Grazia Deledda di Francesco Casula

Università della Terza Età di Quartu Sant’Elena 12-2-2014 Sesta Lezione

GRAZIA DELEDDA*

La grande scrittrice sarda vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 1926 (1871-1936).Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871. Frequenta solo le scuole elementari dopo è autodidatta e impara a scrivere, più che dai libri, ascoltando i racconti degli anziani, specie negli ovili dove accompagnata da un fratello e dai cugini si recava per ascoltare i pastori. E’ lei stessa a riferirci che ai libri preferiva l’ascolto di storie meravigliose e fantastiche, specie in inverno, davanti al caminetto, nelle notti interminabili.Non prescinde comunque dalla lettura: privilegiando la Bibbia e Omero ma anche scrittori italiani (Manzoni e Verga) francesi (Dumas,Balzac e Victor Hugo) e russi (Dostoevskij e Tolstoj).Conosce e intrattiene rapporti epistolari con gli scrittori e i critici letterari italiani più noti del tempo: Giovanni Verga, Giuseppe Giacosa, Ruggero Bonghi, Mario Rapisardi, Luigi Capuana, Ada Negri, Edmondo De Amicis, Emilio Cecchi, Alfredo Panzini.Precocissima, a 17 anni pubblica la novella Sangue sardo in “L’ultima moda” una rivista romana. Utilizzando uno pseudonimo, Ilia de Saint Ismael, prosegue con racconti e novelle che potremmo definire tardo-romantiche: Stella d’oriente, Amori fatali, La leggenda nera, Nell’abisso, sul crinale del primo Verga di Storia di una capinera, Eva, Eros, Tigre reale. ecc.Ma la Deledda “maggiore” e più creativa si manifesta dal 1902 al 1920 quando scrive romanzi come Elias Portolu (1903); l’Edera (1908); Canne al vento (1913), il più caro alla scrittrice; Colombi e sparvieri (1912); Marianna Sirca (1915), dove Deledda pare che voglia riassumere tutte le grandi tematiche riguardanti il romanticismo della sua giovinezza e tra questi soprattutto l’amore vissuto come peccato e rimorso.Quando, dopo Il segreto dell’uomo solitario (1921), vuole ambientare le vicende fuori della Sardegna, come in La fuga in Egitto (1925) o Annalena Bilsini (1927), Deledda non dimostrerà più l’energia creativa dei romanzi precedenti: il fatto è che la sua arte affonda le radici nell’etnos sardo più profondo e misterioso, nei costumi antichissimi di un popolo, quello sardo, che per secoli e secoli ha mantenuto intatti i suoi valori. Quando la scrittrice se ne allontana la sua arte perde di qualità.Altri romanzi scritti dalla Deledda sono: Anime oneste (1895); La via del male (1896); La Giustizia (1899); Il vecchio della montagna (1900); Dopo il divorzio (1902); Nostalgie (1905); L’ombra del passato (1907); Il nostro padrone (1910); Sino al confine (1910); Nel deserto (1911); Le colpe altrui (1914); L’incendio nell’oliveto (1918); La madre (1920); Il dio dei viventi (1922); La danza della collana (1924); Il vecchio e i fanciulli (1928); L’argine (1934).L’ultimo, Cosima, è un romanzo autobiografico e viene pubblicato postumo nel 1937.Scrive anche Novelle come Amore regale (1891); L’ospite (1897); Le tentazioni (1899); I Giuochi della vita (1905); Amori moderni (1907); Il nonno (1908); Chiaroscuro (1912); Il fanciullo nascosto (1915); Il flauto nel bosco (1923); Il sigillo d’amore (1926); La casa del poeta (1930); Il dono di Natale (1930); La vigna sul mare (1932); Sol d’estate (1933); Il cedro del Libano (1939). Scrive infine anche Poesie, raccolte nella Silloge Paesaggi sardi e Racconti. come  La regina delle tenebre o Le disgrazie che può cagionare il denaro o Favole come  Nostra Signora del buon consiglio.I suoi romanzi sono stati tradotti in quasi tutte le lingue del mondo. A coronamento della sua opera le viene assegnato nel 1926 il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: per “la sua potenza di scrittrice sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita qual è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano”. Sposatasi nel 1900 si trasferisce col marito a Roma dove trascorre il resto della vita dedicandosi completamente alla famiglia e alla scrittura.  Muore a Roma il 15 Agosto del 1936.Le sue spoglie mortali traslate, nel 1950 dalla Chiesa del <Verano> della Capitale, riposano ggi a Nuoro, nella <Chiesa della solitudine>.

