Sardinia in limine mortis

 La Sardegna

è alla fame

e la protesta

va in piazza


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di Francesco Casula

Scioperi generali e scioperi della fame. Quotidiani sit-in davanti ai palazzi del potere. Migliaia di sardi irrompono nelle strade e occupano le piazze. La rivolta dilaga. Diffusa. Ubiquitaria. Contro le caste e le cricche. Contro le politiche del governo sardo e di quello italiano. Contro i radar e il Galsi. Contro la politica da usura e da strozzinaggio delle banche. Contro Equitalia che sequestra le aziende, mettendo sul lastrico intere famiglie.

A protestare, con un obiettivo precipuo: il lavoro, è un intero popolo. E non solo i tradizionali soggetti sociali: operai, pensionati, giovani. Anche chi nel passato non era aduso: la cosiddetta middle class; le partite IVA, i lavoratori autonomi. Assistiamo infatti a una radicale scomposizione delle classi sociali. Verso il basso. Verso una vera e propria proletarizzazione e impoverimento. Di contro aumenta la ricchezza: di pochi. Sempre più ricchi e sempre più pochi. Il dato viene registrato impietosamente dalle fredde statistiche: in Italia il 50% della ricchezza è in mano al 10% della popolazione.

E poi protestano i precari: sempre più numerosi. Senza presente e soprattutto senza futuro. Prodotto di leggi insane. E i disoccupati: ormai al 13%: il doppio della media italiana. Per non parlare dei giovani di cui uno su due non lavora. Con i laureati e le “eccellenze” che emigrano.

E intanto l’intero tessuto produttivo sardo è sostanzialmente in liquidazione: da quello industriale a quello agro-pastorale. E i poveri hanno raggiunto la cifra record: sono 350 mila. Mentre i paesi continuano a spopolarsi ed estinguersi.

E la Sardegna, l’Isola dalle vene d’argento (Argyròflebs) di Platone, un tempo incontaminata, risulta oggi, a parere Greenpeace, la regione più inquinata d’Italia.

A fronte di questi drammi, la politica continua a danzare sull’orlo del baratro: la Giunta regionale sembra interessata più al golf e alla ulteriore cementificazione delle coste che al lavoro dei giovani; il Governo italiano a continuare a taglieggiare le piccole imprese e i già miseri redditi –e diritti- di lavoratori e pensionati.

L’urlo unanime e inconfondibile dei 60 mila allo sciopero di Cagliari era: Basta! Che si cambi radicalmente rotta. La pazienza è finita. Il conflitto sociale, fin’ora contenuto e misurato può debordare pericolosamente. I politici nostrani e italiani ne sono consapevoli?

Pubblicato come editoriale in prima pagina su Sardegna quotidiano del 13-11-2011

Sardinia in limine mortisultima modifica: 2011-11-13T10:36:00+01:00da zicu1
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