LA DISTRUZIONE DELLE FORESTE SARDE di Francesco Casula

Premessa

L’Isola “verde”

La Sardegna prenuragica e nuragica – riferisce il paleo climatologo Franco Serra – era caratterizzata da un clima subtropicale, caldo umido, propria delle attuali fascie intertropicali, caratterizzato da temperature piuttosto elevate, moderata escursione termica, piovosità abbondante. Durante il mese più freddo l’atmosfera media non era mai inferiore a 18°, per cui l’inverso era praticamente inesistente e il numero dei giorni piovosi, variava in rapporto alle diverse zone dell’Isola, dai 90 ai 140 all’anno. La media annua  delle precipitazioni atmosferiche era intorno ai 1500-2000 millimetri (oggi la media è di 430/500 miillimetri).Un altro climatologo, Francesco fedele, ribadisce cge una vegetazione ricca ricopriva il suolo dell’Isola e lo sviluppo delle specie selvatiche era proporzionato a questa ricchezza. L’alimentazione degli abitanti della Sardegna poteva dunque essere completa: frutti della terra, cereali, latte e derivati, grassi, uova, carne, miele, pesci, molluschi.

1. La distruzione delle foreste: dai fenici ai piemontesi e italiani

Quella prenuragica e nuragica era L’Isola del «grande verde», che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche e ittite dipingevano come patria dei sardi shardana. Quell’isola che soprattutto con i Piemontesi e in specie dopo l’Unità d’Italia, sarà sempre più solo un ricordo. La storia documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade ferrate, specie del Nord d’Italia. (Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Mursia editore, Milano 1971, pag.883).

Sulla stessa linea Gramsci che in un articolo sull’Avanti del 1919 scrive” “L’Isola di Sardegna fu letteralmente rasa suolo come per un’invasione barbarica. Caddero le foreste. Che ne regolavano il clima e la media delle precipitazioni atmosferiche. La Sardegna d’oggi alternanza di lunghe stagioni aride e di rovesci alluvionanti, l’abbiamo ereditata allora”.

Certo, il dissipamento era iniziato già con i cartaginesi e i romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato: fin dal 1740 come ricorda Giuseppe Dessì, a proposito della distruzione delle foreste di Villacidro e dintorni, nel meraviglioso romanzo Paese d’ombre in cui scrive:”Nel 1740 il re aveva concesso al nobile svedese Carlo Gustavo Mandel il diritto di sfruttare tutte le miniere di Parte d’Ispi in cambio di una esigua percentuale sul minerale raffinato e gli aveva permesso di prelevare nelle circostanti foreste il carbone e la legna per le fonderie, costringendo comuni a vere e proprie corvé e distruggendo così il patrimonio forestale della regione”. (Paese d’ombre, pagina 107).

I Piemontesi infatti bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i toscani li bruciarono per fare carbone. E con essi, amici e sodali di Cavour, ad iniziare da tal Conte Pietro Beltrami, uomo d’affari che prorio con il sostegno di Cavour, acquistò dal demanio alcune foreste, soprattutto a Fluminimaggiore e nell’Iglesiente, che disboscò senza alcun criterio, mandando in fumo un intero patrimonio boschivo e meritandosi l’appellativo di “Attila delle sarde foreste” in quanto devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna. Dopo l’Unità, forse per questo, fu eletto deputato per due legislature!

Ma ancora qualche decennio anno prima dell’Unità Alberto Ferrero della Marmora, scrittore, geografo e militare (Torino 1789- 1863) scrive che ai suoi tempi la Sardegna aveva dei boschi fitti che potevano ricoprire un quinto dell’Isola.

E Maurice le Lannou (1906-1996) professore al Collège de France, membro e poi presidente dell’Institut (Académie des Sciences Morales et Politiques), uno dei più grandi geografi europei del secolo scorso, nella sua opera più importante sulla Sardegna: Pâtres et paysans de la Sardaigne, (Traduzione italiana a cura di Manlio Brigaglia: Pastori e contadini di Sardegna, Cagliari, Ed. della Torre, 1979) scrive che è certo che in tre quarti di secolo (1850-1925) il patrimonio forestale della Sardegna s’è notevolmente assottigliato in conseguenze di una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni. Dal 1860 la Sardegna è uscita abbastanza bruscamente dal suo isolamento e non sempre con vantaggio. Innanzitutto la foresta sarda ha fatto le spese della costruzione delle ferrovie isolane:nel 1863 200.000 ettari di terreni di bosco o di cespugli che appartenevano allo stato furono ceduti alla compagnia inglese che costruiva le ferrovie. Ed essa ne distrusse quasi 20.000 che erano i più ricchi di alberi veri e propri.

E’ dunque con l’Unità d’Italia che il patrimonio forestale della Sardegna s’è notevolmente e ulteriormente assottigliato grazie all’opera “criminale” di italiani, inglesi, francesi e belgi che trasformarono intere distese di alberi secolari in traversine per le ferrovie e travature per le miniere e per far legna con cui fondere i minerali.

La distruzione dei boschi era infatti tutta in funzione dei bisogni e degli interessi dell’Italia del Nord cui serviva carbone per le industrie e traversine per le strade ferrate. Con l’Unità d’Italia la partita si chiude con una mostruosa accelerazione del ritmo delle distruzioni tanto che : “Lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863 e il 1910 – scrive Eliseo Spiga (in La sardità come utopia, note di un cospiratore, Cuec editore, Cagliari 2006) – la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben 586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese, con il massacro concomitante degli animali selvatici:cinghiali, cervi, daini, mufloni”.

Carlo Corbetta, scrittore lombardo (seconda metà secolo XIX),  che visita la Sardegna  dopo il 1870 con l’appoggio di Quintino Sella, scrive  in seguito a quell’esperienza un’opera in due volumi Sardegna e Corsica. Essi vengono pubblicati nel 1877 a Milano per l’editore Brigola. A proposito della distruzione dei boschi precisa:”La distruzione dei boschi la si deve in  massima parte agli speculatori e trafficanti di scorza che col loro coltello scorticatore ne denudano i tronchi  e grossi rami delle elci e quercie marine e delle quercie comuni e la spediscono in continente ad estrarne tannino per la conceria delle pelli e per le tinture. Così scorticati gli alberi, muoiono nell’anno appresso e rimangono quali fantasmi biancastri agitanti le braccia per la deserta campagna e ti danno l’idea di esseri fantastici, di anime  dannate che si dolgano del loro crudo destino, o di anime purganti nel fuoco penace, quali si vedono dipinte nelle cappellette, sui canti delle vie cam­pestri. 

E in tal guisa ridotti, i piccoli rami si tagliano e se ne fa carbone, ed i tronchi si abbruciano sul po­sto e se ne fa cenere per estrarne potassa, e il suolo di sotto rimane nudo, deserto, brullo, biancheggiante”.

Si tratta di un’analisi gravemente deficitaria. E’ vero che le sugherete erano preda subito dopo l’Unità d’Italia (a partire dal 1865) di gruppi di commercianti che cercavano il tannino e la potassa. Ma i veri responsabili che Corbetta non individua, sono ben altri. Né, probabilmente Corbetta voleva e/o poteva individuarli, essendo essi amici e contigui ai suoi sostenitori, Quintino Sella in primis e con esso il Governo piemontese post-unitario di cui abbiamo già detto.

LA DISTRUZIONE DELLE FORESTE SARDE di Francesco Casulaultima modifica: 2013-11-26T10:13:14+01:00da zicu1
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