Marianna Bussalai

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Marianna Bussalai, sardista e femminista ante litteram, antifascista e poetessa, amica di Lussu, è l’oranese di cui parlerò giovedì prossimo 30 novembre a Flunimi di Quartu, nella scuiola elementare di Via Ligure,3. Organizza l’Associazione culturale ITA MI CONTAS.

  1. la vita

Marianna Bussalai, “Signorina Mariannedda de sos Battor Moros”, così veniva chiamata dagli oranesi, è i una straordinaria figura di femminista, di sardista e di antifascista. Una poetessa, traduttrice e intellettuale di valore, morta nel 1947, a soli 43 anni. Frequenta solo fino alla quarta elementare, poi abbandona a causa di una malattia che non le permette di potersi recare a Nuoro per proseguire gli studi. Autodidatta – legge gli autori sardi (Sebastiano Satta, Montanaru, – con cui ha un fitto carteggio epistolare – e Giovanni Maria Angioy, di cui vanta una remota ascendenza), gli italiani (Dante, Manzoni, Monti, Pindemonte) ma anche i russi. Di Montanaru traduce le poesie in italiano. Di Dante avrebbe voluto tradurre la Divina Commedia in Limba per poter dare al popolo sardo – scriveva – la possibilità di leggere e comprendere l’opera.

  1. Il sardismo di Bussalai

 “II mio sardismo – scriverà in una lettera all’avvocato Luigi Oggiano – è nato da prima che il Partito sardo sorgesse, cioè da quando, sui banchi delle scuole elementari, mi chiedevo umiliata perché nella storia d’Italia non si parlasse mai della Sardegna. Giunsi alla conclusione che la Sardegna non era Italia e doveva avere una storia a parte”.
Quello della Bussalai è dunque un Sardismo ante litteram, nasce inizialmente come sentimento o, più precisamente, come ri-sentimento contro uno Stato patrigno. Di qui la sua militanza nel Partito sardo d’azione e la sua “devozione” nei confronti di Lussu, che periodicamente le scriveva dall’esilio a Parigi.

  1. Le sue poesie

Famose sono rimaste quelle che mettono alla berlina i fascisti, ad iniziare dai ras locali. Il sardismo e l’antifascismo, cui dedicò tutta la sua vita, – ovvero l’amore smisurato per l’Autonomia e per la libertà – li vedeva incarnati meravigliosamente in Lussu, verso cui nutriva ammirazione e persino devozione. Marianna Bussalai infatti durante tutto il ventennio fascista diventa a Orani – ma non solo – punto di riferimento dell’antifascismo, la sua casa è il circolo antifascista, composto di ragazzi e ragazze, di uomini e donne.
Da parte mia ritengo che gli scritti più validi e, ancora oggi più che mai attuali, siano i suoi Mutos e Mutetus, in lingua sarda. Soprattutto quelli ironici e satirici con cui ridicolizzava i gerarchi e gli scherani del fascismo e Mussolini stesso (nel cui nome allungava il mussi-mussi, l’appellativo con cui si chiamano in Sardo i gatti e la cui espressione deriva dal latino mus (topo) e dunque a fronte di mussi-mussi il (gatto si avvicina).

Eccone alcuni:
“Farinacci est bragosu/ca l’ana saludau/sos fascistas de Orane/tene’ pius valentia/de su ras de Cremona/su Farinacci nostru.”

Ite bella Nugòro / tottu mudada a frores / in colore ‘e fiama. / Ite bella Nugòro / solu a tie est s’amore / ca ses sa sola mama / Sardigna de su coro/ Saludan’ sos sardistas / chin sa manu in su coro / de sas iras fascistas / si nde ride’ Nugòro.

  1. Le amiche e gli amici di Marianna Bussalai
    Aveva due grandi amiche e compagne di lotta: Mariangela Maccioni e Graziella Sechi-Giacobbe, che considera “dolci ed eroiche amiche”. La prima è maestra elementare e moglie di Raffaello Marchi (verrà sospesa dall’insegnamento perché ostile al Fascismo), la seconda ugualmente antifascista è moglie di Dino Giacobbe, il mitico combattente e comandante nella Guerra civile in Spagna contro Franco. Formano la cosiddetta triade sardista e antifascista.

Ma aveva anche molti amici:Lussu,Dino Giacobbe, i fratelli Melis, Oggiano, Mastino, Sebastiano Satta, Montanaru. Ma aveva amici, in modo particolare fra i giovani: per cui era un punto di riferimento intellettuale e culturale oltre che politico.

La rivolta di Palabanda

La rivolta di Palabanda

di Francesco Casula

 

Ricorre il 30 ottobre prossimo il 205° Anniversario della Rivolta di Palabanda. Innanzitutto Rivolta non Congiura. Ecco perché.

 

Di congiure è zeppa la storia. Da sempre. Da Giulio Cesare a John Fitzgerald  Kennedy. Particolarmente popolato e affollato di congiure è il periodo rinascimentale italiano, nonostante gli avvertimenti di Machiavelli secondo cui “le coniurazioni fallite rafforzano lo principe e mandano nella ruina li coniurati”. Ed anche il “Risorgimento”. Esemplare la congiura di Ciro Menotti nel gennaio del 1831 ordita attraverso intrighi con Francesco IV d’Austria d’Este, dal quale sarà poi tradito e mandato al patibolo.

Congiurà che però sarà ribattezzata “rivolta”, “Moto rivoluzionario”. Solo una questione lessicale? No:semplicemente ideologica. Quella congiura, perché di questo si tratta,  viene “recuperata” e inserita come momento di quel processo rivoluzionario, foriero – secondo la versione italico-patriottarda e unitarista –   delle magnifiche e progressive sorti del cosiddetto risorgimento italiano. Così, una “congiura” o complotto che dir si voglia diventa un tassello di un processo rivoluzionario, esclusivamente perché vittorioso. Mentre invece – per venire alla quaestio che ci interessa – la Rivolta di Palabanda viene ridotta e immiserita a “Congiura”. E con essa diventano “Congiure”, ovvero cospirazioni di manipoli di avventurieri che con alleanze  e relazioni oblique con pezzi del potere tramano contro il potere stesso. Questa categoria storiografica, che riduce le sommosse e gli atti rivoluzionari che costelleranno più di un ventennio di rivolte: popolari, antifeudali e nazionali a fine Settecento in Sardegna a semplici congiure è utilizzata non solo da storici reazionari, conservatori e filosavoia come il Manno o l’Angius.