Elias Portolu:presentazione

Elias Portolu, è considerato il migliore romanzo della Deledda dalla maggior parte dei critici, tra cui Attilio Momigliano e Emilio Cecchi. Uscì prima a puntate su “Nuova Antologia” nel 1900 e poi in volume nel 1903.Descrive la vicenda di un giovane –Elias- che ritornato in Sardegna da un penitenziario del continente, riprende il lavoro di pastore nella tanca con il padre e il fratello Mattia. Suo malgrado si innamora di Maddalena, la fidanzata di Pietro, un altro fratello. La passione, che egli considera incestuosa, gli provoca “un’angoscia confusa, febbrile, un desiderio di mordersi i pugni, di gridare, di gettarsi per terra e piangere”.Il romanzo propone quindi la consueta conflittualità fra desideri e divieti, passione e norma etico-sociale, tipica di tutta la produzione narrativa deleddiana. Debole di carattere e incapace di affrontare la realtà, Elias non trova infatti il coraggio di seguire i consigli di zio Martinu, il saggio anziano -protagonista proprio del capitolo che seguirà- , “il padre della selva” che gli suggerisce di far valere i diritti del suo autentico sentimento, parlando con il fratello e sposando lui la donna: “Siamo tutti fratelli, Elias Portolu. Pietro non è uno stupido, egli capisce la ragione. Va, digli:<Fratello mio, io amo la tua sposa e lei mi ama; che pensi di fare? Vuoi rendere infelice fratello tuo e quell’altra creatura innocente?>”. Né d’altra parte è forte abbastanza per resistere alla tormentosa passione. L’unica risoluzione che riesce a prendere, quasi per autopunirsi, è la rinuncia, che si concretizza nella decisione di farsi prete. Nonostante il legame che lo unisce sempre più a Maddalena da cui aspetta un figlio. Dopo alcuni anni, pur avendo la possibilità di sposare la donna rimasta vedova, continua, non senza conflitti e sofferenze, nella via dell’autoespiazione, pronunciando i voti sacerdotali.Nel romanzo, costruito come un apologo-fiaba, la Deledda utilizza il discorso indiretto libero, di tipo strettamente individuale, con il quale descrive la vicenda della malattia morale dei suoi personaggi, segnatamente di Elias, il protagonista.L’apologo prevede l’infrazione (il rapporto “incestuoso”), l’espiazione (con la scelta del sacerdozio) e la catarsi con la redenzione finale: “Finalmente, finalmente era solo col suo bambino; nessuno più poteva toglierlo, nessuno più poteva mettersi fra loro. E sul suo infinito accoramento sentiva calare un tenue velo di pace e quasi di gioia –simile alla vaporosità di quella misteriosa notte autunnale- perché l’anima sua si trovava finalmente da sola, purificata dal dolore, sola e libera da ogni umana passione, davanti al Signore grande e misericordioso”.  

