I Fenici in Sardegna

I FENICI IN SARDEGNA
A cura di Francesco Casula
Quando
Fra il 900/800 a,C., esattamente nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, la Sardegna è oggetto di attenzione da parte di altre popolazioni mediterranee: da parte dei Fenici (mentre la Sicilia da parte dei Greci).

Chi sono (e nome)
Sono popolazioni semitiche e il nome deriva da phoinix (porpora in greco) con cui coloravano pregiate stoffe di lana e lino di cui avevano il monopolio e che ottenevano da una particolare tipo di conchiglia marina chiamata mùrice (dal latino murex-murici=mollusco).

Da dove vengono
Dal Libano: una striscia di terra fra montagne e Mediterraneo orientale.Una popolazione che dal secondo millennio fino al 1200 è tributaria dei faraoni.

Sono grandi navigatori
Con l’anno mille iniziò il loro periodo d’oro quando da esperti marinai e navigatori affrontano per primi la navigazione notturna in mare aperto orientandosi per mezzo delle stelle.

Le città fenicie
Iniziarono a fondare molte città: Sidone (sud del Libano), Beirut (l’odierna capitale), Tiro, Acco, Biblo. E iniziano a percorrere le vie del Mediterraneo in lungo e in largo per vendere (conoscevano infatti la moneta) il loro fiorente artigianato: ceramiche, vetri, gioielli (in argento e oro), stoffe, unguenti.

Le città mediterranee
Arrivarono a Cipro (città di Kition), Creta (isola greca), a Cadice e Ibiza (Spagna), nell’Africa del Nord a Utica in Tunisia e Lixus o Lisso in Marocco.

900/800
Arrivano in Sardegna, attratti dalla fertilità del suolo e dalle ricchezze minerarie. Inizialmente vista come scalo e porti nei loro viaggi che duravano un anno.

Sardegna del sud
Fondano le città di
Karalis: specie per i rapporti con l’interno in cui confluivano i minerali;
Nora:n dove aveva sede il Governatore militare;
Bithia (Chia-Spartivento)
Sulcis (Sulkis-Sant’Antioco), punto di riferimento per il traffico mediterraneo. Da tener presente che l’impero romano non esiste ancora, Roma sarà fondata il 21 aprile del 753 mentre Cartagine è stata fondata, dai Fenici stessi, nell’840 a. C.
In seguito verranno fondate queste altre città nell’Oristanese:
Tharros (15 Km da Oristano); Othoca (l’odierna Santa Giusta), Cornus (la città di Amsicora).
E ancora Neapolis (Santa Maria di Nabui-Guspini) e persino Bosa.
Occorre però ricordare che sulla fondazione di queste città da parte dei Fenici ci sono dubbi: qualche storico avanza l’ipotesi che fossero preesistenti al loro arrivo.
Per esempio a proposito di Bosa il linguista Massimo Pittau scrive: “L’esistenza di quel nuraghe, assieme con altri tre situati nell’agro di Bosa, chiamati rispettivamente di Albaganes, Furru e Zarra, costituisce una prova chiara e sicura che Bosa, contrariamente a quanto si è pensato e detto finora, non è stata fondata dai Fenici o dai Cartaginesi, bensì è di origine sardiana o nuragica”(Toponimi della Sardegna – Significato e origine – I Macrotoponimi -EDES, Sassari 2011, pag. 790).

Rapporti pacifici? Inizialmente.
Inizialmente, probabilmente, i rapporti fra i Sardi e i Fenici sono stati pacifici e collaborativi. Basati soprattutto sullo scambio di prodotti: i Fenici scambiavano le loro raffinate ceramiche, i vasi di olio profumato, unguenti, porta torce di bronzo. Insieme sollecitano i Sardi a coltivare l’ulivo e la palma, migliorare le tecniche di produzione del sale, sviluppare la pratica della pesca, sfruttare i giacimenti minerari.

