Studi Angioy

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l’inizio di un dispotico regime di sfruttamento. I privilegi feudali, l’iberizzazione dei quadri di governo e del clero, lo spopolamento dovuto alle lunghe guerre e alle epidemie impedirono lo sviluppo di un ceto dirigente locale e gettarono l’isola in uno stato di profonda decadenza. http://www.sardinyarelax.it/spagnola.htm Cavalierato e nobiltà di Francesco Loddo Canepa Il cavalierato ereditario introdotto in Sardegna con la dominazione aragonese del 1323, era concesso dal Re con speciale diploma (privilegio militar, de cavallerat) emanato in forma solenne e munito delle segnature del Supremo Consiglio d’Aragona (sotto la Spagna) o di quello di Sardegna nell’epoca sabauda. I diplomi spagnoli recano il nome e cognome dell’investito (non la paternità) e anche (ma non di frequente) il luogo di nascita. In quelli sabaudi sono contenuti in genere dati più precisi sul concessionario (paternità, luogo di nascita) e più particolari specificazioni circa i motivi che danno luogo alla concessione che, negli spagnoli, sono espressi in formule cavalleresche generiche, comuni a tutti i diplomi. Non mancano però, anche nei diplomi spagnoli, casi di motivazione specifica, specie quando il titolo è concesso in conseguenza di un atto singolarmente gradito alla Corona, come la partecipazione ad un fatto d’armi, o altro che riveli un particolare attaccamento al Re o alla causa regia. Non di rado i motivi personali che danno luogo alla concessione sono di scarso rilievo e hanno bisogno, particolarmente nei diplomi sabaudi e specie in quelli degli ultimi anni della monarchia, di essere integrati dal versamento di una somma , alla Regia Cassa, il cui ammontare (da 1500 a 6000 lire sarde) è indicato nei diplomi stessi. Le motivazioni per il conferimento del cavalierato e della nobiltà sono: particolari servizi resi allo Stato in determinate circostanze speciali, benemerenze acquistate nel campo della scienza, nelle pubbliche cariche, nel Regio servizio e anche, più recentemente, l’incremento dato all’agricoltura nonché le opere edilizie fatte a cura di privati nel pubblico interesse. Un requisito che è sempre specialmente menzionato, è la fedeltà e il particolare attaccamento del concessionario alla causa regia ed alla Corona. Precedeva l’invio del diploma di cavalierato la commissione regia (cartilla de armaçon) diretta al Viceré (o ad altro illustre personaggio che lo rappresentava), per mezzo di particolare lettera regia, perché armasse cavaliere il concessionario. Il Viceré con cerimonia solenne in cui non era neppure dimenticata l’accolade degli antichi tempi, lo cingeva della spada. Dopo tale cerimonia il Re rilasciava il diploma o privilegio in cui approvava l’operato del Viceré, autorizzando il concessionario a chiamarsi cavaliere in tutti gli atti pubblici e privati, e ad adottare le armi gentilizie concessegli (particolarmente descritte nel diploma di concessione), e cioè a farle figurare nella propria casa, a portarle nei tornei, a fregiarsene secondo le norme consuete, col diritto di trasmetterle ai suoi figlie e discendenti maschi. In pari data, o qualche giorno più tardi, veniva rilasciato, all’investito del titolo, anche il diploma di nobiltà, che dava in Sardegna il diritto alla qualifica di Don. Non di rado le armi gentilizie, anziché essere concesse, come di consuetudine, col diploma di cavalierato, erano conferite a parte, mediante speciale diploma. Durante il governo sabaudo, è frequentissimo il caso di conferimenti di cavalierato e di nobiltà non accompagnati dalla concessione di alcuno stemma gentilizio. Nonostante la mancanza di tale concessione, i discendenti dei concessionari si trovano oggi quasi tutti in possesso di uno stemma di famiglia la cui legittimità viene ammessa dalla Consulta Araldica, con la dimostrazione dell’uso ultratrentennale di esso, corroborata, quando è possibile, da altre prove equipollenti quali l’esistenza dell’arma in uso in tombe, monumenti o cimeli familiari. Le formule di concessione della nobiltà erano piuttosto generiche. Nell’Archivio di Cagliari non si conservano concessioni (di cavalierato e nobiltà) anteriori alla prima metà del secolo XV. Nelle più antiche che si possiedono, il titolo di nobile è conferito anche collettivamente, non singolarmente, a più persone, con un unico diploma. Si dà pure il caso che alla concessione del cavalierato non si accompagni quella della nobiltà. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che del secondo diploma, per smarrimento o mancata registrazione, non è rimasta traccia; o che il concessionario non fu, sic et simpliciter, gratificato della nobiltà. O infine che il concessionario stesso non adempì, dopo la concessione del cavalierato, alle indicazioni impostegli, purché venisse gratificato di entrambi i privilegi. La nobiltà si estende a tutta la discendenza maschile e femminile dell’investito, ma la donna non la trasmette ai discendenti. Il cavalierato si trasmette ai discendenti maschi (cioè in linea retta), ma non, naturalmente, alle femmine. La donna maritata può portare maritale nobili i titoli di Nobile e Donna, ma non li conserva oltre lo stato vedovile (Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, del 1929, art.18). Secondo una disposizione, la donna nubile perde le qualifiche nobiliari per effetto del matrimonio e quindi anche quello di Donna, anche se si deve ammettere che la disposizione non abbia effetto retroattivo (cfr. Gazzetta Ufficiale n°55 del 1930, R° D° 14-2-30 n°101). Così il diritto della donna a tali qualifiche derivante dalla nascita, prima personale a vita, viene a subire una grave restrizione, con la conseguenza che le donne nubili non nobili, sposando un nobile, lo diventano; mentre le donne nobili, sposando un non nobile, perderanno la qualifica. Prova del cavalierato e della nobiltà Per provare il cavalierato o la nobiltà, occorre dimostrare l’attacco genealogico cl primo concessionario. A ciò soccorrono gli atti di nascita o di matrimonio dei discendenti, o altri documenti idonei a tal prova. Grande utilità offrono a tale scopo i registri dello stato civile conservati nelle Curie Arcivescovili o Vescovili anteriormente al 1865. Mancando uno degli attacchi genealogici può suffragare, come criterio equipollente, la prova del possesso del titolo di cavaliere o di nobile (congiuntamente ad altre circostanze e documenti), per varie generazioni di ascendenti del richiedente. Costituiscono valido elemento per la prova anche gli elenchi dei cavalieri, nobili, feudatari, compilati dalle singole Prefetture dell’isola nel 1822 per ordine del Governo. Privilegi dei Cavalieri e Nobili I Cavalieri e i nobili che erano esenti dalla giurisdizione del Veghiere e del loro assessore al pari dei loro servi e familiari, erano soggetti da tempo immemorabile, a quella dei Luogotenenti Generali e dei Governatori. L’ingiuria arrecata ad un nobile da una persona di bassa condizione era punita più gravemente che non quella arrecata ad uno del popolo. I nobili potevano liberarsi con denaro dalle ingiurie arrecate ai plebei (v. Dexart). Essi erano colpiti con la deportazione quando ai plebei si applicava la pena di morte, e la relegazione era, in loro riguardo, sostituita alla pena del remo cui era condannato il plebeo. I membri dello Stamento, e cioè i feudatari, i nobili e i cavalieri, dovevano essere giudicato da un Consiglio di Pari. Si eccettuavano i delitti di lesa maestà divina e umana, la sodomia, la