ANTONIO PIGLIARU

Università della Terza Età di Quartu 9° lezione 17-12-2015

IL BANDITISMO E LA SOCIETA’ DEL MALESSERE, I CODICI BARBARICINI E I SUOI “ANALISTI”: PIGLIARU E PIRA.
A cura di Francesco Casula

1. ANTONIO PIGLIARU
Il giurista, lo scrittore e lo studioso della “vendetta barbaricina” (1922-1969)
Antonio Pigliaru nasce a Orune (Nu) il 17 agosto 1922. Nel corso degli anni fu prima docente universitario di Filosofia del diritto e di Diritto agrario e infine Ordinario di Dottrina dello Stato nell’Università di Sassari.
Il suo libro più famoso rimane La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico (1959) che resta, insieme ad altri scritti ripubbli­cati ora nel volume postumo Il banditismo in Sardegna (1970), un testo fondamentale per la conoscenza del più drammatico dei nodi storici della «questione sarda»: il banditismo appunto.

Presentazione del testo [tratto da Il Banditismo in Sardegna- La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico, art. 1-2-11 dei Principi generali del codice, pagg.112-113, 119, Giuffrè editore, Varese 1975]

Il codice della vendetta barbaricina è ritenuto un vero capolavoro di antropologia giuridica tutto teso a dare risposte razionali al più angosciante problema della Sardegna dei suoi tempi, il banditismo appunto, -siamo negli anni ’60-’70- anzi di quella Barbagia in cui l’autore era nato. Un’indagine di antropologia giuridica ed etnografica di una comunità. L’argomento centrale è quello della vendetta ma finisce per anticipare un tema oggi centrale nel dibattito delle scienze sociali: la regolazione sociale, ossia l’insieme delle regole non scritte che governano le relazioni fra gli individui all’interno di una società locale che sono cruciali per il suo funzionamento e che Pigliaru chiama ordinamento giuridico. Lo studio è condotto nella zona di Orune (Nuoro) e –come ha messo in luce Luigi Lombardi Satriani- sarà destinato a rimanere per molti anni un caso singolare di indagine sulle regole dell’antagonismo e della conflittualità sociale nelle aree pastorali sarde.
I primi due articoli e l’undicesimo del codice della vendetta -in tutto sono 23- relativo alle azioni ritenute offensive, tendono a illuminare i valori che sottendono le relazioni fra gli individui. Si tratta di valori che stanno in qualche modo a monte degli altri articoli del codice e che rimandano ai meccanismi regolativi di una specifica società locale, quella agropastorale.

 

PRINCIPI GENERALI
 “1. – L’offesa deve essere vendicata.
Non è uomo d’onore chi si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova della virilità (a), vi rinunci per un superiore motivo morale (b).
2. – La legge della vendetta obbliga tutti coloro che ad un qualsivoglia titolo vivono ed operano nell’ambito della comunità (c )…
11. – Un’azione determinata è offensiva quando 1’evento da cui dipende l’esistenza di essa offesa è preveduto e voluto allo scopo di ledere l’altrui onorabilità e dignità.”