Rapporti sempre meno pacifici e dipendenza.
Con il passare del tempo peggiorano: i Fenici si pongono il tramite fra i Sardi e i popoli rivieraschi, trattenendo il surplus creato dal lavoro dei Sardi, sfruttando il sottosuolo (miniere) e soprasuolo (cereali, specie grano), iniziando la deforestazione dell’Isola e “occupando” di fatto il nostro mare.

La talassofobia: la paura e i terrore del mare del mare.
Nasce con l’arrivo dei Fenici la paura, il terrore del mare che caratterizzerà i Sardi storicamente. Recita unu diciu sardu: furat chie benit dae su mare. (Recita un detto sardo: ruba chi viene dal mare). Ma noi sappiamo che non sempre è stato così.
I Sardi durante il periodo nuragico erano “navigatori” in tutto il mediterraneo. Fra gli altri, lo riferisce lo storico e geografo Strabone. Ma a testimoniarlo basterebbero le decine e decine di bronzetti nuragici, che rappresentano navicelle e barche, rinvenuti nei santuari, nelle tombe o nei nuraghi. O gli antichi guerrieri nuragici istoriati sui templi di Karnak e Luxor in Egitto, a testimoniare la partecipazione degli Shardana alla guerra dei Popoli del mare (insieme ai Lidi, Lici, Siculi e Filistei) contro gli Ittiti prima e i faraoni dopo.
L’arrivo dei Fenici prima ma soprattutto – vedremo –dei Cartaginesi e dei Romani dopo, creeranno nei Sardi la talassofobia.

Presenza fenicia dei Tofet (secolo VIII).
A Tharros come a Nora e nel Sulcis (ma anche in Sicilia e Cartagine) ci sono i Tophet fenici: santuarii all’aria aperta dedicati alla dea Astarte (Afrodite). Si tratta di spazi delimitati da un muro dove venivano deposte delle urne che contenevano resti di bambini e animali inceneriti.

Religione fenicia
Dal punto di vista religioso, secondo i Fenici, (ma anche di moltissimi altri popoli, fra questi anche i Sardi) la vita terrena si prolungava all’interno delle tombe. Di qui l’uso di lasciare cibi e bevande. Vi era inoltre l’uso di sacrifici di bambini offerti al dio Baal e alla dea Tanit.

