21febbraio: Giornata della Lingua Madre


21 febbraio: Giornata della Lingua Madre
Quando muore una lingua si spegne una stella nel firmamento.
di Francesco Casula
Il 21 febbraio si celebra la giornata internazionale della lingua madre : per promuovere la madrelingua, la diversità linguistica e culturale, il multilinguismo.
Nella sola Europa vi sono oltre 200 lingue ; 24 lingue ufficiali dell’UE e circa 60 lingue minoritarie.
Nell’epoca della globalizzazione, il rapporto fra le lingue è un banco di prova – e anche una grande metafora – del rapporto fra le culture. Comunicare restando diversi, ascoltare l’altro senza rinunciare alla propria pronuncia, essere radicati in una tradizione senza fare di questo, un elemento di separatezza o di esclusione o di sopraffazione: il rapporto fra le lingue – la compresenza attiva di moltissime lingue – dimostra che è possibile tendere alla comprensione salvando la differenza.
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti”che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire. E tuttavia più volte è accaduto che quelle culture vinte abbiano attraversato le lingue egemoni irrorandole di nuova linfa creativa: è quel che è accaduto meravigliosamente nelle letterature ibero-americane, è quel che accade oggi nelle letterature africane di lingua portoghese, inglese e francese o nella letteratura nordamericana o in quella inglese. Inoltre le migrazioni hanno dappertutto esportato saperi, confrontato stili di vita e di pensiero, contaminato linguaggi e sogni e memorie. Molti poeti e scrittori del ‘900 appartengono a una storia di migrazioni tra le lingue: da Elias Canetti a Paul Celan, da Vladimir Nabokof a Iosif Brodskij, da Isaac Bashevis Singer a Salman Rushdie, da Witold Marian Gombrowicz a Vidiadhar Suraiprsar Naipaul.
Difesa delle lingue significa difesa contestuale del multiculturalismo, cui oggi attenta pericolosamente la società di massa globalizzata, che trasforma stati e culture in meri mercati votandoli e subordinandoli al più bieco consumismo e ai media. Ebbene la diversità culturale oggi non può esistere e sussistere se non coniuga la difesa di specifiche minoranze nazionali, etniche, locali e culturali con azioni positive che si oppongano allo schema dominante del contesto sociale e culturale. Il che non può comunque significare che la varietà delle culture si trasformi in un insieme di gruppi comunitari ed etnici chiusi, magari intolleranti e ossessionati dalla propria purezza primigenia o dalla omogeneità.
Il solo modo però di scongiurare ed evitare questo genere di evoluzione negativa e devastante consiste nel proteggere e valorizzare ogni peculiarità storica, culturale e linguistica e nel contempo, nel contestare insieme la globalizzazione e la società di massa che annullano la soggettività, le tradizioni, le norme e le rappresentazioni etno-popolari; che annullano, altresì, la cultura come reinterpretazione del passato, elemento chiave per la costruzione di un futuro originale. La forte difesa della propria cultura etno-nazionale (è il caso di quella sarda) è una delle condizioni principali per la definizione di un atteggiamento positivo nei confronti del pluralismo culturale, almeno quando le culture, al di là della propria identità e specificità, si definiscono come espressioni della generale capacità umana di creare sistemi simbolici ed elaborare giudizi di valore.
Tutte le culture dovrebbero condividere alcuni interessi generali, puntando a non farsi distruggere dal mercato culturale globale e dagli stati centralisti, nuovi veri e propri leviatani. Ogni cultura ha l’obbligo di difendere il diritto che ciascun popolo – e individuo – ha di creare, valorizzare, utilizzare e trasmettere la propria cultura che si definisca in primo luogo in una dimensione di contenuti e valori universali: dall’ecologia della politica e dell’ambiente ai valori del’uguaglianza, del comunitarismo e della solidarietà; da tutte le forme di femminismo alla difesa delle minoranze siano esse nazionali che linguistiche, sessuali o religiose.

INNO ROMANITA’ FASCISMO

INNO ROMANITA’ FASCISMO
di Francesco Casula
Nei confronti dell’Inno “Fratelli d’Italia” nutro in primis una repulsione per motivi di salute: quando lo sento mi viene l’orticaria.
Ma la repulsione per motivi culturali e politici è ben più corposa: a parte che è brutto bellicista militarista militaresco e ultraretorico riassume una “storia” falsa e falsificata: “Dall’Alpe a Sicilia dovunque è Legnano;
ogn’uom di Ferruccio ha il core e la mano;
I bimbi d’Italia si chiaman Balilla;
il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”: Di grazia che c’entrano i combattenti della Lega lombarda, i Vespri siciliani, Francesco Ferrucci, morto nel 1530 nella difesa di Firenze, Balilla, ragazzino che nel 1746 avvia una rivolta a Genova contro gli austriaci, con l’Italia, il suo “Risorgimento”, la sua Unità?
E’ stata questa la versione distorta e falsificata della storia italica offerta e propinata dai leader e dagli intellettuali nazionalisti dell’Ottocento, di cui un secolo di ricerca storica ha preso a roncolate mostrando l’infondatezza di tale pretesa. Anche perché non la puoi dare a bere a nessuno l’idea che questi «italiani» fossero buoni, sfruttati e oppressi da stranieri violenti, selvaggi e stupratori, stranieri che di volta in volta erano tedeschi, francesi, austriaci o spagnoli.
Ma quello che maggiormente disturba è la vomitevole “romanità” di cui è impastato: romanità (Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta;
dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa), non a caso, sposata e celebrata dal Fascismo, dal cui mito fu animato fin dalla primavera del 1921 quando Mussolini lanciò l’iniziativa di celebrare il Natale di Roma il 21 aprile di ogni anno e nel novembre di quell’anno, nello statuto del neonato Pnf, i fascisti definirono il partito come una milizia al servizio della nazione. Mutuando da Roma le insegne, come i gagliardetti con il fascio, le aquile e il gesto di saluto con il braccio teso.
Scrive Mussolini: ”Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia, e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l’avvenire. Roma e Italia sono due termini inscindibili. […] Roma è il nostro punto di partenza e di riferimento, il nostro simbolo, o se si vuole, il nostro mito. […] Molto di quel che fu lo spirito immortale di Roma risorge nel fascismo: romano è il Littorio, romana è la nostra organizzazione di combattimento, romano è il nostro orgoglio e il nostro coraggio : Civis romanus sum” !*
Ma il nucleo più forte che il fascismo mutuò dalla “romanità” fu il mito dell’impero che sembrò realizzarsi con la conquista dell’Etiopia il 9 maggio 1936, tanto che Mussolini dichiarò dal balcone di palazzo Venezia che l’Impero era tornato sui « colli fatali » di Roma, con il ritorno in Italia delle immagini della romanità e della missione gloriosa della caput mundi.
Con il Duce celebrato come « il novello Augusto della risorta Italia imperiale », «un genuino discendente di sangue degli antichi romani».
Lo testimoniava, – secondo l’archeologo Giulio Quirino Giglioli – l’origine romagnola di Mussolini il quale «era degno emulo di Cesare e di Augusto perché artefice di una nuova era della romanità nell’epoca moderna» Altri noti studiosi si impegnarono nel sostenere l’identità fra il duce del fascismo e gli imperatori romani, o anche a dimostrare la superiorità di Mussolini su Cesare o su Costantino.
Amen!

* Benito Mussolini, « Passato e avvenire », Il Popolo d’Italia, 21 aprile 1922, p. 1.

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)

Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).Dopo i savoia tocca ai sanguinari consoli romani: l’iniziativa di Pauli (Monserrato)
di Francesco Casula
A Pauli alcuni cittadini, con una Lettera indirizzata al Sindaco, propongono di fare sloggiare Tito Manlio Torquato, chiamato “criminale sanguinario” per dedicare la Via oggi a lui intitolata, a un personaggio di Pauli che “abbia contribuito a dare lustro alla città”.
Iniziativa quanto mai opportuna: non possiamo infatti continuare a omaggiare i nostri carnefici. E tale è stato proprio il console romano Tito Manlio Torquato. Dopo aver fatto strame di Sardi nel 235 a.C, ritorna in Sardegna nel 215 a. C: nella prima battaglia contro Iosto stermina 30.000 Sardi e fa 1300 prigionieri. Nella seconda i morti (fra Sardi e Cartaginesi) saranno 22.000 e i prigionieri 3.700.
Le stragi continueranno anche dopo il 215 a.C.: nec nunc quidem omni parte pacata (non essendo ancora la popolazione “pacificata”) scrive lo storico romano Tito Livio. E dunque occorre ancora proseguire con gli eccidi, per annientare definitivamente i sardi “resistenti”, secondo la filosofia romana e liviana improntata al “parcere subiectis”(perdonare chi si sottomette) ma “debellare superbos”(sterminare chi osa opporsi).
E fu un etnocidio spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni – un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176 – nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”.
Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “ turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio Sardi venales: Sardi da vendere, a basso prezzo.
Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i Sardi.
Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade, cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra.
Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre, foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità.
A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos (i regni sardi).

