I Fenici in Sardegna

I FENICI IN SARDEGNA
A cura di Francesco Casula
Quando
Fra il 900/800 a,C., esattamente nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, la Sardegna è oggetto di attenzione da parte di altre popolazioni mediterranee: da parte dei Fenici (mentre la Sicilia da parte dei Greci).

Chi sono (e nome)
Sono popolazioni semitiche e il nome deriva da phoinix (porpora in greco) con cui coloravano pregiate stoffe di lana e lino di cui avevano il monopolio e che ottenevano da una particolare tipo di conchiglia marina chiamata mùrice (dal latino murex-murici=mollusco).

Da dove vengono
Dal Libano: una striscia di terra fra montagne e Mediterraneo orientale.Una popolazione che dal secondo millennio fino al 1200 è tributaria dei faraoni.

Sono grandi navigatori
Con l’anno mille iniziò il loro periodo d’oro quando da esperti marinai e navigatori affrontano per primi la navigazione notturna in mare aperto orientandosi per mezzo delle stelle.

Le città fenicie
Iniziarono a fondare molte città: Sidone (sud del Libano), Beirut (l’odierna capitale), Tiro, Acco, Biblo. E iniziano a percorrere le vie del Mediterraneo in lungo e in largo per vendere (conoscevano infatti la moneta) il loro fiorente artigianato: ceramiche, vetri, gioielli (in argento e oro), stoffe, unguenti.

Le città mediterranee
Arrivarono a Cipro (città di Kition), Creta (isola greca), a Cadice e Ibiza (Spagna), nell’Africa del Nord a Utica in Tunisia e Lixus o Lisso in Marocco.

900/800
Arrivano in Sardegna, attratti dalla fertilità del suolo e dalle ricchezze minerarie. Inizialmente vista come scalo e porti nei loro viaggi che duravano un anno.

Sardegna del sud
Fondano le città di
Karalis: specie per i rapporti con l’interno in cui confluivano i minerali;
Nora:n dove aveva sede il Governatore militare;
Bithia (Chia-Spartivento)
Sulcis (Sulkis-Sant’Antioco), punto di riferimento per il traffico mediterraneo. Da tener presente che l’impero romano non esiste ancora, Roma sarà fondata il 21 aprile del 753 mentre Cartagine è stata fondata, dai Fenici stessi, nell’840 a. C.
In seguito verranno fondate queste altre città nell’Oristanese:
Tharros (15 Km da Oristano); Othoca (l’odierna Santa Giusta), Cornus (la città di Amsicora).
E ancora Neapolis (Santa Maria di Nabui-Guspini) e persino Bosa.
Occorre però ricordare che sulla fondazione di queste città da parte dei Fenici ci sono dubbi: qualche storico avanza l’ipotesi che fossero preesistenti al loro arrivo.
Per esempio a proposito di Bosa il linguista Massimo Pittau scrive: “L’esistenza di quel nuraghe, assieme con altri tre situati nell’agro di Bosa, chiamati rispettivamente di Albaganes, Furru e Zarra, costituisce una prova chiara e sicura che Bosa, contrariamente a quanto si è pensato e detto finora, non è stata fondata dai Fenici o dai Cartaginesi, bensì è di origine sardiana o nuragica”(Toponimi della Sardegna – Significato e origine – I Macrotoponimi -EDES, Sassari 2011, pag. 790).

Rapporti pacifici? Inizialmente.
Inizialmente, probabilmente, i rapporti fra i Sardi e i Fenici sono stati pacifici e collaborativi. Basati soprattutto sullo scambio di prodotti: i Fenici scambiavano le loro raffinate ceramiche, i vasi di olio profumato, unguenti, porta torce di bronzo. Insieme sollecitano i Sardi a coltivare l’ulivo e la palma, migliorare le tecniche di produzione del sale, sviluppare la pratica della pesca, sfruttare i giacimenti minerari.

Rapporti sempre meno pacifici e dipendenza.
Con il passare del tempo peggiorano: i Fenici si pongono il tramite fra i Sardi e i popoli rivieraschi, trattenendo il surplus creato dal lavoro dei Sardi, sfruttando il sottosuolo (miniere) e soprasuolo (cereali, specie grano), iniziando la deforestazione dell’Isola e “occupando” di fatto il nostro mare.

La talassofobia: la paura e i terrore del mare del mare.
Nasce con l’arrivo dei Fenici la paura, il terrore del mare che caratterizzerà i Sardi storicamente. Recita unu diciu sardu: furat chie benit dae su mare. (Recita un detto sardo: ruba chi viene dal mare). Ma noi sappiamo che non sempre è stato così.
I Sardi durante il periodo nuragico erano “navigatori” in tutto il mediterraneo. Fra gli altri, lo riferisce lo storico e geografo Strabone. Ma a testimoniarlo basterebbero le decine e decine di bronzetti nuragici, che rappresentano navicelle e barche, rinvenuti nei santuari, nelle tombe o nei nuraghi. O gli antichi guerrieri nuragici istoriati sui templi di Karnak e Luxor in Egitto, a testimoniare la partecipazione degli Shardana alla guerra dei Popoli del mare (insieme ai Lidi, Lici, Siculi e Filistei) contro gli Ittiti prima e i faraoni dopo.
L’arrivo dei Fenici prima ma soprattutto – vedremo –dei Cartaginesi e dei Romani dopo, creeranno nei Sardi la talassofobia.

Presenza fenicia dei Tofet (secolo VIII).
A Tharros come a Nora e nel Sulcis (ma anche in Sicilia e Cartagine) ci sono i Tophet fenici: santuarii all’aria aperta dedicati alla dea Astarte (Afrodite). Si tratta di spazi delimitati da un muro dove venivano deposte delle urne che contenevano resti di bambini e animali inceneriti.

Religione fenicia
Dal punto di vista religioso, secondo i Fenici, (ma anche di moltissimi altri popoli, fra questi anche i Sardi) la vita terrena si prolungava all’interno delle tombe. Di qui l’uso di lasciare cibi e bevande. Vi era inoltre l’uso di sacrifici di bambini offerti al dio Baal e alla dea Tanit.

Stele di Nora e scrittura: tradizionalisti e innovatori a confronto.
La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria (alto 105 cm, largo 57) recante un’iscrizione che tradizionalmente da molti studiosi è considerata la prima apparizione in Sardegna della scrittura, che si ritiene eseguita in alfabeto fenicio.
Fu rinvenuta nel 1773 inglobata in un muretto a secco di un vigneto in prossimità dell’abside della chiesa di sant’Efisio a Pula,
Il ritrovamento fuori dal suo contesto archeologico originale limita al suo contenuto le informazioni ricavabili dal documento. Conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svelerebbe il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro: la sua datazione oscillerebbe tra i secoli IX e VIII a.C. Il documento epigrafico è stato pubblicato all’interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144.
Uno degli studiosi che sostenne che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici” è stato l’archeologo inglese Donald Harden nell’opera “The Phoenicians” (pubblicata nella versione italiana nel 1964 dall’Editore Il Saggiatore di Milano, con traduzione di Irene Giorgi Alberti).
Oggi alcuni studiosi mettono in discussione tale tesi: fra l’altro sostenendo che i Nuragici conoscevano la scrittura.
Ad iniziare dal nuorese Aldo Puddu che (in Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda,Chimbe iscenas chin Isterrida e Tancada- 5 Atti bilingui, con prologo e Epilogo, Editziones de Sardigna, Nuoro, 2002) contesta l’assunto, più volte ribadito da Harden, che la lingua fenicia abbia dato origine alla scrittura sillabica. Ma la polemica riguarda soprattutto l’affermazione dell’archeologo inglese secondo cui – come risulta dal passo contenuto nel capitolo VIII dell’opera dell’Harden già citata – “In Sardegna, le iscrizioni più antiche sono quelle sulla pie¬tra di Nora”. Iscrizioni che risalirebbero al secolo IX.
In realtà, secondo Puddu, la Stele di Nora risalirebbe al secolo 1300 a.C. e dunque non avrebbe niente a che fare con i Fenici che arriveranno in Sardegna quattro secoli dopo. Non solo: la scrittura sillabica sarebbe stata inventata dai Lidi e non dai Fenici.
Nei testi scolastici ufficiali continuiamo a leggere che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici”: esattamente come sostiene Donald Harden.
Da anni però – dicevamo– alcuni studiosi sardi hanno iniziato a mettere in discussione la storiografia ufficiale sostenendo che la scrittura sillabica in Sardegna era nota molti secoli prima: la conoscevano infatti e l’utilizzavano i Nuragici.
A sostenere tale tesi è – oltre ad Aldo Puddu – soprattutto lo studioso oristanese Gigi Sanna che si occupa con una rigorosa e ormai decennale ricerca sull’interpretazione di antichissimi documenti di scrittura rinvenuti in Sardegna e non solo. Egli è così arrivato alla conclusione (documentata in modo particolare nell’opera Sardoa Grammata,Editrice s’Alvure, Oristano, 2004) che i Nuragici conoscessero, utilizzassero e leggessero la scrittura.
“La Stele di Nora – scrive Gigi Sanna – è, insieme alle tavolette di Tzricotu (con le quali condivide chiari identici ‘principii’ e modalità di scrittura), un bellissimo documento attestante il ruolo dell’altissima e raffinatissima scuola scribale nuragica della Sardegna della fine del Secondo Millennio a.C., non di quella “fenicia”. Lo dimostrano, senza margini di dubbio, le recenti scoperte della scrittura e della lingua nuragica; il rinvenimento di testi (come quello dei “cocci” nuragici di Orani) con segni alfabetici e contenuto identici a quelli della stele norense; la rilettura del documento in base a nuove stupefacenti scoperte epigrafiche ( i due “shalam” laterali, individuati dalla dott. Alba Losi dell’Università di Parma nella primavera di quest’anno), scoperte che spingono nella direzione di due letture aggiuntive rispetto alla “normale” lettura retrograda; la conferma dell’esistenza di una scrittura nuragica “numerica” a rebus, che dà un significato eccezionale nella storia della scrittura (anche perché del tutto imprevedibile) al documento; l’inopinata comparsa del nome di un “santo” nuragico, oggi santo celeberrimo cristiano dell’Isola, alla fine della scritta, che fa scendere definitivamente dal piedestallo il falso Pumay”..
Anche Sanna dunque – come Puddu – fa risalire con certezza al periodo nuragico la Stele di Nora: lo confermerebbe in modo incontestabile anche il ritrovamento recente di un documento: un ciondolo scritto, di pietra grigio-scura, di forma ellissoidale (cm.7,5×4,3) contenente dei segni di scrittura graffiti in entrambe le facce.
A conferma della presenza della scrittura nuragica inoltre, da più di un decennio, lo studioso oristanese ha proposto soprattutto le tavolette di Tzricotu di Cabras e il sigillo di S. Imbenia di Alghero oltre i “cocci” nuragici di Orani.
“Eppure c’è da scommettere – scrive Sanna – che da parte dei soliti negazionisti e i feniciomani si cercherà di soffocare il tutto con il più rigoroso silenzio”.
Perché, evidentemente, si tratta di verità “scomode”, che mettono in discussione le vecchie certezze di accademici e sovrintendenti che su di esse hanno costruito le loro carriere e i loro successi. Ad iniziare dall’inglese Donald Harden.

Giganti di Mont’ ‘e Prama
Nella lontana primavera del 1974 un contadino di Cabras nel Sinis, per caso, con l’aratro, mentre lavora il suo terreno, cozza contro una testa di pietra con gli occhi sbarrati. La scoperta viene segnalata alle autorità competenti e fin dal 1974 iniziano gli scavi, condotti da Lilliu e da alcuni docenti e allievi dell’università di Cagliari, che poi verranno proseguiti nel 1979 sotto la direzione di Carlo Tronchetti, portando alla luce i frammenti di 32 statue, oltre 4 mila. Sciaguratamente, per ben 32 anni essi verranno abbandonati, a sgretolarsi, negli scantinati bui e umidi del Museo archeologico di Cagliari. Perché? “Non sembrava un ritrovamento così importante” e “mancavano gli spazi … oltre che i soldi”: fu la risposta ufficiale. Dopo decenni la Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari e Nuoro assegna un appalto da un milione e 6oo mila euro per restauro, ricomposizione e musealizzazione dei reperti a Li Punti a Sassari, dove vengono ricoverati. Oggi, a restauro finito, l’odissea delle 32 statue di pietra arenaria non sembra finita. Non c’è accordo su dove portarli: le si vorrebbe divise fra Cabras e Cagliari. Che si portino subito a Cabras, dove sono state ritrovate. E soprattutto che si inizi a rivedere vecchie certezze storiche e archeologiche “perché – come ha affermato Maria Antonietta Boninu, responsabile del progetto – se tutte le evidenze scientifiche fin qui raccolte verranno finalmente riordinate andrà riscritta la storia dell’arte, perché si dovrà rimettere in discussione il primato della Grecia sulla statuaria del Mediterraneo”.
Le statue sono scolpite in arenaria gessosa del luogo e la loro altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri; rappresentano arcieri, spadaccini e lottatori.
Le sculture ricostruite in seguito al restauro sono risultate in totale trentotto: cinque arcieri, quattro non riconosciuti, sedici pugili, tredici modelli di nuraghe; tuttavia le nuove campagne di scavo hanno portato alla scoperta di nuovi esemplari.
A seconda delle ipotesi, la datazione dei Kolossoi – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu – oscilla dal IX secolo a.C. (900-801 a.C.) o addirittura al XIII secolo a.C. (1300-1201 a.C.), ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue tridimensionali isolate dallo sfondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

I FENICI ci rubano il nostro mare *
[…] “Fatto sta che un popolo, quello fenicio, ben più abile astuto scaltro di noi, già efficacemente introdotto nei mercati dell’oriente e dell’occidente, progressivamente ci esautorò nella relazione commerciale diretta e ci sostituì nel commercio dei nostri prodotti destinati agli Etruschi, agli Iberici, berberi, Liby, Greci, Siciliani, Napoletani, gradatamente ma inesorabilmente sottraendoli alla nostra economia in modo prima dolce e indolore, forse anche con la nostra ingenua condivisione, poi in modo sempre più invadente e invasivo, colonizzandoci fino a strangolarci economicamente e a ridurci a mere entità produttive per conto loro, semplici esecutori di ordini e meccanici realizzatori di visioni e programmi a noi estranei.
E’ così che la nostra posizione strategica felicissima, al centro dei flussi di traffico commerciale dell’oriente verso occidente e viceversa, punto di approdo e di riparo delle flotte che navigavano in quel mare per ampi e accoglienti golfi, insenature e spiagge accessibili, adatti a proteggerci dalle burrasche ma anche tappe per riparazioni di naviglio danneggiato e per rifornire le flotte di passaggio di acqua e cibo, non poteva non suscitare gli appetiti di quella gente abile scaltra e cinica e avviarci, anestetizzati, alla resa, alla rinuncia, alla sottomissione e alla dipendenza.
E’ così che quelli antichi navigatori ci presero e ci conquistarono, impadronendosi della fertilità e delle risorse naturali e minerarie di questa nostra terra, adatta per impiantarvi colonie, farne la base per i loro traffici e per fondarvi attività, sfruttandone i sottosuolo e il soprasuolo. E gettarono le basi per opera di altri conquistatori, meno raffinati e gentili e più brutali e sbrigativi di loro” […].
* Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 72.

