Conferenza sulla Storia Sarda

L’11 Gennaio alle ore 16 all’Università della Terza Età di Sanluri (presso la sala dell’ex Montegranatico – fronte Castello- con accesso sulla via San Rocco) Francesco Casula terrà una Conferenza sulla Storia sarda avente per tema l’occupazione romana e il suo dominio plurisecolare con lo sconvolgimento economico, sociale, politico e culturale-linguistico della Sardegna (238-A. C.- 456 D. C.)

 

1. L’etnocidio

In modo particolare verrà trattato il vero e proprio etnocidio operato dalle legioni romane. Qualche storico parla di 400.000 Sardi sterminati, probabilmente tutti i maschi in età adulta. Tito Livio, il grande cantore di Roma e della sua funzione “civilizzatrice”, al cui imperio tutti dovevano sottostare, salvo appunto lo sterminio, registra ben nove trionfi concessi e tributati dal senato romano ai generali e consoli, per aver sconfitto i Sardi in decine di campagne belliche. Se solo pensiamo che per ottenere il “trionfo” occorreva uccidere almeno 5.000 nemici arriviamo subito a 45.000 morti ammazzati. Cui occorrerà aggiungere quelli uccisi oltre i 5.000! E’ lo stesso Livio a documentare che :

-nel 215 a.c  l’esercito sardo (in un primo momento fu sconfitto subendo la perdita di 3.000 soldati (e 800 furono fatti prigionieri); in un secondo momento, dopo una cruenta battaglia la coalizione sardo-punica fu duramente sconfitta e morirono 12.000 tra Sardi e Cartaginesi e 3.700 furono fatti prigionieri:

– nel 177/176 a.C., per sedare la ribellione dei Balari e degli Iliesi il Senato inviò il console Tiberio Sempronio Gracco al comando di due legioni di 5.200 fanti ciascuna, più 300 cavalieri, cui si associarono altri 1.200 fanti e 600 cavalieri fra alleati e Latini. In questa rivolta persero la vita 27.000 sardi (12.000 nel 177 e 15.000 nel 176); in seguito alla sconfitta, a queste comunità fu raddoppiato il gravame delle tasse, mentre Gracco ottenne il trionfo. Tito Livio documenta l’iscrizione nel tempio della dea Mater matuta, a Roma, dove i vincitori esposero una lapide celebrativa che diceva: « Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco, la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino; per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove.»

 

2. Brutale e intensivo sfruttamento e rapina delle risorse della Sardegna.

La Sardegna con il dominio romano fu sottoposta a uno sfruttamento agricolo e minerario senza precedenti nella sua storia.

L’Isola esportava piombo, ferro, acciaio, argento, rame  grazie alle sue miniere nel Sulcis, come nel Sarrabus e in molte altre “regioni” e località sarde, i cui nomi ancora oggi evocano quei minerali (Funtana Raminosa, Montiferru, Capo ferrato Argentiera).

L’esportazione dei minerali sarà tanta da far scendere il loro prezzo in tutto l’Impero. Condannati (damnati ad effodienda metalla) al lavoro in miniera saranno soprattutto gli schiavi ma anche i “dissidenti” che Roma per punizione confinava in Sardegna, ad iniziare dai cristiani: fra l’altro persino due pontefici, Papa Callisto (174) e Papa Ponziano (235).

Ma l’Isola esportava soprattutto grano, prodotto anche grazie agli enormi spazi che si liberarono con il taglio indiscriminato delle foreste, grano con cui si riempirono tutti i granai dell’Urbe tanto che se ne costruirono di nuovi. Tanto grano da sfamare ben 250.000 persone: ad iniziare dagli eserciti e dalla stessa plebe romana, che pacificata e cloroformizzata richiedeva al senato ormai solo panem et circenses.

E con il grano esportava lana, latticini, carne: prodotti soprattutto al Centro della Sardegna mentre i cereali venivano prodotti specie nei campidani.. E con il grano, legnami, pietre, granito: a Roma come a Cartagine, per le ville dei patrizi romani. Che venivano esportati grazie anche agli ottimi porti di Olbia come di Tibula (Santa Teresa di gallura), di Turris Libisonis (Porto Torres) come di Cornus, Tharros, Sulkis (Sant’Antioco) Carales. Tanto che in alcuni mosaici di Ostia si menzionano i Naviculari Turritani e Calaritani ( Mercanti marittimi…).

