Studi Angioy

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ultima parte

dalla programmazione autonoma, e la delega anche all’attuazione, in sostanza la legge stessa prevede una serie di blocchi per cui sembra piuttosto doversi parlare di una programmazione e di una attuazione condizionate. Può dirsi, questa, una programmazione autonomista, dinamica, effettivamente (non soltanto verbale) democratica, sinceramente regionalista? Si tratta d’una pianificazione “arbitraria”, di vertice, non di base, senza controllo sociale né all’origine né per i risultati. Se poi si guarda al rapporto tra la programmazione regionale sarda (nella specie della legge 588) e la programmazione macroeconomica nazionale, la prima è stata egemonizzata e condizionata dalla seconda alla quale – volente o nolente – si è dovuta arrendere nella logica del sistema centralistico e autoritario dello Stato. Circa la sfera di attuazione del Piano, i blocchi non sono stati meno cogenti. La progettazione è conformata su schemi fissi, su “modelli nazionali”. L’assistenza tecnica in agricoltura delegata delle Regioni agli organi burocratici della Cassa del Mezzogiorno, senza che possa intervenire nelle direttive e nel controllo in quanto si interferirebbe su organi e direttive riservate allo Stato. L’Ente di sviluppo, strumento “estraneo alla Regione”, un tabù dello Stato dal quale dipende in orientamenti e forme di intervento tecnico (e non soltanto tecnico). Dove e come possono dunque manifestarsi la capacità politica, la volontà autonomistica, la responsabilità direzionale e di controllo, in definitiva l’autodeterminazione e l’autogoverno che sono caratteri fondamentali e obiettivi finali delle autonomie regionali? Nell’articolo 13 dello Statuto ne è contenuto e consacrato il logos, la ratio, ma, nello stesso tempo, ne risaltano i limiti e l’incompiutezza. Vi appare un’indicazione della “specialità”, dell’autonomia esclusivamente economica. Si tende a raggiungere una parità economica e di condizioni di vita con il resto del Paese, ma non un vero e proprio autogoverno. Si ignora che la storia d’un popolo non progredisce soltanto con i fatti economici e che lo sviluppo non si riduce a una semplice crescita economica. Dunque una “Rinascita” materialistica, senza anima, senza identità, senza il supporto di valori immateriali (di stirpe, di lingua, di costumi). Un’attenzione volta soltanto al plafond strutturale, senza la base etnico – etico – culturale, non avrebbe potuto realizzare progresso, emancipazione, protagonismo, il “fare da sé” in libertà pur senza chiudersi al respiro del mondo. A parziale discolpa di questo Statuto “moderato”, va detto che nasceva come una sorta di acquisizione ereditata, un punto di arrivo, un passato, quasi la definizione politica d’un processo concluso. Radici, ma non ali. Per di più si usciva da una guerra perduta, da macerie, da lacerazioni dei partiti riemersi, dalla presenza nella Costituente di esponenti d’un tessuto sociale polimorfo, prevalentemente piccolo borghese, con dirigenza costituita in maggior parte da elementi di borghesia intellettuale e professionale, e da rappresentanti, tutt’altro che coesi, del mondo contadino e operaio; l’insieme, se non impreparato, scarsamente attrezzato a realizzare il sogno ambizioso dell’autogoverno. 21 – L’attenzione dei primi governi regionali fu indirizzata alla valorizzazione delle tradizionali risorse locali, agro-pastorali e miniere. Non poté esperirsi, per opposizioni del governo nazionale e interne, l’offerta americana della Fondazione Rockfeller, in tecnici, attrezzature e liquidità per concorrere a realizzare in certi settori il Piano di Rinascita. Ci vollero dodici anni per l’evento di questo Piano, col disegno di legge del Consiglio dei Ministri del 17 giugno 1961, modificato con legge del 17 giugno 1962. Il Piano fu accolto con favore, nonostante gli obiettivi si appiattissero sui contenuti generali della politica meridionalistica, fossero troppi e scarsamente coordinati gli organi che vi avevano parte e fosse dislocato il potere decisionale locale riguardo al tipo di industrializzazione rivolta in modo prevalente se non esclusivo alla monocoltura chimica e petrolchimica, chiusa in alcuni “poli di sviluppo”. Altri erano gli enunciati originali del Piano che teneva conto dell’equilibrio tra il comparto industriale e quello agricolo ora penalizzato, come limitata a poche aree l’occupazione, ipotizzata diffusa. La Regione non risultava preminente soggetto di attuazione né completi erano gli strumenti attuativi, scarso il decentramento, insiti nell’organizzazione i pericoli di burocratizzazione e lunghi (venti anni) i tempi di realizzazione. Nel modello dei “poli” petrolchimici, calato dall’alto e dall’esterno, senza l’accertata congruità ambientale e culturale, il sottosviluppo che si voleva nelle intenzioni eliminare, non poteva uscire dalla sua condizione in quanto antitesi necessaria dello sviluppo. Difatti, acquisite le relazioni della Commissione speciale per il Piano di Rinascita sull’indagine della situazione economica e sociale delle zone interne a prevalente economia pastorale e sui fenomeni di criminalità ad esse connessi, nel 1968, il Consiglio regionale, dibattendo nella primavera del 1969 il IV Programma esecutivo del Piano di Rinascita a chiusura della V° legislatura, costatava che gli interventi attuativi non avevano procurato che una crescita di pura facciata. Il Piano non faceva giustizia, con effetto liberante, anzi nascondeva l’insidia d’una ulteriore subordinazione dell’isola. Il che non era davvero esaltante per l’autonomia. Né rincuorante sullo stato dell’isola appariva la relazione generale presentata alle Camere il 29 marzo 1972, dalla Commissione parlamentare d’indagine sui fenomeni di criminalità in Sardegna. La Commissione rilevava la mancata “aggiuntività” che era tassativa nella legge 11 giugno 1962, n. 588, dei 400 miliardi; il mancato coordinamento tra tutte le iniziative programmando tutte le risorse per cui gli squilibri territoriali e sociali si erano aggravati a causa della politica dell’accentramento in poli di sviluppo; la lentezza della spendita dei 400 miliardi, con gli investimenti proiettati soprattutto sull’industria di base petrolchimica (dei 330 miliardi programmati fino al 31/12/1970: 116 all’industria dei poli petrolchimici contro i 92.500 per l’agricoltura); lo svuotamento anche demografico delle zone interne che si è ipotizzato di frenare col terzo polo petrolchimico della media valle del Tirso a Ottana; la marginalizzazione sulle coste del turismo, escludendo quasi del tutto il turismo montano. 22 – Di grande rilievo l’avvertimento sulla necessità di evitare l’impatto violento tra cultura locale e cultura industrializzata per cui la crescita pastorale potrebbe diventare un meccanismo contro la conflittualità causa pur essa di comportamenti devianti. Posizioni ben diverse, per non dire di condanna, queste della Commissione parlamentare, da quella di un alto teorico della programmazione isolana, nel 1968, in periodo di pieno trionfalismo industrialistico. Egli afferma perentoriamente la necessità e l’urgenza di travolgere il mondo pastorale legato a pratiche delittuose e di puntare esclusivamente su industrie ad alta tecnologia; di evitare il ricorso alle tradizionali industrie trasformatrici dei prodotti agricoli; di procurare un intervento moderno completamente alienato dall’ambiente circostante; di travolgere i gruppi di potere locale, la “piccola borghesia economica locale”. Il “miracolo industriale” unico mezzo ed esclusivo termine di sviluppo e di rinascita della Sardegna e dei sardi. Si oppone, d’altra parte, che l’industrialismo è un fatto nuovo, una realtà, che non va esaltata ma nemmeno denigrata da posizioni arretrate e conservative. Bisognerà introdurvi una misura morale che superi il gretto economicismo per coordinarsi in un rapporto corretto, col retroterra umano contadino e pastorale che è pronto anche a contrastarlo e rifiutarlo. Si auspica un’interazione pacifica tra le due culture urbana e rurale, l’una borghese – capitalistica e l’altra preborghese e comunitaria. Da evitare un’acculturazione violenta così da essere immaginata – e di fatto realizzata – come un fatto di colonizzazione. Il discorso si riferiva in particolare e soprattutto al terzo polo petrolchimico, quello della piana di Ottana, area destinata in origine ad agricoltura irrigua e pastorizia stanziale. L’evento industriale di base – di Stato e privato – vi si era intromesso in modo improprio, per non dire traumatico. Ottana nello scenario petrolchimico era un’anomalia, una scheggia deviata, e già all’origine a rischio. La collocazione nel cuore d’una struttura antropologica “arcaica” con una società comportante valori ma anche disvalori che l’industria avrebbe dovuto risanare, ancorata a codici e a regole comportamentali, a ritmi di vita e di lavoro diversi se non contrastanti la cultura di “fabbrica”, non poteva non porre dei problemi al di là delle speranze e dello stesso ottimismo che pure si erano ingenerati in molti (non in tutti). L’anomalia, l’eccezione “Ottana”, e la mescolanza e la divaricazione, il contrasto interiore e intellettuale sino alla polemica accesa tra le due culture (tra padroni e operai) si rivelarono via via nel percorso dell’attività industriale. Il personale operaio, derivante dal bacino “barbaricino”, portava nella fabbrica lo spirito di indipendenza e il mito eroico del balente che, uniti alla socialità di classe, lo rendevano naturalmente “antagonista” rispetto alla dirigenza. Non accettava la sudditanza al sindacato avendo punto di riferimento e di azione, assai dura, nel Consiglio di fabbrica. Vivevano in lui due anime, quella dell’operaio e del pastore. Alternava la tuta al gambale, alla frontiera tra stivale e mocassino. Rifiutava l’albergo operaio a bocca di fabbrica per riportarsi quotidianamente al focolare domestico nel paese anche lontano dove si è mantenuto un po’ di pecore caso mai servissero in tempi bui (ciò che poi è avvenuto). Aperto alle ali del nuovo, non tradisce le radici. La gente dice che Ottana è una “cattedrale nel deserto”, ma lui si conforta perché la vede circondata, in funzione salvifica da “cori” di pecore. L’eccezione Ottana fallisce nel processo di “verticalizzazione”, nelle industrie derivate “a valle” del “polo”. Queste vengono rifiutate (Lula), o vedono presto spente le ciminiere (Bitti) o le fabbriche iniziate sono subito interrotte, configurando con i lacerti murari un paesaggio ruderistico (Sarcidano). Il “miracolo industriale” a Ottana diventa luttuoso, tale da meritare un epicedio. 23 – Proprio quando, nel 1968, si presenta nell’isola la novità dell’industrialismo, che accende entusiasmi di sviluppo e di progresso, si avverte un allarmante abbassamento della temperatura regionalistica. Una parabola discendente, un grave momento di crisi proveniente dall’esterno e complicato da difficoltà interne che determinano confusione e scetticismo nella gente. L’Istituto autonomistico, la Regione statutaria è sfiduciata dalle popolazioni scarsamente sensibili ai suoi problemi fondamentali e alle attività delle sue rappresentanze politiche. Alla perdita della vocazione regionalistica e autonomistica corrisponde, all’opposto, qualunquismo e nostalgie “unitariste”. Vale la pena registrare alcune voci del dissenso autonomistico, nel 1969. Un esponente cagliaritano del movimento studentesco: “La Regione con l’autonomia è un organismo di mediazione e di equilibrio per la classe degli sfruttatori”…”L’autonomia appare come il simbolo del potere, e non come una meta da raggiungere”… “Parlare di rilancio dell’autonomia non ha interesse”. Altre definizioni dell’autonomia: “folklore”, “pseudoproblema”, “svago di colletti bianchi”, “strumento di repressione”, “necessità dello Stato borghese”. Infine la contestazione alle linee politiche autonomistiche tradizionali. Ecco la critica d’una frangia deviazionistica del maggior partito dell’opposizione di sinistra alla politica “di unità autonomistica”: “E’ fallita la politica di unità autonomistica basata sull’ipotesi di derivazione sardista di unità di tutto il popolo sardo contro lo Stato sfruttatore”. Questa frase rimbalza, come tolta di peso, in un recente documento di un noto “Centro di cultura” cagliaritano, che raccoglie gruppi di intellettuali dei vari “dissensi”. Più in generale, tra i giovani, vi è indifferenza, per non dire noia, verso il tema autonomistico. La loro tensione si indirizza ai grandi universali temi di fondo del mondo contemporaneo, stemperando il regionalismo e il nazionalismo (e lo stesso concetto di nazionalità) nell’ecumenismo, nuovi ideali comuni alla gioventù intellettuale di quasi tutti i Paesi, sviluppati e sottosviluppati. 24 – Posizioni e dichiarazioni queste (ed altre negative) che non possono non allarmare e preoccupare gli autonomisti, intellettuali e politici, lo stesso Consiglio regionale direttamente investito dalla querelle. Esse invitano al dibattito e sollecitano misure di guardia e di rinnovamento. Sono gli intellettuali di diversa estrazione ideologica, a muovere per primi, già dal 1967, la discussione nelle loro Riviste: “Rinascita sarda”, “Il Democratico”, “Ichnusa”, “Autonomia Cronache”. Il tema in discussione è ancora una volta, la “questione sarda” e la costituzione regionalistica fondata sull’autonomia e la democrazia. In “Rinascita sarda”, si pone l’esigenza di superare il regionalismo inteso nella funzione soltanto negativa di argine di resistenza allo Stato italiano, ed emergono tre teorizzazioni in proposito: regionalismo come strumento per rafforzare l’unità dello Stato (G. Sotgiu), sardismo – paraindipendetismo (A. Congiu), “questione” nell’esclusivo spazio culturale fuori dalle ortodossie ideologiche e partitiche. L’esperienza del “Democratico” è volta a introdurre nella politica regionale e nel contesto culturale dell’autonomia forze giovani urbane e rurali (e specie rurali) superando la vecchia generazione politica di estrazione soprattutto cittadina (“Giovani turchi”). “Ichnusa” si propone di aprire un dialogo culturale sui problemi molteplici della “questione” e farla andare avanti in un marcato e sempre presente rapporto politica – cultura. Necessità di sprovincializzare la politica tradizionale e accettare l’industrialismo e la civiltà tecnologica, denunziando, nel contempo, i pericoli per la società sarda del neocapitalismo avanzato, giunto anche nell’isola. In “Autonomia – Cronache”, la “questione” è vista come ricerca all’interno dell’isola di concezioni, motivi e fattori validi originali per rinfrescare e vivificare, oltre che caratterizzare di sardo, l’autonomia. Punto nodale è quello dell’individuazione e del riconoscimento d’una realtà storico – culturale nativa, quale è l’area arcaica delle zone interne e, più in particolare, l’area barbaricina, cioè l’area dell’autentico sardismo etnico e culturale, incrostato di folklore, cioè di cultura popolare. 