Studi Angioy

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continua settima parte

TERRITORIO Giommaria Angioy: ” le rivendicazioni” I metodi usati a Sassari dai commissari viceregi non furono condivisi appieno dalle autorità di Cagliari, ed il vicerè, sentita la Delegazione Stamentaria, provvide ad inviare a Sassari, quindi al Capo di Sopra, in veste di Alternos, come dire con pieni poteri, il giudice della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy. La carta viceregia del 3 febbraio 1796, tra l’altro disponeva di portarsi nella città di Sassari, ad oggetto di ristabilire la pace e la tranquillità non meno in quella città e Capo che in quello del Logudoro. Il 13 febbraio l’Angioy, festosamente acclamato sino alle porte della città, lasciava Cagliari dirigendosi alla volta di Sassari. Il primo incontro con gli amministratori del Capo di Sopra avvenne a Santulussurgiu, dove l’Alternos, contava numerosi amici, tra i quali i fratelli Obino. I contatti con le popolazioni ed i Consigli comunitativi furono caratterizzati dalla massima stima e fiducia; fu un autentico trionfo. Sullo spiazzo di Cadreas, al bivio di Bonorva, ricevette il saluto e l’omaggio delle autorità e delle popolazioni di Padria, Bosa, Mores, Torralba, Pozzomaggiore, Thiesi, Bonorva, Muros, Ploaghe, Florinas, che vollero incontrare l’Alternos prima che si addentrasse nel cuore del territorio, e lo scortarono sino a Sassari, tra l’entusiasmo schietto dei villici che incontrava lungo il viaggio. L’accoglienza trionfale tributata dalla città di Sassari magnificamente rappresentata nell’affresco realizzato dallo Sciuti nella sala del Consiglio provinciale. Nel suo primo rapporto inviato al vicerè Vivalda, l’Angioy esponeva che la situazione creatasi nei villaggi era grave e che gli sforzi reiterati per sedare i diffusi sommovimenti antifeudali scoppiati già nell’anno precedente erano seriamente ostacolati dalla caparbia intransigenza dei baroni. In realtà, Giovanni Maria Angioy, al di là degli sforzi che metteva in atto per mantenere l’ordine, attendeva da parte del sovrano qualche atto di buona volontà e di giustizia e male sopportava le ambiguità dentro le quali si ostinavano a permanere sia lo stesso sovrano che il vicerè, sordi ad ogni richiesta di abolizione del feudalesimo, nel timore che la fine del sistema feudale potesse segnare, come in Francia, la fine della istituzione monarchica. Di ben altro avviso, invece,sembrava essere l’Angioy, il quale sosteneva che proprio l’abolizione del feudalesimo avrebbe sicuramente rafforzato il prestigio del re e che tutto il Capo di Sopra desiderava ardentemente la giustizia ed esprimeva fedeltà al sovrano, obbedienza ai superiori ma anche la necessità della estirpazione degli abusi. I Patti di alleanza antifeudali,la presa di posizione dei vassalli contro gli esosi oneri feudali, le diffuse manifestazioni e ribellioni andavano via via intensificandosi ed assumendo una certa colorazione politica. L’Angioy era perfettamente consapevole che, per liberare la Sardegna dalle maglie del feudalesimo (tra l’altro questo era già parzialmente scomparso in Piemonte), occorreva forzare il potere monarchico sempre ostile e caparbiamente ostinato a non modificare, nonostante le istanze popolari, l’antiquato sistema istituzionale. L’atto che fece traboccare il vaso ed indurre l’Angioy a rompere gli indugi fu il pregone viceregio con il quale si intimava di far rispettare il disciplinare feudale, ricorrendo persino alla forza per costringere i vassalli a corrispondere i tributi. Fu sicuramente un atto provocatorio quello del viceré, il quale ben sapeva che l’Angioy avrebbe rifiutato di metterlo in esecuzione e, conseguentemente, avrebbe avuto la motivazione per esonerarlo dall’incarico. La fonte: Padria – Gurulis Vetus- Memorie di un paese antico di Totoi Mura ISTITUZIONI E SOCIETÀ TRA ‘700 E ‘800 La storia di Scano, come del resto quella di tutte le comunità rurali della Sardegna, sotto la dominazione aragonese-spagnola e poi sotto i Savoia, è caratterizzata dal regime feudale, che persistette per tutta l’età moderna e che fu abolito solo intorno alla metà dell’Ottocento. Come ricorda lo storico G.F. Fara, i sardi furono vexati a baronibus inexplebili siti,1 cioè oppressi dall’insaziabile avidità dei feudatari, che imponevano ai vassalli tributi di ogni genere ed amministravano la giustizia nei feudi solitamente in modo vessatorio e con ufficiali senza scrupoli. Addirittura gli stessi uffici di reggitori, maggiori, scrivani venivano appaltati e venduti al miglior offerente, che poi si rifaceva sugli abitanti dei