Sebastiano Satta

Satta, il “vate” dell’identità sarda.

 

di Francesco Casula

 

Sabato prossimo ricorrono esattamente i 94 anni dalla scomparsa di Sebastiano Satta: morì infatti improvvisamente il 29 novembre 1914 a Nuoro dove viene sepolto senza funerali religiosi perchè aveva espresso la volontà di non gradire nè preti, né preghiere alla sua morte. Le cronache narrano che folle di contadini, pastori e persino banditi scesero dalle montagne per accompagnarlo alla sua ultima dimora, memori del suo amore per l’uguaglianza e il progresso sociale e della sua passione per la patria sarda. Satta infatti fu molto popolare e amato dalla sua gente che vedeva in lui un vero e proprio “vate” e cantore di una mitica e drammatica identità sarda. La sua poesia infatti, nei Canti barbaricini (1909) ma ancor di più nei Canti del Salto e della Tanca (1909-1914) è caratterizzata da una <sardità> vieppiù esclusiva, persino nei particolari stilistici e lessicali. Tanto che della gente sarda non  “canta” solo gli stati d’animo e i modi di vivere –“il dolore della  mia gente e della terra che si distende da Montespada a Montalbo, dalle rupi di Corasi fino al mare…dolore di madri, odio di uomini, pianto di fanciulli “- ma anche il modo di parlare e di costruire il periodo.

 

Nel determinare la fisionomia del poeta e la pecualiarità del suo linguaggio poetico e del suo stile hanno un ruolo importante la formazione radical-democratica e l’orientamento socialista. Anche se occorre rimarcare che il suo socialismo era più del cuore che della mente, fatto di umanità, giustizia e libertà. Più vicino al ribellismo anarchico e al socialismo utopistico di Charles Peguy o di Garibaldi che a quello “scientifico” di Marx. In Sardegna del resto il Socialismo, prima che arrivasse Cavallera al organizzare i battellieri di Carloforte e i minatori del Sulcis era più un fatto letterario che una prassi politica: i poeti –quasi sempre in lingua sarda- poetavano su temi legati al comunitarismo delle terre dei villaggi sardi e sognavano un ritorno al passato comunitario antecedente alla <Legge delle Chiudende> che privatizzò le terre stesse.

 

Oltre che “cantore” della sardità Satta fu anche un valente penalista: “un oratore brillante, facondo, irruente, temuto per le sue arringhe -scrive lo storico Raimondo Bonu- perché sapeva trasformare il delinquente affidato alla sua difesa in un eroe, in un rivendicatore di diritti, in un maestro di giustizia sociale”.

 

 

 

(Pubblicato su Il Sardegna del 22-11-07)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sebastiano Sattaultima modifica: 2008-12-12T19:12:34+00:00da zicu1
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