Studi Angioy

sbarra-laterale-ufficio-studi-g_m_-Angioy1.gif

continua ottava parte

28) ibidem. 29) ibidem 30) ibidem. 31) ibidem. 32) ibidem. 33) Archivio di Stato di cagliari. 34) ibidem 35) Fondo P. Lutzu. 36) ibidem. 37) Archivio Parrocchiale di Scano, Quinque Libri. I MOTI DEL 1793/96 La situazione drammatica in cui era profondamente immersa la Sardegna dopo la dominazione spagnola di cui si pagò il prezzo per tanto tempo, fu una, se non la principale,delle cause dei moti popolari del periodo 1793/96. La fine del 700 fu “animata” da movimenti, in Sardegna,che gli Storici non sono concordi nel ritenere “antifeudali” ma “semplicemente” antibaronali. E’ evidente, infatti, il carattere interlocutorio del movimento il cui obiettivo non era il superamento del feudalesimo ma l’aggiustamento delle sue regole. Lo scontro era con i Baroni e la loro “tirannia”. E’ certo che vari fattori influirono sulla “formazione” dell’idea di rivolta anche con le caratteristiche di cui si diceva prima, tra i quali: 1) la diversa collocazione internazionale assunta dalla Sardegna del 1720 seppure “subalterna” al Piemonte; 2) la stessa rivoluzione francese del 1789 e i suoi principi di giustizia e di uguaglianza “di fronte alla legge”. Questi elementi destarono una qualche influenza anche nei confronti dei contadini e delle masse popolari sarde che iniziarono a sentire comunque “stretto” l’involucro ormai superato del regime feudale. Da qui i movimenti degli ultimi anni del secolo: Prima la cacciata dei Piemontesi del 28 Aprile 1794 e poi la “rivoluzione” capeggiata nel 1796 da Giovanni Maria Angioy che venne sconfitta. Lo stesso Angioy fu abbandonato dai suoi seguaci e per evitare l’arresto fu costretto alla fuga. Durante questa “rivoluzione sarda” si dice si cantasse l’inno:”Procurad’e moderare”. Il 28 aprile 1794 è ricordato come il giorno della cacciata dei Piemontesi dalla Sardegna. In breve l’avvenimento. Intorno all’una di pomeriggio di quel giorno, una Compagnia di granatieri del reggimento svizzero Schmidt, scende dalla Porta Reale, a Cagliari, dirigendosi verso il quartiere di Stampace. I soldati sono in uniforme di parata: la gente che passa pensa di essere di fronte ad una esercitazione…Ad un certo punto con un passo più veloce, una parte dei soldati si dispongono circondando l’abitazione dell’avvocato Vincenzo Cabras. Venne ordinato l’arresto del Cabras e del genero, Efisio Pintor, anche lui avvocato, considerati dalle Autorità Piemontesi due pericolosi rivoluzionari. Con l’avvocato Cabras in catene non si vide Efisio, che riuscì a scappare, ma il fratello Bernardo. Gli abitanti del quartiere di Stampace forse i più agguerriti perché i più fieri della propria identità, della propria autonomia, avversi nei confronti del Castello abitato da “aristocratici nullafacenti e piemontesi boriosi”, furono i primi ad accorrere sdegnati contro l’arresto. Si aggiungono, poi, i quartieri di Marina e Villanova. I rivoltosi dei tre Borghi, sbarazzatisi delle Porte che impedivano l’unificazione del movimento, puntarono decisamente su Castello. per ordine dei Viceré e del Generale delle armi si cominciò a sparare cannonate contro i borghi. Anche tra gli abitanti di Castello vi fu chi appoggiò decisamente la rivolta e con coraggio tentò senza riuscirci, d’impadronirsi dei cannoni. I rivoltosi con una vera battaglia, con morti e feriti, riescono a “conquistare” Castello con il Palazzo Viceregio, uccidendo nello scontro decisivo il comandante delle guardie. “Procurad ‘ e’ moderare barones sa tirannia” che vuol dire, come la vostra intelligenza vi ha fatto capire, “procurate di moderare (attenuare o più radicalmente…porre termine) o Baroni la vostra tirannia …….perché altrimenti, continua l’inno, per la mia vita, riporterete i piedi per terra (traduzione letterale), il popolo cagliaritano così cantava l’odio contro i piemontesi e quel giorno costrinse il viceré e i suoi funzionari a rintanarsi nelle loro stanze per il terrore di essere massacrati . Non solo il popolo cagliaritano ma anche le elites dirigenti cittadine nutrirono, in quel momento, un’avversione nei confronti dei piemontesi. E’ il visconte di Flumini, don Francesco Asquer, che, a capo di un centinaio di persone, arresta i piemontesi presenti in Città. Si giunse comunque ad uno accordo con il Viceré: i piemontesi avrebbero avuto tutti salva la vita e i beni ma tutti (compreso il Viceré) avrebbero abbandonato l’isola. Il 30 aprile il Viceré salì su quella nave veneziana che salpò solo il 7 maggio. Fu un avvenimento certamente importante per la Sardegna, per quei moti antifeudali, anche se alcuni non condividono questa lettura degli avvenimenti, che lo animarono; Tant’è che con Legge Regionale n.44 del 1993, il Consiglio Regionale sardo ha istituito “Sa die de Sa Sardigna” proprio il giorno 28 Aprile. Il giorno 28 Aprile di ogni anno si festeggia, in ricordo del 28 aprile 1794, il “Giorno della Sardegna” con manifestazioni culturali ed una “rappresentazione scenica” degli scontri del 1794 nei luoghi reali dove essi avvennero. Nel 1997 80000 persone, tra cui tanti turisti ma moltissimi sardi, si riversarono nel