capo, fruga nella tasca della giacca e si impadronisce del portafoglio, zeppo di soldi frutto di una vendita di una partita di formaggi: l’incasso di mesi e mesi di lavoro.
Il pastore cerca di opporsi, protestando con forza. Ma deve rassegnarsi: si impadroniscono dell’intera somma.
Ma ancora non è finita. Sai, gli dice il capo dei delinquenti, questi soldi non ci bastano. Abbiamo bisogno delle tue pecore, dell’intero gregge. Inviperito il pastore non ci vede più, si alza e cerca di aggredire un bandito. Il capo, stranamente conciliante, di dice disposto al dialogo. Anzi, afferma che non è giusto che gli sequestrino il gregge con la forza e la violenza. Occorre rispettare le regole e la democrazia. La decisione deve essere affidata al voto.
E votano. Il risultato è scontato: 3 a 1.
Sia pure sotto cobertàntzia, miei quattro lettori, avrete capito il significato, così va la storia: l’Italia (con il suo parlamento) vota, rispetta le regole e, in nome dell’interesse nazionale ha deciso e decide che la Sardegna deve sopportare il 60% delle servitù militari. Ha deciso e decide che il suo mare e la sua terra devono essere base, tanto per dire, di nuove servitù: quelle energetiche. La Sardegna serve alle multinazionali di mezzo mondo per realizzare nel nostro mare e nella nostra terra affari e profitti immani. Lasciando ai Sardi briciole e fra qualche decina di anni ferrovecchio arrugginito da smaltire.
Si vota anche il 25 settembre prossimo e il risultato è scontato. I banditi, vinceranno, come


sempre.

Vicenda Draghi Media e intellettuali: cortigianeschi


  • Vicenda Draghi
    Media e intellettuali: cortigianeschi.

    di Francesco Casula

La vicenda della “caduta” di Draghi è stata la cartina di tornasole per capire e verificare lo “status” dei media e degli intellettuali: tutti (o quasi) sempre più proni e genuflessi a fronte del banchiere, del potere e dei potenti.
Povero Shakespeare: Sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l’elogio. (Orazione di Antonio).
Giornalisti (viepiù pisciatinteris e imbrutta papari) e intellettuali che rispondono ai Principi odierni. E la loro “scrittura” continua a darci un’informazione deformata e mistificata quando non falsa: tesa com’è a non disturbare i manovratori e comunque a non rompere gli equilibri del potere e dei potenti.
Ma il ruolo e la funzione della scrittura, dell’informazione, dell’intellettuale non doveva essere quello di svolgere una funzione critica? Facendo il cane da guardia della libertà?
A dolu mannu si sono ridotti a fare i cagnolini, carinamente fedeli, al potente di turno.
A questo proposito può essere molto utile andare a rileggersi Voltaire che nel suo “Del principe e delle lettere” ci esorta a meditare su questo concetto:”Se compito della letteratura è rivelare all’uomo le verità del suo animo, il suo campo non può essere che quello della libertà. La conseguenza è che la letteratura e l’opera dell’intellettuale in genere deve essere mantenuta separata dal potere, qualunque forma esso assuma, altrimenti significherebbe abdicare alla propria funzione di libertà”.
Sullo stesso crinale si muove Varlan Shalamov, uno scrittore perseguitato dal fu regime sovietico che sosteneva che “ogni scrittura è sempre una scrittura contro il potere”; o Albert Camus, secondo cui lo scrittore doveva essere la sentinella dei diritti dell’uomo e presidiare la dignità umana, dovunque fosse violata, facendo emergere –come sosteneva Gorky, ciò che è in ombra.
Certo, scrivere contro il potere comporta dei rischi: penso a Anna Politowskaja, (ma anche a tanti altri), la giornalista russa ammazzata sotto casa per aver scritto diversi articoli e soprattutto un libro sulla Cecenia fortemente critico nei confronti dell’autocrate-dittatore Putin. Ma questi rischi bisogna correrli: salvo diventare complici e correi con il potere e i potenti, anche i più nefasti e criminali.

