Ricordare sa Die de sa Sardigna

 Di Francesco Casula

Chiusi in casa, per il 28 aprile, la Giornata della Sardegna, ovvero la Festa nazionale del popolo sardo, non possiamo fare quasi niente. Possiamo però almeno ricordarla. “Fermatevi” Che vergogna! Che onore! Sardi gente di onore? E che diranno di noi, di tutti! Che abbiamo cacciato lo straniero per amore della libertà? No, per amore della roba! Lasciate stare tutto! Non toccate nulla! Non ce ne facciamo niente di quella merda degli stranieri! Che se la mangino a Torino con salute! A noi interessa di essere padroni in casa nostra! Libertà, lavoro, autonomia! Nella finzione letteraria e teatrale divertente e brillante, in “Sa dì de s’acciappa”, lo scrittore Piero Marcialis fa dire così a Francesco Leccis – macellaio, protagonista della ribellione dei cagliaritani contro i piemontesi – rivolgendosi ai popolani che arrabbiati volevano assaltare i carri zeppi di ogni grazia di Dio, per sottrarre ai dominatori la “roba” che stavano rubando e che volevano portare a Torino. Ed è questo – a mio parere – il significato profondo, storico e simbolico, della cacciata dei Piemontesi da Cagliari il 28 aprile del 1784: i Sardi, dopo secoli di rassegnazione, di abitudine a piegare la schiena, di obbedienza, di asservimento e di inerzia, per troppo tempo abituati a abbassare la testa, sopportando ogni tipo di prepotenza, umiliazione, sfruttamento e prese in giro, con un moto di orgoglio nazionale e un colpo di reni, di dignità e di orgoglio, si ribellano e alzano la testa, raddrizzano la schiena e dicono basta! In nome dell’autonomia e dunque per “essere padroni in casa nostra”! E cacciano i Piemontesi e i savoiardi, non per ragioni etniche ma perché rappresentano l’arroganza, la prepotenza e il potere. Si è detto e scritto che si è trattato di “robetta”: di una semplice congiura ordita da un manipolo di borghesi giacobini, illuminati e illuministi, per cacciare qualche centinaio di piemontesi. Non sono d’accordo. A questa tesi, del resto ha risposto, con dovizia di dati, documenti e argomentazioni, Girolamo Sotgiu. Il prestigioso storico sardo, gran conoscitore e studioso della Sardegna sabauda polemizza garbatamente ma decisamente proprio con l’interpretazione data da storici filosabaudi come Giuseppe Manno o Vittorio Angius che avevano considerato la cacciata dei Piemontesi alla stregua, appunto, di una congiura. “Simile interpretazione offusca – a parere di Sotgiu – le componenti politiche e sociali e, bisogna aggiungere senza temere di usare questa parola «nazionali». Insistere sulla congiura – ricordo sempre lo storico sardo – potrebbe alimentare l’opinione sbagliata che l’insurrezione sia stato il risultato di un intrigo ordito da un gruppo di ambiziosi, i quali stimolati dagli errori del governo e dalle sollecitazioni che venivano dalla Francia, cercò di trascinare il popolo su un terreno che non era suo naturale, di fedeltà al re e alle istituzioni”. A parere di Sotgiu questo modo di concepire una vicenda complessa e ricca di suggestioni, non consente di cogliere il reale sviluppo dello scontro sociale e politico né di comprendere la carica rivoluzionaria che animava larghi strati della popolazione di Cagliari e dell’Isola nel momento in cui insorge contro coloro che avevano dominato da oltre 70 anni. Non fu quindi congiura o improvviso ribellismo: ad annotarlo è anche Tommaso Napoli, padre scolopio, vivace e popolaresco scrittore ma anche attento e attendibile testimone, che visse quelli avvenimenti in prima persona. Secondo il Napoli “l’avversione della «Nazione Sarda» – la chiama proprio così – contro i Piemontesi, cominciò da più di mezzo secolo, allorché cominciarono a riservare a sé tutti gli impieghi lucrosi, a violare i privilegi antichissimi concessi ai Sardi dai re d’Aragona, a promuovere alle migliori mitre soggetti di loro nazione lasciando ai nazionali solo i vescovadi di Ales, Bosa e Castelsardo, ossia Ampurias. L’arroganza e lo sprezzo – continua – con cui i Piemontesi trattavano i Sardi chiamandoli pezzenti, lordi, vigliacchi e altri simili irritanti epiteti e soprattutto l’usuale intercalare di Sardi molenti, vale a dire asinacci inaspriva giornalmente gli animi e a poco a poco li alienava da questa nazione”.

 

Ricordare sa Die de sa Sardignaultima modifica: 2020-04-20T18:13:57+02:00da zicu1
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