Garibaldi

SI PUO’ PARLAR MALE DI GARIBALDI?                                     

di Francesco Casula

Di Garibaldi non si può che parlar bene. Egli è l’eroe e il combattente della libertà, in Italia ma anche in Francia e in Sudamerica. E’ il protagonista nella lotta per il suffragio universale, per l’emancipazione femminile, per la diffusione dell’istruzione obbligatoria, laica e gratuita. Bene.

Ma facciamo qualche passo indietro: durante il “ventennio” Garibaldi fu santificato ed eletto “naturalmente” come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu “fascista”. Come fu santificato il Risorgimento, cui il Fascismo si collegava strettamente perché visto “come il periodo di maturazione del senso dello Stato, uno Stato forte, realtà <etica> e non naturale, che subordina a sé ogni esistenza e interesse individuale”.

Dopo il fascismo, nel ’48, alle elezioni politiche, la sua icona fu scelta come simbolo elettorale  del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni ‘80 fu osannato da Spadolini –e dunque divenne repubblicano– “come il generale vittorioso, l‘eroico comandante, l’ammiraglio delle flotte corsare e l’interprete di un movimento di liberazione e di redenzione per i popoli oppressi”. Ma soprattutto  fu celebrato da Craxi – e dunque divenne socialista – “come il difensore della libertà e dell’emancipazione sociale che univa l’amore per la nazione con l’internazionalismo in difesa di tutti i popoli e di tutte le nazioni offese”. Infine fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare  democristiano.

 Ecco, è proprio questo unanimismo, questa unione sacra –fra destra, sinistra e centro-  intorno a Garibaldi, al Risorgimento e ai suoi personaggi simbolo, che non convince. E’ questa  intercambiabilità ideologica dei suoi “eroi” che rende sospetti. E non basta sostenere, come già fece ben cento anni fa l’allora sindaco di Roma, Ernesto Nathan, in occasione del centenario, che occorreva sottrarre Garibaldi “a ogni incameramento negli angusti confini di persone, di partiti o di scuole”.

Quello che occorre è invece iniziare a fare le bucce al Risorgimento, sottoponendo a critica rigorosa e puntuale  tutta la pubblicistica tradizionale – ad iniziare dunque dai testi di storia – intorno a Garibaldi, come a Mazzini- per liquidare una buona volta la retorica celebrativa del Risorgimento. Per ristabilire, con un minimo di decenza un pò di verità storica occorrerebbe infatti, messa da parte l’agiografia patriottarda, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi stesso: Bronte e Francavilla per esempio. Che non sono, si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia. Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. E la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “traslocare”, manu militari, il popolo meridionale dai Borboni ai Piemontesi. Altro che liberazione!

Così l’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella piemontesizzazione” della Penisola e fu realizzata dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri –da Cavour in primis- dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud -il blocco storico gramsciano– contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud;  contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.

   C’è di più: si realizzerà un’unità centralista e accentrata, tutta giocata contro gli interessi delle periferie e delle mille città e paesi che storicamente avevano fatto la storia e la civiltà italiana. E a dispetto della gran parte degli intellettuali che erano allora federalisti e non unitaristi.

Garibaldiultima modifica: 2013-08-30T09:11:42+02:00da zicu1
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