Punta Lamarmora? Meglio Punta Amsicora

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L’ipotesi avanzata dae su biadu de Doddore Meloni anni fa di ribattezzare “Punta Lamarmora” con “Punta Amsicora” non andò giù ai discendenti del generale. Secondo uno di loro, Rodolfo Mori Ubaldini degli Alberti, il nome della vetta più alta dell’Isola non si sarebbe dovuta toccare perché, a suo parere erano tanti e tali sono i meriti del progenitore. Ma è proprio così? Più di uno storico avanza almeno dubbi e riserve. Certo, è difficile negare a Alberto Ferrero della Marmora, scrittore, geografo e militare, che visiterà la Sardegna, la prima volta nel 1819 e in seguito vi soggiornerà più volte, la capacità di studioso che consegna alla cultura sarda molti scritti: come “Itinerarie de l’île de Sardaigne” (1860) ma soprattutto quei monumenti che sono i quattro volumi di “Voyage en Sardaigne, ou description statitique, phisique e politique de cette ile, avec des recherches sus ses produtions naturelles et ses antiquités” (1826). I due scritti, entrambi in francese, diedero un profondo contributo alla conoscenza della Sardegna da parte dell’Europa colta di allora. Soprattutto il Voyage sarà utilizzato come un vero e proprio manuale sull’Isola, da parte di viaggiatori e studiosi. Ciò detto, la sua figura non è proprio immacolata: a sostenerlo è – fra gli altri – Giovanni Lilliu che dopo aver riconosciuto allo studioso “onestà, lealtà e rettitudine nel lavoro, categorie che applicò anche nella vita”, scrive che “per forza della storia e per la suggestione del potere non seppe resistere alla tentazione di oscurare i suoi giovanili ideali «rivoluzionari» con atti di reazione e repressione di cui soprattutto i Sardi soffrirono”. Ancor più severo è Eliseo Spiga che nell’ultimo suo saggio “La sardità come utopia” (Cuec editrice) scrive: “giunse ai primi del 1849 come commissario straordinario per pacificare l’Isola, scossa dai continui tumulti esplosi dalle gravissime condizioni economiche e anche da rinnovati sentimenti repubblicani filofrancesi. Conservatore e militaresco, il generale si dedicò alla pacificazione, affrontando il dissenso e la protesta con la repressione più brutale e la violazione sistematica delle meschine libertà statutarie, per lui lo stato d’assedio divenne sistema di governo, inaugurando la pratica della dittatura militare, che poco più di dieci anni dopo diventerà usuale, durante la guerra di conquista del Mezzogiorno da parte della monarchia italiana”. E allora? Meglio Amsicora.
 Francesco Casula
 
 
 
 
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“S’intelligentzia de Elias”, straordinario romanzo in lingua sarda di Giuseppe Corongiu….

 