falsificazione di moneta, il sacrilegio in monastero. Con Carta Reale 23-8-1633- S.M. confermava il capitolo di corte 18° concesso nel Parlamento celebrato nel 1511, prescrivente che i cavalieri, in materia criminale, venissero giudicati con il voto del Reggente la R. Cancelleria, d’un giudice della Reale Udienza e di sette pari. Godevano del privilegio di portare armi e di non potere essere disarmati (così pure i loro familiari) dagli ufficiali regi. Se poi in teoria i cavalieri non potevano essere torturati se non nei casi citati di lesa maestà, di sodomia, di falsa moneta, ecc…nel Regno di Sardegna, ci dice il Dexart, “no hi ha memoria de homens en contrari que hage vist militar torturat”. Il pregone prescrivente che non si ponesse mano alla spada, non si intendeva esteso ai militari e alle persone dello Stamento. I cavalieri e i militari non potevano essere presi e carcerati per debiti civili. Inoltre i militari erano esenti da molte imposizioni. I cavalieri non feudatari potevano essere imbussolati e estratti a sorte per la carica di consigliere di Cagliari. I cavalieri e i nobili facevano parte dello Stamento Militare e potevano pertanto intervenire di diritto tanto alla riunioni stamentarie dei tre bracci congregati insieme, quanto a quelle separate, che lo Stamento Militare era autorizzato a tenere. Infine i cavalieri potevano in Sardegna attribuirsi la qualifica di Don in quanto fossero pure nobili, essendo essa, come pure oggi, il distintivo della nobiltà sarda, nonché di varie famiglie principesche e di molte famiglie lombarde. Non spettava quindi tale qualifica ai semplici cavalieri. Il Codice feliciano mantenne ancora il giudizio dei pari sancendo che i feudatari, i nobili e i cavalieri fossero esenti dalla giurisdizione ordinaria e che non potessero essere citati se non davanti alla R.Udienza o alla Real Governazione (rispettivamente nel capo di Cagliari e in quello di Sassari). Le sentenze poi che condannavo un nobile o un cavaliere alla pena di morte non potevano eseguirsi senza la regia approvazione. I nobili e i cavalieri che dessero ricetto a banditi, oltreché con la pena pecuniaria sancita dalle prammatiche, erano puniti con quella di dieci mesi di presidio, o con altra maggiore o minore, a seconda dei casi. Quelli che semplicemente li proteggessero, erano soggetti al sequestro della giurisdizione baronale e alla pena di 1000 scudi. Per il codice feliciano i ricettatori di banditi di qualunque stato, grado o condizione, erano puniti con la pena da un anno di carcere a tre anni di galera (Codice Feliciano, art.1752). Esclusione delle nobiltà dalle cariche civili. I feudatari ed i nobili (non i cavalieri) erano esclusi dal reggimento della città di Cagliari, ostandovi i privilegi concessi a questa. Le domande per essere ammessi alle cariche cittadine, fatte nei parlamenti, non furono accolte. L’influenza dei feudatari e dei nobili con tutti i loro grandi privilegi avrebbe assicurato infatti ad essi una forza preponderante in seno al Consiglio. Così i consiglieri e l’Università del Castello ottennero l’esclusione ad tempus dell’elemento militare dal Corpo Consolare. L’esclusione si estendeva un tempo sia ai nobili che ai semplici cavalieri. Ma mentre per i feudatari e signori di vassalli esisteva un valido motivo di incompatibilità, a cagione di alcuni privilegi posseduti in loro pregiudizio dalla città, come la provvisione di frumento, di carne e altre derrate, non ne esisteva alcuno contro i militars non heretats. Perciò nel Parlamento del 1497, concluso nel 1511, si chiese dallo Stamento e si ottenne “que los militars non heretats” potessero entrare nel reggimento della città. Il Re Ferdinando, con prammatica 14-4-1511 (v. Dexart), aderendo all’istanza del sindaco dello Stamento Militare stabilì, in analogia ai principi della costituzione barcellonese, che per un triennio venissero imbussolati per le cariche di consigliere i nomi di dieci cavalieri (esclusi i nobili, i baroni e i feudatari), con qualche altra condizione o limitazione. Sembra lecito ritenere che, ferma sempre l’esclusione dei nobili e dei feudatari (i quali non potevano esercitare alcuna carica regia se non rinunciano ai loro feudi, né coprire quella di vicario), siano rimasti, anche in seguito, abilitati i semplici cavalieri. Tale norma almeno vigeva ancora nel 1641, come risulta dal Dexart. La nobiltà sarda dopo il 1848 Con l’unione della Sardegna agli stati continentali (30 novembre 1847), l’isola cessava di reggersi, oltre che con bilancio separato, con legislazione indipendente da quella del Piemonte. Da quella data di fondamentale importanza storica, i codici e le leggi di terraferma sostituirono la secolare legislazione costituita dai vecchi codici spagnoli, dalle carte reali, dagli editti e pregoni iberici e piemontesi, già riuniti e compendiati sistematicamente in un solo corpo, col codice feliciano (1827). I feudi erano stati riscattati pochi anni prima dell’annessione (1836-1844) con la clausola che ai feudatari e ai discendenti di essi, fossero riconosciuti i titoli loro spettanti in base ai diplomi di infeudazione. Il riscatto feudale e l’accennata unione venivano pertanto a chiudere definitivamente il libro delle concessioni nobiliari sarde fatte in base alle antiche leggi e consuetudini e ne circoscrivevano l’ambito ai discendenti delle antiche famiglie, che continuano tuttora a portarli, mentre i titoli di tante altre, per graduale estinzione degli eredi maschi, non hanno più rappresentanti. Il R.D. del 16-8-1926, n°1489, trasfuso nell’Ordinamento dello Stato Nobiliare Italiano, approvato con R.D. 21-1-1929 ha inoltre disposto, in deroga alle vecchie concessioni sovrano del diritto sardo, variamente disciplinanti i feudi impropri (cioè trasmissibili per linea femminile in mancanza di maschi), che “i titoli, i predicati e gli attributi familiari non si trasmettano alle femmine, né per linea femminile (art.54); che quelli già concessi alle femmine, spettino alle medesime durante lo stato nubile e non diano luogo a successione (art.57) e che la successione dei titoli, predicati e attributi nobiliari, abbia luogo a favore dell’agnazione maschile dell’ultimo investito, per ordine di primogenitura, senza limitazione di gradi e con preferenza della linea sul grado (art.54). estinte le linee maschili, aventi per stipite comune la femmina intestataria del titolo, questo con gli annessi predicati dovrà tornare, previe lettere patenti di regio assenso, all’agnazione maschile della famiglia cui apparteneva prima della promulgazione delle leggi abolitive della feudalità., osservate le norme dell’art. 54 (art.59). Pertanto anche questa legge porta indubbiamente a circoscrivere e restringere sempre più la cerchia dell’antica aristocrazia sarda, molte famiglie della quale godevano del privilegio di trasmissione dei titoli per linea femminile. Così il libro delle famiglie isolane, chiusosi definitivamente nel 1848, andrà sempre più assottigliandosi e perdendo i rappresentanti degli antichi titolati (cavalieri, nobili e feudatari). Si noti ancora che in Sardegna, a differenza delle antiche repubbliche italiane, non esisteva una nobiltà decurionale, poiché i comuni vi ebbero vita breve e poco fiorente. Caratteri della nobiltà sarda Si è notato altrove che i conferimenti di cavalierato e nobiltà a sudditi sardi cominciano a riscontrarsi nei primi decenni del secolo XV come risulta dalla serie dei più antichi rilasciati in favore degli isolani. Per quanto riguarda le concessioni feudali, in