LA POESIA IN LINGUA SARDA

 

Iglesias 11-10-2013, Teatro Electra, Piazza Pichi, ore 18:

 

L’Associazione culturale LOGOS organizza un Convegno sulla Poesia sarda e italiana. 

 

LA POESIA SARDA

di Francesco Casula

 

Premessa:La letteratura sarda

 

L’umore esistenziale del proprio essere sardo, –di cui parla Lilliu- come individui e come gruppo che, in ogni momento, nella felicità e nel dolore delle epoche vissute, ha reso i Sardi costantemente resistenti, antagonisti e ribelli, non nel senso di voler fermare, con l’attaccamento spasmodico alla tradizione, il movimento della vita e della loro storia, ma di sprigionarlo il movimento, attivandolo dinamicamente dalle catene imposte dal dominio esterno” pur in presenza di forti elementi di integrazione e di assimilazione, nella società, nell’economia e nella cultura continua a segnare profondamente, sia pure con gradazioni diverse, oggi come ieri, l’intera letteratura sarda che risulta così, autonoma, distinta e diversa dalle altre letterature. E dunque non una sezione o, peggio, un’appendice di quella italiana: magari gerarchicamente inferiore e comunque da confinare nella letteratura “dialettale”. Il sistema linguistico e letterario sardo infatti, come sistema altro rispetto a quello italiano, è sempre stato, come tale, indipendente e contiguo ai vari sistemi linguistici e letterari che storicamente si sono avvicendati nell’Isola, da quello latino a quello catalano e castigliano, e, per ultimo, a quello italiano, con tutte le interferenze e le complicazioni e le contaminazioni che una simile condizione storica comporta. Una situazione ricca e complessa, propria di una regione-nazione dell’Europa e del mediterraneo.

 

Nasce anche da qui l’esigenza di un’autonoma trattazione delle vicende letterarie sarde: ad iniziare da quelle scritte in Lingua sarda. Da considerare non “dialettali” ma autonome, nazionali sarde, vale a dire.

 

A questa stessa conclusione arriva, del resto, un valente critico letterario (e cinematografico) italiano come Goffredo Fofi, che nell’Introduzione a Bellas Mariposas di Sergio Atzeni (edito dalla Biblioteca dell’Identità-Unione sarda, pag.18-19) scrive:”Sardegna, Sicilia. Vengono spontanei paragoni che indicano la diversità che è poi quella dell’insularità e delle caratteristiche che, almeno fino a ieri, ne sono derivate, di isolamento e di orgoglio. E’ possibile fare una storia della letteratura siciliana o una storia della letteratura sarda, mentre, per restare in area centro-meridionale- non ha senso pensare a una storia della letteratura campana, o pugliese, o calabrese, o marchigiana, o laziale…

 

Il mare divide e costringe: La letteratura siciliana e la letteratura sarda possono essere studiate –nonostante la comunanza della lingua, con quella di altre regioni, almeno dopo l’Unità- come “Letterature nazionali”. Con un loro percorso, una loro ragione, loro caratteri e segni”.

 

Più o meno sulla stessa linea si muove Franco Brevini, considerato il maggior competente di poesia dialettale contemporanea, secondo il quale occorre riconoscere al sistema letterario sardo uno statuto particolare almeno per due motivi fondamentali:

 

1.Il sardo non può essere considerato un dialetto;

 

2. Difficilmente la Sardegna a causa della sua posizione decentrata e della sua peculiarissima storia, specifica e dissonante rispetto alla coeva storia  europea, segnata com’è dall’incontro con diverse culture, può essere integrata in un discorso di storia italiana.

 

 Da una analisi attenta della letteratura sarda potremmo vedere che dalle origini del volgare sardo fino ad oggi, non vi è stato periodo nel quale la lingua sarda non abbia avuto una produzione letteraria.

