Franciscu Carlini ha recentemente pubblicato per Edes (Editrice democratica sarda) una nuova silloge poetica:SA TERRA PROMITTIA. Funge da introduzione questa mia Intervista all’Autore.

INTERVISTA CON L’AUTORE

a cura di Francesco Casula

 

Franciscu Carlini ci spiega il come e il perché della sua passione letteraria per il bilinguismo ma anche il permanere

di una costante, la sua passione civile, che connota ora in modo mediato, altre volte esplicitamente, la sua produzione poetica con un pessimismo che caratterizza le sue ultime poesie, che non è assoluto, come sembrerebbe a tutta prima, ma frutto dell’amara costatazione della mancanza di referenti politico-culturali che caratterizza la nostra epoca.

Carlini ha esordito come poeta bilingue nell’88 con Biddaloca, (Paese Stolto), Edes,in cui bonariamente metteva alla berlina l’arroganza, la saccenteria, la stupidità umana, ricorrendo a uno stile spassoso e a moduli espressivi mutuati dalla tradizione popolare e dalla poesia sarda con filastrocche, ninne-nanne, fiabe. Con Murupintu a me pare che Carlini abbia continuato il “viaggio” intrapreso con Biddaloca, confermando una cifra espressiva intensa e un messaggio altamente civile, che poi prosegue con le opere successive in versi e in prosa, sia in lingua sarda sia in lingua italiana.

Ma ecco l’intervista fatta per Sardegna Oltre nel lontano 1992, che sarà integrata da quanto pensa oggi l’autore a distanza di tanto tempo.

 

D. Perché dopo l’esordio hai continuato a scrivere testi bilingui?

 

R. Scrivere poesie – ma non solo – è diventato una sorta di vizio che non mi ha mai abbandonato da quando, quattordicenne, me ne ritrovai tra le mani,  una scritta da me, che  riecheggiava in  qualche  modo, se  non  ricordo male, La chiesa di Polenta  del  Carducci. Una  volta  arrivato,  molto   tardi, purtroppo, alla prima  pubblicazione di una raccolta, non potevano mancarne altre.

In tanto tempo, uno come me, non poteva rimanere inerte, trascurando di coltivare il suo vizio. Una spiegazione, la mia, apparentemente di carattere personale, dunque, che non tiene conto dell’ultima parte della tua domanda.

Allora il perché di testi bilingui. Dovevo di punto in bianco scrivere in italiano, così, senza una giustificazione?

Non ho avuto motivi per cambiare: una volta trovata una strada ho deciso di percorrerla fino in fondo, non certo per il gusto di farmi dare del “separatista” da qualcuno in vena di facezie.

 

D. Murupintu è una continuazione ideale di Biddaloca?

 

R. Alcuni amici che stimo, dopo aver letto il manoscritto, hanno visto effettivamente in Murupintu una “continuazione” di Biddaloca e me ne hanno parlato con qualche preoccupazione. I temi, grosso modo, sono gli stessi, l’ambiente è lo stesso, immutato, mi pare, lo stile. Eppure c’è una differenza di non poco conto tra le due sillogi. In Murupintu il rapporto con la cultura popolare è più mediato, non è stato usato materiale di riporto, è più evidente l’elaborazione letteraria o, quanto meno, c’è stato da parte mia un maggiore impegno per una poesia d’autore che potesse vivere senza il supporto di modelli, che pure esistono, ma che sono meno scoperti, come in Biddaloca.

    

D. Perché scrivi? Per divertirti o per comunicare qualcosa?

     

R. Chi scrive non si diverte quasi mai, perché scrivere è lavoro, fatica che può dare soddisfazione solo quando credi di essere riuscito a mettere tutte le parole necessarie al posto giusto, ma escludo il puro e semplice divertimento, anche se, di primo acchito, a chi legge può sembrare il contrario. In ogni caso non mi  diverto a  parlare  di  stupidità o  di follia,  di   morti    di fame o di morti ammazzati,

dell’arroganza e della prepotenza del potere, della saccenteria dei piccoli e dei grandi intellettuali. Le filastrocche possono divertire i bambini non necessariamente l’autore.

Allora scrivo per comunicare qualcosa? Nessuno pubblica ignorando il destinatario. Chi afferma il contrario non sempre è in buona fede. Detto questo, però, devo aggiungere che, prima di tutto scrivo per me stesso, perché scrivendo  riesco  a  concentrarmi  meglio  su  cose  che  mi

riguardano e che in larga misura riguardano anche altri.