.

I FENICI IN SARDEGNA
A cura di Francesco Casula
Quando
Fra il 900/800 a,C., esattamente nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, la Sardegna è oggetto di attenzione da parte di altre popolazioni mediterranee: da parte dei Fenici (mentre la Sicilia da parte dei Greci).

Chi sono (e nome)
Sono popolazioni semitiche e il nome deriva da phoinix (porpora in greco) con cui coloravano pregiate stoffe di lana e lino di cui avevano il monopolio e che ottenevano da una particolare tipo di conchiglia marina chiamata mùrice (dal latino murex-murici=mollusco).

Da dove vengono
Dal Libano: una striscia di terra fra montagne e Mediterraneo orientale.Una popolazione che dal secondo millennio fino al 1200 è tributaria dei faraoni.

Sono grandi navigatori
Con l’anno mille iniziò il loro periodo d’oro quando da esperti marinai e navigatori affrontano per primi la navigazione notturna in mare aperto orientandosi per mezzo delle stelle.

Le città fenicie
Iniziarono a fondare molte città: Sidone (sud del Libano), Beirut (l’odierna capitale), Tiro, Acco, Biblo. E iniziano a percorrere le vie del Mediterraneo in lungo e in largo per vendere (conoscevano infatti la moneta) il loro fiorente artigianato: ceramiche, vetri, gioielli (in argento e oro), stoffe, unguenti.

Le città mediterranee
Arrivarono a Cipro (città di Kition), Creta (isola greca), a Cadice e Ibiza (Spagna), nell’Africa del Nord a Utica in Tunisia e Lixus o Lisso in Marocco.

900/800
Arrivano in Sardegna, attratti dalla fertilità del suolo e dalle ricchezze minerarie. Inizialmente vista come scalo e porti nei loro viaggi che duravano un anno.

Sardegna del sud
Fondano le città di
Karalis: specie per i rapporti con l’interno in cui confluivano i minerali;
Nora:n dove aveva sede il Governatore militare;
Bithia (Chia-Spartivento)
Sulcis (Sulkis-Sant’Antioco), punto di riferimento per il traffico mediterraneo. Da tener presente che l’impero romano non esiste ancora, Roma sarà fondata il 21 aprile del 753 mentre Cartagine è stata fondata, dai Fenici stessi, nell’840 a. C.
In seguito verranno fondate queste altre città nell’Oristanese:
Tharros (15 Km da Oristano); Othoca (l’odierna Santa Giusta), Cornus (la città di Amsicora).
E ancora Neapolis (Santa Maria di Nabui-Guspini) e persino Bosa.
Occorre però ricordare che sulla fondazione di queste città da parte dei Fenici ci sono dubbi: qualche storico avanza l’ipotesi che fossero preesistenti al loro arrivo.
Per esempio a proposito di Bosa il linguista Massimo Pittau scrive: “L’esistenza di quel nuraghe, assieme con altri tre situati nell’agro di Bosa, chiamati rispettivamente di Albaganes, Furru e Zarra, costituisce una prova chiara e sicura che Bosa, contrariamente a quanto si è pensato e detto finora, non è stata fondata dai Fenici o dai Cartaginesi, bensì è di origine sardiana o nuragica”(Toponimi della Sardegna – Significato e origine – I Macrotoponimi -EDES, Sassari 2011, pag. 790).

Rapporti pacifici? Inizialmente.
Inizialmente, probabilmente, i rapporti fra i Sardi e i Fenici sono stati pacifici e collaborativi. Basati soprattutto sullo scambio di prodotti: i Fenici scambiavano le loro raffinate ceramiche, i vasi di olio profumato, unguenti, porta torce di bronzo. Insieme sollecitano i Sardi a coltivare l’ulivo e la palma, migliorare le tecniche di produzione del sale, sviluppare la pratica della pesca, sfruttare i giacimenti minerari.

Rapporti sempre meno pacifici e dipendenza.
Con il passare del tempo peggiorano: i Fenici si pongono il tramite fra i Sardi e i popoli rivieraschi, trattenendo il surplus creato dal lavoro dei Sardi, sfruttando il sottosuolo (miniere) e soprasuolo (cereali, specie grano), iniziando la deforestazione dell’Isola e “occupando” di fatto il nostro mare.

La talassofobia: la paura e i terrore del mare del mare.
Nasce con l’arrivo dei Fenici la paura, il terrore del mare che caratterizzerà i Sardi storicamente. Recita unu diciu sardu: furat chie benit dae su mare. (Recita un detto sardo: ruba chi viene dal mare). Ma noi sappiamo che non sempre è stato così.
I Sardi durante il periodo nuragico erano “navigatori” in tutto il mediterraneo. Fra gli altri, lo riferisce lo storico e geografo Strabone. Ma a testimoniarlo basterebbero le decine e decine di bronzetti nuragici, che rappresentano navicelle e barche, rinvenuti nei santuari, nelle tombe o nei nuraghi. O gli antichi guerrieri nuragici istoriati sui templi di Karnak e Luxor in Egitto, a testimoniare la partecipazione degli Shardana alla guerra dei Popoli del mare (insieme ai Lidi, Lici, Siculi e Filistei) contro gli Ittiti prima e i faraoni dopo.
L’arrivo dei Fenici prima ma soprattutto – vedremo –dei Cartaginesi e dei Romani dopo, creeranno nei Sardi la talassofobia.

Presenza fenicia dei Tofet (secolo VIII).
A Tharros come a Nora e nel Sulcis (ma anche in Sicilia e Cartagine) ci sono i Tophet fenici: santuarii all’aria aperta dedicati alla dea Astarte (Afrodite). Si tratta di spazi delimitati da un muro dove venivano deposte delle urne che contenevano resti di bambini e animali inceneriti.

Religione fenicia
Dal punto di vista religioso, secondo i Fenici, (ma anche di moltissimi altri popoli, fra questi anche i Sardi) la vita terrena si prolungava all’interno delle tombe. Di qui l’uso di lasciare cibi e bevande. Vi era inoltre l’uso di sacrifici di bambini offerti al dio Baal e alla dea Tanit.

Stele di Nora e scrittura: tradizionalisti e innovatori a confronto.
La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria (alto 105 cm, largo 57) recante un’iscrizione che tradizionalmente da molti studiosi è considerata la prima apparizione in Sardegna della scrittura, che si ritiene eseguita in alfabeto fenicio.
Fu rinvenuta nel 1773 inglobata in un muretto a secco di un vigneto in prossimità dell’abside della chiesa di sant’Efisio a Pula,
Il ritrovamento fuori dal suo contesto archeologico originale limita al suo contenuto le informazioni ricavabili dal documento. Conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svelerebbe il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro: la sua datazione oscillerebbe tra i secoli IX e VIII a.C. Il documento epigrafico è stato pubblicato all’interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144.
Uno degli studiosi che sostenne che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici” è stato l’archeologo inglese Donald Harden nell’opera “The Phoenicians” (pubblicata nella versione italiana nel 1964 dall’Editore Il Saggiatore di Milano, con traduzione di Irene Giorgi Alberti).
Oggi alcuni studiosi mettono in discussione tale tesi: fra l’altro sostenendo che i Nuragici conoscevano la scrittura.
Ad iniziare dal nuorese Aldo Puddu che (in Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda,Chimbe iscenas chin Isterrida e Tancada- 5 Atti bilingui, con prologo e Epilogo, Editziones de Sardigna, Nuoro, 2002) contesta l’assunto, più volte ribadito da Harden, che la lingua fenicia abbia dato origine alla scrittura sillabica. Ma la polemica riguarda soprattutto l’affermazione dell’archeologo inglese secondo cui – come risulta dal passo contenuto nel capitolo VIII dell’opera dell’Harden già citata – “In Sardegna, le iscrizioni più antiche sono quelle sulla pie¬tra di Nora”. Iscrizioni che risalirebbero al secolo IX.
In realtà, secondo Puddu, la Stele di Nora risalirebbe al secolo 1300 a.C. e dunque non avrebbe niente a che fare con i Fenici che arriveranno in Sardegna quattro secoli dopo. Non solo: la scrittura sillabica sarebbe stata inventata dai Lidi e non dai Fenici.
Nei testi scolastici ufficiali continuiamo a leggere che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici”: esattamente come sostiene Donald Harden.
Da anni però – dicevamo– alcuni studiosi sardi hanno iniziato a mettere in discussione la storiografia ufficiale sostenendo che la scrittura sillabica in Sardegna era nota molti secoli prima: la conoscevano infatti e l’utilizzavano i Nuragici.
A sostenere tale tesi è – oltre ad Aldo Puddu – soprattutto lo studioso oristanese Gigi Sanna che si occupa con una rigorosa e ormai decennale ricerca sull’interpretazione di antichissimi documenti di scrittura rinvenuti in Sardegna e non solo. Egli è così arrivato alla conclusione (documentata in modo particolare nell’opera Sardoa Grammata,Editrice s’Alvure, Oristano, 2004) che i Nuragici conoscessero, utilizzassero e leggessero la scrittura.
“La Stele di Nora – scrive Gigi Sanna – è, insieme alle tavolette di Tzricotu (con le quali condivide chiari identici ‘principii’ e modalità di scrittura), un bellissimo documento attestante il ruolo dell’altissima e raffinatissima scuola scribale nuragica della Sardegna della fine del Secondo Millennio a.C., non di quella “fenicia”. Lo dimostrano, senza margini di dubbio, le recenti scoperte della scrittura e della lingua nuragica; il rinvenimento di testi (come quello dei “cocci” nuragici di Orani) con segni alfabetici e contenuto identici a quelli della stele norense; la rilettura del documento in base a nuove stupefacenti scoperte epigrafiche ( i due “shalam” laterali, individuati dalla dott. Alba Losi dell’Università di Parma nella primavera di quest’anno), scoperte che spingono nella direzione di due letture aggiuntive rispetto alla “normale” lettura retrograda; la conferma dell’esistenza di una scrittura nuragica “numerica” a rebus, che dà un significato eccezionale nella storia della scrittura (anche perché del tutto imprevedibile) al documento; l’inopinata comparsa del nome di un “santo” nuragico, oggi santo celeberrimo cristiano dell’Isola, alla fine della scritta, che fa scendere definitivamente dal piedestallo il falso Pumay”..
Anche Sanna dunque – come Puddu – fa risalire con certezza al periodo nuragico la Stele di Nora: lo confermerebbe in modo incontestabile anche il ritrovamento recente di un documento: un ciondolo scritto, di pietra grigio-scura, di forma ellissoidale (cm.7,5×4,3) contenente dei segni di scrittura graffiti in entrambe le facce.
A conferma della presenza della scrittura nuragica inoltre, da più di un decennio, lo studioso oristanese ha proposto soprattutto le tavolette di Tzricotu di Cabras e il sigillo di S. Imbenia di Alghero oltre i “cocci” nuragici di Orani.
“Eppure c’è da scommettere – scrive Sanna – che da parte dei soliti negazionisti e i feniciomani si cercherà di soffocare il tutto con il più rigoroso silenzio”.
Perché, evidentemente, si tratta di verità “scomode”, che mettono in discussione le vecchie certezze di accademici e sovrintendenti che su di esse hanno costruito le loro carriere e i loro successi. Ad iniziare dall’inglese Donald Harden.

Giganti di Mont’ ‘e Prama
Nella lontana primavera del 1974 un contadino di Cabras nel Sinis, per caso, con l’aratro, mentre lavora il suo terreno, cozza contro una testa di pietra con gli occhi sbarrati. La scoperta viene segnalata alle autorità competenti e fin dal 1974 iniziano gli scavi, condotti da Lilliu e da alcuni docenti e allievi dell’università di Cagliari, che poi verranno proseguiti nel 1979 sotto la direzione di Carlo Tronchetti, portando alla luce i frammenti di 32 statue, oltre 4 mila. Sciaguratamente, per ben 32 anni essi verranno abbandonati, a sgretolarsi, negli scantinati bui e umidi del Museo archeologico di Cagliari. Perché? “Non sembrava un ritrovamento così importante” e “mancavano gli spazi … oltre che i soldi”: fu la risposta ufficiale. Dopo decenni la Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari e Nuoro assegna un appalto da un milione e 6oo mila euro per restauro, ricomposizione e musealizzazione dei reperti a Li Punti a Sassari, dove vengono ricoverati. Oggi, a restauro finito, l’odissea delle 32 statue di pietra arenaria non sembra finita. Non c’è accordo su dove portarli: le si vorrebbe divise fra Cabras e Cagliari. Che si portino subito a Cabras, dove sono state ritrovate. E soprattutto che si inizi a rivedere vecchie certezze storiche e archeologiche “perché – come ha affermato Maria Antonietta Boninu, responsabile del progetto – se tutte le evidenze scientifiche fin qui raccolte verranno finalmente riordinate andrà riscritta la storia dell’arte, perché si dovrà rimettere in discussione il primato della Grecia sulla statuaria del Mediterraneo”.
Le statue sono scolpite in arenaria gessosa del luogo e la loro altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri; rappresentano arcieri, spadaccini e lottatori.
Le sculture ricostruite in seguito al restauro sono risultate in totale trentotto: cinque arcieri, quattro non riconosciuti, sedici pugili, tredici modelli di nuraghe; tuttavia le nuove campagne di scavo hanno portato alla scoperta di nuovi esemplari.
A seconda delle ipotesi, la datazione dei Kolossoi – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu – oscilla dal IX secolo a.C. (900-801 a.C.) o addirittura al XIII secolo a.C. (1300-1201 a.C.), ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue tridimensionali isolate dallo sfondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

I FENICI ci rubano il nostro mare *
[…] “Fatto sta che un popolo, quello fenicio, ben più abile astuto scaltro di noi, già efficacemente introdotto nei mercati dell’oriente e dell’occidente, progressivamente ci esautorò nella relazione commerciale diretta e ci sostituì nel commercio dei nostri prodotti destinati agli Etruschi, agli Iberici, berberi, Liby, Greci, Siciliani, Napoletani, gradatamente ma inesorabilmente sottraendoli alla nostra economia in modo prima dolce e indolore, forse anche con la nostra ingenua condivisione, poi in modo sempre più invadente e invasivo, colonizzandoci fino a strangolarci economicamente e a ridurci a mere entità produttive per conto loro, semplici esecutori di ordini e meccanici realizzatori di visioni e programmi a noi estranei.
E’ così che la nostra posizione strategica felicissima, al centro dei flussi di traffico commerciale dell’oriente verso occidente e viceversa, punto di approdo e di riparo delle flotte che navigavano in quel mare per ampi e accoglienti golfi, insenature e spiagge accessibili, adatti a proteggerci dalle burrasche ma anche tappe per riparazioni di naviglio danneggiato e per rifornire le flotte di passaggio di acqua e cibo, non poteva non suscitare gli appetiti di quella gente abile scaltra e cinica e avviarci, anestetizzati, alla resa, alla rinuncia, alla sottomissione e alla dipendenza.
E’ così che quelli antichi navigatori ci presero e ci conquistarono, impadronendosi della fertilità e delle risorse naturali e minerarie di questa nostra terra, adatta per impiantarvi colonie, farne la base per i loro traffici e per fondarvi attività, sfruttandone i sottosuolo e il soprasuolo. E gettarono le basi per opera di altri conquistatori, meno raffinati e gentili e più brutali e sbrigativi di loro” […].
* Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 72.