Francesco Casula Relata de de Frantziscu Casula
S’intelligentzia de Elias est unu romanzu chi tenet bator tragios, bator caratteristicas printzipales. Sa ‘e una: est unu romanzo grogu, unu thriller chi ti pigat e non ti lassat prus. Finas a s’acabbu. A comintzare dae sa pitzoca morta e fuliada in unu sutapassagiu de s’asse medianu de Casteddu. Su protagonista de su romanzu, Elias, unu giornalista, renessit a iscoviare chie est, gratzias a testimonias e ateras proas. Ma faddit: sa piloca identificada est viva. Est istau collonadu, imbrogliadu. E ant a comintzare pro Elias disacatos de cada ispessia e zenia E’ il primo deragliamento del romanzo. Altri ne seguiranno. Con continui colpi di scena. Proite a sa gente agradant sas furriadas de s’iscena. Sa ‘e duas: est unu romanzu eroticu. O mengius: bi sunt medas e largos tretos in ue s’autore contat (e cantat, in pazinas finas liricas) s’erotismu. E custa est una novidade manna, ca in sa tradizione iscritoria in limba sarda s’erotismu tenet pagu ispatziu. Calchi assembru. Amento a duos paras: Luca Cubeddu, patadesu e Baignu Pes, galluresu. Ambos duos cantant s’erotismu in sa poesia issoro ma semper suta cobertanztia, suta metafora. Amento galu a Efisio Pintor Sirigu, chi dedicat poesias intreas a s’erotismu ma peri issu suta metafora, in suspu. Pintoreddu (goi beniat giamadu) est unu grandu poeta casteddaiu, eroticu ironicu e ispassiosu, ma comente persona, non b’at omine (naramus nois in Ollolai e in Barbagia): difatis est unu de sos leader democaticos chi su 24 de abrile de su 1794 in Casteddu, in sa Die de s’aciapa, nche bogant sos Piemontesos, ma luego pro unu pratu de lentigias s’at a bendere a su poteriu sabaudu (li dant s’ingarrigu de podatariu, aministradore de unu feudu) e diventat unu de sos peus inimigos de Zuanne Maria Angioy e de sa rivolutzione antifeudale e antisabauda. Peri Cicitu Masala dedicat calchi tretu a s’erotismu, mescamente in su romanzu Il dio petrolio. Sa ‘e tres: est unu romanzu fantascientificu. Cun robot e roboteddos in donzi logu: in sos ufitzios, in sas iscolas, in sas redatziones de sos giornales. Cun roboteddos programados pro faeddare in sardu e cantare Dimonios e Nanneddu meu. Cun drones chi bardiant sas berbeghes e gasi su pastore podet sighire sa gama in su telefoneddu intelligente. Ma mescamente cun s’intelligentzia artifitziale e sos logaritmos aplicados a s’aministratzione in su compitu de sas detzisiones politicas…trampa manna manna chi cheriant parare a sa democrazia e a s’umanidade. Sa ‘e bator: est unu romanzu distopicu. In sa traditzione literaria sarda su prus si contat e si cantat una Sardigna bella e galana, cun pastores e bandidos, mare e maghia. Una Sardigna esotica e folcloristica cun binnennas e tusorgios. Cun sardos eroes e fortes chi non tzedent mancu pro sa morte. A narrere sa beridade tocat peroe de amentare puru su chi at iscritu Cicitu Masala: chi pro s’Istadu italianu sos sardos sunt eroes ma sceti in gherra, ca in tempos de paghe abarrant semper bandidos! Pro la fagher in curtzu una Sardigna chi praghiat meda a David Herbert Lawrence chi chircaiat in Sardigna sardos primitivos e farastigos. Sa Sardigna de custu romanzu est imbetzes un’Isula cun industrias fallidas ca ant confusu sa modernizaztione cun sa colonizatzione italiana. Ispopulada. Una prataforma boida. Unu logu negadu, Una natzione ismentigada. Una limba pratzida in tribalismos. In prus a dolu mannu est dae su 1861 ingurtida aintro de s’Italia e duncas nemos la connoschet. Ca sos italianos l’ant cuada e intro l’ant fatu dannu ebbia guvernende°la male e guastende sas élites e su populu. Imaginade chi nde ant aurtidu finas sa limba…Cun s’indipendentzia forsis si diat fàghere connòschere de prus….E sos sardos sunt arretrados meda meda dae cando sunt italianos. De s’Italia nd’ant leadu totu sos vitzios… Podimus nàrrere chi l’ant guvernada semper metzanos chi faghiant àteros interessos. Nudda de nou: una colonia interna. Ma est totu inoghe su romanzu? No, pro nudda. Comente at iscritu, in una bella retzensione Zuanne Follesa (in s’Unione Sarda de su 31 de maju colau) “attraverso Elias l’autore, manifesta una visione del mondo”, duncas, una bera e propia Weltanschauung. Cun pessos pessamentos e meledos, longos e fungudos, subra sa cultura, sa limba e s’identidade sarda ma peri subra sos politicos e sos intelletuales cun giuditzios, “fulminanti e apodittici” narant in italianu: Sa Sardigna? In morientzia. Fallida. Unu campusantu. Sa classe politica? Timorosa, umile e finas tzeraca. Un mafiedda locale: ca sos politicos no ant mai persighidu su bene de sa comunidade