 

D. Da quando e perché usi il sardo?

 

R. Il mio avvicinamento all’area neosardista nella seconda metà degli Anni Settanta mi riportò alla riscoperta della cultura, della lingua sarda e a un modo diverso di concepire e fare poesia.

Uso il sardo perché, essendo la mia prima lingua, lo sento più congeniale rispetto all’italiano che ho appreso a scuola a suon di scapaccioni, per effetto della derisione di cartelli infamanti appesi alla schiena, dei castighi dietro la lavagna e delle dolorosissime bacchettate sullemani.

È stata una scelta quasi necessaria più che politica o ideologica: riesco a esprimermi con più naturalezza, so trovare le parole e i modi di dire più adatti, quelli che mi permettono di comunicare meglio ciò che voglio (senza correre rischi eccessivi di fraintendimenti), di far risuonare echi in interlocutori lontani. E poi che cosa c’è di tanto strano che un sardo usi la sua lingua per fare poesia? Forse c’è qualcuno che abbia motivo di stupirsi se un francese scrive le sue poesie in francese?

 

D. Non è un surplus la traduzione a fronte?

 

R. Un surplus per chi? Forse per i sardi che sanno cogliere anche le più piccole sfumature di una parola, di una frase idiomatica. Non certo per un pubblico più vasto  che  posso raggiungere, data la mia condizione di poeta bilingue, con la traduzione a fronte. Solo un autolesionista o un invasato di estremismo infantile può pensare di precludersi la possibilità di un rapporto comunicativo ad ampio raggio. Questo modo di vedere le cose potrebbe sembrar dettato dall’ambizione di chi, per un verso o per l’altro, scrive un “diario in pubblico” e dal pubblico si attende una risposta, tanto più gratificante quanto maggiore è il numero delle persone che lo compongono. È anche questo, perché negarlo? Ma c’è dell’altro.

Come in economia, anche nella scrittura noi sardi subiamo un rapporto di scambio ineguale che vede gli altri armati del diritto di imporci un volume impressionante di prodotti senza che noi riusciamo a fermarne o limitarne la portata: ci troviamo davanti a un’autentica valanga di macigni e detriti di ogni genere contro cui non riusciamo a trovare un riparo.

Ebbene, la traduzione a fronte in italiano, o in qualsiasi altra lingua, è un tentativo di aprire canali di ritorno che diano il segno d’una volontà di un’inversione di tendenza che a parole, ma solo a parole, è sulla bocca di noi tutti.

 

D. Dì la verità: scrivi per il lettore medio o soprattutto per le scuole e per gli studenti?

 

R. Ti confesso che non ho chiaro il concetto di lettore medio. Medio in che cosa? Socialmente? Culturalmente? In questo caso il lettore medio è la copia esatta della media borghesia esposta a tutte le suggestioni dei condizionamenti pubblicitari dell’industria culturale.

Ma allora non posso scrivere pensando al lettore medio perché ho motivo di pensare che il lettore medio mi rifiuti non essendo la mia immagine costruita dai mezzi di comu-nicazione di massa, ed io non posso tentare una comunicazione con chi me la nega a priori. Non è per un caso che volumi come Biddaloca, Murupintu,trovino lettori socialmente agli antipodi: da una parte persone umili che si riconoscono nei  valori  culturali  ed  etici  che quelli esprimono e dall’altra intellettuali che hanno gli strumenti per una lettura critica di quanto scrivo.

Quanto alle scuole e agli studenti, se scrivessi per loro, la mia sarebbe una scelta politica consapevole e farei della poesia uno strumento per l’affermazione di progetti e ideali propri di chi si batte per la difesa di un’etnia minacciata di estinzione.

     È così? In parte è così, anche perché parecchie poesie di Biddaloca sono nate all’interno di una scuola media di villaggio per superare le difficoltà di trovare un repertorio poetico in lingua sarda adeguato all’ambiente dei ragazzi.

Le filastrocche, gli scioglilingua difficilmente possono essere apprezzati da adulti che non siano insegnanti. In questo senso fornisco materiale utile anche a loro. Le raccolte, però, contengono anche altro, utilizzabile sì dalla scuola, ma non solo dalla scuola: è un “altro” che ci riguarda tutti.