numero ben limitato furono quelle fatte a sardi fedeli nei primi tempi della conquista e più tardi a cittadini di Sassari e Bosa distintisi nell’assedio di Monteleone e Bonvehi (1436) contro Nicolò Doria, quali validi cooperatori degli aragonesi. Gli isolani cominciarono quindi ad essere ammessi nei ranghi della nobiltà non fornita di feudo solo nel secolo XV e, in misura ristrettissima, continuano ad appartenere a quella feudale, partecipando così dei benefici riservati ampiamente ai conquistatori. Cedeva man mano la diffidenza di questi verso gli indigeni, di fronte a prove inconcusse e manifeste di fedeltà alla causa regia, che facevano allontanare ogni sospetto di ribellione e di autonomia. Nondimeno la più alta e potente aristocrazia restava sempre etnicamente e politicamente, come all’inizio della conquista, catalano-aragonese (e tale continuerà a restare in seguito), poiché i feudi più numerosi ed importanti si trovavano in potere di quelle famiglie i cui antenati erano venuti dalla Spagna a fianco dei re e dei principi, per la spedizione di Sardegna. Né i re vollero permettere che l’elemento sardo acquistasse importanza politica nell’isola, non accedendo mai alla domanda degli impieghi e delle prelature agli isolani, più volte ripetuta nei parlamenti, sia per poterne disporre a favore dei magnati spagnoli, sia per prudenziale misura di governo. È significativo che le maggiori cariche, soprattutto quelle di viceré, siano rimaste durante i secoli, monopolio esclusivo, o quasi, degli spagnoli e dei piemontesi. Così si spiega facilmente come al momento del riscatto feudale la Sardegna era ancora infeudata per massima parte ai discendenti delle antiche famiglie d’origine iberica quali i Sanjust, gli Aymerich, i Pilo, i Zapata e gli Amat, per tacere di altre potentissime, che non si degnavano ormai più di risiedere in Sardegna. La conquista aragonese aveva evidentemente segnato il tramonto dell’antica nobiltà indigena costituita dalle dinastie dei giudici, dai loro parenti e dai loro principaliores degli staterelli sardi nel lungo periodo dell’autonomia (gli Athen, i De Serra, i De Laccon, i De Thori). Pur tuttavia gli isolani, dal secolo XV in poi, continueranno ad essere ammessi, sempre più largamente, nei ranghi del cavalierato e della nobiltà, come rivelano le concessioni relative, che si fanno più numerose nei secoli XVI-XVII e numerosissime sotto la dominazione sabauda, favorite anche, come abbiamo visto, da ragioni patrimoniali e da motivi d’interesse pubblico. Venne pertanto meno alla Sardegna la sua remota nobiltà indigena la quale, in un primo tempo, per la vigorosa penetrazione pisana e genovese e poi per il processo rapido e violento dovuto alla conquista, fu soppiantata da una nobiltà di importazione. Quella nuova composta di elementi locali, che cominciò a formarsi un secolo dopo la prima spedizione iberica, non sorse per forza propria né in contrasto con l’autorità regia, come, in antico, nei grandi stati continentali, ma come benigna emanazione della monarchia e priva per lo più di feudi, e mal si fuse con quella feudale e potentissima che era figlia della conquista. Infatti non pochi avversari della potenza o prepotenza dei baroni che, nella memoranda rivoluzione del 1796 si schiereranno con Don Giovanni Maria Angioy, leader del movimento, erano insigniti del cavalierato e della nobiltà. I sardi nella maggioranza dei casi impetrarono dalla maestà sovrana i privilegi nobiliari (anche se non mancarono concessioni di cavalierato e nobiltà fatte dalla Corona in ricompensa di benemerenze in imprese belliche o per sussidi pecuniari offerti in tali imprese) e non di rado, soprattutto negli ultimi tempi, corroborarono le loro istanze col versamento di somme considerevoli al tesoro regio, come dimostrano incontrastabilmente i diplomi di concessione. Così ben poco poté fare per l’isola questa nobiltà indigena di uomini nuovi asservita alla corona, nella cui orbita e secondo i cui interessi, era portata a muoversi e ad esplicare la sua azione. La casa di Savoia, seguendo qualche esempio precedente, creò, specialmente negli ultimi tempi (fenomeno del resto non peculiare al regno sardo) una nuova nobiltà a carattere feudale. Non avendo campo o non trovando opportuno di concedere nuovi feudi e dopo l’abolizione dei medesimi, non avendo la possibilità, ricorse all’espediente di annettere titoli feudali a territori demaniali o anche di proprietà privata del concessionario, oppure di conferire sic et simpliciter (ad es. nel caso del Barone Rossi), i titoli stessi senza alcun speciale predicato. Su queste concessioni prive di giurisdizione o di diritto, o almeno di fatto per mancanza o quasi di vassalli, abbiamo altrove fermato l’attenzione chiamandole impropriamente feudali. Alcune di esse hanno infatti un contenuto esclusivamente onorifico, essendo soltanto dirette a conferire un lustro e decoro al concessionario, e alla sua famiglia. Possono dirsi di tale natura e di data assai recente, molte fra quelle che hanno per predicato il nome di un santo o il cui predicato è per lo più il nome di un possesso territoriale privato dell’investito. Queste concessioni nulla hanno di feudale se non il titolo, il territorio e la fedeltà alla corona, né presentano alcuna affinità, se non formale, con le antiche concessioni di feudi, le quali avevano la base politica della conquista armata e della difesa contro i non infondati pericoli di una ribellione allo straniero. Resta però ad esse il carattere remuneratorio di speciali e devoti servizi resi alla corona e pertanto è evidente e preponderante in esse l’elemento del vassallaggio. In epoca recente, la concessione di feudi e dei relativi titoli, rappresenta anche un compenso dato dalla corona in contraccambio di cessioni di diritti patrimoniali. Il feudo e la nobiltà feudale in rapporto alla politica di conquista Riesce agevole, dopo queste considerazioni, tracciare rapidamente le linee d’evoluzione della nobiltà feudale e del feudo in Sardegna. Gli aragonesi, per affermare ed estendere il loro dominio nell’isola, operarono con sagacia e prudenza politica, sfruttando abilmente quella grande arma di conquista che era il feudo. Si spiega così la formazione, nella prima metà del XIV° secolo, di un potente nucleo feudale nella parte meridionale dell’isola, centro delle prime loro fortunate operazioni. Esso ha per base i grandi feudi di Quirra e di Mandas detenuti dai fedelissimi Carroz, congiunti del sovrano e suoi cooperatori con gli altri baroni catalani, aragonesi e valenzani, venuti a seguito del principe per la grande impresa. Assicurata Cagliari dalla parte del mare, con la sconfitta dei pisani (1325) e contro la minaccia dei Donoratico dopoché questi furono dichiarati ribelli e spogliati dei loro possedimenti in Sardegna (1355), si costituiva in vasto territorio infeudato una base formidabile e sicura di azione militare. Si dominava così l’iglesiente e si tagliava in pari tempo la strada agli arborensi, potenti signori di Oristano, e minaccia grave per i regi. Si pensi che il ribelle Mariano poté, nel 1355 e nel 1367, giungere alle porte di Cagliari e mettere a repentaglio la sicurezza del Castrum, ove gli Aragonesi avevano già potentemente iniziato (1327) la catalanizzazione dell’isola, come manu militari l’avevano iniziata in Alghero (1355) e in Sassari (1329), dopo le ribellioni di queste città. Ma la preoccupazione più grave per i conquistatori doveva essere la parte settentrionale dell’isola ancora sotto il dominio dei