issoro e ant semper chircadu de si béndere sas resursas de s’ìsula a sos istràngios pro s’irrichire issos. In passadu los aiant definidos “Borghesia compradora o notarile”. E sos intelletuales? S’assembru prus mannu est impersonadu dae su babu de Elias, su Professore, amasesadore de sa limba sarda cun sa poesia dialetale e popolare. Imbonidore e imbovadore de sardidade petzi antropologica. Un’intelletuale chi reduit sa cultura e s’identidade a folclore, chi no istorbat a nemos, una borta chi est bestida a mustajone, una borta chi est amasedada e caratzada. Un intellettuale conformista chi reduit sa limba a frastimu de tzeracas, aurtindela. Bene totu custu est de importu e de interessu mannu. Ma a pàrrere meu sa calidade majore de custu romanzu no est petzi (o mesche) in su chi contat ma in su comente contat: est a narrere in su limbagiu. Deo non so crocianu e galus prus pagu d’annuntzianu: ca no est beru chi “il verbo è tutto”. E non si podet reduire sa paraula – comente su prus de sas bortas faghet D’Annuntzio – sceti a mudongiu o indoru, musica o mazine subrabundante, simple frutu esteticu lughente e pomposu. Ma in una faina literaria sa paraula est comentecasiat de importu mannu. E ateretantu sa “forma”, in custu romanzu semper bene castiada e coidada. Ca in segus de S’intelligentzia de Elias b’est una chirca longa e funguda, unu triballu, unu “lavorio” pro la narrere in italianu, unu “labor limae”, in latinu, chi no acabat prus. Ca s’Autore at chertziu iscriere unu romanzu de calidade leteraria e estetica arta. Si licet parare magna cun parvis, m’amentat Araolla, chi in s’opera sua ue cheriat “ripulire sa limba sarda pro la magnificare e l’irrichire”. Pepe Corongiu de custu romanzu nde cheret faghere un’opera literaia illustre: mescamente gratzias a una limba rica in ue sas paraulas sunt prenas de significados (pregnanti) e de simbulos. Comente sos conchizus chi puru cando parent boidos si los ascurtas bene podes intendere chi in intro b’at su mare, antzis, s’otzeanu. Ma non b’at sceti paraulas in su romanzu ma unu muntone de maginas (Gosaiat che sue in s’arula cun su verre maistru); analogias, leadas subratotu dae su mundu animale e vegetale e dae sa vida fitiana (Sas notes fiant che istojas de pensamentos); metaforas e cobertanztias (Aiat comintzadu a aboghinare che a unu canargiu in cassa. O unu bendidore de lissa in sas bangas de su mercau); onomatopeas (intzitziligadu, istrichibidatzu, apistighingiare); brachilogias, dicios (caddu meu non ti morgias, su ferraine est giai ghetadu; s’issolvet che neula cando essit su sole a s’arvèschida); apoftegmas meda sabias (Como s’edade est avantzada ma non s’ischit si illonghiat sa vida o si illonghiat sa betzesa e sas maladias). Su romanzu est iscritu in limba sarda comuna (LSC). No est su primu: giai Zuanne Franztiscu Pintore (in medas romanzos) e Zuanne Piga (in Sa vida cuada), pro ammentare duos iscritores de giudu, l’ant impreada. E no est mancu de su totu una novidade a cunfrontu de sa traditzione literaria illustre sarda, ca depimus ischire chi peri sos primos poetas e iscritores in sardu (dae Antoni Canu a Zuanne Mateu Garipa a Zeronimu Araolla) ant chircau de iscriere in una limba chi non fit unu dialetu locale. Gai etotu faghent Diegu Mele, Peppino Mereu e Montanaru: chi no iscrient in ortzaesu e tonaresu o desulesu ma in unu sardu chi oe podimus narrere “comune”. Antzis Montanaru si ponet su problema de una “lingua nazionale sarda unitaria” e nde faeddat in su “Diariu”, a dolu mannu, mai publicadu. Pro cuncruire: chie est Elias Dessanay, su protagonista de su romanzu? Est forsis s’Autore etotu? Nessi in cussu ritratu chi nd’essit: Creativu abistu ideaticu e reverde, semper in chirca de segare sa matza a su poteriu? Eja e nono. A pàrrere meu una faina literaria si fundat subra sa vida personale e colletiva, sena peroe ismentigare sa fictio (e duncas s’imaginatzione e sa libera creadividade) chi b’est in cada chistione literaria. Chergio narrere chi una faina literaria, puru si no est istesiada dae s’istoria e s’alimentat de datos personales e de sas isperientzias de sa vida de s’autore e duncas espressat s’istoria sua de s’anima e de sas ideas, non si depet limitare a las contare e a las filmare custas esperientzias, ma las depet annapare e bendare. Carotandelas cun cobertantzas e assignendelis sos sinnos de una conditzione umana prus universale, ispurpende e ispuntende sa conditzione pretzisa e isvanessende sa dimensione temporale e ispatziale pro nde faghere una ocasione de epifania rispetu a sa realidade etotu: comente faghet in custu romanzu s’autore.
 

