SA SCOMUNIGA DE PREDI ANTIOGU: di Autore sconosciuto *

 

Università della terza Età di Quartu sesta Lezione 25-11-2015
Scheda di Francesco Casula
Il capolavoro, anonimo, della poesia comico-satirica sarda dell’800
Sa Scomuniga de predi Antiogu in 678 versi, alcuni dei quali particolarmente icastici e fulminanti, rappresenta senza ombra di dubbio il capolavoro della poesia comica e satirica in sardo-campidanese dell’800 e – forse – non solo. E rimane comunque una delle opere migliori prodotte in lingua sarda.
Mai pubblicata a stampa dal suo autore che rimane sconosciuto, la più antica edizione che si conosce è del 1879 con il titolo Famosissima maledizioni de s’arrettori de Masuddas, a dimostrazione che era molto conosciuta e dunque doveva essere già abbastanza antica.
Antonello Satta, il grande studioso de Sa scomuniga, colloca la data di composizione intorno al 1850: nel clima delle polemiche e delle scomuniche che precedono e seguono l’abolizione, per legge, delle decime il 15 aprile 1851 da parte di Vittorio Emanuele II.
Celebrata da Antonio Gramsci che le riconosce un umorismo fresco e paesano e in una Lettera alla madre le chiede di mandargliene una copia; studiata da Max Leopold Wagner, che la considera «un monumento psicologico» e «dalla vis comica irresistibile», anche se, –a mio parere sbagliando – non le riconosce il minimo valore letterario.
L’autore, che è un eccezionale conoscitore della cultura popolare, di ciò che vive e che si muove nelle sue viscere e nel suo sottosuolo, non è un poeta estemporaneo che si affida alla imitazione della poesia colta. È un intellettuale raffinato che riesce a portare la poesia popolare e satirica nell’ambito della dignità artistica, in genere non amplissimo in Sardegna, anche perché la nostra intellighenzia locale, salvo rare eccezioni, è solita affidarsi alle suggestioni –quando non alle rimasticature– delle culture egemoni ed esterne: arcadiche o romantiche o neorealiste o noir, poco importa. Culture che sono assolutamente divergenti o comunque lontane, –almeno per come vengono assimilate ed espresse– dalla identità dei sardi.

Presentazione del testo
Predi Antiogu, emblema non soltanto del clero –e dunque di una classe di potere– ma anche dei poveri di villaggio, fatti tutti uguali dalla miseria, è costretto, se vuole sopravvivere, a entrare e inserirsi anche lui nella economia locale, e si fa allevatore di pecore e di capre. Ma anche lui è costretto a “pagare” una decima, pesante ed esosa: subisce, infatti, il furto del suo bestiame. Così s’arrettori de Masuddas porta sul pulpito la sua dolorosa esperienza privata, l’aver subito in «d’una notti de scuriu», [«in una notte oscura»], il furto. In tal modo, i «malignosus e discannotus», [«maligni e ingrati»], nei paesi come Masullas hanno voluto degumai po finzas a is sacerdotus, [«far fuori persino i sacerdoti»].
Antonello Satta colloca la composizione in quel genere letterario specificamente sardo che chiama «poesia agreste», che riconduce nel cuore stesso di un modo di pensare la propria esistenza che è tipica della civiltà di villaggio della Sardegna dell’Ottocento.
Ma ecco i versi del testo:

[…]
Custu sreba’1 po is mascus
It’ap’a2 nai immoi
a is eguas colludas?
Minci e chi si a’ parau!
Gei nd’eis cundiu sa’ idda3
cun centu milla maneras
de lussuria e disonestadi!

