Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

PRESENTAZIONE NUOVO LIBRO DI FRANCESCO CASULA

Villacidro 13 gennaio ore 16,30

Sala Consiliare del Comune- Piazza Municipio

Introduce Alessia Etzi

Interviene Annalisa Carboni

Presenta l’opera Francesco Casula

L’Assemblea permanente di Villacidro organizza per venerdì 13 gennaio la presentazione del nuovo libro di Francesco Casula.

Il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula, documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946) con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Le malefattette e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

  1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.
  1. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.
  1. 3. Gli successe il figlio, Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

  1. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

  1. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

  1. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

  1. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

  1. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di Buggerru. Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

Carlo Felice

Risposta a un amico

SULLO SPOSTAMENTO DELLA STATUA DI CARLO FELICE

di Francesco Casula

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Un amico virtuale, Libero Parsifran, mi scrive una Lettera aperta in cui, dopo aver riconosciuto la bontà delle mie posizioni nel denunciare gli errori e gli “orrori” di certa storiografia, tutta tesa a mistificare (quando non falsificare o, semplicemente interrare) la storia sarda, con garbo manifesta la sua non condivisione dello spostamento della statua di Carlo Felice.

Il professor Giuseppe Melis, promotore del Comitato, nato il 28 aprile scorso, con l’obiettivo appunto di spostare la statua del re ottuso e sanguinario, con dovizia di argomentazioni e motivazioni ha risposto ai dubbi dell’amico Libero Parsifran. Da parte mia vorrei dunque sottolineare solo alcuni aspetti attinenti alla vexata quaestio:

  1. Le statue dei tiranni, peraltro volute e innalzate da loro stessi o dai loro pretoriani ed ascari,ma certamente non dai popoli, si abbattono. Così è stato storicamente. Bene: che facciamo a fronte della statua di Carlo Felice, che ancora campeggia, in bella mostra, al centro di una Piazza della capitale della Sardegna? La lasciamo dove sta, perché ormai fa parte della storia e dell’architettura cagliaritana?

Io penso di no. Nella storia non c’è niente di irreversibile. Né di intoccabile. Anche perché la storia non è necessariamente un processo razionale, come pensava e teorizzava il grande filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (ciò che è reale è razionale). Dunque oggi, se i cittadini cagliaritani e i suoi rappresentanti lo vogliono, si può decidere di “correggere” un ciclopico errore storico.

Le statue i popoli le innalzano e le dedicano ai loro eroi, a  sas feminas e a sos omines de gabale (alle donne e agli uomini di valore): non ai loro carnefici. Quella statua è un insulto, un offesa per l’intero popolo sardo ma soprattutto per le centinaia di vittime: di democratici sardi, impiccati, fucilati, condannati al carcere a vita, perseguitati. Solo perché combattevano per la libertà. Contro l’odioso sistema feudale e la tirannide di Carlo Felice, il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Rimuovere la statua di un tiranno significa dimenticare la storia? Sconvolgere l’architettura di Cagliari?

Noi del Comitato proponiamo di “rimuovere” la statua per collocarla in un Museo: non di abbatterla. La riteniamo infatti un “manufatto”, persino con elementi di “bene culturale”, architettonico, scultorio. E’ dunque giusto che venga conservato e non distrutto. Ma non esibito. Esposto in una pubblica Piazza. Come fosse un eroe da omaggiare e non un essere spregevole, oggetto di sprezzo e ludibrio.

Lo spostamento di quella statua, sarebbe un evento formidabile per l’intera Sardegna: innescherebbe processi di nuova consapevolezza identitaria e di  autostima. E insieme – dato a cui sono estremamente interessato – potrebbe favorire la curiosità, il risveglio e l’interesse per la storia sarda. 

  1. Per quanto attiene alla questione sulla “Nazione” italiana, il discorso sarebbe troppo lungo. Rimando ad altri miei scritti e allo stesso libro su “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”.

Schematicamente: l’Italia è uno stato non una nazione. Il sogno di D’Azeglio: fatta l’Italia (lo stato intendeva), facciamo gli italiani (ovvero la nazione italiana), è miseramente fallito.

Era un sogno impossibile: la nazione può diventare stato: così è successo nella storia. Ma nutro seri dubbi che lo stato diventi nazione: quello italiano comunque non lo è diventato. L’unica strada che ha davanti è che riconosca le nazioni presenti al suo interno (fra cui

quella sarda) e diventi uno stato plurinazionale e confederale. Il fallimento dello stato “unitario” è sotto gli occhi di tutti: negando e opprimendo le nazioni presenti, con le loro peculiarità etno-storiche, culturali, linguistiche ecc. sarà viepiù “diviso”.

  1. Io sarei “ostile” verso gli storici e storiografi che “mistificano” la realtà storica? Non ostile, semplicemente critico, fortemente critico e indignato:segnatamente quando a omettere, censurare,mistificare e falsificare la nostra storia sono gli storici sardi.
  2. Io “rancoroso” verso la storia? Nemmeno per sogno. Nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, si tratta prima di tutto di dissotterrarlo e conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo lottando contro il tempo della dimenticanza. Un passato che – solo apparentemente perduto – occorre ritrovare perché è durata, eredità, coscienza. In esso si innesta infatti il valore dell’Identità, non statico e chiuso, non memoria cristallizzata ma patrimonio che viene da lontano e fondamento nel quale far calare nuovi apporti di culture, di vite individuali e sociali che determinano sempre nuove identità.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista “Pesa Sardigna”.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista  “Pesa Sardigna”.