25 – Nella seduta del Consiglio regionale del 2 ottobre 1967, il Presidente, democristiano, Giovanni del Rio pone in termini espliciti ed ufficializza il tema del separatismo sardo. Questo viene ripreso nel quotidiano sassarese del 10 ottobre dall’intellettuale leader del Partito sardo d’azione Antonio Simon Mossa, inteso come ratio per una nuova spinta autonomistica del popolo sardo. Autonomia politica, indipendentismo e separatismo – egli scrive – hanno lo stesso significato. Più tardi, in “Sardegna Libera”, (Sassari, a.1, n.2, aprile 1971, p.8 sgg.), precisa il suo pensiero politico che in parte ricalca quello di C. Bellieni e E. Lussu. Vi si riconoscono anche stimoli dell’azionismo risorgimentale applicato alla Sardegna e fermenti di oltranzismo sindacale – rivoluzionario, in una prospettiva di Stato repubblicano italiano federalista, tendenzialmente proteso all’autonomia politica (quasi all’indipendentismo) dell’isola, fondata sulla riforma sociale di tipo “laborista”. Il movimento di riscatto sardo, la rivoluzione sarda, coincide con quello mondiale dei popoli oppressi dal colonialismo. Ha il significato non solo di emancipazione economica e sociale di una classe (il proletariato sardo) ma anche, se soprattutto, di libertà dell’intero popolo sardo: cioè ha senso etnico, etico e culturale, oltre che politico. Se ciò non si potrà ottenere con una riforma costituzionale, è da realizzare per altre vie: la resistenza passiva e la non obbedienza (violenza armata). Accogliendo in parte queste tesi del Simon Mossa, la frazione degli indipendentisti del Partito sardo d’azione si danno appuntamento a Lula, il 26 novembre 1967. Qui viene definita la linea ideologica e strategica del sardismo in seno istituzionale e sociale, concependo l’unificazione sul terreno degli schieramenti e legittimando la posizione indipendentistica. La maggioranza dello stesso Partito, assente la minoranza, nel congresso, celebratosi nel salone della Fiera di Cagliari nel 24/25 febbraio 1968, approva un nuovo statuto del Partito in senso federalistico che abbia come meta il riconoscimento dell’autonomia statuale della Sardegna nell’ambito dello statuto italiano concepito come Repubblica federale, e nella prospettiva della Confederazione europea. 26 – Se con la riforma statutaria del proprio partito i Sardisti non si riconoscono più, in conseguenza, nello Statuto regionale del 26 febbraio 1948, questo viene contestato e ritenuto superato da loro e da altre forze e voci politiche nel Consiglio regionale. Uno Statuto speciale – si dice – involutosi e degradato, “normale”, anzi più normale degli statuti normali delle Regioni ordinarie, da poco costituitesi e già funzionanti con poteri maggiori e adeguati ai tempi, di quelli – infimi – contenuti nella Carta sarda. Nel raggiunto assetto regionalistico dello Stato italiano, perché la specialità sarda abbia senso e prospettive sicure e manovra di libertà, urge rompere la situazione di stallo e di conservazione delle strutture politiche – giuridiche in atto con mutamenti costituzionali. Occorre seguire una nuova via e stabilire un ordine nuovo, dare vero significato ed effetto all’autonomia, alla rinascita, alla liberazione, uscendo dall’esperimento dell’autonomia statutaria conseguita, ormai lontana ed obsoleta, prevalentemente burocratica e di mediazione, per attingere un vero potere, governare in stato di sovranità. Con questi intenti, in seduta del Consiglio regionale del 22 ottobre 1971 (IV Legislatura), furono presentati, da varie parti, ordini del giorno a conclusione del dibattito sui rapporti tra Stato e Regione. Vi si espressero istanze per prospettare al Parlamento nazionale i problemi relativi alla mancata attribuzione alla Regione sarda delle maggiori competenze di cui all’art. 117 della Costituzione al fine di predisporre adeguate iniziative politiche e giuridiche. Nel ripensamento critico dell’autonomia legato strettamente alla revisione dello Statuto speciale sardo, anche per rendere integrale l’attuazione dell’ordinamento regionalistico dello Stato previsto dall’art. V della costituzione repubblicana, si faceva sollecitudine per costituire un Comitato di esperti di diritto costituzionale da affiancare a una Commissione della Regione. Ciò al fine di elaborare un nuovo testo di Statuto speciale per la Sardegna da proporre alla discussione e alla approvazione dell’Assemblea. 27 – Il 28 febbraio del 1971, mentre nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo cagliaritano va sbollendo l’ira devastante degli studenti del ’68, il Consiglio dei docenti – sardi e peninsulari unanimi – firma un documento in allora esplosivo e che richiama l’attenzione dei servizi segreti. La Facoltà è invitata, al fine di promuovere i valori autentici della cultura isolana, primo fra tutti quello dell’autonomia e provocare un salto di qualità senza un’acculturazione di tipo colonialistico ed il superamento dei dislivelli di cultura, ad assumere l’iniziativa di proporre alle autorità politiche della Regione autonoma e dello Stato il riconoscimento della condizione di minoranza etnico – linguistica per la Sardegna e della lingua sarda come lingua “nazionale” della minoranza. Di conseguenza è opportuno disporre tutti i provvedimenti a livello scolastico per la difesa e la conservazione dei valori tradizionali della lingua e della cultura sarde. In ogni caso tali provvedimenti dovranno comprendere, a livelli minimi dell’istruzione, la partenza dall’insegnamento del sardo e dei vari dialetti parlati in Sardegna, l’insegnamento nelle scuole dell’obbligo riservato ai sardi e a coloro che dimostrino un’adeguata conoscenza del sardo, e di tutti quegli altri provvedimenti atti a garantire la conservazione dei valori tradizionali e della cultura sarda. La delibera del Consiglio vuole essere un’iniziativa motivata per realizzare in Sardegna una vera scuola, una vera rinascita, in un rapporto di competizione culturale con lo Stato, che arricchisce la nazione. La delibera dei docenti della Facoltà di Lettere anticipava di un anno le considerazioni sulla cultura e la scuola in Sardegna, fatte dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni di criminalità nell’isola. Sarebbe un errore – si scriveva – il ritenere che il compito della scuola in Barbagia, debba essere quello di mortificare o addirittura di uccidere la cultura barbaricina, opponendo modelli stranieri i quali, adeguati ad altre realtà, servirebbero soprattutto ad acuire i contrasti. Si giudicava necessario che i sardi conservassero e facessero agire le esperienze e le tradizioni, cioè confrontandola col patrimonio culturale del mondo contemporaneo. E si auspicava una scuola che non sradicasse i sardi dal loro ambito, ma, al contrario, li mettesse nelle condizioni di meglio comprendere gli autentici valori, anche ai fini professionali e di lavoro da esercitare in un particolare terreno quale quello isolano. Il giorno 27 settembre del 1971, stimolati dal documento del Consiglio della Facoltà di Lettere, sardisti di ogni colore decidevano a Nuoro, nel circolo culturale “L. Milani” di costituire l’ “Associazione per la difesa della lingua e della cultura sarda”. Al termine dei lavori, fu approvato un testo nel quale, fra l’altro, si richiamava il Governo nazionale ad applicare alla Sardegna l’art. 6 della Costituzione italiana che “tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”. 28 – L’autorità politica e il Consiglio regionale non potevano rimanere estranei al nuovo clima che per l’autonomia e la rinascita poneva a fondamento e spinta la cultura sarda, ignorata in precedenza. Nella seduta del Consiglio regionale del 24 marzo 1970, consiglieri di parti diverse considerano essere giunto il momento di attivarsi per avocare alla Regione, con la modifica dello Statuto, almeno la competenza in materia dell’istruzione primaria e della scuola dell’obbligo. Nelle scuole di Stato non si tiene conto delle radici, anzi le si ignora e le si disprezza. Vi è in atto una sottile manovra di desardizzazione, con l’emarginare la lingua, la cultura, i costumi, i valori locali che costituiscono la sorgente primitiva dell’autonomia politica e di tutte le libertà. Una scuola di base regionalizzata può scongiurare i pericoli di attentato alla nostra entità minoritaria. Può, inoltre, risolvere il problema congiunturale dell’occupazione intellettuale e quelli sostanziali che si riferiscono all’organizzazione e alla diffusione della scuola in Sardegna, secondo ben precisi parametri fissati dalla Regione sulle linee d’una politica avanzata e aperta, salva l’autonomia della docenza. Insomma una nuova cultura per una nuova Regione, impegnata e calata nella realtà della società sarda sin nei luoghi più remoti, a livello di popolo che sente e sa il valore culturale, fondamento della sua identità. Vanno oltre l’istanza di competenza primaria nelle scuole elementari e dell’obbligo le sollecitazioni per l’autonomia emerse nella seduta del Consiglio del 25 gennaio 1972. Si chiede la pari dignità di lingua sarda e lingua italiana, il bilinguismo perfetto; il riconoscimento della Sardegna come entità etnolinguistica minoritaria, in base all’articolo 6 della Costituzione italiana; la liberazione del colonialismo dei mass media nazionali e la regionalizzazione della TV. 29 – Nell’intento di restaurazione dell’autonomia languente, il Governo regionale, conta anche su due strutture culturali. Con la legge 11 agosto 1970, n. 20, sostenta con specifico finanziamento, la scuola di specializzazione in studi sardi annessa alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, istituita con D.P.R. del 20 maggio 1966, n. 431. La scuola si propone di studiare la realtà sarda negli aspetti culturali e politici, promuovendo le conoscenze con una corretta divulgazione che esca fuori dalle chiuse accademie. Vuole concorrere alla formazione di quadri intellettuali, su base regionale, dai quali estrarre elementi d’una nuova classe dirigente atta a risolvere la crisi dell’autonomia e a rilanciarla dando un tono alto alla politica di rinascita. Con la legge regionale n. 26 del 5 luglio 1972 nasceva a Nuoro l’Istituto superiore regionale etnografico con gli annessi Musei del Costume (avente il nuovo titolo di Museo della vita e delle tradizioni popolari) e della Casa Grazia Deledda, nel centenario della nascita della grande scrittrice nuorese. L’Istituto voleva essere una risposta culturale alle indicazioni della Commissione parlamentare sui fenomeni di criminalità nell’isola, e in particolare nelle zone interne, con una struttura destinata a studiare i problemi che affannavano il cammino di quell’area arcaica, a cultura barbaricina, e a dipanare le cause della sua questione all’interno della generale questione sarda. Si trattava di approfondire lo studio di quella singolare zona antropologica, a forte connotazione tradizionale, che, nel momento, veniva a incontrarsi e scontrarsi con la cultura dell’industrialismo, con effetti positivi ma anche perversi. 30 – Da quanto detto appare che gli anni 1968/1972 segnano da una parte il tormento dell’autonomia e dall’altra la percezione della crisi e il proporsi di intenti, taluni radicali, e di atti, se pur pochi, ora fondati sulla base culturale, che si ritengono rigeneratori, per nuovi percorsi, dell’istanza autonomistica. In questa prospettiva, pur permanendo la crisi generale del meccanismo di sviluppo, l’insufficienza dei programmi, la stretta internazionale, il governo regionale del tempo, abbandonata la linea politica remissiva, della così detta “contestazione” del”66, nel 1974 apriva decisamente la vertenza Sardegna nei confronti dello Stato diventato “separatista” alla rovescia rispetto alla Regione. Si poneva in veste nuova la “questione sarda” non ancora risolta. Nonostante così buoni auspici, il quadriennio 1974-1978 non riesce a produrre e a stabilire un diverso e più avanzato rapporto con lo Stato, una dialettica efficace. L’incipiente degenerazione del tessuto dei partiti tendenti ad accordi di vertice, l’assemblearismo, i blocchi strumentali portano i governi a impigliarsi in una rete regressiva da cui non riescono a uscire, adagiandosi in un alternarsi di pure formule: dal centro sinistra al monocolore, in quelle della “non sfiducia”, dell’intesa, della “unità autonomistica di base sardista”, del “compromesso in fiore”. Condizione, dunque, di governo regionale di instabilità e di indecisione, se non di stallo, indisponibile a raccogliere, non si dice a soddisfare, la domanda di autonomia che saliva forte e diffusa dall’esterno: da circoli di intellettuali “disorganici”, da movimenti politici estrapartitici, da frange volontaristiche della società sarda. 