quartiere di Castello assistendo con partecipazione emotiva, alla rappresentazione. Francesco Ignazio Mannu, di Ozieri, compose quello che si dice divenne il “canto della rivoluzione” sarda. Procurad’e moderare è un canto di 47 strofe con otto versi ciascuna, composto negli anni tra il 1794 e 1796. Alcuni propendono per il 1794 affermando che veniva cantato durante la cacciata dei piemontesi. Altri invece optano per il 1796 facendolo diventare l’inno della rivolta capeggiata da Giovanni Maria Angioy che avvenne, appunto, in quell’anno. Non importa tanto questa discussione. E’ senza dubbio una composizione in lingua sarda che ancora oggi viene vissuta e cantata come l’inno sardo un pò della riscossa e dell’emancipazione del popolo sardo che è ben diverso dal popolo “prostrato” e ossequioso fedele al re e al Regno di Sardegna raffigurato nell’inno sardo che i bambini della Scuola Elementare studiavano e cantavano nel 1925. Delle 47 strofe ne citiamo le due iniziali…… 1-sardo 1-italiano Procurad’e moderare, Barones, sa tirannia, Chi si no, pro vida mia, Torrades a pe’ in terra! Declarada e’ già sa gherra Contras de sa prepotenzia, E cominza’ sa passienzia In su pobulu a mancare. Fate in modo di moderare, Baroni, la tirannia, Se no, per la mia vita!, ritornate a piedi in terra! Dichiarata e’ già la guerra Contro la prepotenza, E comincia la pazienza Nel popolo a mancare. 2-sardo 2-italiano Mirade ch’est azzendende Contras de ‘ois su fogu; Mirade chi no e’ giogu Chi sa cosa andat ‘e veras; Mirade chi sas aeras Minettana temporale; Zente consizzada male, Iscultade sa ‘oghe mia. Guardate che si sta accendendo contro di voi il fuoco; Guardate che non e’ un gioco che la cosa diventa concreta; Guardate che l’aria minaccia temporale; Gente consigliata male, ascoltate la mia voce. http://www.sardegnaminiere.it/i_moti_antibaronali.htm Lotta contro le chiudende Alcuni cenni sui paesi nel periodo delle chiudende NULE Sindaco: Giuseppe Manca Censore: Salvatore Manca Dissero a risposta non esservi inimicizie, per l’amministrazione della giustizia non avere altro da rappresentare, se non che lo scrivano esige diritti eccessivi, come sarebbe un soldo per ogni bollettino, dieci soldi per la rivista ed altrettanti per cadun mandato, e cosi delli altri atti. I diffamati nel discolismo sono : Antonio Bitti Francesco Sanche Giò Delogu minure alias Cuttu Giuseppe Scanu Pigueta Giò Nieddu Antioco Cannas di Bultei maritato a Nule Giuseppe Diana, di BuItei maritato a Nule Che il reggidore in tempo di visita esige dieci soldi, e li diritti di verbale molto eccessivi. Regole e leggi La nomina del sindaco si fa con giunte della comunità, precedente permesso;la terna quale uno viene nominato dalla comunità, l’altro dal sindaco vecchio, e l’altro dal maggiore di giustizia, indi il reggidore elegge quello che ,gli sembra più capace, e gli si spedisce subito la procura, per la quale si paga tre scudi ed esercisce senza stipendio,e se occorre spese comuni, si prende a diramma. Per direzione del monte granatico, si conservano le previdenze del pregone. Il fondo attuale è di 20 starelli d’orzo e 15 di grano. Si sono seminati 5 starelli d’orzo e 4 di grano. Vi si trova pascolo a sufficienza per ogni scorta di bestia. Gli individui sono più interessati al seminato che alla paga. Verte una lite nella R. Udienza con la comunità di Benetutti, ed un’ altra con quella di Pattada, sulla R. Governazione per fatti di territorio. Non ritrovare alcuno spurio e quando se ne incontra qualcuno, si spedisce alla curia di ocier, perché si provveda.Dei nominati Giò Mazale e Maria Campus pattadese fassi contratti usurai rispetto al prestito del grano, su rimanente si osserva da chiunque il R. Editto, dopo che più verificato il fatto. Il territorio di questa villa non essendo di buona qualità, non atto ad alcun piantamento di alberi, in prova di che nemmeno le vigne sono di utilità, e sebbene si potesse inserire gli olivari, quell’individui non sono capaci. Ritrovasi tuttavia molta moneta vecchia, e li pesi e misure raffinate a Sassari. Molte sono le considerazioni che siamo portati a trarre dalla lettura della relazione del segretario del viceré Des Hayes. In primo luogo la debolezza dei rispettivi consultori delegati attuali, non troppo adatta ai torbidi di quei paesi ed alla fierezza di quelli abitanti. Altro male: gli arrendatori. Questi costituivano, allora, una classe privilegiata, che si arricchivano in breve tempo, succhiando “il sangue dei cittadini indifesi”. Gli arrendatori erano incaricati di percepire gli affitti dei terreni -che erano tutti di proprietà del re – trattenevano una forte percentuale, obbligandosi, però, a provvedere a certe spese, come per il vitto da distribuirsi ai carcerati. Abbiamo visto come adempivano a questo ufficio. Dal pagamento del censo e dalle diramme venivano poi esclusi i nobili, quelli che prestavano servizio per conto del re, quelli che sapevano leggere ed i signori in genere (compresi gli stranieri), vestiti di panno. Inoltre v’erano sempre i raccomandati, i quali venivano esonerati da certi obblighi. Da segnalare ancora il pessimo stato delle carceri