genovesi, dei Doria e dei Malaspina, più esposta a pericoli da parte del mare e della Corsica e meno tranquilla per il fuoco di perpetua ribellione che vi tenevano acceso quelle potenti famiglie, spalleggiate dalla repubblica di Genova. Anche Sassari per le sue recenti rivolte (1325 e 1329) e per il suo glorioso passato di autonomia non era tale da rassicurarli appieno. Non mancarono pertanto i tentativi di penetrare vigorosamente con il feudo anche nel settentrione e di costituire con esso altrettante rocche di difesa e di offesa attorno al giudicato arborense, contro i Malaspina e i Doria. Lo dimostrano le infeudazioni di Terranova e quelle di molte ville della Nurra, della Gallura e del nuorese, ove evidentemente si cercava di iniziare una base sicura di dominio, sebbene con scarso successo. Ai Doria, ai Malaspina, momentaneamente pacificati, si dovettero riconfermare i feudi riconoscendo il dominio dei primi sull’Anglona, su Monteleone e su Castelgenovese (1355-1357) e dei secondi su Osilo (1325-1325-52) ritardando così la penetrazione nella parte settentrionale dell’isola. Il Monteacuto, concesso in un primo tempo, unitamente a Terranova, a Giovanni d’Arborea gli fu violentemente ritolto dal giudice ribelle quando scoppiò il conflitto fra quest’ultimo, il fratello e il Re. Né certo fu estraneo alla rottura l’acume del regolo arborense, che intese perfettamente le mire dei conquistatori, suoi antichi alleati e ora suoi forti nemici. Il predominio quindi della corona dovette limitarsi nel settentrione alla stretta zona nord-est, ove Giovanni d’Arborea e Giovanni Carroz, fedelissimi sudditi erano già investiti di feudi: e cioè di Terranova e di Monteacuto il primo (1375); di Mandas, Orgosolo e dei villaggi della curatoria di Seurgus (1350) il secondo. Anche il feudo di Terranova si riunisce poco dopo (28 ottobre 1376) nella famiglia di Giovanni Carroz per la concessione fattane dalla Corona in quell’anno a Benedetta d’Arborea di lui moglie. Ma gli avvenimenti dovevano precipitare in favore dei dominatori. La spedizione di Aimerigo di Narbona riusciva fatale ai loro nemici, che si erano illusi di trovare nel visconte un potente alleato. La sconfitta di Sanluri (1409) doveva dare una grave colpo alla potenza arborense, che ormai non potrà più arginare la preponderanza decisa dei vincitori. Resa vana la resistenza di Leonardo Cubello dalle armi di Pietro Torrellas, il primo scende a patti tanto gravi che, può dirsi, segnino di fatto la rovina della vecchia e gloriosa dinastia arborense (1477). Alla perdita del titolo di giudice si accompagna per i patti del 1410 quella più concreta della diminuzione del territorio, che viene ristretto alla città di Oristano, ai tre Campidani e al Goceano, con perdita del Monteacuto e del Marghine, potenti sentinelle avanzate del giudicato. Sul Goceano stesso gli aragonesi, nonostante la concessione del 1410, pare si arroghino dei diritti, poiché lo vediamo infeudato nel 1421 al Centelles e soggetto ad incursioni di sardi capitanati dal ribelle Barzolo Manno. Se poi tale infeudazione fu arbitraria e illegale, dimostra per se stessa che ormai il marchese di Oristano nn destava più preoccupazioni. La Corona, quasi un secolo dopo la spedizione, analogamente a quanto aveva fatto nel cagliaritano, riesce finalmente a costituire nel nord dell’isola, un formidabile centro feudale in favore di una potente famiglia iberica, quella dei Rivosecco-Centelles. Questa considerazione spiega pertanto la cessione in feudo a Bernardo di Riusec (alias Gilaberto de Centelles, che coprì anche la carica viceregia nel 1421 e 1422), delle contrade tolte agli arborensi e la costituzione del Contado di Oliva che gareggia, per vastità, potenza e ampiezza di privilegi, col feudo meridionale di Quirra. Negli anni 1421 e seguenti, si riuniscono in mano dei Centelles il Marchesato del Marghine, il Ducato di Monteacuto, l’anglona, la Baronia e il castello di Osilo già tolto a Brancaleona, marito di Eleonora (1390). I Doria, ricacciati verso il mare nelle ultime loro rocche di resistenza (Castelsardo, Monteleone e Bonvehi), mediante l’aiuto dei magnati sardi, fedeli alla corona, saranno ben presto completamente debellati e annientati con la confisca dei loro possessi (1436). Alcuni di questi sardi fedeli otterranno concessioni feudali di poco rilievo; altri costituiranno il primo considerevole nucleo di nobiltà non feudale che, come si è visto, avrà sviluppo, con scarsa potenza politica, nei secoli posteriori. Queste, in rapporto al feudo, le linee della politica aragonese e il piano della conquista così felicemente attuato. Le numerose concessioni feudali minori, fatte in genere a famiglie catalane, aragonesi e talora a sardi fedeli, ne confermano e completano il quadro. Nei centri urbani esclusi dal feudo come i più importanti (Cagliari, Sassari, Iglesias, Alghero, Castelsardo e più tardi Oristano e Bosa), gli aragonesi e poi gli spagnoli, esplicano assiduamente la loro influenza o sovrapponendo addirittura ai vecchi, istituti catalani, (come a Cagliari e ad Alghero), o facendo opera assidua di penetrazione per mezzo delle istituzioni e dei costumi iberici (specie di diritto pubblico), oppure trasformando gradualmente le indigene e le antiche comunali. Resta da considerare l’evoluzione del feudo dal lato giuridico. Il carattere patrimoniale non fu, nel feudo sardo, mai disgiunto dal carattere politico, poiché la proverbiale “avara povertà di Catalogna” portò, fin dai tempi della conquista, a sfruttare il feudo come cespite di reddito anche per gli impellenti bisogni delle guerre. Alienazioni di feudi e specialmente trapassi a titolo oneroso, furono quindi frequenti fin dai primi tempi. Senonché, dopo il secolo XV, venne meno al feudo sardo la sua funzione di strumento di conquista e di base delle operazioni belliche, come si è già notato altrove. Il detto di Ugolino, feudum est beneficium, non definisce quindi esaurientemente la sua funzione in Sardegna, come vuole il Mondolfo, e, come ha acutamente osservato il Solmi, non ne mostra che un solo aspetto. Né, assicurata la conquista, viene meno in esso ogni carattere politico, in quanto i poteri amministrativi e giurisdizionali inerenti alle concessioni feudali perdureranno, con non sostanziali limitazioni, fino al riscatto, restando sempre il feudo, fino a quel momento, la base del sistema di governo. Nel breve periodo della dominazione austriaca, risorgono per poco le concessioni nobiliari, feudali o di altre cariche a scopo prevalentemente politico, fatte cioè dal nuovo governo col fine di ricompensare e tenersi fedeli i suoi partigiani, validi artefici della conquista contro la Spagna (in realtà anche la Spagna si comportava nella stesso modo, anche si gli sforzi fatti non le avevano evitato la perdita della Sardegna). Durante il periodo sabaudo le concessioni feudali, sebbene perfette nei loro tre elementi, trovano non di rado principale movente in un particolare e determinato interesse del regio fisco, in quanto rappresentano l’equivalente della cessione, in suo favore, di beni ed emolumenti da parte dei nuovi investiti; oppure anche in un interesse pubblico, quale l’accrescimento della popolazione e la colonizzazione dell’isola. Nello stesso periodo si affermano le concessioni a base beneficiaria che possono chiamarsi impropriamente feudali, cioè tali non intrinsecamente, ma per elementi esteriori (titolo, territorio, emolumenti patrimoniali di carattere non tributario) e nell’ottocento quelle di puro titolo. Tali