31 – In data 16 dicembre 1974 il Preside inviava una lettera ufficiale a tutti i Sindaci dei Comuni della Sardegna, richiamando l’attenzione sul documento della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo di Cagliari del 19/02/1971, per esprimere un parere o un’adesione all’iniziativa della Facoltà. Nel corso del 1975 e 1976 pervennero delibere di adesione di 28 Consigli comunali delle 4 Province dell’isola. Si dovevano inoltre registrare una serie di altri consensi e iniziative del mondo della scuola e dei circoli e federazioni culturali. Nell’autunno del 1975, a Ozieri, si costituiva un Comitato provvisorio di iniziativa e coordinamento per la lingua e la cultura sarda con successivi incontri a Ozieri, San Sperate e Bauladu. All’atto della costituzione il Comitato predispone una bozza di statuto della costituenda “Associazione per la lingua e la cultura sarda”. Negli anni 1975 e 1976 è stato vivo e notevolmente animato il dibattito, a serrato confronto, nei quotidiani e periodici dell’isola, con interventi assai significativi e incidenti sulla conoscenza della questione. In questi atti di istituzioni decentrate, a livello locale, e nelle iniziative nelle sedi scolastiche e negli spazi culturali, si coglie da una parte una posizione politica e dall’altra il formarsi d’una opinione di massa che preme sull’istituto regionale perché si attivi nel rivendicare il riconoscimento di minoranza etnica – linguistica per la Sardegna e la tutela, anche attraverso l’insegnamento nelle scuole di ogni ordine e grado, della lingua e della cultura sarda. Ma ben più forte e decisiva è l’azione di stimolo e di spinta propulsiva alla Regione, dovuta al sorgere e costituirsi del movimento “nazionalitario” o “movimento di autocoscienza nazionale sardo”. Vengono infatti superati il sardismo storico del partito sardo d’azione e il sardismo concepito come base dell’unità autonomistica dei sardi. Il movimento si nutre di contenuti etnici, morali, politici, storici, dei valori della “diversità” e di “identità”, caratteristici e fondanti in una terra riconosciuta quale “nazione” a sé stante nello Stato italiano. E’ questo movimento, sono i gruppi di estrazione ideologica e culturale diversa che lo compongono – Su Populu Sardu, Sa Sardigna, Nazione Sarda, Sardegna Europa, “Forze Nuove” che fa capo al periodico “Il Popolo Sardo”-, i “paladini”, i “cavalieri”, i “signori dell’autonomia”, in termine di autodeterminazione del popolo sardo. E’ dal Movimento nazionalitario sardo che, elaborata e poi presentata e approvata a Nuoro nel dicembre del 1977, viene la proposta di legge “Iniziativa legislativa del Consiglio regionale della Sardegna dinanzi al Parlamento a norma dell’articolo 51 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. l, a presentare al Parlamento una proposta di legge per la tutela della Minoranza linguistica sarda in applicazione dell’art. 6 della Costituzione della Repubblica. Si chiedeva il riconoscimento al sardo degli stessi diritti della lingua italiana nonché il suo uso non soltanto nella scuola ma anche negli organi e uffici della pubblica amministrazione e nelle adunanze degli stessi (Regione, Province ed altri enti locali). Il 13 luglio del 1978 la proposta di legge fu presentata al Consiglio regionale, accompagnandola con 13.540 firme di elettori. Ma in aula non ebbe il consenso dei Consiglieri. Veniva così a scoprirsi (al di là degli infingimenti) quanto in basso fosse scesa la temperatura dell’autonomia divenuta un orpello in quel consesso e la pochezza dei componenti privi di cultura autonomistica e, peggio, senza coscienza nazionale, senso di appartenenza e orgoglio di sardi. Lo stesso Consiglio credette di rimediare il malfatto, dopo 4 anni, il 9 aprile 1982, con un provvedimento legislativo di iniziativa consiliare, anodino, criptico e già in partenza inefficace, affermante il principio di parità giuridica della lingua sarda rispetto a quelle italiana. Chiedeva inoltre al Parlamento italiano il riconoscimento del sistema del bilinguismo e la sua attuazione successiva con la legge della Regione, cosa costituzionalmente impraticabile. Netto rifiuto, a stragrande maggioranza, nella prima Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati, in quanto la legge regionale andava oltre il concetto di tutela dell’articolo 6 della Costituzione e anche – è da presumere – per “l’imbroglio” di quel tardivo e immaturo parto legislativo. 32 – Tale era la situazione quando, svegliata dalla Commissione europea, la Regione si indusse a celebrare a Nuoro e poi ad Alghero, dal 2 al 5 di ottobre del 1986, un convegno con tema “Lingue diffuse e i mezzi di informazione: problemi delle radio – televisioni”. Il convegno fece voti perché il governo italiano volesse ascoltare le istanze prodotte da movimenti di minoranze etnolinguistiche, come la sarda, aspiranti ad un appagamento delle ragioni della loro identità storica e al loro riconoscimento. Ciò si chiedeva tenuto conto anche del voto del Parlamento europeo che, nella seduta del 16 ottobre 1981, aveva approvato la proposta di risoluzione su d’una Carta comunitaria delle lingue e delle culture regionali e una Carta dei diritti delle minoranze etniche. Il parlamento europeo si rivolgeva ai governi nazionali e ai poteri regionali invitandoli a porre in opera una politica nei campi dell’istruzione, dei mezzi di comunicazione di massa, della vita pubblica e dei rapporti sociali. Indicava inoltre alla Commissione (ossia al Governo) della Comunità europea di prevedere, nel quadro dell’educazione linguistica, progetti – pilota destinati a verificare i metodi di educazione plurilinguistici e raccomandava che il Fondo regionale finanziasse progetti rivolti a sostenere le culture regionali e popolari e a soddisfare le aspettative delle minoranze etniche e linguistiche europee. Per di più, il Parlamento europeo riteneva che la presenza dei mezzi di comunicazione di massa, tanto potenti, fossero indispensabili per un buon esito e, in generale, perché le minoranze etniche – linguistiche avessero strumenti di sostegno e di comunicazione delle loro culture. Si doveva assicurare, dove non ancora possibile, il diritto delle minoranze ad accedere alla radio e alla televisione con programmi autonomi e nella propria lingua, non limitati ai notiziari, ma estesi a tutti i settori nei quali le minoranze possono manifestare, nel confronto aperto, le loro specifiche culture. Nonostante le istanze, raccomandazioni, proposte emerse nel Convegno internazionale di Nuoro – Alghero, l’odissea della lingua sarda continuò senza ascolto. Soltanto nel 1989 fu presentato al Consiglio regionale della Sardegna un disegno di legge su “Lingua e cultura sarda”. Cadde in assemblea. Sui consiglieri più che la lingua poté la caccia al voto per la successiva legislatura. Nuova proposta su “Lingua e cultura” nel 1994, approvata dal Consiglio regionale con risicata maggioranza, respinta dal Governo italiano e dalla Corte Costituzionale alla quale la Regione aveva ricorso. Infine, nuovo testo di disegno di legge nel febbraio del 1995, approvato dal Consiglio con i voti dell’intera maggioranza e di gran parte della minoranza. Approvato anche dal Governo italiano nel 1997, dopo venti anni dalla prima proposta di legge nazionale di iniziativa popolare del 13 luglio 1978. 33 – La legge regionale n. 26 del 15 ottobre del 1997, consente di riconoscere qualche merito alla Regione, dopo tante incomprensioni, opposizioni e demeriti. Al fine ha risposto agli stimoli e alle insistenze venute da forze culturali e politiche, dai media, dai sindacati e da esponenti avvertiti della società civile sarda. Insomma, la coscienza dei valori di radice ha toccato anche l’istituto regionale per lungo tempo inerte e sordo agli appelli. E’ riemerso dal profondo delle origini il valore dell’identità del popolo sardo. Una vittoria dell’autonomia innata nel codice genetico dei sardi. A fondamento della legge n. 26 sta “l’assunzione dell’identità del popolo sardo come bene da valorizzare come presupposto fondamentale di ogni intervento rivolto al progresso personale e sociale”. Come “bene fondamentale” la lingua sarda è inscritta nell’articolo 2 del titolo I, riconoscendole “pari dignità rispetto alla lingua italiana”. La Regione pone la lingua sarda quale parte integrante della sua azione politica con impegno conforme ai principi di pari dignità e del pluralismo linguistico sanciti dalla Costituzione e a quelli che sono alla base della Carta dei diritti delle minoranze etniche. Il dispositivo della legge, quanto all’insegnamento della lingua nelle scuole sarde, prevede soltanto una forma di sperimentazione sullo studio della stessa con progetti formativi da adottare nelle scuole materna, elementare e superiore, nell’ambito dell’esercizio dell’autonomia didattica. Si potrà inoltre usare la lingua sarda come strumento veicolare in tutte le aree formative, in tutti gli ambiti disciplinari, e formulare programmi educativi biculturali e bilingui. Quanto ottenuto non è di certo tutto quello che si chiedeva e si chiede. Non è appagata l’istanza primaria, cioè l’insegnamento della lingua e la lingua sarda usata anche nell’apprendimento delle varie discipline. Insomma il bilinguismo è ben lontano dalla realizzazione. Ma lingua e cultura sarda escono dalla clandestinità e sono riconosciute e garantite con un atto formale che consente di operare legittimamente nella scuola e altri spazi, seppure angusti. L’orizzonte operativo in autonomia viene ora allargato e la ragione fondamentale della rivendicazione per la Sardegna di entità etnica – linguistica minoritaria è stata soddisfatta dalla legge nazionale sulla tutela delle minoranze etniche linguistiche nel nostro paese, approvata dai due rami del Parlamento e promulgata in questo anno 1999: anno “benedetto” per lo specifico, ultimo dello sciagurato “secolo breve”. Ce ne è voluto del tempo – ventotto anni – per vincere una giusta causa sollevata dalla delibera, ormai diventata storica, della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo cagliaritano adottata il giorno 28 febbraio del 1971. Questi due provvedimenti legislativi, tanto sofferti nella lunga attesa, e che ora ci sono, segnano eventi memorabili nella storia della autonomia sarda. Essi vengono a compensare amarezze e delusioni per le non poche defaillances alternate a non molti successi della Regione statutaria di cui or e da poco, si è celebrata la ricorrenza cinquantennale con toni purtroppo non esaltanti. L’autonomia regionale, arricchita da questi nuovi e fondati contenuti, può aprirsi a compiuti traguardi, segnare una svolta uscendo dal buio che oggi la avvolge per circostanze ambientali e debolezze politiche, e rilanciarsi per operare per il bene dell’isola. Occorre superare l’attuale sconcerto, richiamandosi, per conforto, alla memoria storica e al suo percorso millenario su due “costanti”: la “costante resistenziale” e la “costante autonomistica”. Quest’ultima è assimilabile a un corso d’acqua in un terreno carsico, che per lo più fluisce all’aperto e ravviva la terra e la gente e la fa crescere liberamente, ma a tratti si ingrossa sfuggendo a cose estranee che tendono a corromperlo e ad essicarlo, per riemergere quando il pericolo è cessato. Nel senso di questa metafora, va l’augurio che la Regione sarda si imbarchi, navigando serenamente verso il III millennio, e che, giunta a quel porto, riprenda il cammino, per vie nuove, e le opere sino a quando, sentendosi giunta al termine, si tramuti da Regione in Nazione. La rifondazione dell’Università di Sassari e il rinnovamento degli studi nel Settecento di Piero Sanna 1. La crisi culturale e l’assolutismo sabaudo Nei primi anni sessanta del Settecento, mentre il governo sabaudo si disponeva a completare la riforma delle scuole del Regno di Sardegna1, le inchieste sulle Università di Cagliari e di Sassari mettevano definitivamente a nudo le condizioni di crisi in cui versavano i due antichi atenei dell’isola. La crisi aveva radici comuni, ma la situazione dell’Università di Sassari, nella quale il locale Collegio dei gesuiti monopolizzava la direzione e la gestione accademica dello Studio generale, apparve ben presto politicamente più spinosa di quella cagliaritana, governata dalla municipalità e da una pluralità di corpi e istituzioni che finiva per renderla più permeabile all’iniziativa regia. In effetti la realtà sassarese presentava alcune vistose distorsioni che i funzionari sabaudi non esitavano a ricondurre alla debolezza delle risorse locali e soprattutto al pesante condizionamento dei gesuiti nel governo dell’ateneo: non era un caso che l’autonomia delle facoltà laiche di leggi e medicina fosse ridotta al lumicino e che l’unica parvenza di attività didattica riguardasse i corsi di filosofia e teologia. A Sassari, infatti, in base agli atti fondativi dell’antico Studio, il rettore del Collegio massimo di San Giuseppe era anche, di diritto, il rettore dell’università: sicché, in virtù della duplice carica, l’energico padre Francesco Tocco non si faceva scrupolo di governare l’ateneo come una semplice appendice della comunità gesuitica. Dalla direzione dell’università risultava pertanto sostanzialmente emarginato quell’organo collegiale, il Magistrato della riforma, composto dal governatore del Capo settentrionale dell’isola, da due giudici togati e da due rappresentanti della municipalità, che era stato istituito nel 1738 da Carlo Emanuele III proprio per imbrigliare l’operato del rettore e far sentire la giurisdizione regia negli indirizzi e nel concreto funzionamento dello Studio generale. Peraltro, nello stesso provvedimento che disponeva la costituzione del Magistrato della riforma l’assenza di un adeguato contrappeso regio all’autorità del rettore era esplicitamente indicata come il vero punto debole – naturalmente secondo l’ottica del sovrano sabaudo – degli originari statuti di età spagnola: «essere l’Università di Sassari da’ Reali nostri predecessori […] eretta nel Collegio massimo di San Giuseppe de’ padri gesuiti, senza che […] il bon governo de’ studi dipenda da un Magistrato il quale ne promuova sempre il bene, e in un tempo protegga li professori e la studiosa gioventù»2. Certo, negli anni seguenti il Magistrato della riforma fu convocato ogniqualvolta il suo parere era obbligatoriamente prescritto, ma le disposizioni che dovevano consentirgli