mandamentali: peggiori dei famosi « forni » di Barnabò Visconti!, perché almeno li, risulta, non si moriva di fame. Perciò quando Giovanni Maria Angioy, l’Alternos, ispirandosi alle idee proclamate dalla Rivoluzione Francese, innalzò il vessillo di rivolta contro i prepotenti feudatari, tutto il Goceano, oppresso dalla secolare servitù ed anelante alla libertà, si schierò con lui e con lui lottò tanto che il governo si vide costretto ad inviare a Bono, patria dell’ Angioy , un distaccamento di soldati, che va sotto il nome di « Spedizione punitiva contro Bono », per rimettere l’ordine. I soldati del re occuparono Bono e vi si abbandonarono ad atti di crudeltà contro la popolazione, atti innominabili,poi,i “Conquistatori”, sicuri d’aver raggiunto lo scopo si diedero al vino e alla crapula.Nel frattempo accorsero molti dalle ville vicine, particolarmente da Benetutti, altra roccaforte dell’Angioy, i bonesi dalle campagne, e tutti uniti assalirono improvvisamente i soldati.Ne fecero una vera strage e pochi riuscirono a salvarsi con una fuga precipitosa.Questo episodio è anche oggi ricordato dai bonesi durante la festa di S. Raimondo, con la famosa zucca. Una zucca la più grossa prodotta negli orti di Bono, posta sopra un carro inghirlandato, portata in giro per le principali vie del paese, poi, in ultimo, sulla vetta del colle ove sorge la chiesa di S. Raimondo.Quivi giunti, la zucca viene fatta rotolare per il pendio, tra le risa e gli scherni ,proprio come da quel colle,quel giorno fecero rotolare i soldati del re. Questa lotta,è vero, non partorì alcun risultato utile agli abitanti del Goceano, anzi causò nuovo sangue, perché la vendetta del re fu tremenda! Valse, però, a dimostrare al sovrano che gli abitanti del Goceano non avevano ammainato la bandiera, che nulla avevano perduto dal fiero animo dei loro padri antichi, i quali per infinite generazioni avevano lottato a tutela della propria libertà.Dimostro che il Goceano aveva bisogno di nuove leggi e le esigeva, dimostrò che quelle popolazioni erano assetate di giustizia, e la esigevano! Ben altre lotte attendevano i Goceanesi;e pure in esse si dimostrarono all’altezza dei loro Avi. Arriviamo così al 1831. http://www.goceano.it/murineddu/nule.htm AGGIUS LE TRACCE DEL PASSATO Il territorio di Aggius ha avuto sin dalle epoche più remote la presenza di numerosi abitatori che ne utilizzavano le caratteristiche svernando nelle zone prossime al mare e riparando poi verso l’interno per fronteggiare i disagi di estati secche e malariche ma anche per sfuggire a incursioni di ospiti poco graditi che giungevano dal mare, come i barbareschi e i saraceni. Molte sono le testimonianza di tale presenza in ogni epoca: ripari sotto roccia utilizzati dai primi abitatori e via via, fino ad epoche recenti, dai pastori; grotte o conche usate come sepolture; circoli megalitici, appartenenti presumibilmente alla “Cultura di Arzachena” nella zone di Pitrischeddhu, Paramuru, La Ciacca e Salvagnolu, i villaggi prenuragici di Boda e Li Parisi; il Nuraghe Izzana famoso per la sua tholos. Nei pressi di Aggius passava una delle strade romane che originandosi da Tibula( l’odieno territorio di santa Teresa?) si dipartiva verso l’interno e il capo di sotto dell’isola. In zone che conservano nomi da esse derivate – Monticareddu, “lu coddhu di la iddha”, presso lo stazzo di Scala- esistono i resti delle “villae” medievali di Monticarello e Scalia. Nelle immediate vicinanze del paese inoltre sorgevano le chiese di Sant’Agata, Sant’Ubaldo, San Sebastiano e Santa Degna mentre nelle campagne sono ancora in auge , specie per le annuali feste, le cappelle della Madonna della Pace a Bonaita, San Lussorio( Santu Lusunu ), San Pietro, San Filippo, San Michele e San Giacomo, quest’ultima con annesso un piccolo camposanto. Nelle vicinanze dell’abitato infine, in quelle aree coltivate ad orti, vigneti e frutteti perdurano dei “lacchi “e dei “laccheddhi” , vasche e vaschette scavate nella roccia e adibite alla pigiatura dell’uva e alla raccolta del mosto. A testimonianza di un’intensa e antica attività vitivinicola della gente di Aggius. LA STORIA Il nome del paese nella forma di AGIOS si incontra per la prima volta nella tabella delle imposte fatta compilare dal re di Aragona nel 1358 per stabilire il censo che ciascuna “villa” era tenuta a pagare . La sua storia inizia praticamente dal quel periodo ed è pressoché uguale e comune a quella di tutte le altre “villae” di Gallura, fra le quali occupava, per importanza e grandezza, il secondo posto della curatoria di Gemini. Spentosi il giudice Nino e smembrato il Giudicato di Gallura- uno dei quattro regni sardi insieme a quello di Cagliari, di Arborea e di Sassari-Logudoro- Aggius fu conteso dai Doria, dagli Arborensi e da Pisa che alla fine ebbe ragione sugli altri. Sopraggiunsero quindi gli Aragonesi ma fu poi occupato da Eleonora d’Arborea, finchè, tornato sotto il potere degli Aragonesi, non passò, alla pari del resto dell’Isola, agli Spagnoli. I quali finirono poi per dominare la Sardegna per un lungo periodo: circa quattro secoli. Questo dominio non fu certo un periodo felice: il paese