Il testo con cui sabato 20 Febbraio ricorderò Eliseo Spiga

 

RICORDANDO ELISEO SPIGA

Hotel Caesar’s   Cagliari 20-2-2010

25 anni della CSS

di Francesco Casula

Onore al nostro grande Maestro

Il 19 Novembre scorso, un grigio pomeriggio, in un ospedale cagliaritano, Eliseo Spiga ci ha lasciato.

Se n’è andato in silenzio, senza clamore. Sofferente. Negli ultimi anni, soprattutto dopo la morte dell’amatissimo figlio Lucio, le sue fibre fisiche hanno iniziato a cedere. Ma la sua testa continuava, lucida, a produrre. Ha continuato fino agli ultimi giorni a studiare e a scrivere. Stava lavorando per un nuovo romanzo: sulla felicità, mi aveva confidato. E stava scrivendo poesie in sardo. Dieci giorni prima di morire è venuto nella mia casa di Flumini di Quartu –abitava a qualche chilometro di distanza, nelle campagne di sant’Isidoro- per ritirare il bando di Concorso del Premio Ozieri, cui voleva partecipare. Negli ultimi due anni infatti si era dedicato anche alla poesia in limba: aveva persino vinto premi nei Concorsi di Escalaplano, Iglesias e Quartucciu.

Con Eliseo Spiga scompare un grande combattente, uno degli intellettuali più lucidi e creativi della Sardegna: un intellettuale sanguigno, irregolare e disorganico a Partiti e camarille, renitente e utopistico. Spiga si ribellava infatti allo sfacelo e alla società alienata della apparente razionalità capitalistica del sistema economico e sociale occidentale. In altre parole non si conformava e non si arrendeva alle logiche e alle ragioni della modernizzazione tecnicista, al mito dello Stato e del mercato, al dio moneta

Ci ha lasciato costernati. Abbiamo perso un amico e un maestro. “Un uomo storto” si definiva fra il serio e il faceto: per me, per noi militanti etnicisti, per noi della Confederazione sindacale sarda, era una guida intellettuale e morale, un combattente, fino all’ultimo respiro, perché questa malfatata nostra Isola,  si liberasse dalle catene che la inchiodavano alla dipendenza e alla marginalità.

 

Nato ad Aosta il 14 giugno 1930 da genitori emigrati dalla Sardegna per ragioni vagamente politiche. Riportato nell’Isola subito dopo, svolge la sua esistenza a Cagliari e dintorni, compiendo tutti gli studi con scarso impegno e pari profitto.

L’infanzia e l’adolescenza vengono profondamente segnate dalle ultime persistenze comunitarie nel suo paese, Quartucciu, dal trauma della seconda guerra mondiale, fatto di fame paura e malattie, e dalle tormentate vicissitudini della sua famiglia pienamente contadina ed operaia. E’ nel clima culturale dell’immediato dopoguerra, carico di forti emozioni che lambivano anche il suo pur ristretto ambito familiare, che Spiga comincia a sentire l’attrazione delle grandi ideologie che domineranno i decenni successivi.

L’incontro con Emilio Lussu, già leggenda eroica dei Sardi, combattente sardista e antifascista nonché grande scrittore, segnerà definitivamente le sue scelte e i suoi umori per tutti gli anni a venire.

Si dedicherà, infatti, all’attività politica nell’ambito della sinistra, assumendo ruoli diversi sempre segnati dalla sua originaria vena utopica. Agitatore politico, dirigente di partito, militante etnicista, organizzatore di circoli politico-culturali, (come Città e Campagna), giornalista e fondatore dì giornali periodici, (come Nazione sarda e Tempus de Sardinnia)), animatore del movimento per i diritti linguistici dei Sardi: promotore insieme a Antonello Satta, Cicitu Masala, Elisa Nivola ed altri della proposta di legge di iniziativa popolare sul Bilinguismo perfetto.

Ideatore del primo ed unico sindacato etnico dei lavoratori, Il nostro sindacato: la Confederazione sindacale sarda (CSS), cui dedicherà un pezzo importante della sua vita e della sua appassionata attività.