L’ Occupazione Cartaginese

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE

L’OCCUPAZIONE CARTAGINESE
A cura di Francesco Casula
Arrivo dei Cartaginesi in Sardegna con Malco
I rapporti inizialmente amichevoli con i Fenici diventano via via più conflittuali quando i Sardi iniziano ad accorgesi delle conseguenze nefaste della loro presenza. Fatto sta che per difendere i fenici, i cartaginesi – ricordo che Cartagine fu fondata proprio dai Fenici nell’814 a.C. – mandano il generale Malco, già vittorioso con i Greci in Sicilia. Il pretesto è quello di liberare le città fenicie dal pericolo di annientamento da parte dei Sardi.

Resistenza sarda e Malco (= Re)
I sardo-nuragici che ricorrono alla guerriglia (come faranno con i Romani) resistono all’attacco di Malco, lo sconfiggono e dunque il suo tentativo di conquista fallisce. E’ costretto a tornare in patria dopo inutili e sanguinosi combattimenti.

I soldati cartaginesi portano la malaria
Pare ormai certo che a portare in Sardegna la malaria siano stati i soldati arrivati nella prima spedizione cartaginese con Malco nel 540 a.C.: risulta infatti con certezza che i Nuragici fossero immuni dalla malaria. Ciò emerge da uno studio storico-paleoimmunologico condotto dal dipartimento di Scienze biomediche dell’Università di Sassari, dal dipartimento di Scienze della salute pubblica e pediatriche dell’Università di Torino e della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa. Le analisi sono state effettuate su materiali osteoarcheologici provenienti da diversi siti dell’Isola. Lo studio ha anche consentito di accertare che durante la dominazione cartaginese accanto alla malaria, era diffusa la leishmaniosi (L’Unione sarda, 28 ottobre 2013).
Pare, fra l’altro, che la malaria sia all’origine della bassa statura dei sardi, diminuendola, mediamente di 5/7 centimetri.
Le zanzare anofele rappresenteranno nell’Isola – per due millenni e mezzo – un vero e proprio flagello. Fino al 1946-50 quando saranno sterminate da industriali dosi di DDT con la Rockefeller Foundation. Peraltro con effetti devastanti sull’ambiente come sulle persone e gli animali. Oggi i DDT in Italia è vietato.

535 a.C.: Amilcare e Asdrubale (figli di magone)
I cartaginesi nel 535 tornano alla carica e tentano una nuova campagna militare per conquistare l’Isola. I Sardi resistono anche nei Campidani per ben 25 anni fino al 510. Nel 509 Asdrubale, ferito morirà e lascerà il comando al fratello Amilcare: a sostenerlo lo storico Giustino Giuniano (M. Iunianus Iustinus – II secolo d. C.). I Cartaginesi ormai vittoriosi impongono, anche ai Romani, il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, nella parte sarda da loro controllata.

509 a.C. Roma riconosce a Cartagine il possesso della Sardegna
Ma anche dopo questo trattato continueranno le rivolte dei sardi contro i Cartaginesi, contro le tasse da loro imposte, contro il divieto di coltivare in proprio le terre, contro la perdita del controllo dei centri minerari, specie nell’Iglesiente.
I Cartaginesi infatti assumono il controllo diretto delle miniere e sfruttano la manodopera sarda per estrarre i minerali.
Interrogativi sul ruolo di Cartagine nei confronti della Sardegna
Il fronte nazionale sardo, sconfitto nel 509 da Asdrubale e Amilcare, dopo circa 25 anni di operazioni militari, entrerà in perenne conflitto con i Cartaginesi, in quanto si vedeva progressivamente defraudato di lembi di territorio fertile da parte dei ricchi mercanti e latifondisti insediatisi lungo le coste. Proprio in quell’anno, nel 509, i Cartaginesi imposero ai popoli del Mediterraneo – fra cui, come abbiamo scritto sopra, ai Romani – il divieto di commerciare in Sardegna senza il loro permesso, almeno nella parte da essi controllata: si trattava di una parte ampia della Sardegna che andava dall’altopiano di Campeda (Padria-Bonorva), dalla dorsale del Goceano (Bolotana- Macomer) e dal Medio Tirso (Sedilo-Neoneli-Fordongianus) fino alle pendici del Sarcidano (Asuni-Nureci- Genoni-Isili) e del basso Flumendosa (Goni-Ballao-Villaputzu).
“Una simile clausola – scrive Barrecca – presupponeva da parte di Cartagine un effettivo dominio sulla Sardegna e specialmente su tutte le coste, così da essere in grado di impedire a chiunque di mettere piede e commerciare ad insaputa dei propri rappresentanti locali. È a tal fine che si dotano di un possente sistema fortificato posto lungo i confini e all’interno dei territori di cui abbiamo parlato prima”1.
C’è da chiedersi a questo punto perché Cartagine non porti a compimento la conquista della Barbagia. “Probabilmente – scrive ancora Barrecca – perché non aveva alcuna intenzione a proseguire in quei territori, impervi e per lei praticamente privi di importanza economica, una guerra inevitabilmente lunga e quindi costosissima, per le ingenti forze mercenarie che avrebbe dovuto impegnarvi. Meglio era lasciare quei territori ai protosardi e accontentarsi di sorvegliare le loro mosse per mezzo di guarnigioni arroccate su posizioni strategiche, opportunamente scaglionate ai margini delle terre conquistate. Questo rientrava nella mentalità cartaginese, sempre decisamente contraria alle imprese militari che non fossero motivate da gravi necessità di difesa o da importanti interessi economici” 2.
Al contrario di Roma che invece doveva comunque conquistare per “regere imperio populos, debellando superbos”: dominare i popoli, distruggendo coloro i quali avessero resistito. Così Cartagine dopo la guerra dei Magonidi per tutto il secolo V e parte del IV non ebbe più motivi di condurre in Sardegna operazioni militari.
Evidentemente – citiamo ancora Barrecca –“la vittoria sui Barbaricini era stata completa, anche se, ovviamente, non è da escludere che siano avvenuti ripetuti scontri fra Cartagine e i Sardi Pelliti, specialmente occasionati da quelle razzie e bardane che, ancora in età romana i sardi rimasti indipendenti sulle montagne del Gennargentu, organizzano a danno dei territori agricoli di confine: ma dovettero trattarsi di episodi militari di modesta portata, più che altro di operazioni di polizia, che non lasciano traccia né nel racconto degli storici né nella documentazione archeologica”3.
La situazione subì un profondo mutamento nel 368 a.C. quando secondo le antiche testimonianze delle fonti letterarie antiche si verificò una grande insurrezione delle popolazioni protosarde. A parte la data d’inizio delle ostilità, non sappiamo niente né sull’andamento né sulla conclusione: che comunque dovette essere prima del 348, anno in cui Cartagine stipula con Roma un nuovo Trattato, nel quale la Sardegna appare quanto e più di prima, territorio sotto l’assoluto e incontrastato dominio di Cartagine, ove i Romani non possono nemmeno mettere piede, per alcun motivo, e dal quale debbono partire, entro cinque giorni, qualora siano costretti da forza maggiore ad approdarvi.
“E come in seguito al trattato del 509 anche ora vi fu la creazione di un possente sistema fortificato, ben documentato dalle esplorazioni archeologiche, – precisa Barrecca –con cui si restaurano, secondo la nuova tecnica ellenizzante dei blocchi squadrati, le mura a Tharros, Sulcis, Bithia, Nora, Karalis e si costruiscono fortezze interne come quelle di Santa Vittoria di Neoneli, in posizione più avanzata rispetto alla linea di demarcazione del secolo V. Miglioramento dunque del vecchio sistema fortificato e contestualmente spostamento in avanti di alcune guarnigioni, reso possibile dalle conquiste di nuove terre”4 .

Riferimenti bibliografici
*1.Ferruccio Barrecca, La Sardegna fenicia e punica, Chiarella editore, Sassari 1965, pagina 69.
*2. Barrecca, op. cit. pag. 70.
*3 .Barrecca, op. cit. pag. 72.
*4. Barrecca op. cit. pag. 80.

