Peppino Mereu e la poesia Nanneddu meu.

PEPPINO MEREU

Il poeta “maledetto”, il poeta socialista (1872-1901)

Nasce a Tonara (Nuoro) il 14 Gennaio 1872. Il padre, medico condotto del paese muore accidentalmente nel 1889 bevendo del veleno che aveva scambiato per liquore. Interrompe gli studi dopo la terza elementare –a Tonara non esistevano altre scuole e per proseguire gli studi avrebbe dovuto recarsi fuori dal paese- e diventa sostanzialmente un autodidatta: non si spiega diversamente la sua conoscenza del latino e della mitologia classica cui fa riferimento in alcune sue poesie.

Da giovanissimo inizia a cantare e a scrivere poesie frequentando i poeti tonaresi più noti: Bachis Sulis e altri. A 19 anni e precisamente il 7 Aprile 1891 si arruola volontario carabiniere: durante i cinque anni della vita militare in vari paesi dell’Isola, visse fra Nuoro e Cagliari, Osilo, Sassari, –i cui nomi figurano nelle date di alcune poesie-  dove conosce alcuni poeti sardi. Canta le sue poesie nelle feste e nelle sagre paesane dimostrando grandi capacità poetiche e di improvvisazione. Questi anni (1891-1895) segnano profondamente la sua formazione: prende coscienza delle ingiustizie e degli abusi di potere, tipici del sistema militare. Di qui la sua critica spietata al ruolo dei carabinieri, che invece di essere difensori della giustizia sono spesso alleati degli stessi trasgressori della legge. Significativi a questo proposito i versi diventati a livello popolare famosissimi, soprattutto nel Nuorese: Deo no isco sos carabinersi/in logu nostru proite bi suni/e non arrestan sos bangarutteris. (Io non capisco perché/da noi ci sono i carabinieri/e non arrestano i bancarottieri).

Proprio in questi anni prende consapevolezza dei problemi socio-economici-culturali della Sardegna e aderisce alle idee socialiste del tempo, un socialismo utopistico in cui il poeta individua la soluzione per i problemi delle classi lavoratrici e oppresse. Idee e valori socialisti che Mereu  diffonde affidandosi alle sue poesie per sostenere con nettezza, prima di tutto la libertà e l’uguaglianza: Senza distinziones curiales/devimus esser, fizos de un’insigna/liberos, rispettados, uguales (Senza distinzioni curiali/ dobbiamo essere figli di una stessa bandiera/:liberi, uguali, rispettati). Per continuare con la rivendicazione del suffragio elettorale che i Socialisti propugnavano con forza e che il poeta di Tonara così canterà, -proprio nel 1892, anno della nascita del Partito socialista- Si s’avverat cuddu terremotu/su chi Giacu Siotto est preighende/puru sa poveres’ hat haer votu/happ’a bider dolentes esclamende/<mea culpa> sos viles prinzipales/palattos e terrinos dividende/. (Se si avvera quel terremoto/per cui sta pregando Giago Siotto/che anche i poveri potranno votare/potrò vedere, addolorati, gridare/<mea culpa>i vili printzipali/a dividere palazzi e terreni/).

Oltre a denunciare le ingiustizie sociali e i soprusi subiti dal popolo -che in A Genesio Lamberti, invita alla ribellione- Mereu mette a nudo la “colonizzazione” operata dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).

Il poeta il 6 Dicembre 1895 per motivi di salute viene congedato: ritorna così a Tonara. La sua produzione poetica se da una parte è pervasa da motivi melanconici, dall’altra accentua la critica ai rappresentanti della Chiesa e del potere locale; se da una parte srotola poesie “della morte”, dall’altra dipana componimenti scherzosi e allegri, brevi ritratti schizzati in punta di penna di figure e fatti di paese, irridente e maledicente come quando in Su Testamentu, sentendo ormai prossima la morte, nel confessarsi accusa e maledice, cantando con tutta l’amarezza di un cuore esacerbato, che raggiunge toni epici di violenza espressiva: pro ch’imbolare unu frastimu ebbia/a chie m’hat causadu custa rutta/vivat chent’annos ma paralizzadu/dae male caducu e dae gutta (per lanciare una sola maledizione/colui che è stato causa di questa mia disgrazia/viva cent’anni ma paralizzato/dall’epilessia e dalla gotta).