Tengu finzas bregungia
de ddu nai me in s’Artari:
sindi andais a Casteddu
it’an ca feis me innì?
Nan c’andais a srebì:
unu tiau! A bagassai!
E finzas po tres arriabis
osi feis iscrapuddai
de pustis chi su sodrau
su nennori cavalleri
os’ant appiccigau
su mabi4 furisteri.
E immoi a intru ’e5 ’idda6
ita manera è custa
ita tiau de farringiu
totu su logu è pringiu
e accanta de iscioppai.
Candu mai custu s’è biu:
is bagadias angiadas!
Eguas de su dimoniu
anch’è su matrimoniu
E is cartas de isposai ?
Minci e chini s’ad isbiddiau
e pottau a segu’ de carru! […]

Note
1.Nella lingua sarda è molto presente il fenomeno della “metatesi” (dal greco metàthesis che significa trasposizione) presente nella lingua greca, ma anche di altre lingue, persino in italiano per es. areoplano invece di aeroplano. Così possiamo avere srebat o serbat, (serva), perda, preda o pedra (pietra) con la trasposizione del fonema, “r” in questo caso, all’interno della parola. Un fonema che potremmo chiamare “ballerino”: in quanto si sposta..
2. Il segno <‘> indica l’elisione di qualche lettera: in genere della consonante finale (della <t> in sreba’) o della vocale <a> ( in it’) o <u> (in ap’).
3. L’elisione può anche riguardare la consonante iniziale come in ‘idda, (paese) in cui è eliminata la <b>. Il motivo delle elisioni è da ricondurre o a cacofonie (cattivi suoni) o a motivazioni metriche.
4. Mabi (male) tipico della Marmilla, nella maggior parte del Campidanese si usa “mali”.
5. ‘e (di):viene elisa la d iniziale
6. ‘idda: vedi nota n.3

Traduzione
[…]
Questo serva per i maschi
Che dirò adesso
alle cavalle vergini?
Maledetto chi vi ha messe al mondo.
Avete proprio sistemato il paese
in centomila modi
di lussuria e disonestà.
Ho persino vergogna
a dirlo dall’Altare:
ve ne andate a Cagliari
per fare che cosa laggiù?
Dicono che andate a far le serve:
un accidenti! A puttaneggiare!
E anche per pochi centesimi
vi mettete a scapocchiare
dopo che il militare
il signore cavaliere
vi hanno contagiato
il male forestiero.
E adesso nel paese
che maniera è questa
che diamine di meretricio,
tutto il posto è pregno
ed è vicino a esplodere.
Quando mai s’è visto questo:
le nubili che hanno figliato!
Cavalle del demonio,
dove sono il matrimonio
e gli atti per sposarsi?
Maledetto chi vi ha tolto il cordone ombelicale
e portato nella parte posteriore del carro! […]

ANALIZZARE
Dentro lo schema del componimento che è semplicissimo (denuncia particolareggiata del furto e anatema) scorre la vita della comunità della Marmilla, una regione storica della Sardegna meridionale, vista nel suo sottosuolo antropologico. Un popolo dedito alle fatiche e alle miserie delle attività contadine diventa «archiladori, chi non lassat cosa in logu, una maniga de ladronis» [«uccello rapace che non lascia niente dove passa, un manipolo di ladri»]. Tutti, infatti, sono «furuncus che i su ’attu, imbidiosus de s’allenu, praizzosus che i su cani» [«ladri come i gatti, invidiosi dei beni altrui, poltroni come i cani»].
Particolarmente duri ed efficaci sono gli improperi contro le donne, cui sono dedicati i versi riportati: esse, per predi Antiogu (prete Antioco), non si limitano a bagassai, (puttaneggiare), soltanto quando vanno a Cagliari, come domestiche: ma si comportano allo stesso modo anche a intro ’e ’idda, (dentro il paese), tanto che «tottu su logu è pringiu e accanta de iscioppai» (tutto il posto è pregno e vicino a esplodere, partorire).
L’autore de Sa scomuniga nei suoi versi rifiuta e sfugge a preziosismi retorici e lessicali come a metafore di riporto o immagini meramente letterarie. La sua lingua scorre fluida e lieve nell’alveo della poesia/creazione comunitaria, senza forzature popolareggianti di matrice colta. La lingua di base è il campidanese dell’area di Mogoro-Masullas in cui si sovrappongono elementi lessicali, fonetici e sintattici appartenenti ad altre aree linguistiche dei campidani. Il metro si avvicina a quello della repentina, una composizione estemporanea e improvvisata, cantata soltanto da pochissimi improvvisatori, il verso è libero.