L’espansione cartaginese e i nuovi confini
L nuove rivolte dei Sardi portano i Cartaginesi a creare un blocco navale:la Sardegna è così assediata oltre che occupata non solo nelle coste ma anche in molte parti interne:
 nei Campidani, fino a Monastir e San Sperate
 nel Sinis, fino a Narbolia e San Vero Milis
 nella Trexenta
 nell’Iglesiente (Monte Sirai)
Si creano così due Sardegne: una resistente (quella più interna) e quella sottomessa (quella più vicina alle coste). Vedi a questo proposito la terza lettura su “Lilliu e la costante resistenziale”.
Vengono tracciati confini (Limes) per potersi difendere
 da Padria e Macomer –Bonorva – Bolotana – Sedilo – Neoneli – Fordongianus – Samugheo – Isili – Orroli – Goni – Ballao
 Vengono fondate città come Olbia e Alghero
 Fortificate Dorgali – Tertenia – Colostrai – Olbia

Organizzazione politica e sociale
L’organizzazione politica e sociale è analoga a quella cartaginese: le città-stato perdono la loro autonomia e sono la semplice estensione delle città stato (madre o sorelle) e tutto è in funzione di queste.

Blocco del commercio e cultura mista
Viene bloccato il commercio dei centri nuragici che sono privati dei centri minerari e si sviluppa una cultura mista con molti sardi mercenari.

Crisi del nuragismo sociale, sostanzialmente egualitario
Entra definitivamente in crisi la vecchia società nuragica con la nascita di nuove gerarchie e caste: comandanti militari- sacerdoti – mercenari stranieri – la creazione di una classe numerosa di servi – proprietari terrieri (grandi medi e piccoli).

L’economia: cerealicoltura, pastorizia, pesca, sale.
Si sviluppa la cultura intensiva del grano e per questo si continua a tagliare i boschi: da Othoca a Cagliari si producono 125 mila ettolitri di grano. Grande impulso viene dato alla produzione della cerealicoltura, alla coltivazione del lino, della palma, dell’ulivo, ortaggi. Viene introdotto il cavallo e si moltiplica il bestiame ovino e bovino. Viene incrementata la pesca (tonno, sardine, corallo) e l’estrazione del sale.

Miniere
Enorme sfruttamento delle miniere (piombo, argento, ferro, rame).

Arte
A Bithia e Portopino sono state trovate lucerne puniche; nelle miniere sulcitane stele votive e maschere.

Religione
I Punici assimilano la cultura religiosa indigena come quella del Sardus pater e della Grande Madre (Astarte); così come i sardi assimilano gli dei venerati dai Punici stessi. Così troviamo:
 Nei tophet: Anon e Tanit
 ad Antas _ Fluminimaggiore:Sid Addir
 A Cagliari; Astarte
 A Tharros: Melqart
 A Villanova Forru e Santa Margherita di Pula il culto per Demetra e Kore (accertato a Cartagine)

PRIMA LETTURA: La brutale dominazione cartaginese*
. […]. “Erano sbrigativi e brutali nell’esercizio del potere di cui disponevano e non si facevano scrupolo spremere la nostra gente, indifesa perché già economicamente indebolita dal lavoro di spoliazione fatto in precedenza e per alcuni secoli dai loro stessi cugini e la loro propensione predatoria nel perseguire vantaggi economici si accompagnava spesso ad atti di violenza feroci, posto che persino nei loro riti religiosi erano usi fare sacrifici sanguinari e d’insolita crudeltà.
Arrivavano anche a dare la morte se venivano infranti i divieti da loro imposti, come quelli sulla cultura delle viti e degli uliveti, mentre imponevano ai poveri abitanti asserviti di quello sfortunato luogo la coltivazione intensiva dei cereali nelle pianure fertili del Campidano, cosa magari non sbagliata in sé, ma tremenda per quelle popolazioni considerata la brutalità impositiva subita in casa loro.
Le ricchezze minerarie, la florida agricoltura e l’attività manifatturiera e metallurgica erano così importanti che, pur di sfruttarne in via esclusiva le risorse e non farne conoscere le potenzialità all’esterno, i Punici impedivano l’accesso a chiunque, pena ancora la morte. Salvo ai navigli che, trovandosi in difficoltà, fossero per necessità costretti a trovare riparo, un po’ come nel diritto di navigazione odierno in fatto di approdo nei porti altrui, anche non amici, consentito in caso di pericolo grave per l’equipaggio, e per la nave in occasione di burrasche, tempeste e uragani. Entro i successivi cinque giorni dovevano però sgomberare e nessuna operazione commerciale poteva essere intrattenuta con gli abitanti locali se non davanti a funzionari cartaginesi ai quali era rigorosamente dovuto un tributo.
La presa sull’isola e il dominio sulla popolazione erano pressoché totali, ad eccezione di alcune parti del territorio presidiate dalle tribù resistenti dell’interno, le quali rifugiatesi nelle montagne, dettero per lungo tempo del filo da torcere ai nuovi conquistatori, fino a imporre persino tributi per il diritto di passaggio nei territori sotto il loro controllo. Ciò che veniva prodotto nell’isola, dedotto quanto era necessario alla sopravvivenza della popolazione indigena, diveniva appannaggio dell’impero cartaginese dominatore, il quale stabiliva cosa, dove e quando e per chi produrre, in funzione dei suoi interessi commerciali e di potenza militare. Erano divenuti i nuovo padroni in casa nostra, arrivati dal mare senza bussare, intenzionati a portare via ciò che era nostro e a ridurci in schiavitù,m privati del frutto del nostro lavoro, delle nostre proprietà e della libertà di disporre delle risorse offerte dal nostro territorio.
Un calvario durato all’incirca tre secoli”. […].
Tratto da Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, di Giuseppi Dei Nur, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagine 73-74.
SECONDA LETTURA: Sacrifici di bambini nell’antica Cartagine?*
Gli antichi abitanti di Cartagine, i discendenti di quei coloni che giunsero lungo le coste africane al seguito della mitica regina Didone, avevano l’usanza di sacrificare i propri bambini: questo almeno emergerebbe da alcune testimonianze scritte, prima bibliche e poi greche e romane. Ma tali resoconti rispondevano effettivamente alla realtà?
L’interrogativo si era già posto nel passato per archeologi e storici ma, soprattutto negli ultimi decenni, aveva prevalso la tendenza a negare questa possibilità: in particolare, in molti evidenziavano come le fonti classiche fossero solite riportare cronache di fatti cruenti di questo genere (e quindi non soltanto in riferimento ai cartaginesi) spesso con intenti propagandistici negativi. E a tal proposito non si può dimenticare come Cartagine fu una fiera nemica di Roma.
Una nuova ricerca sembrerebbe invece suggerire che tali rituali sacrificali trovassero effettivamente espressione nell’uccisione di bambini che venivano offerti alle divinità come un pasto crudele: ciò renderebbe inesatti i tentativi di interpretare i tofet nel mondo fenicio-punico semplicemente come aree destinate al culto religioso con annessa zona per i sacrifici degli animali nella quale trovavano posto anche le sepolture dei più piccoli, morti anzitempo. Queste le conclusioni a cui sono giunti gli studiosi di diversi Paesi, tra cui l’Italia, che hanno collaborato a far luce su questo “mistero” dell’antichità, pubblicate in un articolo della rivista Antiquity.
Il dubbio che tra i cartaginesi fosse diffusa tale pratica c’è sempre stato e non semplicemente a causa di quanto scritto nella Bibbia, dove si parla di un “passaggio attraverso il fuoco” per i fanciulli (che per la verità potrebbe essere anche un rito iniziatico, anche non necessariamente cruento); riferimenti nella storiografia greca, così come presso alcuni scrittori minori della romanità, costituivano un indizio. Un indizio al quale sono andate ad aggiungersi le prove, allorché i tofet iniziarono a venire alla luce, soprattutto nel XX secolo, non soltanto a Cartagine ma anche nei dintorni dove si collocavano le colonie fenicie, ossia sulle coste di Sardegna (presso Sulki, Monte Sirai, Nora) e Sicilia (a Mozia). Nei sepolcri, infatti, piccoli resti erano accuratamente sistemati nelle urne, coperti da pietre tombali sulle quali erano incisi spesso i ringraziamenti ai numi. Su una delle lapidi, inoltre, un’incisione che è stata interpretata come un sacerdote che recava in braccio il corpo di un piccolo bambino.
*tratto da https://scienze.fanpage.it/