 

Del resto a riconoscere una Letteratura sarda è persino  un viaggiatore francese dell’800, il barone e deputato Eugene Roissard De Bellet che dopo un viaggio nell’Isola, in La Sardaigne à vol d’oiseau nel 1882 scriverà :”Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente  come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”

 

Certo, qualcuno potrebbe obiettare, che essa, rispetto ad altre lingue romanze, ha prodotto pochi frutti. E’ questa  -per esempio- la posizione dello stesso Gramsci, che dopo aver detto una sacrosanta verità “ il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sé”, afferma che esso non ha prodotto “ una grande letteratura”.

 

In realtà Gramsci non conosce la letteratura sarda: e per molti versi, non poteva neppure conoscerla, dati i tempi e le condizioni storiche – e personali – in cui viveva e operava.

 

Ma anche dato e non concesso che la lingua sarda abbia prodotto poco, si poteva pensare che un cavallo per troppo tempo tenuto a freno, legato  imbrigliato e impastoiato potesse correre e correre velocemente? La lingua sarda, certo, deve crescere, e sta crescendo: ha soltanto bisogno che le vengano riconosciuti i suoi diritti, che le venga proprio riconosciuto il suo “status” di lingua, e dunque le opportunità per potersi esprimere, oralmente e per iscritto, come avviene per la lingua italiana.  

 

1. LA POESIA SARDA SCRITTA

Iniziamo dai “testi scritti. La Lingua sarda, dopo essere stata infatti lingua curiale e cancelleresca nei secoli XI e XII, lingua dei Condaghi e della Carta De Logu, con la perdita dell’indipendenza giudicale, viene infatti ridotta al rango di dialetto paesano, frammentata ed emarginata, cui si sovrapporranno prima i linguaggi italiani di Pisa e Genova e poi il catalano e il castigliano e infine di nuovo l’italiano.

 

Nonostante ciò e contrariamente a ciò che comunemente si dice e si pensa da parte degli stessi sardi, la letteratura in Sardo  – soprattutto nella poesia – che l’isola ha espresso nei secoli, oltreché variegata nei diversi generi, è ricca di opere e di autori anche quando superata la fase esaltante del medioevo, all’indomani della sconfitta del regno di Arborea, mancando un centro politico indipendente, le lingue dominanti (catalano, castigliano e infine italiano) assunsero via via il ruolo di lingue ufficiali accolte in toto dal ceto dirigente isolano. Pensiamo alla poesia sacra e religiosa di Antonio Canu, Girolamo Araolla o di Fra Antonio Maria da Esterzili. Alla poesia politico-sociale di Francesco Ignazio Mannu alla fine del ‘700 o a quella politico-satirica di Diego Mele. O alla poesia arrabbiata, “maledetta” di Peppino Mereu alla fine dell’800. E pensiamo alla poesia giocosa satirica e persino erotica di Efisio Luigi Pintor Sirigu. O al capolavoro di Sa Scomuniga de Predi Antiogu. O alla poesia più propriamente lirica: basti pensare a Montanaru.

 

A proposito della poesia satirica in particolare vorrei soffermarmi un po’ anche per smentire  un luogo comune: ovvero che la poesia in lingua sarda si esaurisca, o che comunque prevalentemente sia “arcadica”: che  “canti” cioè una Sardegna folclorica, “bella e galana” con un lessico ridondante, superfluo e retorico che mutua dalla tropicalità vegetale del secentismo – o se vogliamo del dannunzianesimo – la parola esuberante e frondosa.

 

Una Sardegna da cartolina insomma, che piace tanto ai turisti e ai nostalgici: con le pastorellerie e gli amori leggiadri e leziosi, con i bamboleggiamenti arcadici e melici, con i balli tondi e le serenate, le vendemmie e le tosature, la solitudine dei campi e le feste, i tenores e le launeddas, la fisarmonica e l’organetto.      

 

Sia ben chiaro: nella poesia sarda è presente anche questa Sardegna e – io aggiungo – non tutto, anche su questo versante è da buttare: ma sicuramente non si esaurisce in essa.

