Quel ferro vecchio di Stato unitario.

 

SARDEGNA ALL’APPUNTAMENTO COL FEDERALISMO

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di Francesco Casula

 

E’ partito il treno del federalismo: il Consiglio dei Ministri il 3 Ottobre ha approvato il disegno di legge sul federalismo fiscale. Esso è frutto del confronto fra il Governo e la Conferenza unificata degli Enti locali (Regioni, Province, Comuni e Comunità montane) ed ha avuto un giudizio positivo “sui principi” da parte delle Regioni che si sono però riservate di verificare l’attuazione delle norme.

Sul testo è giusto fare critiche, proporre emendamenti –come hanno annunnciato Province e Comuni- un dato comunque bisogna riconoscere: è un bene che il processo e il progetto per costruire uno Stato federale sia finalmente partito, avendo il sostanziale avallo di tutte le parti politiche. Ricordo che quando nell’Assemblea Costituente (II sottocommissione) si discuteva dei problemi riguardanti la struttura dello Stato e le autonomie locali, Lussu –con il suo Partito, il PSD’Az- si ritrovò solo nel difendere lo stato federale contro l’unitarismo centralista. Oggi, a 60 anni di distanza, pare che tutti di destra, di centro e di sinistra si siano convertiti. Occorre prenderne atto con favore: lo Stato unitario e centralista infatti, è ormai da considerarsi un ferro vecchio inutilizzabile e inservibile.

Non è un caso che in tutti questi anni passati, prima di arrivare alle decisioni odierne, vi siano stati una pluralità di pronunciamenti in direzione anticentralista: iniziò Miglio –allora teorico della Lega- a sostenere che “solo una repubblica regionale a fortissima autonomia può garantire un sano e regolare sviluppo dell’economia”. Proseguì Napolitano –allora Presidente della Camera: “Occorre riscrivere l’art.117 della Costituzione per una riforma in senso regionalista dello Stato perché mi pare difficile mantenere uno Stato centralista”. E poi ancora Sabino Cassese –già ministro della Funzione Pubblica: “Sono le stesse condizioni della Pubblica amministrazione a imporre un radicale cambiamento in senso regionalistico dello Stato. Bisogna rovesciare la Piramide: dopo la riforma al centro non resterà quasi nulla, solo alcune funzioni importanti come l’ordine pubblico, la politica estera, la difesa. Al centro ci saranno funzioni di supporto, tutto il resto deve essere decentrato”.

Altrettanto non è un caso che 18 dei 37 stati nazionali europei abbiano una struttura federale e altri paesi unitari discutano se imboccare quella strada.

C’è chi sospetta e paventa che il federalismo potrebbe prosciugare i flussi finanziari verso il sud, dando vita a due Italie: una sviluppata, quella del Nord, con servizi efficienti e con opportunità di lavoro e di benessere e l’altra, quella del Sud, più povera e penalizzata.

Ma perché non dire che tale divisione è in atto ed è frutto proprio dello Stato centralista? Ricordando, per esempio che il reddito pro capite dei lombardi è doppio di quello dei calabresi; che il tasso di occupazione della forza lavoro è ormai strutturalmente diversa: se al centro-nord lavora il 65/70% dei cittadini fra i 18 e i 64 anni, al Sud la quota scende al 42/50%; che altrettanto uguali sono le divergenze scolastiche? Ricordo che i risultati dei test “Pisa” sulle conoscenze matematiche indicano che gli studenti del nord-est ottengono un punteggio del 25% superiore rispetto a quelli del sud e che le differenze di istruzione si manifestano fin dai primi anni di vita e si amplificano con il procedere degli studi.

E perché non porsi anche il problema che i trasferimenti finanziari al sud hanno fatto sì che nelle regioni meno avanzate non si sviluppasse l’iniziativa imprenditoriale,  mentre il federalismo potrebbe introdurre una logica di responsabilità e razionalità nella gestione delle risorse pubbliche e a cascata di quelle private?

Caso mai la critica da fare è un’altra: non può esistere un federalismo fiscale senza un federalismo tout court, ovvero senza un federalismo costituzionale. E non ci può essere un prima e un dopo ma un insieme  che ridefinisca la forma stessa dello Stato per far vivere quell’Italia articolata che si vuole. Il problema che abbiamo dunque davanti è procedere speditamente verso la costruzione di uno Stato federale.

C’è da chiedersi a questo punto cosa stia facendo la classe politica sarda per  salvaguardare, all’interno del nuovo Stato federale la “specialità” dell’Isola. Continuerà ad essere neghittosa, litigiosa e imbelle come nel passato oppure, con un colpo di reni, riuscirà a presentarsi unita e concorde per ricontrattare il nuovo rapporto fra Sardegna e Stato Italiano?

 

(Pubblicato sull’Unione Sarda del 16-10-08)

 

Quel ferro vecchio di Stato unitario.ultima modifica: 2008-10-22T08:32:41+02:00da zicu1
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