concessioni, che il Mondolfo non distinse chiaramente dalle altre né per epoca né per funzione, potrebbero, a differenza delle seconde, essere esattamente definite dal detto di Ugolino. Alla nobiltà non feudale degli ultimi tempi (sec. XVIII e XIX) venne meno ogni influenza politica diretta, anche per il fatto della mancata convocazione dei parlamenti dopo il 1698. Che essa, al pari della nobiltà feudale, non fosse rassegnata quietamente a questa violazione del Trattato di Londra (1718), lo dimostra la domanda fatta dagli Stamenti nel 1793 per la convocazione di tali assemblee, come si era fatto in passato; domanda che rimase frustrata dal corso degli avvenimenti posteriori. Così la levata di scudi delle classi nobiliari e borghesi (1794-1795) per il ripristino e la conquista di vantaggi e privilegi in ricompensa delle benemerenze acquisite dai sardi contro i francesi (alle quale volle darsi, a torto, significato di rivendicazione nazionale anziché, come fu realmente, di ristretto e particolare interesse di classi), ebbe a restare, si può dire, lettera morta. Non di rado i titoli feudali sono concessi con la clausola che i titoli stessi possono essere portati dal primogenito durante la vita del padre. Concessioni del semplice cavalierato Normalmente in Sardegna alla concessione del cavalierato si accompagna quella della nobiltà e quindi i cavalieri sono anche nobili (i nobili isolani poi, derivanti il loro titolo da concessioni e diplomi del regno sardo anteriori al 1848, sono pure cavalieri. Le famiglie sarde che hanno il solo titolo di nobile senza quello di cavaliere derivano la loro concessione da S.M. il Re d’Italia). Quest’affermazione può però farsi solo limitatamente alle concessioni posteriori al sec. XVII. Gli esami degli elenchi degli intervenuti alle assemblee parlamentari persuade infatti che le concessioni del semplice cavalierato, più frequenti nei quattro secoli di dominazione spagnola, si fecero assai limitate nel periodo successivo. In queste liste, ove anche per ragioni giuridiche, e cioè per il controllo dei documenti conferenti il diritto di intervento alle riunioni stamentarie, i titoli erano attribuiti agli intervenuti con scrupolosità ed esattezza, troviamo elencate molte persone insignite del semplice cavalierato. In tali casi l’appellativo Cavaller, segue il nome delle medesime, preceduto dall’appellativo di Mossen, o Micer o Amado. Così, nel parlamento del 1553-1554 (Viceré d’Heredia), troviamo un Mossen Bartolomeo Sellers cavaller, un Micer Prospero Serra cavaller e così pure un Micer Virgili Ruiz, un Amado Duran Guio, un Thomas Aleu, un Ambroso Larca, un Eliseu Dore e un Joan Galeazzo, tutti qualificati solamente cavallers. Resta però il fatto che gli intervenuti indicati con il duplice titolo di Noble Don (o Noble Dona) precedente il nome o, come altri, col semplice Don, hanno sui primi una grande preponderanza numerica. È caratteristico che non troviamo attribuita ai nobili, in tali elenchi, la triplice qualifica moderna: Cav. Nob. Don, pure essendo costoro anche cavalieri. Gli stessi provvedimenti riferiti più sopra, che autorizzavano i semplici cavalieri a sedere nei consigli della città di Cagliari, confermano che le concessioni del semplice cavalierato prive della nobiltà, dovettero essere più numerose dei quattro secoli della dominazione spagnola. Tuttavia anche allora il numero dei cavalieri fu più ristretto in confronto di quello dei nobili tra i quali andavano annoverati moltissimi feudatari, compresi i più potenti possessori di grandi feudi. D’altra parte la nobiltà non feudale (cavalieri e nobili) creata per controbilanciare, specie nei parlamenti, l’influenza di quella potentissima fornita di feudo, ben rispondeva nelle congreghe stamentarie, per numero di voti almeno, a tale scopo politico. Feudatari non nobili né cavalieri, qualificati semplicemente heretats si riscontrano pure frequentemente negli atti dei parlamenti. Erano mercanti arricchiti o, in genere, borghesi facoltosi che, unitamente al feudo, acquistavano anche il diritto di intervenire a quelle assemblee. Col tempo essi però ottennero generalmente la concessione del cavalierato e della nobiltà delle quali la corte regia non fu mai troppo avara ai propri fedeli; oppure, alienato il feudo per ragioni economiche, rientrarono nelle file della borghesia scomparendo, di conseguenza, dalle liste stamentarie. Dal 1720 in poi, sono assai limitate le concessioni del semplice cavalierato, perché, unitamente a questa, i concessionari ottengono anche quella della nobiltà. Riepilogando, il nobile feudatario è qualificato come Nobile Don o semplicemente Don in precedenza al nome, seguito dall’appellativo heretat; il feudatario non nobile come Mossen, Magnifich Mossen o Amado prima del nome seguito dall’appellativo heretat; il semplice cavaliere come mossen, o micer, o amado che precedono il nome, mentre il titolo di Cavaller lo segue; il semplice nobile e cavaliere insieme, col Don o col Noble Don a precedenza del nome; il Donzello con amado o mossen che precede il nome e con la qualifica di Donzell che lo segue. Questa qualifica ricorre spessissimo negli elenchi stamentari anteriori al secolo XVII. Abuso di titoli nobiliari Contro l’abuso di titoli nobiliari il R.D. Legge 20-3-1924, n°442, ha stabilito che, indipendentemente dall’applicazione della pena comminata per l’usurpazione di titoli quando il fatto costituisca il delitto previsto dall’art.186 del cessato codice penale (in data 30-6-1889), chiunque, sia in documenti ufficiali, sia in qualsiasi atto giuridico o anche negli ordinari rapporti sociali, faccia uso di titoli o attributi nobiliari che non risultino appartenergli da conforme iscrizione nei registri della Consulta Araldica, sia punito con l’ammenda da Lit.1.000 a 5.000 (art.5). che in caso di recidiva non possa essere applicata un’ammenda inferiore al doppio di quella precedentemente inflitta (esclusa l’oblazione nel caso stesso) e che una quota delle ammende applicate per le singole contravvenzioni, sia devoluta agli agenti autori delle denunzie (stesso art.5). Nessuno può far uso di titoli e attributi nobiliari se non sia iscritto come legittimamente investito di tali titoli o attributi nei registri della R. Consulta Araldica. Dell’inscrizione fa fede l’annotazione nell’Elenco Ufficiale Nobiliare, approvato con R.D. 3-7-1921 n°972 e nei successivi elenchi supplementari, approvati e depositati nei modi stabiliti dal detto decreto (art.1°). I notai e gli ufficiali dello stato civile e tutti gli altri pubblici ufficiali, non potranno attribuire ad alcuno, in atti pubblici o in qualsiasi atto o documento di carattere ufficiale, titoli o attributi nobiliari se non risultino appartenenti all’interessato dagli elenchi suindicati, o se l’interessato non dimostra di esserne investito, esibendo un certificato d’iscrizione nei registri della Consulta Araldica, sotto pena dell’ammenda di Lit. 500 o 1000 (art.4). Numerose famiglie che hanno diritto a titoli nobiliari non si trovano iscritte in registri della Consulta Araldica e nell’Elenco Ufficiale della Nobiltà Italiana, e persistono tuttora nella trascuranza di far le pratiche relative, sia per ragioni economiche, sia perché noncuranti dei titoli nobiliari loro appartenenti. È frequente il caso che dei diversi rami di una famiglia, facenti capo allo stesso concessionario, sia iscritto il solo ramo primogenito o anche il primogenito ed alcuni degli ultrogeniti, e che i rimanenti rami collaterali, con i loro discendenti, non