di esercitare l’autorità regia furono sordamente osteggiate dal rettore e dai docenti gesuiti che le vivevano come indebite interferenze3. Il predominio della piccola ma agguerrita comunità gesuitica locale si faceva sentire soprattutto sul piano didattico. Appannaggio indiscusso dei membri della Compagnia erano infatti non solo le due cattedre di teologia scolastica e quelle di filosofia, di teologia morale e di sacra scrittura, ma anche quella, assai disputata e contesa, di sacri canoni, che nel passato veniva assegnata a docenti secolari, o anche ecclesiastici ma non appartenenti alla Compagnia, e che invece era ormai diventata prerogativa esclusiva dei membri del locale collegio dell’ordine. Accanto alle sei cattedre riservate ai gesuiti, solo quattro, due di ius civile e due di medicina, erano affidate a docenti laici, spesso discrezionalmente ingaggiati dal rettore e direttamente pagati dal Collegio, che dalle sue rendite era tenuto a ricavare gli «stipendia quatuor cathedraticorum externorum qui in hac Universitate ius civile medicinamque exponunt ac interpretantur»4. Raramente, però, nello Studio sassarese si tenevano lezioni pubbliche. Secondo le informazioni pervenute a Torino, alcuni corsi andavano totalmente deserti, mentre altri erano frequentati unicamente dai pochi studenti interni al collegio; i docenti gesuiti non redigevano i trattati prescritti per le lezioni, e i professori laici di legge e medicina si limitavano a ricevere gli studenti «nelle proprie case». Ce n’era abbastanza per far inorridire i magistrati e i funzionari sabaudi che avevano ben presente l’ordinato sistema dei corsi e degli esami pubblici su cui si fondava la vita accademica dell’Ateneo torinese. Eppure il distacco della concessione dei gradi accademici da un’effettiva attività di insegnamento e la sostituzione dei corsi ufficiali con un praticantato professionale basato su lezioni domestiche rappresentavano una caratteristica comune a molti atenei italiani alla vigilia delle riforme universitarie del secondo Settecento5. Era semmai l’Ateneo torinese precocemente riformato da Vittorio Amedeo II a costituire una vistosa anomalia rispetto all’infiacchita attività didattica che caratterizzava non soltanto gli atenei minori o periferici ma anche le università più importanti da Pavia a Milano, da Bologna a Roma a Napoli. Ma due particolari assai significativi, al di là dello svuotamento dei corsi universitari, attiravano l’attenzione dei funzionari sabaudi: nell’organico docente dello Studio sassarese non erano previste «né la cattedra di Chirurgia né quella di Geometria»; e – punto particolarmente dolente – il delicato insegnamento del diritto canonico era in mano a «soggetti in apparenza insufficienti»6. Insomma, la situazione, come riferiva l’autorevole funzionario della segreteria di guerra Antonio Bongino, appariva così compromessa da giustificare l’idea, attentamente esaminata dal ministero torinese, che convenisse sopprimere le facoltà di leggi e medicina per concentrare le risorse e gli interventi sull’Università di Cagliari, facendovi convergere gli studenti di ogni parte dell’isola7. La proposta presentava diversi inconvenienti, ma era la riprova del tentativo, che stava già maturando negli ambienti governativi, di affrontare la crisi dell’Ateneo sassarese all’interno di un ripensamento complessivo del sistema dell’istruzione superiore del Regno. È, in sostanza, la grande novità che contraddistingue le riforme scolastiche e universitarie degli anni sessanta del Settecento: per la prima volta nella storia del Regno i problemi della formazione delle élites dirigenti erano oggetto di un approccio tendenzialmente unitario che differenziava alcune soluzioni, ma puntava a un intervento organico e uniforme. In effetti il degrado degli studi nelle Università di Sassari e di Cagliari rifletteva una crisi culturale più profonda che durava ormai da molti decenni. I primi segni della crisi (un crescente disorientamento che aveva contemporaneamente colpito l’ateneo di Napoli e i principali centri intellettuali dell’Italia spagnola) si erano manifestati nella seconda metà del Seicento, quando il declino della monarchia cattolica e la diminuita capacità di integrazione delle sue istituzioni politiche e culturali avevano innescato un processo di decadenza che si era inevitabilmente accentuato con le tumultuose vicende della guerra di successione spagnola, dell’occupazione austriaca dell’isola, della riconquista borbonica e dell’insediamento sabaudo8. Ma, al di là delle vicissitudini dei primi decenni del XVIII secolo, la crisi d’identità dei due atenei divenne irreversibile sotto la dominazione piemontese, quando la definitiva rottura di tutti i vincoli che legavano gli ambienti culturali sardi al mondo iberico determinò il progressivo inaridimento di quei canali di scambio e di circolazione delle idee da cui la cultura accademica e le élites intellettuali dell’isola avevano tradizionalmente tratto stimoli e sollecitazioni9. In diverse occasioni, tra gli anni venti e gli anni cinquanta del Settecento, il governo sabaudo aveva dovuto registrare lo scadimento delle attività didattiche, il prevalere delle diatribe provinciali e il progressivo indebolirsi delle funzioni formative delle due università. E tuttavia i rarissimi interventi governativi non erano mai andati al di là di qualche palliativo finalizzato per lo più alla salvaguardia delle prerogative regie di volta in volta minacciate dal particolarismo municipale o dalle pretese dei gesuiti. Il problema della formazione dei ceti intellettuali dell’isola assunse un’importanza del tutto nuova a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta, quando il ministro Bogino andò concentrando sotto la sua direzione la trattazione di tutti gli affari riguardanti il regno di Sardegna. Fu allora che la necessità d’intervenire sul sistema dell’istruzione superiore divenne uno dei punti nevralgici di quel disegno riformatore che faceva leva sul potenziamento dell’economia locale e che spingeva ad affrontare con uno spirito radicalmente mutato i principali problemi della società sarda. Un nuovo protagonista, che aveva recitato fino a quel momento una parte marginale, s’imponeva prepotentemente al centro della scena: superate le incertezze e le molteplici cautele del periodo precedente, l’assolutismo sabaudo mostrava di voler mettere a frutto il suo possedimento d’oltremare e di volervi realizzare quelle trasformazioni politiche e sociali che gli ideali della pubblica felicità muratoriana e il cattolicesimo riformatore sabaudo indicavano come architravi dell’azione del principe. Nel corso degli anni Cinquanta la rassicurante fiducia nella praticabilità di un cauto e ordinato riformismo, imperniato sul ruolo dello stato nel rinnovamento dell’istruzione e nell’educazione della gioventù, aveva via via conquistato diversi settori delle élites dominanti subalpine. Sicché all’inizio del decennio successivo il governo di Torino aveva già maturato un chiaro interesse per il buon funzionamento delle università del Regno da cui dipendeva la formazione di una nuova generazione di sudditi, laici ed ecclesiastici, professionalmente preparati e capaci di collaborare con lealtà ed efficacia ai progetti di valorizzazione delle risorse dell’isola10. La stessa riforma delle scuole inferiori, affidata nel 1760 ai gesuiti e agli scolopi, richiedeva una nuova leva di maestri che padroneggiassero la lingua italiana e fossero in grado d’insegnarla insieme con le regole della grammatica e con i contenuti culturali dei nuovi programmi. Di qui la necessità di valorizzare, sulla scorta dell’esperienza subalpina più recente, non solo le facoltà tradizionali di teologia, leggi e medicina, ma anche il Magistero delle arti, nella sua duplice funzione di canale privilegiato per la formazione dei maestri e di strumento di trasmissione di saperi che, utili per diverse figure tecnico-professionali, erano insieme propedeutici agli studi specialistici11. 2. Le linee della riforma Le decisioni che condussero alla rifondazione dell’Ateneo sassarese maturarono in concomitanza con la definizione delle nuove Costituzioni dell’Università di Cagliari, promulgate il 28 giugno 1764, che vennero poi estese all’Università di Sassari con il Diploma e con il Regolamento «particolare» emanati dal sovrano il 4 luglio 176512. Le nuove Costituzioni, elaborate sul modello di quelle dell’Ateneo torinese, ridisegnavano gli organi di governo e l’organizzazione della didattica universitaria, disciplinando i compiti del Magistrato sopra gli studi e regolando la vita delle facoltà, l’organizzazione dei corsi, il conseguimento dei gradi, l’assegnazione delle cattedre e perfino i criteri per la definizione del calendario accademico. Ai ventiquattro articoli del Regolamento «particolare» era affidato il compito di integrare le Costituzioni cagliaritane, adattandole alle peculiarità della realtà sassarese, per la quale occorreva tener conto delle prerogative e del ruolo svoltovi dai gesuiti. Nel caso dell’Università di Sassari l’impostazione regalistica della riforma aveva dovuto infatti fare i conti con la strenua resistenza della comunità gesuitica locale, che richiamandosi agli antichi regolamenti dello Studio, ma più ancora a una tradizione ben consolidata, puntava a conservare la guida e il governo delle istituzioni universitarie. All’opposto, nelle segreterie torinesi e tra i magistrati del Supremo consiglio di Sardegna si era subito radicata la convinzione, saldamente ancorata all’esperienza delle riforme universitarie amedeane (e infine rinforzata dalle incoraggianti esperienze asburgiche), che l’affermazione delle prerogative del principe nel campo dell’istruzione superiore costituisse il presupposto irrinunciabile dei nuovi ordinamenti universitari. La situazione di stallo che si era profilata nel corso del 1763 (e che ritardò notevolmente la riforma sassarese rispetto a quella cagliaritana) si sbloccò soltanto nell’autunno del 1764, quando il ministro Bogino riuscì a costituire un apposito tavolo di trattative a Torino, impegnandovi direttamente un rappresentante della Provincia gesuitica sarda (che a quel tempo faceva ancora parte dell’Assistenza di Spagna), e contemporaneamente scavalcando il Collegio turritano per cointeressare al buon esito dei negoziati la Provincia lombarda, l’Assistenza d’Italia e lo stesso generale della Compagnia. Fu la mossa vincente che consentì di aprire la strada alla riforma che in base alle intese dell’aprile del 1765 poggiava su due punti fondamentali: da un lato l’impegno del sovrano a nominare sei professori gesuiti nelle cattedre assegnate alla Facoltà di teologia (sacra scrittura e lingua ebraica, teologia scolastico-dogmatica e storia ecclesiastica, teologia morale e conferenze) e al Magistero delle arti (geometria e matematiche, e logica e metafisica e fisica sperimentale, i cui titolari ad anni alterni dovevano tenere anche il corso di filosofia morale); dall’altro la rinuncia da parte dei gesuiti alla direzione della vita accademica, affidata ora, in linea con le Costituzioni cagliaritane, al Magistrato sopra gli studi e all’arcivescovo di Sassari, che assumeva la carica di cancelliere dell’ateneo, mentre la Compagnia si obbligava a mettere a disposizione le aule e gli arredi del collegio13. Si delineava, dunque, il singolare paradosso di una riforma universitaria che, all’indomani dell’espulsione dei gesuiti dalla Francia e nel pieno dell’offensiva anticuriale che agitava tutta l’Europa cattolica, riconosceva come colonna portante della funzione docente quella tanto criticata Compagnia di Gesù che era stata definitivamente estromessa dall’Ateneo torinese con le riforme amedeane e che era ormai apertamente osteggiata da diversi governi europei che la indicavano come una pericolosa centrale di sovversione e di oscurantismo. Eppure il capolavoro diplomatico del ministro Bogino, che consentiva di vincere le resistenze dei gesuiti con l’aiuto dei gesuiti, gettava le basi di una riforma largamente innovativa e rigorosamente assolutistica, in cui l’Ordine ignaziano accettava di mettersi a disposizione del sovrano sabaudo offrendogli di attingere al proprio patrimonio, ancora assai cospicuo, di energie intellettuali, di studiosi, di scienziati e soprattutto di insegnanti. Si trattava in realtà di una soluzione molto simile a quella adottata qualche anno prima, nel 1759, dal governo austriaco per la riforma degli studi a Vienna e poi riproposta da Kaunitz, come schema di riferimento per il riordinamento degli studi in Lombardia: non a caso le direttive impartite dal cancelliere austriaco nei primi mesi del 1765, prendendo le distanze dalla radicale offensiva dei regni borbonici, suggerivano di conservare ai gesuiti l’insegnamento delle lettere e delle scienze e di sopprimere la loro semi-università sciogliendo la Facoltà filosofico-teologica e privandoli della possibilità di conferire i gradi accademici14. Il primo anno accademico dell’università riformata fu inaugurato il 4 gennaio del 1766, ma la gran parte dei corsi era già iniziata nell’autunno del 1765: anche la piccola e antica Università di Sassari entrava a far parte del nutrito gruppo degli atenei italiani che nei decenni centrali del secolo furono trasformati e rimodellati dalle riforme dell’assolutismo. Ben presto accanto alle esperienze di Cagliari e di Sassari presero corpo altre incisive riforme universitarie, come quelle di Pavia, di Parma, di Ferrara, di Modena e di Catania15. Ma quali fattori caratterizzarono l’esperienza dell’Università di Sassari e resero possibile quella felice stagione d’intensa operosità e di rinnovamento degli studi che si aprì nel 1765 e si protrasse per quasi un decennio? Innanzitutto la riforma dovette reperire le risorse che, almeno sulla carta, assicurassero all’ateneo l’indispensabile autosufficienza economica, consentendogli di contare sulle proprie forze, su appositi finanziamenti, su un proprio organico docente, su locali specificamente