I SARDI E LA SHOAH

 

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I SARDI E LA SHOAH

di Francesco Casula

Il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Per ricordare tale evento e per commemorare le vittime dell’Olocausto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005, ha istituito, il Giorno della Memoria, da celebrarsi, a livello internazionale ogni anno, proprio il 27 gennaio. Per la verità, il Parlamento italiano, dopo ben quattro anni di discussioni, aveva già istituito nel 2000 e per la stessa data, il Giorno della memoria.

E’ stata una decisione quanto mai opportuna: quel genocidio di milioni di esseri umani non può infatti finire nel dimenticatoio. Come fosse roba vecchia, da consegnare, sic et simpliciter, al passato. Occorre infatti sorvegliare attentamente la nostra memoria e non dimenticare. Anche perché quel passato orribile, non è del tutto passato. Proprio in questi ultimi anni infatti inquietanti e cupe nubi si addensano nei cieli europei con l’affermarsi di movimenti e Partiti intolleranti e xenofobi. Perché questi vengano sconfitti e liquidati, soprattutto i giovani devono studiare e conoscere la tragedia immane dell’Olocausto . Hanno perciò fatto bene molte scuole sarde ma anche alcune Amministrazioni locali a utilizzare il 27 gennaio scorso, al di fuori della ritualità, per discutere e approfondire quella tragedia. Io personalmente ho partecipato alla bella iniziativa intrapresa dalla Biblioteca del Comune di Bauladu, grazie anche alla lungimiranza e sensibilità del giovane sindaco, Delio Corriga, secondo il quale “non  ci può essere crescita sociale senza conoscenza, per questo come amministrazione comunale sosteniamo fortemente le attività di carattere culturale come quella proposta dalla Biblioteca per la Giornata della Memoria”.

Ad essere internati nei lager e poi sterminati furono in particolare gli Ebrei: 6 milioni, dicono le cifre ufficiali, ma secondo altre fonti come il Museo dell’Olocausto di Washington, i morti sarebbero molti di più: dai 15 ai 20 milioni, uccisi nelle oltre 42mila strutture tra campi tedeschi e quelli creati dai regimi fantoccio europei, dalla Francia alla Romania: questo dato mi sembra spropositato, lo scrivo semplicemente come dato informativo.. A questi occorre aggiungere almeno altri 6 milioni costituiti da oppositori e dissidenti politici, omosessuali, disabili, Rom, Slavi. E persino da minoranze religiose come i testimoni di Geova, Pentecostali ecc. Di mezza Europa.

La Sardegna è una delle regioni che ha pagato un altissimo tributo di deportati, politici e militari:furono circa 12.000 mila i soldati sardi IMI (Internati militari italiani) rinchiusi nei lager, fra i 750-800 mila militari e civili fatti prigionieri dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’armistizio dell’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Sappiamo di questi militari come degli altri sardi internati solo grazie all’opera di volontariato di alcuni studiosi e storici che collaborano con l’ISSRA ( Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia) come Marina Moncelsi, presidente dell’Istasac (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea della Sardegna Centrale) e di Aldo Borghesi che ha scritto vari saggi sui deportati sardi in Germania durante la seconda Guerra mondiale*.

Questi studiosi continuano la ricerca soprattutto attraverso lo spoglio dell’Archivio militare, dove i soldati hanno depositato i loro documenti, per ricostruire l’identità dei soldati sardi deportati nei campi di concentramento nazisti sparsi tra Germania, Austria e Polonia e scomparsi. A migliaia furono sepolti nelle fosse comuni o nella nuda terra dei lager. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, non fu possibile conoscerne la sorte e informare i familiari.

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, internati perché ebrei o dissidenti politici: fra i primi ricordo Elisa Fargion (nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas); Vittoria Mariani (nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen); Zaira Coen-Righi (Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944).

Per motivi politici un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:, la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943, provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi sono delle province di Cagliari e Sassari .

Destinazione: non è univoca: ma soprattutto vengono portati a  Mauthausen e Dora. A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote, Don Mario Crovetti, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza, ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928).

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti.

La sorte: fra i sardi, i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme

*In modo particolare rimando

  1. alla Grande Enciclopedia della Sardegna – Voce Deportazione, pagine. 386-389 (Edizioni La Biblioteca della Nuova Sardegna)
  2. a L‘antifascismo in Sardegna a cura di M.Brigaglia e altri, II volume, seconda edizione,(Consiglio Regionale della Sardegna-Edizioni della Torre, Cagliari 2008).
  3. al Il libro dei deportati, vol. II, Mursia, 2010: contiene una serie di saggi sulla deportazione dall’Italia regione per regione: la parte sulla Sardegna è di Aldo Borghesi.
  1. bis I Sardi deportati e internati per motivi razziali e politici1

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, tra politici ed ebrei. Qualche nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

-Per motivi razziali

Studi recenti hanno accertato che la Sardegna   – soprattutto alla fine del secolo XIX – ha ospitato funzionari, commercianti e imprenditori ebrei, oltre a intellettuali e docenti poi colpiti dai provvedimenti razziali del 1938. Si trovano dunque nominativi di deportati razziali nati nell’Isola o che con essa hanno avuto rapporti di elezione. I casi fin’ora noti sono:

 

ELISA FARGION

Nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas.

VITTORIA MARIANI

Nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen. (Il campo di Bergen-Belsen era un campo di concentramento nazista situato nella bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle).

ZAIRA COEN RIGHI

Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944.

-Per motivi politici

Un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943: provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi le province di Cagliari e Sassari (secondo la nuova ripartizione) con preponderanza della seconda: i nati fuori dall’Isola sono meno del 10%.

Destinazione: non è univoca: verso Mauthausen, Dora ecc:. Un terzo dei deportati sardi passa per dacia, un altro per i campi di Fossoli e Bolzano. I deportati vengono spostati secondo le esigenze produttive in base alle quali sono impiegati e prima della liberazione, mentre il fronte procede, si succedono brutali trasferimenti, verso i campi all’interno del Reich.

A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Esemplare la vicenda di LUIGI RIZZI, sassarese e allievo sottoufficiale.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote,

 DON MARIO CROVETTI, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti. Da Genova vanno a Dachao gli operai

GIOVANNINO e NATALE BIDDAU, padre e figlio originari di Ardara, l’uno muore nei lager l’altro è stato fino alla recente scomparsa un animatore della sezione genovese dell’ANED (Associazione nazionale degli ex deportati politici nei campi nazisti).