.

Ecco chi sono i sabaudi!

Ecco chi sono i sabaudi che l’Amministrazione comunale di Nuragus vuole “sfrattare”, opportunamente e giustamente, dalle vie del paese.:
1.Umberto I
Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce: Mi limito in questa sede a ricordare la sua politica repressiva e sanguinaria .
Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero prigionieri).
Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400.
Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.
Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”8 .
Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.
Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.
La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
2. Regina Margherita (la moglie di Umberto I)
La storia ci dice che fu un personaggio nefasto per la Sardegna (e l’Italia tutta): profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista e coloniale delirante di Francesco Crispi. Come sostenne la repressione delle rivolte popolari, specie quelle avvenute nei moti di Milano del 1898 (8 e 9 maggio), quando le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con i cannoni, spararono sulla folla inerme uccidendo 80 dimostranti e ferendone più di 400.
Ma non basta. Sosterrà le scelte più nefaste e infami del figlio Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III) e fu una convinta sostenitrice del Fascismo.Ecco chi sono i sabaudi che l’Amministrazione comunale di Nuragus vuole “sfrattare”, opportunamente e giustamente, dalle vie del paese.:
1.Umberto I
Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce: Mi limito in questa sede a ricordare la sua politica repressiva e sanguinaria .
Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore: appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben 6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero prigionieri).
Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc) garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400.
Ebbene il re Umberto, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia, forse per premiare il generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio arrestò migliaia di persone.
Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro di persona in grande, per fare scuola”8 .
Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa violentemente: ci furono 6 morti.
Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.
La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
2. Regina Margherita (la moglie di Umberto I)
La storia ci dice che fu un personaggio nefasto per la Sardegna (e l’Italia tutta): profondamente reazionaria, fu una nazionalista convinta e sostenne la politica imperialista e coloniale delirante di Francesco Crispi. Come sostenne la repressione delle rivolte popolari, specie quelle avvenute nei moti di Milano del 1898 (8 e 9 maggio), quando le truppe del generale Fiorenzo Bava Beccaris, con i cannoni, spararono sulla folla inerme uccidendo 80 dimostranti e ferendone più di 400.
Ma non basta. Sosterrà le scelte più nefaste e infami del figlio Sciaboletta (alias Vittorio Emanuele III) e fu una convinta sostenitrice del Fascismo.

SCHEDA SULLA CIVILTA’ NURAGICA

A cura di

FRANCESCO CASULA

PREMESSA GENERALE
La Biblioteca del Quotidiano Repubblica, nel 2005 ha pubblicato e diffuso a migliaia di copie un volume di 800 pagine sulla preistoria nel quale nuraghi e Sardegna non vengono citati, neppure per errore.
Un’occasione mancata per la cultura italiana che pur pretende, – e con quale spocchia –  di dominare sull’Isola. Per contro, uno dei redattori più influenti del quotidiano romano, Sergio Frau, da tempo sostiene, producendo una grande messe di indizi e di prove, che al tempo dei nuraghi la Sardegna altro non era se non Atlantide. La tesi, se verificata fino in fondo, sconvolgerebbe la storia del Mediterraneo così come la conosciamo; anche per questo è avversata con veemenza da accademici, sovrintendenti, geologi e antropologi poco disposti a mettere in discussione se stessi e le certezze su cui hanno fondato carriere e fortune. E’ la stessa veemenza usata nel passato contro il dilettante scopritore di Troia, anch’essa come Atlantide considerata un semplice “mito”. 
 Se il Quotidiano “La Repubblica” ha compiuto un semplice peccato di omissione, qualcuno ha fatto di peggio: certo Gustavo Jourdan, uomo d‘affari francese, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, in Ile de Sardaigne (1861) parla della Sardegna “rimasta ribelle alla legge del progresso”, “terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi”.
Mentre l’inglese Donald Harden, archeologo, filologo e storiografo di fama, dopo aver visitato molte contrade della Sardegna, agli inizi del Novecento, tra gli anni ’20 e ‘30, espresse giudizi poco lusinghieri sulla tradizionale cultura del popolo sardo che lo aveva ospitato e in una sua opera The Fhoenician” parlerà della Sardegna come “regione sempre retrograda”.
Ma tant’è: accecati dall’eurocentrismo, evidentemente costoro dimenticano che quella nuragica è stata la più grande civiltà della storia di tutto il mediterraneo centro-occidentale del secondo millennio avanti Cristo. Con migliaia di nuraghi (8.000 secondo le fonti ufficiali: l’Istituto geografico militare, che però li censisce secondo modalità militari e non archeologiche; 20.000 secondo Sergio Salvi e 25–30.000 secondo altre fonti non ufficiali) costruzioni megalitiche tronco-coniche dalle volte ogivali con scale elicoidali; pozzi sacri, betili mammellari, terrazze pensili, androni ad arco acuto, innumerevoli dolmen e menhir, migliaia di statuette e di navicelle di bronzo.
Con un’economia “dell’abbondanza”: di carne, pesce, frutti naturali. Che produce oro, argento, rame, formaggi, sale, stoffe, vini. Ma anche la musica delle launeddas
 Quella Sardegna, (per Omero la Scherìa, la terra dei Feaci, abitanti di un’Isola su tutte felice), posta a Occidente nel mezzo del Mediterraneo, aperta al mondo, che combatte, alleata con i Popoli del mare contro i potenti eserciti dei Faraoni e dei re di Atti che tiranneggiano e opprimono i popoli.
La Sardegna, l’Isola sacra in fondo al mare di Esiodo, l’Isola dalle vene d’argento (Argyròflebs) di Platone poi Ichnusa Sandalia ecc. oltre che Isola felice è infatti Isola libera, indipendente e senza stato. Organizzata in una confederazione di comunità nuragiche mentre altrove dominano monarchi e faraoni, tiranni e oligarchi. E dunque schiavitù. Non a caso le comunità nuragiche costruiscono nuraghi, monumenti alla libertà, all’egualitarismo e all’autonomia; mentre centinaia di migliaia di schiavi, sotto il controllo e la frusta delle guardie, sono costretti a erigere decine di piramidi, vere e proprie tombe di cadaveri di faraoni divinizzati.
Per sfuggire alle carestie, alla fame e alla miseria ma anche alle tirannidi e alla schiavitù molti si rifugeranno nell’Isola, che accoglierà esuli e fuggitivi. Venti mila – secondo il linguista sardo Massimo Pittau – scampati alla distruzione della città-stato di Sardeis in Anatolia, da parte degli invasori Hittiti. Altri arriveranno dalla stessa Troia.
Finché i Cartaginesi non invasero la Sardegna, per fare bardana, depredare e dominare l’Isola. Ma con il dominio romano fu ancora peggio. Fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. 
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
 A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi – è Lilliu a scriverlo –  ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”.
La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico  Piero Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.  
(Tratto dalla Introduzione di Letteratura e civiltà della Sardegna, Editrice Grafica del Parteolla, Dolianova, 2011, Euro 20)

1. Età Nuragica
La civiltà nuragica, che ha inizio nella metà del secondo millennio a.C., si può dividere in tre periodi: Antico(1600 – 500 a.C.), Medio (900 – 500 a.C.) e Recente (500 – 200 a.C.) e nacque dall’incontro di genti mediterranee di culture diverse, sul suolo del piccolo continente sardo.
La civiltà nuragica, è nota sopratutto per le caratteristiche costruzioni, i nuraghi, da cui appunto prende nome.
La società nuragica era essenzialmente egualitaria: nella civiltà nuragica non esistevano gli schiavi né mai esisteranno in Sardegna. La popolazione era distribuita in moltissimi villaggi, autonomi e indipendenti fra loro.

2. I villaggi:
Quanti erano? Secondo l’archeologo Giovanni Ugas da 2500 a 3000 con una popolazione da 500.000 a 700.000 (molto di più di quella che aveva ipotizzato Giovanni Lilliu: 2000.000)
Il capo del villaggio era scelto in base alle sue capacità, soprattutto morali, I sudditi vivevano in villaggi fatti di piccole capanne a pianta circolare con alla base un muro in pietra a secco e una copertura a cono di legno raggruppate presso i nuraghi. L’interno di ogni capanna era costituito da una sola camera: al centro stava il focolare, lungo le pareti erano ricavate delle panche per sedersi e delle nicchie per gli oggetti d’uso.
Ancora oggi, anche se sempre di meno, i pastori costruiscono questo tipo di capanne; in sardo si chiamano pinnetas .
Si dormiva stesi a terra su strame e pelli. La vita era estremamente semplice: gli uomini si dedicavano soprattutto alla pesca e alla caccia: erano numerosissimi i cervi e i cinghiali, i daini e i falchi, i colombi e le pernici ma soprattutto le mufle e i mufloni, le lepri, i conigli e le galline prataiole.
I nuragici si dedicavano anche alla coltivazione agricola e alla pastorizia: ammansivano qualche mufla per il latte e il formaggio che serviva alla famiglia ma non allevavano grossi greggi di animali come saranno poi costretti a fare con le varie dominazioni, soprattutto quella romana né coltivavano grossi appezzamenti di terreno ma solo quanto serviva per l’autoconsumo.
Le donne tessevano, intrecciavano cesti e stuoie, preparavano i cibi. Tra gli oggetti ritrovati, il bronzo e il rame erano usati sopratutto per armi, accette, coltelli, mentre si faceva ancora impiego della pietra, dell’ossidiana, dell’osso e della ceramica.

3. I Nuraghi
I nuraghi sono grandiose costruzioni ricavate con massi enormi sovrapposti a secco e tenuti insieme dal loro peso. Essi venivano generalmente costruiti sulla cima delle colline:
I nuraghi sardi sono migliaia (8.000 secondo le fonti ufficiali: l’Istituto geografico militare, che però li censisce secondo modalità militari e non archeologiche; 20.000 secondo Sergio Salvi e 25–30.000 secondo altre fonti non ufficiali). Essi sono costruzioni megalitiche tronco-coniche dalle volte ogivali con scale elicoidali; pozzi sacri, betili mammellari, terrazze pensili, androni ad arco acuto, innumerevoli dolmen e menhir, migliaia di statuette e di navicelle di bronzo.
Tra i nuraghi esistenti in Sardegna, la maggior parte sono semplici, formati soltanto da una torre con un ingresso alla base, un unico grande vano interno, alcune nicchie scavate nell’intercapedine e una scala, anche lei scavata nell’intercapedine, che porta alla sommità della torre.
Ci sono anche molti nuraghi più complessi formati da più torri
raccordate a una torre centrale; hanno molte stanze, possono avere più di un piano e poi corridoi, scale e camminamenti coperti: sono le “fortezze” nuragiche, di arcaica bellezza e maestosa complessità come il nuraghe Losa presso Abbasanta (NU), il nuraghe Santu Antine di Torralba (SS) e il complesso Su Nuraxi di Barumini (CA) dichiarato patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

4. Funzione dei Nuraghi
Sulla funzione dei nuraghi non si può dare una risposta definitiva a tutti gli interrogativi che li riguardano. Alcuni storici ritengono che fossero destinati alla vigilanza e alla difesa, soprattutto quelli più complessi, che per la loro struttura e la posizione che occupano confermerebbero l’uso dei nuraghi come fortezze.
Altri che in queste case fortificate abitassero i capi tribù con la loro famiglia e la loro guarnigione: qualcosa di simile ai castelli medievali. Non è escluso che qualche nuraghe fra i più piccoli fosse semplicemente un’abitazione di pastori e che qualcuno più complesso sia stato usato per una destinazione diversa.
Un’altra ipotesi invece sostiene che i nuraghi fossero inabitabili per mancanza d’aria e di luce oltre che per il freddo e l’umidità e che erano incapaci ad assolvere le funzioni militari proprie dei castelli per gli spazi ridotti al loro interno; da ciò dovrebbe conseguire che avessero esclusivamente destinazione religiosa e funeraria: ovvero che i nuraghi semplici fossero usati come templi da singolo gruppi familiari. Queste le ipotesi sostenute nel passato: oggi molti archeologi e storici tendono sempre più a sostenere che i nuraghi fossero semplicemente dei Monumenti, senza alcuna funzione e utilizzo particolare, monumenti che ciascun villaggio costruiva per affermare la propria autonomia e indipendenza; altri, ancor più numerosi, che avessero una funzione astronomica.