curino affatto l’iscrizione nei libri araldici. Si dà anche il caso di casati con numerosi rappresentanti viventi, i quali non figurano nel citato elenco nobiliare. Tutti costoro, pur avendo potenzialmente il diritto a titoli nobiliari, cadrebbero, per mancanza del decreto di riconoscimento, nelle sanzioni della legge se li portassero pubblicamente. In sostanza, allo stato attuale delle cose, gli elenchi ufficiali non contengono che una parte dei casati nobiliari e dei nobili. Concessioni nobiliari di carattere particolare Non mancano concessioni di cavalierato e nobiltà fatte personaliter tantum, ad ecclesiastici. Hanno caratteristiche speciali le concessioni del cavalierato e delle armi gentilizie (oltre che della nobiltà) fatte a donne purché profittino ai figli. Così il 13-6-1778, a favore di Donna Maura Marras furono spediti tali diplomi, perché ne fosse fatta la trasmissione ai figli di primo letto, maschi e femmine e ai discendenti maschi e femmine di essi figliuoli maschi immediati. Le stesse concessioni del cavalierato, della nobiltà e delle armi gentilizie, furono fatte nell’8 aprile 1774 a favore della vedova Maria Elisabetta Pugioni nata Loddo e dei suoi figliuoli e discendenti maschi e femmine, esclusivamente però ai discendenti da queste. La Pugioni aveva comprato la peschiera di Pontevecchio con la condizione di ottenere tali distinzioni nobiliari. Curioso è che, secondo la dizione del diploma, anche ad essa fu concesso il cavalierato senza però la cerimonia dell’armamento. Così essa (caso eccezionalissimo), ebbe diritto al titolo di cavaliere e ai privilegi inerenti ad esso. Donna Maura Marras vedova Mura, nelle trattative per la concessione in enfiteusi della Montagna d’Abbasanta, chiese ed ottenne, con la nobiltà, il cavalierato per i figli di primo letto si maschi che femmine e per i discendenti maschi e femmine dei medesimi figliuoli maschi immediati, esclusivamente però ai discendenti delle femmine immediate. Tratto dal libro “Cavalierato e nobiltà in Sardegna”. I moti di Sanluri – 7 agosto 1881 Le condizioni della Sardegnadopo la fine del feudalesimo Dopo l’abolizione del feudalesimo (1836), la Sardegna, veniva trascinata verso l’annessione o “fusione” con il Piemonte (1847). IL popolo sardo veniva così defraudato di quell’antica Autonomia Costituzionale che ancora conservava e che strenuamente aveva difeso contro tutte le dominazioni straniere, compresa quella piemontese. La povera gente non aveva certo dimenticato le persecuzioni subite da parte del poliziesco governo piemontese, intese a liquidare quanti avevano preso parte alla ribellione popolare nell’aprile del 1794, conclusasi con la cacciata dei piemontesi dall’isola, e alla successiva insurrezione antifeudale e antipiemontese intrapresa da Giovanni Maria Angioy nel giugno 1796. La repressione, che a partire dal 1797 e sino al primo ventennio del secolo successivo, perseguitò il popolo sardo era stata terribile. In molte contrade della Sardegna si viveva nel terrore, processi economici, esecuzioni sommarie, una forca venne costantemente tenuta in evidenza nei maggiori centri dell’isola. Galere, persecuzioni, latitanze politiche ed esilio volontario per coloro che avevano sufficienti mezzi per poter riparare all’estero. Una grave depressione economica e culturale sorprese la Sardegna alcuni decenni più tardi (1847- 1848) quando le popolazioni sarde in preda alla fame e alla più squallida miseria, furono poste di fronte ai problemi avanzati dal totalitario governo piemontese, in ordine alla politica di unificazione dell’Italia, condotta ovviamente, secondo i sistemi propagandistici predisposti dalla Casa Savoia. In quel frangente, il governo piemontese, __ attraverso una legge emanata il 15 aprile 1851 ma decorrente dal 1° gennaio 1853 __introduceva un nuovo regime tributario, che aboliva tutte le imposte fino ad allora pagate dai sardi allo stato Savoiardo. Si trattava di tributi istituiti in epoche diverse e con diversi criteri, come attestavano le loro stesse denominazioni: donativo ordinario e straordinario, ecclesiastico e laicale, sussidio ecclesiastico, contributo ponti e strade, contributo paglia, contributo torri, prestazioni pecuniarie surrogate alle feudali ecc. A partire dal 1° gennaio 1853 erano state abolite “almeno sulla carta” anche le decime sui raccolti che venivano pagate alla Chiesa. Tutte le imposte abolite vennero sostituite dall’imposta FONDIARIA, che doveva pagarsi sui beni immobili, in proporzione al reddito imponibile, con un’aliquota che per le 11 province nelle quali la Sardegna era allora divisa, era stata stabilita al 10%, pari cioè a quella stabilita per le ricche province continentali di Torino, Milano e se vogliamo di tutto il nord Italia; mentre l’aliquota media applicata in 37 province del continente era appena del 6%. Per di più venne stabilito un contingente fisso, ovvero fu predeterminata la somma che doveva essere comunque riscossa, a costo dell’aumento dell’aliquota già applicata. Questo contingente venne prima aumentato di 800.000 lire necessarie per la retribuzione __ in misura del tutto insufficiente, __ del clero, quindi venne ulteriormente elevato con l’aggiunta dei decimi di guerra e di un ultracontingente. Alla base di questa imposizione c’era il catasto, compilato dopo una non precisa misurazione delle singole proprietà, ma a vista, e con dati relativi alla intestazione, alla coltura ed al reddito di ciascuna particella forniti, quando non vi avesse provveduto direttamente il proprietario da due periti incaricati dal Comune. Da qui nascevano una serie di errori sia di intestazione che di misurazione che come qualcuno scrisse, che terreni che non avevano mai prodotto un filo d’erba perché sterili e persino vere pietraie, venivano classificati come terreni produttivi, perciò passibili di imposta. Per la correzione di tutti questi “errori ” era prevista una particolare procedura, piena di cavilli e balzelli burocratici, tanto, che molti piccoli proprietari alla fine vi rinunciavano, e quando qualcuno riusciva a farsi esonerare dal pagamento delle imposte non dovute, non faceva altro che aggravare la posizione degli altri, dal momento che, come abbiamo sottolineato prima, la cifra che il governo doveva comunque riscuotere era già stata predeterminata. Un altro grosso problema si manifestò in quelli anni quando si decise della destinazione da dare ai terreni degli ex Demani Feudali , su cui la popolazione _ specialmente la povera gente _ esercitavano alcuni usi civici ( i cosiddetti diritti ademprivili ) che consistevano nei diritti di pascolo, di legnatico e in molti casi anche di coltivazione, senza dover corrispondere nessun compenso. Tutti questi diritti vennero aboliti attraverso una legge emanata il 23 aprile 1865, in base alla quale, l’uso di quei terreni venne considerato un reato contro il patrimonio demaniale. Con l’abolizione dei diritti ademprivi, la povera gente perdeva una delle più importanti fonti di sostentamento, ed il malcontento fra i contadini ed i pastori fu enorme. In diversi centri dell’Isola ci furono tumulti e manifestazioni d’intolleranza; nell’aprile del 1868 a Nuoro ci furono i moti de ( SU CONNOTU ) nel corso dei quali i poveri contadini invasero il municipio, dando alle fiamme vari documenti, tra i quali i registri delle lottizzazioni di quei terreni. Particolarmente gravosa era l’imposta sulla casa, in quanto quella dei poveri contadini sardi __ a causa della scarsa sicurezza delle campagne, del frazionamento