GAVINO GAVINI, sassarese, muore a Gusen nell’ aprile del 1945. BARTOLOMEO MELONI, cagliaritano, ispettore delle ferrovie, compie atti di sabotaggio, scoperto e arrestato muore a dacia nel luglio del 1944. L’antifascista BACHISIO ALTANA, membro della resistenza francese

La sorte:Fra i sardi i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme.

Altri Personaggi da ricordare

  1. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. Racconterà la sua esperienza in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. E’ morto il 9 gennaio scorso a 97 anni.

2.SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

  1. COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

Ricordando NEREIDE RUDAS

Ricordando NEREIDE RUDAS

in occasione della sua morte

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Onore a una grande donna, a una  valente psichiatra, a una straordinaria intellettuale, a una eccellente scrittrice e  studiosa dell’Identità

 

Nasce a Macomer (Nuoro) nel 1925. Dopo studi classici segue Corsi universitari in diversi Atenei Italiani. Laureata in Medicina e specializzata in Neurologia e Psichiatria all’Università di Bologna, consegue due libere docenze (in Psichiatria generale e Psichiatria forense) che le aprono la via dell’insegnamento universitario.

Studiosa della devianza sociale oltre che psicopatologica, firma, insieme al Professor Giuseppe Puggioni la relazione scientifica di base della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna (Commissione Medici) pubblicata negli Atti della Repubblica (Senato, Roma 1972).

Dopo alcune esperienze in Centri e Istituti scientifici italiani ed esteri, vince la cattedra di Psichiatria e insegna nelle Università di Roma e soprattutto di Cagliari, ove inaugura la prima clinica di Psichiatria in Sardegna e dirige l’Istituto universitario di Psichiatria e l’annessa scuola di specializzazione dalla quale escono, fra l’altro, numerosi quadri specialistici per l’assistenza territoriale al sofferente mentale.

Organizza e presiede numerosi Convegni nazionali e internazionali, aprendo la psichiatria sarda a un vasto orizzonte di scambi e confronti.

Presente e attiva anche nelle organizzazioni scientifiche e culturali fonda a Milano (1987) la Società italiana di psichiatria forense. Di tale società viene eletta presidente nazionale, carica che mantiene per molti anni organizzando congressi a respiro internazionale. Attualmente riveste la carica di Presidente onoraria.

Nel 1993 rappresenta l’Europa al Congresso mondiale di Psichiatria di Rio de Janeiro. Svolge missioni scientifiche in rappresentanza dell’Italia in diversi paesi europei ed extraeuropei (Parigi, Lisbona, Madrid, Mosca, Pechino, Buenos Aires).

Ottiene numerosi riconoscimenti, italiani ed esteri tra cui l’alta onorificenza dell’American Academy Psichiatry And The Law (Roma, 1993).

Nella sua vasta produzione scientifica con 450 pubblicazioni (di cui nove a carattere monografico) figurano saggi di psichiatria clinica e sociale sulla emigrazione, (fra cui nel 1974 pubblica Emigrazione sarda, uno studio che faceva parte di una più ampia ricerca sull’emigrazione sarda, svolta dalla cattedra di psicologia della Facoltà di medicina dell’Università di Cagliari),  sull’anziano, (fra cui nel 1987 La condizione dell’anziano: da una vita senza qualità a una qualità della vita), sulla depressione. Un filone di ricerca riguarda i temi della riforma psichiatrica e della organizzazione psichiatrica territoriale (fra cui nel 1978 Psichiatria e territorio),

Negli anni ’90 si dedica a pubblicazioni sull’identità, sulla libertà e sulla lettura psicodinamica in opere artistiche sarde.

Nel 1997 pubblica il saggio, l’Isola dei coralli (per Nuova Italia scientifica, Roma), premiato con medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, di cui una nuova edizione sarà pubblicata nel Luglio del 2004 da Carocci editore.

Nel 2001 pubblica Storie Senza, che riscuote un successo di critica per la sensibilità con cui viene affrontato il complesso tema della sofferenza mentale.

Sempre nel 2001 viene nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione professore emerito. E’ Presidente dell’Istituto Gramsci della Sardegna.

In un’intervista ha detto: Forse perché ho vissuto fra sofferenti coartati nelle loro libertà ho tanto amato questa parola che nell’originale sumerica suona “amargia” che significa ritorno alla madre.

La medicina è stata per me una forma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalità liberatrice, visione del mondo.

Muore a Cagliari il 19 gennaio 2017.

 

Tra le sue opere più squisitamente letterarie  occorre ricordare L’Isola dei coralli che – come sottolinea l’autrice in una nota alla prima edizione del 1997 – non nasce tanto da un’idea o da un progetto, quanto da un sentimento. Anzi da un sentimento di appartenenza. Da un legame con la sua terra, la Sardegna. Della cui realtà vuol essere una lettura, in chiave psicodinamica, nel suo profilo identitario.

Ma non è un libro sulla Sardegna – precisa in una nota alla edizione del 2004 –  bensì per la Sardegna, luogo, simbolo e metafora. Di cui racconta le tormentate vicende di un mondo frantumato: un’Isola insieme cristallizzata e coartata ma anche potenzialmente vitale e creativa. Soprattutto nell’area geografica e culturale del centro Sardegna.

Nereide Rudas constata infatti che le personalità creative isolane, unanimemente riconosciute, sono in gran parte concentrate, per oltre il 63%, nell’area del Nuorese, nella “Sardegna interna”: area dell’isolamento, della criminalità e anche della psicopatologia. L’autore quindi – esplorando l’attività creativa dei Sardi dalla sua prospettiva disciplinare  e affascinata da questa creatività, insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa–  ritiene che una delle radici della creatività dei sardi trovi origine nella esperienza depressiva e alla luce delle teorie psicanalitiche ritiene che i testi narrativi di molti autori sardi possano essere interpretati come simbolizzazioni poetico-intellettuali della esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione del proprio mondo interno, riconducibile appunto a una sofferenza depressiva che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Sulla figura di Nereide Rudas e sulla sua opera l’Isola dei coralli Paolo Fadda scrive: “Nereide Rudas (psichiatra di fama, saggista e intellettuale a tutto tondo) uno dei personaggi centrali – e più autorevoli – dell’intellighenzia isolana degli ultimi decenni…ha segnato con importanti contributi il difficile percorso compiuto dal popolo sardo per la modernizzazione della propria terra…metaforicamente definita l’isola dei coralli, simbolo di quella preziosa arborescenza che anziché espandersi all’esterno, fiorisce e si ramifica nelle profondità marine…questa somiglianza corallina è assai “centrata” perché la Sardegna ha sempre vissuto la propria storia sotto traccia…come il corallo, di profondi e intangibili valori interni e perciò profondamente identitari…ed è proprio questo discorso sull’identità sarda – sui suoi valori e disvalori – che fa da pivot centrale allo studio della Rudas”

[Paolo Fadda, Sardegna economica, Bimestrale della Camera di commercio di Cagliari, n.4-5 2006, pagina 79].