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Intervista allo storico Francesco Casula

  1. La Sardegna pullula di vie e piazze intitolate ai Savoia. Perché?

La presenza ubiquitaria dei Savoia nelle Vie e nelle Piazze sarde (e persino di Monumenti, loro dedicati, è il caso della statua di Carlo Felice in Piazza Yenne a Cagliari  che un Comitato propone che venga fatta “sloggiare”) è la cartina di tornasole dell’ideologia, italiota e patriottarda, del Risogimento e dell’Unità d’Italia, visti, da parte della destra, del centro e della stessa sinistra come segno ed espressione di magnifiche sorti e progressive. Duncas, sos Savoias no si tocant! In quanto appunto “padri” sia del Risorgimento che dell’Unità, momenti e movimenti tendenti alla libertà e al rinnovamento, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della “Questione sarda” (e meridionale) ancora oggi più presenti che mai.

Tutta la storia italiana – pensiamo ai libri di testo della scuola ufficiale –  è stata “letta”, costruita e modulata in base a tale categoria storiografica, chiaramente falsa e mistificatoria: come io nel saggio documento, dimostro e argomento. Ma tant’è: è stata metabolizzata e interiorizzata da parte della gran parte dei cittadini, financo sardi. Grazie anche all’opera mediatica e televisiva di guitti e cortigiani come Benigni.

Sull’Unità d’Italia voglio solo riportare quanto scrive Giuseppe Dessì in quel meraviglioso romanzo che è Paese d’Ombre: ”era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola , divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

  1. I Savoia hanno fatto progredire la Sardegna rispetto all’epoca spagnola?

Assolutamente no. I catalano-aragonesi prima e gli spagnoli dopo non erano certo benefattori: spremevano fiscalmente i sardi fino all’osso. Ma i Savoia sono stati molto peggio. Sia per quanto attiene alla tassazione che alla repressione. Con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardarono  lo sviluppo della Sardegna di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Il libro documenta in modo rigoroso le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946) attraverso citazioni di scritti, libri e documenti anche di storici e intellettuali filo monarchici e persino filo sabaudi: penso a Pietro Martini o a Giovanni Lavagna, patrizio algherese. E dunque non solo di avversari come Mazzini o Giovanni Maria Angioy.

Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

3.Chi e come ha maggiormente italianizzato la Sardegna? I Savoia o la Repubblica?

E’ una bella gara. La dessardizzazione e snazionalizzazione inizia con  l’imposizione, da parte dei Savoia della lingua italiana (1776). Il sardo viene non solo proibito ma criminalizzato. Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione! Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!

Per quanto attiene alla storia ricordo che a Pietro Martini, uno dei padri della storiografia sarda, intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, le autorità governative piemontesi risposero che nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia.

Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari anche nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia post unitaria: con i programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente statalista e italocentrica, finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava (e si vaneggiava!) – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano  storico, linguistico e culturale. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ed è sopravissuta sostanzialmente ancora oggi, con i programmi scolastici che tutt’ora escludono la storia locale e la lingua sarda.

  1. Perché hai scritto un libro sui Savoia e sulla Sardegna?

La storia sarda è stata sostanzialmente interrata. Sepolta. Azzerata. E comunque censurata e persino mistificata e falsificata. Scritta dal punto di vista italiano, non sardo, “dei vincitori”  – direbbe Cicitu Masala – e non dei “vinti”.

La nostra storia dunque occorre non solo disseppellirla e studiarla ma anche riscriverla. Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere 226 anni di storia, meglio “di controstoria” sarda, del tutto assente nella scuola ufficiale. Il mio punto di vista, (che non solo non  nego né nascondo ma rivendico orgogliosamente), è quello di uno studioso “militante”: impegnato a creare, diffondere e circuitare conoscenza,consapevolezza identitaria e nazionale sarda, autostima. Senza la quale non è possibile che la nostra Isola rompa le catene della dipendenza e della subalternità.

Mi auguro che questo mio lavoro possa essere utile a quei consiglieri comunali che decidessero – finalmente – di rivedere la toponomastica sarda, per dedicare le nostre Vie e le nostre Piazze a sas feminas e a sos omines sardos de gabale, ai nostri eroi (Angioy, Cilocco, Sanna-Corda, Cadeddu) estromettendo i tiranni sabaudi e i loro lacchè e cortigiani.

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

 

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

 

Venerdi 16 dicembre a Cagliari (ore 19, Hostel Marina, Scalette Santo Sepolcro) verrà presentato il nuovo libro di Francesco Casula “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” ((Grafica del Parteolla Editore)..  Introdurrà, l’ingegner Paolo Littarru., studioso di storia sarda. Presenterà l’opera, il docente universitario Giuseppe Melis, autore della prefazione.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.

 

2. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.

