IL DOMINIO ROMANO

IL DOMINIO ROMANO

di Francesco Casula

Premessa generale.

Con il dominio romano fu ancora peggio che con i Cartaginesi. Fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni –  un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 –  nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove.

Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.

Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.  

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.

La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.

A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi – è sempre Lilliu a scriverlo –  ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori).

La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi). 

La conquista romana e il ricorso ai cani segugi

I Romani, violando un Patto con i Cartaginesi cui nel 509 a. C. avevano riconosciuto formalmente il possesso, arrivano in Sardegna nel 238 a.C.

Per la verità avevano cercato di conquistarla fin dal 259 a. C. con il consiole Lucio Cornelio scipione, ma aveva dovuto ritirarsi, dopo essersi impadronito di Olbia. Ugualmente è sconfitto dai Cartaginesi il console Sulpicio Patercolo nel 258 a. C.

Le legioni romane arrivate nel 238 incontrano una accanita resistenza da parte dei Sardi, soprattutto delle zone interne: fin dal 236 a.C. assistiamo a grandi operazioni militari da parte romana. L’anno dopo una rivolta dei Sardi è soffocata nel sangue da Tito Manlio Torquato che il 10 marzo del 234 a.C. celebrerà a Roma il trionfo (sarà il 1° degli otto che celebreranno dopo la conquista).

Altre rivolte saranno represse nei due anni seguenti: nel 233 dal console Spurio Corvilio Massimo (che celebrerà il trionfo, il 2°, il primo aprile); nel 232 dal console Manio Pomponio Mato (celebrerà il trionfo il 15 marzo, il 3°).

Nel 231 furono inviati addirittura due eserciti consolari: uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone, e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i Sardi. I consoli non ottennero il trionfo, dati i risultati fallimentari conseguiti. E a poco valse a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo, negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con una corona di mirto anziché di alloro.

Nuovi moti avvengono nel 226, quando Roma decide di assicurarsi il Mediterraneo e la Sardegna diventa Provincia. governata da un Pretore, mentre nel 225 arrivano altre due legioni.

Ma la ribellione sarda più famosa sarà quella del 215, con Amsicora protagonista (vedi capitolo su Amsicora). Sarà repressa  in modo brutale. Nella prima fase ci saranno 12 mila morti (fra Sardi e Cartaginesi) e 800 prigionieri; nella seconda fase 22 mila morti e 3.700 prigionieri. Livio parlerà di Sardi facile vinci e di Sardegna pacificata (vedi capitolo su Livio).

Ancor più sanguinaria fu la repressione operata da Tiberio Sempronio Gracco (della stessa famiglia del Tiberio del 237 a C ) nei confronti delle rivolte del 177//176, operate soprattutto da parte delle triù sarde degli Iliensi e dei Balarib : arrivato nell’Isola con 5200 fanti e 300 cavalieri cui si aggiunsero 1200 fanti e 600 cavalieri alleati dei romani, uccise 27 mila Sardi: 12mila nel 177 e 15 mila nel 176. Gracco otterrà e celebrerà il trionfo: il 4°. Livio documenta tale vittoria nel tempio della Dea Matuta a Roma, in cui si parla, fra morti e prigionieri di ben 80 mila.

Furono dunque circa 50.000, se stiamo ai documenti ufficiali, i Sardi venduti come schiavi a Roma e sui mercati italici e dell’intero mediterraneo (una cifra enorme, se si considera che la popolazione isolana in questo periodo è valutata al di sotto dei 300.000 abitanti): l’abbondanza dell’offerta fece allora ridurre notevolmente i prezzi degli schiavi, tanto che nacque l’espressione, utilizzata per indicare gli oggetti di poco valore e acquistabili a basso prezzo,  di Sardi venales.

   Dopo lo sterminio di Gracco continuano comunque le rivolte (163/162) e gli eccidi (126/122) con Lucio Aurelio Oreste, che celebrerà un nuovo trionfo (il 5°).

   Dopo il 115 a C i romani dovettero ancora intervenire contro i sardi. Sotto il comando di Marco Cecilio Metello le legioni sconfissero le tribù sarde e confiscarono le terre per distribuirle tra le tribu’ che erano rimaste a loro fedeli. Questo fatto storico ci è noto attraverso la Tavola di Esterzili, dove è scritto che le terre dei Gallilensi furono ridistribuite ai Patulcensi di origine Campana.

   “Durante una delle rivolte del 177 a C o quelle del 115 a C – scrive lo storico sardo Attilio Mastino – i romani attaccarono il santuario di Santa Vittoria di Serri, uccidendo i sardi che si erano radunati per una festa religiosa e bruciando completamente il luogo sacro”.

Il 6° trionfo lo celebrerà nel 111 Marco Cecilio Metello.

Il 7° trionfo sarà celebrato dal propretore Tito Albucio (106?) e l’8° da Publio Servilio Vatia Isaurico nell’88.

Ma con l’anno 111 cessano le ribellioni delle zone esterne ma continuano quelle delle zone interne da parte degli Iliensis (Marghine e Goceano); dei Balari (Monte Acuto-Gallura); dei Corsi (estremità nord dell’Isola); degli Aschilenses,vestiti di pelli di capra (Cornus, Santa Caterina di Pittinnurri, Montiferru, Santulussurgiu, Scano) ma soprattutto dei Barbaricini. Con insurrezioni e bardane permanenti e improvvise. I romani ricorrono, con il console Matone, per debellare alcune sacche di resistenza e la guerriglia sarda, ai segugi fatti appositamente venire da Roma.

Per sconfiggere i barbaricini i romani in certe circostanze utilizzavano anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (vedi Pimpirias di Attilio Mastino).

I Romani non conquistarono mai la Barbagia? Un mito da sfatare.

L’archeologa Maria Ausilia Fadda – già direttrice del Museo archeologico di Nuoro – contesta il mito secondo cui la Barbagia non sarebbe mai stata conquistata dai Romani, con prove, parrebbe, inattaccabili. (in Archeologia viva, Giunti editore, 2012)

1.A Sirilò, sul supramonte di Orgosolo, ci sono i resti di un antico villaggio, con diversi strati, dall’età del bronzo fino all’epoca della dominazione romana.

In Sirilò sono stati recuperati cocci di tazze di ceramica attica, di coppe di produzione punica, fine vasellame da mensa, frammenti di raffinatissimi corredi funerari e di oggetti votivi, come ad esempio le cinque foglie d’argento, risalenti al VII secolo a.C., forse parte di un diadema. A dimostrazione – secondo la Fadda – dei contatti commerciali fra nuragici delle zone interne e la costa occidentale, dove prima con i Fenici e poi con i Cartaginesi arrivavano merci di raro pregio, molto richieste dalle aristocrazie locali. Già allora la Barbagia era un mercato aperto, figurarsi cosa doveva essere al tempo dei Romani. La romanizzazione successiva al 1° e 2° secolo d.C. è documentata dal ritrovamento di monete, di una brocca in lamina di bronzo, di grandi contenitori per derrate.

2.In Barbagia c’è un altro sito archeologico, area di sant’Efis , nelle campagne di Orune, due ettari con i magazzini e il deposito di merci. Qui sono state trovate le giare e le anfor africane che contenevano l’olio pregiato e la salsa di pesce, oltre a splendide lucerne, vasellame finissimo, bicchieri in vetro soffiato e persino lanterne, con incisa l’immagine di Cristo con gli apostoli. Una vera e propria città-mercato al centro della strada che da Olbia – passando per Caput Tirsi (Buddusò) – Sorabile (vicino a Fonni)– Valentia (Nuragus)– Biora (Serri), arrivava fino a Cagliari.

Nell’età imperiale, nel 3° secolo d.C. il villaggio era abitato da sardi romanizzati, occupava un punto strategico sulla strada principale della Sardegna ed era un centro di smistamento delle merci tra il porto di Olbia e quello di Cagliari.

Bene. Il punto però – a nostro parere – non è tanto quello di sapere che i Romani conquistarono la Sardegna: le prove dell’archeologa Fadda e molte altre, non possono lasciare dubbi. Il problema è se e per quanto tempo l’abbiano veramente “dominata”.

Ma su questa questione torneremo in seguito.

Il Fisco romano

Particolarmente I Romani scuoiavano i Sardi attraverso una serie di tasse e tributi (vectigalia) brutali e numerosi:  a una decima “normale” si aggiungeva spesso un’altra decima straordinaria (nel caso di guerre). Ci fu addirittura un propretore. Emilio Scauro che impose una terza decima che s’incassò lui stesso e per questo dovette subire un famoso processo, in cui fu difeso da Cicerone (Vedi paragrafo Cicerone e i Sardi). Con Augusto fu istituito il testatico (tributum capitis) un’imposta personale cui erano soggetti tutti i residenti.

   Vigevano poi un’altra serie di imposte e tasse : sulle successioni, sul prezzo degli oggetti venduti (il 5%), sul prezzo degli schiavi venduti (il 2%), sul celibato. Una serie di tributi: per l’estrazione dei minerali, per i marmi e i graniti usati per le costruzioni, e di dazi applicati nei porti per le merci di importazione e esportazione. Per non parlare delle multe e delle confische.

   Ma non è finita. “La popolazione – scrive Giuseppi Dei Nur – era obbligata a concedere l’uso pari a un terzo della propria abitazione ai soldati di passaggio, a fornire loro una dotazione di legbna, fieno perv il cavallo e in caso di emergenza, , per esempio conflitti armati, era prevista la requisizione delle scorte di frumento, delle pelli, del denaro e persino, se posseduti, degli schiavi”*

*Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 78.

L’Economia durante la dominazione romana

1.Prevale la monocultura cerealicola: si produce tanto grano, (per 250.000 persone): serve anche (o soprattutto) per gli eserciti e la plebe romana. Con il grano sardo infatti si riempiranno tutti i granai dell’Urbe e per contenerlo se ne costruiranno altri nuovi: specie nel Campidano e nel meridione dell’Isola.

“La situazione dové comunque col tempo modificarsi, –  scrive Attilio Mastino – soprattutto grazie all’attività dei colonizzatori romano-italici e in conseguenza dell’ampliamento della conquista: fu allora promossa su vasta scala la piantagione di alberi da frutto; si diffuse l’olivicoltura, la viticoltura, la produzione di agrumi; lo scrittore Palladio attesta forse la coltivazione di cedri nell’Isola e in particolare nel Campidano. Il protezionismo italico limitava però enormemente la produzione di olio e di vino. C’erano poi altri prodotti meno pregiati (tra i quali il miele amaro, considerato di cattiva qualità).

  1. E’ presente l’allevamento, tradizionalmente nomade diffuso in tutta l’Isola ma specialmente nel centro Sardegna: con suini, ovini, bovini. E con gli ovini si produce lana, latticini, formaggi, pelli: per sfamare e vestire i soldati romani!

Si aggiunga la pesca, con l’esportazione di pesce salato e la produzione di garum, salsa ottenuta dalla fermentazione in salamoia di sardine, acciughe o delle interiora di pesci più grandi, molto richiesta dalla cucina dell’antica Roma..