Il corallo, quella preziosa arborescenza di cui la Sardegna è ricca e che anziché espandersi all’esterno si ramifica nelle profondità marine, metaforicamente rappresenta la storia e l’identità dell’Isola: un’identità lacerata e fessurata. Ciò perché, come Sardi, storicamente, abbiamo sempre avuto un rapporto problematico con la realtà, una non conciliazione con il mondo. Di qui l’insicurezza e la sofferenza, frutto anche degli imperativi che ci hanno imposto dall’esterno i dominatori che si sono via via alternati nell’Isola: imperativi drammaticamente azzeranti, repressivi e nullificanti.

L’Identità di cui parla Nereide Rudas nel saggio non è analizzata però secondo le modalità della sociologia o dell’antropologia, ma secondo l’ottica specifica dell’attenzione psichiatrica: un’identità scissa, vissuta come problema, dentro i labirinti della sofferenza e dei tormenti, non come tranquilla modalità di essere nel mondo: quella sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Un’identità di cui l’autrice – più che cogliere l’essenza –  s’interroga sul corpo dei significati che vogliamo esprimere con essa. Un’Identità dinamica, come percorso e progetto, non data e definita una volta per tutte, il che non significa che non ci sia qualcosa di stabile. Un’identità individuale ma che affonda in un corpo sociale, che invera quella dei singoli e la fa diventare concreta.

  Un’identità che nei romanzieri e scrittori sardi – in Deledda come in Lussu, in Giuseppe Dessì e Salvatore Satta come in Salvatore Cambosu e Francesco Masala – è così forte che la Sardegna non è un semplice scenario, uno sfondo, ma la vera protagonista, non un luogo ma il luogo, non l’oggetto ma il soggetto.

Colpisce nel saggio di Nereide, pur in presenza di analisi di tipo psichiatrico e psicanalitico, la cifra della scrittura, la levità e il nitore del linguaggio, la suggestione della sua prosa, che affascina, che incanta e che cattura.

Certo per Nereide Rudas la memoria di noi sardi come una preziosa arborescenza di corallo, anziché ergersi e dilatarsi nell’aria si è inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi nel di-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ma, indovandosi, è diventata tenace e labirintica.

Certo, siamo un’Isola con sacche di arretratezza e di infelicità e non abbiamo ancora metabolizzato il nostro lutto, ma abbiamo grandi possibilità. Per la Sardegna si profila un orizzonte più felice e prospero se sapremmo coltivare e mettere a frutto i coralli nascosti. Bisogna però, secondo l’autrice, impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale. E conclude: allora la misteriosa “creatività” dei sardi di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera.

NereideRudas e il problema dell’Identità: una problematica attuale

“[…] Complessa e difficile tematica dell’autoconsapevolezza e dell’indivi­duazione personale e collettiva l’Identità è andata assumendo grande ri­lievo sia che venga riferita all’individuo, sia che venga riferita a gruppi, a formazioni sociali, a popoli o ad etnie, il concetto identitario si è ormai da tempo imposto all’attenzione scientifica, culturale sociale e politica.

Con le sue scansioni e tensioni, ma anche con le sue cadute e silen­zi, il tema identitario ha attraversato tutto il `900 per giungere come di­scorso aperto sino a noi.

Il secolo trascorso, teatro di grandi e profondi cambiamenti, è consi­derato l’epoca della memoria moderna e dell’identità che conservano an­cora oggi grande peso di valore e di obbiettivo.

La crescita esponenziale della scienza e della tecnologia, la rottura del­l’isolamento e della demarcazione tra gli Stati, l’oltrepassamento dello stesso confine del nostro pianeta (esplorazione spaziale, primo uomo sul­la luna, ecc.), ma anche il superamento del confine corporeo (organi in­terni prima invisibili e resi ora sempre più trasparenti dalle diagnostiche molecolari e per immagini; nuove tecniche riproduttive; gravidanze sur­rogate, trapianto d’organi, ecc.) hanno reso gli individui e i popoli sem­pre meno inviolati, chiusi e circoscritti. I Paesi e Continenti sono sempre più vicini e comunicanti e, soprattutto, interdipendenti.

Quasi nessun gruppo, popolo o etnia vive ormai nel proprio isolamen­to, ma è sempre più spinto a confrontarsi con altri gruppi, popoli ed et­nie diverse da Sé.

La storia di ciascun gruppo, popolo od etnia confluisce e si embrica con altre storie e tende a scorrere in un flusso storico più ampio, com­plesso e intrecciato.

Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri­mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel­l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af­ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti.

  È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui.

La mia identità comprende, infatti, sia l’au­toconspevolezza (coscienza di me stesso), sia 1’eteroriconoscimento (il riconoscimento che gli Altri conferiscono alla mia unicità, singolarità e continuità nel tempo). Anche in Sardegna si parla e si discute molto di Identità.

Non c’è Convegno, Congresso, Seminario, in cui non si affronti direttamente o indirettamente il tema identitario, intensamente seguito ed emotivamente partecipato.
L’identità etnica, storica, linguistica, culturale e sociale, rappresenta­no altrettanti argomenti che appassionano molti sardi.

Anche da questa ormai vasta documentazione, così come da saggi, libri, articoli ecc. emerge che l’identità sarda, la sardità, è ormai una ca­tegoria ben individuata, fondata su una caratteristica etnia e cultura. È d’altronde da considerare che sulla nostra entità peculiare e distinta, sul­la nostra specificità etnica e sulla particolarità della nostra vicenda stori­ca è basato il nostro stesso ordinamento regionale.

Noi siamo, almeno sulla carta, una regione ad ampia autonomia spe­ciale (Regione a Statuto Autonomo Speciale) […] ”.

[Nereide Rudas, in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pagine 17-18]

Nereide Rudas e la cultura sarda:depressiva/creatinogena?

 “Avanzerò qui alcune considerazioni preliminari senza alcuna pretesa esaustiva, limitandomi al romanzo e sorvolando su spinose questioni di fondo.