subì carestie e pestilenze mentre il suo litorale era di frequente sottoposto a incursioni barbaresche oltre che ancora da parte di genovesi e pisani. A sua difesa – dal Cinquecento al Seicento- furono erette delle torri costiere a Punta Muflonaria (Isola Rossa), presso la foce del Vignola e a Longonsardo. Una quarta sarebbe dovuta sorgere sul promontorio di Montirussu. Tuttavia questo lungo e oneroso dominio valse a influenzare in maniera indelebile tradizioni, usi e costumi, riti religiosi, canti e quindi il lessico anche della parlata gallurese. Dopo il periodo spagnolo Aggius non potè non seguire il destino di tutta l’Isola, passando, nel 1720, sotto i Savoia. Ma il passaggio, qui più che altrove, risultò tutt’altro che automatico e indolore. Aggius anzi – centro di smistamento del contrabbando con la Corsica- fu ritenuto dai rappresentanti della Casa Regnante il maggior ostacolo al pieno e completo dominio della Sardegna. E ciò per via della contesa delle Isole Intermedie, ovvero delle isole dell’arcipelago della Maddalena, da sempre sfruttate da proprietari bonifacini e pertanto rivendicate dai francesi. Di qui le ripetute minacce di distruggere il borgo e di disperdere i suoi abitanti (vedi documento). Accanto alla storia ufficiale non possono pertanto non esser ricordati fatti e avvenimenti che allora ebbero grande risonanza. Nella prima metà del Seicento Aggius sarebbe divenuto un centro di falsari.. La “zecca” si sarebbe trovata su uno dei suoi monti- che per questo si sarebbe chiamato Fraili, ovvero fucina, bottega del fabbro- ostico anche per la spedizione che il Governatore don Matteo Pilo Boi organizzò per debellare il fenomeno. Si legge in Storia di Gallura dal Dizionario Geografico,Storico, Statistico, Commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, compilato negli Anni trenta del 1800: ” Nel 1639 molti galluresi travagliano alla fabbricazione di monete false con non minore studio che facessero i logudoresi. Il monte d’Agius, che dicono Fraile, ha preso questo nome da quella clandestina operazione. Vi si ascende per una semita difficile e in cima trovasi un piccol piano con alcune caverne ed una sorgente. Seppure fossero sorpresi non era agevol impresa di prendere i rei. Ma questo luogo non servì che quando la persecuzione fatta per D. Matteo Pilo Boyl fu più viva. In altro tempo lavoravano nelle case con tutto il comodo”. Ma l’epicentro delle turbolenze attribuite – sicuramente non senza ragione- ad Aggius doveva collocarsi soprattutto nel suo territorio. I punti d’approdo dei suoi litorali- “le marine dell’aggese”- favorirono di fatto gli scambi e i commerci abusivi con la vicina Corsica. Infatti il suo territorio accolse di frequente banditi e contrabbandieri, contro le cui postazioni di terra e le cui “gondole ” impegnate nelle traversate dello Stretto di Bonifacio andarono quasi sempre a infrangersi le spedizioni delle forze governative. Così avvenne allorché le truppe regie attaccarono ripetutamente il Monte Cùccaru- impervio contrafforte naturale dominante il litorale occupato attualmente dagli insediamenti turistici della Costa Paradiso, covo allora del fior fiore dei fuorilegge dell’epoca- o quando quattro barconi venute dalla Corsica a caricare bestiame negli approdi di La Cruzitta , Cala Sarraina, Tinnari e Li Cossi quasi si presero gioco della “regia gondola” Speronara. Il ripetersi di questi fatti, assieme alla resistenza degli aggesi ai gravami imposti dai feudatari, impensierì il viceré Balio della Trinità che il 21 agosto 1766 emanò un pregone nel quale si minacciava di “schiantare affatto in una colla villa tutta la cagione di tanti pregiudizi che ne derivano alla quiete e agli interessi de’ pubblici e de’ privati”. Per fortuna la terribile punizione non fu messa in atto, anche se gli aggesi non modificarono non più di tanto i loro comportamenti. Nel giugno del 1802 il notaio cagliaritano Francesco Cillocco e il vicario di Torralba Francesco Sanna Corda, riparati in Corsica dopo la sconfitta (1796) di Giovanni Maria Angioy di cui erano ferventi seguaci, tentarono una spedizione in Sardegna per affermarvi i principi della Rivoluzione Francese. Fidandosi della promessa, poi non mantenuta, dell’appoggio del pastore-bandito Pietro Mamia e di altri pastori del litorale, i due ,con un manipolo di pochi volontari, sbarcarono dalla Corsica nelle “marine aggesi” per marciare alla volta prima di Tempio e quindi Cagliari. Occupate le torri costiere di Isola Rossa, Vignola e Longonsardo, ingannati e traditi, il Sanna Corda morì da valoroso nella strenua difesa di quest’ultima e il Cillocco, riparato in uno stazzo, fu “venduto” alle truppe del governatore di Tempio, trascinato in catene a Sassari e giustiziato. Un mese dopo, il 12 luglio 1802, Il governatore di quest’ultima città, Placido di Savoia conte di Moriana, rinnovò con un pregone la minaccia di distruggere Aggius.”Contro i perfidi patori di Agius- scriveva al fratello Carlo Felice, viceré di Sardegna- si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio,dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della Gallura”. Ma in quel caso, più che le