5.Nuraghi come osservatori astronomici?
Un’altra ipotesi presa in considerazione dei ricercatori è quella che vede nei nuraghi una funzione prevalentemente astronomica descrivendoli come dei veri e propri osservatori fissi della volta celeste, disposti sul territorio secondo precisi allineamenti con gli astri, e abitati da sacerdoti astronomi. Secondo lo studioso Mauro Peppino Zedda i nuraghi furono edificati come osservatori astronomici e le torri sarebbero state disposte secondo precise regole astronomiche e sarebbero state utilizzate per la misura del tempo e per l’osservazione della volta celeste avvalorando l’ipotesi della funzione sacra di questi edifici i quali sarebbero viste come templi custoditi da sacerdoti astronomi.https://it.wikipedia.org/wiki/Nuraghe – cite_note-33.
Lo studioso sostiene che le torri del nuraghe trilobato Santu Antine siano state dei punti di osservazione per mezzo dei quali era possibile osservare il sorgere del sole sia al solstizio invernale sia al solstizio estivo, e dalle stesse si poteva osservare – sempre ai solstizi – il tramonto del sole. Secondo lo studioso il nuraghe Santu Antine è “l’apparecchio realizzato a secco tecnicamente più sofisticato di tutta la superficie terrestre”. Grazie alla loro posizione – sostiene lo studioso – “gli antichi Sardi erano in grado di stabilire la scansione temporale delle stagioni e avevano riferimenti spaziali sulla terra”.
La tesi di Mauro Zedda pare essere confermata da un grande archeoastronomo, Arnold Lebeuf, che a Cagliari il 4 maggio 2011 ha sostenuto: “Il pozzo nuragico di Santa Cristina? Un osservatorio astronomico perfetto. Un sistema raffinato per calcolare un fenomeno di grande complessità come quello delle fasi lunari e prevedere le eclissi”.
Sembra dunque non avere dubbi Arnold Lebeuf, francese archeoastronomo, docente di storia delle religioni presso l’università di Cracovia che scoprì per caso l’esistenza del pozzo sacro nel 1973, in un convegno in Bulgaria, grazie a un articolo di Carlo Maxia ed Edoardo Proverbio.
Molti anni dopo, nel 2005, approdò nell’isola per compiere ricognizioni e studi approfonditi ora raccolti nel volume, Il pozzo di Santa Cristina, un osservatorio lunare (edizioni Tlilan Tlaplan).Oltre duecento pagine, tra testi, calcoli scientifici, splendide foto (in parte realizzate dal fratello Guillaume e Tomas Stanco) che raccontano una tesi sbalorditiva. Tremila anni fa su quell’altopiano a due passi dalla Statale 131, i nuragici edificarono, nell’arco di diversi anni, una elaboratissimo osservatorio. Tale da suggerire conoscenze astronomiche e scientifiche avanzatissime in un’epoca così lontana. Un fatto probabilmente unico nella nostra geografia occidentale.
E così sul sito archeologico improvvisamente sembrerebbe accendersi una luce e allo stesso tempo aprirsi un enigma. Perché di quel raffinato sapere nuragico non è rimasta traccia? Si deve forse rivedere la tesi il pozzo fosse dedicato al culto delle acque?
“L’uno non esclude l’altro – risponde Lebeuf – Era un tempio delle acque come tantissimi altri nell’Isola. Qui, come citavano già Maxia e Proverbio nel loro articolo, la luna si rispecchia nel fondo del pozzo ogni 18,6 anni. Si chiama il ciclo del drago. Quando lo vidi nel 2005, costruito con le pietre e i gradini a degradare restai impressionato. E mi chiesi: se davvero si può verificare che la luce della luna ogni 18 anni giunge nel fondo del pozzo vuol dire che negli altri anni arriverà ad altri livelli. E questo significa che il sito non è più solo un luogo rituale, ma forse, un autentico strumento scientifico. Cioè un osservatorio. Non ha nulla a vedere con l’orientamento dei templi o delle chiese. A Santa Cristina è qualcosa di diverso e straordinario. Soprattutto per l’epoca: mille anni prima della nostra era. Qualcosa da far venire il mal di testa agli storici della scienza”.
Sulla stessa linea di Zedda e Labeuf si muove l’ingegner Paolo Littarru, studioso di archeoastronomia che in un’intervista dell’8 Giugno 2020 a Michela Girardi di Vistanet.it afferma: “Sì. il titolo (parla del suo libro Il contadino che indicava la luna) è volutamente provocatorio e allude al proverbio cinese secondo il quale “quando il saggio indica la luna, lo stolto si sofferma il dito”. Ho raccolto in un libro la vicenda scientifica di cui, per certi aspetti sono testimone oculare diretto. Tento di raccontare come per primo il linguista Massimo Pittau, recentemente scomparso, abbia demolito, fin dal 1979 il paradigma militarista di Antoniom Taramelli – Lilliu e successivamente l’architetto Franco Laner (che nel libro definisco “L’accabadore” del paradigma), abbia dato il colpo di grazia all’interpretazione militare del nuraghe, evidenziandone l’afferenza alla sfera del sacro”.
Littarru allude all’interpretazione del nuraghe come fortezza.
“L’archeoastronomia – prosegue Littarru –completa la demolizione del paradigma, ci conferma e ci rivela una destinazione “sacra” e “simbolica” dei nuraghi che per nulla si concilia con le interpretazioni attuali e mondane dei nuraghe come magazzini, case o, peggio ancora “centri polifunzionali”. Tali interpretazioni ritengo siano del tutto infondate.
Ho scritto questo libro per  la necessità di raccontare questa piccola rivoluzione scientifica, seppure in salsa locale, perchè nessuno possa dire “Non c’ero” o non sapevo. Ritengo di poter affermare che l’astronomia sta allo studio dei nuraghe come il Cristianesimo sta alla civiltà europea medioevale o l’Islam a quella Araba. Come felicemente sintetizza l’epistemologo Silvano Tagliagambe, che mi ha onorato con la postfazione del libro, “l’astronomia costituisce la chiave interpretativa imprescindibile per la comprensione della civiltà nuragica”.

6. Nuraghi semplici
Tra le migliaia di nuraghi esistenti in Sardegna, la maggior parte sono semplici, formati soltanto da una torre con un ingresso alla base, un unico grande vano interno, alcune nicchie scavate nell’intercapedine e una scala, anche lei scavata nell’intercapedine, che porta alla sommità della torre.
Un esempio di come doveva essere un villaggio nuragico è visibile a Barumini (CA) dove intorno alla maestosa “reggia nuragica”, si sviluppa un complesso agglomerato di capanne, recinti e costruzioni di vario tipo.

7. Il clima dell’età nuragica.
Secondo i paleoclimatologi (studiosi del clima antico) nell’epoca nuragica il clima era caldo umido con “ampio sviluppo di flora lussureggiante di tipo tropicale e habitat favorevole alle specie animali. Il nuraghe si sviluppò soprattutto in questo momento climatico, forse anche a seguito di una maggiore spinta demografica derivata dalle migliorate condizioni di vita e di alimentazione proprio per effetto del clima e degli animali selvatici che fornivano cibo facile e abbondante per tutti”.(Franco Serra)
La maggior parte del clima del periodo nuragico era quello oggi classificabile come atlantico caldo-umido, proprio delle attuali fasce intertropicali, caratterizzato da temperature piuttosto elevate, moderata escursione termica, piovosità abbondante.
La temperatura atmosferica media durante il mese più freddo dell’anno non era inferiore ai 18° centigradi per cui l’inverno era praticamente inesistente. Il numero dei giorni piovosi variava in rapporto alle diverse zone dell’Isola dai novanta ai centocinquanta l’anno. Insomma c’erano ogni anno dai 3 ai 5 mesi di pioggia. Le medie annue delle precipitazioni atmosferiche erano intorno ai 1500-2000 (oggi oscilla fra i 400/500 millimetri).
Un altro studioso, Francesco Fedele, confermando le osservazioni del paleo climatologo Franco Serra ribadisce che: “una vegetazione ricca copriva il suolo dell’Isola e lo sviluppo delle specie selvatiche era proporzionato a questa ricchezza. L’alimentazione degli abitanti della Sardegna poteva dunque essere completa:frutti della terra, cereali, latte e derivati,, grassi uova, miele, pesci e molluschi.
Numerosi prodotti spontanei forniscono sostanze per uso quotidiani:corna e palchi di erbivori per gli arnesi; lana per le vesti;legna da ardere e ramaglie per la costruzione delle pareti; legno scelto per ciotole e sughero per recipienti; frutti del lentisco e dell’olivastro, pestati, per olio da illuminazione e da condimento, orzo e frumento per farina”.

8. L’economia della Sardegna nuragica.
In ragione di questo clima molti storici parlano perciò di un’economia della Sardegna come economia dell’abbondanza: di carne, pesce, frutti naturali. Che produce, formaggi, sale, stoffe, vini. Oltre che oro, argento, rame E anche la musica delle launeddas.
9. I Nuragici conoscevano la vite e il vino?
Semi di vernaccia e malvasia risalenti a circa tremila anni fa sono stati ritrovati nel pozzo che faceva da ‘frigorifero’ a un nuraghe nelle vicinanze di Cabras. La prova del carbonio 14 effettuata dal Centro conservazione biodiversità dell’Università di Cagliari conferma la datazione e fa ritenere che la coltura della vite nell’Isola fosse conosciuta sin dall’età del bronzo.

Riporto integralmente un articolo apparso su “Il Sole 24ore di Maria Teresa Manuelli  del 28 gennaio 2015
I vitigni più antichi del Mediterraneo occidentale si trovano in Sardegna e appartengono al cultivar della vernaccia e della malvasia. E’ la recentissima scoperta dell’équipe del Centro per la Conservazione Biodiversità dell’Università degli Studi di Cagliari. Sino ad oggi, i dati archeobotanici e storici attribuivano ai Fenici e successivamente ai Romani il merito di aver introdotto la vite domestica in questa parte del Mare Nostrum, ma la scoperta di un vitigno coltivato dalla civiltà nuragica riscrive, non solo la storia della viticoltura in Sardegna, ma dell’intero Mediterraneo occidentale.
Entrano in azione i paleobotanici
Tutto ha inizio una decina d’anni fa, quando gli scavi per la costruzione di una strada provinciale nella provincia di Oristano, a Sa Osa (Cabras), portano alla luce un sito archeologico risalente all’epoca nuragica. Le diverse strutture restituite alla luce nascondevano un tesoro biologico, ovvero dei pozzi scavati nella roccia dagli abitanti preistorici per conservare gli alimenti. Di altezza tra i 4,5 e i 6 metri, erano dei veri e propri ‘protofrigoriferi’ che hanno trasmesso integri fino a noi diversi materiali organici, vegetali e animali, destinati all’alimentazione: non solo i semi di vite, ma anche noci, nocciole, semi di fico, pigne da pinoli, leguminose, carne di cervo, pesce… Da questa scoperta è partito il lavoro dei paleobotanici del Centro per la Conservazione Biodiversità e solo un lungo e paziente lavoro di ricerca ha portato ai risultati pubblicati pochi giorni fa.

Semi perfetti dopo millenni
“L’eccezionalità di questa scoperta – dichiara Gianluigi Bacchetta, direttore scientifico del Centro Conservazione Biodiversità – è anche lo stato di conservazione di questi prodotti: praticamente perfetti, grazie all’assenza di ossigeno e alla forte umidità. I semi sono arrivati a noi così come sono stati posti nei pozzi”.
In collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Cagliari e Oristano, gli oltre 15mila semi di vite ritrovati nel sito nuragico, sono stati poi datati al Carbonio14 come risalenti a circa 3.000 anni fa, periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, scoprendo così che la viticoltura come la conosciamo noi oggi era già nota ai nostri antenati ben prima dell’arrivo di Romani e Fenici.

Antenati della Vernaccia
“Non solo – continua Bacchetta. Grazie alla perfetta conservazione si è potuto risalire anche alle varietà. In alcuni pozzi i semi appartenevano alla vite silvestre, pianta autoctona attualmente presente in Sardegna, mentre altri portavano già caratteri intermedi tra questa e le moderne cultivar di vitis vinifera. In particolare questi sembrano appartenere alle cultivar a bacca bianca, mostrando forti relazioni con le varietà di vernacce e malvasia coltivate ancora oggi proprio nelle aree della Sardegna centro-occidentale, nell’oristanese”.
Gli antichi sardi quindi conoscevano la domesticazione della vite e la viticoltura, resta da stabile se conoscessero anche la vinificazione. “La nostra ricerca prosegue in questa direzione. Vicino a Monastir, in provincia di Cagliari, è stato trovato un antico torchio nuragico, età del bronzo quindi, probabilmente utilizzato per fare il vino. Ma bisogna essere cauti. In Sardegna abbiamo un enorme patrimonio archeologico accumulato nelle strutture museali, ancora da studiare per capire la paleodieta, le coltivazioni, le conoscenze dell’epoca che erano molto avanzate rispetto a quello che pensiamo noi. Non dimentichiamo che la Sardegna era al centro di una grande rete di traffici che portava il vino sardo, e non solo quello, da una parte all’altra del Mediterraneo tra il primo e il secondo millennio prima di Cristo”. Un’attività vitivinicola fiorente testimoniata dal ritrovamento di anfore vinarie da trasporto provenienti dalla Sardegna, le cosiddette «zit a», un po’ dappertutto nel Mediterraneo occidentale, fino a Cartagine.
Prossimo passo consisterà quindi nel mettere in connessione l’enorme patrimonio archeologico sardo per approfondire usi e costumi alimentari di questa antica popolazione e stabilire le relazioni con quelli attuali, in sinergia con la Banca del Germoplasma che raccoglie, studia e classifica tutti i taxa vegetali endemici, rari, minacciati della Sardegna

10. La Sardegna Isola felice.
La Sardegna l’Isola vasta e feconda per Apollonio (II secolo a.c., libro IV Argonautiche); con un popolo prospero e felice per Diodoro Siculo (I secolo a.c., autore della monumentale storia universale la Biblioteca storica); poi Ichnusa Sandalia ecc. oltre che Isola felice è Isola libera, indipendente e senza stato: acefala la definirà Lilliu.

11. La religione nuragica.
I nuragici avevano una religiosità di tipo naturalistico fondata sull’adorazione degli elementi della Natura, considerati come contenenti lo spirito divino: erano oggetto di culto le pietre, gli alberi e particolarmente radicato era il culto dell’acqua, piovana o sorgiva, considerata preziosa.
Esisteva anche il culto dell’acqua che era considerata un dono dato alla terra dalla Dea Madre. Il culto dell’acqua è strettamente legato al tipo di economia agro-pastorale dei nuragici. Dall’acqua infatti dipendevano l’agricoltura e il bestiame e di conseguenza la sopravivenza dei nuragici.
Per questo furono costruiti dei templi a pozzo dove l”acqua sorgiva veniva talvolta raccolta in templi sotterranei a pozzo e ad essa si chiedeva la fertilità dei campi e dove si svolgevano le cerimonie legate al culto delle acque.

13. I pozzi sacri
I templi a pozzo hanno una struttura composta di tre parti essenziali: il vano di ingresso, al livello del suolo, la scala che scende nel terreno e il vano interrato, con la volta a falsa cupola. Sul fondo del vano interrato, ai piedi della scala c’è la fonte sacra. In superficie un recinto di pietre delimita l’area sacra.
In Sardegna esistono circa 40 templi a pozzo.
Oltre al culto delle acque, i nuragici continuarono a praticare il culto della Dea Madre e del Dio Toro, potente coppia divina già oggetto di adorazione in età prenuragica.

14.La sepoltura
Anche i morti erano oggetto di culto. Essi venivano sepolti nelle Tombe dei Giganti che avevano la forma della testa del toro. Davanti alla Tomba dei Giganti si svolgeva il rito dell’incubazione: chi aveva bisogno di consigli o di cure li riceveva nel sogno, dormendo nello spiazzo davanti alla tomba anche per parecchi giorni. Nelle tombe dei giganti si seppellivano intere tribù.