 

3. Gli successe  il figlio ,Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

 

4. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

5. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

 

6. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

7. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

8. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

 

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di BuggerruRicollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

Gramsci e la Sardegna- Università della Terza Età di Quartu

Gramsci e la Sardegna- Università della Terza Età di Quartu
a cura di Francesco Casula

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1.Gramsci e il suo primo sardismo.
Nelle sue prime esperienze politiche in Sardegna fu fortemente antipiemontese e fu attratto da un Sardismo molto radicale e contiguo al separatismo, tanto da far propria la parola d’ordine “A mare i continentali!” che in qualche modo significava rivendicare l’indipendenza e la separazione della Sardegna dall’Italia.

2.Gramsci e il colonialismo
Con la Sardegna e con le sue radici Gramsci mantenne sempre un rapporto molto stretto: certo per motivi affettivi –basta ricordare le sue Lettere dal carcere- ma non solo. I ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza trascorsi soprattutto a Ghilarza prima e a Cagliari poi, durante il periodo del Liceo al “Dettori” (1908-1911), rimasero sempre impressi in tutta la sua esistenza e certo lo aiutarono a livello umano, fra l’altro forgiandolo nel suo carattere forte e coriaceo, unico strumento per superare le immani difficoltà che dovrà attraversare nella sua tormentata vita –si pensi in modo particolare al carcere– ma diedero corpo anche alla sua complessa elaborazione intellettuale e politica.
Di queste sofferenze egli parlerà a più riprese, fra l’altro scrivendone il  16 Aprile  1919 in un articolo per l’edizione piemontese dell’Avanti avente per titolo I dolori della Sardegna. In cui ricorderà quanto aveva affermato “nell’ultimo congresso sardo tenuto a Roma, un generale sardo: che cioè nel cinquantennio 1860-1910 lo Stato italiano, nel quale hanno sempre predominato la borghesia e la nobiltà piemontese, ha prelevato dai contadini e pastori sardi 500 milioni di lire che ha regalato alla classe dirigente non sarda. Perché –aggiungeva- è proibito ricordare, che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini e dei pastori e degli artigiani è trattata peggio della colonia eritrea in quanto lo stato <spende> per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna, prelevandovi un tributo imperiale”.
E non si tratta di fantasie. Proprio nel Congresso cui fa cenno Gramsci –che si tenne tra il 10 e il 15 Maggio del 1914, fu il primo Congresso regionale sardo di Roma e non l’ultimo come sbagliando afferma Gramsci che per di più lo colloca nel 1911– ci fu chi come il deputato Carboni-Boy dimostrerà nella sua relazione che il gettito fiscale prelevato in Sardegna era esorbitante non solo in relazione  alle risorse di cui poteva disporre l’Isola ma al reddito reale dei suoi abitanti. “Il balzello” finiva così per “paralizzare ogni forza produttiva e ogni risparmio”.
In effetti per conseguenza di quel regime fiscale l’abitante della Sardegna versava allo Stato complessivamente lire 3,53 di imposte e risultava quindi “gravato come quasi e anche di più sosteneva il Carboni-Boy- di quello di regioni ricchissime” quali il Piemonte (lire 3,78), il Lazio (lire 3,56), la Toscana (lire 2,66)” .

3. Gramsci, l’autonomia, il federalismo e Lussu
Gramsci pur abbandonando le iniziali e giovanili posizioni “separatiste”, fin dai tempi de “L’Ordine Nuovo” nel 1919, si pone il problema dell’Autonomia e del  Federalismo anche se mancherà nei suoi scritti –ad iniziare dai Quaderni– una tematizzazione del problema e dunque uno sviluppo specifico,organico e compiuto della Questione istituzionale e dello stato federale. Gramsci pensava a uno Stato federale con 4 repubbliche socialiste:Sardegna, Sicilia, repubblica del Nord e del Sud.
Questa divisione susciterà il dissenso aperto di Emilio Lussu che obietterà: “Repubblica sarda e repubblica siciliana sta bene, ma il resto? Si può dividere l’Italia continentale, nettamente, in due sole parti? E dove finisce il Nord e incomincia il Sud? L’Italia centrale dovrebbe tutta andare al Nord sicché la Repubblica del Nord diventerebbe, a un dipresso, ciò che è la Prussia nella Confederazione germanica dove <chi tiene la Prussia tiene il Reich?> Assolutamente no. O dovrebbe tutta andare col Sud? Inconcepibile… mi pare insomma che l’Italia peninsulare non possa dividersi in due soli raggruppamenti di regioni così differenti, senza viziare fin dalle basi il concetto fondamentale del federalismo” .