Ricordando Sigismondo Arquer

Ricordando Sigismondo Arquer a 450anni dalla sua tragica morte.
di Francesco Casula
Ricorre quest’anno il 450°° anniversario della morte di Sigismondo Arquer, calaritanum sanctae theologiae et iuris utriuque doctorem.
Nasce a Cagliari nel 1530, a 14 anni studia legge nell’università di Pisa dove nel maggio del 1547 consegue la laurea in Diritto civile e canonico, mentre nell’università di Siena si laurea in Teologia.
Nominato avvocato fiscale dello Stato, allora una carica di assoluto rilievo, ritorna nella capitale sarda: ma ben presto grazie agli intrighi e all’ostilità di alcune famiglie nobili (gli Aymerich, Aragall, Torellas, Zapata), evidentemente “colpite” dalla sua azione di avvocato fiscale, verrà accusato di luteranesimo.
L’accurata istruttoria verrà condotta dall’arcivescovo di Cagliari Antonio Parragues de Castillejo, che lo manderà ampiamente assolto. Ma la persecuzione nei suoi confronti continuerà dopo la nomina a inquisitore di don Diego Calvo. Questi riaprì il processo che fu caratterizzato da fasi viepiù drammatiche: fu infatti arrestato e sottoposto a torture.
L’Arquer respinse ogni addebito ma fu ugualmente condotto in Spagna in stato d’arresto. Per salvarsi la vita, ricorse anche alla fuga dal carcere, ma una volta ripreso, trascorse il successivo lungo periodo di detenzione (sette anni e otto mesi) scrivendo un appassionato memoriale difensivo, Passione, in cui rivendica la sua innocenza: anzi, si dichiarerà martire della vera fede, schernendo quegli stessi ministri del culto che lo esortavano al pentimento. Per questo, durante il terribile auto da fé lo si metterà alla sbarra prima che venisse addossato al palo, e i carnefici vedendo che non solo non si pentiva ma che anzi esaltava il suo martirio, lo trafiggeranno con le lance e lo getteranno poi nel rogo degli eretici. Così morirà, bruciato vivo, il 4 Giugno del 1571 a Toledo, in Plaza de Zocodover.
Un vero e proprio martire della libertà: un Giordano Bruno sardo. Di cui però, a partire dalla Scuola, non si parla mai. Ed è dimenticato dagli stessi sardi. Eppure si tratta di un intellettuale di caratura europea: è plurilingue ed è l’autore della prima storia della Sardegna: Sardiniae brevis historia et descriptio, cui era allegata una carta dell’isola e una veduta di Cagliari (Tabula corographica insulae ac metropolis illustrata).
Sebastian Münster, il grande intellettuale luterano, geografo e cartografo, vorrà che la storia di Arquer, fosse inserita nei suoi Libri VI Cosmographiae Universalis. Ricordo che la Biblioteca del Comune di Cagliari ha la fortuna e il privilegio di possedere un esemplare del testo originario, nell’edizione latina del 1550.
Arquer scrive Sardiniae brevis historia et descriptio durante il soggiorno basileense, dal 21 Aprile al 5 Giugno del 1549, dove conosce il Münster: è un brevissimo saggio di 12 pagine articolato in sette paragrafi, redatto in un latino di rara concisione raffinatezza e incisività. Si tratta di un’opera informativa più che storica da cui emerge un agile ritratto della Sardegna del tempo, corredato da buone illustrazioni quali la carta dell’Isola, la riproduzione del muflone e la pianta schematica di Cagliari.
Poche pagine ma fitte di notizie, spesso di prima mano, di giudizi critici su alcune credenze superstiziose, di indagini sui problemi della lingua dei sardi, che confronta con il catalano e il latino, portando ad esempio una trascrizione del Pater Noster in queste tre lingue. Sempre sulla lingua sarda scrive che ne rimase corrotta poiché nell’Isola sopraggiunsero diversi popoli… ma i Sardi fra loro si intendono ugualmente bene. A proposito dei Sardi che non si capiscono!
Particolarmente interessanti il quadro che offre della fauna della Sardegna, le informazioni sulle terme, sulle miniere, sulle saline. Più discutibili invece le brevi note sulle antiche vicende storiche che si rifanno alle fonti classiche, che affondano abbondantemente le loro radici nelle leggende e nei miti. Non manca un accenno alla validità e bontà della Carta de Logu di Eleonora d’Arborea, la Costituzione della Sardegna in vigore dal 1392 e nel capitolo VII, un quadro che riguarda le magistrature, le condizioni della religione, della cultura, della morale in genere nonché delle condizioni economiche che si riflettono nell’uso del vestiario più o meno di lusso.
Il “librillo” – così lo chiama l’autore – è privo di organicità e anche piuttosto frammentario tanto che l’Arquer, conscio dell’incompletezza, ci fa sapere che nutre il proposito di scrivere una più completa storia dei Sardi, si dominus requiem e ocium dederit. Pace e tempo libero che purtroppo gli mancarono. In ogni caso la qualità intrinseca dell’opera, unita al prestigio della collocazione nella quale apparve, fanno della Sardiniae brevis historia et descriptio una pietra miliare nel panorama delle lettere isolane, anche perché si tratta dell’archetipo di una serie di scritti del genere letterario storico-descrittivo, destinato ad affermarsi con i secoli nella cultura isolana.
E la sua eresia? Lo storico Dionigi Scano, autore dello studio più ampio sull’Arquer, sostiene che il luteranesimo non fu che un pretesto di cui si servì la classe nobiliare cagliaritana per disfarsi di un terribile avversario. E sarebbe dunque la Cagliari della prima metà del ‘500, con i suoi odi e le lotte intestine a segnare la fine drammatica di Sigismondo Arquer.
E certo non lo aiutò quella critica fulminante e severa (eppure sacrosanta) che rivolse, sempre nella sua Historia a preti e frati, ignoranti e lascivi: Sacerdotes indoctissimi sunt, ut raros inter eos, sicut et apud monachos, inveniatur, qui latinam intelligat linguam. Habent suas concubinas, maioremque dant operam procreandis filiis quam legendis libris. O la dura denuncia contro gli inquisitori : tengono in carcere per molti anni dei poveri infelici e li interrogano e li sottopongono a torture prima di decidere se devono condannarli o assolverli”.
Plurilingue, conosce il latino, l’italiano (che ha imparato a Pisa e Siena, durante l’Università), il castigliano (la lingua allora ufficiale), il catalano e il sardo: le due sue lingue materne, il sardo per parte di madre e il catalano per parte di padre. In catalano e in sardo tradurrà il Pater noster, mentre scriverà la Passione e altre brevi preghiere i castigliano che per lui diventerà, come sosteneva l’imperatore Carlo V, la lingua para hablar con Dios.