Stele di Nora e scrittura: tradizionalisti e innovatori a confronto.
La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria (alto 105 cm, largo 57) recante un’iscrizione che tradizionalmente da molti studiosi è considerata la prima apparizione in Sardegna della scrittura, che si ritiene eseguita in alfabeto fenicio.
Fu rinvenuta nel 1773 inglobata in un muretto a secco di un vigneto in prossimità dell’abside della chiesa di sant’Efisio a Pula,
Il ritrovamento fuori dal suo contesto archeologico originale limita al suo contenuto le informazioni ricavabili dal documento. Conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svelerebbe il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro: la sua datazione oscillerebbe tra i secoli IX e VIII a.C. Il documento epigrafico è stato pubblicato all’interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144.
Uno degli studiosi che sostenne che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici” è stato l’archeologo inglese Donald Harden nell’opera “The Phoenicians” (pubblicata nella versione italiana nel 1964 dall’Editore Il Saggiatore di Milano, con traduzione di Irene Giorgi Alberti).
Oggi alcuni studiosi mettono in discussione tale tesi: fra l’altro sostenendo che i Nuragici conoscevano la scrittura.
Ad iniziare dal nuorese Aldo Puddu che (in Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda,Chimbe iscenas chin Isterrida e Tancada- 5 Atti bilingui, con prologo e Epilogo, Editziones de Sardigna, Nuoro, 2002) contesta l’assunto, più volte ribadito da Harden, che la lingua fenicia abbia dato origine alla scrittura sillabica. Ma la polemica riguarda soprattutto l’affermazione dell’archeologo inglese secondo cui – come risulta dal passo contenuto nel capitolo VIII dell’opera dell’Harden già citata – “In Sardegna, le iscrizioni più antiche sono quelle sulla pie¬tra di Nora”. Iscrizioni che risalirebbero al secolo IX.
In realtà, secondo Puddu, la Stele di Nora risalirebbe al secolo 1300 a.C. e dunque non avrebbe niente a che fare con i Fenici che arriveranno in Sardegna quattro secoli dopo. Non solo: la scrittura sillabica sarebbe stata inventata dai Lidi e non dai Fenici.
Nei testi scolastici ufficiali continuiamo a leggere che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici”: esattamente come sostiene Donald Harden.
Da anni però – dicevamo– alcuni studiosi sardi hanno iniziato a mettere in discussione la storiografia ufficiale sostenendo che la scrittura sillabica in Sardegna era nota molti secoli prima: la conoscevano infatti e l’utilizzavano i Nuragici.
A sostenere tale tesi è – oltre ad Aldo Puddu – soprattutto lo studioso oristanese Gigi Sanna che si occupa con una rigorosa e ormai decennale ricerca sull’interpretazione di antichissimi documenti di scrittura rinvenuti in Sardegna e non solo. Egli è così arrivato alla conclusione (documentata in modo particolare nell’opera Sardoa Grammata,Editrice s’Alvure, Oristano, 2004) che i Nuragici conoscessero, utilizzassero e leggessero la scrittura.
“La Stele di Nora – scrive Gigi Sanna – è, insieme alle tavolette di Tzricotu (con le quali condivide chiari identici ‘principii’ e modalità di scrittura), un bellissimo documento attestante il ruolo dell’altissima e raffinatissima scuola scribale nuragica della Sardegna della fine del Secondo Millennio a.C., non di quella “fenicia”. Lo dimostrano, senza margini di dubbio, le recenti scoperte della scrittura e della lingua nuragica; il rinvenimento di testi (come quello dei “cocci” nuragici di Orani) con segni alfabetici e contenuto identici a quelli della stele norense; la rilettura del documento in base a nuove stupefacenti scoperte epigrafiche ( i due “shalam” laterali, individuati dalla dott. Alba Losi dell’Università di Parma nella primavera di quest’anno), scoperte che spingono nella direzione di due letture aggiuntive rispetto alla “normale” lettura retrograda; la conferma dell’esistenza di una scrittura nuragica “numerica” a rebus, che dà un significato eccezionale nella storia della scrittura (anche perché del tutto imprevedibile) al documento; l’inopinata comparsa del nome di un “santo” nuragico, oggi santo celeberrimo cristiano dell’Isola, alla fine della scritta, che fa scendere definitivamente dal piedestallo il falso Pumay”..
Anche Sanna dunque – come Puddu – fa risalire con certezza al periodo nuragico la Stele di Nora: lo confermerebbe in modo incontestabile anche il ritrovamento recente di un documento: un ciondolo scritto, di pietra grigio-scura, di forma ellissoidale (cm.7,5×4,3) contenente dei segni di scrittura graffiti in entrambe le facce.
A conferma della presenza della scrittura nuragica inoltre, da più di un decennio, lo studioso oristanese ha proposto soprattutto le tavolette di Tzricotu di Cabras e il sigillo di S. Imbenia di Alghero oltre i “cocci” nuragici di Orani.
“Eppure c’è da scommettere – scrive Sanna – che da parte dei soliti negazionisti e i feniciomani si cercherà di soffocare il tutto con il più rigoroso silenzio”.
Perché, evidentemente, si tratta di verità “scomode”, che mettono in discussione le vecchie certezze di accademici e sovrintendenti che su di esse hanno costruito le loro carriere e i loro successi. Ad iniziare dall’inglese Donald Harden.