E poi, diciamolo chiaramente: una poesia, quando è riuscita, ha un ampio spettro di possibilità che vanifica ogni tentativo di diversificare aprioristicamente i settori di fruizione. Allora potrebbe anche accadere che persino il “lettore medio” possa apprezzare certe mie poesie quando s’imbatta accidentalmente in esse.

 

D. A questo punto finisce l’intervista del 1992. ui finisce l’intervista delQÈ cambiato qualcosa rispetto a questa intervista di circa vent’anni fa?

 

R. Tutto. È cambiato tutto. Siamo cambiati noi perché è cambiato il mondo. Con il muro di Berlino sono crollate le ideologie contrapposte che hanno caratterizzato un lungo periodo del secondo dopoguerra. La globalizzazione, poi, con il definitivo trionfo delle multinazionali delle finanze e delle merci, e un altro crollo, quelle delle torri gemelle. E prima ancora Internet; inoltre il lessico che esprimeva i rapporti di classe: i padroni non sono più padroni ma datori di lavoro senza che per questo i lavoratori siano diventati datori di profitto.

 

D. Capisco, molta acqua è passata sotto i ponti. E intanto tu

hai pubblicato altre sillogi poetiche come Sa luna Inciusta, ben quattro raccolte di poesie in italiano, favole moderne in versi e in prosa (Marxani Ghiani e altras Fàulas). Quest’opera segna in modo evidente una rottura con il passato. È così?

 

R. Il periodo delle speranze nonostante tutto, della possibilità della giocosa irrisione di tutto e di tutti, è tramontato. Ne ho preso atto e ne ho tratto le conclusioni. Ho cominciato a guardare il mondo per quello che è (per come io lo vedo), e da qui la rottura con il mio consolidato modo di far poesia. L’altro volume è Dialogo a una voce, del 2007, due anni dopo Marxani Ghiani. Se in questo ultimo qualcuno ha visto, non senza una ragione, “un mondo cupo, guardato con pessimismo impietoso e corrucciato” (Vindice Ribichesu), nell’altro sono arrivato alla conclusione di uno smarrimento pressoché totale che è quello della generazione cui appartengo, e non solo.   

 

D. Su questo ritorneremo più avanti. Per adesso soffermiamoci sulle tue opere in prosa. Hai scritto una raccolta bilingue di racconti, S’Òmini chi bendìat su tempus e un romanzo, solo in sardo, Basilisa, che ha vinto il Premio Grazia Deledda 2002. Pone problemi per un poeta il passaggio a una scrittura in prosa?

 

R. È pacifico che insorgano problemi per chi ha scritto per lungo tempo in versi.  Meglio, per me è accaduto di averne, e si capisce. La poesia è sintesi, è un togliere continuo per dire più cose possibili con il minor numero di parole, con un’attenta sorveglianza perché una sola parola non rompa l’equilibrio faticosamente raggiunto.

 Molte volte mi è accaduto di sentir dire che la mia prosa non è lussureggiante, che è asciutta, icastica. Anche tu, mi pare, ne hai scritto. Può darsi che le cose stiano in questi termini, e allora viene da pensare che all’origine  ci  sia  la mia  lunga frequentazione della poesia. È qualcosa che accade spesso nel  passaggio  dall’esperienza  poetica  a  quella  in   prosa.

Dico di più, le eccezioni sono talmente rare che si possono contare sulle dita di una mano. Si vada a esaminare la prosa di Francesco Masala. L’origine poetica del suo autore balza evidente a chi si avvicini per la prima volta a Quelli dalle labbra bianche. Questo in origine era un romanzo di parecchie centinaia di pagine. Se Masala l’ha ridotto a un romanzo breve, o a un racconto lungo, vedi un po’ tu, significa che il poeta non poteva sentirsi tranquillo in un oceano di parole in cui rischiava di rimanere sommerso. E, in preda allo smarrimento, ha tagliato, ridotto, sintetizzato, fino a quando non si è sentito al sicuro, nella consapevolezza di un dominio totale sul contenuto della sua terribile esperienza in Russia e, più ancora, fino a quando non è riuscito a dipingere un quadro-metafora di un’umanità contadina vinta, umiliata, mandata allo sbaraglio. 

 

D. Come mai, dopo anni in cui sembrava, almeno per la tua produzione in versi, che ti fossi rifugiato in un genere di poesia che aveva la sua forza nella forma, molto innovativa nel panorama della letteratura in lingua sarda, ma non solo, ora pubblichi questo libro in cui s’impongono in modo dominante, (prepotente, oserei dire), tematiche squisitamente sociali?