4. Gramsci e la Questione Meridionale.
Nella elaborazione gramsciana la “Questione meridionale” assume il valore di una vera e propria questione nazionale, anzi la più importante questione della storia italiana. Essa viene sviluppata segnatamente nel saggio Alcuni temi della questione meridionale ma è anche presente in molti appunti che si trovano nei Quaderni dal carcere
In Gramsci il “meridionalismo” per intanto si trasferiva da elitari circoli intellettuali alle masse e si ricomponeva così l’unità della teoria e della prassi, alla base di tutta la sua riflessione, perché per l’eroe antifascista occorre certo conoscere il mondo ma –marxisticamente- per cambiarlo e non solo per capirlo e interpretarlo.
In secondo luogo –per così dire come premessa– Gramsci rifiuta con sdegno le tesi delle cosiddette tare criminogene dei sardi e dei meridionali, sostenute allora persino in certi ambienti socialisti impregnati di positivismo –è il caso di Enrico Ferri, direttore dell’Avanti, organo del Partito socialista, dal 1904 al 1908 e deputato dello stesso partito per molte legislature- secondo le quali le popolazioni meridionali erano inferiori “per natura”. Questa ideologia pararazzistica aveva fatto breccia anche tra le masse lavoratrici del Nord: in qualche modo ne è testimonianza un’orrenda ma significativa espressione di Trampolini, massimo esponente del socialismo emiliano, secondo il quale gli italiani si dividevano in “nordici” e “sudici” .
Ma anche quando non sfociano in queste espressioni al limite del razzismo, le posizioni complessive dei Socialisti –e dunque non solo quelle di Filippo Turati e dei riformisti– sono di totale sfiducia nelle possibilità del proletariato meridionale: il loro interesse infatti è rivolto esclusivamente alla classe operaia del Nord e alle sue organizzazioni. Di qui l’abbandono sdegnato del Partito socialista da parte di Gaetano Salvemini, che al PSI rimprovererà proprio di essere “nordista”, ovvero di interessarsi solo delle oligarchie operaie delle industrie settentrionali mentre rimane estraneo quando non ostile rispetto agli interessi dei contadini meridionali.
Nell’affrontare la Questione meridionale l’intellettuale di Ghilarza pone in prima istanza la necessità di un’alleanza stabile e storica fra gli operai del Nord e i contadini del sud e dunque manda gambe all’aria non solo il positivismo razzistico di certo socialismo ma la sfiducia generale che si nutriva dei confronti dei contadini. In questa posizione si sente fortissimo il suo essere sardo, il legame con la sua terra, la conoscenza e la consapevolezza dei mali dell’Isola; insieme l’elaborazione che fa della “Questione meridionale” è strettamente legata alla strategia rivoluzionaria del Partito comunista di allora.
Gramsci nella sua elaborazione parte dalla considerazione che l’esistenza delle due Italie –una sviluppata e l’altra sottosviluppata- erano il risultato inevitabile del processo risorgimentale, di come si era realizzata l’unità, senza la partecipazione e il coinvolgimento delle masse contadine. Si era trattato in buona sostanza di una “rivoluzione passiva” che aveva visto protagonista e vincente il cosiddetto blocco storico conservatore, costituito dagli industriali del Nord alleati e complici con gli agrari del Sud e con gli intellettuali che facevano da cerniera fra le masse sfruttate e i grandi latifondisti meridionali.

5. Gramsci e la lingua sarda: la lettera a Teresina (del 26 Marzo del 1927),
(….) Franco mi pare molto vispo e intelligente: penso che parli già correttamente. In che lingua parla? Spero che lo lascerete parlare in sardo e non gli darete dei dispiaceri a questo proposito. E’ stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta,  parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. Non si deve fare questo errore coi tuoi bambini. Intanto il sardo non è un dialetto, ma una lingua a sè, quantunque non abbia una grande letteratura, ed è bene che i bambini imparino più lingue, se è possibile. Poi, l’italiano, che voi gli insegnerete, sarà una lingua povera, monca, fatta solo di quelle poche frasi e parole delle vostre conversazioni con lui, puramente infantile; egli non avrà contatto con l’ambiente generale e finirà con l’apprendere due gerghi e nessuna lingua: un gergo italiano per la conversazione ufficiale con voi e un gergo sardo, appreso a pezzi  e bocconi, per parlare con gli altri bambini e con la gente che incontra per la strada o in piazza. Ti raccomando proprio di cuore, di non commettere un tale errore, e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non  sarà un impaccio per il loro avvenire: tutt’altro.

6. Gramsci e le tradizioni popolari.
Sì, le tradizioni popolari: “ ….le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi  Pirione di Bolotana … le gare poetiche…. le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio …. le feste di Sant’Isidoro”.  “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927 – che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
In altre opere ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa che è molto seria e da prendere sul serio. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, cioè sparirà il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore è ciò che è e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita“, “riflesso della condizione di vita culturale di un popolo“ in contrasto con la società ufficiale.

7.Gramsci e il “folclorismo”.
Quello che invece Gramsci critica è il “folclorismo“, ovvero l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce , malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata, nella celebrazione di quei“ valori” che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le “operazioni  conservatrici e reazionarie” legando vieppiù il folclore “alla cultura della classe dominante “.

8. Gramsci e le “pardulas”.
In altre lettere – per esempio in quelle del 16 Novembre del 1931 alla sorella Teresina– chiede notizie su parole in sardo logudorese e campidanese e alla madre – nella lettera del 26 Febbraio del 1927 – si figura di rinnovare una volta libero e tornato al paese il “grandissimo pranzo con culurzones e pardulas e zippulas e pippias de zuccuru e figu siccada”. In un’altra lettera del 27 Giugno 1927 le chiede di mandargli “la predica di fra Antiogu a su populu de Masullas”.E al figlio Delio che parlava russo e italiano e cantava canzoncine in francese avrebbe voluto insegnare a cantare in sardo: “lassa su figu, puzzone”.