15.betili
Spesso di fronte alla facciata della tomba dei giganti è presente un piccolo menhir, chiamato in sardo betile.
I nuragici comunque continuarono anche ad usare gli antichi tipi di sepolture come le domus de janas

16. I Nuragici conoscevano la scrittura?
Nei testi scolastici ufficiali continuiamo a leggere che l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici e dunque i Nuragici non la conoscevano. Da anni però alcuni studiosi sardi hanno iniziato a mettere in discussione la storiografia ufficiale sostenendo che la scrittura sillabica in Sardegna era nota molti secoli prima: la conoscevano e l’utilizzavano.
A sostenere tale tesi vi è soprattutto lo studioso oristanese Gigi Sanna che si occupa con una rigorosa e ormai decennale ricerca sull’interpretazione di antichissimi documenti di scrittura rinvenuti in Sardegna e non solo. Egli è così arrivato alla conclusione (documentata in modo particolare nell’opera Sardoa Grammata,Editrice s’Alvure, Oristano, 2004) che i Nuragici conoscessero, utilizzassero e leggessero la scrittura.
“La Stele di Nora – scrive Gigi Sanna – è, insieme alle tavolette di Tzricotu (con le quali condivide chiari identici ‘principii’ e modalità di scrittura), un bellissimo documento attestante il ruolo dell’altissima e raffinatissima scuola scribale nuragica della Sardegna della fine del Secondo Millennio a.C., non di quella “fenicia”. Lo dimostrano, senza margini di dubbio, le recenti scoperte della scrittura e della lingua nuragica; il rinvenimento di testi (come quello dei “cocci” nuragici di Orani) con segni alfabetici e contenuto identici a quelli della stele norense; la rilettura del documento in base a nuove stupefacenti scoperte epigrafiche (i due “shalam” laterali, individuati dalla dott. Alba Losi dell’Università di Parma nella primavera di quest’anno), scoperte che spingono nella direzione di due letture aggiuntive rispetto alla “normale” lettura retrograda; la conferma dell’esistenza di una scrittura nuragica “numerica” a rebus, che dà un significato eccezionale nella storia della scrittura (anche perché del tutto imprevedibile) al documento; l’inopinata comparsa del nome di un “santo” nuragico, oggi santo celeberrimo cristiano dell’Isola, alla fine della scritta, che fa scendere definitivamente dal piedestallo il falso Pumay”.
A conferma della presenza della scrittura nuragica inoltre, da più di un decennio, lo studioso oristanese ha proposto soprattutto le tavolette di Tzricotu di Cabras e il sigillo di S. Imbenia di Alghero oltre i “cocci” nuragici di Orani.
Eppure c’è da scommettere – scrive Sanna – che da parte dei soliti negazionisti e i feniciomani si cercherà di soffocare il tutto con il più rigoroso silenzio. Perché, evidentemente, si tratta di verità “scomode”, che mettono in discussione le vecchie certezze di accademici e sovrintendenti che su di esse hanno costruito le loro carriere e i loro successi.

17. L’arte nuragica
a. I bronzetti
Anche a prescindere dalla conoscenza o meno della scrittura, dalle testimonianze dell’architettura e dell’artigianato possiamo ricostruire il modo di vivere, le abitudini e la cultura delle genti nuragiche.
I bronzetti, che furono eseguiti tra il VIII e il III secolo a.c: sono piccole statuine di bronzo che rappresentano uomini, animali, navicelle votive, (a conferma che i Nuragici erano grandi navigatori in tutto il Mar Mediterraneo e anche oltre), oggetti e avevano sia funzione di ex-voto che venivano offerti in dono alla divinità, ma anche pratica e ornamentale.
I bronzetti rivelano, infatti, molti aspetti della vita sociale delle genti nuragiche e dell’ambiente naturale nel quale vivevano: riproducono infatti strumenti di lavoro o di trasporto, come i carri e le navicelle; uomini di diverso rango sociale: capi, sacerdoti, guerrieri, pastori, suonatori, pugilatori, madri col proprio figlio; esseri soprannaturali dotati di molti occhi e di molte braccia, legati ad un mondo religioso del quale non riusciamo a capire pienamente i valori; animali domestici e non come buoi, pecore, mufloni, cinghiali, cervi, colombe, cani. Solo il cavallo non viene riprodotto, segno che i nuragici non lo conoscevano.

b. La scultura
Gli scultori nuragici rappresentavano spesso nelle loro opere gli stessi nuraghi: ci sono pervenuti numerosi esemplari di nuraghe in pietra, argilla e anche in bronzo, provenienti dai santuari.

c. L’architettura
L’architettura nuragica è scritta nelle rocce e con le pietre, con l’invenzione della volta ogivale, dell’arco acuto, del tempio tronco conico in pietra grezza, delle scale elicoidali entro coni di pietra, dei circoli megalitici, delle esedre, stele, absidi, ellissi, tombe di giganti, dolmens, betili mammellati.

c. La ceramica
la produzione ceramica si caratterizza per la presenza di vasi, spesso a pasta grigia, di varie forme con decorazioni geometriche e con motivi impressi o incisi: cerchielli concentrici, zig-zag, semplici linee e grossi punti.

d. I Giganti di Mont’ ‘e Prama
Nella lontana primavera del 1974 un contadino di Cabras nel Sinis, per caso, con l’aratro, mentre lavora il suo terreno, cozza contro una testa di pietra con gli occhi sbarrati. La scoperta viene segnalata alle autorità competenti e fin dal 1974 iniziano gli scavi, condotti da Lilliu e da alcuni docenti e allievi dell’università di Cagliari, che poi verranno proseguiti nel 1979 sotto la direzione di Carlo Tronchetti, portando alla luce i frammenti di 32 statue, oltre 4 mila. Sciaguratamente, per ben 32 anni essi verranno abbandonati, a sgretolarsi, negli scantinati bui e umidi del Museo archeologico di Cagliari. Perché? “Non sembrava un ritrovamento così importante” e “mancavano gli spazi … oltre che i soldi”: fu la risposta ufficiale. Dopo decenni la Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari e Nuoro assegna un appalto da un milione e 6oo mila euro per restauro, ricomposizione e musealizzazione dei reperti a Li Punti a Sassari, dove vengono ricoverati. Oggi, a restauro finito, l’odissea delle 32 statue di pietra arenaria non sembra finita. Non c’è accordo su dove portarli: le si vorrebbe divise fra Cabras e Cagliari. Che si portino subito a Cabras, dove sono state ritrovate. E soprattutto che si inizi a rivedere vecchie certezze storiche e archeologiche “perché – come ha affermato Maria Antonietta Boninu, responsabile del progetto – se tutte le evidenze scientifiche fin qui raccolte verranno finalmente riordinate andrà riscritta la storia dell’arte, perché si dovrà rimettere in discussione il primato della Grecia sulla statuaria del Mediterraneo”.
Le statue sono scolpite in arenaria gessosa del luogo e la loro altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri; rappresentano arcieri, spadaccini e lottatori.
Le sculture ricostruite in seguito al restauro sono risultate in totale trentotto: cinque arcieri, quattro non riconosciuti, sedici pugili, tredici modelli di nuraghe; tuttavia le nuove campagne di scavo hanno portato alla scoperta di nuovi esemplari.
A seconda delle ipotesi, la datazione dei Kolossoi – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu – oscilla dal IX secolo a.C. (900-801 a.C.) o addirittura al XIII secolo a.C. (1300-1201 a.C.), ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue tridimensionali isolate dallo sfondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

18. I Nuragici erano immuni dalla malaria.
In età nuragica la Sardegna era immune dalla malaria mentre la presenza dell’antico flagello è accertata per l’età cartaginese. È il risultato di uno studio storico-paleoimmunologico condotto nel 2013 dal dipartimento di Scienze Biomediche dell’università di Sassari, da quello di Scienze della Salute Pubblica e Pediatriche dell’ateneo di Torino e dalla divisione di Paleopatologia dell’università di Pisa. È stata inoltre verificata la presenza della leishmaniosi umana (un’antropo-zoonosi) nella forma viscerale, da mettere verosimilmente in relazione con il ravvicinato contatto degli allevatori-cacciatori raccoglitori con i cani.Lo studio «Approccio paleobiologico alla storia della malaria e della leishmaniosi in Sardegna dall’età Prenuragica al Medioevo» è stato condotto da un gruppo di ricerca su materiali osteoarcheologici forniti dalle Soprintendenze alle antichità di Cagliari e di Sassari, con fondi della Fondazione del Banco di Sardegna. Sulla base di una cartografia della malaria (collegata ai dati paleoclimatici), il gruppo di ricercatori ha impostato il lavoro con screening di ampia portata sulle collezioni osteoarcheologiche, capaci di accertare la presenza del patogeno. Nel caso della malaria, l’utilizzo di questi test, la cui sensibilità e specificità su materiale antico è già stata confermata in studi precedenti, permette di identificare le proteine delle diverse specie del genere Plasmodium (falciparum, vivax, ovale, malariae). Le indagini paleo immunologiche sono state effettuate su campioni di siti di varie aree geografiche, corrispondenti a diverse epoche storiche e datati con il metodo del radiocarbonio: età nuragica; età fenicia ; età romana; prima età moderna. Non sono stati identificati casi di malaria, nè di leishmaniosi umana nei reperti osteologici provenienti dai siti di età nuragica. Sono invece risultati positivi alla malaria due campioni esumati da siti come quello di Sa Figu (600 – 560 a.C., periodo Cartaginese). Qui è stato rilevato anche un possibile caso di co-infezione malaria-leishmaniosi.
Secondo molti studiosi sarebbe stata portata attraverso le truppe puniche guidate dal generale Malco e sbarcate in Saregna nel 540 a.C.
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation.

Come vedono la civiltà nuragica due scrittori sardi: Sergio Atzeni e Eliseo Spiga e il più grande archeologo della Sardegna Giovanni Lilliu-

1. SERGIO ATZENI
“Non so definire la parola felicità. Ovvero non so che sia la felicità. Credo di aver sperimentato momenti di gioia intensa, da battermi i pugni sul petto, al sole, alla pioggia o al coperto, urlando (a volte vorrei farlo e non si può) o da credere di camminare sulle nuvole o da sentire l’anima farsi leggera e volare alta fino a Dio (è capitato di rado). E’ la felicità? Così breve? Così poca?
Se esiste una parola per dire i sentimenti dei sardi nei millenni di isolamento fra nuraghe e bronzetti forse è la felicità.
Passavamo leggeri come acqua, disse Antonio Setzu, come acqua che scorre, salta, giù dalla conca piena della fonte, scivola e serpeggia fra muschi e felci, fino alle radici delle sughere e dei mandorli o scende scivolando sulle pietre, per i monti e i colli fino al piano, dai torrenti al fiume, a farsi lenta verso le paludi nel mare, chiamata in vapore dal sole a diventare nube dominata dai venti e pioggia benedetta.
A parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici. Le piane e le paludi erano fertili, i monti ricchi di pascoli e fonti. Il cibo non mancava neppure negli anni di carestia. Facevamo un vino colore del sangue, dolce al palato e portatore di sogni allegri. Nel settimo giorno del mese del vento che piega le querce incontravamo tutte le genti attorno alla fonte sacra e per sette giorni e sette notti mangiavamo,bevevamo, cantavamo e danzavamo in onore di Is. Cantare, suonare, danzare, coltivare, raccogliere, mungere, intagliare, fondere, uccidere, morire, cantare, suonare, danzare era la nostra vita. Eravamo felici, a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti[…]”
[Sergio Atzeni, Passavamo sulla terra leggeri, Ed. Mondadori, Milano 1996, pagine 28-29]

2. ELISEO SPIGA
”Anche il giardino che avevano esplorato i suoi antenati era certamente un paradiso terrestre dove c’era tutto quanto gli uomini avessero potuto desiderare per condurre una esistenza non ricurva. In questo non vigevano divieti o avvertimenti minacciosi e tutto vi avrebbero potuto conoscere. Non c’erano lupi, draghi o demoni. Non vi si nascondeva il serpente che avrebbe tentato le donne che andavano a cogliere le pere, i fichi, le bacche di corbezzolo, le erbe aromatiche o a prendere il miele dalle cavità delle querce o i cristalli di sale lavorati dal sole nelle buche calcaree o che scendevano nelle acque smeraldine racchiuse fra gli scogli a lavarsi delle dolci fatiche notturne.
Tra le garighe di timo odoroso e le steppe di sparto crescevano gli iris azzurri, le margherite a foglia grassa, i narcisi canicolari, i cespugli giallo-oro del tagete, le rose, la scrofularia a tre foglie, e le altre ortiche meno mansuete, e più in basso, verso gli stagni listati dalla salicornia purpurea, le foreste di pini, i canneti ondeggianti, le tife-fieno di stuoia, i tamerici e mille altri fiori arbusti e piante.
Sotto quell’eterno verde variamente sfumato e enfatizzato dalle punte bianche delle rocce e dalle macchie fiorite, tra il lentischio il rovo lo spinacristi e il ginestrone, schizzavano i prolaghi e chiocciavano le pernici, incuranti di volpi gatti e donnole, mentre tutt’intorno era un continuo aleggiare di uccelli di ogni specie: germani e anatre di tutte le forme e colori, oche, folaghe, gabbiani,piccioni, stornelli, gruccioni, aquile di mare e di monte; e un discreto passeggiare di gallinelle, di sontuosi polli-sultano dall’incredibile livrea turchina e dalle zampe rosso-corallo; e un frusciare di fenicotteri, che a migliaia in formazioni a cuneo, attraversavano il primo e l’ultimo sole della giornata. E cervi daini mufloni e cinghiali, distrattamente vagabondando, si fermavano per cibarsi di carrube e ghiande, abbondanti nella laguna di monte […]”.
[Eliseo Spiga, Capezzoli di pietra, Zonza editore, Cagliari 1998, pagina 50]

3. GIOVANNI LILLIU
Il 23 Novembre 2009 ha fatto una lectio magistralis sui «Contadini e i pastori nella Sardegna neolitica e dei primi metalli» la settimana di studi su «La preistoria e la Protostoria della Sardegna», convegno promosso annualmente dall’Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria e quest’anno dedicato all’isola, con appuntamenti a Cagliari, Barumini e Sassari.
 Lilliu ha novantaquattro anni ed è l’archeologo che ha gettato le basi per le moderne conoscenze sul passato della Sardegna, combinando uno studio analitico fondato su scavi e dati concreti a intuizioni geniali, come ad esempio la scoperta della reggia nuragica di Barumini, uno dei più significativi siti archeologici dell’isola, sicuramente il più conosciuto al mondo per quanto riguarda l’era nuragica. Dalla sua ricostruzione socio-economica degli antichi sardi è emersa l’idea di un momento aureo del passato isoano. Infatti:
1.Nella Sardegna preistorica ci fu un’età aurea in cui gli abitanti vivevano di agricoltura e caccia ed erano un popolo pacifico di laboriosi artigiani. Producevano in abbondanza e si dedicavano ai commerci, spingendosi in ogni angolo dell’isola e anche oltre il mare, tanto che tracce della loro cultura si sono ritrovate in Francia e in Spagna.
2.Ma soprattutto era un popolo libero e indipendente, prima che dal mare arrivassero colonizzatori portatori di nuove culture, spesso imposte con le armi e la guerra.
3.le raffinate opere di architettura sacra (ad esempio l’altare di Monte d’Accoddi-Sassari) e funeraria (le grotticelle ipogeiche di Sant’Andrea Priu-Bonorva, di Mandra Antine-Thiesi, di Montessu-Villaperuccio)
4.le eleganti ceramiche con le decorazioni tipiche di quel periodo, i gioielli e gli ornamenti rinvenuti nelle sepolture, utilizzati come corredo e protezione magica dei defunti.
5.In esse già si coglieva una certa aspirazione democratica, dove anche il singolo partecipava attivamente alla crescita della comunità.
6.Ecco, in estrema sintesi, il quadro della civiltà che gli studiosi definiscono di “Ozieri o San Michele” e fanno risalire al Neolitico recente (tra il 3500 e il 2500 a. C.). Un’età mitica, forse ineguagliata nella preistoria della Sardegna, che si anima come un paradiso perduto nelle parole di Lilliu.
Conclusioni
La Proposta di includere la Civiltà nuragica nel Patrimonio culturale dell’Umanità*.