villaggi. Se la storiografia sulla Sardegna tese a sottolineare nel corso dell’Ottocento la pesantezza della dominazione iberica nell’Isola e tale atteggiamento non è sostanzialmente mutato negli studi di questo secolo, occorre dire che anche con il passaggio ai piemontesi, dal 1720, la situazione economico-sociale continuò ad essere alquanto fragile, per vari motivi. Vi era, intanto, una scarsa conoscenza dell’Isola da parte dei Savoia, una loro insufficiente esperienza economico-amministrativa, la mancanza di una classe dirigente sarda preparata, una cultura prevalentemente teologico-giuridica, una modesta valorizzazione degli elementi locali ed un clero prevalentemente avverso ai nuovi dominatori. Abbiamo una notevole documentazione d’archivio dalla quale risulta che i rapporti tra i feudatari e le popolazioni sottoposte al regime feudale nel Montiferro furono spesso caratterizzati da forte conflittualità, soprattutto a causa della già citata pesantezza dei tributi e di ripetuti soprusi nell’amministrazione delle terre. In particolare la comunità di Scano, attraverso i suoi sindaci e i consigli comunitativi, espresse più volte e per un lungo periodo, tra Settecento ed Ottocento, vibrate proteste contro l’arroganza e le ingiustizie baronali e più in generale contro l’insopportabile pressione fiscale a danno delle popolazioni, il cui reddito spesso non superava i limiti della sopravvivenza, ma anzi ne restava ben al di sotto, con tassi di mortalità parti colarmente alti, soprattutto in anni di siccità e di conseguente carestia. Ai fini di una più chiara conoscenza delle condizioni generali di vita e della situazione politico-sociale di Scano nel secondo Settecento, è utile richiamare i dati contenuti in quel documento di grande interesse storico che è costituito dalla relazione della visita fatta nella primavera del 1770 dal Viceré Conte d’Hallot des Hayes. Essa risulta, come ben osservò lo storico F.Loddo-Canepa,2 “un’inchiesta in sostanza condotta su interrogatori rivolti alle autorità e agli abitanti dei paesi, che mira a raccogliere gruppi di dati sulle condizioni dell’isola nel momento della visita, secondo l’ordine prestabilito del questionario: elezione dei sindaci, amministrazione della giustizia, abusi, discolismo, fazioni locali, monti granatici, stato delle carceri, degli archivi, barracellato, comandamenti personali, allevamento degli spuri, quiete pubblica, brevi notizie sull’agricoltura e la pastorizia, sugli usurai, sui pesi e le misure”. Il testo della relazione riporta per Scano (chiamato Escano) quanto segue: “Sindaco Giovanni Maria Quessa. Censore Don Serafino Naitana. Che continuamente seguono vendette contro li Pietro Cadeddu Bella e Prete Giovanni Cadeddu Bella Fratelli, ambi persone di timorata coscienza, mentre fra otto giorni hanno a medesimi ucciso tre bovi con colpi di Pistola, ed anche presentemente con una Schioppetta gli hanno ferito altro Bue, dal che si rileva l’odio, che taluno ritiene contro li sudetti senza sapersi da chi si commettono tali eccessi. Rispetto all’amministrazione della Giustizia, sebbene non abbino lamenta contro il delegato di Giustizia oltre modo incaricato di tante occupazioni, si lagnano però dell’eccessiva esazione, che fa lo Scrivano3 particolarmente nelle Citazioni per comparire le partì in Cuglieri, dove fa la residenza il Delegato, poiché esigendosi due Reali 4 per ogni mandato, viene questo spedito, e moltiplicato per cadun soggetto da citarsi, e non ritrovandosi, si replica sino a quattro volte, e sempre si esige il dritto dei due Reali. Dichiarando ancora, che sendovi sempre stati tre scrivani, due in Cuglieri, ed uno in Escano, la residenza del quale sollevava alquanto quegli abitanti, mentre per ogni minuzia non erano costretti ad andare a Cuglieri al dì d’oggi si risente un gran pregiudizio, come sovra, dimandano provvidenza. Li pro Reggente ed Avv. Fiscal Regio avendo conosciuta la necessità dei tre Scrivani, hanno consultata l’ E. S. a fare provvedere li nominati Notaio Giovanni Battista Fara Pipia e Francesco Marras di patente interina5 di Scrivani di questo contato per supplire secondo il solito all’esigenza di quella Curia. Che li Seminati sono bene custoditi, senza esservi persona, che colla sua prepotenza ne li danneggi solamente si dimanda la confirmazione della proibizione di pascolare li Cavalli, e Bovi nei vacui6 delle bidazoni per evitare l’eccessivo danno, che negli anni precedenti si sentiva per simile abuso. Rispetto ai discoli solamente il Sindaco ha dato in nota li sotto descritti, che sono difamati per ladri ancora Antonio Maria Delogu Luog. Di Salto,7 