9. Gramsci e l’utilizzo della Lingua sarda.
Ma il  “sardo“ di Gramsci non si ferma qui: alle pardulas e ai bimborimbò delle feste paesane, pure importanti. Il suo rientrare insistente nella lingua materna non è un fatto sentimentale. Va ben oltre. Voglio ricordare per inciso che nei primi mesi di vita studentesca nella Facoltà di Lettere a Torino i suoi interessi si rivolgono in modo particolare agli studi di glottologia di qui le sue ricerche sulla lingua sarda  e il suo proposito di laurearsi, con il suo grande maestro Matteo Bartoli, proprio in glottologia. O basti pensare che si fa scrivere da due bolscevichi della “Sassari“ lo slogan della futura rivoluzione in Sardegna: “Viva sa comune sarda de sos massajos, de sos minadores, de sos pastores, de sos omines de traballu” (Avanti ,edizione piemontese del 13 Luglio 1919).

Conclusione

“Tu Nino sei stato molto più che un sardo, ma senza la Sardegna è impossibile capirti”:Lettera a Gramsci di Eric Hobsbawm pubblicata sull’Unione sarda il 24 aprile 2007

Hobsbawm  è lo storico britannico, autore celebre de “Age of the Estremes” tradotto in Italia e pubblicato dalla Rizzoli con il titolo di “Secolo breve”

“CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”

Fresco fresco di stampa il mio nuovo libro
“CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”
di cui documento, in modo rigoroso, attraverso una pluralità di saggi e scritti storici e storiografici, le malefatte e le infamie, consumate sulla pelle dei Sardi, in 226 anni di dominio (1720-1946) .
La prefazione è del Prof. Giuseppe Melis Giordano.
Il saggio è dedicato a mia sorella Laura l’unica femmina (e la più piccola) in mezzo a 6 maschi!

 

SEBASTIANO SATTA

SEBASTIANO SATTA – Università della Terza Età di Quartu

a cura di Francesco Casula

Il “vate” nuorese, cantore della sardità mitica e drammatica (1867-1914)

Nasce a Nuoro il 21 maggio 1867. II padre, nuorese, Antonio Satta, è un  avvocato assai no­to; la madre, Raimonda Gungui è di Mamoiada, villaggio vicino a Nuoro, in piena Barbagia. Il Satta, rimasto orfano di padre all’età di cinque anni, ben presto conosce il disagio e le umiliazioni della povertà.

Compie gli studi elementari e ginnasiali a Nuoro, quelli liceali e universitari a Sassari, do­ve consegue la laurea in giurisprudenza nel 1894 ed esercita la professione di giornalista. Nella Sassari di allora, che gli ricordava la Bologna carducciana che aveva conosciuto durante il servizio militare, con fermenti repubblicani e progressisti, aderisce agli ideali socialisti.

Nel 1893 pubblica due raccolte di poesie Nella terra dei Nuraghes e Versi ribelli, di modesto valore artistico ma utili per capire l’itinerario spirituale del poeta. Fortemente influenzato da Carducci, tra le incertezze tecniche e i convenzionalismi formali si inizia però a intravedere il Satta più autentico. Nella prima silloge, di otto liriche, due sono in lingua sarda; nella seconda ugualmente di otto liriche, è presente un Satta protestatorio nei confronti del servizio militare, ma più perché è stato allontanato dalla sua Sardegna che per motivi ideologici.

Torna intanto a Nuoro dove è consigliere comunale nel triennio 1900-1903 e dal 1896 al 1908 esercita la professione di avvocato. In tale professione – come riferisce lo storico Raimondo Bonu, probabilmente con eccessiva enfasi- “ebbe fama di valente penalista e di oratore brillante, facondo, irruente, temuto per le sue arringhe, perché sapeva cogliere dalle circostanze più disparate la nota umana, adatta a trasformare il delinquente affidato alla sua difesa in un eroe, in un rivendicatore di diritti, in un maestro di giustizia sociale”.

Nel 1896, in occasione del centenario della rivoluzione angioyana scrive l’ode Primo Maggio, dedicata al protagonista di quella rivoluzione antifeudale, Giovanni Maria Angioy, appunto. E’ pubblicata nel quotidiano di Sassari, “La Nuova Sardegna” , ma il numero fu sequestrato: segno di tempi di censura e di repressione. L’ode carica di retorica e ascendenze carducciane, è impregnata di una intensa <sardità> che caratterizzerà anche la sua poesia più matura. Che arriverà con i Canti barbaricini pubblicati nel 1909. In essi sono ancora indubbiamente presenti gli echi della poesia carducciana, pascoliana, del D’Annunzio di Alcione e persino di Victor Hugo, di Heinrich Heine e di Walt Whitman, ma la sua poesia inizia ad avere una sua precisa e personale fisionomia, dal punto di vista espressivo, metrico e dei contenuti.

Colpito da paralisi 1’8 Marzo 1908, passa gli ultimi anni della sua vita senza poter neppure parlare. Scrive le sue ultime poesie fra il 1909-1914. Esse saranno raccolte –senza ulteriore rielaborazione e revisione- nei Canti del Salto e della Tanca e verranno pubblicate postume nel 1924.

