Prefazione a un libro sulle tradizioni popolari

PREFAZIONE di di FRANCESCO CASULA

 

al libro FESTAS NODIAS-tradizioni, feste e sapori di Quartu Sant’Elena

 

di Giusi Ghironi e Daniele Pani (Alfa editrice)

 

La Sardegna possiede un ricchissimo patrimonio di tradizioni e di memorie popolari e ha prodotto una cultura viva e articolata che ha poche similitudini nel resto del mediterraneo. Basti pensare al patrimonio tecnico-artistico, alla cultura materiale e artigianale, alla tradizione etnico-musicale connessa alla costruzione degli strumenti (launeddas in primis), alla complessa e stratificata realtà dei centri storici e delle sagre, agli studi sulla realtà etno-linguistica e etno-religiosa, alla straordinaria valenza mondiale del patrimonio archeologico e dei beni culturali, all’arte: da quella dei bronzetti a quella dei retabli medievali; dagli affreschi delle chiese ai murales, sparsi in circa duecento paesi; dalla pittura alla scultura moderna.

Emergono e sono ancora vive, all’interno delle tradizioni, le Feste, religiose e profane, con una grande partecipazione corale e comunitaria, con balli e canti. Tanto da far scrivere a Antoine Claude- Pasquin -detto Valery (in Voyages en Corse, à l’Ile d’Elbe, et en Sardaigne, 2 volumi editi a Parigi nel 1837),  che “Il ballo e il canto sembrano i principali bisogni del popolo sardo sempre in festa” o “Il mese di Maggio in Sardegna è una festa perpetua”. Una festa che è nel contempo pagana e cristiana, sintesi di sensualità e misticismo, fede ed esibizione scenografica, fervore cristiano e sano e primitivo edonismo “robinsoniano”.

Ma non basta avere tradizioni. Cesare Pavese, nella prefazione di Moby Dick, romanzo dello scrittore e poeta statunitense Herman Melville, da lui tradotto in italiano, scrive opportunamente ”Avere una tradizione è men che nulla, è soltanto cercandola che si può viverla”.

 

Bene hanno fatto dunque Giusi Ghironi e Daniele Pani, autori di questo prezioso volume, “FESTAS NODIAS” a “cercare”, censire e raccogliere tradizioni, feste e sapori di Quartu Sant’Elena, per consegnarle e dedicarle –come scrivono nella Introduzione a tutti i Quartesi ma anche ”a tutti i sardi fieri di esserlo che vivono la modernità senza scordare dunque la loro identità e a tutti “is strangius“ cultori e simpatizzanti delle nostre tradizioni”.

Ad iniziare dai “sapori” del pane e dei dolci, su cui il libro molto opportunamente si sofferma e che oggi molti paesi sardi stanno riscoprendo: a dimostrazione che il passato può e qualche volta deve essere dissepolto e attualizzato. E’ il caso della della panificazione. Noi abbiamo avuto in Sardegna, in tutti i paesi ma segnatamente a Quartu  – lo stesso fenomeno comunque è stato presente in tutta l’Europa, soprattutto mediterranea, ma in Sardegna più che altrove– una grandissima specializzazione in questo settore, che non riguardava comunque qualche “specialista” ma le famiglie nel suo complesso, pressochè tutte le famiglie. Per cui abbiamo avuto una varietà qualitativa e quantitativa –di pane e di dolci- incredibile, non riscontrabile altrove. Una specializzazione – ripeto – che riguardava ogni normale famiglia che produceva 4-5-6 tipi di pane (e altrettanti di dolci): dal civrarzu campidanese al coccoi – coccone per i barbaricini e nuoresi – dalla fresa, al carasau .

    Pane che si produceva in occasione di particolari riti e ricorrenze: c’era il pane che si produceva e si spezzava ritualmente sulla testa del primogenito; un altro tipo di pane veniva offerto alle donne a capodanno; un altro ancora veniva offerto a is bagadius, una volta all’anno: si portava addirittura in processione su una croce, dopo essere stato confezionato da tutti gli scapoli e le nubili del paese.

Le feste popolari fanno parte integrante non solo della cultura e della religiosità sarda ma della stessa economia. Infatti, come ben documentano gli Autori, esse si concentrano in specifici momenti: per esempio quando i lavori agro-pastorali diminuiscono fino a giungere a precise pause. Fra queste feste, quelle invernali di Natale-capodanno-carnevale, con i riti legati al fantoccio-pupazzo bruciato pubblicamente in piazza. A evocare e rappresentare la morte dell’annata precedente e l’inizio-rinascita di quella nuova.