Pastore del Prete Pietro Marras arrendatore,8 ed il Raimondo Deriu Barrancello. Giovanni Maria Deledda. Angelo Cureddu, servitore del Prete Giuseppe Cocco, Antonio Trogu, Pietro Pes, Raimondo Trogu condannato ad esiglio che non ha terminato. La Nomina del Sindaco si fa come nella Villa di Cuglieri.9 Non ha salario piucché l’esenzione di pagare nell’anni il R. Donativo.10 Li mandamenti domenicali si fanno mediante un Corriere, li Reali poi non sono così frequenti, ricadono però sempre nei Poveri per le pretese esenzioni, che si guardano ai principali, Notarj, alli Fratelli, Nipoti, Cognati, ed aderenti dei Preti, li quali altresì ricusano di concorrere nelle contribuzioni, e specialmente della Paglia, e donativo Reale, e siccome li medesimi preti vanno tutto giorno comprando possessioni, queste restano pure esenti del donativo in pregiudizio del pubblico, il quale risente anche pregiudizio dal non essersi fatto il riparto da molto tempo. Si è data provvidenza come in altri luoghi. Il Monte Granatico consiste in 93 Starelli, il fondo stabilito si è di 800 e si sono lavorati in quest’anno Starelli 25; non si hanno Territorj sufficienti e sono obbligati gl’individui ad affittarne.” Lo stesso Loddo Canepa riconosce, comunque, che l’indagine è limitata, non fornendo notizie su vari argomenti importanti sui quali si cercherà, da parte nostra, di far luce attraverso il materiale documentale che più avanti sarà riportato e commentato. Dalla relazione del Des Hayes appare una nota riguardante l’amministrazione della giustizia a Scano, che rappresenterà una costante nei decenni successivi, fino all’abolizione del feudalesimo, cioè le lamentele e i reclami della popolazione, attraverso i Sindaci e il Consiglio Comunitativo, contro le eccessive esazioni dei diritti, baronali e non. In merito all’elezione dei sindaci possiamo attingere direttamente a diversi atti d’archivio risalenti alla metà del Seicento. Il primo, in catalano, è del 9 novembre 1659, e ci dice che Pietro Giovanni Masala, Tommaso Demuru, Giuseppe Loque, Ambrogio Flore, Giovanni Pinna, Martine Atene, Pedru Manca, Quirigu Fiore, Balianu Manca, Donato de Senes, Francesco Sanna Trogu, Nicola de Serra, Baldassarre Trogu, Giovanni Sanna Trogu, Giovanni Battista Idily, Felice Trogu, Iacu Idily, Franceso Unale, Giuliano Cadeddu, Giovanni Maria de Serra, Giovanni Maria de Nurqui, Antioco Naitana e Bantine Tiana, tutti vassalli di Scano riuniti nella chiesa di S. Pietro con l’autorità, decreto e licenza di Agostino Demontis Commissario e Giudice ordinario del marchesato di Siete Fuentes per l’Ill.ma Signora Marchesa,11 in nome proprio e di tutti gli altri vassalli di Scano eleggono come sindaci e procuratori della comunità Giovanni Serra Cadony e Angelo Carta Pisquedda.12 In data 5 giugno 1662, invece, abbiamo un solo rappresentante: Giuseppe Urigu di Cuglieri, sindaco e procuratore di quella comunità dal marzo precedente, incarica Giovanni Pinna di Scanu, che è sindaco e procuratore di questa Villa, di comparire in sua vece e per conto della comunità cuglieritana a Sassari davanti all’autorità viceregia o ai suoi delegati per lamentarsi dei danni derivati dal capitano e dai soldati di campagna que sins al present no an pagat.13 Tre anni dopo, il 19 settembre 1665, gli scanesi Sebastiano Idili, Silvano Pinna, Matheu Sulas, Michelangelo Idili, Pietro Massidda, Pietro Piga Porcu, Giovanni Salvatore de Serra, Zaccaria Porcu, Baquis Manca, Baldassarre Trogu, Baquis Mozo, Giovanni Maria Ruyu, Leonardo Mastinu, Donato de Senes, Giovanni Maria Melis, Giovanni Maria Ladu, Giovanui Poddigue, Giovanni Maria Virde, Martine Carbone, Thomas de Pau e molti altri nati e residenti a Scano, convocati nella casa di Sebastiano Idili, majore14 della Villa in quell’anno, con autorità e decreto di Antioco Uda luogotenente del marchesato di Siete Fuentes de grat y espontanea voluntat nostra tant en nom propri con ancara en nom y per part dels demes vassalls natu rals y abitadors dela present vila representant la major y mes sana part de aquells y ab lo millor modo, via y manera que de dret podem y devem15 eleggono come sindaci e procuratori della comunità gli stessi già eletti nel 1659, cioè als honorables Angelo Carta Pisquedda e Giovanni Serra Cadone, assente il primo e presente e accettante il secondo, “ai quali doniamo e concediamo tanto in nome di noi altri prenominati costituenti, come in nome e per parte degli altri vassalli della presente villa assenti, potere generale perché per tutte le cause attive e passive, principali e appellatorie mosse o da muovere, civili e criminali che noi in nome