Consumato dalla tisi, che candela de chera (come una candela di cera) muore l’11 marzo 1901 a soli 29 anni.

 

 

Presentazione del testo [poesia tratta da Peppinu Mereu, Poesias, con prefazione di Francesco Masala. nota biografica e traduzioni italiane a cura del Collettivo di ricerca <Peppinu Mereu> di Tonara per le Edizioni Della Torre, Sassari, 1978, pagg.88-93]

 

La sua prima raccolta di poesie fu pubblicata nel 1899 dalla Tipografia Valdès di Cagliari intitolata Poesias de Giuseppe Mereu. Il volume, di 127 pagine, contiene una lunga prefazione e alcune note di un certo Giovanni Sulis, laureando in Medicina, probabilmente quel Nanni Sulis cui sono dedicate molte sue poesie.

La raccolta contiene 29 poesie, di vario metro e contenuto, tutte scritte fra il 1890 e il 1897, tra cui la sua poesia più famosa, “Galusè” .

In Galusèil paesaggio –scrive Leonardo Sole- come sempre in questo robusto poeta non è luogo del sentimento o immagine pittoresca per la gioia degli occhi, ma spazio esistenziale e pretesto per il consueto straziante dialogo di chiara ascendenza leopardiana dell’io con se stesso e con gli altri. Ciò perché Mereu non è poeta che possa rimanere a lungo intrappolato nella tematica idilliaca”.

Nel 1926 la Fondazione Il Nuraghe di Raimondo Carta-Raspi pubblicava Poesie scelte  contenenti però solo tre suoi componimenti. Da allora sono state pubblicate varie sillogi: il testo che segue A Nanni Sulis, più noto come Nanneddu meu è tratto dalla Raccolta Peppinu Mereu, Poesias, con prefazione di Francesco Masala.

Il testo, famosissimo, è conosciuto in tutta la Sardegna grazie anche al fatto che è stato musicato e cantato da moltissimi gruppi musicali e cantanti sardi: sicuramente da quelli più importanti e noti. Con esso “Peppino Mereu  -è sempre Leonardo Sole a sostenerlo– offre un esempio plausibile e imitatissimo di un altro tema centrale della poesia sarda del Novecento: la confessione dialogo, quasi sempre di tipo epistolare e in terza rima. Anche qui il poeta di Tonara lascia un’impronta profonda, offrendo un modello tematico espressivo particolarmente adatto allo sfogo sentimentale, ma anche al dibattito e alla polemica sociale e politica”.

 

 

 

A NANNI SULIS

 1.

NANNEDDU meu,

su mund’est gai,

a sicut erat1

non torrat mai.

2.

Semus in tempos

de tirannias,

infamidades

e carestias.

3.

Como sos populos

cascant che cane,

gridende forte

«Cherimus pane».

4.

Famidos, nois

semus pappande

pane e castanza,

terra cun lande.

5.

Terra c’a fangu

Torrat su poveru

senz’alimentu,

senza ricoveru.

6.

B’est sa fillossera2,

impostas, tinzas,

chi non distruint

campos e binzas

7. .

Undas chi falant

in Campidanu

trazan3 tesoros

a s’oceanu.

8.

Cixerr’in Uda,

Sumasu, Assemene,

domos e binzas

torrant a tremene.

9.

E non est semper

ch’in iras malas

intrat in cheja

Dionis’Iscalas.

10.

Terra si pappat,

pro cumpanaticu

bi sunt sas ratas

de su focaticu.

11.

Cuddas banderas

numeru trinta,

de binu onu,

mudad’hant tinta.

12.

Appenas mortas

cussas banderas

non piùs s’osservant

imbreagheras.

13.

Amig’ a tottus

fit su Milesu,

como lu timent,

che passant tesu.

14.

Santulussurzu

cun Solarussa

non sunt amigos

piùs de sa bussa.

15.