ANALISI

Nel romanzo Elias Portolu ma segnatamente in questo passo si può individuare un conflitto che divide e contrappone due diversi modelli di uomo: quello tradizionale e balente sardo-barbaricino e quello individualistico borghese, incrinato e contaminato da influssi tardoromantici. Da una parte zio Martinu, che rappresenta esemplarmente l’uomo razionale, laico e autoritario, rigido e severo. “Un uomo di ferro” e tutto d’un pezzo: senza sfumature. Che non sorride: ”Zio Martinu non rispose, non si commosse, non sorrise…” e tende all’isolamento sociale. “Dopo la sua infanzia, -scriverà Deledda in un’altra parte del romanzo- non aveva dormito una sola notte in paese”.Dall’altra la personalità di Elias, “un ometto di cacio fresco”, debole, espressione della coscienza turbata e ansiosa dell’uomo in crisi. Ed è questo –e non zio Martinu- l’uomo che la Deledda sembra preferire come paradigma della sua visione del mondo: di cui analizza lo smarrimento angoscioso, l’indecisione, la crisi della volontà, il peccato, il rimorso, l’espiazione: probabilmente perché esprime il sentimento di una umanità più vasta rispetto al forte e tetragono zio Martinu.Il testo, a dominanza narrativa, incorpora descrizioni ambientali e paesaggistiche che paiono tuttavia segnare uno stacco rispetto al movimento narrativo, come se si inserissero di colpo in un livello autonomo di linguaggio e costituissero un esercizio separato di discorso e di letteratura.La descrizione –penso a “…L’aurora aranciata incendiava l’oriente, versando splendori d’oro roseo sull’erba e sulle pietre della tanca, a ovest il bosco taceva sullo sfondo del cielo di lavagna chiara Il cielo impallidiva, il bosco taceva nella quiete solenne della sera…Il sole era tramontato, e i boschi e le lontananze tacevano sotto il cielo tutto roseo, d’un roseo denso quasi violaceo; tutta la tanca, le macchie lucenti, l’erba immobile, le roccie e l’acqua riflettevano quella calda luminosità di rosa peonia”- in tal modo si risolve nella celebrazione lirica, secondo le norme compositive dell’idillio, che tende all’assoluta autonomia. Così, il narrato è pausato dall’indugio sul paesaggio, che però rischia di tradursi nella pura composizione verbale, astratta dai riferimenti con la vicenda di Elias e con il suo status psicologico, creando uno iato troppo forte dal complesso della narrazione.La lingua, soprattutto nella parte dialogica, è intessuta di “sardismi”: sia nei calchi sintattici (“pensato ci hai?”che traduce letteralmente l’espressione sarda: “pessau bi as?”); sia nei nomi (zio Martinu, zio Portolu) e toponimi (Isalle), sia negli utensili e attrezzi (corcarjos sono i cucchiai e malunes sono recipienti di sughero) sia nei proverbi e modi di dire (“ogni piccola macchia porta piccole orecchie” è la traduzione letterale del proverbio sardo “Cada mattichedda juchet orichedda”).L’alta frequenza di tali “sardismi”, –secondo il più noto linguista sardo, Massimo Pittau- è da ricondurre soprattutto al fatto che la Deledda, specie  “il dialogo”, prima lo formulava e cioè lo pensava in sardo, e dopo lo traduceva quasi meccanicamente in lingua italiana.

Giudizio critico

Scrive Attilio Momigliano sulla Deledda: “I suoi personaggi si dibattono in una grandiosa e selvaggia lotta fra il bene e il male, in una rivolta senza speranza contro il destino. Ella ha una capacità simile a quella di <Delitto e Castigo> e dei <Fratelli Karamazof> di ritrarre la potenza trascinante del peccato come una crisi che libera dal loro profondo carcere tutte le forze di un uomo, quelle sublimi e quelle perverse, e finisce per sollevare lo spirito in una sfera che forse non raggiungerebbe altrimenti”.Lo stesso Momigliano, a proposito del romanzo Elias Portolu scrive: “Il motivo del libro è la rappresentazione della coscienza dei due amanti, e sopra tutto di Elias, in cui si agitano continuamente confusi la tentazione, il terrore del peccato, il desiderio del bene, l’abbandono del male. La sua forza è nella misura con cui questi sentimenti sono fusi, nella verità in cui essi informano le vicende semplici del racconto, nella lucida e dolorosa coscienza con cui la scrittrice segue questa battaglia morale. Forse è questo il libro di più alta e insieme più solida moralità che sia stato scritto in Italia dopo i <Promessi Sposi>, è quello che rispecchia meglio la severa e religiosa intelligenza della vita che ha la Deledda”. [In Il Convegno, rassegna mensile di cultura e di attualità, Luglio-Agosto 1946, Cagliari].

I “sardismi” della Deledda 

La Deledda utilizza costantemente “Zio” –e più spesso ziu– per indicare “signore”. Si tratta di uno dei tanti “sardismi” presenti nella sua opera insieme a numerosi vocaboli tipicamente ed esclusivamente sardi (socronza:consuecera; bertula:bisaccia, leppa:coltello); o a calchi sintattici (come venuto sei? Traduzione letterale del sardo bennidu ses?).

L’uso dei “sardismi” linguistici da parte della Deledda anche nelle opere della maturità –è il caso di Elias Portolu– è consapevole e voluto. Rappresenta anzi una chiara e decisa scelta di linguaggio letterario, di canone stilistico e fa parte del suo essere “bilingue”. Ciò non significa che in questa scelta non sia stata condizionata da fenomeni letterari e culturali esterni, -come il verismo- che prevedevano la raffigurazione oggettiva della realtà da parte dello scrittore che doveva riportare fedelmente il linguaggio popolare e “dialettale” dei personaggi.

