Alessandro Barbero e lo sciocchezzaio sul Medioevo sardo

Alessandro Barbero e lo sciocchezzaio sul Medioevo sardo.

di Francesco Casula

Alessandro Barbero, come una star televisiva o cinematografica o canora, spopola nei Media. Fan devoti, osannanti e plaudenti, lo venerano. Come il 10 maggio scorso, nel Salone del libro a Torino, quando centinaia e centinaia di uomini e donne, lo accolgono sul palco, con un vocio tonitruante, con urla e berci, da veri e propri tifosi da stadio.
Ho l’impressione, a prescindere da quello che racconta e sostiene, come storico intendo. Capita così che dopo aver più volte ribadito che “non conosce la storia sarda”, sulla stessa pontifica discetta giudica, impancandosi a vero e proprio maestro e distribuendoci vere e proprie perle (leggi fole), come quella secondo cui nel Medioevo sardo (ovvero dei regni giudicali) “la lingua del potere era il greco”! Possibile che anche a uno “non specialista sulla storia sarda” (parole sue!), non venga in mente che la lingua del potere per eccellenza nei Giudicati, è quella usata nella Carta De Logu, una delle più illustri e importanti Costituzioni nell’intero Medio Evo europeo?
Mi son domandato da dove può aver desunto e tratto tal scempiaggine. Forse dal fatto che nel regno giudicale di Càlari la lingua sarda veniva scritta anche in grafia greco-bizantina? Ma allora il nostro confonde la lingua con la grafia! Ricordo peraltro, che la grafia greca viene utilizzata, solo nel regno giudicale di Cagliari e, pochissime volte. In due pergamene, scritte comunque nella variante sardo-campidanese: la prima è del 1089: “contiene una donazione di terre servi aggregati rurali, vigne e “salti” da parte del re Costantino I” (1). La seconda, dei primi 20 anni del secolo XII “contiene la certificazione da parte del re giudicale di Cagliari Torchitorio de Gunale di una serie di negozi effettuali da tale Gostantini Frau” (2).
La seconda perla che ci ha distribuito il Barbero, è ancora più “preziosa”: riguarda il “colonialismo”. Nella sua furia iconoclasta, tendente a liquidare “pregiudizi e infatuazioni” (ha usato proprio queste locuzioni) sul Medioevo sardo, come sulla storia sarda in generale (aggiungo io,) nega che il colonialismo abbia caratterizzato l’Isola.
In questo pregiudizio e infatuazione sarebbe caduto anche un grande storico come Jonh Day: per il quale la Sardegna era un laboratorio di storia coloniale. Una delle più antiche e costanti colonie del mondo.
Per Barbero niente affatto. E fa un esempio. Con la presenza di Pisa e Genova la Sardegna non fu per niente colonizzata. Anzi. Esse portarono in Sardegna imprese capitali ricchezze commerci: creando la potenza dei Giudicati.
Ma va? Un po’ limitato e miope lo sguardo storico del Barbero, con qualche simpatia nordista e savoiarda (è quello che nega lo sterminio dei Meridionali con Garibaldi e soci e i campi di concentramento dei tiranni sabaudi, ad iniziare da Fenestrelle).
Se avesse allungato lo sguardo avrebbe visto e capito i risultati della funesta presenza dei Pisani e Genovesi nei Giudicati (quello arborense escluso) in cui apporterebbero, a parere dello storico piemontese, “magnifiche e progressive sorti”! Ovvero la loro morte e scomparsa!
Ma ecco la storia che Barbero dovrebbe studiare, prima di pontificare e raccontare balle: tutta la prima parte del secolo XIII assiste a una lenta agonia della Sardegna giudicale che si conclude con lo smembramento dei Giudicati di Cagliari (1258) e di Torres (1259) mentre quello di Gallura, caduto sotto la signoria dei Visconti, languirà per qualche decennio e morirà nel 1288. Resisterà solo il Giudicato d’Arborea: che intelligentemente e opportunamente, non si lascerà blandire dai portatori di benessere, civiltà e ricchezza venienti dal mare!

Fu infatti esiziale per la stabilità dei Giudicati, il fatale contatto con l’Europa comunale e feudale e insieme l’aver consentito da parte dei Giudici e Maiorales, che i signorotti stranieri che vi si erano stabiliti, imparentandosi con le famiglie senatoriali, vi ottenessero vasti possedimenti, edificando castelli e dotandosi di proprie milizie.
Nel disgregamento dei Governi giudicali, esautorati i Giudici e divisi i maiorali, essi – gli stranieri, segnatamente Pisa e Genova – poterono raccoglierne l’eredità e impadronirsi di buona parte dell’Isola.

Nel breve giro di pochi decenni, troviamo stabiliti nel Logudoro i Doria e i Malaspina; in Cagliari i Massa e i Donoratico; in Gallura i Visconti. Furono essi, portando in Sardegna la turbolenza feudale, le rivalità comunali e la spregiudicatezza politica che distrussero i Giudicati. Essi infatti riuscirono a insinuarsi nelle famiglie maiorali, imparentandosi, ottenendo vasti possedimenti e perciò stesso ponendosi nella condizione di candidati al governo giudicale: in Cagliari nel 1188 con Massa (Benedetta Massa) e i Visconti in Gallura (1207), quando alla morte di Barisone di Gallura, erede è la figlia Elena di Lacon che sposerà Lamberto Visconti dando così origine, alla dinastia pisana dei Visconti. Il loro figlio Ubaldo Visconti diventerà infatti Giudice di Gallura.

Di un Giudice dei Visconti parlerà Dante nella Divina Commedia (Canto VIII del Purgatorio): si tratta di Ugolino Visconti, noto come Nino ((Pisa, 1265 circa – Gallura, agosto 1296), suo amico, immortalato e ricordato come “giudice Nin gentil”.
I Visconti aspireranno anche al Giudicato di Cagliari, che peraltro si troverà alla mercé anche di altri contendenti, come Genova: che però fu sconfitta. Contribuirono alla sua disfatta Pisa, il Giudicato d’Arborea, il Giudice di Gallura, Gherardo e Ugolino dei Donoratico.
Così il Giudicato di Cagliari fu diviso in tre parti: 1/3 andò ai Giudici di Arborea; 1/3 ai Giudici di Gallura e 1/3 ai Donoratico.
Dopo Cagliari seguirà la crisi del Giudicato di Torres (a causa dei conflitti fra famiglie dei maiorales di Pisa e Genova e il Papato) e di quello di Gallura con le rivalità fra i Lacon e gli Spanu.