proprio come della comunità intendiamo promuovere per qualsivoglia causa, aggravio, via o ragione e contro qualsivoglia persona, giudice temporale o spirituale…. ci rappresentino con pieni poteri in amplissima forma”. Presenti all’assemblea il Commissario Pietro Cadone, il Maggiore Giovanni Gavino Sanna; Notaio Gavino Angelo Oppo.16 Un terzo atto risale al 14 novembre 1670, quando i vassalli di Scano, riuniti a casa di Giovanni Gavino Sanna, Maggiore della Villa, con l’assistenza del Commissario e Giudice ordinario Pietro Cadone, eleggono come sindaci e procuratori della comunità Angelo Carta e Giuseppe Loque.17 Riprendendo il discorso sulla relazione della visita del Des Hayes, vediamo che dopo il sindaco viene citato il censore, un’istituzione risalente al 1624, che aveva il compito di promuovere l’agricoltura in collaborazione con una Giunta locale di cui era a capo e in collegamento con una Giunta diocesana di cui era membro. Era questa che nominava in ogni Villa il censore scegliendolo da una tema di persone fra le più in vista ed esperte di agricoltura elette dall’amministrazione locale. “La carica di censore – scrive Carlo Pillai – indicava senza ombra di dubbio in chi la ricopriva una posizione sociale rispettabile, un’esperienza e un insieme di cognizioni non indifferente in materia di agricoltura, nonchè la stima dei compaesani”.18 È una figura centrale nell’amministrazione locale dei monti granatici, che andò assumendo sempre maggior rilievo nella vita nelle comunità rurali. Doveva compilare un formulario con la quantità seminata e raccolta in grano, orzo, fave e altro, il numero dei lavoratori agricoli, l’estensione delle terre coltivabili ancora incolte e il numero dei buoi da lavoro. Lo stipendio equivaleva a quello del sindaco. Si doveva combattere l’usura praticata nei contratti dai creditori ai contadini. All’origine i monti granatici furono istituiti dal clero come opera assistenziale poi dal governo sabaudo. Fondamentale il pregone del Vicerè Des Hayes del 1767: imponeva una dote di base, il lavoro gratuito, a roadia, nei giorni festivi in terreni della comunità o presi in affitto, si formava la giunta locale, la giunta diocesana e la giunta generale a Cagliari, con pariteticità tra ecclesiastici e laici. A Scano il Monte Granatico era attivo già da trenta anni prima del regolamento sabaudo di ripristino di quell’istituzione, esattamente dal 1737, soprattutto per merito del vicario parrocchiale Antonio Giuseppe Trogu, che si adoperò per la sua fondazione contribuendo personalmente con una discreta quantità di grano, come ricorda il Lutzu,19 che aggiunge: “In poco tempo il Monte divenne dovizioso e potè soddisfare non solo ai bisogni degli agricoltori, prestando loro per il seminerio e delle somme per la coltivazione; ma potè anche sollevarli negli estremi bisogni, con la vendita del frumento, che vi restava in deposito, eseguito che fosse il riparto annuo. Dopo un secolo di vita, l’istituto contava 506 ettolitri di grano e 1052 lire sarde; somme rilevanti per quei tempi di povertà e di miseria”. Dai documenti d’archivio20 risulta che nell’agosto del 1737 il Trogu si rivolge al vicario generale della diocesi di Bosa allora sede vacante (il breve periodo tra Mons. Cani e Mons. Sanna) chiedendo il permesso di istituire a Scano un Monte di Pietà frumentario “per soccorrere le necessità dei poveri” e l’approvazione delle relative norme di gestione. La richiesta del sacerdote viene accolta dalle autorità superiori. In seguito a ciò il 31 agosto 1737 si riuniscono a casa del vicario sacerdoti Francesco Maria Sanna, Giovanni Leonardo Porcu Martis, Giuseppe Ardu, Giovanni Leonardo Porcu Pala, Giovanni Andrea Sanna, Giovanni Francesco Sanna, Antonio Carta e altri sacerdoti, il maggiore di giustizia Felice Trogu, il vicemaggiore Giovanni Piras, i sindaci Giovanni Maria Vidily Arca e Antonio de Pau, il notaio Giovanni Paolo Loque che compila l’atto e altri principales, tutti di Scano, per nominare il responsabile del Monte di Pietà, che all’unanimità indicano nella persona del rev. Trogu vicario, promotore dell’iniziativa, che essendo presente accetta l’incarico, per cui subito gli si consegna la partita di tredici starelli di grano, cioè sette starelli offerti da lui stesso “per dare inizio al Monte” e sei starelli raccolti da tutta la Villa. Il vicario si impegna a custodire la merce per distribuirla a suo tempo prestando il grano a quanti ne avessero bisogno, non a forestieri, e reintegrandolo nel mese di agosto successivo, presentando i debiti conti e consegnando tutto al nuovo Montista che sarà nominato in quel