TERZA LETTURA: La Costante “resistenziale” secondo Lilliu
Accettata da molti e rifiutata da altri, di Lilliu storico è particolarmente nota la tesi e la categoria storiografica della «costante resistenziale» che così sintetizza: “Quell’umore esistenziale del proprio essere sardo, come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno”1.
“La Sardegna – scrive Lilliu- in ogni tempo, ha avuto uno strano marchio storico: quello di essere stata sempre dominata (in qualche modo ancora oggi), ma di avere sempre resistito. Un’Isola sulla quale è calata per secoli, la mano oppressiva del colonizzatore, a cui ha opposto, sistematicamente, il graffio della resistenza. Perciò i Sardi hanno avuto l’aggressione di integrazioni di ogni specie ma nonostante, sono riusciti a conservarsi sempre se stessi. Nella confusione etnica e culturale che li ha inondati per millenni, sono riemersi, costantemente, nella fedeltà alle origini autentiche e pure”2.
Secondo Lilliu la “resistenza” dei Sardi ha una precisa data di inizio: la fine del secolo VI quando, dopo lunghe lotte Cartagine cacciò i Sardi indigeni sui monti del centro isolano, nelle Barbagie, come poi ebbero a chiamarle i Romani.
Ma ecco come argomenta e racconta la «costante resistenziale» dei Sardi nella loro storia millenaria ma soprattutto durante il periodo della dominazione cartaginese e romana:”Antagonistica fu la civiltà dei Nuraghi in ogni tempo. Ma soprattutto in due periodi fu più accanito e drammatico lo scontro di cultura, più dura e decisiva la battaglia fra i fronti di civiltà: al tempo della guerra dei Cartaginesi prima e contro i Romani poi. Difatti la natura antagonistica portò i Sardi a conservare la loro tradizione culturale per tutto o quasi l’arco di tempo corrispondente all’attività nell’Isola di quei popoli estranei, resistendo dapprima ( dal VI al II sec. a.c.) con le armi e, in seguito, con la rivolta passiva, morale e psicologica derivata dalla coscienza, ancora oggi radicata fra gli isolani, di essere stati e di essere qualcosa di speciale e di individuale per stirpe e cultura…”3.
Dopo una prima vittoria sui Cartaginesi del generale Malco (545-535) secondo Lilliu il fronte nazionale protosardo dovette soccombere ad Asdrubale e Amilcare quando dopo 25 anni di operazioni militari verso il 509 a.c. “la resistenza” fu stroncata, domata e sospinta “dalle pianure e dalle colline nelle zone montagne dell’interno ,solitarie, sterili e disperate ( Iustn.XIX,1).
Si può capire che l’abbandono forzato di terre che la letteratura storica greco-romana ci presenta piena di monumenti d’ogni genere e fonte di benessere materiale e civile, provocò una cesura culturale, una crisi di civiltà fra le popolazioni nuragiche. E la marcia patetica dalle «belle pianure iolaèe» (Diod., IV, 29-30-V, 15) dove gli antichi pastori e agricoltori – guerrieri lasciavano i castelli distrutti, le case fumanti, i templi profanati e le tombe dei loro morti incustodite, verso le rocce, le caverne e i boschi paurosi del centro montano, fu non soltanto una ritirata di uomini, donne e fanciulle perseguiti come vinti dal vincitore straniero e sospinti verso una carcere, quasi verso un enorme campo di concentramento naturale, ma fu anche e soprattutto la capitolazione di un’intera civiltà protesa in uno sforzo decisivo e vicina al suo pieno traguardo storico. Con la sconfitta fu pure incrinata la compattezza etnico- sociale dei Sardi della civiltà nuragica e ne risultò la prima grande divisione politica: da una parte l’Isola montana,- dei Sardi ancora liberi seppur costretti in una sorta di riserva dai conquistatori, come lo furono nel secolo XIX gli Indiani americani di Capo Giuseppe, chiusi in una riserva dell’Idaho dai bianchi del generale Miles, – che continuò a esprimere una cultura genuina e autentica di pastori ,per quanto impoverita e decaduta; dall’altra i Sardi più deboli, arresisi agli invasori,diventati «collaborazionisti» per calcolo o per paura furono degradati al livello di servi della gleba e confusero il loro sangue e la loro civiltà mescolandosi ai mercenari libici, schiavi gli uni e gli altri del comune padrone cartaginese.
Per i sardo-punici (o sardolibici) a cultura mista, i sogni di grandezza, già nel V secolo a.c. erano finiti nel nulla e la libertà era diventata una parola senza senso. Le madri facevano figli per essere assoldati a poco prezzo negli eserciti di Cartagine. Come le antiche “pianure iolaèe” germinavano biade e gli altopiani erbosi dei primitivi pastori ingrassavano greggi per arricchire il mercato internazionale dell’invasore e aumentarne l’insaziabile brama del potere economico e politico. Per i Sardi autentici del centro montano, a cultura tradizionale senza alcun compromesso, la libertà rappresentava ancora un valore e il suo prezzo li ripagava dei sacrifici materiali e dell’avvilimento morale in cui li aveva cacciati l’avverso destino. Schiavitù e libertà segnavano ormai una netta linea di confine fra le due parti dei Sardi: quella conformista e quella ribelle, la prima accomunata forse alla seconda al padrone nel disprezzo e nell’odio. Ed il padrone noncurante e forse lieto della divisione prosperava sulla contesa delle due Sardegne”.
“Il secondo grosso urto fra la civiltà nuragica e quella straniera – scrive ancora il prof. Lilliu – dopo deboli e occasionali scontri fra sardi dei monti e cartaginesi fra il V e il III secolo, avvenne con la conquista dell’Isola dai Romani intorno al 238 a.c. I protagonisti furono le tribù del centro e della regione alpestre, Corsi, Iolei e Balari, e cioè i discendenti dei fuggiaschi della grande ritirata del VI secolo a.c., conservatisi in stadio di autentica cultura nuragica. I Sardi a cultura mista, restarono fuori dalla mischia, limitandosi a servire senza difficoltà il nuovo padrone. L’occupazione romana delle città costiere nel 238 a. c. si svolge senza combattimento (Zonara, VIII, 12, P, I, 4000) senza alcuna resistenza da parte dei Sardo-punici o Sardo-libici. Ma i reiterati trionfi dei consoli romani segnati dal 235 al 232 a.c. stanno ad indicare che la penetrazione romana verso l’interno, trovava l’ostacolo sanguinoso delle tribù locali di tradizione nuragica. Si risvegliava la natura «antagonista» dei guerrieri- pastori, non mai sopita del resto, al primo duro contrasto di civiltà. La lotta sardo romana fu epica, anche perché l’intento del nuovo padrone, era quello di operare una trasformazione radicale di struttura «civile e morale», cosa che non avevano fatto i Cartaginesi, soddisfatti della sicurezza strategica ed economica, senza preoccupazioni «missionarie». La reazione degli indigeni fu pronta in ogni momento, violenta nei periodi di maggiore emergenza, fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. La lunga guerra di libertà dei Sardi, ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215 ( guidata per terra dal latifondista sardo- punico Amsicora e appoggiata sul mare dalla flotta cartaginese di Asdrubale il Calvo), la strage di 12.000 Iliensi e Balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori). Noi che abbiamo seguito dall’inizio l’origine e lo svolgersi della civiltà nuragica, che abbiamo cercato di individuarne nella vocazione antagonistica e nell’attitudine di conservazione attiva e vitale dei caratteri fondamentali, possiamo ora apprezzare nel vero senso, il valore di questi avvenimenti di storia politica strettamente legati alle vicende finali – e in definitiva al tramonto – di una cultura del mondo antico che ebbe una coerenza morale e uno stile di vita schietto e libero, non privo di insegnamenti, posto che se ne vogliano riconoscere nel passato” 4 .
Ma il professor Lilliu non si limita ad applicare la categoria storiografica della «costante resistenziale» alla dominazione cartaginese e romana: essa infatti avrebbe caratterizzato l’intera storia della Sardegna. Così infatti scrive: “Potremmo forse interpretare, meglio che con i documenti diplomatici, certe fiere per quanto modeste e molto limitate, espressioni di resistenza, del periodo giudicale, a mio avviso troppo esaltato come momento di autonomia sarda… Si dica lo stesso dei movimenti resistenziali angioini della fine del ‘700 e di quelli a sfondo «comunistico» del «su connotu» nel secondo ventennio dell’800, nei quali la componente “popolare” (da distinguersi da quella “borghese” integrata nella rivoluzione “esterna” delle culture “maggiori” e della francese in specie) si muoveva nella direttrice dei valori resistenziali della cultura propria “minore”, senza una precisa e organica alleanza, anzi con sospetti e conflitti, identificando ancora una volta, “i borghesi rivoluzionari” con lo straniero padrone.”
E continua “Forse sarebbe utile approfondire l’analisi delle gesta belliche della Brigata Sassari nella penultima grande guerra, demitizzandola nel ruolo assegnatole dalla politica e dalla storiografia nazionalistica e fascista, di fedele e strenuo campione di amor patrio italiano, di custode bellicoso della Nazione Italiana. Resistendo sui monti del Grappa, in uno spazio geografico che gli ricordava il proprio, guidati e formati ideologicamente da ufficiali (come E. Lussu) nei quali urgevano violentemente, sino a forme ritenute quasi di indipendentismo, le istanze dell’autonomia isolane, i fanti della Brigata, combattendo contro lo straniero austro-ungarico-tedesco, riassumevano tutti gli antichi combattimenti con tutti gli stranieri conquistatori colonizzatori e sfruttatori della loro terra, comprendendo fra essi, forse gli stessi «piemontesi» fondatori dello stato, centralista e unitarista italiano. In tal senso, il momento della Brigata, può essere ritenuto una trasposizione in suolo nazionale della resistenza sarda di secoli”5.
C’è di più: a parere di Lilliu la resistenza persiste e continua: “Ai Sardi spetta ancora il compito di attivare la costante resistenziale, ché non ne mancano i motivi”.
Occorre “resistere” e reagire all’industrialismo con i suoi schemi e comportamenti di colonizzazione estranei ed esterni al tessuto economico sardo, distruttore dell’ambiente, fallimentare dal punto di vista economico e occupazionale, devastante per la civiltà sarda; come occorre resistere all’assimilazione e alla acculturazione esterna, da qualunque parte essa venga e in qualsiasi modo si presenti: “In tempi antichi sotto l’aspetto dell’egemonia armata della borghesia mercantile fenicio-punica e dell’imperialismo militare romano; oggi con l’etichetta e le persuasioni o le repressioni del sistema neocapitalistico industriale internazionale e dei vassalli italiani continentali del triangolo nordista”6.
In connivenza e con la complicità degli ascari locali, aggiungo io. Se è interessante e suggestiva – e a mio parere assolutamente condivisibile la categoria storiografica della “costante resistenziale” – ancor più lo è la spiegazione che il grande archeologo di Barumini dà della «resistenza sarda». A questo proposito scrive che occorre “ moderare i metodi di ricerca della storiografia tradizionale della storia politico-diplomatica che è piena di falsità (è la storia dei vincitori, storia di parte), ed anche quello della storiografia marxista che vuole ridurre la spiegazione della resistenza sarda, nelle forme che abbiamo specificato, soltanto a ragioni economiche-sociali, in una contrapposizione di classi, senza riguardare le profonde cause della «storia che sta nel non averne», cioè le cause etniche-etiche, intime alla convinzione nei Sardi dei valori della propria cultura «minore». In definitiva si tratta di tener conto dell’importanza determinante dell’elemento «popolo» (e non dell’elemento «classe») nella grande contesa sarda tra le due culture, dove sta il nocciolo vero della resistenza costante, della conflittualità permanente”7.

