Cina

La Cina vuole cancellare il Tibet

di Francesco Casula

Riesplode prepotentemente –e drammaticamente- la questione tibetana, come negli anni scorsi quella cecena e kurda. Ovvero la questione di popoli incorporati coattivamente, in genere con le armi, in Stati ufficiali: in quello cinese i Tibetani, in quello russo i Ceceni e i Kurdi, addirittura divisi e sparsi, in vari stati: l’Irak, l’Iran, la Siria, la Turchia ed altri.
E’ perciò riduttivo parlare –come fa gran parte dei media- di generici “diritti umani” violati: di ben altro e di ben più grave si tratta. In Cina è in atto una repressione violenta nei confronti di un’intera nazione, il Tibet, che subisce un “genocidio etnico”, come opportunamente ha sostenuto il Dalai Lama, il leader politico e religioso in esilio in India. I cinesi e i tibetani infatti non sono due semplici varietà provinciali di un medesimo popolo ma sono due popoli diversi. I Tibetani hanno una loro specifica identità etnica, storica, culturale e linguistica che i cinesi non vogliono riconoscere e tanto meno salvaguardare.E non da oggi. La storia del Tibet infatti è sempre stata travagliata: a periodi di indipendenza –come quello ultimo di cui gode dal 1912 al 1951- si alternano epoche in cui diviene un vassallo delle dinastie e/o dei regimi cinesi. E poco importa se imperiali, repubblicani, nazionalfascisti, comunisti. A prescindere dalle forme di governo e dai colori politici lo Stato ufficiale e centralista si dimostra sempre oppressore del Tibet.
A Mao, basta un anno dalla presa del potere a Pechino, per lanciare il suo esercito nell’invasione del Tibet nel 1950. All’inizio l’occupazione militare cinese mostra una certa tolleranza verso le tradizioni locali, compresa la religione. Ma nel 1959 con l’imposizione dell’ateismo di stato divampa la prima ribellione che viene repressa, con il silenzio e l’indifferenza del mondo intero. Dal 1966 al 1975 Il Tibet è vittima della campagna più feroce: i comunisti cinesi uccidono centinaia di migliaia di persone, forse un quinto dell’intera popolazione: mentre il mondo sta a guardare, ancora in silenzio. Arrviamo così all’oggi: alla rivolta iniziata il 10 Marzo che rappresenta l’ultima battaglia anticoloniale, il sussulto di un popolo oppresso dall’impero multietnico dominato dai gerarchi di Pechino. Questa volta c’è qualche timida protesta da parte dell’Occidente e degli USA. Ma c’è da star sicuri che ancora una volta si tratterà di ipocrisia e sui diritti –e la vita- dei popoli martoriati prevarranno le ragioni di Stato e il cinismo del mercato.

(Pubblicato su Il Sardegna del 5-4-08)

Cinaultima modifica: 2008-07-09T14:40:56+02:00da zicu1
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