destinati. Ma i principali fattori che dettero impulso al rinnovamento degli studi furono sostanzialmente tre: in primo luogo la profonda trasformazione degli ordinamenti che ridisegnava gli organi di governo dell’ateneo, riservando al ministero ampi poteri di direzione e di supervisione; in secondo luogo l’introduzione di nuovi programmi d’insegnamento, l’attivazione di nuove cattedre e soprattutto l’imposizione dell’effettivo svolgimento dei corsi; in terzo luogo il radicale ricambio del corpo docente che fu prevalentemente costituito da professori forestieri (ben 9 su 11), «arruolati» in Piemonte e in altri Stati della penisola. Inoltre la concomitanza con il processo di attuazione della riforma delle scuole inferiori fece sì che la rifondazione dell’ateneo s’inserisse nelle trasformazioni in atto contribuendo a rivitalizzare l’intero sistema educativo locale, che consolidava il suo originario impianto verticalizzato e fortemente unitario: non a caso i due insegnanti di retorica, che erano anche i prefetti delle scuole inferiori dei gesuiti e degli scolopi, erano chiamati ad alternarsi nel delicato incarico di recitare l’orazione di apertura dell’anno accademico e facevano parte, di diritto, del Collegio delle arti che inizialmente era composto soltanto dai professori di filosofia e di fisica sperimentale e di geometria e altre matematiche16. Nell’esperienza dell’università riformata confluivano due solide tradizioni: da un lato il modello accademico e scientifico dell’Università di Torino a cui s’ispiravano tanto le Costituzioni e il Regolamento quanto la struttura degli organi di governo, i programmi dei corsi e soprattutto i valori di riferimento che erano quelli tipici della meritocrazia educativa sabalpina; dall’altro la robusta tradizione della Ratio studiorum che si riproponeva rinnovata e filtrata attraverso le esperienze culturali e le pratiche educative dei collegi piemontesi, veneti, emiliani e soprattutto lombardi, in cui si erano formati i gesuiti forestieri chiamati a insegnare sia nell’università, come il piemontese Giuseppe Gagliardi o il comasco Francesco Cetti, sia nelle scuole inferiori, come il vicentino Angelo Berlendis, che, entrato nella Compagnia di Gesù a Novellara (Reggio Emilia), aveva studiato nel Collegio di Santa Lucia a Bologna, insegnato grammatica, umanità e retorica in quello di San Rocco a Parma e dal 1762 al 1765, nel periodo immediatamente precedente al suo trasferimento a Sassari, aveva ricoperto l’incarico di ripetitore nel prestigioso Collegio dei nobili della stessa città, proprio negli anni in cui la capitale del Ducato borbonico veniva rivoluzionata dalle politiche neogiurisdizionalistiche del ministro Du Tillot. Certo, verso la metà del XVIII secolo la tradizione pedagogica e culturale della Ratio studiorum era da tempo in crisi, eppure la sua impronta, ben riconoscibile nei metodi didattici, nel frequente ricorso alle esercitazioni pubbliche, alle accademie, alla poesia e al teatro, finì per segnare i momenti più vivi e dinamici dell’università riformata17. La fisionomia culturale del nuovo corpo docente era, dunque, assai variegata. Al di là della prevalente appartenenza alla Compagnia di Gesù, i professori chiamati a dar vita all’ateneo riformato presentavano profili biografici molto differenti per età, provenienza geografica, esperienze formative e interessi culturali. Tra i docenti forestieri si segnalavano il cipriota Simone Verdi, gesuita, titolare della cattedra di Sacra scrittura e lingua ebraica (nato a Monte Libano nel 1714, era uno dei docenti più anziani: si era formato nel Collegio maronita romano e aveva alle spalle un singolare trascorso di studio e di predicazione presso la missione della Compagnia a Costantinopoli); il gesuita torinese Giuseppe Gagliardi, chiamato a ricoprire la nuova cattedra di fisica sperimentale (aveva fatto il noviziato in Piemonte, ma avrebbe preso i voti solenni in Sardegna, dove arrivò, nel 1764, poco più che trentenne); il gesuita valdostano Gaetano Tesia, professore di teologia scolastico-dogmatica, studioso di solida formazione (al suo arrivo a Sassari, a trentasei anni, aveva al suo attivo una notevole esperienza d’insegnamento nei collegi piemontesi); il gesuita di Chieri Giovanni Battista Ceppi, docente di teologia morale, già professore di eloquenza a Genova (si ammalò gravemente appena giunse nell’isola dove morì nel gennaio del 1766); il gesuita cuneese Pietro Alpino, professore di logica e metafisica (si era formato nel Collegio dei nobili di Milano e aveva insegnato nelle «scuole basse» a Monza); il saluzzese Giuseppe Della Chiesa, professore di istituzioni canoniche (a soli trent’anni era dottore collegiato dell’Ateneo torinese e come risulta dalle sue patenti aveva dato ottime prove come insegnante); il chirurgo collegiato torinese Giovanni Olivero, titolare della nuova cattedra di chirurgia, che si era trasferito nell’isola al seguito dell’arcivescovo Viancini; il dottore collegiato torinese Felice Tabasso, professore di materia medica, che si era già fatto apprezzare anche come studioso di anatomia e di botanica; e infine il gesuita lombardo Francesco Cetti, titolare della nuova cattedra di geometria e matematiche, che rappresentava la figura di maggior spicco nella nutrita pattuglia dei nuovi professori. Cetti, infatti, si era già segnalato nella Provincia lombarda sia come insegnante che come valente studioso: nato a Mannheim nel 1726 da genitori comaschi, aveva compiuto i primi studi nel collegio gesuitico di Monza; nel 1742 era entrato come novizio nella Compagnia a Genova; si era poi dedicato agli studi scientifici e aveva perfezionato la sua preparazione universitaria a Milano nel Collegio di Brera di cui faceva parte l’autorevole ingegnere e matematico Antonio Lecchi; aveva professato i voti solenni nel 1760, e nel 1765, quando accettò di trasferirsi nell’isola, poteva vantare una lunga e qualificata esperienza d’insegnamento maturata nei collegi di Bormio, Monza, Arona e infine nel Collegio dei nobili di Milano, dove da oltre sei anni ricopriva la cattedra di filosofia e appariva ormai integrato nell’ambiente culturale delle scuole di Brera, caratterizzato da una significativa presenza di studiosi di notevole levatura scientifica, da una robusta tradizione di studi di filosofia e di matematica pura, e infine dall’entusiasmante esperienza dell’osservatorio astronomico che era stata da poco avviata da Ruggero Boscovich18. Un fattore che diede notevole slancio al rinnovamento degli studi fu il passaggio dalla dimensione dello Studio gesuitico alla nuova temperie culturale dell’Università regia, che segnò la nascita di una comunità accademica particolarmente coesa e ben consapevole della propria identità e del proprio ruolo. Del resto, le stesse modalità di reclutamento, la nomina regia e la stretta dipendenza dal ministero conferivano ai docenti dell’Ateneo riformato uno status professionale abbastanza particolare, che in linea con le riforme da tempo avviate nell’Università torinese tendeva a trasformarli in funzionari statali, distaccandoli nettamente dall’esperienza dell’antico Studio19. Non dovette però esser facile amalgamare provenienze così eterogenee com’erano quelle del nuovo corpo docente dell’ateneo. In realtà, per riuscire a impiantare, in un ambiente in parte prevenuto e ostile, una tradizione accademica così fortemente connotata in chiave assolutistica, diventava indispensabile che la nuova università mostrasse subito la propria superiorità sul piano dell’efficienza didattica e organizzativa rispetto all’esperienza dell’antico Studio. La sfida era ben chiara agli artefici della riforma, che non a caso indicavano nell’allineamento dei nuovi ordinamenti a quelli dell’Ateneo cagliaritano il provvedimento che avrebbe finalmente assicurato anche al Capo settentrionale gli stessi «vantaggi di uno Studio ben ordinato» e un assetto universitario «d’egual lustro e floridezza»20. Di qui l’attenzione quasi ossessiva con cui il ministro seguiva tutti gli aspetti della vita universitaria, dall’organizzazione dei corsi al funzionamento dei collegi dottorali, dall’andamento del bilancio ai contenuti delle lezioni. Tanta cura riservata perfino ai dettagli non era però solo una tipica manifestazione del centralismo assolutistico sabaudo, né un’ulteriore testimonianza del solido e pragmatico riformismo boginiano, bensì la riprova dell’importanza che veniva attribuita al buon funzionamento dell’organizzazione didattica come cardine della nuova Università restaurata. In realtà, a scorrere il fittissimo carteggio che Bogino intrattenne sui più disparati aspetti della vita universitaria non si può non restare colpiti dal ruolo di sapiente regista che il ministro svolse nella rifondazione dell’Ateneo sassarese e nella delicata fase della prima attuazione della riforma. Al di là del viceré e delle autorità locali, il principale interlocutore del ministro fu l’arcivescovo di Sassari, Giulio Cesare Viancini, che fin dal suo ingresso nella diocesi divenne suo fidato consigliere e insieme attivo «guardiano» della riforma. Tuttavia il ministro, consapevole che il successo dell’Università riformata era strettamente legato al grado di identificazione in essa del corpo docente, non esitò ad intraprendere rapporti epistolari con gli stessi professori e a profondere tutte le sue cure nel proteggere, incoraggiare e valorizzare i docenti forestieri che sperimentavano le difficili condizioni di vita nell’isola. Così il carteggio ci mostra un ministro preoccupato di preannunciare il loro arrivo alle autorità del Regno, di illustrarne qualità e competenze, di raccomandare che fossero accolti con tutti i riguardi. Inoltre il ministro non trascurava di far giungere a ciascun docente un piccolo incoraggiamento per la futura permanenza nell’isola: «Posso avanzarle – scriveva per esempio a Francesco Cetti in procinto di partire per la Sardegna – che troverà in quei giovani ingegni felici, e disposizioni tali a farvi rapidi progressi, e sorgerne allievi distinti, tostoché adattandosi in sui princìpi alla loro abilità, e portata, vi si insinui l’amore, ed il genio, che ne è il primo requisito»21. Le lettere di Bogino rivelano infine il suo costante interessamento per le condizioni di vita e di lavoro dei docenti forestieri, e le sue partecipi attenzioni per ogni loro disagio o per la loro salute22. Probabilmente anche la disponibilità del ministro a prendersi cura della comunità universitaria favorì il coagularsi di quello spirito di corpo che caratterizzò la stagione inaugurata dalla riforma. Del resto si era fatto di tutto per rimarcare lo stacco rispetto al passato, e perché fosse chiaro che s’intendeva voltare pagina. Un segnale preciso era stato dato nel febbraio del 1765 (prima della promulgazione dei nuovi ordinamenti), quando il viceré Balio della Trinità aveva imposto al rettore dello Studio turritano l’immediata sospensione del conferimento dei gradi, ormai distribuiti con evidente generosità nel timore di una rinnovata severità degli studi23. D’altra parte anche il ministro continuò ad insistere, all’indomani della riforma, sulla necessità di riqualificare l’Ateneo e sulla scarsa affidabilità delle «lauree, che costì conferivansi in passato […]. Le dirò ora chiaramente – confidava a Viancini – che le ho sempre riputate tali a non potersi fissare il menomo capitale su di esse, massimamente dopo l’esempio che mi si è presentato di chi avendo già preso costì i gradi, confessò con ingenuità di non saper il latino»24. Colpisce la fermezza con cui vengono respinte, sotto il ministero Bogino, le richieste di grazie avanzate dai sudditi privi di titolo universitario, mentre per converso la promessa d’impieghi e di future promozioni da riservare ai laureati dell’Ateneo riformato aveva finito per riportare sui banchi universitari diversi laureati degli anni accademici precedenti. Così il sovrano apprendeva «con gradimento», riferiva il Bogino, «che i laureati di legge abbiano continuato nel corso de’ due ora scaduti anni ad intervenire con esemplare assiduità alle lezioni della legale in codesta Università». Ma perché i loro nominativi potessero esser presi in considerazione per la concessione di grazie o impieghi il sovrano chiedeva che il Magistrato sopra gli studi ne trasmettesse l’elenco insieme con una dettagliata «informativa non meno della capacità di ciascuno d’essi, che de’ maggiori o minori progressi che avranno fatti»25. 