Al di là della discussione sull’esistenza o meno di una letteratura specifica sarda, a me pare che i testi letterari possano comunque essere assunti come documenti che esprimono non solo “il punto di vista” degli scrittori sardi, ma vanno oltre.

Dalla mia prospettiva disciplinare questi documenti non solo chiariscono gli aspetti concettuali, i modelli cognitivi e il linguaggio del gruppo che scrive, ma ne rivelano anche i livelli fantasmatici più profondi.

I testi narrativi possono essere colti come simbolizzazione poeti­co-intellettuale di una esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione metaforica degli aspetti emoti­vi profondi del suo mondo interno.

Anche nella narrativa del popolo sardo si può quindi ritrovare, in forme più o meno dirette ed esplicite, la riflessione, a livello di autocoscienza sul Sé, sull’altro da Sé e su tale rapporto.

Partendo da questi presupposti mi sono cimentata in un discor­so sull’identità dei sardi, colta nella sua dimensione relazionale e dia­lettica, tratta da miti, forme e linguaggi della letteratura sarda. Il romanzo sardo esaminato nell’ottica psicodinamica mostra una struttura identitaria e una Weltanschauung diverse da quelle emer­genti dal romanzo italiano.

Sebbene la letteratura italiana sia stata forse meno monocentrica di altre narrative europee e si sia meno accentrata su un proprio unico modello, non vi è dubbio che essa abbia comunque proposto para­digmi, schemi e patterns culturali di una cultura dominante.

Il romanzo sardo, pur collocandosi all’interno dell’universo lin­guistico e culturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggen­do le opere di Grazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dello stesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità. Confrontate con le altre opere lette­rarie italiane esse ci appaiono in un certo senso fra loro “omogenee” e nel contempo irrimediabilmente “altre”.

Sotto questo profilo la letteratura sarda potrebbe, perciò, rap­presentare un significativo specchio in cui i sardi si riflettono ma nel quale anche la cultura italiana può cogliere uno sguardo su se stessa da parte di un gruppo simile/diverso. In tal senso la narrativa sarda può o potrebbe costituire un polo dialogico di significativa impor­tanza e utilità generale.

Se si ritorna al romanzo sardo e lo si pone sotto il riflettore psico­dinamico, esso rivela temi fondanti, già noti agli studiosi di letteratura.

Tra questi si possono annoverare quelli relativi:

– al vissuto di perdita;

– alla “nostalgia immobile”;

– alla caducità;

– all’”utopia ferma”.

Il romanzo sardo è innervato da vissuti di perdita e da una do­lorosa e raggelata coscienza di mancanza. Se ne potrebbero citare numerosi esempi.

Il coinvolgimento di perdita non appare però solo direttamente e contingentemente legata a specifiche situazioni o a eventi di vita.

Questi, se affiorano, sembrano solo riacutizzare e rendere evidenti un vissuto più antico e profondo.

Anche nella finzione letteraria l’esperienza di perdita del sogget­to va indietro e si dilata a una condizione più radicata e lontana. II suo vissuto sembra saldarsi al sentimento generale di una perdita ori­ginaria. In tal senso i personaggi dei romanzi sardi ci appaiono come orfani e apparentati da questa orfanità. È questa una condizione che sembra trascendere non soltanto il dato anagrafico, ma il sesso, l’età, lo stato sociale, le vicissitudini di vita, le vicende dell’esistenza ecc.

Orfani o figli di una “nazione mancata”, i personaggi della nar­rativa sarda avanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della pro­pria nascita, delle proprie origini, della propria identità. Ecco per­ché vivono esiliati nella propria terra, nostalgici di uno spazio e di un tempo che non sono mai esistiti. Per nascere ed esistere bisogna, infatti, confinarsi in una casa, che non consiste nelle quattro mura di un edificio segnato in una mappa catastale, ma è un luogo origi­nario e un tempo originario per i significati di appartenenza, sicu­rezza e identità che vi sono inerenti.

Le figure della narrativa sarda, pur specificamente connotate e pur esprimendo un forte desiderio di appartenenza, sembrano inve­ce rimanere esiliate nella loro terra ed essere estranee alla propria casa1. Esse ci appaiono inconfondibilmente pervase da una sorta di coscienza nostalgica che ho definito “immobile”.

La nostalgia, topos letterario dall’Odissea in poi, è un tema ricor­rente nella letteratura di molti popoli e Paesi. Il coinvolgimento no­stalgico trova tuttavia nella narrativa sarda una particolare e incisiva valenza.

Su un altro piano, d’altronde, negli emigrati sardi, particolarmente vulnerabili alla separazione e al distacco dalla propria terra, emerse­ro insistite e invasive reazioni nostalgiche. Attanagliati dal sentimen­to nostalgico, dalla coscienza di un “altrove” estraneo, i sardi vissero un’inquietudine profonda e una disperata tristezza che spesso scon­finò in quadri depressivi.

Questa particolare nostalgia pervade anche il romanzo sardo. È una nostalgia struggente e destruente e nel contempo “immobile”. Sembra declinarsi e prescindere dalla dinamica che solitamente l’ac­compagna e la determina. In tal senso è una nostalgia senza viag­gio.

Nel romanzo sardo la perdita e la separazione e lo stesso viaggio sono mitici. La patria è perduta o ritenuta tale, non perché ci si è allontanati da casa; diventa irraggiungibile perché è proiettata in un mitico passato. È il nóstos a una condizione originaria, fuori della storia.

Il ritorno è sempre a un continente sconosciuto, inconscio, a cui ogni approdo è possibile. Qui l’accostamento all”`oggetto” kleiniano perduto sembra trovare una sua pregnante legittimazione.

La “nostalgia immobile”, quale tentativo di ritorno alle origini, conato di raggiungere un “oggetto” irraggiungibile, si riconnette a un altro tema dominante della narrativa sarda: la caducità.

L’intera gamma del caduco, che si esprime nel sentimento del­l’essere effimeri, dell’essere fuscelli in balia di forze indomabili e pre­ponderanti, dell’essere “canne al vento” nel vortice estraneo ed estra­niante della sorte e della storia è un Leitmotiv della letteratura sarda.

Il vissuto di essere perituri e insieme inutili, sviliti nel proprio valore e, per di più, incapaci di gestirsi e dirigersi autonomamente, quindi in continuo rischio di cadere in preda a forze incontrollabili e invincibili esterne, è profondamente radicato nella nostra cultura e si riflette in molte nostre espressioni letterarie.