mese. Giura di osservare quanto dispsto negli statuti del Monte e firma di proprio pugno. Testimoni Francesco Mozo e Fabiano de Muru. Il 5 settembre dell’anno successivo lo stesso vicario Trogu scrive al vicario capitolare, richiamando l’istituzione del Monte di Pietà frumentario a Scano ed in particolare la norma che prescriveva che il grano fosse prestato senza interesse alcuno e fosse restituito grano por grano e aggiungendo che si è pensato originariamente ad una crescita dello stesso Monte con le offerte annuali, “ma l’esperienza insegna – scrive il vicario – che sono pochi coloro che danno offerte buone”. Quindi chiede che venga modificato tale articolo disponendo che il grano si presti a raso e si restituisca a colmo, così che il Monte stia in buone condizioni. La richiesta viene accolta immediatamente.21 Trent’anni dopo, nel 1767, come si ricordava, viene emanato il regolamento sabaudo teso a stimolare la ricostituzione dei monti granatici. Tra l’altro si decretava che ad ogni monte si assegnasse un terreno con l’esenzione dei diritti feudali e delle roadie prima citate, perché il grano così ricavato costituisse la riserva iniziale da incrementare. In quell’anno si riuniscono in data 22 novembre a Scano il rev. Vicario Salvatore Panzaly, il curato piò anziano don Giuseppe Martis, il Censore Salvatore Angelo Onnis e, in assenza del Delegato Dr. Giovanni Agostino Carquero, il Maggiore Demetrio Simula, che, avendo mastro Giovanni Maria Chessa completato i tre anni di depositario del Monte Granatico, deliberano di nominare un altro nella persona di mastro Antonio Giuseppe Vidily carpentiere, poichè alla Giunta locale sembra persona capace per tale incarico. Esaminati i conti che presenta il Chessa, notano che mancano sei rasieri alla quantità originaria di sedici rasieri, ma sanno che il depositario ha provveduto in tutti i modi ad avvisare i debitori ed essendo l’annata tanto terribile, ritengono di dover offrire una dilazione fino al prossimo raccolto, non essendoci altro rimedio.22 In effetti, si erano registrati già nel biennio 1764-65 due gravi carestie. Per quanto concerne il servizio dei barracelli, istituito nella prima metà del Seicento e sicuramente presente a Scano a metà di quel secolo (come risulta dal libro di amministrazione della chiesa di S. Pietro),23 al di là della cattiva fama di qualcuno di loro, che avrebbe confermato in pieno Ottocento l’Angius nella sua indagine sui Comuni sardi,24 proprio nello stesso anno della visita viceregia a Scano si provvedeva a rafforzarlo, anche giuridicamente, con un capitolato abbastanza ampio e preciso, nonché rigoroso, che si riporta in antologia con le relative note. Pesante appare, poi, ma non solo a Scano, il fenomeno dell’accaparramento di terreni da parte dei preti: tale fatto è confermato dal gran numero di atti notarili relativi all’oggetto, qui come in gran parte dei Comuni dell’Isola, frutto di due elementi concomitanti, quali la discreta liquidità di denaro in mano agli ecclesiastici (basterebbe pensare ai numerosissimi legati per messe di suffragio) e l’insolvenza dei censi, cioé dei prestiti, contratti proprio con gli stessi preti da persone economicamente prive di sufficienti risorse finanziarie. Nonostante la stessa chiesa vietasse la pratica di interessi troppo alti sui prestiti (già da tempo, però, il tasso era all’8%), la piaga dell’usura continuava a persistere un po’ dovunque, con conseguenze nefaste soprattutto per la povera gente. Nel 1771, con editto del 24 settembre del re Carlo Emanuele III, furono istituiti i Consigli Comunitativi, composti da 7 membri nelle Ville con oltre 200 fuochi, come a Scano (che contava circa 1000 abitanti), rappresentanti le tre classi dei principales, dei contadini e pastori e dei poveri, con il fine precipuo di ridurre lo strapotere dei feudatari sulle comunità sarde e di avere, nel contempo, un organismo obbediente alle decisioni del governo centrale. L’istituzione servì sicuramente per la crescita nelle comunità di una coscienza dei propri diritti, che si espresse, tra l’altro, con un notevole aumento delle liti proposte dai villaggi davanti alla Reale Udienza. E così accadeva che negli ultimi anni del secolo, mentre il poeta cantava “Procurade ‘e moderare, barones, sa tirannia”,25 il conte di Sindia, Don Antonio Ignazio Paliaccio, rimpiangesse la condizione precedente dei feudatari.26 La documentazione ritrovata e consultata per il presente lavoro ci riporta agli ultimi venti anni del secolo XVIII. Una protesta del sindaco Giuseppe Ledda e del Consiglio Comunitativo è rivolta nel 1777 al Vicerè perché a Scano c’era