Nel 1997 Eliseo Spiga –questa sua iniziativa spesso si dimentica ma è importantissima- è l’ideatore di un  Congresso dei sardi che, preparato in un gran numero di dibattiti in tutta l’Isola e nelle aree dell’emigrazione, poteva forse liberare la Sardegna dalla crisi dell’istituto autonomistico, dei modelli politico-culturali metropolitani dello sviluppo, delle strutture economiche recenti e tradizionali, del rapporto fra città e paesi. Dopo una serie di incontri e discussioni cui partecipano intellettuali (come Giovanni Lilliu, Bachisio Bandinu, Francesco Casula, Federico Francioni, Pino Usai, Gian Franco Contu, Placido Cherchi, Salvatore Cubeddu) scrittori e poeti (come Francesco Masala, Antonio Cossu, Faustino Onnis, Leonardo Sole, Gianfranco Pintore, Franco Carlini, A. Cristina Serra, Franca Marcialis, Mario Puddu, Matteo Porru) artisti (come Pinuccio Sciola, Enzo Parodo, Franco Madau, Piero Marcialis, Giorgio Pinna) politici (come Michele Columbu, Mario Melis, Bustianu Cumpostu, Italo Ortu, Vincenzo Demontis, Efisio Pilleri, Chicco Frongia, Paolo Mureddu)) giornalisti (come Andrea Frailis, Antonio Ghiani, Gianfranco Pinna,Vanni Tola, Vindice Ribichesu, Paolo Pillonca, Alberto Testa) sindacalisti (come Giacomo Meloni, Antonello Giuntini, Gian Piero Marras, Gino Steri).

Il il  21 Gennaio del 1998 a Bauladu si svolge la prima Assemblea cui partecipa una vera e propria folla, proveniente da tutta la Sardegna. La riunione verrà introdotta dalle relazioni di Giovanni Lilliu (in perfetto sardo-campidanese) e di Eliseo Spiga.

Al suo impegno politico accompagna un costante approfondimento dei temi fondamentali della cultura sarda, il sardismo, l’autonomismo e un rinnovamento economico-sociale.

Nel 1968, già uscito dalla militanza di partito, (il PCI) comincerà ad allontanarsi dalle ideologie della sinistra, nei confronti delle quali svilupperà una polemica costante finita successivamente nel distacco totale. E’ di questo periodo la pubblicazione di un libro collo pseudonimo di Giuliano Cabitza: Sardegna,  rivolta contro la colonizzazione, in cui comincia ad affacciare la sua propensione per l’autogoverno comunitario, inteso non soltanto come aspirazione ideale, ma anche come prospettiva politica generale.

Questo libro indica che Cabitza compie una svolta culturale definitiva, mai revocata ed anzi sempre più radicalizzata: soprattutto negli ultimi anni.

La Sardegna, infatti, era diventata il centro dei suo universo, da cui aveva cacciato la città, il partito, quello comunista e gli altri, il marxismo-leninismo, la classe operaia, lo Stato.

La Sardegna non gli appariva più un puntino sperduto nel mappamondo, ma gli si ergeva come torre d’osservazione dei problemi del mondo e come oracolo premonitore di possibili destini diversi dell’umanità. Dopo un’intensa e pluridecennale attività pubblicistica, nel 1998 consegna alla stampa un suo romanzo, Capezzoli di pietra, Zonza editori.

Nel 2000, lo stesso editore Zonza pubblica un altro libro, che Spiga scrive assieme allo scrittore e poeta Francesco Masala e al filosofo Placido Cherchi, intitolato Manifesto della gioventù eretica e del comunitarismo nel quale si tenta di interpretare in riferimento alla realtà sarda corrente i principi e i valori della cultura nuragica e, in particolare, della concezione comunitaristica.

Alla fine del 2006 l’Editrice CUEC cura l’edizione dell’ultimo libro di Spiga col titolo La sardità come utopia, note di un cospiratore. In esso l’Autore, rifiutando le ideologie della modernità quali illuminismo, liberalismo e socialismo, pone la propria biografia come base di un pensiero di terra, come base, cioè, di una elaborazione concettuale sospinta e sostenuta direttamente dalla personale esperienza esistenziale. L’ipotesi dì fondo é che la vita dì ogni essere umano contiene un messaggio, quali che siano la sua importanza e il suo contenuto, e che tale messaggio debba essere confrontato con gli altri messaggi personali per ricostituire  un dialogo capace di diventare fonte di ricomposizione dell’unità del genere umano gravemente minacciato dai pericoli insiti nella crisi dell’età moderna e dell’intera civiltà prodotta dalla Storia.