 

R. Ripeto, questo libro non nasce dal nulla, ha i due antefatti di cui ho appena parlato. Ma davvero ho abbandonato una letteratura che in altri tempi si definiva impegnata? Tu stesso hai parlato di “messaggio altamente civile” come connotazione della mia produzione poetica degli anni passati. D’altra parte hai sicuramente notato che in questa silloge sono presenti poesie provenienti da Biddaloca, Murupintu e dalla stessa Luna inciusta. Altre, precedenti queste  tre  antologie,  e  altre  ancora  posteriori, rivelano una continuità di impegno che rimanda a una mia visione del  mondo.  Nelle  ultime,  pubblicate  in  riviste  o

inedite, il rimando è palese, il tono è duro, perché è dura la realtà che abbiamo tutti sotto gli occhi.

 

D. Un impegno dunque…

 

R. … un impegno del dire senza un supporto politico o la presunzione di messaggi da lanciare.

 

D. Ed è anche una polemica amara.

 

R. Poteva essere diversamente? Marxani Ghiani avvertiva me, come qualcuno dei miei pochi lettori, che la temperie culturale era mutata, e la fiducia nella ragione, quella politica innanzi tutto, era venuta meno. Indursi all’ottimismo della volontà è un esercizio duro, e per molti una comoda scappatoia, che mette in crisi il titanismo gramsciano.

Tu da qualche parte hai scritto che mi ero incattivito. È così. Un tempo c’era la percezione di echi lontani, spesso filtrati dall’ideologia dominante o da quella alternativa al sistema. Oggi conosciamo del mondo molte cose. I mezzi di comunicazione di massa, soprattutto Internet, ma gli stessi telegiornali, di sfacciata ispirazione governativa o addirittura del padrone del vapore e quelli che in qualche modo si rifanno all’opposizione, ci sbattono davanti agli occhi cose che vorremmo pensare inesistenti, frutto di un giornalismo grottesco. Le guerre, poi, le viviamo in presa diretta, come i massacri in varie parti del mondo e altre cose che ci fanno inorridire. Almeno a me accade di inorridire. E di gridare il mio sdegno come avessi davanti, in carne e ossa, il responsabile di tante nefandezze.

 E poi una volta c’era l’ideologia “buona” che innervava le nostre scelte e ci garantiva le condizioni per schierarci senza riserva, o quasi. Adesso, invece? Cambiare si può, cambiare  si  deve,  si  continua  a   ripetere, e  tutto  rimane fermo. Hai una bussola che ti guidi come 20-25 anni fa? Io se ce l’ho, deve essere andata a finire in qualche angolo buio di un ripostiglio con  l’ago  impazzito, e  non  mi  fido.

Non ho fiducia nelle parole, e i fatti sono ben miseri, se scopri senza molto affanno i rimandi a interessi particolari, personali o di classe (ahi la parolaccia!), nazionali o sovrannazionali.

 

D. Eppure continui a scrivere… Non sarà che sei d’accordo

con il grande poeta italiano Franco Fortini secondo cui  La poesia non cambia nulla. Nulla è certo, Ma tu scrivi.  Ovvero che la poesia – la scrittura in genere – è uno stru-mento necessario e utile proprio per la sua inutilità: uno spazio di libertà che consente di immaginare mondi diversi da quello insoddisfacente, quotidiano, ingiusto e massificato in cui si vive.

 

R. Già, continuo a scrivere, anche se so che le parole, tanto meno quelle del poeta, non possono cambiare il mondo. E sarebbe il meno, se ci fossero quelle di intellettuali e di politici capaci di disegnare una prospettiva appena credibile. Continuo a scrivere senza illusioni per dire quanto vedono i miei occhi, quanto odono le mie orecchie. Dire, non denunciare. Denunciare a chi, poi? Tutti sanno, ormai, ed è invalsa l’assuefazione al peggio che non ha più limiti: quando credi di averne visto il fondo, ti accorgi che il peggio sprofonda ancora più sotto. Tu stai lì, poeta e non, stupito, esterrefatto, a dispetto dell’età che avrebbe dovuto renderti saggio, mettendoti al di sopra delle cose del mondo.