L’ho esaminato particolarmente in Cenere di Grazia Deledda, interpretandola alla luce del pensiero di Freud2.

La caducità, che nell’ottica psicoanalitica è riconducibile al Tha­natos, ha una forza così distruttiva e annientante nella narrativa sar­da da connotare persino eventi definitivi come la nascita e la morte.

II vissuto dissolvente della caducità in Cenere è riferito alla nasci­ta, mentre nel Giorno del giudizio di Salvatore Satta è riferito alla morte.

In entrambi i romanzi, pur diversi per trama, modalità espressi­ve, linguaggio, stile narrativo ecc., la forza del caduco si afferma e si impone in una dimensione violenta e distruttiva.

Così la nascita diviene “cenere” e la morte “effimera”. C’è qui quasi l’ala di un delirio nichilistico, un cupio dissolvi, perentorio e oscuro, in cui si toccano i più profondi e desolati confini di una desertica landa depressiva3.

Ma anche la tensione visionaria, già richiamata, sembra collegar­si profondamente ai primi temi esaminati. È anch’essa una visiona­rietà “ferma”, che non si traduce in una spinta in avanti e non ani­ma alcun sogno di trasformazione e cambiamento, magari utopico. Il sogno rimane esso stesso chiuso, sganciato da un orizzonte di possibilità future.

La febbre visionaria sembra così più una risposta vitale agli at­tacchi distruttivi del Thanatos che una vettorialità propulsiva. La ten­sione visionaria perciò rimane, rispetto alla direzione dell’avanti, al­trettanto ferma di quella della nostalgia rispetto a quella dell’indietro.

Entrambe ci appaiono immobili.

Tutti questi temi presenti e insistiti nel romanzo sardo parlano, a mio avviso, lo stesso linguaggio. Essi ci dicono una grave sofferenza che può essere definita in senso lato depressiva.

Possiamo, dunque, affermare che il romanzo sardo, dal punto di vista contenutistico, ne esprime una sua forte e pregnante dimensione.

Il rapporto dello scrittore con la sua opera, il suo “attaccamen­to” tenace, irreversibile all’oggetto Sardegna, conferma una coscien­za infelice e minacciata del Sé, che si apre diffidente e insicura sul mondo.

Questa coscienza riflette, in forme più o meno dirette, la cultura e la società in cui il romanziere vive e opera.

La sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi, come d’altronde emerge da valutazioni storiche e antropo­logiche, si è tuttavia incanalata in una trasposizione creativa. Ha tro­vato cioè la forza di percorrere la strada privilegiata della creatività e di tradursi in opere e forme letterarie e artistiche.

Il discorso ritorna così ai suoi assunti iniziali e tende a conclu­dersi. Ma giunta a questa fase finale temo di aver sollevato più que­siti che offerto risposte. Nutro soprattutto il timore di aver ingene­rato equivoci.

Per tentare, sinteticamente, di dissiparli almeno in parte, deside­ro sottolineare alcuni importanti passaggi del discorso, che potreb­bero essersi persi o dispersi nel tessuto espositivo.

Il primo concetto da ribadire è: non sostengo che per creare bi­sogna essere depressi. Questa asserzione sarebbe ingenua e facilmente smentibile dalla comune osservazione che numerosi depressi non sono creativi e che molti di loro possono addirittura cessare di esserlo proprio a causa della forte inibizione depressiva.

D’altronde la maggioranza dei non depressi (i soggetti cosiddetti normali o comunque non affetti da evidenti patologie) non mostra­no solitamente spiccate capacità creative.

Le cose sono molto più complicate. Si può però certamente dire che tra depressione e creatività esiste un legame, una correlazione altamente significativa, così come emerge da rigorosi dati di ricerca.

Questa correlazione, insieme a numerosi dati dell’esperienza cli­nica, ci autorizza a pensare che soggetti, a gradi contenuti di depres­sione, possono superare le proprie ansie depressive e ribaltarle nel­l’opera d’arte.

Coloro che vanno incontro a disturbi dell’umore sono d’altron­de più inclini a sondare e interpretare il proprio mondo interno nel gioco delle luci e delle ombre di oscillazioni estreme dell’umore. Essi perciò, in certe e irripetibili condizioni socio-culturali e ambientali, potrebbero più facilmente operare quella “sintesi magica” che porta alla produzione creativa.

Analogicamente si può ipotizzare, che a livello collettivo, gruppi e popoli, conquistando specie dopo il buio di dolorose oppressioni, condizioni più favorevoli, divengano capaci di operare “sintesi magi­che” e di produrre artisticamente.

Anche il gruppo sardo, dopo una lunga storia di isolamento e di dominazione, emancipandosi, seppure parzialmente, da un’emargina­zione storica, sociale e culturale potrebbe essere stato spinto da una forte motivazione a emergere e a trovare compensazioni e riparazio­ni alle passate privazioni.

Accedendo a una più ampia disponibilità di mezzi culturali e al confronto con altri gruppi e popoli, i sardi avrebbero potuto così imboccare la via della produzione creativa. Potrebbero essere stati in ciò agevolati da un certo distacco dal­le contingenze della vita e dall’abitudine a vivere in solitudine.

D’altra parte l’isolamento, preservando dal totale dissolvimento una cultura originaria assediata, ha fatto sì che i sardi fossero porta­tori di valori, patterns cognitivi e culturali e comportamentali propri, sebbene “residuali”.

Entrando in contatto con quelli della cultura italiana, avrebbero disposto di schemi cognitivi, non appiattiti conformisticamente sullo schema dominante, e perciò sarebbero stati stimolati a trovare solu­zioni “divergenti” e, quindi, creative.

La loro creatività, che si è sinora espressa in condizioni dolorose e difficili, pone problemi e quesiti che si prospettano nell’avvenire.

Fondamentale importanza riveste la necessità di individuare e incrementare i già presenti fattori favorenti la creatività della nostra cultura e della nostra società. In tal modo la nostra creatività, se con­venientemente sostenuta e agevolata, potrebbe dare in futuro straor­dinari frutti.

Ma per ottenere questi risultati bisogna impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale.

Allora la “misteriosa” creatività dei sardi, di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera”.