Ad iniziare dalla cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile 1794: considerata “robetta” e comunque alla stregua di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. A questa tesi, ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda e non sospettabile di simpatie sardiste e nazionalitarie, polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data da storici filosavoia come Giuseppe Manno o Vittorio Angius (l’autore dell’Inno Cunservet Deus su re) che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi, appunto alla stregua di una congiura.

Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura – cito sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni” 1.

Secondo Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni.

Ma veniamo a Palabanda. Si parla di rivalità a corte  fra il re Vittorio Emanuele I sostenuto da don Giacomo Pes di Villamarina, comandante generale delle armi del Regno e il principe Carlo Felice sostenuto invece dall’amico e consigliere Stefano Manca di Villahermosa, che aveva un ruolo di rilievo nella vita di corte.

Ebbene è stata avanzata l’ipotesi che a guidare la cospirazione fossero stati uomini di corte molto vicini a Carlo Felice allo scopo di eliminare definitivamente i cortigiani piemontesi e di destituire il re Vittorio Emanuele I affidando al Principe la corona con un passaggio dei poteri militari dal Villamarina ad altro ufficiale, forse il capitano di reggimento sardo Giuseppe Asquer. Chi poteva incoraggiare e proteggere l’azione in tal senso era Stefano Manca di Villahermosa, per l’ascendenza di cui godeva sia presso il popolo che presso Carlo Felice.

E’ questa l’ipotesi di Giovanni Siotto Pintor che scrive: ”La corte poi di Carlo Felice accresceva il fuoco contro quella di Vittorio Emanuele: fra ambedue era grande rivalità, l’una per sistema discreditava l’altra. Villahermosa era avverso a Roburent, e tanto più dispettoso, che gli stava fitta in cuore la spina di essergli stato anteposto Villamarina nella carica di capitano delle guardie del corpo del re. Destava invero maraviglia che i cortigiani e gli aderenti a Carlo Felice osassero rimproverare i loro rivali degli stessi errori, intrighi ed arbitrij degli ultimi tempi viceragli. Pure i loro biasimi trovavano favore nelle illuse moltitudini, che giunsero a desiderare il passaggio della corona di Vittorio Emanuele a Carlo Felice, e la nuova esaltazione dei cortigiani sardi, poco prima abborriti” 2

Pressoché identica è l’ipotesi di un altro storico sardo, Pietro Martini che scrive: ”Poiché era rivalità tra le corti del re e del principe, signoreggiata l’ultima dal marchese di Villahermosa, l’altra dal conte di Roburent il quale aveva fatto nominare capitano della guardia il Villamarina, di tale discordia si giovassero per intronizzare Carlo Felice” 3 .

Si tratta di ipotesi poco plausibili. Ora occorre infatti ricordare  in primo luogo che il Villahermosa, era anche legato al re tanto che il 7 novembre 1812, pochi giorni dopo i fatti di Palabanda, gli affidò l’attuazione del piano di riforma militare.

In secondo luogo non possiamo dimenticare che Carlo Felice, ottuso crudele e famelico, sia da principe e vice re che da re, era lungi dall’essere  “favorevole ai Sardi” come scrive Natale Sanna che poi però aggiunge era all’oscuro di tutto 4 Ricorda infatti Francesco Cesare Casula56. che Carlo felice sarà il più crudele persecutore dei Sardi, che letteralmente odiava e contro cui si scagliò con tribunali speciali, procedure sommarie e misure di polizia, naturalmente con il pretesto di assicurare all’Isola “l’ordine pubblico” e il rispetto dell’Autorità. E comunque non poteva essere l’uomo scelto dai rivoluzionari  persecutore com’era soprattutto dei democratici e dei giacobini.

In terzo luogo che bisogno c’era di una congiura per intronizzare Carlo Felice? In ogni caso a lui la corona sarebbe giunta prima o poi di diritto poiché il re non lasciava eredi maschi ed egli era l’unico fratello vivente. Quando la Quadruplice Alleanza aveva conferito il regno di Sardegna a Vittorio Amedeo II, una clausola prevedeva che il regno sarebbe ritornato alla Spagna nel caso che il re e tutta la Casa Savoia rimanesse senza successione maschile.

Scrive Lorenzo Del Piano a proposito delle ipotesi di legami e rapporti fra “i congiurati” di Palabanda con ambienti di corte e addirittura con l’Inghilterra e con la Francia: “Se dopo un secolo di indagini non è venuto fuori nulla ciò può essere dovuto, oltre che a una insanabile carenza di documentazione, al fatto che non c’era nulla da portare alla luce e che quello della ricerca di legami segreti è un problema inesistente e che comunque perde molto della sua eventuale importanza se invece che a romanzesche manovre di palazzo o a intrighi internazionali si rivolge prevalente attenzione alle forze sociali in gioco e alle persone che le incarnavano e cioè agli esponenti della borghesia cittadina che era riuscita indubbiamente mortificata dalle vicende di fine settecento e che un anno di gravissima crisi economica e sociale quale fu il 1812, può aver cercato di conquistare, sia pure in modo avventuroso e inadeguato il potere politico esercitato nel 1793-96” 6 .

Non di congiura dunque si è trattato ma di ben altro: dell’ultima sfortunata rivolta, che conclude un lungo ciclo di moti e di ribellioni, che assume tratti insieme antifeudali, popolari e nazionali.

Segnatamente la rivolta di Palabanda, per essere compresa, abbisogna di essere situata nella gravissima crisi economica e finanziaria che la Sardegna vive sulla propria pelle: conseguenza di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia oltre che delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni: già nel 1811 forte siccità e un rigido inverno causarono nell‘Isola una sensibile contrazione della produzione di grano, ma è soprattutto nella primavera del 1812 che la carestia e dunque la crisi alimentare si manifestò in tutta la sua drammaticità.

Cosa è stato il dramma de su famini de s’annu dox, sono storici come Pietro Martini, a descriverlo con dovizia di particolari: ”L’animo mi rifugge ora pensando alla desolazione di quell’anno di paurosa ricordanza, il dodicesimo del secolo in cui mancati al tutto i frumenti, con scarsi o niuni mezzi di comunicazione, l’isola fu a tale condotta che peggio non poteva”.

Ricorda quindi che la “strage di fanciulli pel vaiuolo, scarsità d’acqua da bere (ché niente era piovuto), difficoltà di provvisioni per la guerra marittima aggrandivano il male già di per se stesso miserando 7.