I VOLTAGABBANA

I VOLTAGABBANA
Il fenomeno del trasformismo politico e dei voltagabbana è un fenomeno storico tipicamente italico. Da sempre. Fu praticato già nel Parlamento subalpino nel 1852 con il connubbio Rattazzi-Cavour e ancor più nel nuovo stato unitario con Depretis prima : teorizzato e giustificato oltre che praticato e con Giolitti poi.
Durante il fascismo il ”trasformismo” riguarderà l’intero (o quasi) popolo italiano che diventerà “fascista”. Come poi sarà “antifascista” (tutto o quasi), dopo la caduta del regime.
Ma a livello parlamentare si accentua enormemente nelle ultime tre legislature.
Nella XVI (Governi di Berlusconi e Monti) sono 180 i cambi di casacca.
Nella XVII (Governi di Letta, Renzi e Gentiloni) i voltagabbana sono 324 (il 34,11% dell’intero Parlamento).
Nella XVVIII (quella attuale) i cambi di casacca sono stati 256 (72 nel 2019; 58 nel 2020; 126 nel 2021).
Cui occorrerà aggiungere i voltagabbana grillini di questi giorni: pare 60. Si aggiungerebbero ai 256. E dunque arriverebbero a 316.
Da sottolineare che in tutte e tre legislature molti la “casacca” l’hanno cambiata addirittuta più volte! Per cui i dati che ho riportato si ingrossano smisuratamente!
Non c’è bisogno di commenti.
Solo un interrogativo: ci si continuerà a lamentare per l’astensione, arrivata ormai al 50% e più degli elettori?