delle proprietà e dei cicli produttivi imposti dal clima torrido e secco __ era sempre accentrata in piccoli o grossi agglomerati o villaggi. Perciò il contadino sardo non poteva godere di tutte quelle agevolazioni previste per le case rurali dell’Italia settentrionale, che a differenza della Sardegna erano sparse nelle campagne, ed alle quali il governo aveva pensato nel varare una legge tanto iniqua per tutto il Mezzogiorno del continente, ma in particolar modo per la Sardegna. Le povere catapecchie costruite in ” LADIRI ” mattoni fatti di fango e paglia, venivano così abbandonate dai proprietari, che non erano in grado di pagare le esorbitanti tasse. Non ci deve perciò sorprendere se nel periodo tra il 1° gennaio 1870 ed il 31 dicembre 1894 solamente in provincia di Sassari vennero espropriati e devoluti al demanio per debito di imposte 13.639 terreni e 2.200 fabbricati per un valore complessivo di 1.248.960 lire. Ma ancora più tragica era la situazione in provincia di Cagliari, in quanto nello stesso periodo si ebbero 36328 espropri di terreni e 3629 di fabbricati, per un valore complessivo di quasi tre milioni, cifre che acquistano una realtà tanto drammatica se confrontate con quelle molto più basse relative agli espropri effettuati dal Demanio in tutto il resto d’Italia; in Sardegna si arrivò ad avere un esproprio ogni 14 abitanti, a fronte di uno ogni 27.000 effettuati nelle opulente regioni del nord Italia. Ad aggravare questa pesante situazione contribuivano le imposte locali e gli agi esattoriali, sempre più gravi, tanto da far rimpiangere i vecchi tempi, quando molte imposte venivano pagate in natura. Adesso invece le tasse bisognava pagarle in contanti e a scadenze rigidamente determinate, costituendo così un ulteriore aggravio per i poveri contadini, che per poter far fronte al fisco, erano costretti a vendere il loro raccolto, in periodi in cui i prezzi erano molto più bassi, quando gli stessi non l’avessero già venduto direttamente sul campo, a strozzini ed usurai. Oltre le imposte, i poveracci dovevano fare i conti anche con le calamità naturali, quali la siccità, gli incendi “molti dei quali dolosi ” le cattive annate e le alluvioni, come successe in quel 1881 quando dopo la terribile siccità, che compromise l’intero raccolto, __ ” s’annada maba – s’annu de su fami ” così quell’anno veniva ricordato __ si scatenarono le piogge torrenziali che in tutta la provincia di Cagliari causarono la totale distruzione di moltissime abitazioni. In questo clima di povertà, di incertezza e disperazione da noi sommariamente illustrato, il 7 agosto 1881 nel paese di Sanluri, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (SU TRUMBULLU DE SEDDORI) che mise in subbuglio l’intera popolazione. Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’isola e in gran parte della terra ferma, specialmente dopo le gravi conseguenze giudiziarie . nota; quest’articolo e tratto da uno scritto più ampio pubblicato in studi storici e giuridici in onore di A. Era > Padova: CEDAM 1964 ANNO 1884 – LA RIVOLUZIONE FRANCESE Le reazioni dell’EUROPA e dell’ITALIA Benchè accerchiata da tanti avversari la Francia Rivoluzionaria era riuscita a vincere le forze della Coalizione Europea. Per spiegare questi successi si deve in primo luogo tenere conto delle innovazioni portate dalla Rivoluzione nella condotta stessa della guerra. Gli eserciti della Coalizione conservavano le caratteristiche di quelli dell’Ancien Regime. Erano formati, cioè, da soldati mestiere, e quindi da un materiale umano costoso e difficile a sostituirsi rapidamente; comandati da ufficiali promossi in base all’anzianità, e quindi naturalmente inclini alla prudenza; limitati nelle proprie mosse dalla necessità di non distanziarsi dai magazzini di approvvigionamento e dalle modeste disponibilità finanziarie dei propri governi. All’infuori di quello Inglese infatti i governi della Coalizione dominavano su Paesi agricoli come Prussia ed Austria, e si appoggiavano sull’Aristocrazia fondiaria tradizionale. Benchè l’Inghilterra accordasse loro cospicue sovvenzioni finanziarie, dunque, erano sempre a corto di denaro, sia per la scarsezza dei capitali dei loro paesi, sia per la necessità di non spremere troppo la classe più abbiente, cioè la nobiltà fondiaria. La conseguenza di ciò era una condotta di guerra quanto mai cauta e lenta, intesa a fare economia di uomini e di denaro. La Rivoluzione invece aveva risolto drasticamente il problema dell’arruolamento attraverso la coscrizione obbligatoria, e quello finanziario legislativo attraverso le requisizioni del Terrore e l’emissione illimitata degli Assegnati, aggiungendovi più tardi l’imposizione di gravi contribuzioni di guerra e magari il saccheggio organizzato dei territori occupati dalle sue truppe. L’ideologia Giacobina, infatti, si prestava a meraviglia, per giustificare queste spoliazioni presentandole ora come misura diretta a colpire i Reazionari a vantaggi dei Sansculottes ed ora come doveroso contributo dei popoli ‘liberati’ alla guerra Rivoluzionaria. Gli eserciti della Rivoluzione quindi anzichè fare economia di uomini e di mezzi tendevano a gettarsi allo sbaraglio, avanzando entro il territorio nemico e risolvendo colà i propri problemi logistici: nè i loro giovani generali, avvezzi a vedere ghigliottinati i propri colleghi timidi ed irresoluti e prossimi invece a fulminee carriere, i più audaci si preoccupavano davvero della condotta cauta della guerra. Sotto il loro impeto pertanto generali e mercenari dell’Ancien Regime andavano in frantumi: già nel 1794 Belgio e Renania erano stati rioccupati dai Francesi: subito dopo anche l’Olanda era invasa e trasformata in una Repubblica Batava sul modello di quella di Francia. In secondo luogo la Rivoluzione conduceva ad una guerra ideologica di popolo, anzichè ad una guerra dinastica di monarchi al modo dell’Ancien Regime. Per quanto brutali fossero le rapine, i Generali della Rivoluzione erano profondamente convinti degli immortali principi dell’89 simboleggiati dal trinomio ‘Libertà, Eguaglianza, Fraternità’ sulle loro bandiere. Benchè arruolati con la coscrizione obbligatoria, i loro soldati erano pure i figli dei contadini che la Rivoluzione aveva affrancato dalla nobiltà. Il mercenario della Coalizione si batteva solo per una paga o per timore di una punizione: il soldato della Rivoluzione sentiva di battersi per la sua propria causa. Figlio del popolo e della Rivoluzione, anzi, l’esercito continuava anche dopo Termidoro ad essere una Roccaforte Giacobina. L’Europa, d’altra parte, pullulava di simpatizzanti della Rivoluzione specie tra gli intellettuali formati dall’Illuminismo e dai Borghesi influenzati dalle Logge Massoniche. Taluni di questi simpatizzanti, come Vittorio Alfieri (*), erano stati presto disgustati dagli eccessi sanguinosi dei Rivoluzionari. ma in cambio la svolta Democratica rappresentata dalla Convenzione Nazionale aveva trovati vasti consensi internazionali di cui era simbolo la presenza nella Convenzione stessa di stranieri, quali il Tedesco Anacharsis Klootz e l’Anglo-Americano Tom Paine. E se questi ultimi, a loro volta, erano stati travolti dal Terrore si delineava in cambio tutto un Giacobinismo Europeo i cui seguaci destavano l’allarme delle Corti con il proprio fermento e si sforzavano di favorire l’estensione internazionale della Rivoluzione. Nel 1794, gli eserciti Francesi, dopo aver rioccupato il Belgio e la Renania, entravano anche nell’Olanda, i cui patrioti davano allora vita ad una