Il potere giudicale, a Cagliari, Sassari e Gallura, con la presenza preponderante di Pisa e Genova, diventa solo nominale e così quei Giudicati, perdono di fatto, la loro indipendenza.
Così, a Cagliari nel 1257 un esercito pisano, assedia ed espugna, distruggendola la capitale, Santa Igia e nuova capitale, diventerà Castrum Caralis, edificato su una collina adiacente. Sulle mura già poderose del Castello i Pisani erigeranno tre splendide e temibili Torri: dell’Elefante, di San Pancrazio e del Leone (costruita nel 1322), erroneamente chiamata dell’Aquila, che non fu mai completata.
Qualche anno più tardi nel 1259 cadrà il Giudicato di Torres (o del Logudoro), in parte assegnato come feudo a famiglie genovesi (Doria), in parte annesso al Giudicato di Arborea.
Dopo qualche decennio nel 1296 scomparirà anche il Giudicato di Gallura, occupato dai Pisani.

Note bibliografiche
1. F. Cesare Casula, La scrittura in Sardegna, dal nuragico ad oggi, Carlo Delfino editore, Cagliari 2017, pagina 62.
2. Ibidem, pagina 66.

La lingua della Carta de Logu

La lingua della Carta de Logu

di Francesco Casula

La lingua che utilizza Eleonora nel suo codice è la lingua sarda. “Il sardo colto – scrive un grande studioso della Carta,, Marco Tangheroni – che va visto nel quadro di una consapevole volontà politica dei Giudici di Arborea di presentarsi come interpreti e guide dell’intera nazione sarda”.
E aggiunge: “Il termine «nazione sarda» è usato correntemente nel Trecento, e in misura crescente quanto più la guerra accentuava le differenze e le contrapposizioni con «la nazione catalana». Così ad esempio, da una connotazione neutra essa assume nella propaganda catalana una caratterizzazione dispregiativa: “es nacion que tots temps es estrada en servitud”.
Un sardo-arborense che é una miscela di logudorese e di campidanese. Scriveva Camillo Bellieni su questo sardo: “È un dialetto vivo ancora sulle colline che sovrastano il Campidano maggiore, fra Abbasanta, Ghilarza, Neoneli e Sorgono, in una zona ristretta.Un tempo essa arrivava fino ad Oristano e più oltre. Il dialetto è fondamentalmente il logudorese nei suoi svolgimenti morfologici, ma è influenzato da accidenti fonetici del campidanese, che di giorno in giorno prende sempre più piede verso il settentrione dell’Isola. È un linguaggio ricco e armonioso che ha tutta la dignità necessaria, per dare forma solenne alla legge”1.
Bellieni scriveva ciò nel 1929: ma oggi cosa sostengono gli studiosi a proposito del Sardo della Carta de Logu?
Più o meno la pensa come Bellieni, una studiosa come Antonietta Dettori: “I confini storici dell’area di produzione e fruizione del codice di leggi – il Giudicato d’Arborea – includevano le plaghe agricole del Campidano settentrionale e della Marmilla e penetravano con le curatorie barbaricine nella zona montuosa dell’interno dell’Isola. Una posizione mediana che ponevano il territorio sulla linea di confluenza dell’area campidanese con l’area logudorese e lo apriva inoltre a una componente culturale esterna, mercantile e commerciale, etnicamente differenziata che trovava sbocco nella «finestra» mediterranea costituita dal golfo di Oristano”2.
È proprio così, basta leggere la Carta per avvedersi che in essa è presente una lingua “mediana” o “di mesania”. Occorre però porsi anche un’altra domanda: che fine ha fatto oggi il sardo-arborense?
Questa la risposta data da uno storico sardo di prestigio come Francesco Cesare Casula: “Abbattuti definitivamente nel XV secolo i confini ex giudicali e giudicali arborensi, anche le aree delle parlate sarde si sfecero, si sfumarono, si mischiarono. La lingua nazionale d’Arborea scomparve quasi del tutto, fagocitata dal moderno campidanese (o vecchio calaritano) forte dell’autorità governativa iberica che operava nella città di Cagliari e che in qualche modo si avvaleva oltre che del catalano e del castigliano anche del sardo popolare per farsi intendere”3.
Note bibliografiche
1. Camillo Bellieni, Eleonora d’Arborea, G. Gallizzi, Sassari, 1978, (che riproduce testualmente quella apparsa nel 1929 per le edizioni della Fondazione “Il Nuraghe” di Cagliari), pagina 70.
2. Italo Birocchi-Antonello Mattone (a cura di), La Carta de Logu d’Arborea nella storia del diritto medievale e moderno, Editori Laterza, Bari 2004, pagina 139.
3.Francesco Cesare Casula, Dizionario storico sardo, Carlo Delfino Editore, Sassari, 2003. pagina 849.