Mentre Giovanni Siotto Pintor scrive: ”Durarono lungamente le tracce dell’orribile carestia; crebbe il debito pubblico dello stato; ruinarono le amministrazioni frumentarie dei municipj e specialmente di Cagliari; cadde nell’inopia gran novero di agricoltori; in pochi si concentrarono sterminate proprietà; alcuni villaggi meschini soggiacquero alla padronanza d’uno o più notabili; i piccoli proprietari notevolmente scemarono; si assottigliarono i monti granatici; e perciò decadde l’agricoltura. Ed a tacer d’altro, il sistema tributario vieppiù viziossi, trapassati essendo i beni dalla classi inferiori a preti e a nobili esenti da molti pesi pubblici” 8.

E ancora il Martini descrive in modo particolareggiato chi si arricchisce e chi si impoverisce in quella particolare temperie di crisi economica, di pestilenze e di calamità naturali: ”Oltreché v’erano i baroni e i doviziosi proprietari i quali s’erano del sangue de’ poveri ingrassati e grande parte della ricchezza territoriale avevano in sé concentrato. I quali anziché venire in aiuto delle classi piccole, rincararono la merce e con pochi ettolitri di frumento quello che rimaneva a’ miseri incalzati dalla fame s’appropriavano. Così venne uno spostamento di sostanze rincrescevole: i negozianti fortunati straricchivano, i mediocri proprietari scesero all’ultimo gradino, gli altri d’inedia e di stenti morivano” 9.

Giovanni Siotto Pintor inoltre per spiegare le cagioni del tentativo di rivolgimento politico che meditavasi a Cagliari, allarga la sua analisi rispetto al Martini e scrive che “La Sardegna sia stata la terra delle disavventure negli anni che vi stanziarono i Reali di Savoia. Non mai la natura le fu avara dei suoi doni come nel tempo corso dal 1799 al 1812. Intrecciatisi gli scarsi ai cattivi o pessimi raccolti,impoverì grandemente il popolo ed il tesoro dello stato. A questi disastri, sommi per un paese agricola, si aggiunsero la lunga guerra marittima che fece ristagnare lo scarso commercio; le invasioni dei Barbareschi, produttrici di ingenti spese per lo riscatto degli schiavi e pel mantenimento del navile; le fazioni e i misfatti del capo settentrionale dell’isola, rovinosi per le troncate vite e le proprietà devastate e per le necessità derivatane di una imponente forza pubblica, e quindi di enormi stipendj straordinari, di nuove gravezze, e quindi dell’impiego a favore della truppa dei denari, consacrati agli stipendi dei pubblici officiali…In questa infelicità di tempi declamavano gli impiegati: i maggiori perché ambivano le poche cariche tenute dagli oltremarini; i minori perché sospesi gli stipendj, difettavano di mezzi d’onesto vivere…i commercianti maledivano il governo e gli inglesi, ai quali più che ai tempi attribuivano il ristagno del traffico…Ondechè, scadutu dall’antica agiatezza antica, schiamazzavano, calunniavano, maledivano…Superfluo è il discorrere della plebe…Questa popolare irritazione pigliava speciale alimento dalla presenza degli oltremarini primeggianti nella corte e negli impieghi, e che apertamente o in segreto reggevano le cose dello stato sotto re Vittorio Emanuele. Doleva il vederli nelle alte cariche, ad onta della carta reale del 1799, che ammetteva in esse l’elemento oltremarino, purché il sardo contemporaneamente s’introducesse negli stati continentali. Doleva che il re, limitato alla signoria dell’isola, non di regnicoli ma di uomini di quegli stati si giovasse precipuamente nel pubblico reggimento, come se quelli infidi fossero verso di lui, e non capaci di bene consigliarlo. Soprattutto inacerbiva gli animi quel loro fare altero e oltrecotato, quel mostrarsi incresciosi e malcontenti del paese ove tenevano ospizio e donde molto protraevano, indettati con certi Sardi che turpemente gli adulavano, quel loro contegno insomma da padroni” 10.

E a tutto questo occorre aggiungere le spese esorbitanti della Corte, anzi di due Corti (quella del re e quella del vice re) ambedue fameliche, che, giunte letteralmente in camicia, portarono il deficit di bilancio alla cifra esorbitante di 3 milioni, quasi tre volte l’importo delle entrate ordinarie. Mentre il Re impingua il suo tesoro personale mediante sottrazione di denaro pubblico che investirà nelle banche londinesi.

Di qui il peso delle nuove imposizioni fiscali, che colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive  Girolamo Sotgiu –  che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila” 11.

Così succedeva che “Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta12 .

Questi i corposi motivi, economici, sociali, politici, insieme popolari, antifeudali e nazionali alla base della Rivolta di Palabanda. Che in qualche modo univano, in quel momento di generale malessere intellettuali, borghesia e popolo, segnatamente la borghesia più aperta alle idee liberali e giacobine, rappresentate esemplarmente dall’esempio di Giovanni Maria Angioy. Borghesia composta da commercianti e piccoli imprenditori che si lamentavano perché “gli incassi erano pochi, la merce non arrivava regolarmente o stava ferma in porto per mesi. Intanto dovevano pagare le tasse e lo spillatico alla regina” 13.

Per non parlare della miseria del popolo: nei quartieri delle città e nei villaggi delle campagne, dove la vita era diventata ancora più dura dopo che la siccità aveva reso i campi secchi, con “contadini e pastori che fuggivano dai loro paesi e si dirigevano verso le città come verso la terra promessa” 14 .

E così “cresceva l’odio popolare contro il governo e si riponeva fiducia in coloro che animavano la speranza di un rinnovamento 15 .

Di qui la rivolta: che non a caso vedrà come organizzatori e protagonisti avvocati (in primis Salvatore Cadeddu, il capo della rivolta. Insieme a lui Efisio, un figlio, Francesco Garau e Antonio Massa Murroni); docenti universitari (come Giuseppe Zedda, professore alla Facoltà di Giurisprudenza di Cagliari); sacerdoti (come Gavino Murroni, fratello di Francesco, il parroco di Semestene, coinvolto nei moti angioyani); ma anche artigiani, operai, e piccoli imprenditori (come il fornaciaio Giacomo Floris, il conciatore Raimondo Sorgia, l’orefice Pasquale Fanni, il sarto Giovanni Putzolo, il pescatore Ignazio Fanni).

Insieme a borghesi e popolani alla rivolta è confermata la partecipazione di molti  studenti e militari : “Tutto il battaglione detto di «Real Marina», formato di poco di gran numero di soldati esteri…dipartita colli suddetti insurressori per aver dedicato il loro spirito 16.