 

Con le Feste il libro ci consegna e ci fa conoscere segmenti importanti della civiltà e della storia locale e sarda. Che poco conosciamo e di cui la scuola poco ci fa conoscere. E che invece è fondamentale. Sostiene Umberto Eco in “L’Isola del giorno prima” un  suo monumentale romanzo: Io sono memoria di tutti i miei momenti passati, la somma di tutto ciò che ricordo”.

Mentre l’afgano Khaled Hosseini, nel suo primo romanzo di grande successo Il cacciatore di aquiloni” scrive che Non è vero, come dicono molti che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente”.

La storia è la radice del nostro essere, della nostra realtà e Identità collettiva e individuale: nessun individuo come nessun popolo può realmente e autenticamente vivere senza la conoscenza e la coscienza della sua Identità, della sua biografia, dei vari momenti del suo farsi capace di ricostruire il suo vissuto personale.

Un filo ben preciso lega il nostro essere presente al passato: il filo della nostra identità e specificità, come individui e come comunità. Se non fossimo diversi non potremmo neppure dialogare, confrontarci, conoscere. La diversità ci salva dalla omologazione–standardizzazione. Sia ben chiaro: la coscienza di essere diversi non esclude la consapevolezza di essere e di vivere dentro un universo più vasto. La conoscenza della nostra storia, delle nostre radici etno-culturali, le nostre specificità artistiche e musicali, ci aiutano anzi a superare i conflitti fra le diversità, in quanto la coscienza della nostra storia peculiare deve portarci non all’esaltazione acritica del nostro passato, magari in termini mitologici, né all’etnocentrismo, né alla chiusura verso l’esterno e/o il diverso: bensì al dialogo e alla tolleranza e – perché no? – alla contaminazione e al meticciato, in cui la nostra Identità si plasma e si trasforma, arricchendosi e irrobustendosi con l’innesto di nuove culture. A questo proposito Armando Unisci (in Decolonizzare l’Italia) parla di “creolizzazione planetaria” invitandoci a studiare di più, a dimetterci da identità fittizie, ammaccate e frettolose e a riconoscerci creoli, meticci. Mentre Tahar Ben Jelloun (in Identità è una casa aperta, L’Espresso del 22-12-09)  scrive che a causa “dell’immigrazione di gruppi numerosi e diversi, alcuni strutturalmente insediati: il meticciato avanza, la cultura si arricchisce di nuovi apporti nel campo della musica, della letteratura, della gastronomia…”

Non possiamo quindi concepire l’Identità come un guscio rassicurante che ci garantisce e ci difende dallo spaesamento indotto dalla globalizzazione e/o dalla diversità: in quest’ottica la nostra Identità non può tradursi in forme di chiusura autocastrante o di separazione: essa deve invece essere accettata e riconosciuta come la condizione base del nostro modo di situarci nel mondo e di dialogare con gli orizzonti più diversi, “senza cedere alla tentazione –osserva acutamente il filosofo sardo Placido Cherchi – di usare la nostra differenza come ideologia o di caricarla, a seconda delle fasi, ora di arroganze etnocentriche ora di significati autodepressivi”.

 

Ma Giusi Ghironi e Davide Pani in “FESTAS NODIAS” ci consegnano soprattutto la lingua sarda nella vita quotidiana: nei nomi dei mesi, delle feste, dei dolci, dei vini, dei cibi, dell’arredamento, degli abiti, dei gioielli. Nei toponimi e nei proverbi (is dicius) ma soprattutto nei Goccius (in campidanese), “Gosos” (in logudorese) o “Gosus” (un misto fra logudorese e campidanese).

I Goccius sono delle antichissime composizioni poetiche popolari in lingua sarda e, rispetto alla forma, presentano schemi metrici ben definiti. La parola deriva dallo spagnolo goso e significa gaudio, gioia, canto festoso. In genere sono di natura religiosa ovvero lodi rivolte ai Santi (vedi Goccius a Sant’Antoni, -pag.74; Goccius de Santu Anni –pag.172; Goccius po Sant’Andria –pag.175) –segnatamente ai Santi protettori dei singoli paesi, nel caso di Quartu, in onore di Sant’Elena con Goccius de Santa Leni –pagg. 20-26-27); ai Martiri ma soprattutto a Gesù Cristo e alla Madonna. Oppure sono preghiere innalzate in occasione delle Feste liturgiche cristiane, numerose quelle da recitare il Giovedì e Venerdi Santo, ma anche per far esaudire desideri (es.: contro il malocchio e contro il mal di piedi) o per chiedere intercessioni, per esempio contro i temporali: Contra is stracias. Vi sono però anche Goccius profani (in questo volume vedi Goccius de folcrori: Nenniri de Sadrigna, che fungono da prologo; Goccius de Crannovali  -pag.86 e Goccius de carnevali  -pag.87).