Giganti di Mont’ ‘e Prama
Nella lontana primavera del 1974 un contadino di Cabras nel Sinis, per caso, con l’aratro, mentre lavora il suo terreno, cozza contro una testa di pietra con gli occhi sbarrati. La scoperta viene segnalata alle autorità competenti e fin dal 1974 iniziano gli scavi, condotti da Lilliu e da alcuni docenti e allievi dell’università di Cagliari, che poi verranno proseguiti nel 1979 sotto la direzione di Carlo Tronchetti, portando alla luce i frammenti di 32 statue, oltre 4 mila. Sciaguratamente, per ben 32 anni essi verranno abbandonati, a sgretolarsi, negli scantinati bui e umidi del Museo archeologico di Cagliari. Perché? “Non sembrava un ritrovamento così importante” e “mancavano gli spazi … oltre che i soldi”: fu la risposta ufficiale. Dopo decenni la Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari e Nuoro assegna un appalto da un milione e 6oo mila euro per restauro, ricomposizione e musealizzazione dei reperti a Li Punti a Sassari, dove vengono ricoverati. Oggi, a restauro finito, l’odissea delle 32 statue di pietra arenaria non sembra finita. Non c’è accordo su dove portarli: le si vorrebbe divise fra Cabras e Cagliari. Che si portino subito a Cabras, dove sono state ritrovate. E soprattutto che si inizi a rivedere vecchie certezze storiche e archeologiche “perché – come ha affermato Maria Antonietta Boninu, responsabile del progetto – se tutte le evidenze scientifiche fin qui raccolte verranno finalmente riordinate andrà riscritta la storia dell’arte, perché si dovrà rimettere in discussione il primato della Grecia sulla statuaria del Mediterraneo”.
Le statue sono scolpite in arenaria gessosa del luogo e la loro altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri; rappresentano arcieri, spadaccini e lottatori.
Le sculture ricostruite in seguito al restauro sono risultate in totale trentotto: cinque arcieri, quattro non riconosciuti, sedici pugili, tredici modelli di nuraghe; tuttavia le nuove campagne di scavo hanno portato alla scoperta di nuovi esemplari.
A seconda delle ipotesi, la datazione dei Kolossoi – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu – oscilla dal IX secolo a.C. (900-801 a.C.) o addirittura al XIII secolo a.C. (1300-1201 a.C.), ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue tridimensionali isolate dallo sfondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

I FENICI ci rubano il nostro mare *
[…] “Fatto sta che un popolo, quello fenicio, ben più abile astuto scaltro di noi, già efficacemente introdotto nei mercati dell’oriente e dell’occidente, progressivamente ci esautorò nella relazione commerciale diretta e ci sostituì nel commercio dei nostri prodotti destinati agli Etruschi, agli Iberici, berberi, Liby, Greci, Siciliani, Napoletani, gradatamente ma inesorabilmente sottraendoli alla nostra economia in modo prima dolce e indolore, forse anche con la nostra ingenua condivisione, poi in modo sempre più invadente e invasivo, colonizzandoci fino a strangolarci economicamente e a ridurci a mere entità produttive per conto loro, semplici esecutori di ordini e meccanici realizzatori di visioni e programmi a noi estranei.
E’ così che la nostra posizione strategica felicissima, al centro dei flussi di traffico commerciale dell’oriente verso occidente e viceversa, punto di approdo e di riparo delle flotte che navigavano in quel mare per ampi e accoglienti golfi, insenature e spiagge accessibili, adatti a proteggerci dalle burrasche ma anche tappe per riparazioni di naviglio danneggiato e per rifornire le flotte di passaggio di acqua e cibo, non poteva non suscitare gli appetiti di quella gente abile scaltra e cinica e avviarci, anestetizzati, alla resa, alla rinuncia, alla sottomissione e alla dipendenza.
E’ così che quelli antichi navigatori ci presero e ci conquistarono, impadronendosi della fertilità e delle risorse naturali e minerarie di questa nostra terra, adatta per impiantarvi colonie, farne la base per i loro traffici e per fondarvi attività, sfruttandone i sottosuolo e il soprasuolo. E gettarono le basi per opera di altri conquistatori, meno raffinati e gentili e più brutali e sbrigativi di loro” […].
* Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 72.

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I FENICI IN SARDEGNA
A cura di Francesco Casula
Quando
Fra il 900/800 a,C., esattamente nel periodo di massimo splendore della civiltà nuragica, la Sardegna è oggetto di attenzione da parte di altre popolazioni mediterranee: da parte dei Fenici (mentre la Sicilia da parte dei Greci).