Riferimenti bibliografici
1. La Sardegna, a cura di Manlio Brigaglia, vol.3°. L’eredità delle origini, ed. Della Torre 1988, pag. 22.
2. G. Lilliu, Costante resistenziale sarda, ed. Fossataro, Cagliari, 1972, pag.41.
3. G. Lilliu, La Civiltà dei Sardi, dal paleolitico all’età dei nuraghi, Nuova Eri edizione, pag. 418
4. Ibidem, op. cit. pag. 418 segg.
5. Costante resistenziale sarda, op. cit. pagina.50.
6. Ibidem, op. cit. pag. 52.
7. Ibidem. op. cit. pag. 49.

VERSO LA GLOBALIZZAZIONE LINGUISTICA?

 
Nella nostra epoca, come muoiono specie animali e vegetali, così anche molte lingue si estinguono o sono condannate alla sparizione.
Il Centro Studi di Milano “Luigi Negro”, documenta che ogni anno scompaiono nel mondo dieci minoranze etniche e con esse altrettanti lingue, modi di vivere originali, specifici e irrepetibili, culture e civiltà.
Per ogni lingua che muore è una cultura, una memoria ad essere abolita. Un universo di suoni e di saperi a dileguarsi. Preservare allora le specie linguistiche – nonostante le migrazioni, le egemonie mercantili, le colonizzazioni mascherate – dovrebbe essere il primo compito dell’ecologia della cultura e del sapere.
L’idea di una lingua unica perduta è solo un sogno: un frivolo sogno lo definiva già Leopardi nello Zibaldone. E anche l’idea che sia necessaria una lingua unica che permetta a tutti di intendersi immediatamente non riesce a nascondere il disegno egemonico: disegno che è in particolare di ordine mercantile. Anche perché: a cosa servirebbe – si chiede il Professor Sergio Maria Gilardino, docente di letteratura comparata all’Università di Montreal (Canada) e grande difensore delle lingue ancestrali – conoscere e parlare tutti nell’intero Pianeta la stessa lingua, magari l’inglese, se non abbiamo più niente da dirci, essendo tutti ormai omologati e dunque privi e deprivati delle nostre specificità e differenze?
Ma c’è di più: certi programmi “internazionalisti” che prevedono una unificazione linguistica dell’umanità e una scomparsa delle nazionalità, quando non sono inutili esercitazioni retoriche, sono in genere la mistificazione di concezioni sciovinistiche, o addirittura nascondono intenzioni di genocidio culturale di derivazione imperialistica.
Le lingue imposte via via dai colonizzatori hanno sbaragliato, mortificato e distrutto le forme e l’energia inventiva delle lingue locali. Il controllo politico, le ragioni di mercato, i progetti di assimilazione hanno sacrificato tradizioni e culture, suoni e nomi, relazioni profonde tra il sentire e il dire.

Peppino Mereu

RICORDANDO PEPPINO MEREU A 149 ANNI DALLA SUA NASCITA.

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Il poeta “maledetto”, il poeta socialista (1872-1901)
Nasce a Tonara (Nuoro) il 14 Gennaio 1872. Il padre, medico condotto del paese muore accidentalmente nel 1889 bevendo del veleno che aveva scambiato per liquore. Interrompe gli studi dopo la terza elementare –a Tonara non esistevano altre scuole e per proseguire gli studi avrebbe dovuto recarsi fuori dal paese- e diventa sostanzialmente un autodidatta: non si spiega diversamente la sua conoscenza del latino e della mitologia classica cui fa riferimento in alcune sue poesie.
Da giovanissimo inizia a cantare e a scrivere poesie anche sulla scia dei poeti tonaresi più noti: Bachis Sulis e altri. A 19 anni e precisamente il 7 Aprile 1891 si arruola volontario carabiniere: durante i cinque anni della vita militare in vari paesi dell’Isola, visse fra Nuoro e Cagliari, Osilo, Sassari, –i cui nomi figurano nelle date di alcune poesie- dove conosce alcuni poeti sardi. Canta le sue poesie nelle feste e nelle sagre paesane dimostrando grandi capacità poetiche e di improvvisazione. Questi anni (1891-1895) segnano profondamente la sua formazione: prende coscienza delle ingiustizie e degli abusi di potere, tipici del sistema militare. Di qui la sua critica spietata al ruolo dei carabinieri, che invece di essere difensori della giustizia sono spesso alleati degli stessi trasgressori della legge. Significativi a questo proposito i versi diventati a livello popolare famosissimi, soprattutto nel Nuorese: Deo no isco sos carabinersi/in logu nostru proite bi suni/e non arrestan sos bangarutteris. (Io non capisco perché/da noi ci sono i carabinieri/e non arrestano i bancarottieri).
Proprio in questi anni prende consapevolezza dei problemi socio-economici-culturali della Sardegna e aderisce alle idee socialiste del tempo, un socialismo utopistico in cui il poeta individua la soluzione per i problemi delle classi lavoratrici e oppresse. Idee e valori socialisti che Mereu diffonde affidandosi alle sue poesie per sostenere con nettezza, prima di tutto la libertà e l’uguaglianza: Senza distinziones curiales/devimus esser, fizos de un’insigna/liberos, rispettados, uguales (Senza distinzioni curiali/ dobbiamo essere figli di una stessa bandiera/:liberi, uguali, rispettati). Per continuare con la rivendicazione del suffragio elettorale che i Socialisti propugnavano con forza e che il poeta di Tonara così canterà, -proprio nel 1892, anno della nascita del Partito socialista- Si s’avverat cuddu terremotu/su chi Giacu Siotto est preighende/puru sa poveres’ hat haer votu/happ’a bider dolentes esclamende/<mea culpa> sos viles prinzipales/palattos e terrinos dividende/. (Se si avvera quel terremoto/per cui sta pregando Giago Siotto/che anche i poveri potranno votare/potrò vedere, addolorati, gridare/<mea culpa>i vili printzipali/a dividere palazzi e terreni/).
Oltre a denunciare le ingiustizie sociali e i soprusi subiti dal popolo -che in A Genesio Lamberti, invita alla ribellione- Mereu mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
Il poeta il 6 Dicembre 1895 per motivi di salute viene congedato: ritorna così a Tonara. La sua produzione poetica se da una parte è pervasa da motivi melanconici, dall’altra accentua la critica ai rappresentanti della Chiesa e del potere locale; se da una parte srotola poesie “della morte”, dall’altra dipana componimenti scherzosi e allegri, brevi ritratti schizzati in punta di penna di figure e fatti di paese, irridente e maledicente come quando in Su Testamentu,sentendo ormai prossima la morte, nel confessarsi accusa e maledice, cantando con tutta l’amarezza di un cuore esacerbato, che raggiunge toni epici di violenza espressiva: pro ch’imbolare unu frastimu ebbia/a chie m’hat causadu custa rutta/vivat chent’annos ma paralizzadu/dae male caducu e dae gutta (per lanciare una sola maledizione/colui che è stato causa di questa mia disgrazia/viva cent’anni ma paralizzato/dall’epilessia e dalla gotta).
Consumato dalla tisi, che candela de chera (come una candela di cera) muore l’11 marzo 1901 a soli 29 anni.