3. Le difficoltà e le resistenze L’attuazione della riforma fu accompagnata da una lunga serie di opposizioni e resistenze, in cui si esprimevano le molteplici riserve degli ambienti sociali legati al vecchio Studio. In effetti le ostilità, iniziate ben prima del varo dei nuovi ordinamenti, si radicalizzarono all’indomani dell’accordo tra la corte sabauda e i superiori dell’Ordine. Il malumore della comunità gesuitica locale non tardò a indirizzarsi contro l’arcivescovo Viancini, consigliere e portavoce del ministro, che veniva indicato come l’eminenza grigia della riforma. Ma i sospetti giunsero a coinvolgere anche il provinciale dell’Ordine, il sardo Pietro Maltesi, accusato di abbandonare gli interessi della Compagnia di fronte alle lusinghe del governo. D’altra parte anche il ministro aveva colto la pericolosità del focolaio di resistenza che si annidava all’interno dell’antico Collegio: «Non lasci di fare attenzione al contegno del padre Tocco, che […] esige d’esser guardato da vicino», raccomandava all’arcivescovo26. Con il varo dei nuovi ordinamenti l’antagonismo tra le due personalità religiose locali divenne insanabile: il padre Tocco, costretto a dimettersi dalla carica di rettore del Collegio, aveva perso la guida dello Studio generale che era stata assegnata all’arcivescovo in qualità di cancelliere e presidente del Magistrato sopra gli studi. Il conflitto non nasceva però da questioni di mero potere. La posta in gioco era, in realtà, l’intero processo di trasformazione del sistema scolastico e il controllo dei meccanismi di formazione e di selezione delle élites locali. Le vivaci reazioni dei gesuiti riflettevano un’insofferenza e un disagio frutto della repentina radicalità delle innovazioni che essi stessi erano chiamati a interpretare e ad assecondare. Non era un caso peraltro che le resistenze ai nuovi piani di studio riguardassero anche le scuole inferiori, dove tanto i gesuiti quanto gli scolopi stentavano ad adeguarsi ai nuovi programmi e alle direttive della riforma. Si possono d’altra parte comprendere le difficoltà, le frustrazioni e i risentimenti che allignavano tra i maestri sardi, spesso anziani, che improvvisamente dovevano riconvertire il proprio insegnamento, impadronirsi dei contenuti dei nuovi libri di testo e d’un colpo abbandonare la lingua spagnola, fino ad allora in uso nelle scuole, per passare a quella italiana. E del resto nel 1765, dopo alcuni anni di sperimentazione della riforma, la situazione delle scuole sassaresi appariva ancora così incagliata che si dovette far ricorso a due maestri forestieri, lo scolopio valsesiano Giacomo Carelli e il gesuita vicentino Angelo Berlendis, entrambi chiamati a insegnare nella classe di retorica e a dirigere le scuole inferiori27. Con l’infoltirsi della colonia dei docenti forestieri, le reazioni alla riforma rischiarono di assumere coloriture xenofobe. Ma l’ostilità di molti ambienti locali derivava dalla contrapposizione di diverse sensibilità religiose e di diversi modelli sociali e ideologico-culturali. Il fatto è che le riforme scolastiche e universitarie mettevano in discussione tutto il sistema di rassicuranti certezze e convinzioni su cui poggiavano gli assetti della società e della cultura locali. La ventata di aria nuova introdotta nelle aule scolastiche e universitarie metteva a nudo i limiti di una cultura spagnolesca finita ormai su un binario morto, priva di contatti vitali con l’esterno dell’isola e arroccata su posizioni di nostalgica difesa del passato e di astiosa chiusura alle innovazioni. Non era un caso che gli ambienti conservatori individuassero nei nuovi programmi di studio diramati dal ministero, nelle lezioni tenute dai docenti forestieri e nelle direttive ecclesiastiche dei prelati piemontesi una pericolosa minaccia al loro mondo di valori. «S’è introdotta nuova università – denunciava un anonimo “Lamento del Regno” – dove si insegna una filosofia inventata dagli eretici, opposta alla ragione e alla Scrittura de’ Santi Padri, sendo di tutto ciò la colpa, i prelati piemontesi»28. D’altra parte il severo rigorismo religioso dell’arcivescovo Viancini era arrivato al punto di vietare le tradizionali processioni notturne della Settimana santa e di mettere al bando i gosos, gli antichi canti religiosi popolari locali, condannando le prime come pericolose occasioni di licenziosità e promiscuità e i secondi come riti indecorosi29. Il fatto è che la scuola e l’università costituivano un naturale crocevia di delicate questioni religiose e linguistiche. D’altra parte il problema della formazione di una nuova leva di ecclesiastici sardi preparati nel campo dottrinale, colti e soprattutto ben orientati verso la monarchia sabauda, rappresentava uno degli obiettivi nevralgici della riforma dell’istruzione. Di qui l’importanza che veniva assegnata all’educazione civile dei futuri sacerdoti e alla «vera istruzione» degli ecclesiastici, «da’ quali poi si diffonde – ricordava il ministro – nel resto del popolo»30. Passando a esaminare le caratteristiche del rinnovamento prodotto dal nuovo sistema universitario, si possono individuare tre principali aspetti: la valorizzazione dell’impegno didattico dei docenti; l’adozione di nuovi piani ufficiali di studio con programmi decisamente più moderni e aggiornati; l’impianto di un modello pedagogico che faceva del sistema scolastico e universitario il canale privilegiato di selezione e di parziale ricambio dei gruppi dirigenti. La rilevanza assunta dalle attività didattiche appare legata al ruolo attribuito al sistema scolastico come leva del cambiamento dei costumi e delle mentalità e come principale strumento di trasmissione delle conoscenze, in linea con l’idea che le stesse ostilità manifestatesi nell’ambiente locale sarebbero state alla lunga vinte proprio dal magistero didattico e scientifico delle nuove istituzioni. «Mi lusingo di credere […] – dichiarava Bogino – che i lumi delle scienze gioveranno assai nel dissipare i radicati pregiudizi e condurre i nazionali a una diversa maniera di pensare e di vivere»31. Oltre alla significativa novità di un regolare svolgimento dei corsi, la differenza rispetto all’epoca precedente era data da un tipo d’insegnamento tendenzialmente uniforme, rigorosamente pianificato, basato sulla ripresa di tradizioni didattiche consolidate, ma soprattutto vivacizzato dal ricorso a nuove pratiche pedagogiche e dal fervore d’iniziative che accompagnavano l’attività didattica: esercitazioni, esperimenti scientifici, componimenti poetici, accademie teatrali. Peraltro, era proprio contro il fiorire di queste efficaci innovazioni dell’insegnamento che si appuntava lo sferzante scetticismo dei detrattori delle nuove scuole: «S’insegna una grammatica sproporzionata alla capacità de’ figlioli – denunciava il “Lamento del Regno” –, e con le accademie (le di cui spese si pagano dai padri d’essi) loro s’insegna ad essere piuttosto commedianti e buffoni con indecoro della Chiesa»32. Riecheggiavano tra gli avversari delle riforme scolastiche alcune delle critiche più insistenti della polemica rigorista e antigesuita di cui si era fatto campione il teologo domenicano Daniele Concina con le sue animose dissertazioni De spectaculis theatralibus (1752), con il suo fortunato trattato De’ teatri moderni contrari alla professione cristiana (1755), con la sua intransigente condanna del teatro come fonte di comportamenti licenziosi e come emblema della dilagante corruzione della cristianità33. 4. Il rinnovamento didattico e scientifico La prima spinta al rinnovamento fu determinata dall’adozione di piani di studio ufficiali organici e aggiornati, pensati sul modello dei corsi impartiti nell’Università di Torino. Si trattava di un sensibile salto di qualità sia rispetto alla proposta didattica e culturale che aveva caratterizzato il vecchio Studio gesuitico, sia rispetto all’angusta dimensione provinciale in cui esso aveva vivacchiato negli ultimi decenni. In effetti i piani di studio predisposti dal ministero, sebbene concedessero assai poco alle tendenze scientifiche più recenti e ai grandi temi del dibattito filosofico contemporaneo, avevano il grande pregio d’immettere nel circuito accademico locale non solo nuovi contenuti e nuove discipline, ma anche metodi abbastanza solidi e relativamente aggiornati, che finivano per sollecitare ulteriori interessi di studio e nuove curiosità intellettuali. Nelle principali aree disciplinari l’orientamento dei nuovi programmi lasciava intravedere alcune prudenti ma chiare opzioni culturali: l’umanesimo giuridico e il giusnaturalismo per l’insegnamento dei diritti, il galileismo e il newtonianesimo per le matematiche e per la fisica, un cauto razionalismo per le filosofie, un duttile ma convinto riformismo d’ispirazione giurisdizionalistica per la teologia morale. Le istruzioni ministeriali per i corsi della Facoltà di legge prevedevano programmi abbastanza tradizionali che raccomandavano uno studio sistematico della dottrina classica più accreditata, ma trascuravano le nuove branche in cui si stava già strutturando il sapere giuridico contemporaneo con la nascita del diritto criminale, del diritto pubblico e del diritto patrio34. Si trattava in realtà di programmi d’insegnamento sostanzialmente simili a quelli adottati nella Facoltà di giurisprudenza dell’Ateneo torinese, che tuttavia assumevano, nel contesto culturale della periferia sarda, valenze innovative e talvolta dirompenti, come nel caso dell’impianto rigorosamente giurisdizionalistico e anticuriale che caratterizzava il corso di Istituzioni canoniche: Specialmente si avrà riguardo a spiegare – raccomandava il ministero – que’ diritti particolari che competono, o per indulti pontifici, o per privilegi particolari, o per consuetudini inveterate del Regno, acciocché gli studenti ben ammaestrati in tal parte possano a suo tempo essere, come ottimi sudditi al principe, così fedeli custodi delli singolari diritti del Regno […]. E siccome le materie più scabrose sono quelle dell’immunità, sia personale, sia reale, sia locale, […] il professore non ometterà d’insinuare opportunamente quelle massime che sono convenienti allo stato, […] affinché dalla Università ne escano soggetti liberi affatto da quei pregiudizi che ha prodotti in molte provincie la soverchia maniera di ragionare de’ scrittori troppo propendenti a favorire le Curie vescovili e specialmente la Curia di Roma35. Anche le istruzioni ministeriali per i corsi di Medicina riprendevano, seppure con numerosi tagli e con alcune semplificazioni, i programmi adottati nelle Università di Cagliari e di Torino. Per l’Università di Sassari si trattava però di programmi assai gravosi che non tenevano conto dell’esiguo organico della Facoltà medica che era stato limitato soltanto a due docenti (com’è noto la nuova cattedra di chirurgia costituiva una sorta di scuola professionale autonoma). In base ai nuovi ordinamenti, infatti, il professore di medicina teorico-pratica, oltre al suo corso triennale dedicato alle sintomatologie, alla fisiologia e alla patologia, doveva impartire anche il corso annuale di istituzioni mediche, e il professore di materia medica, che nel suo insegnamento triennale aveva il compito di passare in rassegna le principali risorse del regno minerale, vegetale e animale, era tenuto a svolgere ogni anno anche un apposito ciclo di cinquanta lezioni sulle «piante officinali indigene della Sardegna», pur dovendo parallelamente impartire un corso annuale di anatomia con la «pubblica dimostrazione sul cadavare»36. E tuttavia i nuovi programmi dei corsi e il notevole impegno didattico dei due professori (il Magistrato sopra gli studi aveva «commendato» le premure del professore di medicina teorico-pratica, Giacomo Aragonese, «nell’adempiere ai doveri della cattedra» e «nell’aggiungere alle pubbliche esercitazioni altre private per viemeglio addestrare agli esami i suoi studenti»)37 non riuscirono ad assicurare il decollo della neoriformata Facoltà medica, che ancora per molti lustri, con pochi studenti e pochissimi laureati, stentò a svolgere le sue essenziali funzioni formative. Le innovazioni più significative rispetto all’esperienza precedente riguardavano però i corsi della Facoltà teologica e del Magistero delle arti. Non a caso le istruzioni ministeriali insistevano polemicamente sulla necessità di liberare gli insegnamenti teologici «dalla misera pompa di tante sottigliezze e vanità metafisiche» che li avevano fino ad allora avviliti38. La Storia ecclesiastica diventava la disciplina principale che consentiva di accedere a «uno studio sodo e profondo della teologia». Rispetto al passato mutavano sensibilmente i riferimenti storiografici e culturali: oltre ai testi classici della storiografia cattolica postridentina i programmi ministeriali raccomandavano infatti Mabillon e la tradizione annalistica maurina, Fleury e la letteratura d’impronta gallicana e diversi «autori celebri», soprattutto francesi e italiani, i cui testi, «più o meno abbreviati», potevano offrire un valido supporto didattico39. All’impianto assai prudente e tradizionale del corso di teologia scolastico-dogmatica imperniato sulla Summa teologica di san Tommaso, si contrapponeva invece il taglio dichiaratamente innovativo del corso di teologia morale pensato come fondamentale pilastro della formazione di una nuova generazione di ecclesiastici partecipi degli ideali e dei progetti riformatori della monarchia sabauda40. I corsi di filosofia e arti rappresentavano nel contesto locale una delle novità più significative, non solo perché introducevano discipline precedentemente non insegnate o molto trascurate, ma anche perché si caratterizzavano per l’evidente tentativo di offrire una solida formazione di base e di trasmettere un sapere aggiornato e veramente attento alle acquisizioni scientifiche del secolo. Spiccava in particolare il taglio pragmatico del piano di insegnamento di geometria e matematiche in cui si suggeriva di affiancare all’esposizione dei fondamenti speculativi della disciplina l’uso dello «squadro», della «tavola pretoriana, ossia tavoletta del quadrante geometrico» e del «livello». Le istruzioni per l’insegnamento della fisica, elaborate sulla falsariga dei corsi torinesi di Giambattista Beccaria, raccomandavano di dare conto delle teorie e degli esperimenti più significativi facendo ricorso agli atti delle Accademie delle scienze di Berlino, Pietroburgo, Parigi, Londra, Bologna e Torino, secondo un piano che, come ha osservato Marina Roggero, risultava aperto al «meglio della scienza dell’epoca»41. Anche i piani di studio di etica e logica e metafisica tenevano conto degli sviluppi del pensiero filosofico europeo della prima metà del Settecento. Il professore di logica e metafisica doveva aprire il corso con una «breve istorica dissertazione de’ progressi della filosofia […] per mostrare quanto acquisto di lumi si è fatto nelle scienze, da poiché alle spinose astrazioni degli scolastici si è surrogato un modo di filosofare più sodo e più conforme alla natura delle cose». Così tra le opere che potevano «somministrare maggiori lumi», oltre a quelle dell’empirismo e del razionalismo secentesco, i programmi ministeriali consigliavano alcuni testi settecenteschi di particolare interesse come quelli di Pierre de Crousaz, del giurista tedesco Johann Gottlieb Heinecke (Heineccius), del fisico e filosofo olandese Willem Jacob ‘s-Gravesande, del filosofo Christian Wolff, di Locke e dei suoi studi sull’intelletto umano, di Condillac e, infine, di Genovesi per i suoi fortunati manuali di