 

Ricordavo prima il suo unico romanzo, Capezzoli di pietra. E’ proprio su questo vorrei soffermarmi per ricordare Eliseo. Un romanzo poco conosciuto ma fondamentale per capire il suo pensiero e i suoi sentimenti ancor più: un potente, avvincente e suggestivo romanzo, al tempo stesso storico e utopistico, popolato da personaggi terragni e visionari.

   Conoscevamo Eliseo Spiga come giornalista e saggista, gran conoscitore delle cose sarde, operatore culturale e teorico del “neosardismo”, definizione per la verità che non ha mai gradito ma che ormai gli è stata appiccicata addosso dai media.

   Ebbene con questa opera meraviglia e sorprende un po’ tutti. Mostra infatti una vocazione lirica, corposamente, figurativamente, sensualmente – e non solo per il titolo del romanzo – lirica.

   La costruzione romanzesca e mistico-visionaria, fondata sulla massiccia consequenzialità dell’utopia e insieme sulla storia e la realtà contemporanea, si snoda attraverso fatti storici, digressioni ragionanti o descrittive, osservazioni intercalate, frequenti metafore mutuate – direbbe Max Leopold Wagner – dalla “vita rustica” che l’autore ben conosce. Con fraseggiare, periodare e passaggi agili e felici; con straordinari intrecci che hanno inizio, si interrompono, si intessono di nuovo, si spezzano e infine si risolvono, facendo abbondante uso dei flashback. Con soluzioni linguistiche e prosadiche fortemente personali: perché Spiga ha pochissimi debiti con la cultura accademica e difficilmente gli si può attagliare qualche “ismo” tradizionale. Intellettuale irregolare renitente e utopistico, Spiga si ribella allo sfacelo e alla società alienata della apparente razionalità capitalistica del sistema economico e sociale occidentale. In altre parole non si conforma e non si arrende alle logiche e alle ragioni della modernizzazione tecnicista, al mito dello Stato e del mercato, al dio moneta: ma non in nome di qualche società perfetta e ideale, di qualche “città del sole” utopica –alla Tommaso Moro o alla Campanella, tanto per intenderci– bensì della comunità nuragica, della sua organizzazione politica e sociale, della sua economia e dei suoi valori.

   Il tema, che attraverserà l’intero romanzo è annunciato solennemente ed affermato apoditticamente fin dalla prima pagina:”I miti della moneta e dello stato, che erano affluiti in cielo per oltre 50 secoli da tutti i punti dell’orizzonte e che si erano addossati gli uni agli altri fino a formare un’unica coltre, quasi un altro cielo, si squarciavano fragorosamente e rovesciavano sulla terra grandine vento e fuoco”.

   La razionalità del sistema, la visione rettilinea e lineare della storia, la fede <nelle magnifiche sorti e progressive>, sono fatte a pezzi, ridotte in frantumi, fin dall’esordio del romanzo. La civiltà industriale, -o più propriamente l’inciviltà industriale, per usare un’espressione del grande scrittore italiano PaoloVolponi- produce infatti immani catastrofi, mostruosi disastri, ciclopiche sciagure. L’Ordigno –questa è la potente immagine e il simbolo che Spiga utilizza per riassumere il trinomio città/stato/moneta- cui si oppone l’Organismo, ovvero la triade campagna/comunità/beni d’uso –  ha creato nuove barbarie: la pascoliana “truce ora dei lupi”.

   La Sardegna è diventata così “un atollo nuclearizzato” in mezzo al Mediterraneo e “l’occhio vitreo” dell’Ordigno, da milioni di teleschermi impone ordini sul mangiare, sul vestire, sul pensiero e sul sapere. Perché vuole ridurre tutto all’unità:” Un mondo. Una legge. Un’umanità indistinta, Una coscienza frollata. Un paesaggio spianato,. Una luce fredda“. Insieme nelle città “persino l’aria scarseggiava e l’acqua era diventata quasi un articolo da farmacia”.

   Cagliari è distrutta da un uragano di fuoco e di acqua e Nurgulè – il protagonista del romanzo è “trasportato dal diluvio come arca inzuppata, sullo sperone più alto del promontorio di Sant’Elia, nella sfera del delirio, al di là del tempo e dello spazio”.

   Perché –ecco un altro suggestivo tema del romanzo– l’uomo contemporaneo non è più in nessun luogo e il tempo non sa ormai cosa sia. La moderna inciviltà urbana e industriale crea infatti sradicamento, estraneità, tragica solitudine, costante declino di tutti i valori, perdita orribile e insanabile del senso della totalità, disperante lacerazione e cancrena dell’individuo. E insieme cancella la dimensione del tempo storico: sia lo spessore del passato che la prospettiva del futuro, riducendo tutto a un presente astorico e senza tempo.

