Studi Angioy

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continua quarta parte

propria forza anche politica, dimostravano sempre maggiore irrequietezza e il ràncore da lungo tempo accumulato verso i Piemontesi ancor piú che contro il governo era ormai all’estremo limite allorché si diffuse la voce che tutto doveva rimanere immutato e che i Piemontesi avrebbero continuato a spadroneggiare. L’avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione d’impieghi, come già durante l’ultimo periodo della signoria spagnola e come hanno fatto credere i dispacci del viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I Sardi volevano liberarsene, non solo perché essi simboleggiavano un dominio sempre piú anacronistico, avverso all’Autonomia e contrario allo stesso progresso dell’isola; ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l’albagia e la sprezzante invadenza. Lo stesso Manno non concesse attenuanti all’esasperante ostentazione dei Piemontesi, « i quali erano montati in tale tracotanza, che il loro contegno, incominciato da qualche anno a sussiego, era finalmente degenerato in beffa » – « Quasi giunto perfino a dar cadenza e ritmo a quelle villanie (motti che deridevano i Sardi) in alcuni versi da colascione che cantavansi obbrobriosamente nel palazzo stesso del viceré ». Ma nulla meglio di alcune strofe del1’Innu de su Patriottu Sardu scritto in quegli anni ci fanno comprendere lo stato d’animo dei Sardi alla vigilia dei moti cagliaritani. Fi’ pro sos Piemontesos Sa Sardigna una cucagna; Che in sa Indias s’Ispagna Issos s’incontrant inoghe; Nos alzaia’ sa ‘oghe Finzas unu camareri; O plebeu o cavaglieri, Si deviat umiliare. Issos dae Gusta terra Ch’ana ‘ogadu miliones. Benian senza calzones E si nd’andaian gallonados. Mai ch’ esserent istados Chi c’ ana postu su fogu! Malaitu cuddu logu Chi creia’ tale Zenia! Issos inoghe incontràna Vantaggiosos imeneos, Pro issos fin sos impleos, Pro issos fin sos onores, Sa dignidades mazores De cheia, toga e ispada: E a su Sardu restàda Una fune a s’impiccare. Sos disculos nos mandàna Pro castigu e curressione, Cun paga e cun pensione, Cun impleu e cun patente. In Moscovia tale zente Si mandat a Siberia, Pro chi morza’ de miseria, Però non pro guvernare. La scintilla dell’insurrezione di Cagliari giunse da Torino e fu una lettera del Pitzolo, che, deluso ed esasperato della subdola politica del sovrano e del suo governo, scriveva agli amici che non v’era ormai piú nulla da sperare dal dispotismo piemontese ed era necessario un gesto coraggioso, dimostrazione di forza e di volontà. È opinione del Manno che non sarebbe stato il messaggio del Pitzolo a suscitare la sommossa cagliaritana, in quanto « il tumulto era stato premeditato in una congiurazione fatta di proposito, con lo scopo determinato di allontanare dall’isola tutti i pubblici ufficiali stranieri ». Non in ogni caso tuttavia, poiché probabilmente non sarebbe avvenuto se le decisioni di Torino fossero state favorevoli ai desideri espressi nel memoriale; non necessario, sarebbe stato per giunta controproducente. Predisposta per il 4 maggio, onde profittare del trambusto popolare per il ritorno del simulacro di S. Efisio da Pula e poter occupare le porte e disarmare le guardie, la sommossa dovette essere tempestivamente anticipata alla notte fra il 28 e il 29 poiché il viceré, avutone sentore, aveva disposto misure precauzionali. Informato anche dei nuovi disegni, senza neppure consultare come avrebbe dovuto il Reggente la Reale Cancelleria e la Reale Udienza, il re volle agire in tutta segretezza e tempestivamente, ponendo in stato d’allarme tutte le truppe dislocate nella città e, perché i congiurati non fossero scoraggiati, facendo subito arrestare quelli che riteneva fossero i capi, gli avvocati Cabras e Pintor. Città capitale e sede di governo fin dall’occupazione aragonese Cagliari aveva sempre beneficiato di questa prerogativa e gli abitanti, catalani e aragonesi, via via sardizzati e solo in piccola parte affluiti in ultimo dagli altri centri, non avevano mai in precedenza dato segni di malcontento; anche perché oltre ai privilegi di cui godevano, per l’accentramento di tutti gli uffici, il notevole traffico del porto e il confluirvi di scambi commerciali fra