A questo proposito occorre secondo molti critici liquidare risolutamente il luogo comune della “cattiva lingua” e della “mancanza di stile” appoggiato alla valutazione di intellettuali di prestigio da Dessì (le “sgrammaticature” di Deledda) a Cecchi (la sua lingua “spampanata”). Si tratta invece –secondo Paola Pitzalis- “di forme nate dall’incontro fra dialetto e italiano nel momento di formazione delle varietà designate oggi come <italiani regionali>. L’uso di vocaboli dialettali, sardismi sintattici e atti linguistici frequenti in Sardegna è intenzionale, tanto è vero che scompaiono quando l’interesse di Deledda si sposta dal romanzo <verista> e <regionale> al romanzo <psicologico> e <simbolico> (dopo il 1920). La sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile; deriva dal trasferimento nella scrittura di modalità anche linguistiche di costruzione del racconto orale (è questo un percorso suggestivo sul quale da tempo lavora con esiti personali Sole). Ed è il contributo modernizzante di Deledda allo snellimento della lingua letteraria italiana costruita sul modello della frase manzoniana…” [Paola Pittalis, Il ritorno alla Deledda, <Ichnusa>, rivista della Sardegna, anno 5, n.1 Luglio-Dicembre 1986, pag.81].

Le “storie” della Deledda 

“Ambientate prevalentemente tra Nuoro e le montagne circostanti le storie narrate dalla scrittrice sarda sono costruite su intensi drammi d’amore, gelosia e morte, sullo scatenarsi di passioni travolgenti in un contesto sociale e umano dominato da leggi arcaiche, impulsi ancestrali, tabù sedimentati nella psiche individuale e collettive pervasi da una forte religiosità e da un misterioso senso morale della colpa e del peccato. I personaggi della Deledda si muovono all’interno di una quotidianità che si ripete immutabile, al ritmo costante di lavori stagionali, feste tradizionali e antichi riti agresti, tra scorci di paesaggi e interni domestici, scontando la fatica di ogni giorno e una immensa, profondissima solitudine. Tra l’aderenza ai temi consueti della letteratura verista e l’influenza di molta letteratura decadente italiana e straniera, la poetica della Deledda si affina progressivamente affondando la caratterizzazione psicologica nell’intimo di affetti e sentimenti, acquistando una più matura e problematica consapevolezza dell’insondabilità del reale, unendo all’essenzialità oggettiva della sua scrittura la complessità di una interpretazione lirico simbolica” [tratto I Grandi Romanzi della Deledda, Introduzione di Giacinto Spagnoletti, Grandi tascabili economici, Ed. NEWTON, Roma 1997].

 

Bibliografia essenziale

Opere dell’Autore

-I Grandi romanzi (Edizioni integrali dei dieci romanzi più rappresentativi della Deledda: Il vecchio della montagna, Elias Portolu, Cenere, L’Edera, Colombi e sparvieri, Canne al vento, Marianna Sirca, La madre, Annalena Bilsini, Cosima. Introduzione di Giacinto Spagnoletti, Grandi tascabili economici, Ed. NEWTON, Roma 1997).

Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna in “Rivista delle tradizioni popolari italiane”, agosto 1894-maggio 1895; Roma, Forzano e C. 1895.

Paesaggi sardi (poesie) Speirani, Torino, 1897.

-Per una Bibliografia generale su Grazia Deledda fondamentale è il libro di Remo Branca, Bibliografia deleddiana, L’Eroica, Milano 1938, integrata poi dal contributo di Eurialo De Michelis, Novecento e dintorni, Mursia, Milano 1976.

Opere sull’Autore

– Luigi Russo, I Narratori, Roma, Fondazione Leonardo, 1923.

– Francesco Flora, Storia della Letteratura italiana, Milano, Mondatori 1940.

-Benedetto Croce, La Letteratura della Nuova Italia, Bari, Laterza 1945, vol.VI.

– Attilio Momigliano, Storia della letteratura italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano-Messina   Principato 1948.

-Natalino Sapegno, Introduzione alla riedizione di Romanzi e Novelle di G. D., Milano, Mondadori 1971.

– Anna Dolfi, Grazia Deledda, Milano, Mursia, 1978

– Nicola Tanda, Dal mito dell’Isola del mito. Deledda e dintorni, Roma, Bulzoni 1992.

– Neria de Giovanni, Come la nube sopra il mare, Vita di Grazia Deledda, Nemapress editrice, Alghero 2006.

– Frantziscu Casula, Grazia Deledda, Alfa editrice, Quartu, 2006.

*Tratto dalla mia  Letteratura e civiltà della Sardegna, volume I, Edizioni Grafica del Parteolla, Dolianova 2011, pagine 265-278

 

 

Grazia Deledda di Francesco Casulaultima modifica: 2014-02-09T23:00:18+01:00da zicu1
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