Chi sono (e nome)
Sono popolazioni semitiche e il nome deriva da phoinix (porpora in greco) con cui coloravano pregiate stoffe di lana e lino di cui avevano il monopolio e che ottenevano da una particolare tipo di conchiglia marina chiamata mùrice (dal latino murex-murici=mollusco).

Da dove vengono
Dal Libano: una striscia di terra fra montagne e Mediterraneo orientale.Una popolazione che dal secondo millennio fino al 1200 è tributaria dei faraoni.

Sono grandi navigatori
Con l’anno mille iniziò il loro periodo d’oro quando da esperti marinai e navigatori affrontano per primi la navigazione notturna in mare aperto orientandosi per mezzo delle stelle.

Le città fenicie
Iniziarono a fondare molte città: Sidone (sud del Libano), Beirut (l’odierna capitale), Tiro, Acco, Biblo. E iniziano a percorrere le vie del Mediterraneo in lungo e in largo per vendere (conoscevano infatti la moneta) il loro fiorente artigianato: ceramiche, vetri, gioielli (in argento e oro), stoffe, unguenti.

Le città mediterranee
Arrivarono a Cipro (città di Kition), Creta (isola greca), a Cadice e Ibiza (Spagna), nell’Africa del Nord a Utica in Tunisia e Lixus o Lisso in Marocco.

900/800
Arrivano in Sardegna, attratti dalla fertilità del suolo e dalle ricchezze minerarie. Inizialmente vista come scalo e porti nei loro viaggi che duravano un anno.

Sardegna del sud
Fondano le città di
Karalis: specie per i rapporti con l’interno in cui confluivano i minerali;
Nora:n dove aveva sede il Governatore militare;
Bithia (Chia-Spartivento)
Sulcis (Sulkis-Sant’Antioco), punto di riferimento per il traffico mediterraneo. Da tener presente che l’impero romano non esiste ancora, Roma sarà fondata il 21 aprile del 753 mentre Cartagine è stata fondata, dai Fenici stessi, nell’840 a. C.
In seguito verranno fondate queste altre città nell’Oristanese:
Tharros (15 Km da Oristano); Othoca (l’odierna Santa Giusta), Cornus (la città di Amsicora).
E ancora Neapolis (Santa Maria di Nabui-Guspini) e persino Bosa.
Occorre però ricordare che sulla fondazione di queste città da parte dei Fenici ci sono dubbi: qualche storico avanza l’ipotesi che fossero preesistenti al loro arrivo.
Per esempio a proposito di Bosa il linguista Massimo Pittau scrive: “L’esistenza di quel nuraghe, assieme con altri tre situati nell’agro di Bosa, chiamati rispettivamente di Albaganes, Furru e Zarra, costituisce una prova chiara e sicura che Bosa, contrariamente a quanto si è pensato e detto finora, non è stata fondata dai Fenici o dai Cartaginesi, bensì è di origine sardiana o nuragica”(Toponimi della Sardegna – Significato e origine – I Macrotoponimi -EDES, Sassari 2011, pag. 790).

Rapporti pacifici? Inizialmente.
Inizialmente, probabilmente, i rapporti fra i Sardi e i Fenici sono stati pacifici e collaborativi. Basati soprattutto sullo scambio di prodotti: i Fenici scambiavano le loro raffinate ceramiche, i vasi di olio profumato, unguenti, porta torce di bronzo. Insieme sollecitano i Sardi a coltivare l’ulivo e la palma, migliorare le tecniche di produzione del sale, sviluppare la pratica della pesca, sfruttare i giacimenti minerari.

Rapporti sempre meno pacifici e dipendenza.
Con il passare del tempo peggiorano: i Fenici si pongono il tramite fra i Sardi e i popoli rivieraschi, trattenendo il surplus creato dal lavoro dei Sardi, sfruttando il sottosuolo (miniere) e soprasuolo (cereali, specie grano), iniziando la deforestazione dell’Isola e “occupando” di fatto il nostro mare.