malefatte di banditi e contrabbandieri si vollero condannare le idee nuove, dirompenti e destabilizzatici del potere monarchico che si volevano importare , attraverso la Corsica, dalla Francia postrivoluzionaria.. Mentre infatti il Sanna- Corda e il Cillocco erano andati a morire, il traditore Pietro Mamia ebbe abbondantissimi sconti di pena per le sue notevoli e notorie nefandezze. A conferma così scriveva, già nel febbraio 1793, il Viceré al Vescovo di Tempio.”Savissima è l’Enciclica sparsa nella Sua Diocesi per impedire l’ingresso de’scritti sediziosi di Corsica, co’ quali si medita d’infettare il regno….” Per tutto l’Ottocento il paese fu dilaniato da sanguinose faide familiari, la più famosa delle quali, quella tra i Vasa e i Mamia, causò una settantina di morti e ispirò a Enrico Costa, scrittore sassarese, il romanzo Il Muto di Gallura, pubblicato a Sassari nel marzo del 1884. Paci solenni valsero però a ristabilire l’ordine e la situazione andò man mano normalizzandosi. Nel 1848, quel movimento che in Europa prese il nome di “primavera dei popoli” pare avesse investito anche Aggius. Che sarebbe stato “repubblica” per quarantott’ore! Alla fine dell’Ottocento i primi fermenti socialisteggianti fecero la loro comparsa anche qui, influenzando diverse persone fra le più in vista. Da non dimenticare infatti che Giuseppe Garibaldi, durante la sua permanenza a Caprera, aveva annoverato molti amici tra gli aggesi. http://www.aggius.net/tonio/aggius02.html Storia di Sassari Non si hanno notizie certe sulle origini della città di Sassari. L’ipotesi più verosimile è che essa sia il risultato del progressivo ampliamento di uno dei tanti villaggi medioevali che si trovavano nella zona collinare a ridosso del golfo dell’Asinara. Tuttavia, si sa per certo che intorno al Mille i giudici di Torres iniziarono a soggiornarvi e che la rafforzarono con un castello, il Castrum Sassaris o Saxi, di cui già si trova notizia in un documento del 1118. Successivamente la città, man mano che acquistava importanza, fu coinvolta nella lotta in corso per il predominio su tutta la Sardegna e, nello stesso giudicato di Torres, nella guerra tra Pisa, Genova e i Giudici. Le due repubbliche marinare avevano iniziato da tempo ad introdursi nell’isola: la loro penetrazione era stata dapprima di tipo economico ma tendeva poi a divenire anche politica, tanto da scontrarsi con l’autorità dei giudici, basata ancora su una legislazione medioevale. A Sassari, intanto, per via dei rapporti con le due repubbliche marinare, si era venuto formare un nuovo ceto borghese, di commercianti ed artigiani attivi, aperti a nuovi traffici, insofferenti anch’essi, quindi, della vecchia legislazione: in questo quadro va vista l’uccisione del giudice Barisone III, da parte degli stessi Sassaresi, avvenuta nel 1236. Sotto queste molteplici spinte, il giudicato andò gradualmente disgregandosi, e Sassari ebbe la possibilità di conseguire una certa autonomia. Questa crescente importanza spiega le lunghe contese tra Pisa e Genova per la supremazia sulla città: fu la repubblica ligure ad avere la meglio, dopo la battaglia della Meloria (1284). Con una convenzione stipulata tra Sassari e la repubblica marinara, Genova si impegnava ad intervenire in “protezione e difesa” di Sassari, mostrando così, un sostanziale rispetto per l’autonomia e gli ordinamenti della cittadina sarda, gli Statuti, che ci sono noti in un testo sardo-logudorese del 1316. Il governo della città fu affidato, oltre che al podestà genovese, al Consiglio Maggiore, composto da cento cittadini che tenevano la carica a vita. Il podestà, che veniva inviato ogni anno da Genova, assommava in sé un notevole potere, nonostante fossero previsti numerosi meccanismi limitativi e di controllo nei suoi confronti. Quanto al Consiglio Maggiore, esprimeva una sorta di esecutivo di 16 persone, il Consiglio degli Anziani. Intanto, il regno di Aragona si veniva inserendo nelle lotte per il predominio del Mediterraneo, incoraggiato da papa Bonifacio VIII, che nel 1297 investì Giacomo II del titolo di re di Sardegna. A Sassari, anche per reazione ai genovesi che miravano a ridurne l’autonomia, si formò un gruppo filo-aragonese, guidato dal notabile Guantino Catoni il quale, convinta una parte del Consiglio Maggiore, inviò nel 1321 un’offerta di vassallaggio al sovrano aragonese che si accingeva alla conquista della Sardegna. La spedizione fu guidata dall’infante Alfonso che si affrettò ad inviare a Sassari un governatore. Ma fu subito chiaro che i nuovi alleati miravano ad un rigido controllo della città, sicché nel 1325, si verificò una prima ribellione che gli aragonesi repressero, iniziando successivamente la costruzione di una fortezza per sorvegliare meglio la città ribelle. Si aprì così un lungo periodo dei lotte, che videro in campo, oltre agli aragonesi e Genova, anche i giudici d’Arborea, che tentando di salvaguardare la loro autonomia, riuscirono anche ad impadronirsi di Sassari per due brevi periodi. Il dominio araagonese si consolidò soltanto a partire dal 1420, mentre veniva rafforzandosi sempre più quella cerchia di nobili provenienti dalla