Note (presenti nel testo)

  1. Aquilino Cannas intitola emblematicamente un suo prezioso libro di poesie dedicato alla Sardegna con le parole dell’esilio nella propria patria. Cfr. Disterru in terra (La saga dei vinti), TIAM, Cagliari, 1993.
  2. Ho interpretato Cenere, famoso romanzo di Grazia Deledda, secondo l’otti­ca freudiana della caducità. Cfr. S. Freud, Caducità (1916), in Opere, cit., vol. VIII. Cfr. infra, cap. 5, in particolare il par. 53.
  3. In alcune forme gravi di melanconia il malato può manifestare idee che arri­vano a negare l’esistenza del proprio corpo, del mondo, del tempo e della stessa morte. Le idee di negazione possono organizzarsi in un delirio nichilistico o “Sindro­me di Cotard”.

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

PRESENTAZIONE NUOVO LIBRO DI FRANCESCO CASULA

Villacidro 13 gennaio ore 16,30

Sala Consiliare del Comune- Piazza Municipio

Introduce Alessia Etzi

Interviene Annalisa Carboni

Presenta l’opera Francesco Casula

L’Assemblea permanente di Villacidro organizza per venerdì 13 gennaio la presentazione del nuovo libro di Francesco Casula.

Il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula, documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946) con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Le malefattette e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

  1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.
  1. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.
  1. 3. Gli successe il figlio, Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

  1. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

  1. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

  1. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

  1. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

  1. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di Buggerru. Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

Carlo Felice

Risposta a un amico

SULLO SPOSTAMENTO DELLA STATUA DI CARLO FELICE

di Francesco Casula

Risultati immagini per statua carlo felice cagliari

Un amico virtuale, Libero Parsifran, mi scrive una Lettera aperta in cui, dopo aver riconosciuto la bontà delle mie posizioni nel denunciare gli errori e gli “orrori” di certa storiografia, tutta tesa a mistificare (quando non falsificare o, semplicemente interrare) la storia sarda, con garbo manifesta la sua non condivisione dello spostamento della statua di Carlo Felice.

Il professor Giuseppe Melis, promotore del Comitato, nato il 28 aprile scorso, con l’obiettivo appunto di spostare la statua del re ottuso e sanguinario, con dovizia di argomentazioni e motivazioni ha risposto ai dubbi dell’amico Libero Parsifran. Da parte mia vorrei dunque sottolineare solo alcuni aspetti attinenti alla vexata quaestio:

  1. Le statue dei tiranni, peraltro volute e innalzate da loro stessi o dai loro pretoriani ed ascari,ma certamente non dai popoli, si abbattono. Così è stato storicamente. Bene: che facciamo a fronte della statua di Carlo Felice, che ancora campeggia, in bella mostra, al centro di una Piazza della capitale della Sardegna? La lasciamo dove sta, perché ormai fa parte della storia e dell’architettura cagliaritana?

Io penso di no. Nella storia non c’è niente di irreversibile. Né di intoccabile. Anche perché la storia non è necessariamente un processo razionale, come pensava e teorizzava il grande filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (ciò che è reale è razionale). Dunque oggi, se i cittadini cagliaritani e i suoi rappresentanti lo vogliono, si può decidere di “correggere” un ciclopico errore storico.

Le statue i popoli le innalzano e le dedicano ai loro eroi, a  sas feminas e a sos omines de gabale (alle donne e agli uomini di valore): non ai loro carnefici. Quella statua è un insulto, un offesa per l’intero popolo sardo ma soprattutto per le centinaia di vittime: di democratici sardi, impiccati, fucilati, condannati al carcere a vita, perseguitati. Solo perché combattevano per la libertà. Contro l’odioso sistema feudale e la tirannide di Carlo Felice, il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Rimuovere la statua di un tiranno significa dimenticare la storia? Sconvolgere l’architettura di Cagliari?

Noi del Comitato proponiamo di “rimuovere” la statua per collocarla in un Museo: non di abbatterla. La riteniamo infatti un “manufatto”, persino con elementi di “bene culturale”, architettonico, scultorio. E’ dunque giusto che venga conservato e non distrutto. Ma non esibito. Esposto in una pubblica Piazza. Come fosse un eroe da omaggiare e non un essere spregevole, oggetto di sprezzo e ludibrio.

Lo spostamento di quella statua, sarebbe un evento formidabile per l’intera Sardegna: innescherebbe processi di nuova consapevolezza identitaria e di  autostima. E insieme – dato a cui sono estremamente interessato – potrebbe favorire la curiosità, il risveglio e l’interesse per la storia sarda. 

  1. Per quanto attiene alla questione sulla “Nazione” italiana, il discorso sarebbe troppo lungo. Rimando ad altri miei scritti e allo stesso libro su “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”.

Schematicamente: l’Italia è uno stato non una nazione. Il sogno di D’Azeglio: fatta l’Italia (lo stato intendeva), facciamo gli italiani (ovvero la nazione italiana), è miseramente fallito.

Era un sogno impossibile: la nazione può diventare stato: così è successo nella storia. Ma nutro seri dubbi che lo stato diventi nazione: quello italiano comunque non lo è diventato. L’unica strada che ha davanti è che riconosca le nazioni presenti al suo interno (fra cui

quella sarda) e diventi uno stato plurinazionale e confederale. Il fallimento dello stato “unitario” è sotto gli occhi di tutti: negando e opprimendo le nazioni presenti, con le loro peculiarità etno-storiche, culturali, linguistiche ecc. sarà viepiù “diviso”.

  1. Io sarei “ostile” verso gli storici e storiografi che “mistificano” la realtà storica? Non ostile, semplicemente critico, fortemente critico e indignato:segnatamente quando a omettere, censurare,mistificare e falsificare la nostra storia sono gli storici sardi.
  2. Io “rancoroso” verso la storia? Nemmeno per sogno. Nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, si tratta prima di tutto di dissotterrarlo e conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo lottando contro il tempo della dimenticanza. Un passato che – solo apparentemente perduto – occorre ritrovare perché è durata, eredità, coscienza. In esso si innesta infatti il valore dell’Identità, non statico e chiuso, non memoria cristallizzata ma patrimonio che viene da lontano e fondamento nel quale far calare nuovi apporti di culture, di vite individuali e sociali che determinano sempre nuove identità.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista “Pesa Sardigna”.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista  “Pesa Sardigna”.