l’Isola e l’oltremare, godevano di attività e benessere di gran lunga superiori a qualunque altro centro del regno.I settantenni di dominio sabaudo non avevano modificato queste particolari condizioni, né in senso politico sociale né in senso economico; e l’improvvisa sommossa popolare non può essere spiegata che con lo stato d’animo che si era creato in Cagliari e nei villaggi vicini conseguente alla vittoriosa difesa contro l’armata di Truguet, che aveva suscitato ancora impercettibili nei fermenti che germogliavano, i primi sintomi di effettiva autonomia. Ormai non era più nostalgia della Spagna, né ancora sardismo; fu all’inizio solo antipiemontesismo, accentuatosi progressivamente fino ai primi mesi del 1784 e culminato alla notizia che tutte le richieste della delegazione inviata a Torino erano state respinte, compresa quella che più stava a cuore dei Sardi, di avere voce e uffici nel governo locale dell’Isola. Fu anzi il disconoscimento di questa aspirazione sempre viva a far traboccare il risentimento, non già lo scioglimento degli stamenti o il diniego a una generica riconferma di privilegi che nuoceva quasi esclusivamente alla classe feudale. Esautorati anche dalle modeste funzioni che il beneplacito sovrano aveva consentito talvolta di esercitare, dai tre bracci del Parlamento e dalle classi e interessi che vi erano rappresentati, l’azione stimolatrice verso il governo locale e di cauta resistenza verso quello centrale si trasferiva ora, sviluppandosi in un moto di rinnovamento progressista nella borghesia, soprattutto delle professioni liberali. Non più a difendere o a sollecitare privilegi d’antico regime, ch’erano propri seppure reclamati in nome della Sardegna, bensì a rimuovere gli impedimenti politici e sociali al progredire dell’Isola, che provenivano principalmente dal feudalesimo che sopravviveva con tutti i privilegi oppressivi delle popolazioni e sullo stato di rigida dipendenza e di inferiorità in cui il sovrano e il suo governo tenevano la Sardegna, comprimendone qualunque impulso, anche il più legittimo. Animatori di questo fermento furono gli elementi più colti e progrediti, principalmente gli avvocati e i magistrati, ma anche del ceto mercantile. Tra i più noti nelle vicende di quegli anni abbiamo visto il Pitzolo, gli avvocati Cabras e Pintor, in seguito l’avvocato Mundula, il notaio Ciocco, il parroco Murroni ed altri sui quali doveva sovrastare il giudice della Reale Udienza G. M. Angioy. Questi uomini che in quegli anni ebbero il destino dell’Isola, avrebbero potuto trionfare d’un governo impopolare ed imbelle, obbligandola a concedere all’Isola una radicale riforma ai suoi antiquati ordinamenti e un’effettiva autonomia vitale e operante, se e come sempre nei momenti culminanti non li avessero divisi e opposti gli uni agli altri rivalità, gelosie e ambizioni. La Cagliari della fine Settecento –come del resto ancora del secolo scorso- non era molto estesa e la voce dell’arresto deel Cabras e del Pintor potè diffondersi in un baleno nei sobborghi della città; e gli abitanti, mentre le campane suonavano a stormo, come per un segnale convenuto, s’affollarono rapidamente presso le porte che suddividevano i quartieri e, trovandole sbarrate, v’addossarono cataste di legno appiccandovi il fuoco. Fu un susseguirsi rapido e deciso, che colse le guardie di sorpresa poterono essere disarmate senza neppure avere offerto resistenza; solo la compagnia della darsena, costituita da Sardi, fece uso delle armi ma le depose allorché venne ucciso il comandante. Accorsa nella maggior parte disarmata, la folla dei rivoltosi si era via via impadronita delle armi tolte alle guardie e di alcune batterie, tosto puntando i cannoni verso la città alta, il Castello, per abbatterne le porte: vi fu un attimo di sosta: cedendo alle intimazioni della folla tumultuante, il viceré aveva consentito che i due prigionieri fossero condotti sugli spalti d’un bastione affinché potesse vedersi ch’erano vivi; sì che cadesse ogni ragione di tumultuare. Il viceré si era rassegnato a questo spettacolo per l’intervento del reggente la real cancelleria del generale delle armi e dell’arcivescovo Melano, oltre che dei marchesi di Laconi e di Neoneli, i quali avevano sperato che ciò sarebbe valso a tranquillizzare