Spagna, che godevano di privilegi e traevano i loro proventi dai feudi che venivano loro concessi. Il controllo dei traffici di tutta la parte settentrionale della Sardegna, la presenza dei feudatari era motivo di benessere e potenza, tanto da mettere in discussione il primato dell’isola a Cagliari. Il nuovo contesto mediterraneo del XVI secolo, caratterizzato dalla sempre più massiccia minaccia turca e barbaresca, con l’emarginazione della Sardegna dalle rotte commerciali, portarono ad una progressiva crisi della crescta dell’economia della città. A ciò si aggiunsero le pestilenze, una delle quali, nel 1528, avrebbe provocato solo a Sassari, a detta di scrittori del tempo, non meno di 15 mila morti. Poco prima, tra la fine del 1527 e l’inizio del 1528, avvenne l’occupazione della città da parte dei francesi, che per un breve periodo la dominarono e la saccheggiarono. Nel frattempo, dietro l’esempio delle città spagnole, all’interno della comunità cittadina, prendevano importanza le categorie di artigiani e lavoratori detti Gremi. La loro principale manifestazione pubblica, conservata fino ad oggi dalla tradizione, è la processione del 14 agosto, nella quale vengono portati a braccia grandi Candelieri, uno per ogni categoria di lavoratori, in ricordo di un voto fatto alla Madonna per la fine dell’epidemia di peste del 1582. Agli inizi del ‘700, in seguito alle vicende della guerra di successione spagnola, Sassari conobbe per alcuni anni la dominazione austriaca; di questo periodo è ricordato il tentativo di ribellione contro l’imposizione dell’estanco, una nuova tassa sul tabacco, abbondantemente coltivato nelle campagne circostanti. Ritornata brevemente agli spagnoli, la città, con tutta la Sardegna, passò poi al Piemonte in conseguenza del trattato di Londra del 1718. Sotto i Savoia si ebbero dei benefici, ma anche dei periodi di stasi. Al tempo del re Vittorio Amedeo II (1720-1730), vi fu una prima riorganizzazione fiscale, fu confermata la legislazione preesistente e con essa gli Statuti sassaresi. Alcune prime misure furono adottate in maniera episodica da Carlo Emanuele III (1730-1773) che con i lavori di ripristino del porto di Torres, diede incremento agli scambi commerciali. Significativa è anche la riorganizzazione dell’Università (1764). La spinta riformistica si attenuò con Vittorio Amedeo III (1773-1796), quando tornarono condizioni di arretratezza. Questa situazione generale, unita ad una grave carestia, condusse la città a ribellarsi nell’aprile 1780. Dopo alcuni giorni fu ripristinato l’ordine ma ne seguì il cosiddetto decennio rivoluzionario in cui le rivolte venivano controllate con esecuzioni capitali. Nel 1796 fece suo ingresso trionfale, inviato da Cagliari, l’Alternos Giovanni Maria Angioy, dove il suo prematuro tentativo di abolizione del sistema feudale, si risolse ben presto in nulla e fu seguito da feroci repressioni ai danni dei sassaresi. Con Carlo Felice (1821-1831) prima e Carlo Alberto (1831-1849) poi, Sassari ottenne diversi benefici, quali il trasferimento della prefettura in città, il rafforzamento dei traffici commerciali tra Sassari e la penisola e, la costruzione della nuova strada Cagliari-Portotorres . Nel 1836, finalmente, fu dato il permesso di costruire al di fuori della cinta muraria, e la città iniziò ad espandersi nel territorio circostante. La fine del 800 presenta una città in forte crescita economica e in continuo sviluppo, tant’è vero che nei primi anni del 900 si ebbe un certo sviluppo di industrie legate all’agricoltura. Si rafforza così il ceto borghese cittadino che traeva benessere da tali attività, che trovò all’interno di esso un esponente illustre, amico di Mazzini, Gavino Soro Pirino, il quale guidò la città dal 1877 al 1915. Protagonisti della scena politica sassarese furono, a partire dal 1891, tre giovani avvocati, Enrico Berlinguer, Pietro Moro e Pietro Satta Branca. Questi giovani, sempre nel 1891, fondarono La Nuova Sardegna, divenuto ben presto il quotidiano più diffuso nell’isola. Al termine della prima guerra mondiale, e col rientro dei reduci, anche Sassari partecipò al movimento rivendicazionistico degli ex combattenti. Camillo Bellieni e Luigi Battista Puggioni, fondarono il giornale La voce dei combattenti (1919) e, furono tra i fondatori del Partito Sardo d’Azione. Negli anni antecedenti lo scoppio della seconda guerra mondiale, Sassari venne dotata di numerosi importanti edifici, quali le scuole elementari di S. Giuseppe, il Liceo classico e scientifico e il Palazzo di Giustizia. La città, risparmiata dalla guerra (si registrò solo la caduta di pochi spezzoni nel maggio del 1943), superò il periodo bellico senza particolari traumi, ma la popolazione dovette sopportare una grave e prolungata carenza di generi alimentari. Dopo la crisi del dopoguerra, Sassari reagì ottenendo un lento sviluppo economico, che portò la città a divenire oggi il secondo centro cittadino della Sardegna per importanza. http://www.webinsardinia.com/pagine_web/italiano/province/sassari/ss_storia.html CAGLIARI PIEMONTESE Da questo momento in poi Cagliari rimase sede del viceré, il primo dei quali fu