Condannato all’infermità, la sua vita interiore si fa più raccolta e più intensa e la sua poesia è caratterizzata da una <sardità> ancor più esclusiva, persino nei particolari stilistici e lessicali. Della gente sarda non descrive solo gli stati d’animo e i modi di vivere ma anche il modo di parlare e di costruire il periodo.

Muore improvvisamente il 29 novembre 1914 a Nuoro dove viene sepolto senza funerali religiosi perché aveva espresso la volontà di non gradire né preti, né preghiere alla sua morte. Le cronache narrano che folle di contadini, pastori e persino banditi, scesero dalle montagne per accompagnarlo alla sua ultima dimora, memori del suo amore per l’uguaglianza e il progresso sociale e della sua passione per la patria sarda. Satta infatti fu molto popolare e amato dalla sua gente che vedeva in lui un vero e proprio “vate” e cantore di una mitica e drammatica identità sarda.

 

 

Presentazione del testo [tratto da Canti barbaricini ora in Canti, Sebastiano Satta, Ilisso editore, Nuoro 2003, pag.66]

 

Il sonetto è tratto da Canti Barbaricini, una delle raccolte del Satta più valide, l’altra è Canti del salto e della Tanca. Essa –è il poeta stesso a scriverlo- “canta o, meglio narra il dolore della gente e della terra che si distende da Montespada a Montalbo, dalle rupi di Corrasi fino al mare; e canta dolor di madri, odio di uomini, pianto di fanciulli…Barbaricini ho voluto chiamare questi canti perché sono accordi nati in Barbagia di Sardigna; ed anche quando essi non celebrano spiriti e forme di quella terra rude e antica, barbaricini sono nell’anima e barbaricine hanno le fogge e i modi”.

Certo, nel lessico, nel linguaggio, nello stile e persino nella struttura del testo poetico e a livello fonico-timbrico, ci sono abbondanti influenze della coeva poesia italiana, ma non è un semplice epigono di Carducci, Pascoli e D’Annunzio, come parte della critica ha voluto sostenere. Egli infatti è soprattutto un poeta capace di farsi interprete dell’immaginario collettivo della Nuoro del suo tempo, nella quale si identificavano molti sardi, soprattutto “barbaricini”. In lui infatti le mimesi esterne si interiorizzano, si fanno simbolo, linguaggio, gestualità verbale di una caratteristica cultura, quella sarda. E ai fatti e ai problemi dell’Isola partecipa, vivamente e dolorosamente: per cui si può dire che il mondo sardo, come natura e come eventi, non solo si riflette nella sua poesia, ma passa contemporaneamente attraverso la sua anima, da cui prende colore e calore.

 

VESPRO DI NATALE

 

Incappucciati1, foschi2, a passo lento,

tre banditi ascendevano3la strada

deserta e grigia, tra la selva rada4

dei sughereti5, sotto il ciel d’argento.

 

Non rumore di mandre6 o voci7,

il vento agitava8 per l’algida9 contrada.

Vasto10 silenzio. In fondo, monte Spada11

ridea12 bianco nel vespro sonnolento13.

 

O vespro di Natale14! Dentro il core

ai banditi piangea la nostalgia

di te, pur senza udirne le campane:

 

e mesti eran, pensando al buon odore

del porchetto e del vino15, e all’allegria

del ceppo16, nelle lor case lontane17.

 


Note

Metrica: sonetto. Rime ABBA, CDE

1.Incappucciati: con il copricapo nero di orbace in testa..

2.Foschi: oscuri appunto perché indossavano un cappotto di orbace nero che li nascondeva agli occhi delle persone e li proteggeva dal freddo. Le orbace infatti sono un tessuto di lana di pecora, molto resistente e impermeabile.

3.Ascendevano: salivano

4.Rada: non folta di sughere.

5.Sughereti: sono boschi di sughere (o soveri)  molto estesi in Gallura –nord est della Sardegna- e nel Mandrolisai –centro sud-, mentre sono assai limitati e poco folti nella Barbagia di Ollolai dove è ambientata la poesia.

6.Rumore di mandre: le pecore portano al collo i campanacci –in sardo sas sonazas- che producono un caratteristico tintinnio e servono per essere localizzate dai pastori..

7.Voci: i pastori sono soliti richiamare le greggi con voci e più spesso con fischi particolari che le bestie intendono come per istinto. Inoltre i pastori si chiamano fra loro, in spazi vasti, per comunicarsi notizie e scambiarsi quattro chiacchiere. Di qui l’abitudine degli stessi a parlare sempre a voce molto alta, quasi urlata.

8.Agitava:portava.

9.Algida: gelida, fredda.

10.Vasto: profondo.

11.Monte Spada: una delle vette più belle e più alte del Gennargentu (m.1595) nel territorio di Fonni, mentre Punta Corrasi –cui Satta accenna nell’introduzione ai Canti Barbaricini- in agro di Oliena è alta m.1463.

12.Ridea: spiccava perché coperto di neve.

13.Vespro sonnolento: la sera che porta il sonno e dunque il riposo.