la folla, inducendola in tal modo a desistere dall’agitazione. Vano tentativo, poiché se i rivoltosi chiedevano a gran voce la libertà dei prigionieri, neanche la loro scarcerazione li avrebbe placati; già appariva chiaro infatti che i propositi andavano ben oltre: richiesta senza ottenerla la liberazione del Cabras e del Pintor, con accresciuto impeto e incuranti di truppe e di cannoni, i più arditi riuscirono a incendiare le porte dell’Aquila e dell’Elefante, e disarmati i soldati a penetrare nella città-castello seguiti dalla moltitudine impaziente. Anche nelle tre strade che conducevano alla reggia erano state schierate truppe regolari; ma esse scapparono allorché s’avvidero che gli insorti erano forniti di artiglieria e si rifugiarono nella reggia, di dove spararono sulla folla, deponendo le armi quando fra gli alti ufficiali era caduto anche il comandante della guardia svizzera. I rivoltosi non trovarono nella reggia il viceré; poco prima si era rifugiato nell’attiguo palazzo dell’arcivescovado. Tutto si era svolto nella notte fra il 28 e 29 Aprile con una sorprendente rapidità; e altrettanto breve doveva essere la seconda fase: avendo occupato i punti strategici piazzandovi i cannoni e costituito i primi battaglioni di milizie affidandone di nome il comando al generale delle armi marchese di Neoneli, di fatto al capopopolo Vincenzo Sulis, cominciò il rastrellamento dei Piemontesi. Dopo tanti anni di prepotenze e di umiliazioni che avevano subito covando nell’animo il proposito di vendicarsi, ora che era venuto il momento di attuarlo e l’impeto e il furore che avevano infranto ogni ostacolo ancora eccitavano i rivoltosi, doveva essere ineluttabile un epilogo di violenze e di sangue: ma non fu torto un capello ad alcuno; a nessuno venne sottratta alcuna cosa. Come d’incanto l’irruenza svanì nel tripudio del successo e la ricerca e la cattura dei piemontesi avvennero senza incidenti, quasi ostentando riguardo; l’unico eccesso fu commesso nel palazzo viceregio ove molti popolani, dopo esservi penetrati, si lasciarono tentare dalla ben fornita dispensa del viceré facendovi copioso spuntino. Intanto mentre i piemontesi venivano via via accompagnati nei chiostri, la Reale Udienza subentrava nei poteri e il viceré venne fatto rientrare nel palazzo ove furono accompagnate anche le maggiori autorità piemontesi perché fossero meglio protette né a disagio, attendendovi il momento dell’imbarco che doveva concludere la più bella pagina della storia cagliaritana. Dopo l’infuriare della sommossa nella notte fra il 28 e 29 Aprile, il giorno successivo cominciarono a svolgersi i preparativi per la partenza con le tre navi ormeggiate nella darsena; e la mattina del 30 già discendevano incolonnati dal castello verso il porto i 514 piemontesi di Cagliari. Apriva il corteo il viceré, accompagnato dalle prime voci degli stamenti e da alcuni nobili e seguiti da funzionari e ufficiali piemontesi; lo chiudeva la lunga serie di carri e carrette che trasportavano i bagagli, così voluminosi e in gran numero che i popolani esclamavano: ”ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera; non giungeano qui con tanto peso di bagaglio o con questa dovizia di guarnimenti; assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipartono con fortuna così voluminosa” (Manno, Storia moderna). E la tentazione di travolgere e distruggere tutto venne frenata a stento nei popolani più irritati. Mentre si svolgeva l’imbarco e il viceré veniva accompagnato alla sua nave con dignitosa cortesia, raggiunse il culmine l’esultanza della popolazione che tra canti e applausi danzava il ballo sardo. Pochi giorni dopo anche gli altri centri dell’Isola, ove risiedevano piemontesi seguirono l’esempio di Cagliari. Unica eccezione era stato l’arcivescovo Melano che da tempo si era cattivato la stima dei Cagliaritani. da Girolamo Sotgiu (3) In Storia della Sardegna sabauda, editore Laterza, pagg. 159-162 “E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache “si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata”. La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a suscitare qualche preoccupazione fino a quando « sull’un’ora all’incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza » ad arrestare Vincenzo