Connoscher s’istoria sarda

 
Connoscher s’istoria sarda
Francesco Sanna Corda:
Un patriota sardo,un martire, un prete rivoluzionario sardo dimenticato e poco conosciuto.
Antonio Boi paragona l’insurrezione tentata da Francesco Sanna Corda a quelle di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera, Attilio e Emilio, ma “mentre le figure dei patrioti italiani venivan immesse nel quadro storico del Risorgimento, quelle di Sanna Corda e de Cilocco invece rimasero ignorate1”.
Due pesi e due misure. Di più: Pisacane e i fratelli Bandiera saranno esaltati come martiri ed eroi “risorgimentali” cui saranno riservati onori e riconoscimenti e, per ricordarli per sempre saranno dedicate Vie e Piazze.
Francesco Sanna Corda – come Cilocco e altri patrioti e martiri sardi – sottoposto alla damnatio memoriae e bollato come “bandito” o, nel migliore dei casi “vittima di una folle suggestione2” (Damiano Filia).
Ma ecco la storia della figura e dell’opera di Francesco Sanna Corda la cui “suggestione” o meglio compito e missione della sua vita era stata la liberazione della Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia e dispotismo sabaudo. Per questo “costituisce esempio inequivocabile di altissimo amore per la libertà e di totale dedizione alla causa del riscatto della Sardegna3” (Luciano Carta).
Francesco Sanna Corda nasce a Terralba nel 1755. Si laurea in teologia nel 1778 e viene ordinato sacerdote. Nel 1795 è parroco di Terralba ma non gode di nessun “beneficio”: i proventi delle “decime” non vanno alla parrocchia. Per questo era poco ambita, tanto che da quattro anni era priva di un vicario. A questo occorre aggiungere la povertà della popolazione, vessata da feudatari famelici e ingordi.
In questo contesto matura la sua scelta politica: battersi per quelle masse diseredate per liberarle dal giogo e dall’oppressione feudale e dalla tirannia sabauda che quel sistema di oppressione difende e garantisce.
Così nel gennaio del 1796, come deputato delle Comunità di Torralba, Bonnnaro e Borutta si reca a Cagliari con altri deputati e negli Stamenti denuncerà gli abusi nell’esazione dei tributi feudali. Quindi, da entusiasta sostenitore e seguace di Giovanni Maria Angioy, accompagna l’Alternos che il 13 febbraio parte da Cagliari per Sassari, nel suo viaggio trionfale.
A Sassari è nominato cappellano generale delle milizie nazionali. In Giugno accompagna ugualmente l’Angioy, diretto a Cagliari, fino ad Oritano e firma la sua lettera rivolta al vicere.
Fallito il generoso ed eroico tentativo angioyano, anche lui qualche anno dopo, forse nel 1799, clandestinamente abbandona l’Isola e si reca in Corsica, dove cerca di organizzare i fuorusciti sardi antisabaudi, per poter rientrare in Sardegna.
Nell’Isola sbarcherà il 13 giugno deln1802, alla Cruzitta presso Aggius con Francesco Cilocco, Salvatore Loriga, Luigi Martinetti e Biagio Fouché (corso, suo segretario particolare), per dare inizio alla rivoluzione che dovrebbe porre fine e abbattere la monarchia sabauda che sostiene il feudalesimo e instaurare una Repubblica sarda.
Il 17 occupa le torri dell’Isola rossa, di Vignola e di Longosardo. Intanto la reazione sabauda non si fa aspettare: il 18 giugno – scrive Vittoria Del Piano – “un proclama del Conte di Moriana (fratello minore di Carlo Felice e Governatore di Sassari) dichiara il teologo Sanna Corda e Cilocco nemici della patria e stabilisce una taglia di 500 scudi per la loro consegna,vivi o morti, oltre l’impunità per chi li catturi,applicabile a qualunque altro bandito ad arbitrio di chi li avesse presentati” 4.
Il sogno rivoluzionario di Francesco Sanna Corda dura 6 giorni: il 19 giugno 1802 viene ucciso dagli scherani sabaudi: peraltro con l’inganno. Uscito infatti dalla Torre su suggerimento di Nicolò Guarneri (comandante sabaudo del Felucone San Carlo, che aveva arrestato il giorno prima) viene circondato da 75 uomini del luogotenente Ornano, ferito e ucciso.
L’11 agosto sarà condannato a morte e ucciso anche Francesco Cilocco: il suo amico e compagno di lotta, cui non è risparmiata neppure la tortura della corda e delle tenaglie infuocate.
Due martiri per l’Indipendenza della Sardegna, accomunati dalla stessa sorte. Colpevolmente dimenticati dagli stessi sardi.
Riferimenti bibliografici
1. Antonio Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti,Sassari, 1925.
2. Damiano Filia, La Sardegna cristiana, vol. III, Sassari, 1929.
3. Luciano Carta, La Rivoluzione sulle bocche – Francesco Cilocco e Francesco Sanna Corda, «giacobini» in Gallura”. (1802) (Edizioni Della Torre, 2003
4. Vittoria Del Piano, GIACOBINI MODERATI E REAZIONARI IN SARDEGNA – Saggio di un dizionario biografico 1793-1812, Ed. Castello, Cagliari 1996.
 
 

CONNOSCHER S’ ISTORIA DE SA SARDIGNA

CONNOSCHER S’ISTORIA DE SA SARDIGNA
Tocat a amentare a
Maria Ambrogia Soddu, di Bono, 60 anni, seviziata e assassinata dalla soldataglia sabauda.

di Francesco Casula

Fallito il generoso ed eroico tentativo (sfortunato) di liberare la Sardegna dal giogo feudale e dalla tirannia sabauda, si scatenò la repressione savoiarda, crudele e sanguinaria: ad essere colpiti furono innanzitutto due Comunità simbolo della resistenza antifeudale: prima Bono poi Thiesi.
Bono è anche il paese natale di Giovanni Maria Angioy: dunque doppiamente simbolo, da distruggere.
Fra il 18 e il 19 luglio del 1796 nel paese del Meilogu arrivano 900 giannizzeri con 4 cannoni, per bombardare, devastare, incendiarlo. A guidare la soldataglia sono tre voltagabbana Ignazio Musso, Nicolò Guiso ed Efisio Pintor: solo due anni prima democratici e seguaci di Giovanni Maria Angioy, passati poi nel campo della reazione e vendutisi per un piatto di lenticchie. Pintor per essere diventato amministratore di un feudo e nel 1807 sarà podatario dei Marchesati di Villacidro, Palmas, Musei ed Orani.
Incendiano le case e devastano il paese. Fortunatamente gli abitanti, avvertiti dai paesi vicini, sono tutti scappati. E’ rimasta solo Ambrogia Maria Soddu di 60 anni, paralitica. Che non è potuta scappare in virtù della sua disabilità. Le strappano le mammelle, la violentano e la uccidono e così, testimoniano i documenti, violenter animam Deo redditit. Una titulia. Una vera e propria infamia.
Persino lo storico ufficiale (e cortigianesco) dei tiranni sabaudi, Giuseppe Manno ebbe a dire:”Non hanno avuto pieà di una povera invalida”.
Oggi Bono non ha Vie o Piazze dedicate ai savoia. Ma neppure a Ambrogia Maria Soddu: sarebbe ora che ne dedicassero a questa loro martire innocente e sfortunata!