allora un distaccamento di soldati, ma la comunità non poteva con i suoi soli mezzi provvedere al loro mantenimento e chiedeva che anche Cuglieri contribuisse alle spese. La richiesta parve legittima e fu accolta.27 Nel luglio del 1784 il Consiglio Comunitativo, con a capo il Sindaco, il notaio e pittore Priamo Giuseppe Muxiri, reclama presso il Reggitore contro i proprietari di cavalle da trebbiatura, perchè vogliono che quelle siano pagate à su genio (a loro arbitrio) e non secondo la consuetudine, per cui minacciano di portare le cavalle in altre località o di rifiutarsi di fornirle, anche mancando di parola a quelli con cui si erano impegnati per la settimana successiva. Non sembra ragionevole – si dice – che detti signori agiscano così arbitrariamente, considerato anche il fatto che per tutto l’anno sconvolgono il prato e la vidazzoni, con grande danno della comunità e senza alcun profitto del Duca. Anche questa protesta trova ascolto presso le autorità superiori, con evidente soddisfazione dei consiglieri scanesi. Si richiamava, infatti, un’ordinanza in base alla quale non si potevano trasferire le cavalle a trebbiare in altri paesi prima di aver esaudito le richieste dei contadini di Scano.28 Ancora in difesa degli interessi della comunità scanese si muove nel 1791 il Sindaco Giovanni Battista Mura contro il fattore baronale, il notaio Francesco Marras, perché questi affittava terreni per il pascolo di alcune mandrie di vacche forestiere, del Marghine, mentre i pastori scanesi erano gravemente preoccupati per il prolungarsi della siccità e richiedevano per primi il godimento dei pascoli. Oltretutto quel bestiame aveva sconfinato dalla località di Murtilo nella vidazzoni, cioè nel territorio adibito quell’anno a semina, arrecando ulteriori gravi danni e suscitando un più forte malcontento degli scanesi. Da Cagliari, dando ragione alle lamentele degli amministratori di Scano, si ordina al fattore di non svolgere più le funzioni di segretario comunale, perché si era dimostrato troppo parziale nella difesa dei suoi interessi.29 Quando per difficoltà diverse, compresi i quotidiani impegni di lavoro, gli amministratori non possono presentarsi personalmente presso le autorità superiori, si ricorre a personalità che possano anch’esse sentirsi pienamente coinvolte nella difesa degli interessi comunitari, come avviene nel 1795, quando viene nominato come procuratore del Consiglio il vicario Francesco Luigi Panzali, scanese di nascita, sicuro conoscitore della realtà della Villa, compresa quella economica, e dotato di solida cultura giuridica, perché laureato sia in diritto canonico sia in diritto civile. E così, quando il Vicerè ordina ai sindaci, su istanza dei feudatari, di presentarsi a Cagliari per pariare di rendite baronali gravanti sulle comunità sarde, il Consiglio di Scano si riuni sce a casa del Sindaco Antonio Loche e sceglie come proprio procuratore in quell’importante missione il parroco Panzali “per esporre il giogo che questa comunità di Scano da tanti anni sta sopportando per alcune inposizioni feudali ed altri tributi eccessivi che si pagano al barone”.30 Un’altra volta, invece, esattamente nel febbraio del 1806, sarà il notaio e artista Priamo Muxiri ad essere delegato dal Consiglio a rappresentare presso il feudatario, il duca di S. Pietro, le ragioni dei pastori scanesi che protestano per il divieto di fare le cuilargias nei terreni liberi della vidazzoni, cioè di bruciare le stoppie e far pascolare le pecore o le capre ingrassando il terreno con il concime delle bestie.31 Occorre ricordare che il malessere non concerne esclusivamente i conflitti con lo strapotere feudale, che pure sono quelli di gran lunga più frequenti, ma anche dissidi interni alla stessa comunità. È il caso, per esempio, del capitano dei barracelli Giuseppe Panzali Sanna che nel 1796 ricorre presso il Sindaco e i consiglieri perché sia nella vidazzoni sia nel prato comunale pascolano quotidianamente i maiali di tre o quattro pastori scanesi causando troppi danni, mentre il bestiame domito è costretto a sconfinare nelle montagne diventando oggetto di furti, per i quali è lui che deve pagare per la carica che, appunto, ricopre. Il Sindaco Vincenzo Sequi risponde richiamando una norma che concedeva ai barracelli il potere di arrestare i pastori che atropellan la vidassoni y el prado, ma evidentemente i problemi non potevano essere risolti con il solo ricorso alla forza.32 Un secondo esempio di conflitto interno riguarda, l’anno successivo, la protesta del Consiglio Comunitativo presso il Vicerè contro il censore locale Giovanni Efisio Loque