La talassofobia: la paura e i terrore del mare del mare.
Nasce con l’arrivo dei Fenici la paura, il terrore del mare che caratterizzerà i Sardi storicamente. Recita unu diciu sardu: furat chie benit dae su mare. (Recita un detto sardo: ruba chi viene dal mare). Ma noi sappiamo che non sempre è stato così.
I Sardi durante il periodo nuragico erano “navigatori” in tutto il mediterraneo. Fra gli altri, lo riferisce lo storico e geografo Strabone. Ma a testimoniarlo basterebbero le decine e decine di bronzetti nuragici, che rappresentano navicelle e barche, rinvenuti nei santuari, nelle tombe o nei nuraghi. O gli antichi guerrieri nuragici istoriati sui templi di Karnak e Luxor in Egitto, a testimoniare la partecipazione degli Shardana alla guerra dei Popoli del mare (insieme ai Lidi, Lici, Siculi e Filistei) contro gli Ittiti prima e i faraoni dopo.
L’arrivo dei Fenici prima ma soprattutto – vedremo –dei Cartaginesi e dei Romani dopo, creeranno nei Sardi la talassofobia.

Presenza fenicia dei Tofet (secolo VIII).
A Tharros come a Nora e nel Sulcis (ma anche in Sicilia e Cartagine) ci sono i Tophet fenici: santuarii all’aria aperta dedicati alla dea Astarte (Afrodite). Si tratta di spazi delimitati da un muro dove venivano deposte delle urne che contenevano resti di bambini e animali inceneriti.

Religione fenicia
Dal punto di vista religioso, secondo i Fenici, (ma anche di moltissimi altri popoli, fra questi anche i Sardi) la vita terrena si prolungava all’interno delle tombe. Di qui l’uso di lasciare cibi e bevande. Vi era inoltre l’uso di sacrifici di bambini offerti al dio Baal e alla dea Tanit.