Ma ecco come descrivono due storici il fatto:

GIROLAMO SOTGIU*: ”Perciò consolidata la situazione nel capoluogo, nel luglio Efisio Pintor accompagnato dai delegati Musso e Guiso, con 900 uomini e 4 cannoni marciò su Bono per una vera e propria spedizione punitiva. Gli abitanti della cittadina del Goceano si erano preparati all’attacco, e se non poterono impedire che gli armati entrassero nella città e la mettessero a ferro e fuoco, persino spogliando le chiese degli arredi sacri, costrinsero però gli assalitori a una precipitosa ritirata, nella quale molti furono gli uccisi e feriti. La repressione fu così spietata – ricorda Sotgiu – che la musa popolare ne ha lasciato testimonianza:
Cantu baiat nos hana brujadu/tancas, binzas e domos e carrelas/et pro cussu Pintore est infamadu/in sa Sardigna e in tota sa costera”*.
* [Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna Sabauda, editori Laterza,Bari, pagine 216]

GIUSEPPI DE NUR* :“il villaggio di Bono, che diede i natali a Giovanni Maria Angioy, ac¬cerchiato sotto il comando di costoro da 900 giannizzeri e 4 cannoni, benché per fortuna evacuato per tempo, fu impunemente devasta¬to, depredato e incendiato, nonostante ci fosse stato un patto con i villaggi vicini di mutua assistenza in caso di aggressione. Neppure risparmiarono una donna paralitica, rimasta lì sola per l’impossibilità di fuggire: le asportarono le mammelle, straziandola, prima di ucci¬derla. Ancora a mo’ di esempio e ammaestramento per quelli che avessero conservato una qualche residua pulsione ribelle”.
* [Giuseppi De Nur, Buongiorno Sardegna:da dove veniamo, Ed. La Biblioteca dell’Identità, 2013, pagina 152]