  1. Il commercio: la Sardegna è integrata nel sistema commerciale ed economico dell’impero: con il grano, metalli, legname, granito. Iol commercio è favorito dagli ottimi e numerosi porti: Olbia-Tibula (Santa Teresa-Gallura), Turris Libisonis (Porto Torres), Cornus, Tharros, Sulkis (Sant’Antico), Caralis. A Ostia ci sono dei mosaici con la menzione di “Naviculari turritani e Calaritani: mercanti marittimi”.
  2. Le miniere e le saline: E’ documentato lo sfruttamento del sottosuolo e l’estrazione mineraria soprattutto nel Sulcis (tanto da far scendere il prezzo in tutto l’impero).Dalle miniere si estraeva (e si esportava) l’oro (tanto che in età imperiale si sarebbe verificata una vera e propria corsa all’oro da parte degli aurileguli); l’argento (Argentiera nella Nurra Sarrabus e zona di Domusnovas): ne parla anche il geografo e scrittore romano Gaio Giulio Solino,( 210-258 d. C); il bronzo, il piombo, il ferro, il rame (Funtana Raminosa a Gadoni), l’acciaio ed anche l’allume (un minerale, un sale naturale misto di alluminio e potassio, utilizzabile come deodorante naturale che blocca i batteri del cattivo odore. Ottimo anche per le cicatrici) e le corniole (pietra preziosa della famiglia dei quarzi cripto cristallini).Già con i Cartaginesi era iniziata l’estrazione del sale e fin dall’inizio del II secolo a.C. è attestato a Carales l’impianto di saline, gestite da società private, che impiegavano personale di condizione servile. Nelle miniere lavoravano soprattutto gli schiavi, i condannati ad metalla e anche tanti cristiani. Fra gli altri due Papi, Callisto I, (nel 186-189 circa.) il 16° Papa della Chiesa cattolica e Papa Ponziano, che in Sardegna morì nel 235.
  3. Cave e granito. Attività artigianali e tessili.

Intensa fu anche l’attività edilizia, fondata sullo sfruttamento delle cave, spesso per la realizzazione di importanti opere pubbliche. Per alcuni materiali (il granito) è accertata l’esportazione fuori dall’Isola, a Roma e a Cartagine. Nell’Isola si sviluppò poi un’attività artigianale molto limitata e comunque non competitiva, forse non sufficientemente motivata da un punto di vista economico e comunque debole e priva di una tradizione qualitativa riconosciuta e apprezzata sul mercato. È espressamente menzionata l’attività tessile; ma l’abbigliamento più tipico della Sardegna era la caratteristica mastruca, la veste fatta di pelli di capra e di montone.

  1. Fauna e flora

Le fonti letterarie – precisa Attilio Mastino  – ci forniscono molti dettagli sulla vegetazione (i pini, i cedri, le querce) e sulla fauna (per esempio i musmones-mufloni, i cavalli, gli uccelli favolosi, gli insetti, i tonni che si nutrono di “ghiande marine”, i cetacei): esse contribuiscono a deinire l’ambiente naturale della Sardegna antica, con le sue bellezze selvagge e i suoi problemi, tra cui in primo piano il clima malsano che provocava la malaria. – ricordiamo portata in Sardegna dai soldati Cartaginesi di Malco nel 540 a. C.

Le città, Strade, Ponti, Edifici, Terme, Acquedotti

I Romani da una parte sviluppano le città fenicio-puniche come Caralis, Nora, Sulki,Cornus ecc., dall’altra ne creano di nuove: Quartu, Sestu, Settimo, Decimo (che indicano le distanze in miglia da Cagliari). E con queste Sanluri (su lori=grano), Porto Torres (Turris libisonis), Oschiri, Usellus (che ebbe un grande splendore nel 2° secolo), Meana Sardo (mediana, a metàà percorso fra Cagliari e Olbia), attraversando prima Bhiora (Serri), Valentia (Nuragus), Augustis (Austis), Sorabile (presso Fonni), Caput Tyrsi (presso Orune). E ancora: Mamoiada (mansus o statio manubiata – fermata o stazione sorvegliata), Fordongianus (Forum Traiani), Bonorva (Forte romano), Orosei (Fanum Carisi. stazione romana)

Furono numerose le Strade costruite dai Romani, mentre infatti con i Cartaginesi le strade collegavano solo le città costiere, i Romani costruirono soprattutto quattro grandi arterie stradali: due lungo le coste: litoranea orientale e occidentale e due interne la Cagliari –  Santa Teresa (allora Longo Sardo o Longone) e la Cagliari –  Olbia.

Insieme alle strade numerosi Ponti (vedi Pimpirias), Monumenti (a Cagliari l’Anfiteatro,la Villa di Tigellio, La grotta della vipera), Acquedotti (a Olbia), Terme (a Fordongianus) e Sistemi di alimentazione idrica (a Tharros).

 

Il Cristianesimo nella Sardegna romana

I Romani avevano poco interesse per il problema religioso: gli dei tradizionali di estrazione e provenienza greca (Giove, Giunone) venivano venerati per consuetudine. Ad essi si aggiungevano divinità di origine locale (Giano, Dionisio). In sardegna elevano a questo rango il vecchio Babai chiamandolo Sardus Pater.

I primi cristiani arrivarono in Sardegna, probabilmente alla fine del 1° secolo, attraverso gli esiliati. Il Cristianesimo fa proseliti soprattutto nei ceti più poveri, fra gli schiavi e gli emarginati. Alla fine del 2° secolo fu deportato in Sardegna anche colui che nel 217 diventerà papa, Callisto. Più tardi gli successe nel 230 Ponziano, condannato ai lavori forzati a vita.

I Sardi cominciarono a riunirsi per professare la nuova religione, usando vecchie tombe puniche e antichi santuari pagani.

Nel 284 d.C. con Diocleziano aumenta la persecuzione con arresti e confisca dei beni dei cristiani. In questo periodo alcuni personaggi sono martirizzati: ricordiamo San Gavino, di Turris Libissonis (Porto Torres), San Lussorio, di Forum Traiani (Fordongianus), San Simplicio di Olbia, San Saturno di Cagliari.

Fra questi martiri anche un ufficiale dell’esercito romano:Efisio, imprigionato e poi decapitato a Nora.

Nel 313, con l’Editto di Milano, Costantino concede la libertà di culto. Intanto la Chiesa cresce il suo potere e la sua influenza politica, grazie anche alla cosiddetta Donazione di Costantino, del 337, con la quale l’imperatore avrebbe concesso al papa Silvestro la città di Roma e tutte le province occidentali, compresa la Sardegna. Per oltre mille anni questo documento costituirà un’arma potente in mano alla Chiesa, ponendola nelle condizioni  di modificare assetti nazionali e territoriali concedendo regni a questo o quel potente di turno: nel 1297 Bonifacio VIII creerà il Regnum Sardiniae et Corsicae.

Ci avrebbe pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare tale falso, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e dell’archeologia, con un celebre opuscolo De falso credita et ementita Constantini donatione” del 1440.

Come vedono gli scrittori romani la Sardegna e i Sardi

1.Orazio

I giudizi e le valutazioni degli scrittori classici latini nei confronti della Sardegna e dei Sardi non sono benevoli: sia quelli di Orazio che di Livio. Quelli di Cicerone sono anzi infamanti e insultanti. Orazio (65-8 a.c.), il poeta latino famoso soprattutto per le Satire, parlando di Tigellio musico e cantore sardo, amico di Cesare e di Ottaviano nella Satira 1.3 scrive che tutti i cantanti hanno questo difetto: che se sono pregati non cantano ma quando cominciano spontaneamente non la smettono più. E questo è il difetto che aveva il sardo Tigellio che non riusciva a far cantare neppure Cesare. In un altra satira 1.2 dice che per la morte di Tigellio, suonatrici di flauto orientali (ambibaiarum collegia), ciarlatani che vendono rimedi, mendicanti (mendici),  ballerine e buffoni, donne di facili costumi, interpreti di farse oscene (mimae), guitti e buffoni (balatrones), tutta questa gente è mesta e addolorata per la morte del cantante Tigellio; e ciò è naturale poiché egli fu generoso. A significare che il musico sardo era esagerato e stravagante.

2.Livio

Livio (59 a.c.-17 d. c.) autore della monumentale Storia di Roma Ab urbe condita libri parlando dei sardi sostiene che erano facile vinci (avvezzi ad essere battuti facilmente). Un giudizio senza alcun fondamento storico e anzi contraddetto dallo stesso Livio, in un altro passo della sua storia, in cui parla di gente ne nunc quidem omni parte pacata (popolazione non ancora del tutto pacificata). E siamo alla fine del 1 secolo a. C.! Dopo l arrivo infatti delle legioni romane in Sardegna nel 237 a.C. la resistenza alla dominazione romana sarà lunghissima e dura. E lo stesso Livio insieme ad altri storici a scandire decine e decine di guerre contro la popolazione sarda da parte dei consoli romani: fin dal 236 un anno dopo la conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i Romani condussero operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi. Per continuare nel 235, quando i Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato, lo stesso console che sarà scelto per combattere Amsicora e che celebrerà il trionfo sui Sardi, il 10 Marzo del 234, come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse dal Console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il Primo Aprile del 233. Nel 232 sarà il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il trionfo celebrandolo il 15 Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave situazione di pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da Marco Pomponio Mathone, contro i Sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che i risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anzichè sul Campidoglio e con una corona di mirto anzichè di alloro. In questa circostanza il console Matone la testimonianza è sempre dello storico Zonara chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti nella ricerca dell uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e difficilmente accessibili, infliggevano dure perdite ai Romani. Nel 226 e 225 si verificherà una recrudescenza dei moti, ma ormai come sottolinea lo storico sardo PietroMeloni (in La Sardegna romana,Chiarelli editore) Roma è intenzionata fortemente al dominio del Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva importanza e l Isola unita con la Corsica come la Sicilia dopo il 227 ha avuto la forma giuridica di Provincia con l invio di due pretori per governarla. Ci saranno infatti rivolte ancora nel 181 che nel 178 a.c: gli Iliesi con l aiuto dei Balari avevano attaccato la Provincia, la zona controllata da Roma e i Romani non potevano opporre resistenza perché le truppe erano colpite da una grave epidemia, forse la malaria. Nel 177 e 176 nuove e potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare sotto il comando del console Tiberio Sempronio Gracco lo stesso console della conquista romana del due legioni di fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10 quinquiremi cui si associeranno altri fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini.

Commenta (in Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna)) lo storico sardo Salvatore Merche: La grandezza di questa spedizione militare e lo sgomento prodotto nell urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli della montagna, dimostra quanto questi fossero terribili e temuti, anche dalla potenza romana, quando si sollevavano in armi. Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile impressione e i ricordi delle guerre precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle quali i Romani avevano dovuto constatare d aver combattuto con un popolo d eroi, disposti a farsi ammazzare ma non a cedere. Altro che Sardi facile vinci! Alla fine dei due anni di guerra ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che turbarono il mercato degli stessi nell intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio Sardi venales : da vendere a basso prezzo. Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di Sempronio Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162.

Non possediamo informazioni perché andate perse le Deche di Tito Livio successive al 167 sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno: sempre causate dalla fiscalità esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel sangue. Così ci saranno ulteriori guerre nel 126 e 122: tanto che l 8 Dicembre di quest anno viene celebrato a Roma il trionfo ex Sardinia di Lucio Aurelio; nel , con il trionfo il 15 Luglio di quest anno di Marco Cecilio Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l ultima ribellione organizzata che le fonti ci tramandano, ma non sicuramente l ultima resistenza che i Sardi opposero ai Romani.

3.Cicerone.