logica42. Il razionalismo cartesiano e il giusnaturalismo ispiravano, infine, il programma del corso di etica, che si configurava come una sorta di premessa alle scienze del Jus naturale e delle genti, e che raccomandava una fitta schiera di autori rappresentativi del razionalismo francese, della scuola tedesca del diritto naturale e del pensiero riformatore italiano, dagli scritti di Muratori fino alla recentissima Filosofia morale secondo l’opinione dei peripatetici di Francesco Maria Zanotti apparsa a Venezia nel 176343. Perfino l’incalzante meccanismo di controllo degli insegnamenti impartiti, di cui il ministro puntualmente chiedeva conto, costituiva un incentivo a elevare il tenore dell’offerta didattica. Regolarmente l’arcivescovo Viancini si prendeva cura di inviare al ministro le “prelezioni” svolte all’inizio dell’anno dai docenti alla presenza dei colleghi e delle autorità accademiche, vere e proprie prolusioni che illustravano le linee generali o un particolare tema del corso. È significativo il caso del gesuita algherese Maurizio Puggioni il quale, trovatosi improvvisamente a dover ricoprire per supplenza la cattedra di teologia morale, si era impegnato con Viancini ad attenersi ai contenuti del trattato De actibus humanis, il corso universitario del filosofo e pedagogista barnabita Sigismondo Gerdil, ex professore dell’Ateneo torinese, che lo stesso arcivescovo dichiarava di aver portato con sé dalla capitale subalpina44. Certo, il confine tra la verifica della qualità delle lezioni impartite e la sorveglianza censoria era molto labile. Emblematico di questo penetrante controllo appare il caso delle severe critiche espresse da Bogino a proposito della “prelezione” tenuta nel febbraio del 1770 dal professore di Istituzioni canoniche Giuseppe Vacca. Il ministro, pur premettendo di non avervi trovato alcuna «proposizione meritevole di censura», rilevava però la grave sottovalutazione del ruolo dei «romani pontefici», che a suo dire non venivano mai presentati nella loro funzione di «veri legislatori della Chiesa universale», quando invece, obiettava Bogino, il docente includeva tra i legislatori «i vescovi e i padri dispersi e i congregati in concilio». Il ministro escludeva che il giovane professore sardo intendesse divulgare tesi eterodosse o dichiaratamente conciliariste: cionondimeno si mostrava deciso a non permettere che «una tal dottrina fosse proposta in insegnamento», sia perché la «podestà legislativa» costituiva elemento essenziale del «primato di vera giurisdizione che appartiene al papa di diritto divino», sia perché senza di essa, puntualizzava Bogino, «non può reggersi qualunque governo di comunità perfetta». In questo caso vi era però, da parte del ministro, una particolare diffidenza verso quell’ex convittore sardo del Collegio delle province di Torino che nell’ottobre del 1768 si era aggiudicato l’esito delle «pubbliche opposizioni» per la cattedra delle Istituzioni canoniche; anche in quella occasione, infatti, il ministro aveva a lungo esitato prima di conferirgli la cattedra, avendo appreso per via riservata che Vacca aveva gettato «lo scompiglio fra gli altri professori», spargendo «proposizioni poco circospette e poco religiose» ed esprimendosi «senza riguardo sui primi personaggi ecclesiastici e secolari della città»45. Nel contesto locale, inoltre, la decisa apertura verso le discipline scientifiche, la sistematica attenzione nei riguardi delle nuove acquisizioni del pensiero filosofico sei-settecentesco, la mutata impostazione di alcuni insegnamenti di importanza cruciale come il Diritto canonico segnarono un cambiamento profondo. In realtà i nuovi programmi d’insegnamento fissati dal ministero proponevano un sapere ben sedimentato e oculatamente depurato non solo delle nuove idee d’Oltralpe ma anche di ogni spunto che potesse dar luogo a critiche e polemiche nei confronti delle istituzioni politiche ed ecclesiastiche. Ciononostante i nuovi contenuti dei corsi rappresentavano un considerevole allargamento degli orizzonti culturali, che consentì agli studenti e alle élites locali di acquisire una formazione di buon livello e insieme relativamente aggiornata. Il nuovo sistema universitario, grazie alle relazioni culturali dei docenti e al serrato collegamento con il ministero e con il mondo accademico torinese, veniva messo in contatto con alcuni significativi centri di elaborazione intellettuale esterni all’isola da cui filtravano i temi culturali più dibattuti e le nuove acquisizioni scientifico-filosofiche. A partire dagli anni sessanta del Settecento gli ambienti universitari divennero così un canale importante di scambi culturali tra l’isola e gli Stati sabaudi di terraferma, facendo registrare un sensibile intensificarsi di opportunità di comunicazione e di circolazione d’idee. Era frequente, per esempio, che le pubblicazioni dei professori dell’Università di Torino venissero tempestivamente inviate in Sardegna e messe a disposizione dei docenti delle due Università. Così Bogino nella primavera del 1767, nel comunicare all’arcivescovo di Sassari che l’«insigne professor matematico» Francesco Michelotti aveva appena dato alle stampe le «esperienze idrauliche da lui fatte all’oggetto specialmente di agevolare le misure delle acque correnti» (si trattava del primo volume degli Sperimenti idraulici pubblicati dal docente torinese, studioso del moto delle acque e direttore della Scuola pratica di Idrostatica), gli faceva sapere di avergliene inviato una copia, convinto che potesse «sempre servire di lume» e che il «padre Cetti» l’avrebbe consultata «particolarmente volentieri»46. Anche per gli scritti del celebre canonista dell’Università di Torino, Carlo Sebastiano Berardi, era stato il ministro a raccomandarne l’adozione, e a disporre l’invio di «dieci esemplari del primo tomo, già uscito dai torchi», per venderli agli studenti del corso di Diritto canonico, insieme con una copia destinata al docente Giuseppe Pilo47. Nell’ambito degli scambi scientifici instancabilmente promossi dal ministro tra gli ambienti accademici torinesi e quelli delle Università sarde si deve infine ricordare l’invio a Torino di alcuni campioni d’insetti che Cetti aveva individuato nelle sue ricognizioni naturalistiche nell’isola e che avevano suscitato l’interesse del botanico Carlo Allioni, a cui Bogino li aveva segnalati48. Il trapianto del sistema educativo piemontese e l’affermazione delle istituzioni universitarie come canale privilegiato di promozione sociale influirono sensibilmente nel rilancio degli studi. In particolare l’idea che l’apprezzamento del merito e del talento potesse rappresentare un correttivo a una selezione dei gruppi dirigenti altrimenti basata esclusivamente sui privilegi di ceto ebbe l’immediato effetto di attrarre verso gli studi nuove energie intellettuali. Nei primi anni di attuazione della riforma, finché il conte Bogino rimase alla direzione del Ministero, il richiamo ad una sistematica applicazione delle regole e il riferimento ai valori del modello pedagogico-meritocratico dell’assolutismo sabaudo furono martellanti. Gli orientamenti ministeriali apparivano univoci nel valorizzare le competenze e l’impegno di docenti e studenti: dai criteri di reclutamento del nuovo corpo docente alla scelta di attribuire le cattedre universitarie per «opposizione e concorso» (fatta eccezione per le sei cattedre riservate ai professori gesuiti), dalla segnalazione degli studenti migliori, sistematicamente richiesta dal ministro, alla continua valorizzazione delle esperienze didattiche che potevano favorire un clima di emulazione. Di qui il moltiplicarsi delle occasioni di pubblica esibizione dei risultati dell’insegnamento e dei progressi degli studi con i frequenti saggi degli allievi, con le prove di geografia e gli esperimenti di fisica, le accademie letterarie, le esercitazioni poetiche, le rappresentazioni teatrali e musicali. Già nel 1767 l’ampiezza e la novità del fervore degli studi che caratterizzava la realtà sassarese avevano colpito il padre Emanuele Rovero, visitatore dei gesuiti. È quasi incredibile – scriveva al ministro – che in sì poco tempo si sia potuto fare sì gran mutazione […]. Ho assistito da che son qui a più funzioni letterarie tutte fatte con molto decoro […]. Il padre Cetti ne ha fatt’una di geometria elementare e ne apparecchia qualche altra […]. Il padre Berlendis m’ha fatto sentire una funzione di geografia in cui v’erano 8 o 10 scolari pronti ad additar sulla carta qualunque viaggio e a dar le notizie dei diversi climi, costumi e proprietà delle città e paesi che s’incontrano sul cammino, parlando or italiano or latino […]. La gioventù di questo paese – commentava Rovero – è assai vogliosa d’imparare, e vi riesce assai bene, e merita perciò che le se ne dia tutto il comodo49. Ma nel mondo studentesco e nelle élites locali un vero fremito di entusiasmo per i progressi delle moderne scienze era stato suscitato dagli esperimenti e dalle pubbliche dimostrazioni promosse dai professori di fisica e di matematica, Gagliardi e Cetti, che avevano destato un’inedita e sincera attenzione per le acquisizioni della scienza sei-settecentesca. Se ne fece appassionato cantore Angelo Berlendis, che in un festoso componimento poetico sulla restaurazione dell’Università di Sassari offriva una vivida testimonianza del clima di curiosità (e di convinta fiducia) con cui si guardava ai progressi delle nuove scienze introdotte nell’Ateneo riformato dal «dotto stuolo» dei docenti forestieri: «È scritto in ciel, – recitavano i versi arcadici di Berlendis – che a Sassari,/ Come a la bella Italia,/ Un nuovo ed aureo secolo/ Si veda germogliar». Così, il provvido «ristabilimento» dell’Ateneo lasciava filtrare nella realtà locale i benefici lumi delle scienze moderne, capaci di mettere in fuga «l’ombre e gli errori veteri». Con essi arrivavano, inoltre, perfezionati strumenti scientifici: «tubi, cristalli e macchine» per comprendere gli «arcani di natura», e l’«ottico cristallo» per studiare da vicino «E gli astri, e il ciel volubile,/ Qual dalle mani artefici/ Del Divin Fabbro uscì». Sicché il docente vicentino poteva poeticamente giocare con allusioni argute alle esperienze didattiche e alle dimostrazioni scientifiche che avevano maggiormente appassionato il mondo studentesco e lo stesso pubblico locale: le affollate dimostrazioni realizzate con la macchina pneumatica di Robert Boyle, che faceva parte della dotazione scientifica inviata da Torino («E il ceco orror del vacuo/ Che abominava Boile/ Sorpreso in luce limpida/ Se stesso abominò»), e i brillanti saggi di Geografia che avevano impegnato i suoi stessi studenti («Il mondo in poca carta/ Distinto ancor si svela;/ Si vola e si fa vela/ Con l’agile pensier»)50. 5. Il risveglio culturale Gli effetti del rinnovamento degli studi e del nuovo fervore intellettuale che avevano colpito il padre Rovero non tardarono a tradursi in una rinnovata attenzione verso le tradizioni locali, la storia della Sardegna e i suoi problemi. Perfino la produzione poetica, in particolare quella del filone encomiastico e d’occasione che tra gli anni Sessanta e Settanta conobbe in Sardegna una straordinaria fioritura, appare animata da aneliti di impegno civile e da una nuova sensibilità per i temi più attuali. Sono emblematici i versi composti da Berlendis per l’«inondazione seguita intorno a Sassari l’anno 1766», nei quali il docente vicentino, dopo aver descritto i danni causati dalla calamità, stigmatizzava il fatalismo del «volgo insano» e incitava i sardi a prevenire gli effetti delle avversità atmosferiche con opere di sistemazione idraulica e la periodica manutenzione dei corsi d’acqua51. Ho pur veduto con vera soddisfazione – scriveva Bogino al governatore di Sassari – il poetico componimento dato fuori dal valoroso padre Berlendis […]. Esso è pieno di verità che dovrebbono pur convincere ad aprire gli occhi a’ nazionali, e insieme condotto con tutta la prudenza e l’arte desiderabile. Naturalmente il ministro, nel far sentire il suo apprezzamento all’autore, non mancava d’incoraggiarne il fervido impegno civile: «Farà sempre cosa grata ed anche di vero merito per lei nel profittare delle occasioni d’eccitar l’industria e l’impegno d’attività in codesti regnicoli che tanto ne abbisognano»52. In effetti diversi docenti forestieri, lungi dal chiudersi nella torre d’avorio di un sapere accademico astratto, nutrirono un sincero interesse per la realtà dell’isola a cui dedicarono particolare attenzione sia nell’insegnamento che nelle attività di studio e di ricerca. Alcuni ebbero un ruolo determinante nel trasmettere agli allievi, insieme con un solido bagaglio di conoscenze umanistiche e scientifiche, una rinnovata curiosità e un’autentica passione per la storia del proprio paese. Per esempio, Francesco Gemelli compose nel 1769, suo primo anno d’insegnamento a Sassari, un «compendio», purtroppo perduto, «della geografia profana e sacra della Sardegna»53. Nello stesso anno aveva recitato e pubblicato «un panegirico sul martire San Gavino», e con orgoglio faceva presente al ministro, che lo aveva molto incoraggiato a coltivare la storia dell’isola, di aver illustrato, soprattutto nelle numerose note erudite accluse nell’edizione a stampa, «vari punti della storia di Torre, di Sassari e di tutto il Regno»54. La Sardegna d’altronde si prestava bene a diventare oggetto di ricerca e di studio sotto diverse angolature. Il gesuita lombardo Francesco Cetti aveva manifestato il proposito di studiare la storia naturale dell’isola fin dal primo momento in cui aveva accettato d’insegnare a Sassari; e tuttavia quando vi giunse, nel gennaio del 1766, rimase così colpito dalla variegata realtà linguistica del Regno che si dedicò a tracciare un dettagliato quadro delle caratteristiche delle lingue «usate abitualmente nel commercio delle persone» nelle principali regioni dell’isola55. Negli anni Settanta gli scritti pubblicati dai professori dell’Università di Sassari costituirono non solo una