   A fronte di tale catastrofe e disfatta, Nurgulè rientra nel ventre materno e risale il tempo, con il suo spirito disincarnato, fino all’origine della biforcazione fatale in cui si era smarrita una parte dell’Umanità.

   Ritorna così al mondo delle origini, al mondo della natura, a uno splendido passato di bellezza: che ci lascia un’impressione di letizia, come se avessimo attraversato un paese amabile e felice.

   Il periodo nuragico, la società nuragica è infatti vista, descritta, rappresentata, cantata e celebrata nel romanzo come l’età dell’oro, arcana e felice,- soprattutto a confronto con il buio del presente  – solcata com’è da lampi di magia che creano nel lettore stati d’incanto.

   E’ la civiltà della sovranità comunitaria, che non costruisce città ma villaggi, perché “la città è ostile alla terra, agli alberi, agli animali e inselvatichisce gli uomini, pretende tributi insopportabili per accrescere le sue magnificenze…crea i funzionari del tempio e del sovrano…i servi e gli schiavi”

   E’ la civiltà della gestione comunitaria delle risorse, della democrazia, dell’egalitarismo, dei rapporti amichevoli con gli altri popoli del Mediterraneo.

   E’ la civiltà che rispetta l’ambiente, la natura, gli equilibri dell’ecosistema, della terra perché “non ci appartiene e siamo noi che le apparteniamo, siamo solo i suoi figli e non i suoi padroni”.

   E’ la civiltà che identifica la Comunità e la Nazione sarda con i suoi nuraghi, “fiaccole perenni di indipendenza”, simbolo “della libertà eterna della Confederazione delle Comunità nuragiche” che si oppone “alla pretesa eternità delle monarchie divine raffigurate dalle piramidi nilotiche”.

   E’ la civiltà con il suo peculiare idioma, che sarà <tagliato> e proibito dai Romani, che avevano decretato il taglio della lingua e la crocifissione per chiunque fosse stato sorpreso a pronunciare una parola nuragica. ”Le croci da quel momento furono i nuovi alberi piantati dallo stato: Ne furono piantati dovunque e in tutte le stagioni. Ciascuna di esse riguardava l’obbligo del mutismo. E col l’abolizione della lingua si dissolveva anche l’ultimo segno di riconoscimento e di appartenenza alla Comunità. Un mutismo che sapeva di peste. E la peste spingeva tutti verso l’ebetudine, dissecava il pensiero, calcificava le idee, annientava la creatività”.

   Si tratta solo di lacerti lirici e onirici? Di struggente nostalgia per un antico splendore? Di una favola –sia pure bella– che Spiga sogna, invoca, almanacca, come una necessità fantastica e biologica, ma pur sempre una favola? L’invocazione di un mondo salvo e salvifico, di una tana, di un’arca di Noè per salvarci dalla disumanizzazione di una realtà dominata dall’Ordigno?

   Certo, può darsi. Ma non solo. E comunque se di favola si tratta, è una favola che parla di noi, di noi sardi e di noi uomini e donne del 2000. Dei nostri problemi. Delle nostre ossessioni.

   Per cui il romanzo risulta, con le ardite metafore, con lo scatenamento figurale, con l’ottimismo vitale, con la simpatia creaturale, una sorta di Odissea di Nurgulè e dei Sardi tutti, una sorta di Bibbia, con il suo Iavè e le tavole della legge, con precisi e potenti valori.

   Così l’arte di Eliseo Spiga, altamente civile, etnica, etica e testimoniale, non edulcorata né normalizzata né falsa, mira a “vendicare i vinti” (Shakespeare), attraverso una Comunità pacifica, gloriosa e felice, simbolo e modello di una umanità liberata dalla malaria, dalle malattie, dal bisogno, dalla tirannide, che assapora la vita in una chiave elementarmente e sanamente edonistica, robinsoniana e felice.

   Ma non è forse ciò cui l’uomo aspira?

 

Mi avvio alla conclusione.