Gregorio Magno e Ospitone

GREGORIO MAGNO E OSPITONE
CHIESA DI SAN BASILIO (Ollolai) E I BASILIANI

di Francesco Casula

Nel maggio del 594 il papa Gregorio Magno indirizza a Ospitone, definito ”dux Barbaricinorum” una lettera .
In essa il Pontefice, a lui unico seguace di Cristo in quel popolo di pagani, chiede di cooperare alla conversione delle popolazioni barbaricine che ancora “vivono come animali insensati, non conoscono il vero Dio, adorano legni e pietre”. Non si hanno notizie di un’eventuale risposta di Ospitone né sappiamo se lo stesso si sia impegnato nell’opera di conversione dei suoi sudditi. Una cosa è però certa, la lettera del grande papa serve a illuminare l’intera precedente storia della Sardegna. La presenza infatti nell’Isola, alla fine del 500 di un “dux barbaricinorun”, mette in discussione numerose categorie storiografiche della storia ufficiale. Ad iniziare dalla visione di una Sardegna conquistata, vinta e dominata per sempre, dai Cartaginesi prima e dai Romani e Bizantini poi.
Nasce dalla consapevolezza del ruolo di Ospitone la Lettera di Gregorio Magno con cui invita ed esorta pressantemente il dux barbaricinorum ad assecondare la missione del Vescovo Felice e dell’abate Ciriaco per la conversione delle popolazioni barbaricine al Cristianesimo. Ruolo, carisma e prestigio, peraltro, riconosciuti e testimoniati dal fatto che il papa conclude la lettera inviandogli la benedizione di San Pietro che era collegata “a una catena dei Beati Apostoli Pietro e Paolo”. Benedizione che era riservata, di regola, solo agli Ecclesiastici: a dimostrazione della stima che nutriva per Ospitone.
E’ poco credibile però – come scrive il papa – che solo Ospitone si fosse convertito al Cristianesimo, ad Christi servitium: certo è però che la gran parte delle comunità continuasse nella religione primitiva naturalistica, vivendo – per usare le parole di Gregorio Magno – ut insensata animalia, adorando pietre e tronchi d’albero. A testimoniare ciò basterebbe solo pensare al fatto che delle nove sedi vescovili presenti in quel periodo in Sardegna (Cagliari, Turris, Sulci, Tarros, Usellus, Bosa, Forum Traiani e Fausania-Olbia) nessuna è alloccata nelle civitates barbariae e la nascita della sede vescovile di Suelli con l’episcopus Barbariae, proprio in quel periodo, pare essere dovuta proprio per la conversione delle popolazioni barbaricine.
A dare un impulso decisivo per la conversione dei Sardi sarà proprio Gregorio Magno, con una instancabile opera di evangelizzazione e con l’istituzione di numerosi monasteri. Soprattutto con l’arrivo dall’Oriente dei monaci basiliani, che non solo diffusero il vangelo tra i Barbaricini ma introdussero la coltura d’alberi (melo, fico, ulivo) dei cui frutti si cibavano nei periodi d’astinenza e di digiuno. Introdussero pure alcuni vitigni per la produzione di vini dolci per la messa (moscato e malvasia), praticavano i riti della Chiesa orientale, avevano la barba fluente e dedicarono le chiese ai santi del calendario greco.
I basiliani, erano stati fondati da San Basilio (329-379), anche noto come Basilio di Cesarea (in Cappadocia), o Basilio il Grande o Basilio Magno (in greco antico: Βασίλειος ὁ Μέγας?, Basíleios ho Mégas; in latino Basilius Magnus; 329 è stato un vescovo e teologo greco antico.
I monaci basiliani iniziano a diffondere il Cristianesimo anche nelle zone di montagna: ad iniziare dalla Barbagia, costruendo, nelle campagne, conventi e chiese: è da far risalire a questo momento storico, nelle montagne di Ollolai, la Chiesa non a caso dedicata proprio a San Basilio, con relativo Convento.

Sa repressione de sos tirannos sabaudos

Sa repressione de sos tirannos sabaudos

di Francesco Casula

In occasione di Sa Die de sa Sardigna l’Associazione “Assemblea nazionale sarda” (ANS), ha organizzato il 27/28 aprile scorso una serie di belle iniziative a Cagliari. Invitato in una di queste, ho parlato in Piazza Yenne della repressione dei tiranni sabaudi, in particolare alla fine del ‘Settecento e all’inizio dell’Ottocento. Ecco il mio intervento in lingua sarda.

Mescamente a s’acabu de su Setighentos e a su cominzu de s’Otighntos sos tirannos sabaudos iscadenant una repressione contra a sos angioyanos, cun disacatos degoglios e titulias de cada casta.
Tocat peroe de narrere che dae semper, sos sabaudos, dae cando ant ocupadu su Rennu sardu in su 1720, ant semper praticadu sa repressione cruele, de tipu militare.
Amento unu tzertu marchese di Rivarolo chi in tres annos de vitzereame at cundannadu a morte 432 sardos.
Sa resone? O mezus, su pretestu? Su banditismu. E subra custu un’ateru vitzere, Alessandro Doria Del Maro iscriet: ”La causa del male (=banditismo) sta nella natura dei sardi che sono poveri, feroci, ostili alla fatica e dediti al vizio”!
Custa paraula “natura dei sardi” at a torrare a sa fine de s’Otoghentos in sa psichiatria criminale de Niceforo e Lombroso, Sergi e Orano, pro sos cales sos sardos sunt criminales “pro natura”!
Ma fia narende chi est subratotu a pustis su tentativu, zenerosu e eroicu ma isfortunadu de Zuanne Maria Angioy, de liberare sa Sardigna dae s’opressione feudale, chi s’iscadenat sa repressione.
Incomintzant cun duas biddas:
sa ‘e una: Bono, sa bidda nadìa de Angioy;
sa ‘e duas: Thiesi, unu tzentru de su Logudoro, famadu pro sas rebellias e sa resitentzia anti feudale.
Intra su 19 e 20 de triulas 900 ziannitzeros, sos sordados mertzenarios prus crueles, arribant a Bono cun bator cannones, pro la bombardare devastare e derruere.
Pro fortuna sos abitantes avertidos dae sas biddas acante, si nche sunt fuios.
Agantant una femina de 60 annos, paralitica, Maria Ambrogia Soddu: ”Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono”. In custa manera contant su fatu totus sos istoricos de tando. Finas Giuseppe Manno, s’istoricu ufitziale de sos sabaudos at a iscriere: ”Non hanno avuto pietà di una povera disabile”!
Sistemada Bono tocat a Thiesi su degogliu. Su 6 de santu aine de su 1800, arribant dae Tatari, mandados dae su frade minore de Carlo Felice, su duca di Mortiana, 1500 sordados armaos (su prus restos de galera a sos cales aiant promitidu s’amnistia): bochint deghena de thiesinos, brusiant sas domos e violentant sas feminas chi pro si podere defendere sunt custrintas a impreare ispidos arroventados e fustes, grussos e mannos.
Gal’oe, cad’annu Thiesi, su 6 de santu aine, amentat custu eventu, chi jamat “Sa Die de s’atacu”.
Sistemadas sas duas biddas sa repressione s’iscadenat contra a sos patriotas sardos comente a Frantziscu Cillocco e Frantziscu Sanna Corda (unu preideru), chi in su 1802, beninde dae sa Coprsica, in Santa Teresa Gallura, tentant una rebellia pro instaurare in Sardigna una Republica indipendente. O comente a sos martires de Palabanda in su 1812.
Sa fine chi faghent sos reverdes angioyanos est semper sa matessi: benint impicados, nche li segant sa conca chi acorrant in una gabia de ferru chi esponent a s’intrada de sas biddas “come monito”. Sos boias sabaudos, non cuntentos de custa “balentia”, su restu de su cospus l’isperrant in bator lados (comente si faghiat cun s’anzone o su porcu).
No a casu est abarrada in sa limba sarda sa locutzione “Iscuartaradu sias”, su peus irrocu, su peus frastimu chi si potat faghere a una persone.
Chie b’est in segus de custos degoglios e mortorgios? Mesche Carlo “ferotze”. Ma in custa manera no lu jamant sos sardos ma sos piemontesos liberales. Ferotze e “ottuso e famelico”, pro contu de s’istoricu sardu Remundu Carta Raspi.
E un ateru’istoricu, filo sabaudo e filo monarchico comente a Perdu Martini, unu de sos fundadores de s’istoriografia sarda, iscriet” “Carlo Felice era alieno dalle lettere e da ogni attività che gli ingombrasse la mente”! Un pigro imbecille!
Bene, custu cane de istergiu, galu “troneggia” in una de sas mezus pratzas de sa capitale sarda, cun una bell’istatua. Una brigongia manna.
Usque tandem, abutere patientia nostra, comune de Casteddu?