Stele di Nora e scrittura: tradizionalisti e innovatori a confronto.
La stele di Nora è un blocco in pietra arenaria (alto 105 cm, largo 57) recante un’iscrizione che tradizionalmente da molti studiosi è considerata la prima apparizione in Sardegna della scrittura, che si ritiene eseguita in alfabeto fenicio.
Fu rinvenuta nel 1773 inglobata in un muretto a secco di un vigneto in prossimità dell’abside della chiesa di sant’Efisio a Pula,
Il ritrovamento fuori dal suo contesto archeologico originale limita al suo contenuto le informazioni ricavabili dal documento. Conservata nel Museo archeologico nazionale di Cagliari, la stele svelerebbe il primo scritto fenicio mai rintracciato a ovest di Tiro: la sua datazione oscillerebbe tra i secoli IX e VIII a.C. Il documento epigrafico è stato pubblicato all’interno del Corpus Inscriptionum Semiticarum sotto il numero CIS I, 144.
Uno degli studiosi che sostenne che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici” è stato l’archeologo inglese Donald Harden nell’opera “The Phoenicians” (pubblicata nella versione italiana nel 1964 dall’Editore Il Saggiatore di Milano, con traduzione di Irene Giorgi Alberti).
Oggi alcuni studiosi mettono in discussione tale tesi: fra l’altro sostenendo che i Nuragici conoscevano la scrittura.
Ad iniziare dal nuorese Aldo Puddu che (in Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda,Chimbe iscenas chin Isterrida e Tancada- 5 Atti bilingui, con prologo e Epilogo, Editziones de Sardigna, Nuoro, 2002) contesta l’assunto, più volte ribadito da Harden, che la lingua fenicia abbia dato origine alla scrittura sillabica. Ma la polemica riguarda soprattutto l’affermazione dell’archeologo inglese secondo cui – come risulta dal passo contenuto nel capitolo VIII dell’opera dell’Harden già citata – “In Sardegna, le iscrizioni più antiche sono quelle sulla pie¬tra di Nora”. Iscrizioni che risalirebbero al secolo IX.
In realtà, secondo Puddu, la Stele di Nora risalirebbe al secolo 1300 a.C. e dunque non avrebbe niente a che fare con i Fenici che arriveranno in Sardegna quattro secoli dopo. Non solo: la scrittura sillabica sarebbe stata inventata dai Lidi e non dai Fenici.
Nei testi scolastici ufficiali continuiamo a leggere che “l’uso della scrittura fu introdotto dai Fenici”: esattamente come sostiene Donald Harden.
Da anni però – dicevamo– alcuni studiosi sardi hanno iniziato a mettere in discussione la storiografia ufficiale sostenendo che la scrittura sillabica in Sardegna era nota molti secoli prima: la conoscevano infatti e l’utilizzavano i Nuragici.
A sostenere tale tesi è – oltre ad Aldo Puddu – soprattutto lo studioso oristanese Gigi Sanna che si occupa con una rigorosa e ormai decennale ricerca sull’interpretazione di antichissimi documenti di scrittura rinvenuti in Sardegna e non solo. Egli è così arrivato alla conclusione (documentata in modo particolare nell’opera Sardoa Grammata,Editrice s’Alvure, Oristano, 2004) che i Nuragici conoscessero, utilizzassero e leggessero la scrittura.
“La Stele di Nora – scrive Gigi Sanna – è, insieme alle tavolette di Tzricotu (con le quali condivide chiari identici ‘principii’ e modalità di scrittura), un bellissimo documento attestante il ruolo dell’altissima e raffinatissima scuola scribale nuragica della Sardegna della fine del Secondo Millennio a.C., non di quella “fenicia”. Lo dimostrano, senza margini di dubbio, le recenti scoperte della scrittura e della lingua nuragica; il rinvenimento di testi (come quello dei “cocci” nuragici di Orani) con segni alfabetici e contenuto identici a quelli della stele norense; la rilettura del documento in base a nuove stupefacenti scoperte epigrafiche ( i due “shalam” laterali, individuati dalla dott. Alba Losi dell’Università di Parma nella primavera di quest’anno), scoperte che spingono nella direzione di due letture aggiuntive rispetto alla “normale” lettura retrograda; la conferma dell’esistenza di una scrittura nuragica “numerica” a rebus, che dà un significato eccezionale nella storia della scrittura (anche perché del tutto imprevedibile) al documento; l’inopinata comparsa del nome di un “santo” nuragico, oggi santo celeberrimo cristiano dell’Isola, alla fine della scritta, che fa scendere definitivamente dal piedestallo il falso Pumay”..
Anche Sanna dunque – come Puddu – fa risalire con certezza al periodo nuragico la Stele di Nora: lo confermerebbe in modo incontestabile anche il ritrovamento recente di un documento: un ciondolo scritto, di pietra grigio-scura, di forma ellissoidale (cm.7,5×4,3) contenente dei segni di scrittura graffiti in entrambe le facce.
A conferma della presenza della scrittura nuragica inoltre, da più di un decennio, lo studioso oristanese ha proposto soprattutto le tavolette di Tzricotu di Cabras e il sigillo di S. Imbenia di Alghero oltre i “cocci” nuragici di Orani.
“Eppure c’è da scommettere – scrive Sanna – che da parte dei soliti negazionisti e i feniciomani si cercherà di soffocare il tutto con il più rigoroso silenzio”.
Perché, evidentemente, si tratta di verità “scomode”, che mettono in discussione le vecchie certezze di accademici e sovrintendenti che su di esse hanno costruito le loro carriere e i loro successi. Ad iniziare dall’inglese Donald Harden.