Cabras, « Avvocato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stampace », nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente (4) I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando. Il Manno dice che il Cabras era « un vecchio venerando per dottrina e probità », che nel lungo esercizio della professione aveva « tratto a sé amistà e clientele in gran numero », ed Efisio Pintor, che era sfuggito all’arresto, « benché in giovane età [era] uno dei dottori più illustri del foro cagliaritano, nel quale brillava per pronto e sagace giudizio e per vigoroso ragionare » (5) L’arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l’inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia. Da qui l’accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, l’assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l’irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All’insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina. La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l’uno dall’altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello. Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L’assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l’uno sopra l’altro»(6), i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale. In realtà, lo scontro fu di breve durata. Sempre il padre Napoli racconta che subito «si vidde la poca voglia avean gli svizzeri di offendere i paesani, poiché essendo iví di guardia in buon numero neppure tiravano una fucilata »(7) L’unica resistenza, anche se non di lunga durata, fu opposta dai dragoni piemontesi. In poco tempo fu così conquistato il palazzo viceregio e tutta la città si trovò nelle mani degli insorti. Gli stamenti, nella narrazione che fecero di quanto accaduto in un Manifesto giustificativo (8), inviato al sovrano, e che, col contrapporre le malefatte dei funzionari alla benevolenza e saggezza del re, esprime la volontà di ristabilire rapidamente un accordo con il potere regio, così narrarono gli avvenimenti successivi: “ resosi il Popolo padrone di tutto il Castello, e in particolare del Palazzo viceregio, calmò in un momento tutta la sua furia e fu tenero spettacolo il vedere allora confusamente abbracciati i soldati coi cittadini. Al Viceré che temeva tutto dal giusto sdegno di un Popolo irritato si presentarono alcuni cittadini e riconoscendo in lui l’eccelso carattere di rappresentante di Sua Maestà, non solo lo rassicurarono intorno ai suoi timori, ma si astennero financo da ogni tratto ingiurioso ed altero, ed esprimendo la volontà dello stesso Popolo pretesero unicamente per sua soddisfazione lo scommiato dall’isola di tutti i piemontesi impiegati e non impiegati non eccettuato esso Viceré, a riserva di Monsignore Arcivescovo di Cagliari e degli altri prelati di quella nazione”.(9) Poi, a testimonianza della continuità di governo, si riunì secondo gli ordinamenti del regno il magistrato della Reale Udienza, con la partecipazione dei soli membri sardi, che decise le modalità da seguire per lo scommiato dei piemontesi. Così, il 7 maggio 1794, 514 tra piemontesi savoiardi e nizzardi furono costretti ad abbandonare l’isola, e, «divulgata per tutto il Regno l’espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu universale l’approvazione »(10); ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l’esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Cagliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingombra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisitezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che « scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i maggiori ministri », trasportando « al porto le loro masserizie con quelle del viceré ». All’apparire di tanta « abbondanza di carriaggi », si levò un solo grido: Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipartono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre. E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell’animo l’indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d’araldo, fermatevi, grida a quei furiosi: quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? ed esortati i carrettieri a muoversi, « la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l’onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio »(11) . Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa: Lasciateli andare – sembra che il Leccis abbia detto – che i sardi benché poveri non han bisogno della M… dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia.(12) L’episodio, qualunque sia lo stile col quale è narrato, sembra confermare con la sua immaginosità, che, a un fatto di una gravità estrema, coloro che ne erano stati protagonisti volevano dare un significato il meno possibile drammatico. Riferimenti Bibliografici 1) Carlino Sole, La Sardegna sabauda nel ‘700, Chiarella editoree, Sassari 2) Raimondo Carta-Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore Milano 3) Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, editori Laterza,Bari 4) Tommaso Napoli, Relazione ragionata (in L’insurrezione di Cagliari del 1794 di Girolamo Sotgiu, op. cit.) 5) G. Manno, Storia moderna della Sardegna 6) T. Napoli, op. cit. 7) Ibidem 8) Il Manifesto giustificativo, op. cit. 9) Ibidem 10) T. Napoli, op. cit. 11) G. Manno, op. cit. 12) T. Napoli, op. cit. da Natale Sanna (1) in Il Cammino dei Sardi vol.3°, pagg.395-98 “Appena gli ambasciatori giunsero a Torino consegnarono le cinque richieste al ministro Graneri, poiché il re si trovava in quel momento a Tenda, fra le truppe. Chiesero però di presentare personalmente al sovrano un memoriale in cui esse venivano motivate e minutamente spiegate. Mentre una commissione nominata dal Graneri studiava le cinque richieste ed il re, tornato da Tenda, sul finire del 1793, esaminava il memoriale, dopo aver ricevuto gli ambasciatori, arrivò a Cagliari un biglietto reale che eccitò gravemente gli animi: si ordinava lo scioglimento delle assemblee stamentarie, come fomite di disordini. Era ormai chiaro che le speranze dei Sardi erano

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destinate a naufragare miseramente. Poco dopo giunse anche la risposta di Vittorio Amedeo III: molte e vaghe promesse, ma sostanziale rifiuto. E, di fronte a richieste che implicavano un’autonomia talmente larga da rasentare l’indipendenza, come avrebbe potuto rispondere diversamente un governo assoluto qual era quello dei Savoia, così geloso delle sue prerogative e così sospettoso di ogni novità? La notizia esasperò i Sardi; ciò che non si era potuto ottenere con le vie legali si volle ottenere con la forza. Si diceva, d’altronde, che lo stesso Pitzolo avesse scritto da Torino incitando a cacciare dalla Sardegna i Piemontesi, le cui mene avevano provocato la decisione reale. Il viceré però, informato che si stava tramando una congiura, il 28 aprile 1794 ordinò l’arresto dei capi, cioè degli avvocati Vincenzo Cabras di Tonara ed Efisio Pintor suo genero. Essendo quest’ultimo riuscito a scappare, al suo posto fu arrestato l’avvocato Bernardo Pintor, che si trovava a pranzo dal Cabras. La reazione fu immediata.(2) Il popolo si levò infuriato in armi e, probabilmente secondo un piano già prima studiato, assalì il Castello, disarmò le guardie, invase il palazzo del viceré, che a mala pena riuscì a rifugiarsi nell’episcopio, e liberò gli illustri prigionieri. Assunto quindi il governo dalla Reale Udienza, composta da Sardi, e creatasi una milizia popolare agli ordini di Vincenzo Sulis, si arrestarono i Piemontesi e si tennero in buona custodia in alcuni conventi. Così il 30 aprile 1794, fra il tripudio generale, si cominciarono ad imbarcare, per rispedirli in Piemonte, tutti i Piemontesi abitanti in Cagliari, in numero di 514, compresi impiegati, militari e viceré, eccettuato il solo arcivescovo Melano e le donne.(3) Nei giorni successivi lo stesso si fece in tutta la Sardegna. Dopo tre secoli e mezzo finalmente il popolo sardo era diventato capace di un atto di coraggio e, ciò che in simile frangente è particolarmente degno di nota, senza abbandonarsi a bestiali manifestazioni di odio, a saccheggi od a vendette, senza infierire contro i prigionieri. Riferimenti Bibliografici 1) Natale Sanna, Il Cammino dei sardi, vol.3°, editrice Sardegna 2) G. Manno, Storia moderna della Sardegna,Reprint Sardegna nuova, Cagliari 1972 2) Ibidem 2- significato storico e

Studi Angioyultima modifica: 2009-05-14T11:39:43+02:00da zicu1
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