Saint Remy. In seguito alla rivoluzione francese, il 18 dicembre del 1792, una flotta francese sferrò un attacco alla città di Cagliari che fu bombardata, mentre un tentativo di sbarco effettuato nella spiaggia di Quartu fu respinto dai miliziani sardi comandati da Girolamo Pitzolo. Nel 1794 Cagliari fu teatro di agitazioni a carattere antifeudale che si estesero a tutta l’isola e si conclusero con una dura repressione da parte delle autorità sabaude. Il movimento antigovernativo fu capeggiato da Giovanni Maria Angioy, giudice della Reale Udienza, costretto all’esilio in Francia; il personaggio forse di maggior spicco della storia della Sardegna e, comunque, il più amato dagli storiografi sardi. Nel 1799, l’esercito rivoluzionano francese marcia verso Torino e Carlo Emanuele IV si trasferisce a Cagliari con la sua corte, essendo l’isola l’unico territorio non occupato. Cagliari sarà capitale del regno di Sardegna fino al 1812 quando, entrati gli Austro-Russi a Torino, la corte ritornò in Piemonte, lasciando nell’isola come viceré Carlo Felice. Sotto la sua amministrazione venne promossa la costruzione di strade (Cagliari-Porto Torres nel 1822), e venne costituita la Società Agraria ed Economica (1804). Nonostante ciò vi fu una nuova congiura contro i Piemontesi. Infine nel 1847 un moto popolare partito dall’Università riuscì nel tentativo di vedere unificata la Sardegna al Piemonte, con la cosiddetta “fusione perfetta”. Fino ad allora, l’isola, nonostante fosse unita al Piemonte, aveva goduto di una sorta di dipendenza amministrativa, simile a quella di uno stato federato autonomo. Cagliari, cosi come gli altri comuni del regno, viene amministrata secondo un ordinamento giuridico moderno, ispirato ai principi dello Statuto Albertino (1848). Ma molti problemi di antica origine restavano ancora irrisolti. http://www.soluzionesardegna.it/cagliari_storica.htm Civiltà spagnola – occupazione austriaca Nel 1479 la Sardegna entrò sotto il dominio spagnolo. Rafforzato il sistema politico, con l’introduzione del tribunale dell’inquisizione e la riorganizzazione dell’apparato ecclesiastico, divenne una costante preoccupazione della Corona quella di contenere, a livello parlamentare e giurisdizionale, l’arrogante feudalità isolana. Il Cinquecento fu segnato da violenti attacchi barbareschi e carestie, ma vide una razionalizzazione delle strutture burocratiche (istituzione della Reale Udienza, 1564) ed il nascere di un ceto togato laico e riformatore, in contrasto con la nobiltà ed il clero, che ebbe nel cagliaritano Sigismondo Arquer la sua vittima più illustre. Il problema della difesa dell’isola portò, invece, nel 1583, alla creazione di una specifica amministrazione delle torri litoranee. Il Seicento segnò la nascita delle università di Sassari (1617) e Cagliari (1626) ed un forte inasprimento del sistema fiscale, dovuto alle pressanti esigenze finanziarie della Corona spagnola. Ma sulla già prostrata isola si abbatterono anche congiunture agricole, carestie ed una violentissima epidemia di peste (1652-1657), che decimarono la popolazione, mentre si acuiva il parassitismo delle classi dirigenti e si radicava la piaga del brigantaggio. Lo stato di precarietà rendeva inoltre difficoltoso il pagamento dei donativi, con conseguente indebitamento del bilancio sardo. Il formarsi di due grandi “partiti” feudali, i contrasti di potere tra grande nobiltà e burocrazia regia, la rissosità della piccola nobiltà e le rivendicazioni del patriziato urbano, andavano nel frattempo rivelando, anche con episodi sanguinosi, la profonda crisi socio-istituzionale nella quale versava l’isola. Crisi che la Spagna non ebbe l’interesse né la forza politica di risanare. L’isola restò sotto il dominio spagnolo, con la breve parentesi dell’ occupazione austriaca (1708-1717) fino al 1720, quando in seguito al trattato di Londra (1718) fu ceduta ad Amedeo II di Savoia. Dominio Piemontese Con il trattato di Londra (1718), il Regno di Sardegna venne assegnato ai duchi di Savoia principi di Piemonte, che lo aggregarono in forma federativa ai propri stati di terraferma. Quando la nuova dinastia prese possesso dell’isola, nel 1720, si trovò di fronte ad una terra dai complessi problemi, per giunta spagnolizzata e non immune da sentimenti autonomistici: permanevano il sistema feudale e i privilegi del clero; l’ordinamento politico-amministrativo era inefficiente e il sistema legislativo confuso ed arretrato; l’economia era depressa e condizionata dal persistere del sistema feudale e dell’ uso comunitario delle terre; mancavano infrastrutture viarie e marittime; il livello di scolarizzazione e delle università era bassissimo; molte zone erano deserte e insalubri, persisteva la minaccia barbaresca e dilagavano banditismo e abigeato. L’intervento piemontese interessò da subito l’apparato finanziario, l’istruzione pubblica, lo sviluppo demografico e la bonifica del territorio. Una più incisiva politica di riforma amministrativa e sociale fu avviata da Gianbattista Lorenzo Bogino, illuminato reggente della Segreteria di Stato per gli affari della Sardegna (1759-1773). La ventata di rinnovamento