SA DIE DE SA SARDIGNA

SA DIE DE SA SARDIGNA

di Francesco Casula

Per ricordare La cacciata dei Piemontesi è nata ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma io preferisco chiamarla “Festa nazionale dei Sardi” – con la legge n.44 del 14 Settembre 1993.
Con essa la Regione Autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo – dicevo – dell’insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei “Vespri sardi” che portarono all’espulsione da Cagliari e dall’Isola dei piemontesi e di altri forestieri (nizzardi e savoiardi) ligi alla corte sabauda ed espressione del potere e dell’arroganza, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.
Quanti?
Alcuni storici (Girolamo Sotgiu) dicono 514; altri (Luciano Carta) 600-620. Pochi?
Moltissimi, se si pensa che Cagliari alla fine del ‘700-inizio ‘800 contava 20 mila abitanti e dunque vi era un “burocrate” piemontese per meno di 40 cagliaritani!

-Precedenti, cause motivazioni della “Rivolta”

1. Tentativo francese di occupare e conquistare la Sardegna.
I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour.
Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro.

Perché i francesi tentano di conquistare la Sardegna?
Motivazioni ideologiche (ovvero chiacchiere): esportare la rivoluzione e con essa i principidell’89: Liberté, Égalité, Fraternité.
I motivi veri:
a. ”approvvigionare con i suoi grani e il suo bestiame l’esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato” (Girolamo Sotgiu);
b. “l’avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima, era stimato utilissimo”(Carlo Botta).
Evidentemente i francesi ritenevano inevitabile la guerra con l’Inghilterra – come di fatto avverrà – e dunque vogliono dotarsi di una bella base militare ad hoc.

Chi difenderà la Sardegna, respingendo i francesi?
Non l’esercito regolare dei re sabaudi ma i miliziani, i volontari sardi, sostenuti e finanziati dagli Stamenti: ovvero da nobili e clero ostili ai rivoluzionari francesi che consideravano demoni mangiapreti ma anche da democratici come Angioy o il Marchese di Flumini.

Hanno fatto bene i sardi a difendere la Sardegna?
E’ una questione storiografica aperta: il problema è però chiarire che i sardi più che difendere il regno dei sabaudi difendono la loro terra.

2. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.
I Sardi – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”.
Infatti – ricorda Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”.
E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:
-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;
-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;
-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;
-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;
-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.
Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare, ).
Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

3. La rivolta cagliaritana e la cacciata dei piemontesi
Ecco come lo storico sardo da Girolamo Sotgiu descrive il fatto:
“E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache «si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata». La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci¬tare qualche preoccupazione fino a quando «sull’un’ora all’incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza» ad arrestare Vincenzo Cabras.
«Avvo¬cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam¬pace»2, , nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente.
I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.
L’arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l’inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.
Da qui l’accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, (almeno 2 mila, il 10% dell’intera popolazione cagliaritana) l’assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l’irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All’insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.
La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l’uno dall’altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.
Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L’assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l’uno sopra l’altro», i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.
Così, il 7 maggio 1794, 514 (secondo Girolamo Sotgiu) o 600-620 (secondo Luciano Carta) tra piemontesi savoiardi e niz¬zardi furono costretti ad abbandonare l’isola, e, «divulgata per tutto il Regno l’espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu univer¬sale l’approvazione»; ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l’esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Ca¬gliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingom¬bra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisi¬tezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che «scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i mag¬giori ministri», trasportando «al porto le loro masserizie con quelle del viceré». All’apparire di tanta «abbondanza di car¬riaggi», si levò un solo grido:
Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipar¬tono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre.
E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell’animo l’indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d’araldo, ferma¬tevi, grida a quei furiosi:
quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? Ed esortati i carrettieri a muoversi, «la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l’onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio»9.
Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa:
Lasciateli andare – sembra che il Leccis abbia detto – che i sardi benché poveri non han bisogno della M… dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia .

S’ ISCUSORGIU DE S’ AMMENTU di ida Patta

S’ISCUSORGIU DE S’AMMENTU di Ida Patta
A cura di Francesco Casula

Conoscevo Ida Patta naschìa in Fiume ma pàschia in Samugheo, soprattutto come poetessa de balia in lingua sarda, avendola premiata più volte, in qualità di Giurato o di Presidente di Giuria, in svariati Concorsi letterari.
Ora leggo “S’ISCUSORGIU DE S’AMMENTU” (Lo scrigno dei ricordi) e scopro una poetessa che racconta, in modo egregio, Contos e Paristorias, “storie attinte da su connotu”, scrive l’Autrice, “preziose memorie della vita del passato, dolce e amara, come sempre sono stati i miei pensieri”.
In alcuni di questi Contus, è sempre l’Autrice a ricordarlo, riporta accadimenti di cui fu testimone, come per esempio in Parigheddu. Altri sentiti in famiglia o dai “cantagontos chi iscriiant in is libureddos contos gòccios e cantzones e totu su chi sutzediat in Sardinnia”.
Racconti, con lacerti lirici e poetici. Pieni di ispantos, maravillas e de miragulos. Con frebotos chi srangànta e sananta is males cun erbas e ateros improddos; con bruscias e relative istrias. Fattucchiere e sortilegi. Con vecchie e ormai sorpassate tradizioni de is nobiles chi pro no amesturare sa nobiltàde cun sa preballìa si cosciuant tra issos, fintes fra fradiles: pro cussu medas figios ‘essiant scimproteddos.
Con frastimos e irrocos, alcuni particolarmente fulminanti, come quelli presenti nell’Atto teatrale: “Ite as nadu? Mortu in galera? Ogos de tzrepeddera ti dda tupas cussa buca ‘e bascia? Morta aintru de una cascia! O: “Ancu t’ispergiat sa pesta niedda!
Con personaggi, suggestivi e drammatici: come Mamai Chicca, che l’Autrice descrive in termini lirici e struggenti: povera e viuda chentza fizos, is parentes ca no teniat sienda, dd’iant iscavulàda. Fiat che unu pigione orrutu de s’aera. Donosa contando dicios antigos, nos a mesu merie andaiaus po ddi fare cumpangia mancari cun cosingiu arrecramu o filongiu. Nesciunu ddi connoschiat s’edade poite no si dd’arregordàt mancu issa. Arrotigàt che una frache, pariat becia meda, forzis no teniat mancu sessant’annos. No aiat mai carta catzolas e cando is righina nde dd’iat comporau una pariga, is pes furint aladiados, atrotigados e tzacados de no ddos podet cartzare.
Mamai Chicca mi ricorda, emotivamente, Sa Tia de filare di Montanaru, altra donna tragica: anche lei “sa tia de patire”.
O come Chicchedda Melone chi po no si fare possedire da su mustru, aiat isceberau sa morte.
O, come Mariedda, che pro disisperu, pro sa bregungia partìat in cunventu pro si fare mongia de clausura. E inìe naschiat su figiu de Pitanu, genera cussas notes chi dd’iat tenta prescionera in domo.
O, come Mamai Derudu,una pobera becia, isciusta cola cola, iscurza e morta de fridu, fascàda cun dun’isciallu nieddu, sinnu de sa fiudesa, in manu poderat unu botigheddu de launa. Andàt a pedire brascia po si podet caentare primu de si crocàre.
Con is moros chi furànt is piccioccas:Oi mama su moro in crebetura/Oi mama su moro in su padente/Abisu mèu c anca beniu gente/Po nde leàre sa tzeraca a fura!
Con sas attitadoras, postas a cabudu de sa mesa chi attitant su poberu sodrau mortu in gherra.
Ma anche con le Novene in sas cumbessias, in sos muristenes in cui insieme alle preghiere si svolgono ballos cantos e giogos a sa murra, un’ispassu de mannos e pitios.