che estorceva ai debitori del Monte Granatico un interesse in cereali notevolmente superiore a quello prima stabilito, come aveva fatto prima di lui il padre, il notaio Antonio Vincenzo. Il sindaco Angelo Piras Sanna e i consiglieri chiedono che i due censori, padre e figlio, restituiscano quanto illegalmente avevano estorto ai contadini, onde evitare più gravi conseguenze nei rapporti con la popolazione. Da Cagliari si ordina alla Giunta diocesana preposta al controllo dei Monti Granatici di provvedere immediatamente in merito.33 Una situazione in parte analoga si verificherà qualche anno più tardi, quando la giunta comunitativa di Scano denuncerà presso il feudatario le parzialità usate nella distribuzione ai contadini del grano da seminare, in un periodo, tra l’altro, segnato dall’ennesima carestia (anni 1811-12), quando era poco anche il pane per sopravvivere. Ed ancora una volta la voce degli amministatori pubblici prevarrà, poiché al fattore baronale viene intimato di provvedere “senza ritardo alcuno” perché il grano conservato presso il maggiore di giustizia sia venduto ad un prezzo equo.34 Gli ultimi dieci anni del XVIII secolo furono quelli in cui più forte si fece sentire il malcontento dei sardi non solo nei riguardi del regime feudale ancora imperante, che teneva l’isola troppo lontana dal grande moto riformatore che aveva investito una gran parte dell’Europa occidentale del secondo Settecento, ma anche verso il governo sabaudo sostanzialmente incapace di cogliere il complesso delle istanze che provenivano dalla società sarda. Non erano state sufficienti le riforme boginiane cui si è accennato per placare gli animi che anzi, tra gli intellettuali più sensibili alle sorti dell’isola, concepivano speranze di riscatto anche con la rivolta armata contro i dominatori. La storiografia su quel convulso periodo di lotte che chiudeva il secolo è abbastanza ampia e si sta continuamente arricchendo di nuovi studi. Ricordiamo qui che proprio le montagne di Scano videro il crollo del sogno rivoluzionario del più illustre protagonista dei moti antifeudali, Giovanni Maria Angioy. Egli infatti, tra il 13 e il 14 giugno 1796, da Santulussurgiu, dove si era spostato abbandonando Oristano e sperando di avere l’appoggio di vecchi amici del Marghine e del Montiferru, vistosi tradito è costretto ad attraversare la montagna in direzione della Planargia, attaccato a sinistra dalla cavalleria del cav. Marcello da Cuglieri e a destra da 500 uomini di Don Giuseppe Passino da Macomer mentre un altro corpo di cavalleria muoveva da Padria. Angioy riuscì ad evitare le insidie travestito da contadino e protetto dagli scanesi, mentre molti disertavano. Riuscì ad arrivare a Thiesi con appena una cinquantina di uomini. Due giorni dopo, lasciata anche Sassari, partirà per sempre dalla Sardegna per finire in esilio in Francia, dove morirà nel 1808. Possiamo, comunque, affermare che il fallimento dei moti angioiani non eliminò la volontà di protesta già manifestata nel passato contro i soprusi e le vessazioni e questo appare quasi come una costante negli atteggiamenti assunti dagli organi rappresentativi della comunità di Scano, talvolta in termini puntigliosi anche sotto il profilo giuridico, pur di non apparire succubi o comunque remissivi nei confronti di una politica e di una pratica di governo non certo favorevole alle ragioni dei villaggi sardi. Accade, allora, che il sindaco mastro Giuseppe Scarella contesti, nell’estate del 1801, l’ordine di arrestare e consegnare nelle mani della giustizia entro il termine perentorio di 30 giorni il delinquente o delinquenti che avevano sparato e ucciso il pastore macomerese Salvatore Dore noto Sulavogu, trovato morto nella mon tagna di Scano in località Sos cantaros de s’arca, in quanto ciò non era compito nè del Sindaco nè dei consiglieri comunali. Tale obbligo doveva essere, se mai, imposto ai pastori degli ovili più vicini, secondo le norme della cosiddetta incarica, e più esattamente ai vaccari di Borore che pascolavano nei terreni in affitto di<I< Murtilo< i>.35 Ancora alcuni decenni dopo, a riprova dell’ostinata contestazione di molte imposizioni fiscali, vediamo il Sindaco di Scano ricorrere per due imposte che definisce “di nessuna utilità”, cioè le cosiddette casuali e quella della condotta medica. La prima era iscritta annualmente a carico di tutti i Comuni per spese eventuali ed impreviste come la riparazione di una fonte, il passaggio di truppe, la costruzione di piccoli ponti di legno, su cui evidentemente l’amministrazione comunale intendeva agire autonomamente secondo i reali bisogni, mentre