L’ISOLA DELLE STORIE a Gavoi: aspetto l’invito di Fois..

Ritorna quest’anno il Festival di Gavoi che si terrà dal 1 al 3 luglio.
E io sono speranzoso. Aspetto una telefonata di Marcello Fois che mi inviti a partecipare per presentare il mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”.
Credo di avere tutte le carte in regola: pur pubblicato ormai nel lontano 2016 (con la prima edizione), continua ad essere richiesto e venduto in migliaia di copie: per un libro di storia (e in Sardegna) un vero e proprio miracolo.
A breve uscirà la terza edizione e sono ormai 10 le ristampe
E’ arrivato alla 158° presentazione (con quella di Ales venerdì prossimo 24 giugno).
E’ stato presentato in città e paesi sardi ma anche in Italia: nella Biblioteca del senato della repubblica come nella capitale sabauda, Torino, con il patrocinio del Comune.
E se l’invito non arrivasse?
Tranquillo Fois: continuerò con le presentazioni e con la diffusione dell’opera: in Sardegna come in Italia.
E tu continua pure a parlare in italiano escludendo la Sardegna. Continua pure con il tuo italocentrismo e la tua esterofilia.
Mentre il tuo festival continuerà “a mangiare” in sardo.
Francesco Casula

Una Repubblica dimezzata

Una Repubblica dimezzata
Francesco Casula
Domani 2 giugno si festeggia la proclamazione della Repubblica.
Deve essere chiaro: la cacciata dei tiranni sabaudi è un’ottima notizia: soprattutto per i sardi. Che hanno subito sulla loro pelle una politica funesta di oppressione, ben più degli altri popoli italici, avendone patito la presenza fin dal 1720. E sanno dunque per lunghissima esperienza “di che lacrime grondi e di che sangue” la loro tirannia.
Ma si tratta di una Repubblica dimezzata per una serie plurima di motivi. Ne tratteggio almeno tre:
1.Simbolicamente i Savoia (con i loro famigli, amici e pretoriani) continuano a “regnare”: segnando e marcando il nostro territorio: con le Vie, le Piazze, le Scuole a loro dedicate. Continuano a “dominare” con le loro statue che ci avvertono, dall’alto del piedistallo, che noi sardi siamo sudditi e loro, sovrani.
2.Tutto l’armamentario legislativo della Repubblica è ancora infarcito e “popolato” dalla vecchia legislazione monarchica: o addirittura fascista, zeppo com’è di norme che risalgono a quel periodo infame. In un perfetto continuismo, culturale ancor prima che giuridico. Cui occorre aggiungere tutta l’impostazione della stessa Costituzione repubblicana incentrata sul “centralismo” del leviatano statuale e su un articolo liberticida, come il quinto, sulla “Repubblica una e indivisibile”.
3. Ma l’elemento di “continuità” ancor più odioso, almeno a livello simbolico e politico-culturale è l’eredità dell’Inno “Fratelli d’Italia”, non solo tipicamente monarchico ma con abbondanti elementi fascisti, in relazione soprattutto alla cosiddetta “romanità”.
Un Inno brutto, bellicista e guerrafondaio, militarista e militaresco. Ultraretorico.
Che riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
i bimbi d’Italia si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”.
Di grazia che c’entrano con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità, i combattenti della Lega lombarda; i Vespri siciliani; Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze; Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci?
E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli.
Ma quello che maggiormente disturba – dicevo – è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: “Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa”. Romanità, non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio e le aquile, e il gesto di saluto con il braccio teso.
Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo : romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !*
Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa di del caput mundi.
Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », « un genuino discendente di sangue degli antichi romani ».
Lo testimoniava, -secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna»
Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino.
Amen!
* Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

Vittorio Emanuele II : re galantuomo o rozzo beccaio?