Ma è Cicerone lo scrittore latino più malevolo nei confronti dei Sardi e della Sardegna, etichettata tout court Mala Insula, di cui parla soprattutto in Pro M. Aemilio Scauro oratio. L orazione, dell anno 54 a.c. è in difesa di Emilio Scauro ex governatore della Sardegna. I capi d’accusa (indicati in forma sintetica da Marziano Capella (grammatico romano del 5° secolo dopo Cristo) riguardano: de Bostaris nece, de Arinis uxore et de decimis tribus: E’ cioè accusato di tre crimini: aver avvelenato nel corso di un banchetto Bostare, ricco cittadino di Nora, per impossessarsi del suo patrimonio; aver insistentemente insidiato la moglie di tal Arine, tanto essa si sarebbe uccisa piuttosto che divenirne l’amante: poi le malversazioni del governatore e cioè il crimen frumentarium, l’esazione illecita di una  terza decima; il governatore di una provincia non poteva infatti istituire nuovi tributi, né aggravare le imposte precedenti. Scauro venne dunque accusato in virtù della lex Iulia de pecuniis repetundis del 59 a.C. e probabilmente della lex Cornelia de veneficiis, sicariis, parricidiis dell’81 a. C.

I due reati (veneficio il primo e intemperanza sessuale il secondo, sottolinea lo storico sardo Raimondo Carta-Raspi in Storia della Sardegna, Mursia editore) non erano tali da preoccupare un avvocato dell’ abilità di Cicerone e infatti egli riuscì a confutare queste accuse volgendole anzi al ridicolo. Insieme a lui difendevano Scauro altri 5 avvocati di grido, tra i quali il celebre Quinto Ortensio e il tribuno Clodio e ben nove consolari come testimoni laudatores a difesa dell imputato, uno era addirittura Pompeo. Oltre agli avvocati infatti l’imputato poteva avvalersi di laudatores appunto, che ne facevano l’apologia con argomenti che talora erano semplici sviluppi di testimonianze in stile ornato. Cicerone sosterrà infatti che Scauro non aveva alcun interesse a fare avvelenare Bostare, perché non era il suo erede e non aveva nessun motivo di odio personale, mentre trova alla madre di quest’ultimo un movente che giustificherebbe l’avvelenamento del figlio; per quanto attiene alla seconda imputazione, sostiene che la moglie di Arine era vecchia e brutta quindi non si vedeva la smania di sedurla da parte di Scauro. Di ben altra importanza era invece il terzo reato addebitato all’ex propretore, accusato di malversazione nella sua amministrazione della Sardegna, con l esazione di tre decime: oltre a una decima normale e a una seconda straordinaria ma ugualmente legale, Scauro infatti ne impose una terza a suo esclusivo beneficio. Peccato che la confutazione dell’accusa più grave per i romani, quella appunto di aver ordinato le illegali esazioni di frumento (crimen frumentarium), non ci sia pervenuta. Ci è però pervenuta la parte in cui Cicerone si impegna com’è suo stile a lodare la specchiata onestà di Scauro (figlio di Cecilia Metella, moglie di Silla) e a insultare i suoi accusatori. Essi sono venuti dalla Sardegna convinti di intimorire e persuadere con il loro numero, ma non sanno neppure parlare la lingua latina e sono vestiti con le pelli (pelliti testes). Ma c è di più: per screditare i 120 testimoni sardi non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti, la cui vanità è così grande da indurli a credere che la libertà si distingua dalla servitù solo per la possibilità di mentire: la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai fenici e dai cartaginesi, guarda caso nemici storici dei Romani. Di qui l accusa più grave e insultante, oggi diremmo razzistica : Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse? (E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?) Proprio per questo motivo l’appellativo afer è più volte usato come equivalente di sardus e l espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata dall’oratore romano per affermare che dai Fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma tanto che i sardi mescolati con sangue africano non strinsero mai con i Romani rapporti di amicizia né patti d’alleanza e che la Sardegna era l’unica provincia priva di città amiche del popolo romano e libere. A questo proposito però Cicerone innanzitutto dovrebbe mettersi d accordo con il suo compare Tito Livio che nelle sue storie (XXIII,40) ricorda città sarde socie di Roma devastate da Amsicora; in secondo luogo l’oratore romano ignora evidentemente che i Fenici arrivano in Sardegna intorno al IX secolo e che le popolazioni nuragiche nel mediterraneo occidentale erano giunte duemila anni prima della fondazione di Cartagine.

Ma si tratta, si chiede lo storico Carta-Raspi nell’opera già citata, di artificio oratorio o ignoranza? Probabilmente dell’uno e della altra insieme. Fatto sta che Scauro fu assolto con 62 voti a favore e con soli 8 voti contrari, furono screditati i testimoni sardi, fu infangata la memoria di Bostare e Arine, fu razzisticamente insultato l’intero popolo sardo e la sua origine. Scauro fu assolto nonostante le accuse gravissime e Cicerone considererà questa una delle sue più belle orazioni, tanto che più volte nelle lettere ne cita delle parti con compiacimento. Pare comunque che non sia stata l’orazione di Cicerone ad assolvere Scauro: protetto da Pompeo potè corrompere i 4 giudici che lo mandarono assolto. Ma uno degli accusatori, Publio Valerio Triario, non si dà per vinto e riuscì a fare condannare Scauro costringendolo a prendere la via dell’esilio, in seguito ai brogli che commise nelle elezioni per console, nonostante fosse ancora difeso da Cicerone,

E pochi anni dopo, come ricorda nella tragedia Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda, (Editziones de Sardigna), il poeta e studioso di cose sarde Aldo Puddu, Cicerone viene decapitato dal centurione di Marc Antonio mentre cerca di sfuggire alla proscrizione e come estremo sfregio la nobile Fulvia infilza la sua esanime lingua con uno spillo da fermaglio: ut sementem feceris ita metes: mieterai a seconda di ciò che avrai seminato.

   Su Cicerone e la sua difesa di Scauro scrive parole molto severe Filippo Vivanet: Pagato da Emilio Scauro,egli impiegò la sua magnifica quanto venale eloquenza a dipingere coi più neri colori chi voleva colpire onde rinfrancare le parti del suo cliente. La sua foga oratoria non trovò limiti allora nella impudenza e nella falsità delle accuse; i suoi periodi sonanti, la sua parola meravigliosa bastarono a tergere d ogni imputazione un concussionario esecrato dalla Sardegna, e la posterità senza indagare la giustizia dei suoi giudizi imparava a ripetere per strascico di erudizione una triste calunnia dacché essa era vestita del più sonoro ed abbagliante latino che labbro romano avesse fatto echeggiare dai rostri. Difficile dare torto a Vivanet.

Amsicora

1.Premessa:

Parafrasando il Manzoni1 dovremmo chiederci – più che per Carneade – “Amsicora, chi era costui?”. La sua figura è stata costruita in buona sostanza sulla base dell’opera storica di Tito Livio Ab urbe condita che tratta il periodo che va dalle Origini al 9 a.C., in 142 libri, che per la gran parte sono andati persi. Nel I secolo d.c. furono riassunti. Oggi possediamo i libri: I-X (fino al 293 a.C.), i libri XXI-XXV (dal 218 al 167), oltre a frammenti, sommari e compilazioni varie.

Livio scrive 200 anni dopo i fatti che riguardarono Amsicora, essendo nato il 59 a.c. e morto il 17 d.C. Occorre ricordare che la storiografia repubblicana è dovuta di norma a uomini politici, spesso protagonisti della storia che raccontano. Livio rappresenta un’eccezione, perché non ricoprì mai cariche politiche. Il suo lavoro riflette comunque le tendenze conservatrici dell’oligarchia senatoriale, pur essendo lui esponente di una borghesia municipale. Per cui accetta il patrimonio leggendario delle origini romane, idealizzando le virtù patrie secondo un’ottica etico-politica tradizionalista. Il suo attaccamento alle tradizioni di Roma è infatti totale, come è intransigente la sua fedeltà agli ideali della Repubblica oligarchica di cui – a suo parere – i patrizi sono i depositari della sua santità e della legalità. La Storia è da lui intesa come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella narrazione del periodo più arcaico.

Livio è infatti persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di storia sacra, quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana ha rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel Proemio, dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno permettere che circondi le proprie origini col fascino della sacralità e le attribuisca agli dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che sebbene esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore «Romolo», le nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si assoggettano al suo dominio.

Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et debellare superbos” (Occorre perdonare chi si sottomette ma distruggere chi resiste). Per cui, nonostante l’entusiastico giudizio di Tacito2Livius primus praeclarus in fidei” (Livio, primo fra tutti gli storici, è il più degno di fede) confermato indirettamente dal detto dantesco: “Livio che non erra”, occorre tener conto che “la critica moderna ha demolito questa fama immeritata… e chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla” 3: si esprime testualmente in questo modo il grande latinista Ettore Paratore.

2.Cosa scrive Livio su Amsicora

Ma ecco la pagina – tratta dal Libro XXIII, delle sue Storie – che parla di Amsicora. Riporto – per ovvi motivi – solo la traduzione in italiano. “Ormai i Sardi erano stanchi della lunga dominazione romana, oppressi da gravi tributi e da una sproporzionata prelevazione di grano, e chiedevano soltanto un capo su cui fare affidamento. Questo appello fu portato a Cartagine dai Sardi più eminenti: più di tutti sollecitava l’intervento Amsicora, “primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezze”. A Roma frattanto, il Senato decretava l’arruolamento di una legione da inviare in Sardegna al comando di Tito Manlio Torquato, che già aveva sconfitto i Sardi nel 235: il console, condotte le navi da guerra a Cagliari e armati anche i marinai, ricevette l’esercito «che presidiava l’Isola» e radunò così 22.000 fanti e 1.200 cavalieri. Quindi marciò contro i nemici e pose il campo non lontano da quello di Amsicora. Questi si trovava presso i Sardi Pelliti per arruolarvi dei giovani, mentre suo figlio Iosto comandava l’accampamento: imbaldanzito dalla giovane età, costui attaccò sconsideratamente battaglia e venne sbaragliato e volto in fuga: 30.000 Sardi rimasero sul campo e circa 1.300 caddero prigionieri: il resto dell’esercito dapprima fuggì, vagando per i boschi e le campagne, poi, essendosi diffusa la notizia della fuga del capo, si concentrò nella città di Cornus, capoluogo della regione. Quella battaglia sarebbe stata decisiva «per i Romani» se non fosse giunta la flotta «cartaginese» di Asdrubale: Manlio accorse a Cagliari, dando ad Amsicora la possibilità di unirsi ai Punici. Asdrubale fece sbarcare le truppe e, al comando di Amsicora, l’esercito partì per devastare il territorio degli alleati di Roma. Sarebbe giunto fino a Cagliari se Manlio non avesse contrastato con l’esercito il suo sfrenato saccheggio. Dapprima i due schieramenti si tennero a distanza, quindi iniziarono le scaramucce e i piccoli scontri, infine si giunse alla vera battaglia, che durò quattro ore. Poiché i Sardi erano avvezzi ad essere facilmente battuti, furono i Punici che lottarono a lungo con esito incerto, ma quando la strage e la fuga dei Sardi fu completa, anch’essi vennero sbaragliati: furono circondati dall’ala dell’esercito romano che aveva messo in fuga i Sardi e allora la carneficina fu peggiore della battaglia. I nemici ebbero 22.000 morti, persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri fra Sardi e Punici: nel combattimento si comportò splendidamente il comandante Asdrubale, fatto prigioniero coi Cartaginesi Annone e Magone. Né i capi dei Sardi resero meno degna con la loro morte quella battaglia: Iosto infatti cadde sul campo e Amsicora, che fuggiva con pochi cavalieri quando seppe della strage e della morte di suo figlio, durante la notte, perché nessuno potesse impedirglielo, si diede la morte”. È questo il testo base sul quale storici antichi e moderni hanno costruito la figura di Amsicora.