Dante, la Sardegna e la lingua sarda

Francesco Casula
 Il 2021 è l’anno di Dante Alighieri. Ricorre infatti quest’anno il Settecentenario dalla morte dell’immenso poeta fiorentino (e universale), avvenuta a Ravenna nel settembre del 1321. Ma ecco cosa scrive sulla Sardegna di Francesco Casula Non sappiamo con esattezza se Dante sia stato in Sardegna di persona: non abbiamo comunque documenti che lo accertino. Nella Divina Commedia però i riferimenti alla Sardegna e ai Sardi, ai suoi costumi e ai principali personaggi che quivi avevano interessi e possedimenti o che comunque vi svolsero la loro opera, sono tanto frequenti da indurre Tommaso Casini (in Ricordi danteschi in Sardegna, in Nuova Antologia, terza serie, vol. LVIII, fasc. XIII e XIV) a prospettare l’ipotesi che l’Alighieri vi sia stato e che l’Isoletta di Tavolara, all’uscita del canale di Olbia, con la sua struttura conica dalle bianche falde calcaree emergenti dal mare abbia dato lo spunto alla forma del Purgatorio quale la foggiò l’ardita fantasia del poeta. Ecco cosa scrive: ”La storia, la geografia, la lingua, i costumi, gli uomini, i fatti della Sardegna nel tempo di Dante sono rispecchiati nelle opere di lui con tanta precisione e abbondanza di informazioni che, al confronto col silenzio di tutti i suoi contemporanei, inducono un senso di meraviglia sì che non dovrebbe poi parere troppo ardita l’ipotesi che il Poeta, o da giovane, quando a ciò poteva essergli occasione l’amicizia sua con il giudice Nino gentile o nella più matura età quando fuoruscito dalla patria godette la ospitale cortesia dei Malaspina, i quali appunto ebbero in quegli anni frequenti occasioni di recarsi nell’isola, facesse anch’egli come tanti altri al suo tempo, il viaggio in Sardegna. L’ipotesi sarebbe tutt’altro che campata in aria…”. Anche perché – aggiunge Casini – ai tempi di Dante il viaggio dall’Italia alla Sardegna era “Né lungo né difficile. Le galee di Pisa arrivavano per l’Elba alle coste della Gallura in due giorni”. E Pantaleo Ledda, più o meno sulla stessa linea (in Dante e la Sardegna, 1921, riedito dalla Gia editore, Cagliari, 1994) scrive che “se non si trattasse di un volo di fantasia, si potrebbe dire, per avvalorare l’ipotesi di questo viaggio, che l’idea di creare il monte del Purgatorio, sorgente dalle acque di un mare solitario, venisse al poeta dopo le vive impressioni alla vista dell’Isola di Tavolara, che sale a picco dal mar Tirreno, coronata sulle cime di una fosca boscaglia”. “Certo è che quell’Isola scriveva sempre Casini – come ricorda Manlio Brigaglia in Dionigi Scano, Ricordi di Sardegna nella Divima Commedia con scritti di Alberto Boscolo, Manlio Brigaglia, Geo Pistarino, Marco Tangheroni, Cagliari, Banco di Sardegna, Milano Silvana editoriale, 1982 – così integrata all’economia toscana, così attraversata da mercanti e marinai (furono loro che fecero alle donne di Barbagia la fama di licenziosità di cui furono secondo i commentatori, unanimemente circondate nel medioevo) così direttamente collegata alle lotte di potere fra le grandi famiglie pisane, così importante nella politica oltretirrenica di quei signori Malaspina di cui Dante fu ospite e lodatore, doveva essere conosciuta e universalmente «raccontata» nel mondo che Dante conobbe e frequentò”. Sicuramente conosceva gli avvenimenti e i personaggi della Sardegna del secondo ‘200 e del primo ‘300 sia attraverso Nino Visconti, il Nino gentile suo amico, Giudice di Gallura, morto nel 1289, che spesso si recava a Firenze; sia attraverso i toscani che spesso si recavano in Sardegna; sia attraverso gli stessi Sardi che si recavano in Toscana. Dante parla della Sardegna e dei Sardi nei canti XXII, XXVI, XXIX, XXXIII dell’Inferno e nel VII e XXII del Purgatorio. Fra le regioni storiche sarde vengono nominate la Barbagia, la Gallura e il Logudoro. L’Isola dei Sardi è ricordata nel canto XXVI, versi 103-105 dell’Inferno, quando racconta il mitologico viaggio di Ulisse: L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna Fin nel Marocco e l’isola de’ Sardi E l’altre che quel mar intorno bagna. E nel canto XVIII, versi 79-81 del Purgatorio accennando al declino della luna a mezza notte tarda: E correa contro ‘l ciel per quelle strade Che ‘l sole infiamma allor che quel di Roma Tra ‘ Sardi e’ Corsi il vede quando cade. Il primo a occuparsi della Sardegna nella Divina Commedia è l’archeologo sardo Filippo Vivanet, (in La Sardegna nella «Divina Commedia» e nei suoi commentatori, Sassari, Tip. Azuni, 1879). Secondo Vivanet, il poeta fiorentino parla dell’Isola solo per evocare spiriti di assassini e di barattieri: “Nei pochi punti ove noi entriamo direttamente non è già per intrattenere il lettore di uomini grandi e virtuosi, per dare vita a un’immagine giuliva e leggiadra ch’egli lo fa, ma sibbene per evocare spiriti tristi di assassini e di barattieri, per distendere sulla sua tavolozza tinte dolorose di delitto e pena”. Certo si potrebbe sostenere che Dante nei suoi strali non risparmia nessuno: ); né Cesena dove (tra tirannia si vive e stato franco); né Siena (gente sì vana come la senese); né Lucca (dove ogni uomo è barattiere); né i Romagnoli che sono imbastarditi; né i Pisani (volpi sì piene di froda e Ahi Pisa vituperio delle genti ); né gli Aretini (botoli ringhiosi ) né i Pistoiesi che conducono una vita bestiale; né i Genovesi, cui augura l’annientamento perché uomini diversi d’ogni costume e pien d’ogni magagna; né i Bolognesi dei quali (è questo luogo tanto pieno); nè il Casentino dove l’Arno scorre (tra brutti porci più degni di Balle, che d’altro cibo). Firenze, addirittura, che il poeta ardentemente predilesse, supera per gli ingiuriosi rim-brotti tutte le altre città italiane: è città ch’è piena d’invidia sì che ne trabocca il sasso…dove tanto più trova di can farsi lupi ecc. ecc. Fatto sta che dalle Cantiche del Paradiso la Sardegna e i Sardi sono puntualmente totalmente esclusi: “Nel ciel che più della sua luce prende” –secondo Vivanet – non vi era posto per una terra così infelice. Dalla fosca luce dantesca in cui sono presentati i Sardi, non si salvano neppure le donne: per il poeta fiorentino, quelle barbaricine avevano fama di dubbia moralità. Nel Canto XXIII del Purgatorio versi 94-96 fa dire infatti a Forese Donati: Chè la Barbagia di Sardigna assai nelle femmine sue è più pudica che la Barbagia dov’io la lasciai. Secondo le chiose del secondogenito di Dante, Pietro Alighieri, le donne sarde andavano addirittura discinte e sovente addirittura nude. Per lo storico Alberto Boscolo “era vero che le donne di Barbagia andavano con il seno scoperto, perché due secoli dopo i vescovi le obbligavano a coprirselo con un largo fazzoletto”. Secondo altri storici e commentatori si tratta di una vera e propria falsità. E’ una delle tante panzane – scrive Dionigi Scano in Ricordi di Sardegna nella«Divina Commedia» – divulgate in terraferma sulla Sardegna, raccolta leggermente dal poeta. Un altro studioso e commentatore della Commedia, Pantaleo Ledda, va oltre, sostenendo esattamente il contrario. La presunta immoralità non solo non avrebbe alcun fondamento, in quanto il pater familias esercitava un’autorità indiscussa su tutto il clan familiare, ma casomai, avveniva il contrario: “un’eccessiva copertura del corpo con abiti che arrivavano fino alle caviglie. Addirittura il viso, in certe circostanze appare nascosto dietro un fazzoletto scuro che avvolge il capo, le guance e il mento, specie se si tratta di donne maritate, vedove o anziane” (Dante e la Sardegna, opera citata). “Non puó dirsi neppure che Dante sia stato preciso – scrive ancora Dionigi Scano nell’opera già citata – quando nel De vulgari eloquentia, ragionando dei vari dialetti d’Italia, scrisse che Sardos etiam qui non Latii sunt, sed Latiis adsociandi videntur, ejiciamus, quoniam sine proprio vulgari esse videntur, grammaticam tamquam simniae homines imitantes”. Insomma a Dante (il passo è contenuto nel capitolo .9 del Libro 1 del De Vulgari Eloquentia) ” Anche i Sardi, che non sono Latini, ma che sembra si possano ai Latini associare, cacciamo (dal novero degli eredi di diritto dei Latini) perché sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini! (sic)!”. Non comprendendo – precisa ancora Scano – che nessun altro idioma d’Italia conserverà, come il sardo, la nobiltà antica della Lingua latina. Coglierà invece nel segno un suo quasi contemporaneo, Fazio degli Uberti quando nel Dittamondo, scriverà sui Sardi: Io vidi che mi parve meraviglia una gente che alcuno non intende nè sanno quel che altri bisbiglia. “Versi confermanti – è sempre lo Scano a sostenerlo – la lenta evoluzione della lingua sarda, che mantenendo antiche forme e strutture proprie del latino, si rese inintellegibile a quanti erano adusati al dolce idioma italiano”. Indubbiamente l’Alighieri non fu molto benevolo verso la ¬Sardegna anche quando mette in evidenza il lato negativo della (presunta o vera) insalubrità dell’aria a causa delle zone paludose. L’accenno è contenuto nel canto XXIX, versi 46-51 dell’Inferno: Qual dolor fora, se de gli spedali di Valdichiana tra il luglio e il settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fussero in una fossa tutti insembre Si tratta di un tema oltremodo abusato negli scrittori classici, tanto da farci pensare che Dante – che i classici ben conosceva – ne sia stato largamente influenzato. Ne hanno parlato Marziale e Tacito, Claudiano e Pausania, Pomponio Mela e Strabone, Orazio e Cicerone. E’ invece di estremo interesse l’immagine che Dante dà della Sardegna quando di essa coglie i connotati di una popolazione in qualche modo unitaria e del tutto particolare. Si pensi a frate Gomita – in sardo Comita, perché scritto con la “G” è una forma toscana – e a Michele Zanche, mai stanchi pur nelle bolgie infernali di parlare della loro Isola: ………………..a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche Dante non poteva mettere in evidenza con termini più propri e incisivi una caratteristica dei Sardi, certamente colta fra i familiari isolani delle famiglie Visconti e Malaspina: ovvero che i Sardi per loro natura sono poco loquaci, ma, quando alcuni di essi si incontrano fuori dell’Isola, la loro nostalgia è tale che s’intrattengono, anche senza conoscersi, sulle cose della loro terra, argomento inesauribile, per il quale il loro parlare diventa sciolto e le lingue lor non si sentono stanche. (Vedi Letture). Frate Gomita di Gallura e Michele Zanche, donno del Logudoro, sono i primi personaggi sardi con cui Dante s’imbatte nell’Inferno. Il Frate sarebbe stato un alto funzionario – luogotenente, vicario,cancelliere? – del giudice Nino di Gallura. Ma non abbiamo documenti che identifichino il personaggio e tanto meno che accertino quando e dove esercitasse il suo “ufficio” di barattiere. Probabilmente Dante venne a conoscerlo proprio attraverso il suo amico Nino Visconti, sovrano spodestato del regno di Gallura. Michele Zanche invece – come ricorda nel suo Dizionario storico sardo il medievista Francesco Cesare Casula – “è un’importante personaggio sassarese della fine del Duecento…non sono note le origini della sua famiglia, certamente magnatizia e forse discendente dai sovrani del regno di Torres, come attesta il titolo di «donno» che troviamo in Dante stesso e in un documento genovese che ci parla di lui (il cognome Zanche ha la stessa origine etimologica di «Tanca» soprannome di Andrea re di Torres nell’XI secolo)”. Secondo i commentatori danteschi, fu assassinato dal genero Branca Doria con la complicità di un suo parente. Sempre nell’Inferno il secondo accenno dantesco alla Sardegna è nel canto XXVI, il terzo nel XXIX: ad ambedue abbiamo già fatto riferimento. Il quarto e ultimo accenno nell’Inferno lo abbiamo nel canto XXXIII (Vedi Letture). Dopo aver assistito alla scena del Conte Ugolino e dopo aver da lui udito il dramma pietoso e triste a Dante si fa innanzi frate Alberigo da Faenza il quale gli addita ser Branca Doria, nobile genovese e genero di Michele Zanche, che abbiamo già visto tra i barattieri. Branca Doria – secondo Dante – invitò a cena il suocero e il suo seguito e li fece uccidere. Gli altri due accenni danteschi alla Sardegna li troviamo nel Purgatorio: il primo nel canto VIII, versi 52-81, in cui il poeta descrive l’incontro con Ugolino (Nino- Nin gentil, lo chiama) Visconti, di Pisa, Giudice di Gallura e figlio di Giovanni Visconti, capo dei Guelfi di Pisa, la cui figlia Giovanna, rimasta orfana del padre sarebbe stata spogliata dai Ghibellini di tutti i suoi beni, se il papa Bonifacio VIII non fosse intervenuto in difesa di lei, quale figlia di un grande esponente del partito guelfo sostenitore del papato. La moglie, Beatrice d’Este, rimasta vedova, passò a seconde nozze con Galeazzo Visconti, signore di Milano: Nino, mortificato dalla infedeltà della moglie, sia coniugale sia politica, dà di lei un giudizio molto severo. Afferma inoltre che l’insegna del secondo marito, Galeazzo Visconti di Milano (una vipera) sulla tomba di Beatrice, non avrebbe dato alla sua memoria tanto prestigio e onore quanto l’avrebbe data l’insegna dei Visconti di Gallura (il gallo). Il secondo accenno è nel canto XXIII, versi 94-96: il poeta appena giunto presso un albero carico di squisitissime frutte, bagnati da chiare e fresche acque, s’incontra con il suo amico e parente Forese Donati di Firenze, il quale parla di sua moglie Nella e della licenziosità delle donne fiorentine e della Barbagia di Sardegna. Che abbiamo già avuto modo di commentare. Letture: 1. Inferno Canto XXII versi 76-90 76 Quand’elli un poco rappaciati fuoro, a lui, ch’ancor mirava sua ferita, domandò ‘1 duca mio sanza dimoro: 79 “Chi fu colui da cui mala partita di’ che facesti per venire a proda?”. Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita. 82 quel di Gallura. vasel d’ogne froda, ch’ebbe i nemici di suo donno in mano, e fé sì lor, che ciascun se ne loda. 85 Danar si tolse. e lasciolli di piano,. sì com’ei dice; e ne li altri offici anche barattier fu non picciol, ma sovrano. 88 Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. 2. Inferno Canto XXXIII versi 133-147 I33 Ella ruina in sì fatta cisterna; e forse pare ancor lo corpo suso de l’ombra che di qua dietro mi verna. 136 Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso elli è ser Branca Doria, e son più anni poscia passati ch’el fu sì racchiuso”. 139 “Io credo”, diss’io lui, “che tu m’inganni; ché Branca Doria non morì unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni”. 142 “Nel fosso su” diss’el, de’ Malabranche, là dove bolle la tenace pece, non era ancor giunto Michel Zanche, 145 che quelli lasciò il diavolo in sua vece nel corpo suo, ed un suo prossimano che ‘l tradimento insieme con lui fece. (Tratto da I viaggiatori italiani e stranieri in Sardegna di Francesco Casula, Alfa Editrice,).