“L’idea di proporre l’inclusione dei monumenti della Civiltà nuragica nel Patrimonio culturale dell’Umanità dell’Unesco, nasce dalla presa di coscienza dell’importanza che negli ultimi decenni essi hanno assunto per i Sardi, quali segni fondamentali della loro identità a fianco degli altri grandi valori culturali e naturali posseduti. La Sardegna appare come un Museo aperto, con innumerevoli beni culturali e paesaggisti, spesso poco conosciuti agli stessi Sardi nonostante la loro importanza scientifica e bellezza. A questo sentire, corrisponde l’azione di salvaguardia da parte delle Istituzioni attraverso le norme di tutela statali, regionali e comunali, ma è necessario un ulteriore sviluppo di questa sensibilità generale per tutelare e fruire, attraverso un’attenta gestione dello straordinario patrimonio culturale, con il concorso di tutta la comunità isolana ma anche con il fondamentale supporto dello Stato italiano e dell’Unesco. L’istanza presentata alla Commissione Nazionale Italiana Unesco lo scorso 30 settembre deve dimostrare L’Eccezionale Valore Universale e l’Autenticità e Integrità dei Monumenti nuragici. Per la sua strategica posizione insulare, il suo clima mite, la fertilità dei suoli, la bellezza e le notevoli risorse naturali, celebrate già dagli scrittori classici, la Sardegna attrasse a più riprese i gruppi umani e divenne un crocevia di genti, provenienti da vari angoli del Mediterraneo e d’Europa per commercio o per emigrazione, che hanno forgiato le sue radici culturali e ad un tempo influito sui cambiamenti e sulla particolare conservazione del suo straordinario aspetto naturale, plasmandone l’identità. L’antico ruolo centrale dell’isola emerge particolarmente dalle innumerevoli testimonianze dell’architettura della pietra che, integrandosi armoniosamente con la natura dei luoghi, originano uno straordinario paesaggio culturale, segnato da due fenomeni eclatanti, talora intersecantisi: il megalitismo, inteso nella sua accezione più ampia, vale a dire l’architettura sopra suolo della (grande) pietra; l’ipogeismo, vale a dire l’architettura ctonia, sotterranea. Il megalitismo isolano trova il suo culmine nell’età del Bronzo, con il diffondersi su tutta l’isola dell’edificio turrito noto come nuraghe, un’opera così mirabile da essere ritenuto dagli antichi autori greci una geniale creatura di Dedalo. La grandiosità e la straordinaria diffusione dei monumenti nuragici (oltre sei mila i siti già censiti), dando un’impronta indelebile al paesaggio sardo, fanno emergere una civiltà di grandi architetti e scultori. Nel dettaglio la Civiltà nuragica, che fiorì per un millennio di anni tra il Bronzo Medio e il I Ferro (circa 1600- 510 a.C.), ci ha lasciato, oltre che numerosi e importanti reperti mobili, i seguenti monumenti, il cui numero è ancora in evoluzione con le nuove ricerche: •
-Nuraghi arcaici (protonuraghi), tipo Front’e Mola di Thiesi, Su Mulinu di Villanovafranca, Is Fogaias di Siddi;
-protonuraghi con cinte megalitiche prive di torri, tipo Frenergazu di Bortigali, Monte Sara di Macomer;
-nuraghi evoluti (castelli e torri) del Bronzo recente e finale, suddivisi in: torri singole o monotorri (es. Nuraxi di Goni); castelli senza cinta esterna (es. Santu Antine di Torralba, e castelli con cinta esterna (es. Nuraghe Arrubiu di Orroli, Domu Beccia di Uras e Casteddu de Fanari di Decimoputzu,;
-nuraghi trasformati in tempio (es. Su Mulinu di Villanovafranca; Nurdole di Oliena);
-nuraghi con villaggi (es. Palmavera di Alghero, La Prisciona di Arzachena; Genna Maria di Villanovaforru e Su Nuraxi di Barumini già inserito nel Patrimonio Culturale dell’Unesco);
-monumenti dei villaggi nuragici (abitazioni, templi dell’acqua, templi “a megaron”, rotonde del consiglio e altri edifici pubblici e privati (es. Santa Vittoria di Serri, Su Romanzesu di Bitti, Sant’Anastasia di Sardara, Sa Carcaredda di Villagrande);
-templi dell’acqua isolati (Su Tempiesu di Orune);
– grotte ad uso santuariale (Grotta Pirosu di Su Benatzu in Santadi) e ad uso funerario (es. Dom’e s’Orcu di Urzulei) dell’età nuragica;
-tombe collettive a corridoio e absidate (“tombe di giganti”): con emiciclo (esedra) di lastre ortostatiche sulla fronte attorno alla grande stele centinata dell’ingresso (es. Li Lolghi di Arzachena); con emiciclo in muratura (San Cosimo di Gonnosfanadiga); senza emiciclo senza fronte e seminterrate (es, su Fraigu di San Sperate);
-tombe ipogeiche con grande stele centinata scolpita sulla fronte (es. Sos Furrighesos di Anela);
-tombe in anfratti (tafoni) nuragiche della Gallura;
-aree funerarie (con tombe a pozzetto, a fossa, a circolo etc.) talora monumentalizzate con betili (es. Monte Prama di Cabras), cippi a forma di nuraghe e grandi statue (Monte Prama di Cabras”.
*di Antonello Gregorini

Ma esiste ed è esistita una letteratura sarda?

 di Francesco Casula
Ma è esistita ed esiste una letteratura sarda? C’è chi lo nega. Alcuni dubitano perfino che la Sardegna abbia avuto una storia tout court. Emilio Lussu ha scritto che noi non abbiamo avuto una storia. La nostra storia è quella di Roma, di Aragona ecc. Lo storico francese Le Roy Ladurie ha sostenuto che la Sardegna giace in un angolo morto della storia. Francesco Masala, il nostro più grande poeta etnico, parla di storia dei vinti perché i vinti non hanno storia. Fernand Braudel, il grande storico francese, direttore della rivista “Annales” che rivoluzionerà la storiografia contemporanea, alludendo ad alcuni popoli mediterranei, fors’anche all’Isola, ammette che la loro storia sta nel non averne e non si discosta molto da questa linea raccontando che viaggiare nel mediterraneo significa incontrare il mondo romano nel Libano e la preistoria in Sardegna. Il mestiere dello storico di cose sarde, diventa difficile senza dubbio. Anche a proposito della nostra letteratura. A meno che non la si voglia ridurre a una sezione o, peggio, a un’appendice di quella italiana: magari gerarchicamente inferiore e comunque da confinare nella letteratura “dialettale”. Occorre infatti affermare che oggi come ieri, l’intera letteratura sarda risulta autonoma, distinta e diversa dalle altre letterature. L’intero sistema linguistico e letterario sardo infatti, come sistema altro rispetto a quello italiano, è sempre stato indipendente pur se contiguo ai vari sistemi linguistici e letterari che storicamente si sono avvicendati nell’Isola, da quello latino a quello catalano e castigliano e, per ultimo, a quello italiano, con tutte le interferenze e le contaminazioni che una simile condizione storica comporta. Una situazione ricca e complessa, propria di una regione-nazione dell’Europa e del mediterraneo. Nasce anche da qui l’esigenza di un’autonoma trattazione delle vicende letterarie sarde: ad iniziare da quelle scritte in lingua sarda. Da considerare non “dialettali” ma autonome, nazionali sarde, vale a dire. A questa stessa conclusione arriva, del resto, un valente critico letterario (e cinematografico) italiano come Goffredo Fofi, (fondatore e redattore di prestigiose riviste come Quaderni Piacentini, Ombre rosse, Linea d’ombra) che nell’Introduzione a Bellas Mariposas di Sergio Atzeni scrive:”E’ possibile fare una storia della letteratura siciliana o una storia della letteratura sarda, mentre, per restare in area centro-meridionale non ha senso pensare a una storia della letteratura campana, o pugliese, o calabrese, o marchigiana, o laziale…La letteratura siciliana e la letteratura sarda possono essere come “Letterature nazionali”. Con un loro percorso, una loro ragione, loro caratteri e segni”. Per quanto attiene alla Sardegna ciò è dovuto a causa della sua posizione decentrata e della sua peculiarissima storia, specifica e dissonante rispetto alla coeva storia europea, segnata com’è dall’incontro con diverse culture, può essere integrata in un discorso di storia italiana. Da una analisi attenta della letteratura sarda potremmo comunque vedere che dalle origini del volgare sardo fino ad oggi, non vi è stato periodo nel quale la lingua sarda non abbia avuto una produzione letteraria. Del resto a riconoscere una letteratura sarda è persino un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in La Sardaigne à vol d’oiseau nel 1882 scriverà :”Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica” Certo, qualcuno potrebbe obiettare, che essa, rispetto ad altre lingue romanze, ha prodotto pochi frutti. E’ questa –- per esempio – la posizione dello stesso Gramsci, che dopo aver detto una sacrosanta verità “il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé”, afferma che esso non ha prodotto “una grande letteratura”. In realtà Gramsci non conosce la letteratura sarda: e per molti versi, non poteva neppure conoscerla, dati i tempi e le condizioni storiche. E non la conosciamo appieno neppure oggi tanto che è urgente una grande operazione di scavo e di recupero del nostro patrimonio letterario, molto del quale è ancora inedito, numerosissimi testi sono ancora ignorati dagli stessi critici o sepolti in biblioteche e in archivi privati e pubblici. E occorre tener conto non solo dei testi scritti ma anche di quelli orali – abbondantissimi – quando ne siano recuperate le testimonianze. Faccio solo un esempio : abbiamo potuto conoscere Giovanni Matteo Garipa, solo recentemente, grazie alla ripubblicazione della sua opera su Legendariu de Santas Virgines et Martires de Jesu Cristu (1627) da parte dalla casa editrice Papiros di Nuoro nel 1998 con l’introduzione di Diego Corraine e la presentazione di Heinz Jürgen Wolf e Pasquale Zucca. Eppure si tratta del più grande scrittore in lingua sarda del secolo XVII. Eppure molti motivi avrebbero dovuto spingere gli studiosi a conoscere e valorizzare il Garipa, ma soprattutto due: 1.la tesi del sacerdote orgolese, oggi quanto mai attuale, della necessità dell’insegnamento della lingua sarda – definita “limba latina sarda” – come prerequisito per il corretto apprendimento, da parte degli studenti, anche delle altre lingue; 2.la sua convinzione che fosse urgente dotare la Sardegna di una tradizione letteraria «nazionale» sarda, ossia, come si direbbe oggi, di una lingua letteraria uniformemente usata in tutto il territorio dell’Isola e sorretta da un repertorio di testi in grado di competere con quelli delle altre lingue europee. Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? La lingua sarda, certo, deve crescere, e sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga proprio riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana.
 

La storia ufficiale? Falsa o mistificata

 di Francesco Casula
Ci voleva uno straordinario divulgatore scientifico come Mario Tozzi, in una trasmissione della TV di Stato, a risvegliare i Sardi dall’autodileggio. Tozzi ci ha infatti ricordato che la Sardegna nel periodo nuragico ha espresso la più alta civiltà in Italia (e, occorre aggiungere, nell’intero Mediterraneo occidentale). Un Isola ricoperta di foreste. Con moltissime risorse: ad iniziare da quelle minerali (argento, rame, zinco). Con un clima mite. Con tre raccolti all’anno. Peraltro assolutamente in sintonia e in linea con gli studi dei paleoclimatologi secondo cui nell’poca nuragica il clima era caldo umido con ampio sviluppo di flora lussureggiante di tipo tropicale e habitat favorevole alle specie animali. Bene a fronte di tale “narrazione”, contro Tozzi, nei Media e nei Social, da parte di molti, sono state rivolte insolenze, improperi e contumelie. Quando non veri e propri insulti; reo di aver fatto “mitopoiesi” e non informazione storica. A parer mio, tali “critici”, più opportunamente, avrebbero potuto (e dovuto) indirizzare i loro strali, verso ben altri obiettivi: nei confronti della storia “ufficiale”, quella sì mitizzata e, più spesso, falsa o comunque mistificata. Penso solo a come viene narrata la storia romana nei testi scolastici. E non mi riferisco alle fole sulla “fondazione” dell’Urbe, con le lupe, Romolo e Remo, Muzio Scevola e via via fantasticando. Mi riferisco ai Romani apportatori (ed esportatori) di civiltà e di progresso, sempre vincenti vittoriosi ed eroici. Come e da dove nasce tale “mitizzazione”? In modo particolare da Tito Livio, la principale “fonte” storica per secoli e secoli, ma ohimè, ancora per l’oggi. Livio intende la storia come diletto e ammaestramento che lo portano ad alterare le vicende storiche: di qui – per esempio – il prevalere degli interessi letterari e morali su quelli storici, soprattutto nella narrazione del periodo più arcaico. Livio è persuaso che quella di Roma fosse una storia provvidenziale, una specie di «storia sacra», quella del popolo eletto dagli dei. Deriva da questa convinzione la più attenta cura a far risaltare tutti gli atti e tutte le circostanze in cui la virtus romana abbia rifulso. Tutto ciò è chiaramente adombrato anche nel proemio della sua monumentale opera “Ab urbe condita” dove si insiste sul carattere tutto speciale del dominio romano, provvidenziale e benefico anche per i popoli soggetti: “Se a qualche popolo è opportuno permettere che circondi le proprie origini col fascino della sacralità e le attribuisca agli dei, è anche da rilevare che la maggior gloria del popolo romano in guerra è che, sebbene esso vanti particolarmente Marte come primogenitore suo e del suo fondatore Romolo, le nazioni della terra sopportino questo vanto con la medesima buona disposizione con cui si assoggettano al suo dominio”. Di qui l’impegno politico che porta Livio ad esaltare i grandi valori etici, religiosi e patriottici dell’antica Roma sulla base del “Tu regere imperio populos, Romane, memento” (Ricordati, Romano, che tu devi dominare gli altri popoli) e del “Parcere subiectis et debellare superbis” (Occorre perdonare chi si sottomette e sterminare chi osa resistere). Livio scrive dunque una storia “ideologica”, senza alcun rigore storico, con svarioni colossali e immani contraddizioni. Ci penserà lo storico Santo Mazzarino in tre monumentali volumi sul “Pensiero storico classico” (Ed. Laterza) a demitizzare tale storia “sacra”, sostenendo, alla luce di un enorme cumulo di documenti, di scoperte e di ritrovamenti archeologici che buona parte della storia romana – quella insomma che si studia a scuola – è stata inventata spesso di sana pianta, dagli storici latini e dai cronachisti di quel periodo. E ci penserà Ettore Paratore, che nella sua monumentale “Storia della Letteratura latina”,(Sansoni editore) scrive, in modo impietoso, che “chi volesse farsi un’idea precisa delle campagne militari romane attraverso Livio, finirebbe per non capire nulla” ( pagina 455). Ma tant’è: dalle scuole elementari alle superiori continuiamo a studiare favole e fole ma polemizziamo con Tozzi perché ha raccontato una civiltà nuragica ricca avanzata e prospera: che evidentemente entra in rotta di collisione con la Sardegna nuragica, povera e arretrata dei Sardi autodileggiatori. E autolesionisti.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Aa

Carlo Felice

Carlo Felice? Per uno storico sardo ha fatto anche cose buone

16 Novembre 2020

[Francesco Casula]

Sulla Nuova Sardegna del 9 novembre scorso, il valente storico cagliaritano Gian Giacomo Ortu polemizza con i promotori del Comitato “Spostiamo la statua di Carlo Felice” con qualche sciocchezza.