3.Le aporie e le contraddizioni di Tito Livio

Storici antichi e moderni hanno costruito la figura di Amsicora sul testo di Tito Livio: da questo in sintesi emerge che: Amsicora era, allora, (tum) “auctoritate at opibus longe primus” (XXIII,32 ): di gran lunga primo fra tutti i Sardi per autorità e ricchezze. Il giudizio liviano porterà storici antichi e moderni a considerare Amsicora come il maggior rappresentante di quel ceto di latifondisti e proprietari terrieri dell’oristanese e di Cornus, la capitale, “caput eius regionis”. Piero Meloni5 nella sua Storia della Sardegna romana lo definisce “Tra i più grandi latifondisti sardo-punici del basso Tirso”.

Ci chiediamo: perché sardo-punico? La risposta che ci viene data è questa: la scelta filocartaginese era evidente sin dai primi anni della dominazione romana e soprattutto con la guerra del 215 quando assistiamo appunto –  sempre secondo il Meloni – alla piena identificazione con i ruoli e i destini dell’aristocrazia punica da parte dell’aristocrazia locale.

Dunque Amsicora apparterrebbe all’aristocrazia punicizzata e sarebbe “punicizzato” non solo per interessi ma per cultura e sentimenti. Tanto che molti Sardi delle pianure e delle coste, legati al carro degli interessi cartaginesi si difenderanno dagli attacchi degli indigeni dell’interno al fine di assicurarsi un pacifico sviluppo con numerose posizioni fortificate, già nella prima metà del secolo V: a Ozieri come a Pozzomaggiore, a Bultei come a Bolotana, ad Abbasanta, a Tadasuni e addirittura nelle campagne di Gavoi, Aritzo, Lanusei, Perdasdefogu: così almeno secondo Ferruccio Barrecca6 che a questo proposito parla di rinvenimenti di monete singole o in gruzzolo. Ciò detto, rimando per adesso l’interpretazione di “auctoritate” e analizzo le aporie e le contraddizioni –  a nostro parere –  contenute nella pagina liviana: “Iosto, figlio di Amsicora, mentre il padre si trovava presso i Sardi Pelliti, preso dalla baldanza giovanile avrebbe attaccato sconsideratamente i Romani e sarebbe stato sconfitto e ucciso, volto in fuga l’esercito dei Sardi con 30.000 morti e 1.300 prigionieri.”

Dopo tale colossale disfatta inflitta ai Sardi il console Tito Manlio Torquato invece di inseguire il resto dell’esercito e occupare Cornus –  aveva ben quattro legioni! –  volge le spalle al nemico e si trincera a Cagliari. A questo proposito c’è da chiedersi – come si domanda il Carta Raspi7 in Storia della Sardegna –: “Perché Manlio non attacca i Cartaginesi che sbarcavano non lontano dagli accampamenti romani con circa 10.000 fanti e alcune centinaia di cavalieri mentre il console romano aveva il doppio di effettivi: 22.000 fanti e 1.200 cavalieri?”

Nella seconda battaglia, svoltasi pare, nei pressi di Assemini, dopo la morte di Iosto, i Sardi e i Cartaginesi ebbero 12.000 morti, persero 27 insegne e circa 3.700 prigionieri.  Sempre, naturalmente secondo Livio o meglio – in questo caso – secondo Valerio Anziate, da cui pare, abbia attinto i dati. E Amsicora, quando seppe della morte del figlio si sarebbe ucciso. “Duodecim milia hostium caesa Sardorum simul Poenorum, ferme tria milia et septingenti capti et signa militaria septe et viginti… et Hamsicora cum paucibus equitibus fugiens, et super adflictas res necem quoque filii audivit, nocte, ne cuius interventus coepta impediret, mortem sibi conscivit” (Ab Urbe condita,XXIII, 40, 9).

Dopo tale vittoria Manlio Torquato – che a parere di Teodor Mommsen8 in Storia di Roma antica: “Distrusse interamente l’esercito sbarcato dei Cartaginesi e conservò di nuovo ai Romani l’incontrastato possesso dell’Isola – trionfante, parte per Roma a portarvi il lieto annuncio della Sardegna “vinta e domata per sempre”. Dopo poco più di 30 anni – è lo stesso Livio a dircelo – questa Sardegna “vinta e domata per sempre” insorge di nuovo: “In Sardinia magnum tumultum esse cognitum est… Ilienses adiunctis Balanorum auxiliis pacatam provinciam invaserant…” .

Evidentemente era stata “conquistata ma non convinta né domata” –  intendendo per Sardegna, la regione della montagna, “perché questa fu la ribelle… con i fierissimi Iliesi e Balari” almeno secondo Salvatore Merche9, storico sardo dell’inizio del ‘900. Nel 181 a.c la ribellione sarà duramente repressa dal pretore Marco Pinario Rusca. Nuovi movimenti di rivolta ci saranno nel 178, con massicci interventi militari romani. Il pretore Tito Ebuzio invierà al Senato romano il figlio comunicando che in Sardegna vi erano grandi rivolte. Gli Iliesi con l’aiuto dei Balari avevano attaccato la Provincia, la zona controllata da Roma –  e i Romani non potevano opporre resistenza perché le truppe erano colpite da una grave epidemia, forse la malaria.

Nel 177 e 176 nuove e potenti sommosse costringeranno il Senato romano ad arruolare sotto il comando del console Tiberio Sempronio Gracco –  lo stesso console della conquista romana del 238-237 –  due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più di 300 cavalieri, 10 quinquiremi cui si associeranno altri 12.000 fanti e 600 cavalieri fra alleati e latini.

Commenta Salvatore Merche nell’opera citata10: “La grandezza di questa spedizione militare e lo sgomento prodotto nell’urbe dal solo accenno a una sollevazione dei popoli della montagna, dimostra quanto questi fossero terribili e temuti, anche dalla potenza romana, quando si sollevavano in armi. Evidentemente poi, perdurava in Roma la terribile impressione e i ricordi delle guerre precedenti con i Pelliti di Amsicora e di Iosto, nelle quali i Romani avevano dovuto constatare d’aver combattuto con un popolo d’eroi, disposti a farsi ammazzare ma non a cedere”. Alla fine dei due anni di guerra -– ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – , nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma

14 trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.

Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono” il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo tanto da far dire a Livio “Sardi venales”: Sardi da vendere a basso prezzo.

Ma le rivolte non sono finite neppure dopo il genocidio del 176 da parte di Sempronio Gracco. Altre ne scoppiano nel 163 e 162. Non possediamo –  perché andate perse le Deche di Tito Livio successive al 167 – sappiamo però da altre fonti che le rivolte continueranno: sempre causate dalla fiscalità esosa dei pretori romani e sempre represse brutalmente nel sangue. Così ci saranno ulteriori guerre nel 126 e 122: tanto che l’8 Dicembre di quest’anno viene celebrato a Roma il trionfo “ex Sardinia“ di Lucio Aurelio; nel 115-111, con il trionfo il 15 luglio di quest’anno di Marco Cecilio Metello ben annotato nei Fasti Trionfali, e infine nel 104 con la vittoria di Tito Albucio, l’ultima ribellione organizzata che le fonti ci tramandano, ma non sicuramente l’ultima resistenza che i sardi opposero ai romani.

Lo stesso Livio –  che scriveva alla fine del I secolo a.c. affermerà –  soprattutto a proposito degli Iliesi – che si tratta di “gente ne nunc quidem omni parte pacata”. Il che trova conferma in un passo di Diodoro Siculo11, da riportarsi a questo stesso periodo, secondo il quale gli abitanti delle zone montuose sarde, ai suoi tempi: “Ancora hanno mantenuto la libertà”. Altro che Sardegna pacificata o sardi “avvezzi ad essere battuti facilmente” (facile vinci) come sostiene Livio!

4.Ancora sulle mille contraddizioni delle fonti storiche su Amsicora.

I Sardi –  secondo Tito Livio –  erano avvezzi ad essere facilmente battuti. Ma come fa a sostenere ciò? A parte quanto succederà dopo il 215 –  e che ho testé documentato –  non conosce forse lo storico romano quanto è successo prima, dal 238 almeno?

Fin dal 236 infatti, due anni dopo la conquista da parte romana del centro sardo-punico della Sardegna, i romani – come annota brevemente Giovanni Zonara12, risalendo a Dione Cassio –  condussero operazioni contro i Sardi che rifiutavano di sottomettersi.

Nel 235, sobillati –  a parere di Zonara –  dai Cartaginesi che “agivano segretamente” i Sardi si ribellano e vengono repressi nel sangue da Manlio Torquato –  lo stesso console che sarà scelto per combattere Amsicora –  che celebrerà il trionfo sui sardi, il 10 marzo del 234, come attesteranno i Fasti trionfali capitolini. Nel 233 ulteriori rivolte saranno represse dal console Carvilio Massimo, che celebrerà il trionfo il primo aprile del 233. Nel 232 sarà il console Manio Pomponio a sconfiggere i Sardi e a meritarsi il 15 trionfo celebrandolo il 15 Marzo. Nel 231 vengono addirittura inviati due eserciti consolari, data la grave situazione di pericolo, uno contro i Corsi, comandato da Papirio Masone e uno, guidato da Marco Pomponio Matone, contro i sardi. I consoli non otterranno il trionfo, a conferma che i risultati per i Romani furono fallimentari. E a poco varrà a Papirio Masone celebrare di sua iniziativa il trionfo negatogli dal senato, sul monte Albano anziché sul Campidoglio e con una corona di mirto anziché di alloro. In questa circostanza il console Matone –  la testimonianza è sempre di Zonara –  chiederà segugi addestrati nella caccia e adatti nella ricerca dell’uomo per scovare i sardi barbaricini che, nascosti in zone scoscese e difficilmente accessibili infliggevano dure perdite ai Romani.

Nel 226 e 225 si verificherà una recrudescenza dei moti, ma ormai –  come sottolinea Meloni nell’opera già citata –  “Roma è intenzionata fortemente al dominio del Mediterraneo e dunque al possesso della Sardegna che continua ad essere di decisiva importanza” e l’Isola unita con la Corsica – come la Sicilia – dopo il 227 ha avuto la forma giuridica di Provincia con l’invio di due pretori per governarla. Livio parla di “Sociorum populi romani” (alleati di Roma) e in un altro passo di “Comunità sarde, amiche di Roma che contribuirono «benigne» con tributi e con la decima, visto che non si poteva pagare il soldo ai militari né distribuire viveri”. Ma a chi allude? Ma non è lui stesso, in altri passi delle sue “Storie” a sostenere che le popolazioni vennero multate per aver partecipato al conflitto? Obbligate a pagare gravi tributi in denaro e frumento? E non in base alle possibilità contributive ma semplicemente per aver partecipato alla rivolta a fianco di Iosto e Amsicora? La verità è che in Sardegna non esistevano popolazioni amiche dei Romani: del resto è lo stesso Cicerone13 a confermarlo nell’Orazione “Pro Scauro” in cui afferma che non vi era fino a quel tempo, il 215, in Sardegna neppure una città amica dei Romani: “…quae est enim praeter Sardiniam provinciam, quae nullam habeat amicam populo romano

ac liberam civitatem?”