14.Vespro di Natale: la notte di Natale.

15.Porchetto e vino: ancora oggi ma soprattutto nel passato era consuetudine delle famiglie sarde di ambiente pastorale e barbaricine in specie, consumare a Natale, dopo la messa di mezzanotte abbondanti arrosti (di salsicce, porchetti, agnelli o capretti) innaffiati da un buon vino.

16.Ceppo: i tronchi necessari per alimentare il fuoco.

17.Case lontane: in Sardegna gli insediamenti umani sono concentrati nei villaggi, distanti gli uni dagli altri. Il territorio è spopolato per cui le campagne sono solitarie: in queste, soprattutto in quelle caratterizzate da montagne e luoghi impervii, si rifugiavano –e si rifugiano ancora- i banditi.

 

 

Giudizi critici

Goffredo Bellonci scrive che Satta “aveva il senso della terra, il più grande dono che Federico Nietzesche facesse al suo Zaratustra, la più grande virtù che abbia cantato nel libro della giungla immortale Rudyard Kipling…Ogni strofa, ogni verso, ogni parola sigillava del suo stile sardo, inimitabile nel ritmo, nelle immagini, nei trapassi”.

Mentre per Giovanni Pirodda: “Il Satta fu popolare e amato, fra i lettori sardi contemporanei, per il suo amore per l’uguaglianza e il progresso sociale, e per l’interpretazione, nei toni di un fremente individualismo romantico, dei miti di un immaginario collettivo: la natura, la donna (sposa e madre-matriarca), il tópos del ricorrente ribellismo e dell’attesa di una palingenesi: sono i temi di una mitica e drammatica identità sarda, espressi attraverso la mediazione autorevole delle forme letterarie e metriche della poesia italiana fra ‘800 e ‘900. Ma al di là del mito l’esperienza sattiana raggiunge una capacità poetica spesso misconosciuta, che merita di essere annoverata almeno tra le voci minori di quel periodo”.

 

 

ANALIZZARE

In questo sonetto, concentrandola in pochi versi, il poeta riesce a cogliere intensamente e a rappresentare una nota paesistica, interiorizzandola però, ovvero traducendola in tema lirico, scevro da ogni indugio illustrativo, ma soprattutto da preoccupazioni edificanti, civili e pedagogiche, ispirate a un socialismo umanitario, che pure abbondano in altre liriche.

 La rappresentazione, sospesa fra la realtà e la fantasia, dei banditi incappucciati e tristi che passano per vie desolate, foschi su sfondi di neve e che incedono con tanta cupa andatura che solo questo cadenzato endecasillabo sa mimare, ricorda la misura espressiva dei piccoli quadretti del Pascoli delle Mirycae.

La forma conclusa del sonetto inoltre, dove per di più l’endecasillabo si smorza nei frequenti enjambements, rende il silenzio carico di tristezza, di dolcezza e di vitalità insieme, di una inestinguibile nostalgia dell’intimità familiare, di un rifugio sereno e festoso, che invade l’animo dei banditi, fragili creature umane anch’essi. In altre liriche mitizzati come belli, feroci e prodi.

Il linguaggio è alto, illustre, gli aggettivi ricercati, aulici (foschi, rada, algida) tanto da rischiare di risultare stereotipati e poco creativi.

FLASH DI STORIA-CIVILTA’

-Il socialismo umanitario di Sebastiano Satta

Il socialismo di Satta era più del cuore che della mente, fatto di umanità, giustizia e libertà. Più vicino al ribellismo anarchico e al socialismo utopistico di Charles Peguy o di Garibaldi che a quello “scientifico” di Carlo Marx. A Garibaldi dedicherà infatti un’Ode e spesso soleva recarsi in pellegrinaggio alla tomba del Condottiero dei Mille a Caprera. In Sardegna del resto il Socialismo, prima che arrivasse il torinese Giuseppe Cavallera al organizzare i battellieri di Carloforte e i minatori del Sulcis era più un fatto letterario che una prassi politica: i poeti –quasi sempre in lingua sarda- poetavano su temi legati al comunitarismo delle terre dei villaggi sardi e sognavano un ritorno al passato –a su connotu (al conosciuto) comunitario antecedente alla <Legge delle Chiudende> che privatizzò le terre stesse.

Ma ecco cosa scrive a proposito del Satta socialista Vincenzo Soro: “Temperamento politico vero e proprio Sebastiano Satta non ebbe. Egli era un passionale. Un incitatore. E si batteva così, per amore di battaglia, per un istinto bisogno di lotta che era nel suo puro sangue barbaricino: ma senza legarsi mai ad alcuno: senza cessare mai di «far parte per sé stesso», in una solitudine che era insieme timida e sdegnosa. Troppo buon poeta era, per po­ter essere diverso.