Giganti di Mont’ ‘e Prama
Nella lontana primavera del 1974 un contadino di Cabras nel Sinis, per caso, con l’aratro, mentre lavora il suo terreno, cozza contro una testa di pietra con gli occhi sbarrati. La scoperta viene segnalata alle autorità competenti e fin dal 1974 iniziano gli scavi, condotti da Lilliu e da alcuni docenti e allievi dell’università di Cagliari, che poi verranno proseguiti nel 1979 sotto la direzione di Carlo Tronchetti, portando alla luce i frammenti di 32 statue, oltre 4 mila. Sciaguratamente, per ben 32 anni essi verranno abbandonati, a sgretolarsi, negli scantinati bui e umidi del Museo archeologico di Cagliari. Perché? “Non sembrava un ritrovamento così importante” e “mancavano gli spazi … oltre che i soldi”: fu la risposta ufficiale. Dopo decenni la Sovrintendenza ai beni archeologici di Sassari e Nuoro assegna un appalto da un milione e 6oo mila euro per restauro, ricomposizione e musealizzazione dei reperti a Li Punti a Sassari, dove vengono ricoverati. Oggi, a restauro finito, l’odissea delle 32 statue di pietra arenaria non sembra finita. Non c’è accordo su dove portarli: le si vorrebbe divise fra Cabras e Cagliari. Che si portino subito a Cabras, dove sono state ritrovate. E soprattutto che si inizi a rivedere vecchie certezze storiche e archeologiche “perché – come ha affermato Maria Antonietta Boninu, responsabile del progetto – se tutte le evidenze scientifiche fin qui raccolte verranno finalmente riordinate andrà riscritta la storia dell’arte, perché si dovrà rimettere in discussione il primato della Grecia sulla statuaria del Mediterraneo”.
Le statue sono scolpite in arenaria gessosa del luogo e la loro altezza varia tra i 2 e i 2,5 metri; rappresentano arcieri, spadaccini e lottatori.
Le sculture ricostruite in seguito al restauro sono risultate in totale trentotto: cinque arcieri, quattro non riconosciuti, sedici pugili, tredici modelli di nuraghe; tuttavia le nuove campagne di scavo hanno portato alla scoperta di nuovi esemplari.
A seconda delle ipotesi, la datazione dei Kolossoi – nome con il quale li chiamava l’archeologo Giovanni Lilliu – oscilla dal IX secolo a.C. (900-801 a.C.) o addirittura al XIII secolo a.C. (1300-1201 a.C.), ipotesi che potrebbero farne fra le più antiche statue tridimensionali isolate dallo sfondo del bacino mediterraneo, in quanto antecedenti alle statue della Grecia antica, dopo le sculture egizie.

I FENICI ci rubano il nostro mare *
[…] “Fatto sta che un popolo, quello fenicio, ben più abile astuto scaltro di noi, già efficacemente introdotto nei mercati dell’oriente e dell’occidente, progressivamente ci esautorò nella relazione commerciale diretta e ci sostituì nel commercio dei nostri prodotti destinati agli Etruschi, agli Iberici, berberi, Liby, Greci, Siciliani, Napoletani, gradatamente ma inesorabilmente sottraendoli alla nostra economia in modo prima dolce e indolore, forse anche con la nostra ingenua condivisione, poi in modo sempre più invadente e invasivo, colonizzandoci fino a strangolarci economicamente e a ridurci a mere entità produttive per conto loro, semplici esecutori di ordini e meccanici realizzatori di visioni e programmi a noi estranei.
E’ così che la nostra posizione strategica felicissima, al centro dei flussi di traffico commerciale dell’oriente verso occidente e viceversa, punto di approdo e di riparo delle flotte che navigavano in quel mare per ampi e accoglienti golfi, insenature e spiagge accessibili, adatti a proteggerci dalle burrasche ma anche tappe per riparazioni di naviglio danneggiato e per rifornire le flotte di passaggio di acqua e cibo, non poteva non suscitare gli appetiti di quella gente abile scaltra e cinica e avviarci, anestetizzati, alla resa, alla rinuncia, alla sottomissione e alla dipendenza.
E’ così che quelli antichi navigatori ci presero e ci conquistarono, impadronendosi della fertilità e delle risorse naturali e minerarie di questa nostra terra, adatta per impiantarvi colonie, farne la base per i loro traffici e per fondarvi attività, sfruttandone i sottosuolo e il soprasuolo. E gettarono le basi per opera di altri conquistatori, meno raffinati e gentili e più brutali e sbrigativi di loro” […].
* Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 72.

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I Fenici in Sardegnaultima modifica: 2020-12-15T12:41:55+01:00da zicu1
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