ANALIZZARE
Tre sono i concetti di tipo sociologico attorno a cui ruotano i tre articoli riportati, di questo ordinamento: quello di onore, quello comunità, e quello di accettazione all’interno delle comunità della violenza-vendetta a fini regolativi.
Colui che non si vendica non è un uomo d’onore al­l’interno della sua comunità. Questo significa concretamente che la perdita sociale dell’onore colpirà colui che non adempie al dovere di vendicare l’offesa: una necessità richiesta dalla comunità.
Que­sta perdita, è la motiva­zione del fatto che la vendetta dell’offesa è considerata una necessità, sempre all’interno della comunità. Il suo sforzo è quello di dimostrare come sia l’ordinamento sia la pratica della vendetta della società barbaricina sono qualcosa di profondamente diverso dall’ordinamento e dalla pratica della vendetta della “società dei ladroni”. Non si esauriscono quindi nel chiuso della società dei fuorilegge -che pure opera nello stesso ambito geografico- ma operano assai più ampiamente, informando di sé l’intero sistema di vita della Barbagia e per estensione, di tutta la Sardegna.
Per Pigliaru infatti, all’interno della società barbaricina il codice della vendetta non ha un valore strumentale, non difende gli interessi individuali ma gli interessi generali della comunità, non è pratica interna a un sottogruppo ma regola interna e condivisa della comunità: un codice non scritto, ma non perciò meno obbligante.
A questo proposito l’autore è chiarissimo: “La pratica del sistema della vendetta non si presenta come pratica individuale, ma sociale, quindi non come pratica di alcuni della comunità, ma di tutta la comunità: cioè come una pratica voluta, per dare alla propria vita, un sistema di certezze volute da tutta la comunità”.
Lo stile si traduce in un ampio periodare, in una prosa rigorosa e poetica insieme, nel mettere in evidenza alcune parole e su di esse ritornare in un crescendo linguistico che non è mai gioco verbale ma è anche crescendo problematico.

 
2. MICHELANGELO PIRA
L’antropologo, lo scrittore, lo studioso delle dinamiche culturali e sociali. (1928-1980)
Nasce a Bitti (Nuoro) nel 1928 da una famiglia di pastori.
Nel 1974 abbandona la carriera di funzionario al Consiglio regionale e assume l’incarico di docente di Antropologia culturale presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Cagliari. Il risultato più importante della sua attività accademica è il saggio La rivolta dell’oggetto. Antropologia della Sardegna, la sua opera principale, considerata come un contributo determinante per comprendere le dinamiche culturali operanti nell’Isola tra gli anni cinquanta-ottanta.
Negli ultimi anni scriverà nella varietà bittese della lingua sarda, Sos sinnos, un romanzo-saggio che sarà pubblicato postumo nel 1983. Sempre postuma verrà pubblicata l’opera Paska Devaddis, Tre radiodrammi per un teatro dei sardi.
Muore improvvisamente a Cagliari il 3 Giugno del 1980.
Presentazione del testo” [tratto da La rivolta dell’oggetto- Antropologia della Sardegna, Editore Giuffrè, Milano 1975, pagg.251-255].
 
La Rivolta dell’oggetto, possiamo definirlo una vera e propria summa di tutto il lavoro svolto dall’antropologo di Bitti, soprattutto durante la sua attività universitaria ma anche negli anni precedenti.
“Questo libro – è lo stesso studioso a scriverlo nella premessa-  è dettato dal bisogno, anche personale, di mette­re ordine con strumenti critici (segnatamente quelli forniti dalla lin­guistica, dalla semiotica o semiologia, dall’antropologia culturale e nel complesso dal materialismo storico) negli effetti contraddittori di un’esperienza incominciata una quarantina d’anni fa nella scuo­la elementare di un paese della Barbagia, quando un bambino si sentì dire che il suo nome e il suo cognome non erano quelli che credeva di sapere fin dalla nascita e con i quali fino a quel momen­to era stato «chiamato» da tutti, riconosciuto e istituito come sog­getto, ma erano altri, nei quali si sentì trattare come un alunno­-oggetto e nei quali faticò non poco a riconoscersi, a re-istituirsi co­me soggetto”.
Quel bambino, – che poi è lo scrittore stesso- che per tutti era sempre stato fino ad allora, Mialinu de Crapinu: per la famiglia come per la comunità ma soprattutto per se stesso, a scuola, nella scuola “ufficiale”, dello Stato, si sente nominare Pira Michelangelo. Di qui la lacerazione e la mutilazione culturale prodotta dalla negazione della sua identità, specie linguistica “Ora che a subire la lacerazione e la mutilazione culturale e ad averne coscienza non sono più soltanto pochi intellettuali, – scrive ancora Pira nella premessa- ma sono grandi masse popolari, di uomini e donne costretti a migrazioni bibliche e a riciclaggi dolorosi e alienanti, quel progetto si sviluppa in programma di rivolta: è già una rivolta”.