Ma questi Contus, questo materiale che la tradizione popolare, soprattutto del suo paese Samugheo, le mette a disposizione, Ida Patta lo arricchisce, lo trasforma e modifica, producendo e creando veri e propri “pezzi” d’autore: sia dal punto di vista del racconto e dello stile narrativo sia a livello lessicale e linguistico. Con l’inserimento di decine e decine di espressioni e lessemi “preziosi”, spesso desueti: s’approponitu (accessorio), gallosa (elegante), anivini (consumata dal dolore), accatu (accoglienza-ospitalità) in pantèos (di peso), lea (zolla), cannadas (forme di formaggio).
O idiomatici e dunque, altamente significanti e pregnanti, penso a “Cando sa picciocchedda aiat cumenciau a frammentare…” (quando la ragazzina aveva cominciato a mettere su forme sinuose…). O metaforici: “cottu che pisu in padedda”

I vecchi racconti popolari vengono trasformati in racconti d’autore grazie a uno stile e un registro linguistico alto, grazie anche a un suo personale, ampio e corposo tentativo di censimento, di scavo, di esplorazione, di ricerca, di studio e di sperimentazione di un progetto di lingua sarda ricca ed espressiva con cui racconta, almanacca, rappresenta, inventa, costruisce gerghi, coltiva registri, coccola forme in cui predilige costrutti e lessemi vigorosi e vivaci, icastici e suggestivi.
In cui la parola signoreggia e lievita. Una parola che evoca e tesse metafore e virtuosistiche analogie, crea similitudini, allegorie,perifrasi, litoti e iperboli, che incentivano il pensiero oltre il dettato asciutto ed essenziale.
Una parola che, grazie anche al suo stile immaginoso e alla sua raffinatezza lessicale, si carica spesso di una valenza e di un timbro onomatopeico: tanto che di decine e decine di vocaboli il lettore carpisce e intuisce il senso e il significato dal semplice suono: penso, ma sono solo degli esempi, a iscandranchillàdos, trotogiat schintiddiant.
In una lingua, quella sarda, che si porta appresso un variegato e sterminato carico etno-storico, linguistico, antropologico, sociologico,
La lingua sarda con tutti i suoi suoni, i suoi continui concreti richiami all’ambiente, alle tradizioni, ai riti e miti, all’economia, alla alimentazione, ai saperi.
La lingua sarda come lingua materna, familiare, concreta, immaginosa: un medium caldo, che lega la parola alle cose, alle emozioni, ai sentimenti, alla fantasia, all’ironia, alla saggezza. Ma anche alle manie, alle ubbie. Sa limba de su trigu e de su pane, direbbe il nostro più grande poeta etnico, Cicitu Masala.
Quella lingua che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma e zenia hanno cercato di recidere, insieme all’identità della nostra Terra, come canta in maniera struggente e addolorata l’Autrice in “Lettera d’amore a sa terra mia”: Oe ses cambiàda/martoriàda,chentza mudongiu/tant uscàu, aundàu e alluàau,/bendia a su mengius oferidore…!/Fines sa limba t’ant istrupiau/cun paraulas istrambeccas./Idorrobada ‘e s’identidàde/no tenes prus bandera…!
Consapevole com’è, Ida Patta che “chenza una limba tu/Sardinnia ses isfroria”! Io direi di più, utilizzando l’espressione di Cicitu Masala: ”a unu populu nche li podes moere totu e sighit a bivere, si nche li moes sa limma si nche morit”.
Concludo: questi Contos più che essere commentati analizzati e chiosati hanno bisogno di essere letti, per essere gustati assaporati fruiti. Letti e riletti. Soffermandosi. Bisogna fermarsi su ogni singola parola, immagine, metafora. Frequentarla a lungo, farsela amica, riempirla di domande, attenderla con trepidazione. Abitarla. Per vivere emozioni. Per poterla godere. Oltre che capirla.