L’apostolato di bontà e di giustizia che informava la sua battaglia diuturna, gli dava, è vero, un aspetto di so­cialista romantico ed evangelico, molto simile a quello che si ritrova nel Pascoli di «Odi ed Inni» e di taluna delle «Myricae»: aspetto che in quegli anni era molto comu­ne nella nostra letteratura, e che traspare  -un pò con le trasandate ironie di Béranger e un pò con 1’umanita­rismo di Richepin – nelle poesie sporadiche del Satta giovine e anche in alcuni, non certo tra i migliori, dei «Canti barbaricini». Ma questo suo socialismo, in realtà, non era altra cosa che uno «stato d’animo». Non era la professione di una dottrina sociologica e politica, inquadrata nelle formule di un sistema scientifico e sotto­posta al controllo disciplinare di un partito. Era la soli­darietà di un’anima che aveva sofferto e soffriva, verso tut­ti i sofferenti e tutti i dolori del mondo. Era una aspirazio­ne di bontà e di giustizia, di amore e di pace, per tutti gli uomini e per tutte le genti: il sogno dell’Ortodossia rus­sa, il vasto sogno di affratellamento universale che arde nel pensiero di Wladimiro Soloviof e nell’arte di Dostoje­wsckij e di Tolstoi, incastonato -come un rubino di O­riente in un monile di antica oreficeria sarda- nella sca­bra purità di un’anima barbaricina.

Era il socialismo di Charles Péguy : un socialismo, avversario ignoto e cortese, alquanto diverso da quello a cui ti riferivi quando mi richiamavi a non ignorare il  socialista » nel Poeta di Barbagia”.

 

-Ideologia democratica e linguaggio aulico del Satta

“I toni alti del linguaggio e dello stile, il registro prevalentemente aulico hanno fatto pensare a una piatta imitazione della poesia carducciana e, generalmente, del classicismo ottocentesco, secondo influssi non rielaborati originalmente.

In realtà l’operazione poetica compiuta dal Satta, se analizzata nelle sue componenti e nelle sue modalità di elaborazione (anche alla luce dei documenti di recente studiati, sui suoi interessi linguistici) si rivela ricca di implicazioni e tutt’altro che priva di originalità.

Per capire i caratteri della poesia sattiana si può prendere l’avvio da un dato ad essa esterno, ma che pure la condiziona fortemente: l’orientamento ideologico democratico e socialista di Satta, con le forti ripercussioni che esso ha non solo sulle tematiche, ma anche sullo stile e su linguaggio, come del resto avviene in un consistente filone della poesia italiana fra Ottocento e primo Novecento.

Già Francesco De Sanctis nelle sue Lezioni su Mazzini e la scuola democratica aveva rilevato come nella letteratura di orientamento democratico fosse prevalente la disposizione al linguaggio elevato, oratorio, sia per la continuità di quelle tendenze con la tradizione classicistico-giacobina sia per la forte presenza in essa di intenti di persuasione.

Il tono alto, il linguaggio aulico, la disposizione oratoria, il rapportarsi a un complesso di immagini proprie di una tradizione letteraria nobilitata da riferimenti storici e culturali prestigiosi (in particolare il mondo classico) sono caratteri che troviamo nella letteratura democratica per tutto l’Ottocento, ma anche in molta poesia novecentesca.

 

L’ALTERNOS


Sui campi di Tiesi, in un’alba del Giugno 1796

 

All’alba – il carro d’oro per la via

Lattea scendeva, e un’aquila garria –

Fu visto – o fato! – Don Giovan Maria,

Il ribelle Alternos, qui cavalcare.

 

L’alto suo sogno, grave di avvenire,

L’impeto fatto di speranze e d’ire,

La forza di chi sorse a maledire

Egli vide dal sommo ruinare.

 

Errava triste e solo. Per il piano

Fuggiangli l’occhio e l’anima lontano:

Ché ancor vedeva quel suo sogno, invano,

Sui boschi, dietro i monti, balenare.

 

I monti della patria! Come veli

Di ninfe si svolgevano nei cieli

Le nubi antelucane: gli asfodeli

Svettavano al chiaror crepuscolare.

 

Or nella gloria di sue rosse aurore,

Cinto di lampi si levava il cuore,

Anelando. Or non più, dentro il fragore

Dell’armi, l’inno, soffio aquilonare!

 

Non dal pulpito più prete Muroni

-Legato ha il suo ronzino agli arpioni,

E polveroso è ancora, e con gli sproni –

Rugge sui vili, ché non sa pregare.

 

Non più nel solco del mattino d’oro

Le urgenti turbe! O verde Logudoro,

Di che fiamme avvolgesti il nobil coro,

In ogni ovile e in ogni casolare!

 

Non più veglie animose fra le gole

Dei salti, e vaste fronti aperte al sole,

Non nei consigli più sensi e parole

Ardenti come fiamma sull’altare.

 

Ma non questo ribelle alla tempesta,

Se pur stride nel cielo la funesta

Ora dei vinti, la pensosa testa

Sconsacrata saprà, vinto, piegare.

 

Solo a te, Sarda Terra, come a madre

Egli piega! Le sue vindici squadre

Egli seppe per te scioglier dalle adre

Glebe, e agitarle come nembo su mare.

 

Tutto fu vano! Oh voci dell’avita

Casa deserta! Oh fiori della vita

Deserta, o figlie! Oh compagnia romita

Dei padri sardi intorno al focolare!

 

Or l’anima solinga sotto i grigi

Cieli vede l’esilio di Parigi;

Prone le turbe vede, e sui fastigi

Dei monti scender l’ombra secolare.