Segno che non conosce l’iniziativa né i protagonisti. L’iniziativa sarebbe una “parodia di manifestazione iconoclasta”. In realtà non è né parodia e tanto meno iconoclasta. I protagonisti di tale proposta sarebbero “militanti di area sardista”. Di grazia, tale informazione, da quale archivio storico l’ha tratta? Non interessa probabilmente a nessuno, ma perché l’esimio accademico non ripeta simili sciollorius deve sapere che i promotori del Comitato appartengono a varie aree politico-culturali: liberaldemocratica, sinistra (segnatamente quella radicale) e indipendentista. Manca solo l’area politica di destra e quella neosabauda (magari mascherata di progressismo). E’ quella di Ortu? Ma veniamo al merito dell’articolo. Bontà sua, prof. Ortu scrive che i sovrani sabaudi non sono stati per la verità “mai eccelsi”. Caspita che valutazione! A mio parere invece furono proprio “eccelsi”: ma solo nelle malefatte. Penso a Umberto I, ribattezzato dagli anarchici Re mitraglia. Tale figuro premiò il generale stragista Fiorenzo Bava Beccaris non solo insignendolo della croce dell’Ordine militare dei savoia ma anche nominandolo senatore, in virtù di una portentosa impresa: nel 1898 (8 e 9 maggio), le sue truppe “spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più di 400” (Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461). E fu altresì eccelso, per i disacatos (misfatti) e le titulias (infamie) di cui si macchiò un altro tiranno sabaudo: Sciaboletta, (alias Vittorio Emanuele III): prima e seconda guerra mondiale, fascismo e leggi razziali: basta? Ma veniamo a Carlo Felice: Ortu scrive che non fu il peggiore. Avrebbe fatto anche cose positive: ”a lui si deve la Fondazione della Reale Società: Agraria ed Economica”. Perdinci! Si dimentica però il noto accademico di raccontarci quali magnifiche e progressive sorti di prosperità e sviluppo nell’Isola avrebbe apportato tale “reale Società”! E il Carlo Felice tiranno ottuso, feroce,ultrareazionario e famelico? Nella sua furia staoiatrica e fusionista, lo storico Ortu, è silente su tale tiranno: invece questo è il problema! Hic Rhodus, hic salta! Come tace sui misfatti dei Savoia. Perché? Ma perché hanno fatto l’Italia unita! Di qui gli improperi contro i promotori dello spostamento della statua il cui scopo sarebbe “non di fare i conti con la storia ma di alimentare spiriti e umori scissionisti nei confronti della nostra difettosa ma irrinunciabile Repubblica”! Continui pure Ortu nelle sue contumelie: noi continueremo a batterci perché la statua venga rimossa: per motivi culturali, etici, civili. Le statue si dedicano a sas feminas e a sos omines de gabbale che hanno fatto il bene del proprio popolo, non si dedicano ai propri carnefici. Non si dedicano a uno come Carlo Felice che è stato, fra tutti i dieci re sabaudi, che hanno sgovernato la Sardegna dal 1720 al 1946, il più ottuso, il più reazionario, il più famelico, il più sanguinario. Ottuso, non è solo il giudizio di Raimondo Carta Raspi (Storia della Sardegna): ma anche quello di Pietro Martini (filomonarchico e filosabaudo), che scriverà testualmente: “Era alieno dalle lettere e da ogni attività che gli ingombrasse la mente” (Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816). Carlo Felice è fra tutti i re sabaudi il più reazionario. Lo scrive il già citato Carta-Raspi: ”Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione”. E lo sostiene anche Martini “Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese (Leggi Carlo Felice, nda), la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co¬sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”. Ancora sulla stessa linea il Carta-Raspi :”Nei consigli del principe prevaleva il principio del terrore e dell’arbitrio senza limiti”. Terrore pubblico dunque riuscì a creare Carlo Felice agendo sempre con arbitrio senza limiti: da re come da viceré. Si deve a lui la repressione violenta, con l’assassinio di Francesco Cilocco e Francesco Sanna-Corda o l’impiccagione dei martiri e patrioti di Palabanda. Ma secondo me la cosa peggiore persino della sua ferocia è un’altra: la famelicità. I Savoia, cacciati da Napoleone, come esuli arrivano in Sardegna nel 1799, senza mutande, dicono gli storici. La prima operazione che fanno è di triplicare il donativo, le tasse regie, che passano da 200.000 lire sarde a 600.000 lire sarde: scuoiando ancor più ferocemente i Sardi. In un momento storico in cui, siamo all’inizio dell’800, le annate di siccità, si aggiungono a crisi agrarie e si sommano a malattie di ogni tipo e alle invasioni barbaresche. La popolazione muore letteralmente di fame e di sete e decine di migliaia di bambini muoiono di vaiolo. Carlo Felice si becca 40.000 lire sarde, il fratello, il Duca di Moriana altrettante. Morto giovane, le sue 40.000 lire se le prende Carlo Felice, quando quei soldi sarebbero dovuti ritornare alla tesoreria regia. Bene: per questi suoi comportamenti, per le sue scelte e azioni: insomma per le infamie consumate ai danni dei Sardi, la statua a lui dedicata ed eretta nella Piazza Yenne a Cagliari, deve essere dunque spostata. Da più parti mi è stato obiettato che spostare la statua significherebbe “abolire la storia”. Risponde a questa obiezione, con competenza e saggezza una ricercatrice di storia dell’Università di Cagliari, Valeria Deplano:” Le statue, come i monumenti commemorativi, o la toponomastica, non sono “la storia”, ma uno strumento attraverso cui specifici personaggi o eventi storici, accuratamente selezionati, vengono celebrati; nella maggior parte dei casi – non sempre – sono le istituzioni, in particolare quelle statali, a scegliere chi o che cosa sia degno di essere ricordato e celebrato. Si tratta di un’operazione centrale per la costruzione di una narrativa nazionale funzionale alla visione del potere stesso: il modo con cui si sceglie di ricordare il passato e di celebrarlo infatti influisce sul modo con cui gli individui e le comunità guardano il mondo, sé stessi e gli altri. Questo vale ovunque, e in qualunque epoca”. Occorre dunque distinguere fra la storia e gli spazi che, a futura memoria, i tiranni sabaudi si sono riservati per continuare ad affermare il loro dominio, almeno simbolicamente. Quella statua sta lì a “segnare” e “marchiare” il territorio, a dirti, dall’alto, che lui è il regnante e tu sardo, sei ancora suddito, unu tzeracu. Dunque devi continuare a omaggiarlo, a riconoscerlo come tale. Egli simboleggia ancora il potere, il dominio, come simboleggiano il potere e il dominio le vie dedicate ai Savoia. Ecco perché, insieme alla statua devono essere rimosse anche le Vie. Con buona pace di Ortu.

Il 30 ottobre del 1812 La (tentata) Rivolta (non congiura) di Palabanda


Di congiure è zeppa la storia. Da sempre. Da Giulio Cesare a John Fitzgerald Kennedy. Particolarmente popolato e affollato di congiure è il periodo rinascimentale italiano, nonostante gli avvertimenti di Machiavelli secondo cui “le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina li coniurati”. Ed anche il “Risorgimento”. Esemplare la congiura di Ciro Menotti nel gennaio del 1831 ordita attraverso intrighi con Francesco IV d’Austria d’Este, dal quale sarà poi tradito e mandato al patibolo. Congiura che però sarà ribattezzata “rivolta”, “Moto rivoluzionario”. Solo una questione lessicale? No: semplicemente ideologica. Quella congiura, perché di questo si tratta, viene “recuperata” e inserita come momento di quel processo rivoluzionario, foriero – secondo la versione italico-patriottarda e unitarista – delle magnifiche e progressive sorti del cosiddetto risorgimento italiano. Così, una “congiura” o complotto che dir si voglia diventa un tassello di un processo rivoluzionario, esclusivamente perché vittorioso. Mentre invece – per venire alla quaestio che ci interessa – la Rivolta di Palabanda viene ridotta e immiserita a “Congiura”. E con essa diventano “Congiure”, ovvero cospirazioni di manipoli di avventurieri che con alleanze e relazioni oblique con pezzi del potere tramano contro il potere stesso. Questa categoria storiografica, che riduce le sommosse e gli atti rivoluzionari che costelleranno più di un trentennio di rivolte: popolari, antifeudali e nazionali a fine Settecento in Sardegna a semplici congiure è utilizzata non solo da storici reazionari, conservatori e filosabaudi come il Manno o l’Angius. Ad iniziare dalla cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794: considerata “robetta” e comunque alla stregua di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. A questa tesi, ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda e non sospettabile di simpatie sardiste e nazionalitarie, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data da storici filosavoia come Giuseppe Manno o Vittorio Angius (l’autore dell’Inno Cunservet Deus su re) che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi, appunto alla stregua di una congiura. “Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». “Insistere sulla congiura – cito sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni” 1. Secondo Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni. Ma veniamo a Palabanda. Si parla di rivalità a corte fra il re Vittorio Emanuele I sostenuto da don Giacomo Pes di Villamarina, comandante generale delle armi del Regno e il principe Carlo Felice sostenuto invece dall’amico e consigliere Stefano Manca di Villahermosa, che aveva un ruolo di rilievo nella vita di corte. Ebbene è stata avanzata l’ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l’azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l’ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice. E’ questa l’ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: ”La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l’una per sistema discreditava l’altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceregali. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti”2 Pressoché identica è l’ipotesi di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: ”Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l’ultima dal marchese di Villahermosa, l’altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice”3 . Si tratta di ipotesi poco plausibili. Ora occorre infatti ricordare in primo luogo che il Villahermosa, era anche legato al re tanto che il 7 novembre 1812, pochi giorni dopo i fatti di Palabanda, gli avrebbe affidato l’attuazione del piano di riforma militare. In secondo luogo non possiamo dimenticare che Carlo Felice, ottuso crudele e famelico, sia da principe e vice re che da re, era lungi dall’essere favorevole ai Sardi – come scrive Natale Sanna – che poi però aggiunge “era all’oscuro di tutto”4 . Ricorda infatti Francesco Cesare Casula5. che Carlo Felice sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all’Isola “l’ordine pubblico” e il rispetto dell’Autorità. E comunque non poteva essere l’uomo scelto dai rivoluzionari persecutore com’era soprattutto dei democratici e dei giacobini. In terzo luogo che bisogno c’era di una congiura per intronizzare Carlo Felice? In ogni caso a lui la corona sarebbe giunta prima o poi di diritto poiché il re non lasciava eredi maschi ed egli era l’unico fratello vivente. Quando la Quadruplice Alleanza aveva conferito il regno di Sardegna a Vittorio Amedeo II, una clausola prevedeva che il regno sarebbe ritornato alla Spagna nel caso che il re e tutta la Casa Savoia rimanesse senza successione maschile. Scrive Lorenzo Del Piano a proposito delle ipotesi di legami e rapporti fra “i congiurati” di Palabanda con ambienti di corte e addirittura con l’Inghilterra e con la Francia: “Se dopo un secolo di indagini non è venuto fuori nulla ciò può essere dovuto, oltre che a una insanabile carenza di documentazione, al fatto che non c’era nulla da portare alla luce e che quello della ricerca di legami segreti è un problema inesistente e che comunque perde molto della sua eventuale importanza se invece che a romanzesche manovre di palazzo o a intrighi internazionali si rivolge prevalente attenzione alle forze sociali in gioco e alle persone che le incarnavano e cioè agli esponenti della borghesia cittadina che era riuscita indubbiamente mortificata dalle vicende di fine settecento e che un anno di gravissima crisi economica e sociale quale fu il 1812, può aver cercato di conquistare, sia pure in modo avventuroso e inadeguato il potere politico esercitato nel 1793-96”6 . Non di congiura dunque si è trattato ma di ben altro: dell’ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali. Segnatamente la rivolta di Palabanda, per essere compresa, abbisogna di essere situata nella gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 una forte siccità e un rigido inverno causarono nell‘Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità. Cosa è stato il dramma de su famini de s’annu doxi, sono storici come Pietro Martini, a descriverlo con dovizia di particolari: L’animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell’anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l’isola fu a tale condotta che peggio non poteva. Ricorda quindi che la “strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d’acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando” 7. Mentre Giovanni Siotto Pintor scrive: ”Durarono lungamente le tracce dell’orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell’inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d’uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l’agricoltura. Ed a tacer d’altro, il sistema tributario viepiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici” 8. E ancora il Martini descrive in modo particolareggiato chi si arricchisce e chi si impoverisce in quella particolare temperie di crisi economica, di pestilenze e di calamità naturali: ”Oltreché v’erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s’erano del sangue de’ poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a’ miseri incalzati dalla fame s’appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all’ultimo gradino, gli altri d’inedia e di stenti morivano” 9. Giovanni Siotto Pintor inoltre per spiegare le cagioni del tentativo di rivolgimento politico che meditavasi a Cagliari, allarga la sua analisi rispetto al Martini e scrive che “La Sardegna sia stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricola, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell’isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell’impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali…In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d’onesto vivere…i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico…Ondechè, scaduti dall’antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano…Superfluo è il discorrere della plebe…Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l’elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s’introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell’isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni”10. E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l’importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi. Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive Girolamo Sotgiu – che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila”11. Così succedeva che “Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta”12 . Questi i corposi motivi, economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali alla base della Rivolta di Palabanda. Che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall’esempio di Giovanni Maria Angioy. Borghesia composta da commercianti e piccoli imprenditori che si lamentavano perché “gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina” 13. Per non parlare della miseria del popolo: nei quartieri delle città e nei villaggi delle campagne, dove la vita era diventata ancora più dura dopo che la siccità aveva reso i campi secchi, con “contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa”14. E così “cresceva l’odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento” 15. Di qui la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l’orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni). Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti studenti e militari : “Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri…dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito” 16. Bene: ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e a intrighi di corte mi pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia. Note bibliografiche 1. Girolamo Sotgiu, L’Insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AM&D Cagliari, 1995. 2. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 233-234. 3. Pietro Martini, Compendio della storia di Sardegna, Ed. A. Timon, Cagliari 1885, pagina 70. 4. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume III, Editrice Sardegna, Cagliari 1986, pagina 413. 5. Francesco Cesare Casula, Il Dizionario storico sardo, Carlo Delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330. 6. Vittoria Del Piano (a cura di), Giacobini moderati e reazionari in Sardegna, saggio di un dizionario biografico 1973-1812 , Edizioni Castello, Cagliari, 1996, pagina 30. 7. Pietro Martini,Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagine 60-61 8. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, op. cit. pagina 222. 9. Pietro Martini, Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagina 61. 10. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 229-230. 11.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda (1720-1847), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 252. 12, Ibidem, pagine 252-253. 13. Ibidem, pagina 253. 14. Maria Pes, La rivolta tradita, CUEC,Cagliari 1994, pagina119 15. Ibidem, pagina 120. 16. Ibidem, pagina 151.
 