Livio parla di Iosto ucciso in battaglia, Silio Italico14 scrive che fu ucciso dal poeta latino Ennio15. Questi nella sua opera “Annales” non fa neppure cenno a questo episodio.

Tenuto conto di tutte le contraddizioni presenti nel testo dello storico romano –  probabilmente spiegabili con il fatto che Livio scrive di questi avvenimenti più di 200 anni dopo sulla base magari dei resoconti degli stessi consoli interessati a inghirlandarsi con trionfi e vittorie o di storici non proprio veritieri come Valerio Anziate16, occorre affermare comunque che anche per lo storico latino, Amsicora era un sardo.

Solo il Pais17, fra gli storici afferma che era cartaginese. Non si spiegherebbe infatti il nome, che di fenicio non ha neppure l’ombra, come del resto quello del figlio Iosto. Entrambi i nomi infatti sono di origine anatolica e quello di Amsicora (Hamsagoras) forse teoforo o dovuto a pregi fisici e spirituali. Secondo Barrecca18 –  nell’opera già citata –  nel suo nome non vi è alcun carattere semitico, vi è anzi un’analogia indiscutibile con l’idronomo libico, Hamsagora, ma potrebbe anche trattarsi di un fenomeno dovuto al sostrato linguistico protosardo, ma per nulla rivelatore di un’ascendenza africana del personaggio.

Si dirà comunque che era un sardo-cartaginese per i suoi interessi di grande latifondista, integrato nell’aristocrazia punicizzata. Insomma una sorta di ascaro. Ma come spiegare in questo caso la sua “auctoritate”, il suo prestigio che si estendeva oltre il suo territorio di Cornus e dell’oristanese, presso altre genti e città e persino presso le popolazioni nuragiche?

E a questa “auctoritate” che carica corrispondeva? Dobbiamo accettare l’ipotesi di Carta- Raspi19 – nell’opera citata – secondo cui era “Giudice di Cornus avendo il comando militare e politico civile”? Secondo lo storico sardo infatti la più alta magistratura della città di Cornus era quella dei Giudici, corrispondente all’arconte greco o al console romano o al sufeto delle città fenicie. I “principes” liviani – tradotti genericamente come «più eminenti» costituirebbero il Senato e Amsicora proprio quell’anno – indicato dal “tum” (allora) di Livio, nel 215, sarebbe stato eletto giudice, esplicando la duplice funzione di comandante militare e politico che nel mondo antico troviamo per un breve periodo presso il popolo ebraico: dalla morte di Giosuè nel secolo XIII agli inizi della monarchia nel secolo XI con il re Saul20. Senza quest’autorità ma soprattutto senza un prestigio anche presso i Sardi Pelliti come avrebbe potuto recarsi presso di loro per chiedere e sollecitare il loro aiuto nella guerra contro Roma? (Hamsicora tum forte profectus erat in Pellitos Sardos ad iuventutem armandam; quas copias augeret… Ab Urbe condita, XXIII, 40). Ma soprattutto: come sarebbe potuto riuscire a far intervenire nella guerra le tribù della montagna dell’interno? Non si tratta forse degli stessi sardi che intorno alla metà del VI secolo avevano lanciato una grande offensiva contro i Cartaginesi, fino a distruggere la fortezza di Monte Sirai? Non erano gli stessi indigeni dell’interno che nel decennio 545-535 si erano scontrati con Malco, il generale e re guerriero cartaginese, sconfiggendolo sonoramente e più volte tanto da far dire a Iustino21 – ci ricorda Lillíu22 che i Cartaginesi: “Amissa maiore exercitu parte, gravi proelio victi sunt: iterum infelicius victi sunt.” (Persa la gran parte dell’esercito, vengono sconfitti sonoramente e più volte).

5.Ma chi era Amsicora? Alcune risposte.

Per Ferruccio Barreca, il più grande studioso sardo del periodo cartaginese, Amsicora è stato un eroe fra la storia e il mito, per di più conosciuto attraverso la lente deformata dei suoi nemici, un sardo punicizzato, forse un sufeta, ma sicuramente il capo della delegazione dei maggiorenti partita a Cartagine nell’inverno del 216 a.C.; un sardo ben introdotto nel mondo punico ma non per questo punicizzato.

Per altri – come Camillo Bellieni, uno dei fondatori del Partito sardo d’Azione – è un punico con sentimenti barbaricini.

Per un altro grande storico sardo, Attilio Mastino, Amsicora appartiene a una famiglia sardo-libica, immigrata in Sardegna da molto tempo e completamente sardizzata. Egli è un uomo con un ruolo extramagistraturale, ovvero dux sardorum,e il fatto che la carica non passi a un altro maggiorente sardo ma al figlio, ci ricorda i sovrani della Numidia.

Sia come sia, Amsicora rappresenta sicuramente un sardo “moderno” dei tempi antichi. Un sardo che allora riusciva a confrontarsi con altre potenze e civiltà. Un sardo, punto di incontro e di sintesi sarda di culture differenti, capace di avere una visione politica, non solo tribale e locale, ma più ampia e nazionale. Un uomo di concordia e di mediazione delle forze, dei sentimenti e delle differenze dell’isola, che in questo modo rielaborate, costituivano una ricchezza e non una debolezza del suo popolo, nonostante la forza di un impero come quello romano.

6.Amsicora secondo Ferruccio Barreca.

A delineare in modo preciso la figura di Amsicora è Ferruccio Barreca, – su ricordato – in  una relazione – di cui riportiamo ampi stralci: “[…] Ampsicora noi lo conosciamo attraverso quello che hanno detti i suoi nemici. Intanto, diciamo così, proprio i Romani. Se non ci fossero le testimonianze dei Romani, purtroppo, non ne sapremmo niente. Non ne conosciamo certo la tomba; si è sempre sperato, desiderato, anzi, di trovare la tomba di Ampsicora e ho paura che sia una speranza che resterà sempre delusa. Ampsicora, ormai dopo gli studi fatti, si è capito che non deve essere nemmeno sepolto nel territorio di Cuglieri. Ampsicora è morto lontano da Cuglieri, lontano dalla sua terra natale. Anche se sembra avesse una visione larga della sua terra natale, non era strettamente legato ad un ambito tribale. Certamente no. Morto lontano, pare sia morto tra Sardara e Sanluri… Quindi niente tomba. Sentiamo la parola dei suoi nemici, nemici che poi in fin dei conti hanno riconosciuto la grandezza morale di questo personaggio. Livio cosa ci dice? Che nel 215, quando i Sardi hanno tentato una riscossa a favore dei Cartaginesi, contro il dominio Romano, questo tentativo di insurrezione avviene, purtroppo poi fallisce, ed ha due protagonisti: uno è un cartaginese Annone, l’altro è Ampsicora e Livio ci dice che Ampsicora era di gran lunga il più prestigioso ed il più ricco dei capi, diremo meglio, dei principi. Probabilmente i Cartaginesi lo avranno chiamato un “Raab”, un capo, e il più prestigioso e il più ricco era lui fra tutti quelli della Sardegna, della Sardegna punica, ovviamente. Questa è la definizione. Cosa si può riuscire a capire? Ampsicora agisce chiaramente nell’area cornuense, nell’area oristanese. Intanto cominciamo, quindi, con l’escludere la provincia di Cagliari. Cornus è detta la capitale, il capoluogo, meglio, della zona, della regione; Cornus è senza dubbio il punto focale a cui fanno riferimento gli insorti. La insurrezione prende le mosse da Cornus. È dunque un personaggio estremamente

in vista dell’oristanese e dell’area cornuense. Questo personaggio, appunto perché appartiene a quest’area, possiamo esser certi, che la sua ricchezza l’avesse fondata sull’attività agricola e commerciale. L’attività mineraria qui non poteva essere una grande risorsa, se pure ci sarà stato qualcosa nell’estremo Sud, dalla parte più che altro di Neapolis. Quindi il Nord dell’iglesiente è già fuori. Dunque è un proprietario di terreni sfruttati a scopo agricolo. Certamente si tratta di un commerciante di prodotti agricoli. È un agricoltore che avrà commerciato, avrà forse anche esportato facendo imbarcare i prodotti dei suoi terreni nelle zone portuali dell’oristanese, pensiamo a Cornus stessa, pensiamo a Tharros, ad Othoca. Si muove nell’ambiente oristanese, e ovviamente si capisce che è un oristanese costiero, appunto. Le risorse agricole vengono specialmente dalla zona costiera, dalla parte oristanese bassa, l’estrema valle del Tirso, e quindi noi lo vediamo naturalmente come inserito in quell’ambiente etnico e culturale sardo che era strettamente a contatto con l’ambiente cartaginese e il Campidano di Oristano, profondamente colonizzato dai Cartaginesi, in parte dai Fenici prima. Noi ci rendiamo subito conto che la cultura fenicio-punita era una componente essenziale della figura di Ampsicora. Però ricordiamo che non era un colono o un discendente di coloni punici. Nulla ci autorizza a pensarlo. Il suo nome Ampsicora, nella radice amps, ci rivela chiaramente un legame col Nord Africa. Però quale Nord Africa? Non è il Nord Africa semitico. Amps è la radice da cui deriva il nome di un fiume del Nord Africa, 1’Ampsaga. L’Ampsaga è quindi un toponimo, anzi è un idronomo. Gli idronimi sono tra i toponomi i più antichi, quelli che mantengono di più il ricordo delle popolazioni originarie di una regione. E allora può essere anche un etnico del Nord Africa presemitico. Il Nord Africa mediterraneo, cioè come noi lo chiamiamo, berbero, se vogliamo, chiamiamolo così, libico. Ma pensare che il nome libico più antico sia dovuto ad una immigrazione dal Nord Africa avvenuta chissà quando è un po’ come voler forzare la storia. I nomi mediterranei in Sardegna, i nomi che sono strettamente apparentati col mondo berbero, libico, come vogliamo chiamarli, sono nomi “protosardi”. I nuragici parlavano un linguaggio che, mi dispiace dirlo, non era l’etrusco. Era un linguaggio di substrato rispetto allo strato linguistico semitico da un lato portato dai fenici e dai cartaginesi, indoeuropeo dall’altro, quello che sarà portato dai romani. Dunque, ecco che questo nome di Ampsicora rivela l’origine protosarda, nuragica, della famiglia di Ampsicora. È un nome locale, indigeno. Era un protosardo che però viveva nell’area intensamente permeata di cultura semitica, grazie a quella colonizzazione capillare realizzata da Cartagine fin dagli inizi del suo dominio sulla Sardegna. Fin dalla fine del VI secolo coloni cartaginesi erano sparsi nella regione ubbidendo a dettami di una sana economia e vivevano nel terreno di cui attendevano i frutti per il loro benessere. Non vivevano nella città, ma vi si recavano saltuariamente. I dettami dell’economia agricola cartaginese imponevano che i proprietari vivessero sul terreno. E allora questi coloni sparsi sul territorio, sia pure all’ombra delle fortezze dove le guarnigioni cartaginesi vigilavano, non solamente sullo sfruttamento economico delle risorse sarde, ma anche sull’incolumità, ovviamente, dei loro coloni… Ampsicora è un sardo-punico perché si è integrato. È un agricoltore di grande possibilità. Avrà avuto certamente molti uomini alle sue dipendenze. Ci appare, quindi, veramente, questo “Raab” come lo avranno chiamato nella Sardegna punicizzata, questo “Raab” che, ecco, ci appare anche moralmente. Di Ampsicora si può analizzare anche la figura morale e non solamente quella storica ed etnica, perché in Ampsicora traspare chiaramente l’uomo di azione, senza dubbio, e non solamente il mercante preso dai suoi interessi, l’uomo che aveva degli orizzonti che andavano al di fuori di quello stretto degli interessi economici quale poteva avere un proprietario terriero.