Mai amato dal potere, la morte di Eliseo è avvenuta nel silenzio totale della stampa sarda: gli è che Eliseo è disadatto a ogni incorporazione storica dei vincitori e delle plurime corporazioni del potere: ad iniziare da quello mediatico. Il giorno dopo la sua scomparsa, sulla Nuova Sardegna come Sull’Unione sarda sono apparse solo quattro righe quattro. A proposito dell’Unione devo però ricordare la bella postilla di una giornalista, Donatella Pinna, a una mia nota sulla morte di Eliseo. Eccola

Ottant’anni da compiere: non è un’età per morire, oggi. Ma l’oggi, inteso come capolinea di un’odiata modernità, piaceva sempre meno a Eliseo Spiga. «L’economia, o meglio quella attività di rapina a cui è stata attribuita la definizione di economia, appare sempre più come una immane e micidiale truffa a cui è difficile scampare. La politica è ormai un terreno impraticabile per chi nutre sentimenti di cittadinanza e rifiuta la sudditanza clientelare», scriveva nel marzo scorso sul blog di Gianfranco Pintore. Cercava nella civiltà dei nuraghi i semi del mondo che sognava di costruire: una società di liberi solidali, capaci di autogoverno. Le sue utopie non gli hanno portato soldi, né incarichi o amici potenti. Forse era davvero un ingenuo fuori dal mondo. Un visionario senza senso pratico. Ma che sollievo, e che onore, veder passare un uomo per il quale l’orizzonte dell’azione politica andava dal Mito della Preistoria al futuro più lontano. E non si fermava alla spartizione dei privilegi, al «pascolo recintato delle oligarchie”.

 

Lo hanno inoltre ricordato affettuosamente tutti gli iscritti e i  dirigenti della CSS, (ad iniziare dalla segreteria nazionate e dalla Direzione) la sua ultima e più amata “creatura”, con questo comunicato:

Uomo generoso e forte, intellettuale scomodo, politico e sindacalista, scrittore e poeta, combattente per l’affermazione dei valori identitari e comunitari della Nazione Sarda e del Popolo Sardo. Innamorato della Sardegna. A Eliseo, messaggero di libertà e democrazia, un abbraccio fraterno ed un bacio infinito.

 

Particolarmente intenso il ricordo di Bustianu Cumpostu, leader di Sardigna natzione Indipendentzia. Eccolo:

Rebelle mai domadu, fitzu liberu de Sardigna, armadu de pinna e de limba liberas at postu semenes de rebellione e de dignidade in meda de nois. Est istadu leghenne “Per una universita’ contadina” e ateros iscritos suos e de Simon Mossa chi meda indipendentistas de oje ant potidu distruere sas categorias culuniales chi sa cultura anzena nos aiat fraigadu in conca. Ti torramus gratzias mannas, Elise’ as semenadu bene, s’incuntza no at a mancare e ateros semenes ant a esser postos a pastinu finas chi sos  sardos no ant a torrare meres in sa terra e in su pessare issoro.

 

Termino con la lettura di una sua poesia che ha vinto il 2° Premio al 10° Concorso di poesia “Città di Iglesias” nel 2006. 

MAURREDHINA.

No prangiast/

maurredhina donosa/

po sa malasorti/

chi t’ at destinau/

a vida penosa/-

Ricca fiast,/

donosa maurredhina,/

isteddu luxenti,/

che antiga dama/

in sa portantina./-

E famosa,/

sendi bona e galana,/

ca teniast venas de prata/

e ogus de ossidiana/-

Ma is Reis,/

tzurpus e iscumpudius,/

ant is prendas tuas/

donau a porcus/

innoi benius./

-Cantu porcus/

ndi sunti aproillaus/

de onnia furca./

Fintzas unu Karl Marx,/

cruccu de Brenthaus./

Cantu ballus/

a Palazzu de Bugerru/

cun is ballerinas/

dae Parigi po/

cuai s’inferru./-

Minadori./

Totu sa vida pigada/

po una costedda/

scarsa cun bruvura/

ingaungiada/ –

No prangiast,/

maurredhina spollada./

Cun comunidadis/

 noas as a bessiri/

mellus apprendada”.

 

 

 

Il testo con cui sabato 20 Febbraio ricorderò Eliseo Spigaultima modifica: 2010-02-18T14:21:00+01:00da zicu1
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2 pensieri su “Il testo con cui sabato 20 Febbraio ricorderò Eliseo Spiga

  1. Grazie,
    un bellissimo punto d’osservazione, questo luogo, per conoscere una terra meravigliosa come la Sardegna, e la sua poesia.
    Quindi, anche se a me sconosciuto, mi unisco al saluto al poeta che sa rendere ancora vivo attraverso le sue parole.

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