 
di Francesco Casula

Il risveglio identitario nel Pianeta.

 di Francesco Casula
Solo fino a qualche decennio fa sembrava vittoriosa su tutti i fronti l’ideologia, vacuamente ottimistica e credente nelle magnifiche sorti e progressive, tutta basata su uno sviluppo materiale illimitato, che avrebbe dovuto eliminare le nazionalità marginali, le diversità linguistiche e culturali, bollate sic et simpliciter come primordiali, quando non veri e propri residui e cascami del passato. Sull’altare di tale progresso, segnato dall’orgia neoliberista e dunque dal furore del denaro e del consumo, scandito dalla semplice accumulazione di beni materiali e fondato sulla onnipotenza della tecnostruttura – di cui parla Jean Braudillard – ovvero sulla tecnologia e gli apparati di dominio politico, si è sconquassato il territorio, devastato l’ambiente, compromettendo forse in modo irreversibile gli equilibri dell’ecosistema e nel contempo sono state sacrificate e distrutte culture, risorse artistiche, codici. Si è trattato e si tratta – perché il perverso e diabolico processo, sia pure oggi messo in discussione continua – di una vera e propria catastrofe antropologica, se solo pensiamo a quanto ci rende noto il Centro studi di Milano “Luigi Negri”, secondo il quale ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettante civiltà, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili. Con questo ritmo, persino i più ottimisti fra i linguisti – ricordo per tutti Claude Hagè – prevedono che tra appena cento anni la metà delle sei/settemila lingue ancora oggi parlate nel pianeta oggi, scomparirà. Il pretesto e l’alibi di tale genocidio è stato che occorreva trascendere e travolgere le arretratezze del mondo “barbarico” – per noi Sardi “barbaricino” – le sue superstizioni, le sue “aberranti” credenze, i suoi vecchi e obsoleti modelli socio-economico-culturali, espressione di una civiltà preindustriale e rurale, considerata ormai superata. I motivi veri sono invece da ricondurre alla tendenza del capitalismo e degli Stati – e dunque delle etnie dominanti – a omologare in nome di una falsa “unità”, della globalizzazione dei mercati, della razionalità tecnocratica e modernizzante, dell’universalità cosmopolita e scientista, le etnie marginali e con esse le loro differenze, in quanto portatrici di codici “altri”, scomodi e renitenti, ossia reverdes (ribelli). Quella “unità”, di cui parla lo scrittore Eliseo Spiga nel suo suggestivo e potente romanzo, Capezzoli di pietra (Zonza Editori): “Ormai il mondo era uno. Il mondo degli incubi di Caligola. Un’idea. Una legge. Una lingua. Un’eresia abrasa. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Un nuragico bruciato. Un barbaricino atrofizzato. Un’atmosfera lattea. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda. Città villaggi campagne altipiani nazioni livellati ai miti e agli umori di cosmopolis”. Che vorrebbe un solo mondo (One world), e per di più un mondo uniforme, “l’odiosa, omogenea unicità mondiale”, l’aveva chiamata David Herbert Lawrence in Mare e Sardegna; anzi una sfera rigida e astratta nell’empireo e non invece tanti mondi, ciascuno col proprio movimento e con un suo essere particolare e inconfondibile. Quell’unità e quel pensiero “unico” che – ha scritto a questo proposito il poeta Nichi Vendola, già parlamentare europeo e leader politico – “abolisce le stagioni, sospende il tempo, rende insignificante il contrasto fra il caldo e il freddo, ammutolisce la politica, mette al bando l’idea stessa del cambiamento”. Omologando destra, sinistra e centro; annullando progressivamente le specificità; ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione le identità politiche, sociali, etniche. Oggi, dicevo, fortunatamente, sia pure con difficoltà e lentamente, inizia ad affermarsi la convinzione e la consapevolezza che la standardizzazione e l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Di qui la necessità della valorizzazione e dell’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo/persona incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali. Su queste problematiche è stata già prodotta una vera e propria “letteratura” a livello mondiale: penso a economisti come Jeremy Rifkin o a scienziati e teorici dell’ecologia sociale come Vandana Shiva, indiana, che in Sopravvivere allo sviluppo denuncia le distorsioni irreparabili della globalizzazione capitalistica, scrivendo che: “le necessità materiali dei poveri potranno essere soddisfatte soltanto quando l’economia naturale e le economie di sussistenza saranno robuste e resilienti. Per garantire che lo siano dobbiamo farla finita con l’ossessione per l’economia del mercato globale e per la ricchezza. La crescita finanziaria che distrugge la natura è la formula per aumentare la povertà e per degradare ancor più l’ambiente”. O penso all’italiano Enzo Tiezzi che in Tempi storici e tempi biologici ci ricorda i limiti oggettivi delle risorse naturali – soprattutto energetiche – e quindi dello sviluppo, l’era del “mondo finito” di cui parlava Paul Valery. O a Levi-Strauss e Joseph Rothscild che in Il pensiero selvaggio il primo e in Etnopolitica il secondo denunciano la distruzione e/o devastazione delle culture (e delle economie) deboli. O ancora al teorico marxista e terzomondista Samir Amin che il La teoria dello sganciamento prospetta la necessità di fuoruscire dal sistema occidentalista. O penso ancora all’americano Alvin Toffler che in La terza ondata sostiene la crisi dell’industrialismo e la necessità di una nuova civiltà, non più basata sulla concentrazione-centralizzazione-standardizzazione-omologazione. O penso al francese Alain Touraine, un maestro della sociologia contemporanea, che in Critica della modernità (il Saggiatore, Milano, 1993) sostiene che è necessario ascoltare la volontà degli individui di essere protagonisti della propria esistenza. Ovvero la voce del soggetto che è all’origine dell’epoca moderna non meno della ragione e del mercato. La modernità infatti deve essere il risultato della complementarietà e opposizione fra l’attività della ragione, la liberazione del soggetto e il radicamento nel proprio corpo, nella propria cultura e nelle proprie tradizioni. O penso persino a Giulio Tremonti, che sia pure da un versante culturale e politico molto diverso rispetto agli intellettuali citati, è molto critico nei confronti di una globalizzazione che ha prodotto disoccupazione e bassi salari, crisi finanziarie, rischi ambientali e pericolose tensioni internazionali. Tanto da fargli scrivere – in La paura e la speranza (Mondatori editore, Milano, 2008) – che : “E’ finita la fiaba del progresso continuo e gratuito. La fiaba della globalizzazione, la «cornucopia» del XXI secolo” (pag.5) e nel contempo occorre valorizzare: il valore proprio delle riserve della memoria…, le consuetudini familiari e municipali, le esperienze di vita, i retroterra arcaici e umorali, le diversità, i vecchi valori e le « piccole patrie »,. In una parola le nostre “radici”. Inaridirle, strapparle, equivarrebbe a staccarci dalla nostra anima e dalla nostra coscienza. Perché certo le radici da sole non bastano. Ma senza le radici non si sta in piedi (pag.75”). Persino un giovane scrittore di successo, Edoardo Nesi vincitore del Premio Strega 2011, con il romanzo Storia della mia gente, (Bompiani editore) riferendosi alle magnifiche e progressive sorti della globalizzazione scrive: “Queste fandonie ottimistiche non rappresentavano che i corollari della favola bella che ogni giorno, per anni, ci era stata raccontata dai giornali, dalle televisioni, dalle radio, e che voleva il mondo ormai spiegato, risolto, uno: il mondo di Bono Vox, un incubo distopico in cui le differenze tra le persone e gli stati – le sacrosante, ferree differenze storiche, economiche, culturali, religiose, linguistiche fra persone e paesi distanti migliaia di chilometri e figlie di storie e culture completamente diverse – si sarebbero stemperate prima e dissolte poi in una dorata utopia in cui tutti gli abitanti del mondo sarebbero stati cittadini di un unico impero, sedati dalla pubblicità e imboniti dalla televisione, clienti perfetti del paradiso delle multinazionali perché indottrinati ad avere gli stessi gusti, consumatori felici di mangiare ovunque lo stesso hamburger senza sapore, di vedere gli stessi film senza storia e di sentire la stessa musica di plastica, di passare le giornate a chiacchierare di nulla su internet e di non leggere neanche un libro, di mettersi addosso la stessa pallida imitazione di moda e di parlare tutti la stessa lingua senza però avere più nulla da dire”. E’ dentro quest’universo di contestazioni e insieme di proposte plurali che da anni è in atto nell’intero Pianeta un forte e ubiquitario risveglio etno-identitario, in cui convergono soprattutto nazioni senza stato, partiti e sindacati etnici, l’ambientalismo sociale, culture alternative, gruppi e comunità locali. Scrive a questo proposito la psichiatra Nereide Rudas (in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pag.17-18): “Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri-mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel¬l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af¬ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti. È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui”. Tale risveglio etno-identitario, non si pone come fenomeno passatista e nostalgico rispetto a un passato che non c’è più ma come fenomeno moderno e postindustriale: come protesta e lotta contro gli Stati, accentrati e oppressori delle minoranze nazionali, coattivamente e, spesso violentemente incorporate. E si pone dunque come rivendicazione e proposta perché le minoranze, le nazionalità marginali e le etnie vengano riconosciute e valorizzate nelle loro identità: da quelle politiche a quelle storiche e culturali, da quelle economiche e produttive a quelle ambientali, geografiche, alimentari. Ce lo ricorda Cesare Pavese nella prefazione a Moby Dich, romanzo dello scrittore e poeta statunitense Herman Melville, da lui tradotto in Italiano quando scrive scrive:”Avere una tradizione è men che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla”. E con un aforisma affilato e fulminante, il compositore austriaco Gustav Mahler in qualche modo integra Pavese stesso, scrivendo che “La tradizione deve essere considerata come rigenerazione del fuoco e non come venerazione delle ceneri”.

Identità e lingua

La Lingua essendo la più forte ed essenziale componente del patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari, sta a fondamento – scrive Giovanni Lilliu –dell’identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazionalità e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea. Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza. Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione. Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere. L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché,: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologatie dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze? Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica. Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato e mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.
 

di Francesco Casula

NEOBORBONICO!

NEOBORBONICO!
di Francesco Casula
Un’accademica cagliaritana mi ha voluto deliziare con un grazioso epiteto: Neoborbonico!
E mi pare giusto e opportuno, da parte sua. Anche in virtù del ruolo che ricopre. Presiede infatti un Ente, di derivazione monarco-fascista, che puntualmente si oppone a qualunque richiesta di cambio delle Vie, decisa dalle Amministrazioni comunali.
Richiesto infatti il parere in merito, dalle Prefetture che devono “autorizzare” per legge “ la denominazione di nuove strade e piazze pubbliche
o il cambiamento di denominazione di strade o piazze pubbliche” l’Istituto della esimia accademica, regolarmente e puntualmente, oppone il suo diniego, il suo NON LICET, perentorio: sempre e comunque.
E i Prefetti si adeguano!
Le mie critiche, rigorose e puntuali a tale Ente, dannoso funesto e liberticida: che viola violenta e comprime regolarmente la sovranità popolare espressa democraticamente dai Comuni; e insieme le posizioni che esprimo nel mio libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, devono aver spinto l’accademica a affibbiarmi quell’epiteto.
Non nuovo per la verità.
Tale epiteto fu rivolto infatti anche a una serie di intellettuali e storici che agli inizi degli anni ’70 avevano osato mettere in dubbio le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento, compresa la “liberazione” del Sud dai Borboni.
Mi riferisco in modo particolare a Nicola Zitara1, che con alcuni intellettuali fra cui, Anton Carlo e Carlo Capecelatro2 – chiamati “nuovi meridionalisti”, – iniziò una revisione del “vecchio meridionalismo” e dell’intera “Questione meridionale” dissacrando quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista del Risorgimento; mettendo in dubbio e contestando la bontà dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e al centro aveva sempre ritenuto, che tutto si poteva criticare in Italia ma non l’Italia Unita e i “Savoia Boia”4.
Nel mio saggio sui tiranni sabaudi, anche sulle orme dei “Nuovi meridionalisti”, denuncio e documento “di che lacrime grondi e di che sangue” quell’Unità: con la Sardegna viepiù ridotta a colonia, scuoiata e massacrata dalle tasse, spogliata delle sue risorse minerarie, rasa al suolo nei suoi boschi, deprivata della sua lingua e della sua storia. Con i Meridionali, derubati delle loro risorse, internati nei campi di concentramento e sterminati: moriranno più persone nel Sud, con la brutale guerra di conquista del Piemonte, che durante tutte le “Guerre di Indipendenza”, scriverà Joyce Lussu, la colta e battagliera moglie di Emilio Lussu.
Da queste mie posizioni l’illustre accademica dedurrà che sono Neoborbonico.
Voglio avvertire Erri De Luca, valente giornalista, scrittore e poeta italiano, che recentemente ha scritto: Garibaldi ha invaso Napoli, non l’ha liberata4. Se lo viene a sapere la Nostra, bollerà anche lui di neoborbonismo.

Note Bibliografiche
1.. Nicola Zitara, L’Unità d’Italia. nascita di una colonia, Jaca Book, Milano, 1971; Il proletariato esterno, Jaca Book , Milano, 1972; Memorie di quand’ero italiano, Ed. Città del Sole, Reggio Calabria, 2013.
2.Anton Carlo/Carlo Capecelatro, Contro la Questione Meridionale, Ed. Savelli, Roma 1972.
3. Savoia Boia – l’Italia unita come non ce l’hanno raccontata, è il titolo di un libro di Lorenzo Del Monaco, scrittore e giornalista di valore (per 11 anni è stato presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti).
Il libro è edito da PIEMME, Milano, 2018).
4.In Napòlide e riportato da Unione Mediterranea sulla propria pagina Facebook.