Lo vediamo non solo a capo degli insorti nel 215, ma lo vediamo ambasciatore della propria corrente politica, presso i protosardi nell’interno della montagna: i sardi Pelliti. Si muove lui; va a convincerli perché vengano ad aiutare la causa sardo-punica. Quindi è uomo che era pronto ad impugnare le armi, sia ad usare la propria eloquenza a favore delle proprie idee. Personaggio, quindi, complesso, che deve giustamente essere considerato l’esponente, insieme con Iosto, della nazione sarda nell’antichità. Questo personaggio rivela un’altra cosa: rivela il suo carattere sardo nel voler convincere altri ambienti sardi, le tribù interne, della bontà della causa e quindi della necessità di seguirlo. Ha dimostrato di aver fiducia nella gente dell’isola. Non si è appoggiato solo al sostegno, al supporto militare dei cartaginesi, ma ha voluto cercare di estendere il supporto locale, il supporto indigeno. Che poi la sua fiducia, purtroppo, l’abbia deluso e che la sua impresa abbia avuto una tragica conclusione, è un’altra faccenda. Ha avuto questa fiducia. Ed è passato alla storia in una maniera singolare. La leggenda storiografica romana addirittura ha voluto legare il nome del figlio di Ampsicora, di Iosto, al poeta Ennio. Ma noi riteniamo che sia una leggenda, per non dire una favola. Però senza dubbio, questa figura, come si diceva anche in principio, ha un suo aspetto particolare. È circonfusa di quell’alone suggestivo, non mi piace dire romantico, che circonda sempre gli individui che soccombono nella lotta per i loro obiettivi. Cioè l’alone che si trova sempre attorno al combattente che muore in uno sforzo di sfortunato valore. Lo sfortunato valore che per chi ha un minimo di sensibilità umana e civile riscuote sempre rispetto, riscuote simpatia. Ecco perché attorno ad Ampsicora io ritengo che, giustamente, si è formata quella leggenda che ha animato per tanto tempo gli orientamenti culturali locali. I sardi hanno sempre riconosciuto in Ampsicora questa figura. Solo adesso, stranamente, voci continentali, grazie al cielo, parlano di una figura che si muoveva per gretti interessi economici, una figura ambigua: non vedo il perché! Altri e questi in Sardegna, lo hanno definito un collaborazionista. Ohimè! Strano. Intanto io direi che bisogna sempre cercare di evitare di mischiare il presente con il passato. Collaborazionista è un termine recentissimo. Purtroppo l’abbiamo conosciuto. Sappiamo come è nato. Ma il collaborazionista chi è in sostanza? È un esponente di un determinato gruppo etnico il quale, in un momento eccezionale di invasione, di occupazione del suo territorio da parte di un altro popolo straniero, decide da un momento all’altro di dare la propria collaborazione, di lavorare, combattere per quel popolo che viene da fuori, col quale non ha nulla a che vedere etnicamente, culturalmente. Il personaggio Ampsicora è il rovescio del collaborazionista, perché, è l’espressione di 600 anni, sei secoli; diciamo, specialmente noi studiosi, archeologi, siamo abituati a considerare così, come noccioline i secoli, ma sei secoli vogliono dire 600 anni. Oh!, amici miei, 600 anni fa pressappoco viveva Petrarca, ne è passato di tempo, di esperienze. Quante stratificazioni etniche, culturali si sono succedute! Non possiamo pensare che questi, così, dall’oggi al domani si siano messi a collaborare con Cartagine per i propri interessi economici o perché gli piaceva. Ma Ampsicora doveva sentirsi praticamente, profondamente immerso nel mondo punico, sardo-punico, nel mondo della Sardegna punica. Questa è una mia opinione personale. Chiamiamolo non sardo-punico, ma sardo integrato nel mondo punico. Ampsicora è integrato, ricordiamoci, non acculturato. Altro errore, altra leggenda da sfatare! Noi sappiamo bene che differenza passa fra la culturazione o acculturamento e l’integrazione. L’acculturamento che cosa è? È dove due popoli si incontrano, di cultura, di tradizioni completamente diverse. È uno dei due che impone tutta la propria civiltà all’altro, senza che l’altro gli dia nulla. Ma un popolo come il popolo “protosardo”, ha alle sue spalle millenni. Ecco le nostre colleghe archeologhe ci hanno parlato della civiltà di millenni prima che arrivasse la civiltà dei cartaginesi e dei fenici; di un popolo che ha alle proprie spalle millenni di civiltà. Un popolo che, lo abbiamo visto, in quell’epoca così remota, già conosceva e utilizzava dei giacimenti di argento. Anche questa è una cosa da tener presente. Aveva preso contatto con altri popoli esterni, i quali molto prima dei fenici erano venuti, avevano stabilito degli scali commerciali sulle coste sarde e avevano portato fermenti culturali oltre che etnici nuovi. Ora questo popolo che arriva a creare il nuraghe, un popolo che poi, quando arrivano i Romani, per 127 anni combatte contro questi nuovi venuti, perché non se la sente di accettarne la mentalità, perché ha già una sua mentalità, ha già una sua civiltà. Io non credo che i sardi si fossero lasciati acculturare. Se noi andiamo ad Antas troviamo il culto protosardo di “Gabbai” che sopravvive quando arrivano i cartaginesi; lo interpretano come il culto di Sid, ma non se la sentono di abolire il nome di `Gabbai” che continua. Sopravvive ad Antas come “Sid el Gabbai“, a San Nicolò Gerrei come As Mummer. È la stessa cosa, è vero, sopravvive attraverso tutta la fase punica, arriva fino all’età dei Romani, ancora tanto vivo e vitale che i Romani, i quali, ovviamente, hanno cancellato il nome semitico di Sid Al e hanno conservato il nome di “Babbai”, non solo, l’hanno chiamato “Sardus”, ma “Sardus Pater Babbai”. Sentivano che era un dio sardo, vivo e vitale. E allora ecco che noi vediamo che questa civiltà protosarda ha reagito. Si è scontrata prima, si è poi incontrata, confrontata e fusa con un’altra civiltà, dando loro una civiltà nuova che è quella sardo-punica. Questa civiltà sardo-punica ha dato come massimo esponente proprio Ampsicora. Vedete che è poco ed è molto. Abbiamo cercato di scendere nella sua anima, dietro questo nome così strano che in più è stranamente deformato, per semplificarlo. Forse riesce scomodo a qualcuno, lo chiamano infatti Amsicora, facendo cadere quella “p” che invece è parte integrante del nome. Ecco cosa c’è dietro Ampsicora. Ecco da quale humus è nato questo virgulto vigoroso e quale può essere. Ha avuto una grande coerenza fino all’ultimo, anche quando vede che tutto è perduto. Hanno pagato di persona sia lui che il figlio, hanno pagato di persona il fatto di avere quella volontà, quell’orientamento politico. Hanno fatto una scelta politica. Quando vede che tutto è perduto preferisce uccidersi. Avrebbero potuto facilmente fuggire, prendere una delle navi che certamente gli amici punici delle città costiere gli avrebbero fornito. Se ne sarebbe andato tranquillamente, ma invece no: il suo miraggio è finito, ed egli non vuole accettare la sconfitta, non vuole accettare il dolore di aver perso il figlio, e si uccide. Ecco chi è Ampsicora […]”23.

7.Amsicora? Probabilmente il primo grande autonomista della storia sarda.

I protosardi, dietro la spinta del pericolo cartaginese si organizzano. A parere di Lillíu24 passerebbero da forme organizzative “cantonali” a una struttura “nazionale”: la loro resistenza comunque fu stroncata e così vengono sospinti dalle pianure e dalle colline nelle zone montagnose dell’interno, solitarie, sterili e disperate. L’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti di ogni genere e fonte di benessere materiale e civile provocò una cesura culturale – ci ricorda Lillìu25 –  una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica “dalle belle pianure iolaee” (in Diodoro Siculo, IV, 29, 3; V, 15) verso le caverne e i boschi paurosi del centro montano non fu soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulli perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso un carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di una intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vincente.“Fu pure incrinata la compattezza etnico-sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica. Da una parte l’Isola montana dei Sardi,- ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori – continuò ad esprimere una cultura genuina e autentica di pastori, per quanto impoverita e decadente; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori, diventati collaborazionisti, per calcolo o per paura, degradati al livello di servi della gleba, confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri, del comune padrone cartaginese. I primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama di potere” 26. Se le cose stanno così, come la bella prosa storica di Lilliu descrive, perché i Sardi della montagna, internati dai Cartaginesi avrebbero dovuto seguire e aiutare un sardocartaginese, ovvero un collaborazionista e un ascaro? Per evitare un imperialismo, sicuramente più brutale, più oppressivo e più devastante come quello romano?

Perché Amsicora e gli altri “principes” di Cornus e delle altre città sardo-puniche arrivano a una trattativa e a un compromesso con i capi barbaricini in base al quale s’impegnano a garantire ai Sardi Pelliti e alla Barbagia autonomia e autogoverno, facendone una sorta di enclave dentro l’impero cartaginese? Può darsi: i Cartaginesi e non sicuramente i Romani – interessati solo a dominare e sottomettere i popoli – avrebbero potuto permettere ai Barbaricini un’Autonomia, se così fosse dovremmo considerare Amsicora il primo grande sardo Autonomista della storia.

8.Forse un grande leader barbaricino che tentò la liberazione della Sardegna dall’occupazione romana.

Ma perché escludere anche un’altra ipotesi, ovvero che Amsicora fosse finalmente – dopo invasioni e dominazioni e conseguenti divisioni dei Sardi – il leader in grado di unire e riunificare tutti i Sardi a fronte del pericolo mortale – per la popolazione e la civiltà sarda – dei Romani? Lui, non solo sardo verace – come abbiamo già visto – ma addirittura barbaricino come ci testimonia Silio Italico27 secondo cui Amsicora si gloriava di essere iliense, discendente dei coloni venuti da Troia e quindi un montanaro del più nobile sangue e assai coraggioso e fiero? Versione questa di Silio Italico, ma fatta propria da uno storico sardo del 1600, Giovanni Proto Arca di Bitti28 che chiama Amsicora “dux barbaricinorum”? (Erat dux Barbaricinorum Hampsagoras et eius filius Oscus ex Barbaricinis ambo, quibus se iunxerant Balari, ceu Iberi, quos diximus fuisse Hispanos; qui fortiter ad proelium instructi lacessebant Torquatum, vel potius illudebant de suo se Troiano genere gloriando…). Del resto, Amsicora, fin dal tempo di Cicerone non è stato sempre raffigurato con tanto di barba, pugnale e mastruca, tipico dei Sardi Pelliti?