SIGNIFICATO STORICO E SIMBOLICO DI SA DIE:

Francesco Casula
SIGNIFICATO STORICO E SIMBOLICO DI SA DIE:
la Festa nazionale dei Sardi e della Sardegna di Francesco Casula Senza grandi clamori mediatici ci avviciniamo a Sa Die de sa Sardigna, istituita dalla Regione il 14 settembre 1993. Ma poi sostanzialmente dimenticata dalla stessa Regione ma anche dalle altre Istituzioni. A ricordarla e “festeggiarla”, come negli anni scorsi sarà l’Assemblea nazionale sarda (ANS), un’associazione culturale aperta, democratica e apartitica, particolarmente attiva nel lavoro e nelle iniziative per la costruzione di una coscienza nazionale sarda. Una Festa del popolo sardo in cui identificarsi e nel contempo un’occasione per studiare e conoscere – segnatamente da parte dei giovani – la nostra storia, compressa e manipolata quando non abrasa e cancellata. Si è detto e scritto che l’evento del 28 aprile del 1794 sarebbe debole: una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini e illuministi, per cacciare l’odioso vice re Balbiano e qualche centinaio di piemontesi, nizzardi e savoiardi. Non sono d’accordo. A questa tesi, del resto ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni Girolamo Sotgiu. Non sospettabile di simpatie “nazionalitarie” o sardo-identitarie, il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data al 28 aprile da storici filo sabaudi, come il Manno o l’Angius, considerato alla stregua, appunto, di una congiura. “Simile interpretazione offusca – scrive Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura – cito sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale,di fedeltà al re e alle istituzioni”. A parere di Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni. Non fu quindi congiura o improvviso ribellismo: ad annotarlo è anche Tommaso Napoli, padre scolopio, vivace e popolaresco scrittore ma anche attento e attendibile testimone, che visse quelli avvenimenti in prima persona. Secondo il Napoli “l’avversione della «Nazione Sarda» – la chiama proprio così – contro i Piemontesi, cominciò da più di mezzo secolo, allorché cominciarono a riservare a sé tutti gli impieghi lucrosi, a violare i privilegi antichissimi concessi ai Sardi dai re d’Aragona. L’arroganza e lo sprezzo – continua – con cui i Piemontesi trattavano i Sardi chiamandoli pezzenti, lordi, vigliacchi e altri simili irritanti epiteti come molenti, inaspriva giornalmente gli animi e a poco a poco li alienava da questa nazione”. Questo a livello storico: c’è poi il significato simbolico dell’evento: i Sardi dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a curvare la schiena, di acquiescenza, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo usi a piegare il capo, subendo ogni genere di soprusi, umiliazioni, sfruttamento e sberleffi, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di fierezza, si ribellano e alzano il capo, raddrizzano la schiena e dicono: basta! In nome dell’autonomia e dunque, per “essi meris in domu nostra”. “Fu un momento esaltante – scrive Lilliu –, il tentativo di ottenere il passaggio da una Sardegna asservita al feudalesimo a una Sardegna libera, fondando nell’autonomia, nel riscatto della coscienza e dell’identità di popolo una nuova patria sarda, una nazione protagonista”.
 
 
 
 
 
 
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Gli 11 anni di Pontificato di Papa Francesco.

Gli 11 anni di Pontificato di Papa Francesco.
di Francesco Casula
Il 13 marzo del 2013 veniva eletto papa il gesuita Bergoglio, che non a caso sceglieva il nome di “Francesco”: nomen omen! Fin da subito ha voluto imprimere alla Chiesa cattolica un radicale cambio di rotta, trovando all’interno stesso della Chiesa, ma soprattutto fra la gerarchia sorde ampie e corpose resistenze alla sua “rivoluzione”: di qui lo “scontro” sotterraneo (ma non troppo). Schematizzando (e necessariamente semplificando) a confrontarsi (o combattersi?) sono due Chiese contrapposte: quella di Bergoglio e quella rappresentata emblematicamente dai “bertoniani”. Insomma la Chiesa dei poveri e la Chiesa “costantiniana”: una dialettica, un confronto, uno scontro che ha attraversato la sua storia millenaria. E che nella storia carsicamente emerge in alcuni periodi, per inabissarsi in altri. Da quando con l’imperatore Costantino appunto, inizia a mutare “pelle”, DNA: trasformandosi gradatamente, da Chiesa come Comunità di base, povera e solidale, perseguitata e martirizzata, in Chiesa gerarchica, di potere e di dominio: di potere economico e politico. Nel Medioevo al fine di giustificare e “legittimare”, tale potere “temporale”, dei papi e della Chiesa – evidentemente hanno la coda di paglia – gli storici “cristiani” fra l’altro “inventarono” un documento secondo cui l’imperatore Costantino con un decreto avrebbe donato a Papa Silvestro i territori di Roma e del Lazio. Ci avrebbe poi pensato Lorenzo Valla, umanista brillante e colto, a demistificare e sbugiardare tale falso, tale documento apocrifo, con le armi finissime e scientifiche della filologia, della paleografia e dell’archeologia, con un celebre opuscolo ” De falso credita et ementita Constantini donatione” del 1440. Ma non solo su questo versante muta la Chiesa: nata per annunziare il messaggio evangelico, diventa “altro”: si dota e costruisce un apparato dottrinale e teologico, di norme, precetti, divieti, dogmi, riti, culti: che di fatto tendono a “sostituire” il messaggio originale cristiano o, comunque, lo “declassano”, lo diluiscono e, talvolta, lo stravolgono, facendolo di fatto evaporare. Il “fedele” è tale più per l’osservanza della “pratica religiosa” e cultuale o della lettera della dottrina, quasi fosse un’ideologia astratta, che per la “pratica etica” e i comportamenti morali. Il Papa gesuita invece si ispira al messaggio evangelico primigenio: dandone l’esempio e iniziando a praticarla, la povertà, evocata dalla scelta del nome: Francesco appunto. Così ai sontuosi appartamenti papali preferisce la modesta foresteria di Santa Marta, dove consuma i pasti insieme agli altri. Di contro la Chiesa “costantiniana” rappresentata in modo esemplarmente paradigmatico da Bertone che – già potente Segretario di Stato – abita in un sontuoso e lussuoso e superaccessoriato attico. Papa Francesco non riduce la communio e la vita stessa della Chiesa alla struttura ecclesiastica e all’estabilishement: anzi. Di qui la sua apertura agli extracomunitari, ai migranti, alle altre confessioni religiose. Per lui infatti il contenuto della fede non è la gerarchia ma l’evento di Cristo vivente che essa custodisce. E la Chiesa per lui è chiamata a servire tutti gli uomini, segnatamente gli ultimi e quelli che chiama con un lessico molto pregnante, gli scartati, e non solo i fedeli. Il suo servizio non è un mestiere e, ancor meno una carriera, con privilegi ed emolumenti principeschi, come troppo spesso lo è stato nel passato (e lo è ancora) per molti ecclesiastici: che Bergoglio denuncia con reprimende severe. Per lui è un ministero evangelico e profetico di salvezza che si dispiega nella situazione storica concreta in cui vive e opera, accettando e incrociando il frastuono dell’esistenza, occupandosi degli uomini e delle donne, quali sono, e non solo delle loro anime. Egli non è il capo di una setta religiosa: è il fratello e il padre di tutti, ma soprattutto dei diseredati, dei dannati della terra: anche se, formalmente, non appartengono alla Chiesa. Di qui la simpatia, l’apertura e il sostegno deciso e convinto alle problematiche ambientali (penso alla recente enciclica Laudato si’) e ai nuovi processi di liberazione, in sintonia con i soggetti emergenti delle trasformazioni sociali: alle donne che pur continuando ad essere discriminate, iniziano ad acquisire potere e ruoli; alle culture e lingue, un tempo distrutte che rivendicano la propria identità; alle comunità indigene che rivendicano le loro visioni del mondo autoctone non soggette alla colonizzazione occidentale; alle comunità contadine che si mobilitano contro il capitalismo selvaggio. Di qui soprattutto la sua battaglia permanente e assillante per la Pace, il disarmo, la lotta alle fabbriche di armi e di morte. Di qui la sua proposta di “negoziati” per interrompere “l’inutile strage” e la “gigantesca carneficina” (per utilizzare le locuzioni di Benedetto XV a proposito della Prima Guerra mondiale). O il suo accorato appello perché in Palestina si ponga fine al macello in atto., A tali aperture si oppone la Chiesa “costantiniana”, di fatto preconciliare, più legata alla religio che alla religiosità, ma soprattutto non disposta a rinunciare ai privilegi di casta e al potere.
 