Bene: ridurre questo variegato movimento a una semplice congiura e  a intrighi di corte mi pare una sciocchezza sesquipedale. Una negazione della storia.

Note bibliografiche

  1. Girolamo Sotgiu, L’Insurrezione a Cagliari del 28 Aprile 1794, AM&D Cagliari, 1995.
  2. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 233-234.
  3. Pietro Martini, Compendio della storia di Sardegna, Ed. A. Timon, Cagliari 1885, pagina 70.
  4. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume III, Editrice Sardegna, Cagliari 1986, pagina 413.

5.Francesco Cesare Casula, Il Dizionario storico sardo, Carlo Delfino editore,Sassari, 2003 pagina 330.

  1. Vittoria Del Piano (a cura di), Giacobini moderati e reazionari in Sardegna, saggio di un dizionario biografico 1973-1812 , Edizioni Castello, Cagliari, 1996, pagina 30.
  2. Pietro Martini,Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagine 60-61
  3. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, op. cit. pagina 222.
  4. Pietro Martini, Compendio della Storia di Sardegna, op. cit. pagina 61.
  5. Giovanni Siotto Pintor, Storia civile de’ popoli sardi dal 1799 al 1848, Libreria F. Casanova, Torino 1887, pagine 229-230.

11.Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda (1720-1847), Edizioni Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 252.

12, Ibidem, pagine 252-253.

  1. Ibidem, pagina 253.
  2. Maria Pes, La rivolta tradita, CUEC,Cagliari 1994, pagina119
  3. Ibidem, pagina 120.
  4. Ibidem, pagina 151.

– I patrioti di Palabanda

-Salvatore Cadeddu, che riuscì a fuggire nel Sulcis, nella casa sul Golfo di Palmas, venne catturato condotto a Cagliari  e arrestato il 3 giugno. E’ accusato di essere “uno dei capi e principali autori dell’insurrezione” e per sentenza della regia delegazione  il 30 agosto fu condannato a morte ad essere impiccato: “a spicarsi la testa dal busto, conficarsi quella al patibolo, e questa consegnarsi alle fiamme e spargersene le ceneri al vento, previa tortura nel capo dei complici, nella confisca dei suoi beni e nelle spese”. Fu impiccato il 2 settembre dello stesso anno e il  suo corpo dato alle fiamme e le ceneri sparse nel vento.

-Raimondo Sorgia: Arrestato il 5 novembre è impiccato Il 13 maggio 1813, come  gli altri condannati non fa il nome dei complici “nemmeno ai piedi della forca” (Lorenzo del Piano).

– Giovanni Putzolu, come Raimondo Sorgia, fu arrestato il 5 novembre e impiccato Il 13 maggio 1813.

– Gaetano Cadeddu, riuscirà a fuggire ma sarà condannato a morte in contumacia, in quanto ritenuto autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato armati con il denaro per l’esecuzione dell’impresa,

– Giuseppe Zedda, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come Francesco Garau, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni,

– Francesco Garau, sarà condannato a morte in contumacia, perché ritenuto  autore dell’insurrezione e colpevole di aver reclutato con il denaro per l’esecuzione dell’impresa, come, Gaetano Cadeddu, Giuseppe Ignazio Fanni, Giuseppe Zedda.

Antonio Massa Murroni, sarà arrestato nella notte del 5 novembre, fra i primi, e condannato il 30 agosto del 1813, al carcere a vita.

–  Giacomo Floris, sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita con  Pasquale Fanni. Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

Pasquale Fanni. Sarà arrestato il 5 novembre 1812 e  condannato alla galera a vita come  Giacomo Floris  Morirà in carcere senza fare i nomi dei rivoltosi.

 Stanislao Deplano, arrestato sarà inviato nel maggio del 1813 in esilio a Mandas prima e a Alghero, Sassari e Carloforte poi.

– Accusati di complicità nel fatto, Antonio Massa Murroni e Giovanni Battista Cadeddu, furono condannati al carcere a vita nella torre dell’isola della Maddalena, dove Giovanni Battista Cadeddu morirà il 26 ottobre 1919.

– Stanislao Deplano venne recluso nelle carceri di Alghero e nel 1821 esiliato a Carloforte. 

– Luigi Cadeddu nel 1827 si trovava ancora in carcere.

– Efisio Cadeddu, il figlio minore di Salvatore, per la sua giovane età non fu inquisito né perseguitato..

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

Cagliari :Via XXIX novembre 1847

di Francesco Casula

A Cagliari c’è una Via (piccola traversa di Viale Trieste) con questa intestazione: Via XXIX novembre 1947.

Credo che pochi cagliaritani e sardi conoscano questa data e perché ad essa sia stata dedicata una via. Se lo sapessero probabilmente la rimuoverebbero.

Io mi accontenterei di porre, magari a fianco, una bella lastra di marmo con una didascalia che illustri e chiarisca la vicenda sottesa a quella data.

Il Manifesto sardo potrebbe farsi promotore di tale iniziativa, avanzando al Comune di Cagliari e al Sindaco Zedda la proposta. In tal modo quella Via inizierebbe a parlare, ai Cagliaritani e ai Sardi. Rendendoli edotti e consapevoli di una triste e funesta vicenda. Oggi è infatti, questa strada è muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data.

Scriverei, sinteticamente questo: il 29 novembre del 1947 ci fu la Fusione perfetta della Sardegna con gli stati sabaudi di terraferma, Con essa l’Isola veniva deprivata del suo Parlamento, perdeva la sua indipendenza statuale e dunque finiva il Regnum Sardiniae.

A chiedere  la Fusione, che verrà decretata da Carlo Alberto, furono alcuni membri degli Stamenti di Cagliari e di Sassari, senza alcuna delega né rappresentatività né istituzionale (Il Parlamento neppure si riunì ) né tanto meno, popolare. Tanto che Sergio Salvi, lo scrittore e storico fiorentino, gran conoscitore di “cose sarde”, ha parlato di “rapina giuridica”.

Certo a favore della Fusione ci furono manifestazioni pubbliche a Cagliari (dal 19 al 24 novembre) e a Sassari nel 1947: ma esse erano erano poco rappresentative della popolazione sarde in quanto i partecipanti appartenevano quasi sostanzialmente ai ceti urbani. Ma soprattutto esse rispondevano esclusivamente agli interessi della nobiltà ex feudale, illecitamente arricchitasi, con la cessione dei feudi in cambio di esorbitanti compensi, che riteneva più garantite le proprie rendite dalle finanze piemontesi piuttosto che da quelle sarde.