9.Amsicora nell’immaginario collettivo degli artisti

È un caso che nell’immaginario collettivo soprattutto degli artisti e dei poeti sardi venga considerato come un eroe sardo che difende la Sardegna contro il romano invasore, vero e proprio lupo e cane famelico (lupu e catteddu famidu), bardaneris, distruttori, seminatori di guerra, rovine flagelli e morti? Mi riferisco in modo particolare al suggestivo poema epico di Salvatore Lay-Deidda29 desulese, pastorello nei monti del Gennargentu fino a 18 anni, ordinato sacerdote nel 1947 e colto dalla morte, giovanissimo, a soli 30 anni. Nel Poema, vero e proprio poema epico nazionale sardo, intitolato e dedicato ad Amsicora, Lay-Deidda lo idealizza e ne fa un eroe nazionale, innamorato della sua terra, guida dei Sardi Pelliti, “Amsicora, su nobile regente/ De s’alma Gennargenzia fiera”, che chiama a raccolta tutti i Sardi, delle pianure e delle montagne, per opporsi, in un ultimo e disperato tentativo, al brutale e definitivo dominio romano, rivendicando l’indipendenza e l’orgoglio nazionale, come canta in questa bella ottava30 il poeta desulese:

A Titu nara: «Roma a sos Romanos,

A sos Tyros sa Tyra Karchedones,

Sa Sardigna a sos Sardos! Turpes manos

non turbent sas anzenas possessiones

Su Logudoro cun sos Campidanos

Non connoschent né Titos né Magones

Sa Sardigna est una: suos fizos

Sunt sos Sardos, pro vois in fastizzos»

E prima di Salvatore Lay-Deidda, un suo compaesano, Antioco Casula31, più noto con il popolare pseudonimo di Montanaru, considerato dalla critica il più grande poeta sardo in limba, dedica un’Ode ad Amsicora, considerato eroe della sarda libertà che risplende come il sole non oscurato da nubi. Nella fantasia di Montanaru Amsicora viene immaginato come gran ribelle e dall’animo indomito: sfortunato eroe di una santa causa, che preferisce la morte piuttosto che la schiavitù sotto i romani.

 

Pro Amsicora

Beni, ispiritu antigu, beni tue

eroe de sa sarda libertade,

chi pustis tantu currere d’edade

risplendes che sole senza nue.

Tue, mannu rebellu, anima rue

de fronte a sa romana podestade

sa morte hasa prefertu a s’amistade

furistera. Nessunu ischit inue

T’han seppellidu, eroe isfortunadu

de una causa santa e tantos Sardos

no ischini chi sias esistidu.

Ma eo peso su cantu innamoradu

pro te, cun versos duros, galiardos,

comente duramente ses vividu.

Su tempus senza pasu andat a fua

che marettas marinas a curtura

però sos veros Sardos in tristura

vivene sempre. Est sa tristura tua,

Eroe nostru, senza sepoltura

in custa sarda terra dur’e crua

chi sos mezzus allattat cun sa lua

e dat a sos istranzos sa dulzura.

Ma oe che Iosto, senza brigas,

dogni giovanu avanzat temperadu

a provas de trabagliu e d’amore.

Non pius, o eroe, maleigas

s’offesa antiga. Olvida su passadu

e saluda su tempus benidore.

S’istoria iscritta dae, sos binchidores

non podet mai contare cosas zustas

hat postu a banda sardos gherradores

chi de esser eroes han dau sa mustra.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

Gherreri corazzosu e attriviu

de sos Sardos pellitos cumandante

contra a sos romanos accaniu

ca fint in terra nostra dominande.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

 

Per ultimo accenno a un Gruppo musicale moderno32 che in una suggestiva e felice contaminazione fra antico e moderno, musica rock e musica sarda, in un recente testo, dedicato proprio ad Amsicora così canta: Un eroe senza sepoltura, in questa nostra dura terra sarda che allatta gli uomini migliori – canta polemicamente il poeta desulese – con l’euforbia e regala dolcezza agli stranieri.

Ma ecco l’ode35

27

Solo fantasie? Ma forse che l’Amsicora liviano non è ugualmente costruito e disegnato sulle fantasie dello storico latino tutto proteso a magnificare la stirpe romana, piegando a tale filosofia dati, date e avvenimenti, come ormai ci risulta con certezza e come abbiamo cercato di argomentare?

Paraulas sentias e versos tostos

non podent cancellare sa memoria

pro ammentare peri a fizos nostros

chi su populu sardu hat un’istoria

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

E si hamus perdiu una battallia

semus galu in custa nostra terra

non semus in chirca de medallia

cherimus solu binchere sa gherra

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

In Cornus ant accatau sa morte

Iosto e Amsicora chin gloria

pro issos terra amada e mala sorte

cunsacrados los at a sa memoria.

Sos bentos de levante sunt boliande

isettant su sinzale.

 

  1. Alcune conclusioni finali e qualche ipotesi

La storia e la figura di Amsicora, che noi conosciamo e che è stata costruita in buona sostanza basandosi sull’opera dello storico romano Tito Livio “Ab urbe condida, XXIII, 32” non è assolutamente credibile. Il più grande latinista italiano, Ettore Paratore, nella sua monumentale Storia della Letteratura latina (Sansoni editore, pagina 455) scrive, in modo impietoso – ripetiamo che “chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla”. Perché? Perché Livio intende la storia come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui – per esempio – il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella narrazione del periodo più arcaico. Livio è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di «storia sacra», quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana abbia rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel proemio dell’opera Ab urbe condita dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno permettere che circondi le proprie origini col fascino della 28 sacralità e le attribuisca agli dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che, sebbene esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore Romolo, le nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si assoggettano al suo dominio”. Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos, Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et debellare superbis” (Occorre perdonare chi si sottomette e distruggere chi osa resistere). Livio scrive dunque una storia “ideologica”, senza alcun rigore storico, con svarioni colossali e immani contraddizioni che ho cercato di evidenziare nelle pagine precedenti: ricordo in modo particolare il suo giudizio sui Sardi “facile vinci” (avvezzi ad essere facilmente battuti) e quello sulla Sardegna “sottomessa e pacificata” fin dal 238 a.C. quando invece sappiamo che ancora nel 104 a. C. (dunque ben 134 anni dopo la conquista) certo Tito Albucio avrebbe represso una ribellione dei Sardi e lo stesso Livio è costretto a prendere atto alla fine del 1° secolo a.C., che gli Iliesi sono gente “ne nunc quidem omni parte pacata” a conferma peraltro di quanto sosterrà Diodoro Siculo, che parla dei Sardi delle montagne “che hanno ancora mantenuto la libertà”, e di quanto scriverà lo stesso Cicerone secondo il quale fino al 215 a.C. “non vi era in Sardegna neppure una città amica dei Romani”. Ricordo ancora che Livio – per sua stessa ammissione – si rifà, per quanto attiene ai fatti riguardanti Amsicora, a certo Valerio Anziate, storiografo romano vissuto nell’età di Silla (1° secolo a.c.) che godeva già presso gli storici antichi e ancor più oggi ne gode presso gli storici moderni, fama di grande falsario o comunque di faciloneria, mancanza di scrupoli ed esagerazioni. Tutto ciò per sostenere che occorre assolutamente rivedere e riscrivere la storia di Amsicora, come del resto l’intera storia della Sardegna, scritta dai vincitori e dunque ad usum delfini. Per quanto riguarda Amsicora io ho avanzato l’ipotesi che fosse o il primo grande autonomista della Sardegna o un vero e proprio eroe sardo che ha tentato di liberare l’Isola dal dominio e dall’oppressione romana. Certo si tratta solamente di ipotesi. Ma una cosa è certa: l’Amsicora liviano cui ci siamo finora abbeverati non regge, neppure come semplice ipotesi.

 

Riferimenti bibliografici

  1. Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Inizio capitolo VIII.
  2. Tacito, Annales, IV, 34.
  3. Ettore Paratore, Storia della Letteratura latina, Sansoni ed., seconda edizione, Firenze 1962, pag. 455.
  4. 4. Piero Meloni, La Sardegna romana, Chiarella editore, Sassari 1990, pag.55.
  5. Piero Meloni, La Sardegna romana, op. cit., pag. 552.
  6. Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965.
  7. Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, ed. Mursia, Milano 1971.
  8. Theodor Mommsen, Storia di Roma antica, vol.I, tomo I, Editore Sansoni, Firenze 1986, pag.143.
  9. Salvatore Merche, Barbaricini e la Barbagia nella storia della Sardegna, pag.26 segg.
  10. Salvatore Merche, op. cit. pag. 28.
  11. Diodoro Siculo (90 a.c.- 20 d.c.) Vive ai tempi di Cesare e nei primi anni di Augusto. Storico greco scrive in 40 libri la Biblioteca storica.
  12. Giovanni Zonara (1080-1118) storico e scrittore ecclesiastico bizantino, autore di un’opera Epitome storica che tratta dalle Origini alla morte di Alessio Commeno.
  13. Cicerone (106-43 a.c.) Parla della Sardegna – sempre in termini dispregiativi – in più opere, fra l’altro nell’orazione Pro Scauro. Diventerà la principale fonte per altri scrittori e storici che parleranno successivamente della Sardegna.
  14. Silio Italico (25-101 d.c.), poeta latino. La sua opera principale è il poema epico Punica in 17 libri e 12.200 versi. Tratta della 2° Guerra Punica: dall’assedio di Sagunto fino a Zama. Fu lui che attribuì al poeta Ennio la morte in duello di Iosto, il figlio di Amsicora.
  15. Ennio (239-169 a.c.), poeta latino, autore degli Annales, poema epico in 18 libri e in 30.000 versi, per la gran parte andati persi in cui celebra la Storia di Roma dalle Origini ai suoi giorni, ispirati ad entusiastica ammirazione per l’espansionismo romano tanto da essere ammiratissimo da Cicerone.
  16. Valerio Anziate, storiografo romano vissuto nell’Età di Silla (!° secolo a.c.). Scrisse 75 libri di Annales, quasi completamente perduti. Godeva già presso gli storici antichi e ancor più ne gode oggi presso gli storici moderni – fama di grande falsario o comunque di faciloneria, mancanza di scrupoli ed esagerazioni.
  17. Ettore Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, a cura di Attilio Mastino, Ilisso edizioni, Nuoro 1999.
  18. Barrecca, op. cit. pag.103.
  19. Carta-Raspi, op. cit. pag. 209.
  20. Bibbia (Libro dei Giudici), 1° e 2° libro di Samuele, 1° e 2° libro dei Re.
  21. Giustino, epitomatore delle Filippiche di Pompeo Trogo, vissuto fra la fine del secolo II e l’inizio del secolo III. Non era romano ma visse a Roma dove compì la sua opera. Dai 44 libri della Storia di Pompeo Trogo estrasse e sintetizzò tutto ciò che secondo le sue dichiarazioni nella prefazione dell’epitome.
  22. Giovanni Lillíu, La Civiltà dei Sardi, Nuova ERI ed. pag. 84.
  23. Barreca, Amsicora e il territorio di Cornus, Atti del II Convegno sull’archeologia romana e altomedievale nell’oristanese, Cuglieri 22 dicembre 1985m Editrice Scorpione, Taranto 1988.
  24. Lilliu, La civiltà dei Sardi, Nuova ERI edizione, Torino 1988, pag.418.
  25. Lilliu, op. cit. pag. 418.
  26. Lilliu, op. cit. pag. 419.
  27. Silio Italico (25-101 d.c.), vedi nota 14.
  28. G. Proto Arca, Barbaricinorum libri, a cura di Francesco Alziator, Fossataro, Cagliari 1972.
  29. Salvatore Lay Deidda, Amsicora, Amsicora edizioni, Desulo 1993.
  30. Lay Deidda, op. cit., pag. 147.
  31. Antioco Casula (Montanaru), Sas ultimas canzones, a cura di Giovanni Pirodda, Ilisso editore, Nuoro 1998, pag. 203.
  32. Mi riferisco al Gruppo musicale nuorese “Istentales” che dedica un CD ad Amsicora, descritto appunto come grande eroe sardo.