 
UN’IDENTITA’ IN DIVENIRE
“Il Vicerè non aveva alcun obbligo di essere bilingue; alla traduzione dei suoi ordini potevano provvedere intellettuali bilingui suoi dipendenti. Il presidente della Regione (per dire le istituzioni e organizzazioni politiche sarde autonomiste) ha 1’obbligo di essere compiutamente bilingue: il suo compito non è quello di trasmettere ordini di una
sovranità esterna bensì quello di farsi estensione di una sovranità interna partecipando alla costruzione di questa.
Egli deve capire quel che si vuol fare della Sardegna da parte dei poteri esterni all’Isola, ma anche e soprattutto deve capire quel che la Sardegna vuol fare di se stessa e dei suoi rapporti con i suoi interlocutori esterni. E la volontà interna si forma e si individua sia parlando in sardo, sia parlando in italiano.
Ma l’obbligo di farsi compiutamente bilingue (cioè in grado di conoscere criticamente e di dominare tutti i codici)…
Con l’istituzione della Regione Autonoma a Statuto Speciale, in Sardegna, sono passati in seconda linea, per qualche decennio, i problemi della ricerca della identità culturale. La pseudoborghesia sarda, ormai «acculturata», anziché volgersi alle problematiche del­l’affermazione della propria autonomia culturale, ha dedicato ogni suo sforzo alla realizzazione del progetto di assimilazione di sé alla borghesia delle altre regioni «più evolute», accettando di fatto una condizione subalterna e privilegiando le problematiche
econo­micistiche. Paradossalmente, con l’autonomia regionale, la tenden­za borghese all’unità italiana come uniformità si è venuta accen­tuando.
Fra gli intellettuali della sinistra, soprattutto in questi ultimi anni, si è venuto sviluppando il sospetto che dietro l’autonomia re­gionale siano passati un più efficace depotenziamento della cultura locale e una più diffusa e più radicale penetrazione nell’Isola del neocolonialismo interno. Forse, giustamente, i baschi (fino alla mor­te di Franco), pensavano che, rispetto alla loro condizione, quella della Sardegna fosse già privilegiata, ma i sardi imparavano anche dai baschi che i problemi dell’identità culturale sono non meno importanti di quelli dello sviluppo economico.
La figura del miga (così chiamata dal modo in cui certi ita­lofoni sardi, carabinieri, poliziotti, guardie di finanza, domestiche, pronunciano la parola italiana mica) è quella di chi ha dovuto (o creduto di poter) abbandonare il dialetto senza inoltrarsi molto nel­la conoscenza critica ed esecutiva della lingua italiana, ma che tor­nerà al dialetto, con esclamazioni cadenti nel territorio dei tabù linguistici, in circostanze drammatiche, nelle quali l’apparte­nenza interiorizzata di un individuo ad una cultura riprende le sue rivincite sulle «scelte» rinneganti che egli credeva di aver operato. In questi casi cade di colpo la cultura d’accatto del miga ed esplode il grido della cultura tradita e rimossa. Ho assistito spes­so al ritorno fulmineo e inatteso al dialetto di persone anche ben più acculturate del miga. Ricordo in particolare un uomo politico che, colpito nel corso di una riunione da un manrovescio di un suo collega di partito, aveva già rinunciato a reagire, ma quando si accorse di perdere sangue dalle labbra si slanciò come una furia sul suo avversario urlando: Su sambene meeeu! Lassademilu chi lu ‘occo! (Il sangue miiio. Lasciatemelo che lo uccido)”.

ANTONIO PIGLIARUultima modifica: 2015-12-14T16:34:16+01:00da zicu1
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