delle novità più significative del panorama editoriale sardo, ma anche una componente importante di quel vivace risveglio culturale che era stato avviato dalle riforme universitarie e che nutrì la cosiddetta stagione del «rifiorimento» della Sardegna. Nel 1772 vide la luce, presso la Reale stamperia di Cagliari, L’onest’uomo filosofo, un impegnativo trattato controversistico composto dal gesuita piemontese Giuseppe Gagliardi, professore di filosofia nell’Ateneo sassarese56. Quattro anni dopo, il gesuita bellunese Giuseppe Mazzari, professore di teologia scolastico-dogmatica pubblicava presso l’editore sassarese Giuseppe Piattoli le Odi scelte di Pindaro sui giuochi dell’antica Grecia tradotte dal greco in versi italiani. Ma la testimonianza più eloquente dell’innalzamento della qualità della produzione scientifica dell’Ateneo riformato venne dalle due più importanti opere sulla Sardegna apparse nel secondo Settecento: il Rifiorimento della Sardegna proposto nel miglioramento di sua agricoltura, pubblicato a Torino da Francesco Gemelli nel 1776, e i tre volumi della Storia naturale di Sardegna di Francesco Cetti, apparsi a Sassari tra il 1774 e il 1778. Le due opere, caratterizzate da un solido impianto scientifico e da un approccio culturalmente aggiornato e nient’affatto provinciale, ebbero il merito di far conoscere l’isola al più vasto pubblico europeo. Per entrambe era stato determinante l’incoraggiamento del ministro Bogino. Nel caso del Rifiorimento ne aveva addirittura suggerito il tema, commissionando al gesuita piemontese, già nel 1770, un’opera divulgativa sui problemi dell’agricoltura sarda, e ne aveva poi seguito passo passo l’elaborazione raccomandandone costantemente il carattere didascalico. In realtà l’opera si era via via trasformata in un autorevole e ponderoso trattato sull’economia agricola dell’isola che teneva conto della letteratura tardomercantilistica e fisiocratica e delle elaborazioni delle accademie agrarie italiane ed europee: tuttavia il Rifiorimento conservava l’originario impianto militante, configurandosi come una battagliera e persuasiva monografia che si prefiggeva di sensibilizzare il lettore sui problemi della modernizzazione del Regno, e di conquistare l’ambiente locale ai progetti di rinnovamento agrario avviati dal governo sabaudo57. Anche i tre volumi della Storia naturale di Cetti, i Quadrupedi (1774), gli Uccelli (1776), gli Anfibi e pesci (1778), erano espressione di un’intensa attività di ricerca e di studio fortemente incoraggiata e sostenuta dal conte Bogino. L’opera dell’ex gesuita lombardo descriveva gli animali nel loro ambiente naturale, contemporaneamente analizzandone le specifiche caratteristiche alla luce delle teorie di Buffon e delle classificazioni di Linneo. La Storia naturale era così destinata a segnare una tappa fondamentale nella conoscenza scientifica dell’isola58. Paradossalmente entrambe le opere, così legate al disegno riformatore promosso dal ministro Bogino, videro la luce all’indomani del suo brusco licenziamento, avvenuto nel 1773. Giungevano intanto a maturazione i primi significativi frutti dei nuovi programmi e dell’intenso impegno profuso nell’insegnamento dai professori dell’Università riformata. Nel 1774, al primo posto nella lista dei quattordici studenti che in quell’anno si erano particolarmente distinti nel conseguimento dei gradi presso l’Ateneo di Sassari, figurava l’algherese Domenico Simon, che – appena sedicenne – aveva brillantemente superato l’esame finale del Magistero delle arti: si trattava di un traguardo a cui il giovane Simon era arrivato sotto la guida di maestri come Cetti e Gemelli, che ne avevano saputo valorizzare le inclinazioni e il talento59. Già nel 1772 Domenico Simon, a soli quattordici anni, si era segnalato come autore di due saggi scolastici (composti sotto la direzione di Gemelli), che aveva anche recitato in pubblico: il Trattenimento sulla sfera e sulla geografia, dedicato al governatore di Sassari, e il Trattenimento sulla storia sacra, in onore del nuovo arcivescovo Giuseppe Maria Incisa Beccaria. Le due «esercitazioni letterarie», ben presto date alle stampe, avevano suscitato ammirazione e interesse, mettendo in luce non solo l’ingegno ma anche la solida preparazione del giovanissimo studente del Seminario canopoleno: «Posso assicurare – scriveva Gemelli – che questo Domenico Simon ha una capacità singolare e uguale facilità di spiegarsi massimamente in pubblico». Anche il gesuita veneziano Antonio Giuseppe Regonò, da poco trasferitosi da Cagliari a Sassari come professore di logica e metafisica, con alle spalle una lunga esperienza d’insegnamento maturata a Bologna, a Parma, a Mantova e in altre città italiane, esprimeva un giudizio lusinghiero sul giovane Simon, giungendo ad affermare, secondo Gemelli, di «non averne conosciuto l’eguale»60. Perfino il ministro, colpito dall’eccezionale prova fornita dal giovanissimo studente («Mi ha incantato – scriveva – la felicità e il buon garbo con cui […] ha esso giovane corrisposto alle cure del professore») aveva voluto manifestare il suo compiacimento per «questi frutti dei buoni studi», che testimoniavano inequivocabilmente dell’impegno di buoni docenti («Sono rimasto edificato – affermava a proposito di Gemelli – dell’applicazione che questi ha impiegata nell’esercitare il signor don Domenico Simon»)61. Ma i frutti di questa capacità di formazione si vedranno anche a lungo termine nelle carriere civili ed ecclesiastiche e nelle esperienze intellettuali di coloro che ebbero in quegli anni la fortuna di studiare in quell’ambiente culturale. Lo stesso Simon, dopo aver completato gli studi in Leggi nell’Università di Cagliari, nel 1779 pubblicò Le Piante, un dotto poema didascalico sul rifiorimento dell’agricoltura sarda, che recitò in occasione della sua aggregazione al Collegio di filosofia e arti dell’Ateneo cagliaritano. Gli eleganti versi del giovane letterato algherese illustravano l’origine, la cura e l’utilità delle piante, rivelando le ampie conoscenze e le aggiornate letture scientifiche a cui era stato avviato negli anni della sua prima formazione intellettuale. Il lascito del qualificato e competente magistero di Gemelli e l’impronta della tradizione letteraria e filologica subalpina appariranno inoltre evidenti nei Rerum Sardoarum Scriptores, la prima raccolta di testi e fonti di storia della Sardegna, un’opera di chiara ispirazione muratoriana, che Simon, ormai diventato vicecensore del Regno, pubblicherà a Torino nel 1787-8862. Non è questa la sede per seguire le vicende biografiche dei molti studenti di quegli anni che successivamente si misero in luce ricoprendo un ruolo di primo piano nella vita pubblica del Regno. Basterà accennare ad alcune figure di spicco: Giovanni Maria Angioy, uno dei principali protagonisti, insieme con Domenico Simon, del triennio rivoluzionario sardo; Domenico Alberto Azuni, brillante giurista e letterato che collaborò alla stesura del codice napoleonico; il latinista, poeta e letterato Francesco Carboni; e naturalmente un nucleo consistente di ecclesiastici, avvocati, notai e insegnanti che incisero significativamente nella vita civile e nelle vicende politiche locali degli ultimi decenni del Settecento63. In questo quadro un’attenzione particolare meritano gli studenti che avevano frequentato l’Università nei primi anni della riforma e che, avviati alla carriera universitaria, contribuirono ad assicurare il ricambio del corpo docente nei decenni successivi. Alcuni, come Giovanni Pinna Crispo e Gavino De Fraya, erano giunti alla cattedra universitaria nel periodo del ministero boginiano64. Altri, come Angelo Simon, Giuseppe Luigi Pinna e Pietro Bianco, vi giunsero negli anni successivi. 6. L’autunno della riforma Negli anni settanta e ottanta del Settecento, mentre le prime generazioni dei nuovi laureati si affermavano nella vita pubblica del Regno, la spinta propulsiva della riforma andò via via affievolendosi e la felice stagione dell’innovazione didattica e del fervore degli studi lasciò il posto all’abitudine e alla routine. Le cause di questo declino, decisamente più marcato che nell’Università di Cagliari, sono riconducibili al concorso di almeno quattro fattori: 1) l’improvviso licenziamento del ministro Bogino giubilato nel febbraio del 1773; 2) lo scioglimento cinque mesi dopo della Compagnia di Gesù; 3) il ritorno a un meccanismo di esclusiva autoriproduzione del corpo docente; 4) l’esaurirsi della carica riformatrice dell’assolutismo sabaudo. Nel 1773, all’indomani della scomparsa di Carlo Emanuele III, il brusco allontanamento del ministro Bogino ad opera del successore Vittorio Amedeo III privava l’Università riformata non solo di un premuroso protettore, ma anche della solida e autorevole guida di un ministro che si era riservato amplissimi poteri di direzione della vita universitaria in funzione del buon esito di un più vasto e organico progetto di trasformazione del Regno. In realtà, con l’uscita di scena di Bogino, cambiavano anche le linee della politica sabauda verso la società isolana, e la centralità delle scuole e dell’università come leva del cambiamento cedeva il passo a una calcolata politica di stabilizzazione degli equilibri esistenti. Di qui il rapido affievolirsi di quell’impulso dal centro che aveva sorretto il rinnovamento degli studi fino ai primi anni Settanta e che iniziò a venir meno sotto la nuova direzione degli affari di Sardegna affidati al nuovo ministro – reggente Giovanni Andrea Giacinto Chiavarina65. Lo scioglimento della Compagnia di Gesù non sembrò provocare ripercussioni immediate nel corpo accademico. Lo stesso sovrano diede chiare disposizioni perché i docenti ex gesuiti rimanessero al loro posto. Dal generale terremoto che investì la comunità degli oltre duecentottanta gesuiti residenti nell’isola, i professori universitari furono apparentemente risparmiati, conservando le loro cattedre e il loro ruolo di funzionari al servizio della monarchia66. Nell’Università di Sassari soltanto l’ex gesuita Francesco Gemelli chiese e ottenne di poter ritornare in Piemonte; gli altri professori continuarono a insegnare fino alla fine della loro carriera. Ma lo scioglimento dell’Ordine ignaziano indebolì l’ateneo sassarese almeno su tre diversi piani: sul piano economico-finanziario, perché le rendite e le risorse della Compagnia di Gesù rappresentavano la componente più importante del bilancio dell’Università restaurata (l’amministrazione dell’Azienda ex gesuitica si rivelò subito perfino più complessa e più farraginosa di quanto si fosse inizialmente temuto); sul piano dell’attività didattica, perché la condizione di precarietà economica ed esistenziale dei professori ex gesuiti finiva per smorzare lo slancio del corpo docente, ridotto sulla difensiva anche nel contesto civile e culturale locale; e infine sul piano della circolazione delle idee e dei canali di comunicazione con l’esterno dell’isola, perché lo scioglimento della Compagnia determinò non solo un complessivo impoverimento delle relazioni e dei contatti tra la comunità docente e altre realtà della penisola, ma anche il venir meno di un prezioso bacino di reclutamento di validi professori, e quindi il drastico restringersi delle opportunità di ricambio dall’esterno del corpo docente (un meccanismo che era stato ancora utilizzato nel 1772 con l’ingaggio dei professori gesuiti Giuseppe Mazzari per la cattedra di teologia scolastico-dogmatica, e Gaudenzio Dotta per quella di Sacra scrittura e lingua ebraica)67. Rispetto al rapido ricambio, ai frequenti avvicendamenti e alla giovane età del corpo docente che avevano caratterizzato i primi anni di vita dell’Università riformata, negli anni Settanta e Ottanta l’Ateneo sassarese andò progressivamente ripiegandosi su se stesso. Accanto a un buon numero di docenti che conservarono il loro insegnamento fino all’inizio degli anni Novanta, i pochi professori chiamati a ricoprire le cattedre che via via si rendevano libere risulteranno in gran parte di estrazione locale, ex studenti della stessa Università e solo in pochi casi con qualche esperienza di studio fatta fuori dell’isola68. All’esiguità delle risorse economiche e alla fragilità delle strutture didattiche si aggiunsero così i problemi dell’invecchiamento del corpo docente e dello scarso apporto dall’esterno di nuovi stimoli e di altri modelli di didattica e di ricerca, in un quadro caratterizzato dal complessivo arretramento delle discipline matematiche e scientifiche e da un crescente isolamento culturale che alla fine del secolo tenderà a diventare irreversibile. Inoltre con il passare degli anni entrò definitivamente in crisi quell’efficace strumento di gratificazione dell’impegno profuso negli studi che prevedeva la preferenza per i laureati sardi nell’attribuzione di uffici, magistrature e dignità ecclesiastiche: da un lato l’istruzione superiore perse la sua iniziale capacità di attrazione (anche in rapporto all’onerosità del mantenimento agli studi), dall’altro l’offerta di sbocchi professionali per i laureati delle Università sarde si rivelò ben presto molto inferiore alle aspettative. Di fatto gli impieghi attribuiti ai sardi a ricompensa del merito e del talento rappresentavano una parte relativamente modesta rispetto a quelli riservati a piemontesi o attribuiti soltanto per censo. In questo quadro un vero interesse a sostenere con impegno e con risorse adeguate lo sviluppo dell’Ateneo stentava in realtà a maturare sia sul versante locale, dove la società civile era ancora priva di una sua autonomia e di un suo dinamismo, sia sul versante governativo, dove la politica della monarchia sabauda non puntava più su un’effettiva crescita dell’istruzione nell’isola. Dopo la vivace primavera inaugurata dalla riforma boginiana l’Università di Sassari si preparava ad attraversare un lungo autunno da cui avrebbe stentato ad uscire.

Studi Angioyultima modifica: 2009-05-14T11:55:45+02:00da zicu1
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