 

3. La cancellazione della lingua nuragica e con essa delle comunità sarde.

La primigenia e antica lingua nuragica del ceppo basco-caucasico fu cancellata, annientata: e non poteva essere diversamente una volta che furono di fatto eliminati (uccisi o fatti schiavi e portati a Roma) tutti i maschi adulti.

Con la lingua indigena e genuina fu annientata l’economia e la società comunitaria: solo al centro la proprietà e la gestione delle risorse rimase ancora comunitaria, in tutto il resto dell’Isola le terre furono divise in latifondi e regalati ai clienti dei conquistatori, mentre le miniere e le saline diventarono proprietà dello stato.

Gli storici  pifferai di Cesare, (anche sardi) veri e propri ascari, leccaculo e canes de isterzu, magnificano la funzione civilizzatrice di Roma  dei romani che costruirono strade e  porti, Certo. Ma solo per far transitare i loro eserciti e il bottino verso Roma. Certo costruirono, palazzi, ville, terme, anfiteatri, cloache: ma solo per sé: per ristorarsi e divertirsi e…alleggerirsi!

E i Sardi?

Le popolazioni sarde –ci informa Pietro Meloni nella sua La Sardegna romana

“Nutrite di uno spirito di fiera indipendenza politica che anche Cartagine era stata costretta a rispettare, non lasciarono mai le armi neppure quando la maggior parte delle province del Mediterraneo erano state interamente pacificate”.

Dai romani, ovviamente.- commenta Eliseo Spiga- Che com’è noto consideravano luoghi di pace soltanto i cimiteri”.

 

4. Un Governatore romano particolarmente “predone”: Emilio Scauro e gli insulti razzisti di Cicerone contro i Sardi nell’orazione “Pro Scauro”.

Emilio Scauro, ex governatore della Sardegna, viene accusato di tre “crimini”: aver avvelenato nel corso di un banchetto Bostare, ricco cittadino di Nora, per impossessarsi del suo patrimonio; aver insistentemente insidiato la moglie di tal Arine, tanto che essa si sarebbe uccisa piuttosto che divenirne l’amante; aver imposto una terza decima illegale (oltre che la prima decima normale e la seconda decima straordinaria, ma comunque legale) che avrebbe incassato lui personalmente.

Scauro fu difeso da Cicerone nel 54 a.c.: “i due reati  (veneficio il primo e intemperanza sessuale il secondo, –sottolinea lo storico sardo Raimondo Carta-Raspi in Storia della Sardegna– non erano tali da preoccupare l’oratore romano e infatti egli riuscì a confutare queste accuse volgendole anzi al ridicolo”.

Di ben altra importanza era invece il terzo reato addebitato all’ex propretore, accusato di malversazione nella sua amministrazione della Sardegna. Peccato che la confutazione dell’accusa più grave per i romani e per il senato romano, quella appunto di aver ordinato le illegali esazioni di frumento non ci sia pervenuta.

Ci è però pervenuta la parte in cui Cicerone si impegna, com’è suo stile, a lodare la specchiata onestà di Scauro (figlio di Cecilia Metella, moglie di Silla) e a insultare i suoi accusatori. Essi sono venuti dalla Sardegna convinti di intimorire e persuadere con il loro numero, ma non sanno neppure parlare la lingua latina e sono vestiti con le pelli (pelliti testes). 

Ma c’è di più: per screditare i 120 testimoni sardi non esita a dipingerli come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti la cui vanità è così grande da indurli a credere che la libertà si distingua dalla servitù solo per la possibilità di mentire: la loro inaffidabilità viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai fenici e dai cartaginesi, guarda caso nemici storici dei Romani. Di qui l’accusa più grave e insultante, oggi diremmo “razzistica”: “E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’o­rigine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?”

Proprio per questo motivo l’appellativo afer è più volte usato come equivalente di sardus e l’espressione Africa ipsa parens illa Sardiniae viene adottata dall’oratore romano per affermare che dai fenici sono discesi i Sardi, formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata rendendo i sardi ancor più selvaggi e ostili verso Roma tanto che i sardi mescolati con sangue africano non strinsero mai con i Romani rapporti di amicizia né patti d’alleanza e che la Sardegna era l’unica provincia priva di città amiche del popolo romano e libere.