Nella fusione inoltre  vedevano una possibile fonte di arricchimento la borghesia impiegatizia e i ceti mercantili.

I sostenitori della Fusione – ad iniziare da Giovanni Siotto-Pintor – si illudevano o, comunque speravano, che venissero estese anche alla Sardegna riforme liberali quali l’attenuazione della censura sulla stampa, la limitazione degli abusi polizieschi e qualche libertà commerciale.

La realtà fu un’altra: l’Unione Perfetta non apportò alcun vantaggio all’Isola, né dal punto di vista economico, né da quello politico, sociale e culturale. Tale esito fallimentare, fu ben chiaro sin dai primi anni  con l’aggravamento fiscale e una maggiore repressione che sfociò nello stato d’assedio, – che divenne sistema di governo –  sia con Alberto la Marmora (1849) che con il generale Durando (1852)

Gli stessi sostenitori della Fusione, ad iniziare proprio da Giovanni Siotto-Pintor, parlarono di follia collettiva, riconoscendo l’errore. “Errammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”, ebbe a scrivere Pintor.

Gianbattista Tuveri scrisse che dopo la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

Tra le prime conseguenze della Fusione il servizio militare obbligatorio per i giovani sardi e il “sequestro” da parte dello Stato piemontese di tutte le miniere e di tutte le risorse del sottosuolo. Che furono date in concessione, per quattro soldi, a “capitalisti”, o meglio a “briganti”, in genere stranieri (francesi, belgi eccJ ma anche italiani).

Questi “spogliatori di cadaveri” –scriverà Gramsci in un articolo sull’Avanti del 1919, – “si limiteranno a pura attività di rapina dei minerali, alla semplice estrazione,senza paralleli impianti per la riduzione del greggio e senza industrie derivate e di trasformazione”.

Oggi Via XXIX Novembre a Cagliari è una strada muta, silente.Quindi inutile. O, se parla, è un insulto alla Sardegna intera: nel caso volesse celebrare quella data. Con una bella didascalia ci comunicherebbe la verità storica. Funesta e drammatica ma da conoscere..

Presentazione del libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” a ONIFERI

Montanaru e la lingua sarda

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Montanaru e la lingua sarda (di Francesco Casula)

I consiglieri regionali che in Commissione Cultura, discutono di lingua sarda, del suo ruolo e funzione, specie in relazione all’insegnamento a scuola, della sua unitarietà e di standard, farebbero bene a rivedersi quanto Montanaru ha scritto in proposito.

Lo ha ricordato anche Gigi Littarru, il combattivo sindaco di Desulo, qualche giorno fa a Seneghe, al festival “Cabudanne de sos poetas”.

Per intanto, occorre ricordare che Antioco Casula (Montanaru), al di là della sua funzione letteraria e poetica vede, nella lingua sarda, anche una funzione civile, educativa e didattica. Ecco cosa scrive nel suo Diario: “…il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalità del nostro popolo.

E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino” .
E ancora: “Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li circonda usando la lingua materna” .

Si tratta – come ognuno può vedere – di una posizione avveduta, sul piano didattico, culturale ed educativo e moderna. Oggi infatti linguisti e glottologi come tutti gli studiosi delle scienze sociali: psicologi e pedagogisti, antropologi e psicanalisti e persino psichiatri sono unanimemente concordi nel sostenere l’importanza della lingua materna: per intanto per lo sviluppo equilibrato dei bambini.

Secondo gli studiosi infatti il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese. Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche. Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica.

Lingua materna che significa identità, e l’Identità come lingua si fa parola e la parola si fa scrittura che chiama i sardi all’unione, non solo con il sentimento ma con l’autocoscienza:quello di appartenere alla stessa terra-madre. “Per difendere – dice Montanaru – la personalità del nostro popolo”

Un’identità mai del tutto compiuta e conclusa, ma da completare in continuum, attingendo alle peculiari risorse spirituali, morali e materiali della tradizione, purgandole delle scorie inutili o addirittura maligne: e ciò non può però significare un incantamento romantico del passato, una sterile contemplazione per ridursi e rispecchiarsi in se stessi o per chiudersi nelle riserve

Una lingua che non resta dunque immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ e si “ricostruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale: come già sosteneva Gramsci.

In tal modo la lingua, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
E comunque in quanto strumento di comunicazione è capace di esprimere tutto l’universo culturale, compreso il messaggio politico, scientifico, e non solo dunque – come purtroppo ancora oggi molti pensano e sostengono – contos de foghile!

Ma la posizione di Montanaru in merito alla lingua sarda emerge ancor più nella polemica che ebbe con tale Anchisi. Nel 1933 il poeta desulese pubblicò Sos cantos de sa solitudine che riscosse un buon successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista collaboratore dell’Unione Sarda, il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto.

Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madre lingua.
Nella replica Montanaru farà infatti, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che “la lingua dei padri” sarebbe diventata la “lingua nazionale dei Sardi” perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”.

L’interesse di queste affermazioni è duplice: da una parte auspica, prevede e desidera una sorta di “lingua sarda nazionale unitaria”, dall’altra ancòra la stessa all’etnia auctotona sarda. Si tratta di posizioni, culturali, linguistiche e politiche estremamente attuali che saranno sviluppate negli anni ’70 dall’algherese Antonio Simon Mossa, il teorico dell’indipendentismo moderno.

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

 
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Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Anche durante il suo regno, fin dall’inizio del Novecento, continua la repressione violenta nei confronti della protesta popolare e dei movimenti di opposizione che aveva  caratterizzato la fine dell’Ottocento, culminata con l’omicidio di Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti per “vendicare” la strage di Milano del 1898.

  1. Repressione poliziesca agli inizi del Novecento in Sardegna:

L’eccidio di Buggerru. La sommossa di Cagliari , Villasalto e Iglesias

Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”. Anche a Buggerru, allora importante centro minerario, l’esercito, come a Milano nel 1898, sparò sulla folla inerme. Il 4 settembre del 1904 nel paese giunsero da Cagliari due compagnie del 42° reggimento di fanteria. La folla che gremiva la strada principale del paese li accolse in un silenzio ostile. Poco dopo i soldati con le baionette già cariche si schierarono in assetto da guerra all’esterno dell’Albergo dove alloggiavano. Le minacce e i tentativi di disperdere con la forza i manifestanti da parte dei soldati non sortirono alcun effetto. Fu allora che i soldati imbracciarono i moschetti e spararono sulla folla inerme. La tragedia si consumò in pochi minuti: sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni, di Masullas, e Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara, erano morti. Un terzo, Giustino Pittau, di Serramanna, colpito alla testa, morì in ospedale. Un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni perì.