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Intervista allo storico Francesco Casula

  1. La Sardegna pullula di vie e piazze intitolate ai Savoia. Perché?

La presenza ubiquitaria dei Savoia nelle Vie e nelle Piazze sarde (e persino di Monumenti, loro dedicati, è il caso della statua di Carlo Felice in Piazza Yenne a Cagliari  che un Comitato propone che venga fatta “sloggiare”) è la cartina di tornasole dell’ideologia, italiota e patriottarda, del Risogimento e dell’Unità d’Italia, visti, da parte della destra, del centro e della stessa sinistra come segno ed espressione di magnifiche sorti e progressive. Duncas, sos Savoias no si tocant! In quanto appunto “padri” sia del Risorgimento che dell’Unità, momenti e movimenti tendenti alla libertà e al rinnovamento, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della “Questione sarda” (e meridionale) ancora oggi più presenti che mai.

Tutta la storia italiana – pensiamo ai libri di testo della scuola ufficiale –  è stata “letta”, costruita e modulata in base a tale categoria storiografica, chiaramente falsa e mistificatoria: come io nel saggio documento, dimostro e argomento. Ma tant’è: è stata metabolizzata e interiorizzata da parte della gran parte dei cittadini, financo sardi. Grazie anche all’opera mediatica e televisiva di guitti e cortigiani come Benigni.

Sull’Unità d’Italia voglio solo riportare quanto scrive Giuseppe Dessì in quel meraviglioso romanzo che è Paese d’Ombre: ”era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola , divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

  1. I Savoia hanno fatto progredire la Sardegna rispetto all’epoca spagnola?

Assolutamente no. I catalano-aragonesi prima e gli spagnoli dopo non erano certo benefattori: spremevano fiscalmente i sardi fino all’osso. Ma i Savoia sono stati molto peggio. Sia per quanto attiene alla tassazione che alla repressione. Con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardarono  lo sviluppo della Sardegna di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Il libro documenta in modo rigoroso le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946) attraverso citazioni di scritti, libri e documenti anche di storici e intellettuali filo monarchici e persino filo sabaudi: penso a Pietro Martini o a Giovanni Lavagna, patrizio algherese. E dunque non solo di avversari come Mazzini o Giovanni Maria Angioy.

Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

3.Chi e come ha maggiormente italianizzato la Sardegna? I Savoia o la Repubblica?

E’ una bella gara. La dessardizzazione e snazionalizzazione inizia con  l’imposizione, da parte dei Savoia della lingua italiana (1776). Il sardo viene non solo proibito ma criminalizzato. Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione! Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!

Per quanto attiene alla storia ricordo che a Pietro Martini, uno dei padri della storiografia sarda, intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, le autorità governative piemontesi risposero che nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia.

Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari anche nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia post unitaria: con i programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente statalista e italocentrica, finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava (e si vaneggiava!) – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano  storico, linguistico e culturale. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ed è sopravissuta sostanzialmente ancora oggi, con i programmi scolastici che tutt’ora escludono la storia locale e la lingua sarda.

  1. Perché hai scritto un libro sui Savoia e sulla Sardegna?

La storia sarda è stata sostanzialmente interrata. Sepolta. Azzerata. E comunque censurata e persino mistificata e falsificata. Scritta dal punto di vista italiano, non sardo, “dei vincitori”  – direbbe Cicitu Masala – e non dei “vinti”.

La nostra storia dunque occorre non solo disseppellirla e studiarla ma anche riscriverla. Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere 226 anni di storia, meglio “di controstoria” sarda, del tutto assente nella scuola ufficiale. Il mio punto di vista, (che non solo non  nego né nascondo ma rivendico orgogliosamente), è quello di uno studioso “militante”: impegnato a creare, diffondere e circuitare conoscenza,consapevolezza identitaria e nazionale sarda, autostima. Senza la quale non è possibile che la nostra Isola rompa le catene della dipendenza e della subalternità.

Mi auguro che questo mio lavoro possa essere utile a quei consiglieri comunali che decidessero – finalmente – di rivedere la toponomastica sarda, per dedicare le nostre Vie e le nostre Piazze a sas feminas e a sos omines sardos de gabale, ai nostri eroi (Angioy, Cilocco, Sanna-Corda, Cadeddu) estromettendo i tiranni sabaudi e i loro lacchè e cortigiani.

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

 

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

 

Venerdi 16 dicembre a Cagliari (ore 19, Hostel Marina, Scalette Santo Sepolcro) verrà presentato il nuovo libro di Francesco Casula “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” ((Grafica del Parteolla Editore)..  Introdurrà, l’ingegner Paolo Littarru., studioso di storia sarda. Presenterà l’opera, il docente universitario Giuseppe Melis, autore della prefazione.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.

 

2. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.

 

3. Gli successe  il figlio ,Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

 

4. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

5. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

 

6. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

7. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

8. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

 

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di BuggerruRicollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

Gramsci e la Sardegna- Università della Terza Età di Quartu

Gramsci e la Sardegna- Università della Terza Età di Quartu
a cura di Francesco Casula

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1.Gramsci e il suo primo sardismo.
Nelle sue prime esperienze politiche in Sardegna fu fortemente antipiemontese e fu attratto da un Sardismo molto radicale e contiguo al separatismo, tanto da far propria la parola d’ordine “A mare i continentali!” che in qualche modo significava rivendicare l’indipendenza e la separazione della Sardegna dall’Italia.

2.Gramsci e il colonialismo
Con la Sardegna e con le sue radici Gramsci mantenne sempre un rapporto molto stretto: certo per motivi affettivi –basta ricordare le sue Lettere dal carcere- ma non solo. I ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza trascorsi soprattutto a Ghilarza prima e a Cagliari poi, durante il periodo del Liceo al “Dettori” (1908-1911), rimasero sempre impressi in tutta la sua esistenza e certo lo aiutarono a livello umano, fra l’altro forgiandolo nel suo carattere forte e coriaceo, unico strumento per superare le immani difficoltà che dovrà attraversare nella sua tormentata vita –si pensi in modo particolare al carcere– ma diedero corpo anche alla sua complessa elaborazione intellettuale e politica.
Di queste sofferenze egli parlerà a più riprese, fra l’altro scrivendone il  16 Aprile  1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna. In cui ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché –aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.
E non si tratta di fantasie. Proprio nel Congresso cui fa cenno Gramsci –che si tenne tra il 10 e il 15 Maggio del 1914, fu il primo Congresso regionale sardo di Roma e non l’ultimo come sbagliando afferma Gramsci che per di più lo colloca nel 1911– ci fu chi come il deputato Carboni-Boy dimostrerà nella sua relazione che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione  alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”.
In effetti per conseguenza di quel regime fiscale l’abitante della Sardegna versava allo Stato complessivamente lire 3,53 di imposte e risultava quindi “gravato come quasi e anche di più sosteneva il Carboni-Boy- di quello di regioni ricchissime” quali il Piemonte (lire 3,78), il Lazio (lire 3,56), la Toscana (lire 2,66)” .