la seconda imposta era a favore del medico distrettuale che, però, nonostante le ripetute sollecitazioni, dopo un anno d’impiego, nel 1829, non aveva ancora eseguito nemmeno per una volta il giro periodico quadrimestrale nè aveva eseguito le vaccinazioni.36 Particolarmente giustificata appariva, a tale proposito, la protesta del Sindaco, considerato che tra il settembre ed il novembre di quello stesso anno morirono a Scano per un’epidemia di vaiolo (de pigota) ben novanta bambini.37 Nell’opera di difesa degli interessi della comunità di Scano da parte del suo Consiglio Comunitativo non poteva mancare certamente quella dell’imponente patrimonio costituito dalla montagna, non solo per i ricchi pascoli che essa offriva, soprattutto nei ghiandiferi, ma anche per il legname che se ne traeva, sia per la costruzione di bastimenti, per cui era apprezzato particolarmente in tutta l’Europa, sia per l’utilizzo che ne potevano fare gli stessi scanesi. In tal senso ci si opponeva ai tagli operati abusivamente da forestieri, come gli abitanti della Villa confinante di Santulussurgìu, che nel solo anno 1814 abbatterono circa tremila piante, per cui fu chiesto l’intervento del governo, mentre alcuni anni dopo, nel 1823, esattamente dopo un terribile incendio che distrusse buona parte della foresta, si registrò un contenzioso con l’impresario genovese Luigi Chiappe, i cui buoi addetti al trasporto del legname causavano danni nei seminati, provocando le reazioni degli scanesi, che tra l’altro difendevano le cosiddette orgialine, cioè dei terreni che i pastori recintavano, costruendovi la capanna e seminando. E la montagna era oggetto di contese con i lussurgesi anche per i pascoli, in aree di confine sulle quali i pastori dei due paesi rivendicavano i propri diritti, non di rado con scontri sanguinosi. http://web.tiscali.it/scanomontiferro/iscanu/capIV.html 1) G.F.Fara, De rebus Sardois. op.cit. 2) F.Loddo Canepa, Relazione della visita generale del Regno di Sardegna fatta da S.Ecc.Il Sig. Conte d’Hallot des Hayes e di Dorzano Vice Re Luogotenente e Capitano Generale di detto Regno – Anno 1770, in “Archivio Storico Sardo”, vol. XXV, fasc. 3-4. Padova. CEDAM, 1958. 3) Lo scrivano svolgeva funzioni di segretario e di notaio all’interno delle singole Ville. 4) Due reali corrispondevano a 10 soldi. cioè mezza lira sarda. 5) Patente viceregia, come si diceva, per incommenda. 6) I vacui erano tratti non coltivati della vidazzoni,dove potevano essere introdotti al pascolo i buoi da lavoro. 7) Il luogotenente di salto aveva il compito di controllare le campagne. 8) Arrendatore significa appaltatore (per es. della raccolta delle decime o del deghino). 9) Si legge per Cuglieri che”alla nomina del Sindaco si precede la Giunta di Comunità, dopo di averne ottenuto il permesso del Vice Re, e si propongono due sogetti per sindaci, li quali vengono approvati da S.E.; e loro si conferisce la procura, per la quale si paga al notaro due scuti di dritto”. Si deve ricordare che in quel periodo il feudo era regio, essendo stato confiscato nel 1768 a Don Alberto Genovese. 10) Il donativo regio era una forte somma di denaro che, generalmente con cadenza decennale, dal 1481 alla fine del ‘700. fu imposta ai sudditi del regno per soddisfare esigenze diverse, civili e militari. 12) Si tratta di Donna Francesca zatrillas. 12) ASNU, Atti Notarili, Tappa di Cuglieri, Carte sciolte. 13) ibidem. 14) Il maiore della villa è da intendere come responsabile amministrativo nell’interesse della comunità, carica risalente al periodo giudicale. mentre più avanti è citato il Maggiore, cioè il responsabile della giustizia. 15) “spontaneamente in nome proprio e degli altri vassalli nati e abitanti a Scano, in rappresentanza della maggiore e migliore parte di quelli e nel miglior modo, via e maniera in cui secondo diritto possiamo e dobbiamo”. 16) ASNU ibidem. 17) ibidem 18) C. Pillai, Accumulazione fondiaria e strategie familiari, in “Archivio Sardo del Movimento operaio, contadino e autonomistico”, nn. 35/37, 1991. 19) P. Lutzu, op, cit. 20) Archivio Parrocchiale di Scano. 21) ibidem. 22) ibidem. 23) ibidem. 24) V. Angius,i> op. cit. 25) E’ l’inizio della celebre canzone politica di Francesco Ignazio Mannu, pubblicata in corsica nel 1794 e diffusasi ben presto in tutta la Sardegna 26) Cfr. F. Loddo Canepa, Una relazione del Conte di Sindia sullo stato attuale e sui miglioramenti da apportare alla Sardegna (1794>, in “Studi Sardi”, XII-XIII (1952-53). 27) Fondo P. Lutzu.

Studi Angioyultima modifica: 2009-05-14T11:48:25+02:00da zicu1
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