 

D. In questa situazione qual è il ruolo del poeta, se un suo ruolo esiste ancora?

 

R. Un ruolo del poeta esiste, ma è del tutto marginale, tanto più se vive in provincia e si ostini a scrivere in sardo. I lettori-interlocutori  sarebbero  comunque  pochi,  anche  se avesse la possibilità di raggiungerne un numero maggiore oltre Tirreno. La poesia è diventata merce elitaria e sopravvive grazie alla scuola che la impone a bambini e ragazzi  i quali  la   subiscono,  colpa di   un   insegnamento

inadeguato. I veri poeti oggi sono i cantautori, quelli seguiti da centinaia di migliaia di giovani che conoscono a memoria i loro testi e la musica, li cantano insieme ai loro idoli in vasti campi sportivi e si muovono all’unisono al ritmo di note apprese dai CD. Si  è  detto e  ripetuto  che  la

poesia è un’arte da fruire in  solitudine, un modo  silenzioso

di ascoltare parole silenziose. Balle. Oggi è tutto il contrario. Le parole diventano messaggi da godere in sterminate compagnie, urlati, amplificati da potentissimi impianti stereofonici. Coinvolgono masse in cui i singoli si perdono. E se sono formalmente belli, magari poetici, colgono di solito nel segno, diventano un modo comune di sentire, andando a comporre le pagine di una pedagogia giovanile viva, a suo modo alternativa a quella scolastica.

 

D. Solo buio, dunque, per te e per chi come te continua a coltivare la poesia tradizionale?

 

R. Buio profondo, verrebbe da dire. E non solo per la poesia o per l’età con la mia vista malferma. Magari fossero i miei molti anni, con i loro inciampi quotidiani a condizionare le mie poche idee. Almeno conoscerei una causa per farmi una ragione di ciò che mi gira intorno.

 

D. Un’ultima curiosità. Come mai un titolo così promettente, dopo quanto hai appena detto?

 

R. La terra promessa era l’età dell’oro del futuro, quella che abbiamo immaginato fosse dietro l’angolo di una strada lunghissima. Ma non siamo riusciti a raggiungerla. La manna che pioveva dal cielo dell’ideologia e che ci aveva nutrito nel deserto di una realtà che volevamo attraversare a  tutti i costi è finita. La divinità ha esaurito le scorte. Li senti i balbettii di chi vorrebbe nutrirci con promesse di mirabolanti ma già annose convergenze al centro? Qui in Italia, per dire, abbiamo avuto ideologi del nulla, rivoluzionari da operetta. E ora ne paghiamo le conseguenze. Quella che era definita la sinistra radicale  non  ha  neppure un rappresentante in parlamento, fatta fuori dal perbenismo del cosiddetto riformismo.

 

D. Ma non stavamo parlando di poesia?

 

R. A quanto pare no. Sempre che non si voglia tener conto

dei contenuti della produzione poetica degli ultimi anni.

 

D. Allora è inutile chiederti che cosa riserva per noi il tuo futuro.

 

R. A voi, ai pochi amici che ho, il mio futuro, non so quanto prossimo, riserva una sola cosa. E sai benissimo quale. Quanto al futuro di noi tutti, non ci riserva niente di nuovo, sarà (è) la perpetuazione del presente.

 

D. Nessuna speranza, proprio nessuna?

 

R. Se esiste, la speranza è un sentimento confuso, legato all’istinto di sopravvivenza. Molti hanno voluto sperare nel movimento Occupiamo Wall Street, in quello mondiale degli indignados, ma intorno a loro non si è coagulato un disegno politico alternativo al sistema dei vari paesi. Perché senza un progetto, sottratto ai professionisti della politica vista come esercizio a vita del potere, si può essere indignati quanto si vuole che non si va da nessuna parte. Così le loro sacrosante proteste sono scomparse finanche dalle pagine della cronaca politica. Si sono nutrite grandi speranze sulla primavera araba, e sappiamo come è andata a finire.

 

D. E il passato?

 

R. Vuoi dire le idee politiche di una volta? Le mie non sono cambiate. Sono altri che hanno cambiato le loro, deludendo le aspettative di una massa sterminata di uomini.

 

 

Franciscu Carlini ha recentemente pubblicato per Edes (Editrice democratica sarda) una nuova silloge poetica:SA TERRA PROMITTIA. Funge da introduzione questa mia Intervista all’Autore.ultima modifica: 2013-08-21T13:54:47+02:00da zicu1
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