3. Gramsci, l’autonomia, il federalismo e Lussu
Gramsci pur abbandonando le iniziali e giovanili posizioni “separatiste”, fin dai tempi de “L’Ordine Nuovo” nel 1919, si pone il problema dell’Autonomia e del  Federalismo anche se mancherà nei suoi scritti –ad iniziare dai Quaderni– una tematizzazione del problema e dunque uno sviluppo specifico,organico e compiuto della Questione istituzionale e dello stato federale. Gramsci pensava a uno Stato federale con 4 repubbliche socialiste:Sardegna, Sicilia, repubblica del Nord e del Sud.
Questa divisione susciterà il dissenso aperto di Emilio Lussu che obietterà: “Repubblica sarda e repubblica siciliana sta bene, ma il resto? Si può dividere l’Italia continentale, nettamente, in due sole parti? E dove finisce il Nord e incomincia il Sud? L’Italia centrale dovrebbe tutta andare al Nord sicché la Repubblica del Nord diventerebbe, a un dipresso, ciò che è la Prussia nella Confederazione germanica dove <chi tiene la Prussia tiene il Reich?> Assolutamente no. O dovrebbe tutta andare col Sud? Inconcepibile… mi pare insomma che l’Italia peninsulare non possa dividersi in due soli raggruppamenti di regioni così differenti, senza viziare fin dalle basi il concetto fondamentale del federalismo” .

4. Gramsci e la Questione Meridionale.
Nella elaborazione gramsciana la “Questione meridionale” assume il valore di una vera e propria questione nazionale, anzi la più importante questione della storia italiana. Essa viene sviluppata segnatamente nel saggio Alcuni temi della questione meridionale ma è anche presente in molti appunti che si trovano nei Quaderni dal carcere
In Gramsci il “meridionalismo” per intanto si trasferiva da elitari circoli intellettuali alle masse e si ricomponeva così l’unità della teoria e della prassi, alla base di tutta la sua riflessione, perché per l’eroe antifascista occorre certo conoscere il mondo ma –marxisticamente- per cambiarlo e non solo per capirlo e interpretarlo.
In secondo luogo –per così dire come premessa– Gramsci rifiuta con sdegno le tesi delle cosiddette tare criminogene dei sardi e dei meridionali, sostenute allora persino in certi ambienti socialisti impregnati di positivismo –è il caso di Enrico Ferri, direttore dell’Avanti, organo del Partito socialista, dal 1904 al 1908 e deputato dello stesso partito per molte legislature- secondo le quali le popolazioni meridionali erano inferiori “per natura”. Questa ideologia pararazzistica aveva fatto breccia anche tra le masse lavoratrici del Nord: in qualche modo ne è testimonianza un’orrenda ma significativa espressione di Trampolini, massimo esponente del socialismo emiliano, secondo il quale gli italiani si dividevano in “nordici” e “sudici” .
Ma anche quando non sfociano in queste espressioni al limite del razzismo, le posizioni complessive dei Socialisti –e dunque non solo quelle di Filippo Turati e dei riformisti– sono di totale sfiducia nelle possibilità del proletariato meridionale: il loro interesse infatti è rivolto esclusivamente alla classe operaia del Nord e alle sue organizzazioni. Di qui l’abbandono sdegnato del Partito socialista da parte di Gaetano Salvemini, che al PSI rimprovererà proprio di essere “nordista”, ovvero di interessarsi solo delle oligarchie operaie delle industrie settentrionali mentre rimane estraneo quando non ostile rispetto agli interessi dei contadini meridionali.
Nell’affrontare la Questione meridionale l’intellettuale di Ghilarza pone in prima istanza la necessità di un’alleanza stabile e storica fra gli operai del Nord e i contadini del sud e dunque manda gambe all’aria non solo il positivismo razzistico di certo socialismo ma la sfiducia generale che si nutriva dei confronti dei contadini. In questa posizione si sente fortissimo il suo essere sardo, il legame con la sua terra, la conoscenza e la consapevolezza dei mali dell’Isola; insieme l’elaborazione che fa della “Questione meridionale” è strettamente legata alla strategia rivoluzionaria del Partito comunista di allora.
Gramsci nella sua elaborazione parte dalla considerazione che l’esistenza delle due Italie –una sviluppata e l’altra sottosviluppata- erano il risultato inevitabile del processo risorgimentale, di come si era realizzata l’unità, senza la partecipazione e il coinvolgimento delle masse contadine. Si era trattato in buona sostanza di una “rivoluzione passiva” che aveva visto protagonista e vincente il cosiddetto blocco storico conservatore, costituito dagli industriali del Nord alleati e complici con gli agrari del Sud e con gli intellettuali che facevano da cerniera fra le masse sfruttate e i grandi latifondisti meridionali.

5. Gramsci e la lingua sarda: la lettera a Teresina (del 26 Marzo del 1927),
(….) Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta,  parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non si deve fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi  e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non  sarà un impaccio per il loro avvenire: tutt’altro.

6. Gramsci e le tradizioni popolari.
Sì, le tradizioni popolari: “ ….le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi  Pirione di Bolotana … le gare poetiche…. le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio …. le feste di Sant’Isidoro”.  “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927 – che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
In altre opere ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore è ciò che è e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita“, “riflesso della condizione di vita culturale di un popolo“ in contrasto con la società ufficiale.

7.Gramsci e il “folclorismo”.
Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“, ovvero l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce , malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata, nella celebrazione di quei“ valori” che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le “operazioni  conservatrici e reazionarie” legando vieppiù il folclore “alla cultura della classe dominante “.

8. Gramsci e le “pardulas”.
In altre lettere – per esempio in quelle del 16 Novembre del 1931 alla sorella Teresina– chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927 – si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il “grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada”. In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli “la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas”.E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: “lassa su figu, puzzone”.

9. Gramsci e l’utilizzo della Lingua sarda.
Ma il  “sardo“ di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è un fatto sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare per inciso che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia di qui le sue ricerche sulla lingua sarda  e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna: “Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu” (Avanti ,edizione piemontese del 13 Luglio 1919).

Conclusione

“Tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”:Lettera a Gramsci di Eric Hobsbawm pubblicata sull’Unione sarda il 24 aprile 2007

Hobsbawm  è lo storico britannico, autore celebre de “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”