 

In Sardegna è esistita ed esiste anche una poesia satirica, con un forte timbro sociale, tanto che si può tranquillamente affermare che il gusto del motteggio e della battuta scherzosa, dello sberleffo, della canzonatura e dell’ironia e, più ancora, della raffigurazione del mondo “sotto un profilo che ne metta in luce gli elementi paradossali e ridicoli, fa parte non solo del costume, ma dello stesso spirito isolano, grazie anche al forte potenziale umoristico della nostra cultura” (Michelangelo Pira, Il Meglio della grande poesia in lingua sarda, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1979, p.145).

 

E si esprime soprattutto –  oltre che in sassarese – in sardo-camnpidanese. Quest’ultima  variante infatti –  a me pare  – è più congeniale e più adatta per comporre poesia satirica, comica e giocosa. Forse perché lo stesso dizionario di immagini, lo stesso lessico dei modi di dire e degli schemi figurativi possiede già al suo interno idee ed impressioni atteggiate dall’anima popolare nella forma del paradosso, della battuta, della satira.

 

E perciò non è una caso che in sardo-campidanese siano state scritte molte e belle poesie aventi la cifra giocosa e satirica: abbiamo già accennato a Pintor Sirigu e a sa Scomuniga e potremmo continuare con i poeti villacidresi (da Bernardu De Linas a Ignazio Cogotti e Salvator Angelo Spano) o cagliaritani (da Bacaredda a Gaetano Canelles, da Teresa Mundula Crespellani a Luciana Aresu e Franca Ferraris Cornaglia). Fino ai più recenti Benvenuto Lobina, Acquilino Cannas o Francesco Carlini. 

 

2. LA POESIA SARDA ORALE

Dicevo che la lingua sarda ha prodotto molto ma, ancora oggi, non conosciamo tale produzione: persino quella scritta. Immaginiamo quella orale. Per cui è urgente una grande operazione di scavo e di recupero del nostro patrimonio letterario e poetico, molto del quale è ancora inedito, numerosissimi testi sono ancora ignorati dagli stessi  critici o sepolti in biblioteche e in archivi privati e pubblici. E occorre tener conto non solo dei testi scritti ma anche di quelli orali – abbondantissimi – quando ne siano recuperate le testimonianze. Abbondantissimi in specie sul versante della poesia. Ad iniziare dalla poesia religiosa e da is Pregadorias. Tradizionalmente infatti la poesia non veniva scritta ma semplicemente recitata e, più spesso cantata e diffusa e tramandata oralmente. E non penso solo alla poesia degli improvvisatori ma anche a quella di poeti colti come Diego Mele le cui poesie per decenni circolano solo oralmente e solo un anno prima della morte accetta di dettarle al figlioccio, Pietro Meloni Satta. Perché si scrivevano poesie soprattutto in Sardo? Perché la Lingua materna, il dantesco “parlar materno”  è la prima lingua della poesia. E, aggiungo, della musica. Per il bambino, l’infante, che l’apprende direttamente dalla madre, appunto, essa è soprattutto senso, suoni, musica: lingua di vocali. Dunque corporale e fisica e insieme aerea, leggera e impalpabile. E le vocali sono per il poeta l’anima della lingua, sono il nesso fra la lingua e il canto; fra la poesia, i numeri della musica, il ritmo e il ballo. Tanto che, storicamente, i confini fra poesia e musica e danza, sono sempre stati labili e sfumati a tal punto che gli antichi poeti – gli aedi greci per esempio – non scrivevano poesie ma le cantavano, accompagnandosi con la lira: non a caso nasce il termine “lirica” e “aoidòs” in greco significa “cantore”.

 

Ma “cantano” anche Dante e Petrarca, Ariosto e Tasso e Leopardi. E i “cantadores” sardi, soprattutto gli improvvisatori. Di cui la Sardegna è stata copiosissima e ancora, in parte, lo è.   

 

Cantano con quella lingua materna che riassume la fisionomia, il timbro, l’energia inventiva, la cultura, la civiltà peculiare del nostro popolo. Una lingua – il Sardo – che è insieme memoria e universo di saperi e di suoni. Che sottende – talvolta in modo nascosto e subliminale – senso e insieme oltresenso, musica, ritmo e ballo. Segnatamente il ballo tondo: momento magico in cui l’intera comunità, tott’umpare, si pesat a ballare, si muove in cerchio. E con questo esprime una molteplicità di segni,significati, simboli e riti: l’armonia dell’universo, il movimento dell’acqua e del fuoco, il Nuraghe.