A Cagliari due anni dopo nel 1806, in seguito a una sommossa popolare contro il caro vita ci furono 10 morti.

“Alla notizia dei morti di Cagliari – scrive Natale Sanna – insorsero subito i centri minerari dell’Iglesiente con richieste varie, scioperi, saccheggi, scontri con i soldati, morti (due a Gonnesa e due a Nebida) e feriti (17 a Gonnesa e quindici a Nebida) fra i dimostranti”1.

Duramente repressi furono anche gli scioperi e le manifestazioni che si innescarono sempre dopo i fatti di Cagliari a Villasimius, San Vito, Muravera, Abbasanta, Escalaplano, Villasalto (con 6 morti e 12 feriti). Mentre a Iglesias nel 1920 i carabinieri sparano su una manifestazione di minatori causando 7 morti.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte però sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari immani lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi e il fio maggiore fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’este sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata”2 .

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere allo stesso Lussu – in Un anno sull’altopiano – Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.In cambio delle migliaia di morti,  – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 3.

  1. Vittorio Emanuele III e il Fascismo.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Non tenendo conto che nelle ultime elezioni politiche del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

Non tenendo conto che i due partiti democratici e di massa nelle stesse elezioni avevano trionfato: il Partito Socialista Italiano con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo con il 20% dei voti e 100 seggi.

Mussolini di fatto esautorerà la stessa monarchia che beata e beota si godeva il suo “impero” di sabbia con le conquiste imperiali, che evidentemente riteneva dessero lustro e prestigio alla stessa monarchia, non comprendendo che invece di volare stava precipitando e con essa l’intero popolo italiano e quello sardo in primis! Abbeverato di olio di ricino, internato nelle galere e esiliato al confino, condannato per ben quattro lustri ad ulteriore sottosviluppo.

Scrive Carta Raspi: ”Mussolini più volte aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da rateare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse. Già sarebbero state briciole; ormai le aquile imperiali spaziavano nel mediterraneo e oltre tutto veniva inghiottito dalla Libia, poi dalla conquista dell’Abissinia e dalla guerra di Spagna. Solo all’inizio della seconda guerra mondiale Mussolini si ricordò della Sardegna, per attribuirle il ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo occidentale”4.

In conclusione Vittorio Emanuele III non separò mai le sorti e le responsabilità della dinastia da quelle del regime: sul piano interno non si oppose alla graduale soppressione delle libertà garantite dallo Statuto e non si oppose neppure all’infamia delle leggi razziali e sul piano estero non si oppose alla seconda guerra mondiale.

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. E corresponsabile sarà anche il re. Ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi5: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu!…(Il nostro Re ha dato mano libera a quel parolaio di servaccio dell’anticristo figgito dall’inferno… A meno che la corona di imperatore non gli abbia infracidito il cervello!)

Scrive invece lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra – aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali, in seguito ai gravissimi danneggiamenti che colpirono molte città della Cina, del Giappone e della Germania e alle distruzioni subite dall’unione sovietica, dove furono pressoché rase al suolo 1700 città e 70.000 villaggi” 6. Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Scrive a questo proposito lo storico sardo Natale Sanna: ”Durante l’ultima guerra la Sardegna, per la sua posizione strategica, le importanti basi navali e i circa quindici campi di aviazione in essa dislocati attirò l’attenzione dei comandi alleati. Dovette perciò subire, fin dai primi anni del conflitto, numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni”7.

  1. Vittorio Emanuele III e le leggi razziali.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, –  non esistendo più una unità di comando e di direzione –  essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Note Bibliografiche

  1. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 472.
  2. Brigaglia-Mastino- Ortu, Storia della Sardegna, 5, Editori Laterza, 2002, pagina 9.
  3. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna op, cit. pagina 914.
  5. Bastià Pirisi, S’Istranzu avventuradu – Cumedia ind’unu actu , Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1969,
  6. Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250.
  7. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, op. cit. pagine 487-488.

Umberto I di Savoia (1878-1900)

  • Umberto I di Savoia (1878-1900)
    di Francesco Casula
    Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque
    corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che
    furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna.
    In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la
    deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi
    liberticide e una repressione feroce.
    1. campo fiscale.
    Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre
    regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe
    Dessì nel romanzo Paese d’ombre: “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le
    imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla
    sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.
    In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a
    fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai
    Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse
    di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la
    rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”
    1
    .
    a. tassa sul macinato
    Durante il suo regno permarrà l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel
    1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di
    pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato
    nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”
    2
    .
    b. aggio esattoriale
    Scrive lo storico Ettore Pais:”Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media
    che non supera il 3%,, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a
    14%”
    3
    .
    A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte
    che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 –
    anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di
    immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre
    regioni messe insieme”
    4
    .
    Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – , la media
    delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre
    Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.
    2. Campo economico
    1
  • In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a
    beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda.
    Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini,
    vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
    La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre
    aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti.
    Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del
    Risparmio di Cagliari.
    Mentre Raimondo Carta Raspi annota: ”Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia
    26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle
    industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo
    commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali”
    5
    .
    Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma
    l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali
    siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai
    contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e
    buoi.
    Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e
    persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo
    del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.
    (Vedi Pimpiria).
    3. Campo ambientale
    L’Isola del
    «
    grande verde
    »,
    che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche
    e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia
    documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di
    secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade
    ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici
    Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per
    dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e
    fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti
    bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i
    toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte
    Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio
    silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
    Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo
    delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento.
    Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863
    e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben
    586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”
    6
    .
    2
  • Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata
    dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla
    deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos
    fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi
    i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu
    pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al
    forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
    E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle
    foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere
    tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno.
    5. Nel campo delle liberta e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.
    Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e
    liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore:
    appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e
    della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben
    6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero
    prigionieri).
    Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del
    generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc)
    garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo
    Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più
    di 400”
    7
    .
    EbbeneilreUmberto,ribattezzatodaglianarchiciRe mitraglia, forse per premiare il
    generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine
    militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
    Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il
    capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno
    solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio
    esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio
    arrestò migliaia di persone.
    Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo
    cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera
    società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli
    arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col
    fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei
    perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro
    di persona in grande, per fare scuola”
    8
    .
    Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta
    anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un
    clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa
    3
  • popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa
    violentemente: ci furono 6 morti.
    Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i
    morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
    L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché
    venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati
    e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti
    dell’isola.
    La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne
    condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16,
    mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono
    condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
    Note Bibliografiche
    1. Giuseppe Dessì, prefazione di Sandro Maxia, Ed. Ilisso, Nuoro 1998, pagina 292.
    2 Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440.
    3. F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam,
    Padova, 1959, pagina 245.
    4. F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958, pagina 162
    5. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882.
    6. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006,
    pagina 161.
    7. Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461.
    8. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, op. cit. pagina 162.
    4

Vittorio Emanuele II di Savoia

Vittorio Emanuele II di Savoia

Carlo Alberto (1831-1849)

I TIRANNI SABAUDI

n.7 Carlo Alberto (1831-1849)

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di Francesco Casula

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico ma soprattutto ebbe l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo sia come principe di Carignano che come re di Sardegna fra liberalismo e conservatorismo reazionario: così nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione al re Vittorio Emanuele I di Sardegna, sostenendo i vari movimenti legittimisti d’Europa contro i liberali; mentre ancora nel 1848 era indeciso se firmare lo Statuto o essere fedele al suo passato reazionario. E comunque “almeno nel primo periodo di regno, oltre ad essere come i suoi predecessori, un re assolutista e reazionario, era anche un timido e irresoluto”1.

Fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832. Ricorrendo a un grosso contingente di truppe contro gli oppositori alla Legge delle Chiudende, soprattutto a Nuoro e nel Nuorese (Oliena, Mamoiada, Sarule, Orotelli, Bitti, Fonni, Orani), nel Goceano (Benettuti, Illorai, Bono) e nel Marghine ma anche a Benettuti, Ozieri, Pattada, Buddusò: nei luoghi cioè dove l’economia prevalente era basata sulla pastorizia, colpita a morte dalla privatizzazione delle terre.

La repressione indiscriminata nei confronti delle popolazioni sarde, nel classico stile sabaudo con galera, esilio, fucilazioni e torture indicibili, sarà denunciata, con forza e determinazione da Giorgio Asproni, alla Camera dei deputati: ”La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le infamie decretate e non patite; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spasmi delle famiglie per i loro cari mandati in esilio per ingiusti sospetti, per deferenze vili e per sdegnosa e nobile renuenza a tradimenti immorali; gli schiaffi e le battiture ai dete­nuti carichi di ferri in mezzo a’ birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni che per terrore dei maltrattamenti s’evadevano; il rigoroso digiuno, anzi la lunga fame a chi non depo­neva a genio di quei giudici spietati, e finalmente le insidie e gli stillicidi di acque freddissime fatti con studiata crudeltà sgocciolare dai tetti nella iemale stagione sul collo dei testimoni più tenaci in attestare il vero e negare il falso”2 .

La denuncia delle repressioni da parte dell’Asproni è del 27 giugno 1950: nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio. La giustizia pubblica non esaudiva i lamenti; l’irritazione era grande. Dopo un lustro di pazienza onesta sfogata in ricorsi rassegnati al superiore e sordo governo, i popoli trascorsero agli atti che suole insinuare la disperazione, consigliera terribile dei vessati mortali”3.

A proposito di repressione non possiamo sottacere l’infame delitto di cui il re Tentenna si macchiò con l’ordine, dato personalmente, della condanna a morte di un liberale sardo, Efisio Tola. Il reato? “per avere avuto fra le mani libri sediziosi”! Tola aveva 29 anni anni!

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, foriere secondo loro, di magnifiche e progressive sorti per la Sardegna

5° Carlo Felice (1821-1831)

 

I tiranni sabaudi

5° Carlo Felice (1821-1831)

cf

Carlo Felice fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele e feroce (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe1, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione2, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille3.

  1. Crudele e feroce, despota e sanguinario.

Sarà soprannominato Carlo Feroce dai liberali piemontesi e da Angelo Brofferio astigiano, (poeta, e critico teatrale) nonché patriota (anche lui perseguitato e arrestato in Piemonte nel 1830, regnante Carlo Felice) e che nel 1854 verrà eletto deputato a Cagliari, per protesta contro Cavour.

La repressione violenta la esercita delegandola al famigerato Giuseppe Valentino, soprattutto nei confronti dei democratici, come nel caso di Vincenzo Sulis, il capopolo della rivolta cagliaritana contro i Piemontesi nel 1794, spesso “inventando” congiure inesistenti, e prezzolando i delatori. Ecco come lo descrive Pietro Martini, il fondatore della storiografia sarda, pur filo monarchico e filo sabaudo:

”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico. A raffermare l’ordine si pronun­ciava necessaria la dispersione degli uomini più famosi negli ultimi moti popolari, ai quali Sulis avea soprastato. Ma come per artigliarli faceva mestieri di accreditare una congiura con grandi ramificazioni e con un capo, i delatori prezzolati dal comando della piazza e gli avidi di vendetta la immaginarono­. e ne denunciarono, capo il Sulis, membri i di lui satelliti antichi, i famigerati per animo turbolento, i giacobini4.

E Raimondo Carta Raspi, a conferma di quanto sostenuto dal Martini scrive:”Ai feudatari, da viceré, diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di carnefice e giudice dei suoi concittadini.” Sempre il Carta Raspi aggiunge a tal proposito: “Rivalutandone il governo si è perfino voluto attribuire a Carlo Felice il merito di aver restaurato l’autorità regia, che avrebbe barcollato durante i regni del padre e del fratello maggiore. Appare invece tutto il contrario, se già non si vuole scambiare terrore con prestigio, autorità con forche. «Non si tosto il governo passò in mani del duca del Genovese – scrisse il Martini – la reazione levò più che per lo innanzi la testa; cosicché i mesi che seguirono fu­rono tempi di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico.» L’auto­rità e il prestigio del regio governo erano stati affidati al Valentino, cui si aggiunse il Villamarina, e a tutti gli elementi reazionari degli stamenti.

Governo poliziesco per una parte, per altra letargico. Se così non fosse stato, anziché peggiorare le condizioni dell’isola avrebbero dovuto progredire, e intendiamo soprattutto in senso economico, poiché serve a ben poco riformare qualche norma giuridica a una popolazione oppressa ed affamata. Non che favorire lo sviluppo dell’agricoltura e valorizzare le molteplici risorse dell’isola, Carlo Felice aveva dato carta bianca ai feudatari per dissanguare i vas­salli, ciò che doveva inevitabilmente produrre tutto l’opposto, disamorando i contadini dalla terra che dovevano lavorare senza incentivi, come bestie e strumenti padronali”5 .

  1. Famelico

Scrive il Martini a questo proposito:“Per la morte del conte di Mariana, il donativo di scudi sessanta mila rimase intiero al duca del Genevese. Onde por­tare sicuro giudizio di quest’atto giova rammentare il donativo di cento cinquanta mila scudi offerto dagli stamenti a re Carlo Emanuele nel 1799, e la distribuzione da lui fattane ai principi di sua famiglia: giova aggiungere che il re, stante la breve sua permanenza nel regno, una parte soltanto ne riscosse e che gli stamenti, perché col restare nell’isola i soli due principi, il duca del Genevese ed il conte di Moriana, mutate erano le circostanze consigliatrici di quell’egregio donativo, questo abolito, un nuovo ne votarono per ambidue nella somma di scudi sessanta mila.

I due’ principi sel ripartirono in guisa che se ne tolse scudi trentacinque mila il duca del Genevese, e venticinque mila il conte di Moriana. Ondeché, alla morte di costui, la sua rata doveva cessare a sgravio dei regnicoli, od almeno si sarebbe dovuta devolvere alla oberata finanza. E pure, consenzienti o tolleranti gli stamenti, Carlo Felice se l’appropriò, tanto più illegittimamente, che traeva pure dal­l’erario gli utili della carica viceregale7.

  1. Gaudente, ottuso e incapace.

Cito sempre Pietro Martini che scrive “Incli­nato ai diletti delle campagne ridenti, agli spettacoli del tea­tro, ai piacevoli trattenimenti, ai lauti prandi, abborrì dalle cu­re che affaticandogli la mente gli turbassero per poco il lieto suo vivere. Non ambì dunque l’imperio, e se lo tenne prima come viceré, indi come re, fu perché il credette un debito verso la dinastia, i popoli suoi ed anche l’Europa, che la pace faceva dipendere dal principio della legittimità monarchica. Animo aveva di felicitare gli stati suoi, ma non virtù di regger­li da per sé; ché gli veniva meno ogni esperienza di pubblici negozi, ogni vera cognizione dell’età in cui viveva, e poca coltura avea di lettere. Informato alla giustizia, quando crede­va di ottemperarvi era così inesorabile, che pareva d’animo feroce a chi non aveva appreso quanto buono avesse il cuo­re, e di qual tempera fosse quella carità e generosità che alle moltitudini sarde velavano i difetti del governante supremo. Tale costanza poi aveva nei propositi, che soventi più che fer­mo di carattere, ostinato si appalesava. Un principe così fatto doveva per necessità diventare, tranne per le cose più gravi, studiate e decise nel suo secreto, servo dei ministri, ma più dei cortigiani”8.

Secondo Raimondo Carta Raspi, Carlo Felice, negato alla politica e a ogni manifestazione intellettuale, preferì gli ozi e gli svaghi della Villa Orrì.

E ancora, sempre il Martini scrive: ”Per indole al comando e alle pubbliche cure preferiva i placidi ozi del vivere privato e tranquillo, e sovra tutto il delizioso stare nel podere di Villahermosa, la Villa d’Orri”9 . A gozzovigliare e mangiare porchetti arrosto, come abbiamo visto documentato da Raimondo Carta Raspi. Mentre a Cagliari e in Sardegna la popolazione moriva di fame e i bambini di vaiuolo.

Tutto ciò sia da viceré che da re.

Anzi, divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, diventa viepiù famelico, crudele e reazionario: “divenuto re – scrive Carta Raspi –   doveva mostrarsi più ottuso e reazionario di ogni altro principe”9 , e “Nei consigli del principe prevaleva il principio del terrore e dell’arbitrio senza limiti”11.

Mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza. Uso ancora l’affilata prosa di Carta Raspi: “In Sardegna, poiché la rivoluzione francese non l’aveva neppure sfiorata, non vi fu nulla da modificare e nulla mutò neppure in seguito, anche per l’assenza di moti liberali, stratificando ancor più lo stato di privilegi e miserie, di sfruttamento e di arretratezza.

Bene se ne rese conto il Martini, che quasi a conclusione della sua pregevole monografia scriveva:”La reazione oltremarina era una guarentigia del durare dell’isola con le grandi piaghe spagnole, e quindi con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”12.

Pur ottuso e incapace, Carlo Felice doveva conoscere le condizioni economiche e finanziarie drammatiche della Sardegna, nonostante ciò si accanisce con un fiscalismo esasperato, ecco cosa scrive in un biglietto viceregio del marzo 1804, aprossimandosi la riunione dei tre ordini:”Premesso un quadro lamentevole condizioni della finanza, ne dimostrò l’origine nella guerra lunga e dispendiosa; nella perdita degli stati regi conti­nentali; nel quasi annientato commercio dell’isola; nella straordinaria sterilità dei feraci suoi terreni; nelle maggiori spese per le provvisioni di vettovaglie, vestimenta, foraggi ed arnesi di caserma per le truppe, che prima si facevano a prezzi più bassi; nei dispendi a dismisura cresciuti per lo mantenimento della tranquillità interna, per la difesa delle marine e segnatamente dai Barbareschi, per l’amministrazione della giustizia; e soprattutto nel mancato ramo di rendita proveniente dalla esportazione dei cereali. E poiché accennava ai clamori dei pubblici officiali e dei lavoranti in opere dello stato non pagati, ed al pericolo d’un prossimo sfasciamento to­tale della pubblica amministrazione, considerando come fosse di­ somma urgenza un sussidio al tesoro, non minore di quattrocento mila lire sarde, conchiuse col raccomandarsi agli stamenti, onde vi supplissero con un tributo straordinario”13.

Gli è che Carlo Felice odia i sardi: il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per la Sardegna :un paese maledetto14 e per i Sardi : je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes, soleva affermare nei loro confronti. E in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive :”Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait”15.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 854
  2. Ibidem, pagina 848.
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ilisso Edizioni,1999, pagina 27.
  4. 4. Ibidem, pagine 79-80.

5 Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 849.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit., pagine, 128-129.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 848-849
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 78.
  4. Ibidem, pagine 158-159

10.Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 854.

11 Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 137

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina pagina 854.
  2. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 141.
  3. . Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 892.