FLASH DI STORIA-CIVILTA’

-“Sa scomunica de Predi Antiogu”, Gramsci e il folclore.
L’interesse di Gramsci per “Sa scomunica de Predi Antiogu” deriva dalla curiosità di conoscere la cultura popolare oltre che la Lingua sarda. Che il “martire” di Ales concepisce come qualcosa che si “costruisce“ dinamicamente nel tempo, che si confronta e interagisce, entrando nel circuito dell’innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce con l’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, per Gramsci, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
Sì, le tradizioni popolari: “le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche… le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio … le feste di Sant’Isidoro”. “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927– che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
In varie Lettere dal carcere ma anche in altre opere Gramsci ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa molto seria. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, facendo sparire il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore, è ciò che è, e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita…riflesso della condizione di vita culturale di un popolo…in contrasto con la società ufficiale“.

-La Chiesa e la Lingua sarda
Dal Basso Medioevo fino ai primi del ‘900 la Chiesa produce molte opere in Lingua sarda e in tutto questo periodo moltissimi preti maneggiano la Lingua sarda meglio dello Spagnolo prima e dell’Italiano poi. Vengono così prodotti Gosos (Inni e laudi), sacre rappresentazioni, sermoni ad uso dei sacerdoti ma soprattutto manuali di catechismo: questa scelta nasce soprattutto dall’esigenza di diffondere il Cristianesimo a livello popolare. Pensiamo a questo proposito a quanto avviene con il dominio piemontese nell’Isola. Nel 1720, quando i Savoia prendono possesso della Sardegna,la situazione linguistica isolana è caratterizzata da un bilinguismo imperfetto: la lingua ufficiale -della cultura, del Governo,dell’insegnamento nella scuola religiosa riservata ai ceti privilegiati – è il Castigliano,; la lingua del popolo in comunicazione subalterna con quella ufficiale è il Sardo.
Ai Piemontesi questa situazione appare inaccettabile e da modificare quanto prima, nonostante il Patto di cessione dell’Isola del 1718 imponga il rispetto delle leggi e delle consuetudini del vecchio Regnum Sardiniae. Per i Piemontesi occorre rendere ufficiale la Lingua italiana. Come prima cosa pensano alla Scuola per poi passare agli Atti pubblici. Ma evidentemente le loro preoccupazioni non sono di tipo glottologico. Attraverso l’imposizione della Lingua italiana vogliono sradicare la Spagna dall’Isola, rafforzare il proprio dominio, combattere il “Partito spagnolo”, sempre forte nell’aristocrazia ma non solo. Pensano allora di elaborare “Il progetto di introdurre la Lingua italiana nella scuola“ affidandone lo studio e la gestione ai Gesuiti. Nella prima fase il progetto coinvolgerà comunque pochi giovani: appartenenti ai ceti privilegiati. Il problema diventa molto più ampio ai primi dell’Ottocento, quando il Governo inizia a interessarsi dell’Istruzione del popolo. I bambini “poverelli” ricevono, gratuitamente, due libri in lingua italiana: Il Catechismo del Cardinal Roberto Bellarmino e il Catechismo agrario, “giacchè l’agricoltura è precipuo sostegno di ogni stato e in particolare della Sardegna”. Ma evidentemente l’operazione culturale non dà buoni frutti se non solo all’inizio dell’800 ma anche all’inizio del ‘900 la Chiesa sente il dovere di scrivere i Catechismi in Lingua sarda: ne ricordo in particolare due: uno del 1820 (de su obispu Giuanni Nepomuceno de Iglesias) e un altro (Catechismu Maggiori) del 1910, ambedue scritti in sardo-campidanese.

*Questi testi sono tratti dalla mia Letteratura e civiltà della Sardegna volume 1, Edizioni Grafica del Parteolla, 2011.

SA SCOMUNIGA DE PREDI ANTIOGU: di Autore sconosciuto *ultima modifica: 2015-11-20T17:55:16+01:00da zicu1
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