Storia

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La Storia locale e le iniziative della Regione

di Francesco Casula

In pieno ottocento a Pietro Martini – uno dei padri della storiografia sarda – intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, capitò di sentirsi rispondere dalle autorità governative piemontesi che “ nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”.
Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia pre e post-unitaria con programmi modulati secondo una logica rigidamente nazional-statale in quanto finalizzati a creare uno “spirito nazionale“. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “ nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ma continua anche dopo la guerra.
Oggi finalmente qualcosa inizia a cambiare. Dopo interi secoli di riserve e, spesso, di vera e propria insofferenza nei confronti della “storia locale” si sta superando il paradigma storiografico secondo il quale solo la “storia generale” è degna di essere studiata. Ma programmi e testi scolastici sono ancora impostati secondo una logica rigidamente italocentrica.
Da questo punto di vista sono da salutare con favore le iniziative dell’Assessorato regionale della cultura per celebrare i suoi uomini illustri: come Giovanni Maria Angioy, Giorgio Asproni, Costantino Nivola, Giovanni Spano e altri. Per poter così divulgare, specialmente tra i giovani che – per la gran parte – li ignorano, la storia di coloro che hanno contribuito, per doti morali, intellettuali e artistiche, a tracciare la nostra contemporaneità. Una analoga iniziativa la Regione sarda l’aveva intrapresa finanziando attraverso la legge 26 sulla Lingua e la cultura sarda, la collana editoriale di “Omines e feminas de gabbale” pubblicata dall’Alfa editrice e comprendente le monografie di grandi personaggi sardi come Gramsci e Lussu, Amsicora e Eleonora d’Arborea, Antonio Simon Mossa e Francesco Masala, Tuveri e Marianna Bussalai.
Tutte iniziative lodevoli ma assolutamente insufficienti: all’ordine del giorno oggi vi è infatti la necessità improrogabile di inserire organicamente nei curricula scolastici lo studio della storia sarda: e con essa della lingua e della cultura. Almeno nella misura del 15%, come previsto dalla normativa sull’Autonomia scolastica. La Regione sarda ha il diritto e la facoltà di legiferare in questa direzione: non si capisce che cosa aspetti.

(Pubblicato su Il Sardegna del 15-3-08)


Criminalizzata e ferita ma viva.
di Francesco Casula

Il 14-15 Marzo scorsi, organizzato dal Comune di Quartucciu, dalla Biblioteca comunale e dall’Associazione “Impari po imparai” si è tenuto un interessantissimo Convegno sulla Lingua sarda avente per tema “Il sardo: una lingua per premi letterari e basta”?
All’interrogativo, da parte degli esperti –da Mariella Marras come da Eduardo Blasco Ferrer- sono state date risposte univoche e unanimi sia in merito all’utilità e al ruolo della lingua sarda nell’educazione scolastica, sia rispetto al suo uso sociale.
Da parte mia ho sottolineato come la lingua sarda sia ancora viva e attuale: ne sono tra l’altro testimonianza i cento e più romanzi pubblicati negli ultimi anni in tutte le varianti del Sardo; ma anche i risultati dell’indagine voluta dalla Giunta Regionale e svolta dal Dipartimento universitario di Ricerche economiche e sociali di Cagliari e da quello di Scienza dei linguaggi dell’Ateneo di Sassari secondo cui il 68,4% degli abitanti dell’Isola dichiara di conoscere e parlare una qualche varietà del Sardo.
Una lingua ancora viva pur fortemente ammaccata e ferita da secoli di proibizionismo, censura e di criminalizzazione: a partire dai Savoia e dalle leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia pre e post unitaria: impostati secondo una logica rigidamente statalista, fino al Fascismo -che proibì il sardo perchè avrebbe messo in pericolo “l’Italianità” dell’Isola!- e allo stesso dopoguerra. Ancora nel 1955 infatti nei programmi elementari si introduce l’esplicito divieto per i maestri di rivolgersi agli scolari in “dialetto”!
E in tempi a noi più vicini, con una nota riservata del Ministero del 13-2-1976 si sollecitavano Presidi e Direttori Didattici “a controllare eventuali attività didattiche-culturali riguardanti l’introduzione della Lingua sarda nelle scuole”. Una precedente nota riservata dello stesso anno del 23-1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva addirittura invitato i capi d’Istituto a “schedare“ gli insegnanti!
Oggi fortunatamente le cose iniziano a cambiare: ma l’insegnamento del Sardo e il suo inserimento nei curricula scolastici è ancora lontano: eppure vi sono ormai le leggi –regionali e statali- che non solo lo prevedono ma lo auspicano. E vi è soprattutto il favore dell’opinione pubblica sarda. Risulta infatti dalla indagine su ricordata che il 78,6%, si dichiara d’accordo sull’insegnamento del Sardo a scuola e addirittura l’81,9% vorrebbe che si insegnasse il Sardo insieme all’Italiano e a una lingua straniera.

(Pubblicato su Il Sardegna del 22-3-08)

Storiaultima modifica: 2008-07-09T14:45:00+02:00da zicu1
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