Vittorio Emanuele II:
re galantuomo o rozzo beccaio?
di Francesco Casula

La storia sarda, (ma anche quella italiana) così come viene raccontata dai testi scolastici come dai Media in genere, quando non è falsa e falsificata, è una storia agiografica e mistificata. Segnatamente quella riguardante il cosiddetto Risorgimento e l’Unità d’Italia: con i “protagonisti” idolatrati e, cortigianescamente, esaltati. Non a caso, a loro (come ai loro pretoriani e amici) continuano ad essere dedicate, ubiquitariamente, Piazze, Vie, Monumenti, Scuole, Edifici pubblici, di qualsivoglia genere.
A loro vengono affibiati epiteti vezzeggiativi: così Carlo Alberto,è re liberale; Umberto I, re buono: Vittorio Emanuele II, re galantuomo e Padre della Patria.
A proposito di quest’ultimo non sembra essere d’accordo Lorenzo Del Boca*, storico, saggista e per 11 anni Presidente dell’Ordine nazionale dei Giornalisti, piemontese di nascita e di formazione, a dimostrazione che l’onestà intellettuale , rimane tale a qualsisi latitudine e versante geografico venga misurata.
Per Del Boca lungi dall’essere galantuomo sarebbe un rozzo beccaio, alludendo evidentemente al fatto che morto da neonato il “vero” Vittorio Emanuele (in seguito a un incendio che avrebbe ucciso con il bambino la stessa governante), la famiglia reale avrebbe sostituito il neonato con il figlio di un certo Tonca, che di mestiere faceva appunto il macellaio.
A mio parere comunque, non è questo il problema: la critica all’osannato re galantuomo, che la storiografia ufficiale ha usato come un santino esemplare di un processo risorgimentale, deve essere condotta su altri versanti che conduce a un verdetto impietoso: il suo lascito è, per tutta l’Italia e non solo per la Sardegna, radicalmente negativo e, scrive Del Boca, “foriero di mali divenuti endemici”.
Scrive ancora Del Boca:“Vittorio Emanuele II diventò re d’Italia quasi per caso e, certo, senza che lui lo desiderasse davvero. Altri erano i suoi interessi e le sue ambizioni. Gli eroismi – di cui si disse – fu protagonista, furono operazioni di maquillage e di millantato credito costruiti a posteriori, inventati di sana pianta o aggiustati in modo da sembrare onorevoli”.
E prosegue:”Il suo principale impegno si riassumeva nel preoccuparsi dei propri affari disinteressandosi di quelli del governo. I sudditi naturalmente avevano la libertà di pagare le tasse che le ricorrenti “finanziarie” dell’epoca imponevano loro, in modo che lui avesse qualche occasione in più per rovistare nell’erario e prelevare quanto gli seviva. La lista civile a sua disposizione – cioè l’insieme dei beni economici – era la più alta fra i paesi del mondo conosciuto e, facendo un rapporto con il potere d’acquisto, mai eguaglita in nessun tempo. Gli zar costavano meno, costa meno la regina d’Inghilterra e le spese della Casa Bianca sono più modeste. Nel 1867 il suo appannaggio raggiunse la cifra di 16 milioni, pari al 2% del bilancio complessivo dello Stato.
Aveva mantenuto tutti i palazzi di casa savoia, ma rastrellando regioni e cacciando i sovrani che le governavano, acquisì le proprietà di quelle dinastie e le tenne tutte per sé…Calcoli attendibili indicano che i suoi immobili, comprese le tenute di caccia, fossero 343”.
Insomma uno famelico. Come e più dei suoi predecessori: penso in modo particolare a Carlo ferotze.
Ma qui mi fermo. Ci saranno altre puntate, per raccontare – fra l’altro – la corruzione che regnava sovrana nel suo Palazzo: altro che re galantuomo!
*Lorenzo Del Boca, SAVOIA BOIA,Piemme, Milano 2018