 
 
 
 
 
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Intervista a “Servizio Pubblico” di Michele Santoro

La mia Intervista a “Servizio Pubblico” di Michele Santoro su Prima Guerra mondiale e dintorni. (nessi su sutzu per chi non l’avesse vista e sentita).
di Francesco Casula

Quando scoppia il primo grande conflitto mondiale nel 1914, dopo l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 agosto a Sarajevo, l’Italia non entra in guerra: il Parlamento, composto soprattutto da liberali, socialisti e cattolici, era neutralista.
La stragrande maggioranza era infatti contrario alla guerra: i liberali, per motivi politici ed economici, perché ritengono la guerra strumento di distruzione di persone e cose; i socialisti, per motivi ideologici e politici, perché nella guerra, qualunque Stato vinca, a essere macellati sono i proletari, essi sostengono invece la lotta di classe e la rivoluzione proletaria non la guerra; i cattolici per motivi dottrinali e religiosi: solo Dio è padrone della vita.
A fronte della neutralità del Parlamento il re Vittorio Emanuele III (noto come Sciaboletta) con il ministro degli esteri Sidney Sonnino e il Primo ministro Antonio Salandra sfiancano il Parlamento, per un intero anno, costringendolo alla fine a cambiare opinione e a entrare in guerra il 24 maggio del 1915.
Dopo lo scoppio della guerra, il re con il ministro degli esteri e il capo del governo hanno colloqui sia con le potenze dell’Intesa che con gli Imperi centrali. Ebbene l’Austria si dichiara disponibile a cedere all’Italia, se solo fosse rimasta neutrale, le cosiddette terre irredente. E Giolitti, il gran capo dei liberali, in una lettera privata, poi pubblicata dal quotidiano “La Tribuna”, aggiungerà che “era disponibile a cedere le terre irredente e parecchio di più”.
La Stampa e i Media si guardarono bene dal darne notizia, anche dopo la desecretazione della trattative. Solo don Lorenzo Milani, parroco di Barbiana, a più riprese ne parlò e ne scrisse in “Lettera ai giudici” (1965), denunciando che quella guerra si poteva evitare. Fu inascoltato.
L’Italia nonostante tale disponibilità dell’Austria, entrerà in guerra, con la stragrande maggioranza della popolazione contraria. Le punte di diamante dei guerrafondai e bellicisti sono i nazionalisti, i futuristi (per il loro capo, Marinetti, la guerra è “la sola igiene del mondo”) i dannunziani, Mussolini con “Il popolo d’Italia”. A favore della guerra si dichiarano anche i grandi Giornali e Quotidiani ma soprattutto la grande industria metallurgica e meccanica che vede nella guerra un’occasione formidabile per fare immani profitti con la vendita delle armi e le sicure commesse da parte dello Stato.
Una guerra “inutile strage” e “gigantesca carneficina”, come denuncerà il Papa Benedetto XV nell’enciclica Ad Beatissimi Apostolorum Principis. Con 10 milioni di morti. Per non parlare dei dispersi e mutilati. Cui la Sardegna, in proporzione agli abitanti pagherà il fio più alto: 13.602 morti.
Quella guerra che Emilio Lussu nel suggestivo libro testimoniale “Un anno sull’Altopiano” descriverà mirabilmente. Lui che da “convinto e chiassoso interventista” si arruolerà volontario ma al fronte ne sperimenterà l’atrocità l’assurdità e l’insensatezza: con la protervia e la stupidità dei generali che manderanno al macello i soldati; con i miliardi di pidocchi e di topi; con la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti.
In cambio delle migliaia di morti – scriverà il grande storico sardo Raimondo Carta Raspi – ci sarà il retoricume delle medaglie de dei ciondoli. Ma la gloria delle trincee non avrebbe sfamato la Sardegna, perché le patacche, anche se seminate, non produrranno grano.
E la guerra di oggi in Crimea? Ha analogie con quella del Quindici/Diciotto? Sì. Questa come quella, continua ad essere voluta dagli Stati (Europei e America) ma non dai popoli; continua ad essere sostenuta dai Grandi Giornali e, soprattutto dalle industrie belliche per ingrassarsi con ciclopici profitti. Esattamente come nella Prima Guerra mondiale.
E la nostra Isola? Gravata dal 65% delle servitù, basi e poligoni militari per l’esercitazione e la sperimentazione di armi degli eserciti di mezzo mondo. E noi sardi? A produrre armi munizioni e bombe nella RWM di Domusnovas.
Da Isola di pace a Isola di guerra.