Ma il sardo ci viene consegnato anche  con Sa Cantzoni de sa motti –pag.52; Su contu de Sant’Antoni –pag.78; Brebus –pag.80; Sa cantzoni de Crannovali –pag.85; Mexina po sanai  da gutturonis e proceddanas– pag.91; Brebus po Santu Brai –pag.92.

 

Gli Autori del libro giustamente danno largo spazio alla lingua sarda perché essa è l’espressione fondamentale della nostra civiltà e della nostra storia, lo strumento precipuo per difendere e sviluppare la nostra identità e la nostra coscienza di popolo e di nazione.

Quella lingua che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma hanno cercato di recidere. Ma nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato, -con le sue tradizioni e la sua cultura e civiltà- sepolto, nascosto, rimosso, censurato e falsificato, si tratta prima di tutto di ricostruirlo, di dissotterrarlo e di conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare la modernità e dunque il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo, lottando contro il tempo della dimenticanza.

L’uomo contemporaneo, soprattutto nell’epoca della globalizzazione economica, della comunicazione planetaria in tempo reale e di Internet non può vivere senza una sua dimensione specifica, senza “radici”, sia per ragioni psico-pedagogiche (un punto di riferimento certo dà sicurezza, consapevolezza di sé e fiducia nel proprio futuro) sia per motivi di ordine culturale. La comprensione del nuovo è sempre legata alla conoscenza critica della storia della società in cui si vive, alle tecniche di produzione, ai saperi tradizionali, al senso comune, alle tradizioni, alla propria lingua.

E’ questo –fra l’altro- l’antidoto più efficace contro la sub-cultura televisiva e à la page, circuitata ad arte da certa comunicazione mass-mediale, che riduce la tradizione a puro folclore e spettacolo, ad uso e consumo esclusivo dei turisti. Altrimenti prevalgono solo processi di acculturazione imposti dal “centro”, dalle grandi metropoli, dai poteri forti, arroganti ed egemonici che riducono le peculiarità etniche e linguistiche a espressione retorica, pura mastrucca, flatus vocis.

Occorre però concepire e tutela “lo specifico individuale e collettivo”  non come dicotomia, ma in connessione con il generale, vivendo l’Identità sarda con dignità e orgoglio, ma senza attribuirle un significato ideologico, identità non come dato statico e definitivo ma relativo, fluido e dinamico, da conquistare-riconquistare, costruire-ricostruire, dialetticamente e autonomamente, adattandolo e sviluppandolo quasi giorno per giorno.    

L’attaccamento alla civiltà “primigenia”, in quanto realizza un continuum fra passato e presente, dà maggiore apertura al “mondo grande e terribile” di cui parlava Gramsci, e insieme offre più sicurezza per il futuro.

In questa continuità-simbiosi fra antico-moderno e post-industriale post-moderno, in cui la positività della Sardegna s’innesta nella positività mediterranea ed europea, consiste il significato profondo dell’Identità e dell’Etnia che da un lato ci libera dalle frustrazioni, dalla chiusura mentale e dal complesso dell’insularità; dall’altro ci salvaguarda dai processi imperialistici di acculturazione, distruttivi dell’autenticità delle minoranze e dal soffocamento operato dalla camicia di nesso degli interessi economico- finanziari.  

Soprattutto i giovani devono sapere di appartenere a una peculiare storia e a una peculiare civiltà e di ereditare un patrimonio culturale, linguistico artistico e musicale, ricco di risorse da elaborare e confrontare con esperienze e proposte di un mondo più vasto e complesso. In cui, partendo da radici sicure e dotati di robuste ali, possano volare alti, i giovani e non solo.

 

In questo orizzonte il libro “FESTAS NODIAS” di Giusi Ghironi e Davide Pani offre un preziosissimo contributo, etno-storico e etno-religioso, culturale e linguistico e dunque deve essere accolto –e letto- con simpatia e gratitudine.

 

 

 

 


 

 

 

Prefazione a un libro sulle tradizioni popolariultima modifica: 2010-09-11T07:36:30+02:00da zicu1
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