Repubblica Batava modellata su quella della Francia ed a lei alleata. Nello stesso tempo, anche in Italia si ebbero congiure Giacobine cui i governi assolutisti rispondevano con sanguinose repressioni. Attivi in particolare furono i Giacobini Piemontesi come i Fratelli Junod a Torino, lo storico Carlo Botta ed il Vercellese Giovanni Antonio Ranza, la cui attività cospirativa venne stroncata dai Savoia con numerose condanne a morte, tra cui quella dei Junod. Analoghe congiure e repressioni si ebbero nello Stato Pontificio, ove un fallito moto insurrezionale a Bologna costò la vita ai Patrioti Zamboni e De Rolandis; nel Regno di Napoli, ove la cospirazione trovò alimento in ambienti Massonici e fu schiacciata con centinaia di arresti e le condanne a morte di Emanuele De Deo, Vincenzo Vitaliani e Vincenzo Giuliani; in Sicilia ove salì il patibolo il Giurista Democratico Francesco Paolo Di Blasi (1795). In Sardegna, si ebbe inoltre un’insurrezione anti-feudale, capeggiata da Gian Maria Angioy che tenne in fermento l’isola per qualche anno. La lotta della Francia contro la Coalizione insomma, anzichè come una lotta fra Stati si configurava come una Guerra Civile Europea in cui i Francesi potevano contare su larghe simpatie all’interno degli Stati stessi con cui si battevano. In terzo luogo, infine, mentre la Francia era tutta impegnata nella Guerra Rivoluzionaria, le potenze della Coalizione avevano anche altro obiettivi da perseguire, per cui non di rado si trovavano in contrasto reciproco. Austria, Prussia e Russia avevano da sorvegliare la Polonia i cui Patrioti tentavano di trasformare l’anacronistica struttura del loro Regno in una Monarchia Costituzionale, svincolata da ogni ingerenza straniera. Mentre l’Austria, dunque, era impegnata con Francia, Prussia e Russia, avevano operato la Seconda Spartizione della Polonia (1793). I Polacchi tentavano la riscossa, guidati da un veterano della Rivoluzione Americana, Taddeo Kosciusko, ma erano battuti dai Russi del generale Suvaroff, ed Austria, Russia e Prussia finivano per spartirsi tra di loro l’infelice paese per la terza volta nel 1795. La questione Polacca provocava però tanta gelosia tra le Corti di Vienna e di Berlino, tanto che la Prussia faceva pace con la Francia, abbandonandole i territori sulla sinistra del Reno pur di avere le mani libere in Polonia. Analogo conflitto si delineava tra l’Inghilterra, desideroso di assicurare alle sue esportazioni il mercato delle immense Colonie Spagnole d’America, e la Spagna, intenzionata viceversa a conservare il proprio monopolio coloniale. Anche la Spagna pertanto faceva pace con la Francia e nel 1796 si alleava addirittura con lei, consentendo così alla Repubblica di sfruttare le non trascurabili forze di mare Spagnole, oltre a quelle dell’Olanda, già ridotta in Stato di vassallaggio. http://www.cronologia.it/storia/a1794b.htm La storia della città di Sassari I primi abitanti dell’isola Le prime tracce dell’uomo in Sardegna furono rinvenute proprio nei pressi di Sassari, esattamente a Perfugas, nel Rio Altana. Tali testimonianze consistevano in pietre lavorate (vedi Archeologia); la quantità di ritrovamenti ha rivelato come in quel sito vi fosse una consistente industria litica. E’ abbastanza pretenzioso collegare questi reperti con l’odierna Sassari, tuttavia è innegabile l’importanza dell’area sin dalla preistoria. Rimanendo nel raggio di 50 Km, si possono trovare gli insediamenti ed i reperti maggiormente significativi delle culture preistoriche in Sardegna. Le testimonianze della Cultura di Bonu Ighinu (4000-3500 a.C.) furono individuati per la prima volta nei pressi di Mara, a sud di Sassari; i reperti che consentirono di individuare la Cultura di Ozieri, furono trovati nel paese medesimo; il maggiore monumento di questa civiltà, l’altare di Monte d’Accoddi, si trova appena fuori la cinta urbana di Sassari. L’inizio ufficiale della storia Sarda Queste citazioni continuano fino all’inizio ufficiale della storia sarda, cioè il 1000 a.C., allorquando i fenici fecero conoscere la loro epigrafia nell’isola. Questa popolazione mediorientale si stabilì principalmente nella parte sud-occidentale della Sardegna, tuttavia attrezzò alcuni scali anche nei pressi delle odierne città di Porto Torres, Castelsardo e Bosa (NU), nella quale fu rinvenuta la più antica epigrafe fenicia. Nel VI secolo a.C., gran parte del territorio di Sassari rimase aldilà della linea di conquista dei Cartaginesi, che non riuscirono mai a dominare l’isola completamente. I fenici d’Africa conquistarono, con tutta probabilità, solo il Golfo dell’Asinara, strappando ai nuragici la fortezza di monte Cau, nei pressi di Sorso, dalla quale potevano dominare tutto il braccio di mare ed opporsi ad eventuali sortite dei guerriglieri sardi. Con la dominazione romana (238 a.C.) iniziò un maggiore sfruttamento dell’ansa, che occupava un’area di rilevanza strategica nel nord dell’isola. Nell’ultima metà del I secolo a.C. venne fondata Turris Lybisonis, attualmente inglobata nell’abitato di Porto Torres; nel 27 a.C. questo importante scalo portuale divenne ufficialmente una colonia romana, dalla quale venivano esportate ingenti quantità di cereali, coltivate nell’entroterra. Nel Golfo fiorì anche il centro di Ampurias, nei pressi dell’attuale Valledoria, grazie alla fertile vallata in cui scorre il fiume Coghinas. La Guerra Santa e l’Età Giudicale I romani furono cacciati dai Vandali, che a loro volta subirono lo stesso destini per mano dei bizantini. Durante tale periodo quasi tutti i centri litoranei caddero lentamente in rovina, riducendosi definitivamente in miseria intorno al 630 d.C., alla morte del profeta Maometto, che segnò l’inizio della Gihàd, la Guerra Santa, durante la quale gli arabi invasero innumerevoli volte le città costiere. La Sardegna era governata da un Judex, il quale risiedeva a Santa Igia (attualmente inglobata nel centro abitato di Cagliari). In quegli anni il governatore si trovò nella difficile situazione di dover fronteggiare gli attacchi esterni degli arabi e quelli interni dei barbaricini, inoltre mancava qualsiasi aiuto da Bisanzio, il cui regno era lacerato da profondi contrasti interni, che portarono ad un totale disinteresse per le colonie più distanti. Per arginare i problemi dell’isola, il Judex non trovò altra soluzione che demandare i propri poteri ai luogotenenti dei distretti di Gallura, Arborea e Torres, lasciandoli liberi di affrontare la difficile situazione. Intorno all’anno mille gli stati si resero indipendenti, dando inizio alla gloriosa “Età Giudicale”. Il regno di Torres, più comunemente conosciuto come Logudoro, era comandato da un Giudice o Re, che risiedeva ad Ardara, in quanto Torres (Porto Torres) era stata abbandonata durante il periodo delle incursioni saracene. Intorno al 1015 il reggente si trovò a contrastare l’invasione del Califfo Mugiahid, signore delle Baleari, intenzionato ad invadere l’intera penisola italiana, partendo proprio dalla Sardegna (vedi guida: Alghero). Per contrastare l’avanzata araba, il re di Torres e Arborea, Gonnario-Comita, chiese aiuto al Pontefice, il quale chiamò in causa alcuni signori pisani e genovesi. Le due città della penisola, allora repubbliche marinare nascenti ed in forte espansione, trovarono in tale alleanza la scusa per iniziare una penetrazione all’interno delle politiche isolane. Intanto ad Ardara venivano

Studi Angioyultima modifica: 2009-05-14T11:51:48+02:00da zicu1
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