La mia Intervista a “Servizio Pubblico” di Michele Santoro su Prima Guerra mondiale e dintorni. (nessi su sutzu per chi non l’avesse vista e sentita).

di Francesco Casula

Quando scoppia il primo grande conflitto mondiale nel 1914, dopo l’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria il 28 agosto a Sarajevo, l’Italia non entra in guerra: il Parlamento, composto soprattutto da liberali, socialisti e cattolici, era neutralista.
La stragrande maggioranza era infatti contrario alla guerra: i liberali, per motivi politici ed economici, perché ritengono la guerra strumento di distruzione di persone e cose; i socialisti, per motivi ideologici e politici, perché nella guerra, qualunque Stato vinca, a essere macellati sono i proletari, essi sostengono invece la lotta di classe e la rivoluzione proletaria non la guerra; i cattolici per motivi dottrinali e religiosi: solo Dio è padrone della vita.
A fronte della neutralità del Parlamento il re Vittorio Emanuele III (noto come Sciaboletta) con il ministro degli esteri Sidney Sonnino e il Primo ministro Antonio Salandra sfiancano il Parlamento, per un intero anno, costringendolo alla fine a cambiare opinione e a entrare in guerra il 24 maggio del 1915.
Dopo lo scoppio della guerra, il re con il ministro degli esteri e il capo del governo hanno colloqui sia con le potenze dell’Intesa che con gli Imperi centrali. Ebbene l’Austria si dichiara disponibile a cedere all’Italia, se solo fosse rimasta neutrale, le cosiddette terre irredente. E Giolitti, il gran capo dei liberali, in una lettera privata, poi pubblicata dal quotidiano “La Tribuna”, aggiungerà che “era disponibile a cedere le terre irredente e parecchio di più”.
La Stampa e i Media si guardarono bene dal darne notizia, anche dopo la desecretazione della trattative. Solo don Lorenzo Milani, parroco di Barbiana, a più riprese ne parlò e ne scrisse in “Lettera ai giudici” (1965), denunciando che quella guerra si poteva evitare. Fu inascoltato.
L’Italia nonostante tale disponibilità dell’Austria, entrerà in guerra, con la stragrande maggioranza della popolazione contraria. Le punte di diamante dei guerrafondai e bellicisti sono i nazionalisti, i futuristi (per il loro capo, Marinetti, la guerra è “la sola igiene del mondo”) i dannunziani, Mussolini con “Il popolo d’Italia”. A favore della guerra si dichiarano anche i grandi Giornali e Quotidiani ma soprattutto la grande industria metallurgica e meccanica che vede nella guerra un’occasione formidabile per fare immani profitti con la vendita delle armi e le sicure commesse da parte dello Stato.
Una guerra “inutile strage” e “gigantesca carneficina”, come denuncerà il Papa Benedetto XV nell’enciclica Ad Beatissimi Apostolorum Principis. Con 10 milioni di morti. Per non parlare dei dispersi e mutilati. Cui la Sardegna, in proporzione agli abitanti pagherà il fio più alto: 13.602 morti.
Quella guerra che Emilio Lussu nel suggestivo libro testimoniale “Un anno sull’Altopiano” descriverà mirabilmente. Lui che da “convinto e chiassoso interventista” si arruolerà volontario ma al fronte ne sperimenterà l’atrocità l’assurdità e l’insensatezza: con la protervia e la stupidità dei generali che manderanno al macello i soldati; con i miliardi di pidocchi e di topi; con la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti.
In cambio delle migliaia di morti – scriverà il grande storico sardo Raimondo Carta Raspi – ci sarà il retoricume delle medaglie de dei ciondoli. Ma la gloria delle trincee non avrebbe sfamato la Sardegna, perché le patacche, anche se seminate, non produrranno grano.
E la guerra di oggi in Crimea? Ha analogie con quella del Quindici/Diciotto? Sì. Questa come quella, continua ad essere voluta dagli Stati (Europei e America) ma non dai popoli; continua ad essere sostenuta dai Grandi Giornali e, soprattutto dalle industrie belliche per ingrassarsi con ciclopici profitti. Esattamente come nella Prima Guerra mondiale.
E la nostra Isola? Gravata dal 65% delle servitù, basi e poligoni militari per l’esercitazione e la sperimentazione di armi degli eserciti di mezzo mondo. E noi sardi? A produrre armi munizioni e bombe nella RWM di Domusnovas.
Da Isola di pace a Isola di guerra.

L’ Astensionismo? Lo producono i Partiti e il sistema elettorale maggioritario

L’ASTENSIONISMO? LO PRODUCONO I PARTITI
e il sistema elettorale maggioritario.

di Francesco Casula

L’astensionismo c’è sempre stato. E’ un dato fisiologico. Ma era minimo: soprattutto nella repubblica incipiente, dopo il crollo del Fascismo e la cacciata dei tiranni sabaudi, ma anche nell’intero trentennio (1946-1976) quando la partecipazione elettorale era elevatissima e stabile.
Ancora nelle elezioni politiche del 1976 l’astensionismo è stato del 6,6%. Aumenterà enormemente invece nel ventennio 1979-99: sia nelle elezioni politiche che in quelle regionali e locali e, persino nelle consultazioni referendarie.
Ma ancor più si accentuerà, arrivando a percentuali colossali (oggi siamo a circa il 50%) nell’ultimo ventennio.
Le cause: due in modo particolare: la trasformazione del sistema politico e dei Partiti e l’introduzione dei sistemi elettorali basati sul maggioritario.
I Partiti, segnatamente negli ultimi venti/trent’anni si sono ridotti a ectoplasmi. A comitati elettorali (quando non comitati d’affari). Lontani dai bisogni della gente e dei territori: specie dei più periferici. Viepiù omologhi fra di loro. Tanto che qualche anno fa i due “poli” di centro-destra e di centro-sinistra si scambiarono reciproche accuse di plagio dei programmi. E negli ultimi anni si sono addirittura organicamente alleati, prima con il governo Monti e poi con quello di Draghi: in nome, si è sostenuto,della governabilità e della stabilità, considerata alla stregua di una vera e propria finalità politica.

A tutto ciò aggiungasi i sistemi elettorali – a livello statale come a livello regionale – i vari Porcelli (nomen omen!) basati sostanzialmente sul maggioritario, la cui fascistissima legge elettorale Acerbo,del 1923, in confronto, era ultrademocratica!
Sistemi elettorali – come quello attualmente ancora in vigore in Sardegna per le elezioni regionali – che producono disastri e devastazioni infliggendo colpi mortali alla democrazia; alla stessa libertà elettorale; al diritto all’ esistenza politica delle minoranze “fastidiose” per l’establishment: che lasciano senza rappresentanza istituzionale decine e decine di migliaia di elettori: com’è successo nel 2014 con Michela Murgia, Pili, Devias e Sanna (con più di 130 mila sardi senza rappresentanza in Regione, il 17% ), nel 2019 con Maninchedda, Pili e Andrea Murgia (con più di 56 mila, circa l’8%) e oggi con Soro e Chessa (con più di 70 mila, 9.6%) .
Abbiamo così cittadini di serie A: il cui voto conta. E cittadini di serie Z, il cui voto non conta.

Possiamo tollerare simil infamia? E per quanto tempo ancora? E poi ci si stupisce se il 50% degli elettori, semplicemente a votare non vanno? E saranno loro gli irresponsabili e non chi produce tale vergogna?