 

Quella lingua che è soprattutto espressione della nostra civiltà e della nostra storia dunque ma nel contempo, strumento per difendere e sviluppare la nostra identità e la nostra coscienza di popolo e di nazione. Una lingua, i cui lemmi che la compongono, infatti, prima di essere un suono sono stati oggetti, oggetti che hanno creato una civiltà, oggetti che hanno creato storia, lavoro, tradizioni, letteratura, cultura. E la cultura è data dal battesimo dell’oggetto.

 

Quella lingua che è ancora libera, popolana, vera, indipendente, ricca: istinto e fantasia, passione e sentimento. Come tutte le lingue native o ancestrali che dir si volgia. A fronte delle lingue ufficiali e imperiali, vieppiù fredde, commerciali e burocratiche, vieppiù liquide e gergali,invertebrate e povere, al limite dell’afasia: certo indossano cravatta e livrea ma rischiano di essere solo dei manichini.

 

Una lingua che –se insegnata con intelligenza nelle Scuole di ogni ordine e grado- potrebbe servire persino per migliorare e favorire, soprattutto a fronte del nuovo “analfabetismo di ritorno“, vieppiù trionfante, a livello comunicativo e lessicale, lo “status linguistico”. Che oggi risulta essere, in modo particolare nei giovani e negli stessi studenti, povero e banale. Tanto che qualche studioso sostiene la tesi dei giovani “semiparlanti”: che non conoscono più la lingua sarda  e parlano (e scrivono) un italiano frammentario, disorganizzato, improprio, gergale; la cui parola dice di sé solo le accezioni selezionate dal Piccolo Palazzi: senza metafore, senza natura,senza storia, senza vita.

 

Quella lingua che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma e zenia hanno cercato di recidere.

 

Ma nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, censurato e falsificato, si tratta prima di tutto di ricostruirlo, di dissotterrarlo e di conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza e della smemoratezza.

 

Prima di concludere un cenno ai Premi di poesia in Lingua sarda. A mio parere essi hanno svolto e svolgono un ruolo fondamentale nella valorizzazione, arricchimento e diffusione della Lingua sarda. Ma c’è di più. Il  Professor Nicola Tanda, già ordinario di letteratura e filologia sarda presso l’Università di Sassari, nei giorni scorsi ha scritto: ”Oggi non è più un azzardo affermare che un contributo fondamentale al rafforzamento dell’identità sia venuto soprattutto dalla vera e propria riforma letteraria e civile della società sarda prodotta dai premi letterari in lingua sarda”.

 

Il grande critico Biagio Marin che presiedette la Giuria che nel 1974 assegnò a Benvenuto Lobina il premio nazionale “Città di Lanciano” per la silloge poetica Terra, disisperada terra   va oltre sostenendo, a proposito della funzione della lingua sarda nella poesia che: “Solo la poesia ha la potenza di impedire la sua sia pur lenta sparizione”.  

 

Conclusione: Cos’è la poesia? Cosa cantano i poeti sardi?

It’est sa poesia?

It’est sa poesia?… Est sa lontana

bell’immagine bida e non toccada,

unu vanu disizu, una mirada,

unu ragiu ’e sole a sa fentana, 

 

Unu sonu improvisu de campana,

sas armonias d’una serenada

o sa oghe penosa e disperada

de su entu tirende a tramuntana. 

 

It’est sa poesia?… Su dolore,

sa gioia, su tribagliu, s’isperu,

sa oghe de su entu e de su mare.

Sa poesia est tottu, si s’amore

nos animat cudd’impetu sinceru,

e nos faghet cun s’anima cantare. (Montanaru)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA POESIA IN LINGUA SARDAultima modifica: 2013-10-10T22:40:51+02:00da zicu1
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