Innanzitutto Cicerone dovrebbe mettersi d’accordo con il suo “compare” Tito Livio, che nelle sue storie (XXIII,40) ricorda città sarde socie di Roma devastate da Amsicora; in secondo luogo l’oratore romano ignora evidentemente che i Fenici arrivano in Sardegna intorno al IX secolo e che le popolazioni nuragiche nel mediterraneo occidentale erano giunte duemila anni prima della fondazione di Cartagine. Ma si tratta – si chiede lo storico Carta-Raspi nell’opera già citata- “di artificio oratorio o ignoranza?”

Probabilmente dell’uno e della’altra.

Fatto sta che Scauro fu assolto con 62 voti a favore e soli 8 voti contrari, furono screditati i testimoni sardi, fu infangata la memoria di Bostare e Arine, fu razzisticamente insultato l’intero popolo sardo e la sua “origine”.

Scauro fu assolto nonostante le accuse gravissime e Cicerone considererà “Pro Scauro” una delle sue più belle orazioni, tanto che più volte nelle Lettere ne cita delle parti con compiacimento. Pare comunque che non sia stata l’orazione di Cicerone ad assolvere Scauro: protetto da Pompeo potè corrompere i giudici che lo mandarono assolto.

Ma uno degli accusatori, Publio Valerio Triario, non si dà per vinto e dopo le elezioni come console, Scauro, accusato stavolta di brogli, nonostante fosse ancora difeso da Cicerone, riuscì a farlo condannare costringendolo a prendere la via dell’esilio.

E pochi anni dopo, -come ricorda nella tragedia  Ulisse e Nausica in sa Cost’Ismeralda, il poeta e studioso di cose sarde Aldo Puddu-,” Cicerone viene decapitato dal centurione di Marc’Antonio mentre cerca di sfuggire alla proscrizione e come estremo sfregio la nobile Fulvia infilza la sua esanime lingua con uno spillo da fermaglio: ut sementem feceris ita metes: mieterai a seconda di ciò che avrai seminato, ipse dixit”.

 

 

Conferenza sulla Storia Sardaultima modifica: 2011-01-07T09:00:10+01:00da zicu1
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Un pensiero su “Conferenza sulla Storia Sarda

  1. Etimologia e le origini Della Sardegna
    L’isola è uno dei territori più antichi del Mediterraneo, antico come l’origine del suo nome, Sardegna, di cui molti studiosi cercano di rintracciare le origini.
    Questo deriva, infatti, dal latino Sardinia, nome con cui i Romani chiamavano la Sardegna e nome della provincia romana di Sardegna, costituita nel 227 a.C, ma è antecedente a questo periodo.
    I Greci chiamavano la Sardegna Sardò, connettendola a Sardo, figlio di Eracle che secondo il mito sarebbe giunto nell’isola a capo di colonizzatori libici.
    La Sardegna era chiamata dai greci anche Ichnussa, dal greco ichnos (orma di piede umano), per la sua caratteristica forma (da cui anche Sandaliotis, da sandalion, sandalo).
    Il radicale s(a)rd- , che identifica l’ethnos dei Sardi, appartiene al substrato linguistico mediterraneo preindeuropeo. Si ritiene che i Sardi della protostoria indicassero la loro terra e se stessi con nomi derivati da questa base.
    La più antica sicura attestazione scritta dell’etimo (Srdn) è contenuta nella fenicia “stele di Nora” risalente alla fine del IX sec. a.C.. Un altro importante documento risale al VI secolo a.C.: si tratta di un trattato di amicizia stipulato dagli abitanti della potente città magno-greca di Sibari e dal popolo dei Serdàioi, i Sardi secondo alcune accreditate ipotesi, il cui testo fu inciso su una tavola di bronzo che fu deposta nel famoso santuario panellenico di Zeus ad Olimpia.
    Diversi studiosi accreditano l’ipotesi che i Sardi siano da riconoscere anche nei Serdan-, uno dei “Popoli del Mare” menzionati nei documenti egiziani tra il XVI e il XIII secolo a.C.
    Ciò lascerebbe immaginare una civiltà nuragica eccezionalmente avanzata ed intraprendente a livello mediterraneo, aspetti che però l’archeologia non sembra avere ancora adeguatamente documentato.

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