e modernizzazione non sciolse tuttavia i nodi profondi del malessere di un’isola che rimaneva sostanzialmente estranea e che veniva ignorata nelle sue specificità culturali e ambientali. Né l’azione riformista riusciva a mascherare il volto assolutista repressivo e fiscale del governo sabaudo. La mancata difesa dell’isola da parte dei piemontesi, in occasione dell’attacco della Francia rivoluzionaria, nel 1973, ed, al contrario, l’eroica resistenza messa in campo dai miliziani sardi, diedero nuova linfa alle aspirazioni autonomiste e ai sentimenti antisabaudi dell’aristocrazia sarda. Sentimenti che sfociarono, dopo il rifiuto delle “cinque domande”, nell’insurrezione cagliaritana del 28 aprile 1794, con la cacciata dei piemontesi e del viceré. I moti antisabaudi antifeudali e filo-giacobini dilagarono nell’isola, anche grazie alla figura carismatica di Giovanni Maria Angioy, ma furono duramente repressi, cosicché la corte piemontese in fuga dalle armate francesi poté trovare riparo a Cagliari nel 1799. Non ancora sopiti i movimenti insurrezionali (congiura di Palabanda) e dopo devastanti carestie, fu chiaro al governo sabaudo che la crisi dell’agricoltura sarda doveva essere radicalmente risolta. Nel 1823 venne pubblicato l’”Editto delle Chiudende”, mentre tra il 1835 e il 1843 venne abolito il sistema feudale, interventi che in realtà non sortirono gli effetti desiderati. Ma la politica riformatrice di Carlo Alberto conquistò molti intellettuali sardi e la rinascente borghesia agraria e mercantile isolana. Nel 1847 gli stamenti, rinunciando alla vecchia aspirazione autonomista, chiedevano e ottenevano la “fusione” della Sardegna con gli Stati di terraferma. Aveva così fine il Regnum Sardiniae e nasceva il Regno sardo-piemontese. Il regno sardo-piemontese ebbe vita dal 1847, anno della “fusione” del Regno di Sardegna con gli Stati piemontesi di terraferma fino all’Unificazione italiana del 1861. Civiltà giudicale e comunale A causa delle incursioni arabe, la Sardegna si trovò, nell’VIII secolo, isolata da Bisanzio. L’isola vide così nel tempo strutturarsi, in forma originale rispetto al resto d’Europa, quattro regni : i “giudicati” di Cagliari, Arborea, Gallura e Torres. Questi si avvalsero dell’alleanza politica e del sostegno economico di Pisa e Genova, e favorirono, in particolare il Giudicato d’Arborea, il riordinamento amministrativo, istituzionale e giuridico. Ogni regno (logu o rennu) era sovrano, retto da un re o “giudice”(iudex o iudike) affiancato dai rappresentanti del popolo riuniti in parlamento (corona de logu), e dotato di leggi proprie (cartas de logu). Frontiere fortificate ne segnavano i confini, proteggendo il territorio. Questo era diviso in “curatorie”, ciascuna retta da un curatore. La popolazione, di liberi e, per la maggior parte, servi, viveva nelle città e nelle campagne, in piccoli centri o “ville”. Le amministrazioni giudicali, anche grazie alle strette relazioni con Pisa e Genova, incrementarono notevolmente l’economia sarda, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’artigianato, dell’industria mineraria, dell’estrazione del sale e del commercio marittimo. Furono attivi il clero e gli ordini monastici: Benedettini, Vittorini di Marsiglia, Camaldolesi, Vallombrosani. Sorsero splendide chiese romaniche realizzate da maestranze toscane, lombarde e francesi (XI-XIII sec.). I rapporti dei giudicati con Pisa e Genova, inizialmente commerciali, divennero gradualmente di dipendenza, e le due repubbliche, forti delle posizioni acquisite e sfruttando i problemi di successione ed i contrasti tra gli stessi giudici, cominciarono a contendersi l’isola, ingaggiando sanguinose battaglie. Alla fine del XIII secolo, i pisani ormai spadroneggiavano, contrastati dall’ultimo giudicato rimasto indipendente, l’Arborea, dai liberi comuni e da alcune grandi famiglie liguri che difendevano i propri interessi. In questa situazione di instabilità, il papa Bonifacio VIII, in virtù della sovranità nominale sulla Sardegna, il 4 aprile del 1297, concedeva l’isola in feudo al sovrano aragonese Giacomo II. Ventisei anni dopo l’Infante Alfonso sbarcava nel Sulcis e iniziava la conquista. Civiltà Aragonese La conquista aragonese dell’isola, sostenuta da papa Bonifacio VIII (1297) e contrastata da Pisani, Genovesi e Arborensi, fu realizzata tra il 1323 ed il 1478, anno che coincise con la fine del marchesato d’Oristano, ultimo baluardo della resistenza del glorioso giudicato d’Arborea. Il Regnum Sardiniae( et Corsicae) fu diviso nei Capi di Cagliari e Gallura e di Logudoro e fu sottoposto ad un viceré che aveva sede a Cagliari. Il nuovo governo istituì il parlamento ed estese al territorio sardo il codice rurale della Carta de logu, con l’eccezione delle città “reali” cui vennero concessi particolari privilegi. La più importante di queste città fu Alghero, popolata da catalani, che costituì il caposaldo della dominazione aragonese nell’isola. L’età aragonese vide l’infeudamento delle campagne sarde ai baroni iberici e

Studi Angioyultima modifica: 2009-05-14T11:50:05+02:00da zicu1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento