Nota informativa sul libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

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di Francesco Casula

(Editore Grafica del Parteolla, Dolianova, 2016, Euro 16, pagine 224)

Il libro  documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

La loro politica, con le funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della Sardegna sabauda, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy), ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più che mai presente. Con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Cicitu Masala

Cicitu Masala

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s’Innu nou contra a sos feudatarios


Trabagliade, trabagliade,

poveros de sas biddas,

pro mantennere in zitade

tantos caddos de istalla:

issos regollin su ranu,

a bois lassan sa palla.

 

Trabagliade, trabagliade,

petrochimicos operajos

pro su pane tribulade:

cun su ‘inari ‘e sa Rinaschida

ingrassan sos de Milanu

e a bois lassan su catramu.

 

Trabagliade, trabagliade,

in sa chejas de petroliu

de Sarrok a Portoturre:

sa cadena de trabagliu

cun sa matta mesu piena

est trabagliu de cadena.

 

Trabagliade, trabagliade,

minadores de Carbonia,

in sos puttos de ludràu:

cras bos toccat sa pensione,

unu pagu ‘e silicosi

e unu pagu de cannàu.

 

Trabagliade, trabagliade,

ohi, pastores de Orgosolo,

cun sas ‘amas de arveghes:

no andedas a isbaragliu,

attent’a  s’artiglieria

chi bos lèat a bersagliu.

 

Trabagliade, trabagliade,

emigrados berdularios,

in sas fabricas de gherra

de sos meres de sa terra:

sos dannados de sa terra

cun su famine cuntièrrana.

 

Trabagliade, trabagliade,

cun sa pinna, o literados,

subra foglios impastados,

de catramu e de petroliu:

su salariu est pariparis

a Zuda trinta dinaris.

 

LITTERA DE SA MUZERE DE SEMIGRADU

Est bènnidu, s’istiu.

Dae ispigas de nèula, in su cunzadu,

est fioridu trigu de chigìna:

has semenadu in mare.

Su ruìnzu e su solòpu han mandigadu pane ‘e fizu tou:

has semenadu in mare.

In malora has postu

sa falche subra santa de sa janna:

has semenadu in mare.

Ohi, iscura s’arzola

chi timet sa frommigia:

has semenadu in mare.

Su entu s’est pesadu ma in sa terra

falat solu paza:

has semenadu in mare.

Prenda mia istimàda,

cando torras, si mai has a torrare,

no mi pèdas ue est s’aneddu ‘e oro:

est diventadu pane a fizu tou.

Prenda mia istimada, coro meu,

t’iscrìo subra sas undas de su mare,

t’iscrìo subra su entu:

ammèntadi de me.

Ohi, cantos fizos

cherìas chi mi naschèren dae su sinu:

ma totu sunu mortos dae cando ses partidu,

in su lettu de paza b’est restadu,

a s’ala tua, uno solcu chena sèmene.

Prenda mia istimada,

no isco pius proìte ti faèddo,

sos pensamentos mios sunu che s’erva,

ateros che sas nues, ateros che ispinas.

Intro de te haìa fattu nidu,

intro de me haìas fattu nidu.

Isco chi no ses nulla

e deo ancora repìro.

Su coro est grogu

comente binza posca ‘e sa innenna.

 

 

Traduzione

 

LETTERA DELLA MOGLIE DELL’EMIGRATO

E’ venuta l’estate.

Dalle spighe di nebbia, nel tuo campo,

è nato grano di cenere:

hai seminato in mare.

La ruggine e scirocco

Hanno mangiato il pane di tuo figlio:

hai seminato in mare.

In malora hai appeso

la falce sulla porta:

hai semi nato in mare.

Ohi povera l’aia

che teme la formica:

hai seminato in mare.

Il vento s’è levato ma per terra

cade soltanto paglia:

hai seminato in mare.

Caro o caro,

quando ritorni, se ritornerai,

non chiedermi dov’è l’anello d’oro:

è diventato pane per tuo figlio.

Caro, o caro

Ti scrivo sulle onde del mare,

ti scrivo nel vento:

ricordati di me.

Ohi quanti figli

Volevi mi nascessero dal seno:

ma tutti sono morti

da quando sei partito,

sul letto di granturco c’è rimasto,

dalla tua parte, un solco senza seme.

Caro, o caro,

non so perché ti parlo,

i miei pensieri nascono come erba,

altri come le nuvole,

altri come le spine.

Dentro di te avevo fatto il nido,

dentro di me avevi fatto il nido.

So che non sei più nulla

ed ancora respiro.

Il cuore è giallo

Giovanni Maria Angioy

Ricordando Giovanni Maria Angioy nel 209° Anniversario della sua morte

di Francesco Casula

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. La figura di Giovanni Maria Angioy

La sua figura – scrive lo storico sassarese Federico Francioni (1)- nella storia del suo tempo è stata a lungo oggetto di controversie, a volte di esaltazioni, a volte di accuse, spesso condizionate da un dibattito politico contingente, che prendevano particolarmente di mira sue indecisioni e «doppiezze».

Oggi invece è necessario cercare di capire nel profondo le ragioni dei dubbi ed anche delle ambiguità che, ad un primo esame, sembrano le fasi e le caratteristiche piú

marcate della biografia angioyna. Ma è indispensabile, prima di tutto, indagare sulle origini delle lotte antifeudali con le quali giunsero a maturazione istanze comuni sia

al mondo delle campagne che ai gruppi della nascente borghesia isolana. È essenziale, inoltre, non perdere di vista il quadro in cui vanno collocati gli avvenimenti

sardi: il drammatico scenario dominato dal crollo dell’ancien régime, dalle attese quasi messianiche di emancipazione delle masse rurali, dall’azione di élites

audaci ed intransigenti e dagli «alberi della libertà».

Solo così sarà possibile rimettere in discussione stereotipi – in larga parte ancora vigenti – su una Sardegna tagliata fuori, sempre e comunque, da tutte le grandi correnti

rivoluzionarie, politiche, culturali ed intellettuali dell’Europa moderna.

2. Angioy coltivatore ed imprenditore, professore di diritto canonico, giudice della Reale Udienza.

La vita dell’Angioy non è solo una traccia, un frammento, nella storia sotterranea delle longues durées e dei processi di trasformazione che hanno attraversato la società

sarda. La sua vicenda politica ed umana assume infatti un valore emblematico perché riflette la parabola di un’intera generazione di sardi, vissuta fra le realizzazioni

del «riformismo» sabaudo, un decennio di sconvolgimenti rivoluzionari e la spietata restaurazione dei primi anni dell’Ottocento. In quel contesto si inserisce anche

l’attività di Angioy, nato a Bono il 21 ottobre 1751, dopo aver studiato a Sassari nel Collegio Campoleno ed essersi addottorato in Legge, nel 1773 a Cagliari inizia la

pratica forense.

Imprenditore agrario e manifatturiero oltre che professore di diritto canonico, è un alto funzionario dello Stato (fra l’altro giudice della Reale Udienza) colto ed efficiente,

oltre che intellettuale aperto agli stimoli e agli influssi dei “lumi” e delle riforme.

Come giudice della Reale Udienza fa parte della Giunta stamentaria costituita di due membri di ciascuno dei bracci parlamentari. Pur rimanendo nell’ombra negli anni delle

sommosse cittadine e dei moti antipiemontesi, – anche se il Manno, cercando di metterlo in cattiva luce, insinua che egli tramasse dietro le quinte anche in quelle circostanze e

dunque fosse coinvolto nella cacciata dei piemontesi- secondo molti storici sardi – ad iniziare dal Sulis – si affermerebbe come il capo più autorevole del Partito democratico

e come l’esponente più importante di un gruppo di intellettuali largamente influenzato dall’illuminismo e dal Giacobinismo: fra i più importanti Gioachino Mundula, Gavino

Fadda, Gaspare Sini, il rettore di Semestene Francesco Muroni con il fratello speziale Salvatore, il rettore di Florinas Gavino Sechi Bologna e altri.

3. Angioy e i moti del 1795.

I moti del 1795 – scrive ancora Francioni – a differenza di quelli del 1793, che in genere erano stati guidati da gruppi interni ai villaggi, sono preceduti da un’intensa

attività di propaganda non solo antifeudale ma anche politica. Infatti insieme alle ribellioni nelle campagne si darà vita ai cosiddetti “strumenti di unione” ovvero a

“patti” fra ville e paesi – per esempio fra Chiesi, Bessude, Brutta e Cheremule il 24 novembre 1795 e in seguito fra Bonorva, Semestene e Rebeccu nel Sassarese. In essi

le persone giuravano di “non riconoscere più alcun feudatario”.

Lo sbocco di questo ampio movimento – autenticamente rivoluzionario e sociale perchè metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne

– fu l’assedio di Sassari – scrivono gli storici Lorenzo e Vittoria Del Piano (2). Con cui si costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. I capi,

il giovane notaio cagliaritano Francesco Cilocco e Gioachino Mundula arrestarono il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre mentre i feudatari erano riusciti a

fuggire in tempo rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi.

Dentro questo corposo movimento antifeudale, di riscatto economico, sociale e persino culturale-giuridico dei contadini e delle campagne si inserisce il ”rivoluzionario”

Giovanni Maria Angioy.

4. Angioy “Alternos”.

Mentre nel capo di sopra divampa l’incendio antifeudale, con le agitazioni che continuano e si diffondono in paesi e ville del Sassarese, gli Stamenti propongono al

viceré Vivalda di nominare l’Angioy alternos con poteri civili, militari e giudiziari pari a quelli del viceré. Il canonico Sisternes si sarebbe poi vantato di aver proposto

il nome dell’Angioy per allontanarlo da Cagliari e indebolire il suo partito. Certo è che il suo nome venne fatto perché persona saggia e perché solo lui, grazie al potere

e al prestigio che disponeva nonché alla competenza in materia di diritto feudale ma anche perché originario della Sardegna settentrionale, avrebbe potuto ristabilire

l’ordine nel Logudoro.

L’intellettuale di Bono accettò, ritenendo che con quel ruolo avrebbe rafforzato le proprie posizioni ma anche quelle della sua parte politica incentrate sicuramente nella

abolizione del feudalesimo in primis. Il viaggio a Sassari fu un vero e proprio trionfo: seguaci armati ed entusiasti si unirono con lui nel corso del viaggio, vedendolo come

il liberatore dall’oppressione feudale. E giustamente. Anche perché riuscì a comporre conflitti e agitazioni, a riconciliare molti personaggi, a liberare detenuti che giacevano

– scrive Vittorio Angius “in sotterranee oscure fetentissime carceri”.

5. L’Angioy a Sassari

Accolto a Sassari dal popolo festante ed entusiasta – persino i monsignori lo ricevettero nel Duomo al canto del Te Deum di ringraziamento – in breve tempo riordinò

l’amministrazione della giustizia e della cosa pubblica, creò un’efficiente polizia urbana e diede dunque più sicurezza alla città, predispose lavori di pubblica utilità

creando lavoro per molti disoccupati, si fece mandare da Cagliari il grano che era stato inutilmente richiesto quando più vivo era il contrasto fra le due città: per questa

sua opera ottenne una vastissima popolarità. Nel frattempo i vassalli, impazienti nel sospirare la liberazione dalla schiavitù feudale (ovvero“de si bogare sa cadena da-e

su tuiu” come diceva il rettore Murroni, amico e sostenitore di Angioy) e di ottenere il riscatto dei feudi, proseguirono nella stipulazione dei patti dell’anno precedente:

il 17 marzo 1796 ben 40 villaggi del capo settentrionale, confederandosi, giuravano solennemente di non riconoscere più né voler dipendere dai baroni. Angioy non poteva

non essere d’accordo con loro e li riconobbe: in una lettera spedita il 9 giugno 1796 al viceré da Oristano, nella sfortunata marcia su Cagliari che tra poco intraprenderà,

cercò di giustificare l’azione degli abitanti delle ville e dei paesi riconoscendo la drammaticità dell’oppressione feudale che non era possibile più contenere e gestire e

assurdo e controproducente cercare di reprimere.

Non faceva però i conti con la controparte: i baroni. Che tutto voleva fuorché l’abolizione dei feudi: ad iniziare dal viceré. Tanto che i suoi nemici organizzarono

durante la sua stessa permanenza a Sassari una congiura, scoperta ad aprile. Si decise perciò di “impressionare gli stamenti con una dimostrazione di forza, che facesse loro

comprendere come il moto antifeudale era seguito da tutta la popolazione e che era ormai inarrestabile” (3). Lasciò dunque Sassari e si diresse a Cagliari.

6. L’Angioy e la marcia verso Cagliari, la sua fine e la fine di un sogno…

Il 2 Giugno 1896 l’Alternos si dirige verso Cagliari, accompagnato da gran seguito di dragoni, amici e miliziani: nel Logudoro si ripetono le scene di consenso entusiastico

dell’anno precedente. A Semestene però ebbe una comunicazione da Bosa circa i preparativi che erano in atto per fronteggiare ogni sua mossa e a San Leonardo, “fatta

sequestrare la posta diretta a Sassari, ebbe conferma delle misure che venivano prese contro di lui(4). Difatti a Macomer popolani armati, sobillati pare da ricchi proprietari,

cercarono di impedirgli il passaggio, sicchè egli dovette entrare con la forza. Poiché anche Bortigali gli si mostrava ostile, si diresse verso Santu Lussurgiu e l’8 giugno

giunse in vista di Oristano.

Nella capitale la notizia che un esercito si avvicinava spaventò il viceré che radunò gli Stamenti. Tutti furono contro l’Angioy: anche quelli che erano stati suoi partigiani

come il Pintor, il Cabras, il Sulis. Ahimè ritornati subito sotto le grandi ali del potere in cambio di prebende e uffici. Sardi ancora una volta pocos, locos y male unidos:

l’antica maledizione della divisione pesa ancora su di loro. Questa volta per qualche piatto di lenticchie.

Così il generoso tentativo dell’Angioy si scontra con gli interessi di pochi: fu rimosso dalla carica di Alternos, si posero 1.500 lire di taglia sulla sua testa e da leader

prestigioso e carismatico, impegnato nella lotta antifeudale, per i diritti dei popoli e, in prospettiva nella costruzione in uno stato sardo repubblicano, divenne un volgare

“ricercato”.

Occorre infatti dire e sostenere con chiarezza che l’Angioy aveva in testa – come risulta dal suo Memoriale (5)- non solo la pura e semplice abolizione del feudalesimo

ma una nuova prospettiva istituzionale: la trasformazione dell’antico Parlamento in

Assemblea Costituente e uno stato sardo indipendente che “doveva comporsi di quattro

dipartimenti (Sassari, Oristano, Cagliari e Orani) suddivisi a loro volta in cantoni

ricalcanti le micro-regioni storiche dell’Isola(6).

Riferimenti bibliografici

1. Federico Francioni, Giommaria Angioy nella storia del suo tempo, Editore Della Torre, Cagliari 1985

2. Lorenzo e Vittoria Del Piano, Giovanni Maria Angioy e il periodo rivoluzionario 1793-1812,Edizioni C. R, Quartu, 2000

3. Natale Sanna op. cit.

4. Lorenzo e Vittoria Del Piano op. cit.

5. II testo integrale in francese del memoriale angioiano, con il titolo Mémoire sur la Sardaigne, si trova in La Sardegna di Carlo Felice e il problema della terra, a cura di C. Sole, Cagliari, 1967, sp. pp. 181-182. Di esso aveva già fornito un sunto J. F. Mimaut, Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne et moderne considérée dans ses loìs, sa topographìe, ses productìons et sa moeurs, t. II, Paris, 1825, pp. 248-253. Tradotto in italiano si può leggere in A. Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti, Sassari, 1925 (v. sp. p. 80).

6. Antonello Mattone, Le radici dell’autonomia. Civiltà locale ed istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in La Sardegna cit., 2, pp. 19-20; vedi, anche La Sardegna di Carlo Felice cit., pp. 194-196; C. Ghisalberti, Le costituzioni «giacobine» 1796-1799, Milano, 1973.

Due belle e nuove recensioni sul mio libro

Due belle e nuove recensioni sul mio libro

“CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”.

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  1. GIAN PIERO PINNA su SARDEGNA/REPORTER.IT

Di Redazione OR pubblicato il 11 febbraio 2017

Nell’ambito dei “Venerdì con il Rotary”, ieri c’è stata la presentazione dell’ultima fatica letteraria di Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni Sabaudi”. A presentare l’opera, insieme all’autore, il curatore della prefazione del libro Giuseppe Melis. A fare gli onori di casa, nell’Aula magna del Consorzio UNO, la presidente del Rotary club Oristano, promotore dell’evento, Adriana Muscas, che ha voluto sottolineare come l’opera di Casula ribalti molti punti di vista del periodo sabaudo.

Il libro di Francesco Casula, svela la ferocia e l’arrogante prepotenza perpetrate dai Savoia in Sardegna.

Dopo i convenevoli della presidente del Rotary club Oristano Adriana Muscas, ad un uditorio attento e interessato, c’è stata la presentazione dell’opera da parte di Giuseppe Melis, curatore della prefazione del libro, nonché docente di Marketing turistico nel corso di Economia e Gestione dei Servizi Turistici, attivati nell’Università di Oristano, che ha subito precisato: “Io non sono uno storico, ma leggendo l’opera di Francesco Casula, mi sono reso conto della sua importanza. Da italiano, sono orgoglioso della mia sardità e mi rendo conto di quanto sia importante conoscere la nostra storia e le nostre radici. Questo è un libro che dovrebbe essere adottato dai docenti di storia nelle scuole sarde e dovrebbe essere letto da tutti per capire come una storia cancellata, abusi e incredibili soprusi abbiano condizionato e condizionino ancora l’idea della incapacità di autodeterminarci.”

Dal canto suo, l’autore ha subito chiarito che il suo libro documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna, sia come re d’Italia: “A mio parere la nostra storia occorre non solo disseppellirla e studiarla, ma anche riscriverla – ha sottolineato – Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere quei 226 anni di dominio sabaudo che ancora oggi ci condizionano e ritardano la nostra prosperità. Il governo sabaudo sfruttò la Sardegna, ma soprattutto represse tutti i movimenti democratici. Carlo Felice fu un re crudele, feroce e ignorante. Fu imposto anche il divieto, nella scuola ufficiale, della storia Sarda, che da quel momento in poi, è stata sepolta. Per questo occorre che i Sardi, anche a livello psicologico, escano da una mentalità subalterna.” Casula continua spiegando che i re sabaudi erano veri e propri tiranni e Carlo Felice era un re pigro e imbecille, famelico e sanguinario. “Ma la storia ufficiale e i libri di testo – ha continuato – delle malefatte e delle infamie sabaude non ne parlano.”

Alla presentazione hanno assistito numerose persone, entusiaste e attente, che hanno gremito l’Aula magna del Consorzio Uno.

2. ADRIANO SITZIA Su Appunti Oristanesi 11-2-2017

CONSERVET DEUS SU RE? NO, NO E ANCORA NO, SECONDO FRANCESCO CASULA

di adrorist

Conservet Deus su re/ Salvet su Regnu Sardu/Et gloria a s’istendardu/Concedat de su re!”. Con queste parole dell’Angius – credo 1842 –  inizia un inno, ormai dimenticato, s’Hymnu sardu nazionali. Parole che ieri sera certamente avrebbero stonato di fronte al vero e proprio j’accuse che il professor Francesco Casula ha pronunciato con appassionata veemenza quasi tribunizia contro i Savoia, presentando al Carmine il suo ultimo lavoro storiografico: “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” (Grafica del Parteolla, 2016).
Introdotto da Adriana Muscas, presidentessa del Rotary club Oristano, che ha organizzato l’incontro, e dal professor Melis, docente di marketing turistico nel locale ateneo, nonché autore della prefazione al libro, Casula ha esordito lamentando la scomparsa della Sardegna dalla storia, in particolare nei 226 anni (1720 – 1946) di dominio sabaudo, in cui spicca negativamente la figura di Carlo Felice, prima vicerè a Cagliari e poi per dieci anni re di Sardegna. Eppure da dire ce ne sarebbe stato tanto, per tutto ciò che i Sardi hanno subito dall’avvento dei “Saboia” in poi. “Non sono io a dire queste cose: infatti nel libro a parlare sono i documenti – ha continuato il docente originario di Ollolai – sono le testimonianze, sono gli storici, quelli del passato, quasi tutti filo-monarchici, e quelli del presente: così Pietro Martini definì Carlo Felice un gaudente parassita, di poca cultura di lettere come di pubblici negozi, mentre il nostro contemporaneo Aldo Accardo lo descrive come un pigro imbecille”.
Che Carlo Feroce – così lo soprannominò il piemontese Brofferio! – non fosse certo “farina per fare ostie”, è del resto giudizio pronunciato da tanti, compresi importanti politici piemontesi come il D’Azeglio che parlò di “dispotismo pieno di rette ed oneste intenzioni ma del quale erano rappresentanti ed arbitri quattro vecchi ciambellani, quattro vecchie dame d’onore con un formicaio di frati, preti, monache, gesuiti”. E il Lavagna, alto magistrato algherese, componente della Reale Udienza, addirittura si dimise dal prestigioso incarico protestando contro l’iniqua, assurda tassazione voluta proprio da Carlo Felice: iniqua ma anche  illegittima perché fatta passare sulla testa degli stessi Stamenti, con la solita complicità di certi personaggi legati interessatamente al Savoia.
Casula per definire la politica di questo sovrano – ma anche dei suoi successori – nei confronti della Sardegna ha, parafrasando Leopardi, coniato il motto “nulla innovare nulla mutare”, se non ciò che lo arricchisse. Infatti tra le alte qualità di questo eminente Savoia la rapacità e l’avidità di denaro erano preponderanti.
L’autore ha poi proposto un vero e proprio elenco di torti e di malefatte di Carlo Felice e degli altri suoi consanguinei precedenti e successivi, nei confronti della Sardegna e, dal 1861, di tutto il Mezzogiorno:
il controllo strettissimo – con tanto di lettura di tutta la corrispondenza – e le feroci repressioni poliziesche, che colpirono indiscriminatamente e spesso senza motivo in alto e in basso, laici e chierici, con la “scusa” della lotta al banditismo, raggiungendo livelli di vero e proprio terrorismo legalizzato;
la conservazione del potere feudale, dei baroni, per poi cancellarlo ovviamente a spese delle comunità e facendo i nobili ancor più ricchi di prima;
le chiudende e la truffa (anche giuridica) della fusione perfetta;
il favore sempre accordato all’economia piemontese e poi settentrionale contro quella sarda e del Mezzogiorno (la mancata flotta sarda; il blocco alla coltivazione del gelso; la disastrosa rottura da parte di Crispi – un meridionale! – del patto commerciale con la Francia per favorire le industrie del Nord);
la distruzione dei boschi e delle foreste sarde;
il continuo ricorso allo stato d’assedio al primo battito d’ali di protesta (La Marmora, Durando ecc.);
l’imposizione dell’italiano come strumento di incivilimento da parte di chi neppure lo conosceva perché parlava in francese;
gli “spogliatori di cadaveri” come li definì Gramsci, e cioè i gli industriali caseari, quelli delle miniere e quelli di legna e carbone, sempre sotto la protezione governativa;
l’enorme differenza tra la tassazione sarda e quella nel resto del Paese;
la tassa sul macinato;
i “luminari” Lombroso e Niceforo e le loro teorie razziste, tenute in grande considerazione negli ambienti di governo, in particolare sotto Umberto I, altro “grande” sovrano, e le feroci, spietate spedizioni repressive che ne scaturirono, tra cui quella del 1899 descritta nel libro “Caccia grossa” da Giulio Bechi, che vi prese parte come ufficiale;
le grandi emigrazioni dell’Ottocento e del Novecento;
le decine di migliaia di morti e di mutilati sardi della Prima come della Seconda guerra mondiale, guerre volute e imposte da Vittorio Emanuele III, lo stesso che mise Mussolini al governo e che, dopo l’8 settembre, fuggì coraggiosamente da Roma per riparare a Brindisi con tutta la sua corte.
Di tutto ciò – e di altro ancora – non si parla mai. O, meglio, non si parlava mai. Oggi qualcuno, in Sardegna, ma anche nel Mezzogiorno d’Italia, comincia a farlo, rileggendo in maniera più obiettiva epoche e personaggi che la vulgata ufficiale aveva irrimediabilmente bollato come nemici dell’Unità d’Italia. Un’unità che, vale la pena ricordare, alla Sardegna non ha certo dato quanto ha tolto.
A conclusione dell’intervento di Casula anche il pubblico ha potuto dire la sua, con una serie di riflessioni, soprattutto sull’importanza della tutela e della conoscenza della storia e della lingua sarde

I SARDI E LA SHOAH

 

 shoah

I SARDI E LA SHOAH

di Francesco Casula

Il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Per ricordare tale evento e per commemorare le vittime dell’Olocausto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005, ha istituito, il Giorno della Memoria, da celebrarsi, a livello internazionale ogni anno, proprio il 27 gennaio. Per la verità, il Parlamento italiano, dopo ben quattro anni di discussioni, aveva già istituito nel 2000 e per la stessa data, il Giorno della memoria.

E’ stata una decisione quanto mai opportuna: quel genocidio di milioni di esseri umani non può infatti finire nel dimenticatoio. Come fosse roba vecchia, da consegnare, sic et simpliciter, al passato. Occorre infatti sorvegliare attentamente la nostra memoria e non dimenticare. Anche perché quel passato orribile, non è del tutto passato. Proprio in questi ultimi anni infatti inquietanti e cupe nubi si addensano nei cieli europei con l’affermarsi di movimenti e Partiti intolleranti e xenofobi. Perché questi vengano sconfitti e liquidati, soprattutto i giovani devono studiare e conoscere la tragedia immane dell’Olocausto . Hanno perciò fatto bene molte scuole sarde ma anche alcune Amministrazioni locali a utilizzare il 27 gennaio scorso, al di fuori della ritualità, per discutere e approfondire quella tragedia. Io personalmente ho partecipato alla bella iniziativa intrapresa dalla Biblioteca del Comune di Bauladu, grazie anche alla lungimiranza e sensibilità del giovane sindaco, Delio Corriga, secondo il quale “non  ci può essere crescita sociale senza conoscenza, per questo come amministrazione comunale sosteniamo fortemente le attività di carattere culturale come quella proposta dalla Biblioteca per la Giornata della Memoria”.

Ad essere internati nei lager e poi sterminati furono in particolare gli Ebrei: 6 milioni, dicono le cifre ufficiali, ma secondo altre fonti come il Museo dell’Olocausto di Washington, i morti sarebbero molti di più: dai 15 ai 20 milioni, uccisi nelle oltre 42mila strutture tra campi tedeschi e quelli creati dai regimi fantoccio europei, dalla Francia alla Romania: questo dato mi sembra spropositato, lo scrivo semplicemente come dato informativo.. A questi occorre aggiungere almeno altri 6 milioni costituiti da oppositori e dissidenti politici, omosessuali, disabili, Rom, Slavi. E persino da minoranze religiose come i testimoni di Geova, Pentecostali ecc. Di mezza Europa.

La Sardegna è una delle regioni che ha pagato un altissimo tributo di deportati, politici e militari:furono circa 12.000 mila i soldati sardi IMI (Internati militari italiani) rinchiusi nei lager, fra i 750-800 mila militari e civili fatti prigionieri dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’armistizio dell’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Sappiamo di questi militari come degli altri sardi internati solo grazie all’opera di volontariato di alcuni studiosi e storici che collaborano con l’ISSRA ( Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia) come Marina Moncelsi, presidente dell’Istasac (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea della Sardegna Centrale) e di Aldo Borghesi che ha scritto vari saggi sui deportati sardi in Germania durante la seconda Guerra mondiale*.

Questi studiosi continuano la ricerca soprattutto attraverso lo spoglio dell’Archivio militare, dove i soldati hanno depositato i loro documenti, per ricostruire l’identità dei soldati sardi deportati nei campi di concentramento nazisti sparsi tra Germania, Austria e Polonia e scomparsi. A migliaia furono sepolti nelle fosse comuni o nella nuda terra dei lager. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, non fu possibile conoscerne la sorte e informare i familiari.

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, internati perché ebrei o dissidenti politici: fra i primi ricordo Elisa Fargion (nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas); Vittoria Mariani (nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen); Zaira Coen-Righi (Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944).

Per motivi politici un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:, la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943, provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi sono delle province di Cagliari e Sassari .

Destinazione: non è univoca: ma soprattutto vengono portati a  Mauthausen e Dora. A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote, Don Mario Crovetti, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza, ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928).

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti.

La sorte: fra i sardi, i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme

*In modo particolare rimando

  1. alla Grande Enciclopedia della Sardegna – Voce Deportazione, pagine. 386-389 (Edizioni La Biblioteca della Nuova Sardegna)
  2. a L‘antifascismo in Sardegna a cura di M.Brigaglia e altri, II volume, seconda edizione,(Consiglio Regionale della Sardegna-Edizioni della Torre, Cagliari 2008).
  3. al Il libro dei deportati, vol. II, Mursia, 2010: contiene una serie di saggi sulla deportazione dall’Italia regione per regione: la parte sulla Sardegna è di Aldo Borghesi.
  1. bis I Sardi deportati e internati per motivi razziali e politici1

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, tra politici ed ebrei. Qualche nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

-Per motivi razziali

Studi recenti hanno accertato che la Sardegna   – soprattutto alla fine del secolo XIX – ha ospitato funzionari, commercianti e imprenditori ebrei, oltre a intellettuali e docenti poi colpiti dai provvedimenti razziali del 1938. Si trovano dunque nominativi di deportati razziali nati nell’Isola o che con essa hanno avuto rapporti di elezione. I casi fin’ora noti sono:

 

ELISA FARGION

Nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas.

VITTORIA MARIANI

Nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen. (Il campo di Bergen-Belsen era un campo di concentramento nazista situato nella bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle).

ZAIRA COEN RIGHI

Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944.

-Per motivi politici

Un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943: provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi le province di Cagliari e Sassari (secondo la nuova ripartizione) con preponderanza della seconda: i nati fuori dall’Isola sono meno del 10%.

Destinazione: non è univoca: verso Mauthausen, Dora ecc:. Un terzo dei deportati sardi passa per dacia, un altro per i campi di Fossoli e Bolzano. I deportati vengono spostati secondo le esigenze produttive in base alle quali sono impiegati e prima della liberazione, mentre il fronte procede, si succedono brutali trasferimenti, verso i campi all’interno del Reich.

A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Esemplare la vicenda di LUIGI RIZZI, sassarese e allievo sottoufficiale.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote,

 DON MARIO CROVETTI, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti. Da Genova vanno a Dachao gli operai

GIOVANNINO e NATALE BIDDAU, padre e figlio originari di Ardara, l’uno muore nei lager l’altro è stato fino alla recente scomparsa un animatore della sezione genovese dell’ANED (Associazione nazionale degli ex deportati politici nei campi nazisti).

GAVINO GAVINI, sassarese, muore a Gusen nell’ aprile del 1945. BARTOLOMEO MELONI, cagliaritano, ispettore delle ferrovie, compie atti di sabotaggio, scoperto e arrestato muore a dacia nel luglio del 1944. L’antifascista BACHISIO ALTANA, membro della resistenza francese

La sorte:Fra i sardi i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme.

Altri Personaggi da ricordare

  1. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. Racconterà la sua esperienza in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. E’ morto il 9 gennaio scorso a 97 anni.

2.SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

  1. COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

Pimpiria de istoria/istoriografia sarda

Pimpiria de istoria/istoriografia sarda

Un’infamia del fascismo e dell’ultimo tiranno sabaudo (Vittorio Emanuele III) : le leggi razziali

A cura di Francesco Casula

La Giornata della Memoria

Emilio Lussu su :

Sardegna, Ebrei e «razza italiana». E leggi razziali.

A proposito delle leggi razziali Emilio Lussu il 21 ottobre 1938 sul Periodico Giustizia e Libertà scriverà un articolo, significativamente intitolato “ Sardegna, Ebrei e «razza italiana»” 

Eccolo

“Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scritto in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresentante di sardi, io mi considero direttamente interessato […] .

Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuova fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.

 

Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, verso noi sardi, un mutato atteggiamento.

Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l’isola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la nostra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da altre regioni d’Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.

Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L’immigrazione ariana è stata devastata dalla malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esemplare superstite.

Con gli ebrei, sarà un’altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e discrete come lo sono con noi.

Sardi ed ebrei c’intenderemo in un attimo. Come ci eravamo intesi con gli ebrei che l’imperatore Tiberio aveva relegato nell’isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lutto per noi.

Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall’incrocio dei due rami!

Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il diritto di disporre della nostra sorte. L’Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipendente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presidente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che dovremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d’Europa e d’America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant’anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.

Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, inizialmente, anche con l’Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre saline, rifornire l’Italia ariana, specie di sale, che ne ha tanto bisogno.

Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne sono parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio, per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italica che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.

V’è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l’impressione che il decalogo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italica pura. Di origine gallica, i matrimoni misti l’hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una montenegrina, è sposato con una belga-tedesca; una principessa con un tedesco, e un’altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura repubblica sarda sarà magnanima anche col re di Sardegna. Lo accolse l’isola, fuggiasco dall’invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L’isola dell’Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all’ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Colpisce invece che, per restare alla stessa fase storica, sia pressoché assente nella nostra memoria collettiva la deportazione di qualcosa come 50.000 sardi, a seguito della spedizione di Tiberio Sempronio Gracco nel 237 a.C. o, secondo altri, a seguito di quella del nipote omonimo nel 175 a.C. Sono i “sardi venales”, sardi di poco valore economico, perché per la loro quantità fecero crollare il prezzo degli schiavi.

Perché in effetti la rimozione di quella lontana deportazione di 50.000 sardi fa compagnia all’oblio pressoché totale della deportazione di circa 290 sardi, tra politici ed ebrei, e di circa 12.000 internati militari sardi nei lager nazisti. E si trattava nella stragrande maggioranza di giovani. Una enormità di gente nostra allora e oggi. Fino a pochi anni fa, questa realtà restava totalmente sconosciuta ai più e, nel migliore e raro dei casi, il nome di una via in qualche nostro paese serbava il ricordo ormai memorizzato”.*

*[ Emilio Lussu, Giustizia e Libertà, 21 ottobre 1938]