DOCUMENTI: La “Tavola di Esterzili”* 

Il documento epigrafico più importante rinvenuto in Sardegna è la Tavola di Esterzili,con la trascrizione di una sentenza con la quale il proconsole Lucio Elvio  Agrippa condannava durante l’età di Otone i pastori sardi della tribù dei Galillenses:si tratta di un esempio significativo di una politica tendente a privilegiare l’economia agricola dei contadini immigrati dalla penisola italiana in Sardegna.Inciso sicuramente a Carales il 18 marzo 69 , esposto al pubblico per iniziativa dei Patulcenses  originari della Campania all’interno di un villaggio agricolo,il documento (scoperto nel 1866, studiato da Giovanni Spano e Theodor Mommsen e conservato al Museo Nazionale di Sassari) ci informa su una lunga controversia,conclusasi con una sentenza con la quale il governatore provinciale ripristinava la linea di confine fissata 170 anni prima dal proconsole Marco Cecilio Metello,dopo una lunga campagna militare durata per almeno cinque anni e conclusa con la sconfitta della popolazione locale e con il trionfo del generale vittorioso celebrato a Roma fino al tempio di Giove Capitolino. Il documento (una lastra di bronzo larga 61 cm, alta 45 cm e pesante circa 20 kg) fornisce informazioni preziose sul governo provinciale,passato nell’età di Nerone dall’imperatore al Senato,sul funzionamento degli archivi in provincia e nella capitale e sul conflitto tra pastori indigeni dediti all’allevamento transumante e contadini immigrati dalla Campania,sostenuti dall’autorità romana,interessata a contenere il nomadismo sul quale si alimentava il brigantaggio;ma anche decisa a valorizzare le attività agricole ed a favorire un’occupazione stabile delle fertili terre nelle pianure della Trexenta e della Marmilla,soprattutto a promuovere l’urbanizzazione delle zone interne della Barbaria sarda,dove si era andata sviluppando una lunga resistenza alla romanizzazione.«Documento tra i più importanti e significativi dell’età antica in Sardegna» ha scritto recente-mente Giovanni Brizzi,«la Tavola di Esterzili propone agli studiosi una gamma vastissima di problemi del più alto interesse: geografico-storici, per l’identificazione delle sedi dei Galillenses e Patulcenses, nonché dei territori tra loro contesi; giuridici,per le forme dell’intervento romano ed il rapporto tra tabularium  principis  e tabularia provinciali;linguistici,per le forme adottate,gli imprestiti,ilgrado di alfabetizzazione degli estensori;archeologici,per il rapporto tra il documento,il luogo di rinvenimento ed il contesto paesaggistico e monumentale,epigrafici,storici,infine».Si ripete in questo caso ad Esterzili,su scala assai ridotta,«quanto si era verificato già nella penisola,conducendo l’Italia delle piane costiere,l’Italia tirrenica progressivamente identificatasi in Roma,l’Italia dei contadini,a scontrarsi con l’Italia appenninica,l’Italia dei pastori unita sia pur solo superficialmente dal vincolo della transumanza.Viene da chiedersi,dunque,se non sia stata proprio questa scelta di campo ormai consueta,questo atteggiamento connaturato nella politica dello stato egemone,uno tra i motivi fondamentali della mancata metanoia tra i Sardi ed il potere romano».

*Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Nuoro, 2009, pagine 257-258

 

Pimpirias de Istoriografia

 

1.”La resistenza dei Sardi contro i Romani 

Per quanto Tito Livio sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità,la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni,di attacchi improvvisi,di rivolte,presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai

mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare,soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale,a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena  Barbaria, la terra occupata dai Barbari,alcuni accampamenti militari,in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi (Luguidonis c(astra),presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri,più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile,presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine;Fo-rum Augusti,presso l’attuale Austis;Valentia presso Nuragus;Biora presso Serri; Uselis,oggi Usellus;Custodia Rubriensis,presso Barisardo;in età tarda anche Nora praesidium,Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros),con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della  Barbaria sarda,senza però un definito sistema di difesa lineare,almeno in etàimperiale (limes );si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi,utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto,nel 231 a.C.,il console Marco Pomponio Mathone),oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi,come quelli noti anche a Strabone,che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea,per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi,attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie:«avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari,che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino,i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»;in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses,dei Balari e dei Corsi,popoli di pastori vestiti di pelli,a lungo impegnati contro l’occupazione romana,anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna. Secondo Tito Livio gli Ilienses,ora localizzati nel Marghine-Goceano,all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati;per Pausa-nia,che scriveva nel II secolo d.C.,essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola,ed avendo occupato i monti di difficile accesso,fortificati da palizzate e da precipizi,hanno ancora oggi il nome di Iliesi,ma si assomigliano nella forma e nell’armatura,ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo rileva che«quel popolo (gli Iolei-Ilienses),trasportate le proprie sedi sui monti,abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile,ove abituati a nutrirsi di latte e di carni,perché si occupano di pastorizia,non hanno bisogno di grano;e perché abitano in dimore sotterranee,scavandosi gallerie al posto di case,con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò,quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi,non poterono mai ridurli all’obbedienza».E aggiunge:«quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola,non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori,essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra,mantenendo quantità di bestiame,si alimentarono di latte,di formaggio e di carne,cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti,senza pensieri e senza fatiche,contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque,sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi,non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani,potentissimi per il vasto impero che avevano,avendo loro fatto spessissimo la guerra,per nessuna forza militare che impiegassero,poterono mai giungere a soggiogarli».Infine Strabone osserva:«Sono quattro le tribù delle montagne,i Parati,iSossinati,i Balari,gli Aconiti,i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura;anzi,compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola,ma salpano anche contro quelli del continente,soprattutto i Pisani»:e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto. Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna:col tempo,gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o,più tardi,di agguerriti reparti ausiliari e,sulle coste,con la flotta da guerra,per combattere la pirateria,ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza,a spese di alcune comunità interne;un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale,che rese accessibili  anche le regioni più isolate della provincia”.

*Attilio Mastino, Storia della Sardegna antica, Il Maestrale, Nuoro, 2009, pagine 173-174-175

2.Il ruolo dei Romani in Sardegna

[…]  “In nessun momento i nuragici, anche se a ranghi via via sempre più ridotti, mai hanno dato segnali di sottomissione ai nuovi padroni. Continuano contro i romani le lotte asperrime che avevano condotto contro i padroni cartaginesi Piero Meloni nella sua opera La Sardegna romana ci informa che quelle popolazioni nutrite di uno spirito di fiera indipendenza politica che anche Cartagine era stata costretta a rispettare , non lasciarono mai le armi neppure quando la maggior parte delle province mediterranee erano state interamente pacificate. Dai romani, ovviamente, che com’è noto, consideravano luoghi di pace soltanto i cimiteri.

   Genocidio o soltanto etnocidio? Uccisione soltanto della cultura dell’anima e non anche dei loro portatori? La discussione intorno al dilemma potrebbe farsi lunga ma io mi attengo alle tesi di Rafhael Lemkim, che oltre a coniare il termine genocidio, fu anche il principale ispiratore della Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, contro il etnocidio, secondo la quale gli atti di genocidio sono qualificati come genocidio, Etnocidio e genocidio, dunque si equivalgono.

   Il governo della confederazione comunitaria fu schiantato e soppiantato da un funzionario imperiale, normalmente un taglieggiatore e da capi e gerarchie quanto meno ignobili.

   L’Isola fu tagliata in due parti, duos lados, come l’agnello della festa, Bàrbaria e Ròmania e divisa da un confine presidiato all’ingresso delle valli da fortilizi e accampamenti militari. Dal Parteolla al Limbara.

   La gestione comunitaria delle risorse fu abrogata. Le terre furono divise in latifondi e questi regalati ai clienti dei conquistatori. Le miniere e le saline diventarono proprietà dello Stato romano. Le foreste furono tagliate e bruciate per far posto alle colture del grano e dei cereali, perché Roma, i suoi eserciti, la sua plebaglia aveva fame.

   Certo i romani fecero strade, ponti, palazzi, terme cloache e teatri, per transitare velocemente le forze armate e il bottino per ristorarsi, alleggerirsi e divertirsi. E tracciarono le vie per tutti gli invasori successivi. Fino ai nostri giorni”. […]

[Eliseo Spiga,La Sardità come utopia- note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006 pagine 228-229].

3.Perché i romani costruiscono strade e ponti

[…] “Per  meglio governare quel territorio secondo le proprie logiche di dominio furono costruite strade carrabili sui tracciati di quelle già realizzate dai Punici, che furono ampliamente collegate con nuove vie secondarie che penetravano nelle zone interne per meglio controllarle e gradualmente assoggettarle. Nei punti nevralgici che fungevano da cerniera fra i territori sottomessi e quelli ancora nelle mani dei ribelli resistenti, i Romani insediarono presidi nei quali stazionavano guarnigioni di soldati, a fare da argine alle scorrerie di quelli che chiamavano sardi pelliti, perché interamente vestiti di pelli, nelle pianure coltivate dai contadini assoggettati. Il sistema stradale che costruirono nell’Isola era certamente funzionale al più efficiente presidio militare nel territorio per meglio difenderlo dai nemici interni ed esterni e per consentire alle legioni di muoversi rapidamente per i loro interventi, ma era utile anche per agevolare i traffici delle merci e gli scambi commerciali, oltre che per connettere i vari centri abitati tra loro, diversi dei quali presero proprioio nome delle colonne miliarie romane, come gli odierni centri di Sestu, Quartu, Settimo, Decimo.

   Le eccellenti capacità ingegneristiche in loro possesso erano proficuamente impiegate per consolidare e perpetuale il processo di spoliazione di quel territorio che una volta conquistato doveva essere occupato in modo efficiente ed efficaci secondo le loro logiche predatorie.

   Infatti per meglio rendere efficiente il trasporto delle produzioni agricole da trasferire nei diversi porti per poi imbracarle sulle navi che poi avrebbero imbarcato quel bendidio nel continente, costruirono ponti per l’attraversamento dei fiumi, per non essere soggetti ai condizionamenti meteorologici, poiché i corsi d’acqua gonfi per piogge e alluvioni non avevano riguardo  per alcuno, nemmeno per le “nobili” esigenze della popolazione della lupa dalle sette tette.

   E costruirono acquedotti, terme e anfiteatri e monumenti a beneficio principalmente              della classe dominante locale, composta ovviamente dai delegati, ora del senato ora dell’imperatore, alla quale non potevano essere fatte mancare le comodità e gli agi di cui avrebbero potuto godere in patria, posto che già ne sopportavano la lontananza per stare in una terra ospitale, dove generalmente venivano spediti quelli che per svariati motivi non erano più graditi nella terra d’origine, e qui esiliati.[…]*

*Giuseppi De Nur,Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagine 76-77]

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