Semus sididos

in sas funtanas,

pretende sabba

parimus ranas.

16.

Peus su famene

chi, forte, sonat

sa janna a tottus

e non perdonat.

17.

Avvocadeddos,

laureados,

bussacas buidas,

ispiantados

18.

in sas campagnas

pappana4 mura,

che crabas lanzas

in sa cresura.

19.

Cand’est famida

s’avvocazia,

cheres chi penset

in Beccaria? 5

20.

Mancu pro sognu,

su quisitu

est de cumbincher

tant’appetitu.

21.

Poi, abolidu

pabillu e lapis

intrat in ballu

su rapio rapis6.

22.

Mudant sas tintas

de su quadru,

s’omin’ onestu

diventat ladru.

23.

Sos tristos corvos

a chie los lassas?

Pienos de tirrias

e malas trassas.

24.

Canaglia infame

piena de braga,

cherent siscettru

cherent sa daga!7

25.

Ma non bi torrant

a sos antigos

tempos de infamias

e de intrigos

26.

Pretant a Roma

Mannu est sostaculu ;

Ferru est sispada

Linna est su baculu

27.

S’intulzu apostolu

De su segnore

Si finghet santu

Ite impostore!

28.

Sos corvos suos

Tristos, molestos

Sunt sa discordia

De sos onestos

29.

E gai chi tottus

Faghimus gherra

Pro pagas dies

De vida in terra

30.

Dae sinistra

Oltad’a destra,

e semper bides

una minestra.

31.

Maccos, famidos,

ladros, baccanu

faghimus, nemos

halzet sa manu

32.

Adiosu, Vanni,

tenedi contu,

faghe su surdu,

ettad’a tontu.

33.

A tantu, l’ides,

su mund’est gai

a sicut erat

non torrat mai.

 

Note

1.A sicut erat: espressione latina, più volte ripetuta in questa poesia, letteralmente significa : a com’era [un tempo]. Spesso il poeta nelle sue poesie ricorre ad espressioni latine, segno che lo ha studiato, sia pure da autodidatta. Ricordo <per omnia secula> (per tutti i secoli); <In diebus illis> (in quei giorni) ; <in illo tempore> (in quel tempo) presenti nella poesia Lamentos de unu nobile (Lamenti di un nobile). O <pulverem reverteris> (ritornerai polvere) in Caresima (Quaresima) e altre ancora.

2.Filossera (Filossera o anche fillossera): insetto che attacca foglie e radici della vite. Mario Puddu, autore di un monumentale Vocabolario sardo, alla voce filossera scrive “Babbautzu chi atacat e distruet sa bide” (Insetto che attacca e distrugge la vite).

3.Trazan (trasportano): ha eliminato la <t> finale della terza persona plurale per motivi di musicalità del verso.

4.Pappana (mangiano): avrebbe dovuto scrivere <pappant>, ma tale grafia avrebbe reso poco musicale il verso.

5.Beccaria (Beccaria): allude a Cesare Beccaria, noto giurista ed economista italiano (1738-1794)

6.Rapio-rapis (Rubo-rubi): altra espressione latina.

7.Sa daga (daga): corta e robusta spada a due tagli, qui il termine significa metaforicamente il comando.

 

 

Traduzione

A  VANNI SULIS

1. Nanneddu mio, così va il mondo: com’era un tempo non sarà più.

2. Viviamo in tempi di tirannia, soprusi e carestia.

3. Ora il popolo sbadiglia come un cane affamato, gridando a gran voce: «Vogliamo pane».

4. E noi, affamati, mangiamo pane di castagne, terra con ghiande.

5. La terra in fango riduce il povero, che non ha alimen­ti né casa.

6. La fillossera, le imposte e la peste ci distruggono i campi e le vigne.

7. Le piene che si riversano nel Campidano, trasportano tesori al mare.

8. Il Cixerri in Uta, Elmas e Assemini case e vigne manda in rovina.

9. E non sempre, durante i violenti temporali si può rifugiare in chiesa Dionigi Scalas.

10. Ci si nutre di terra, per companatico ci sono le rate del focatico.

11. Quelle compagnie molto numerose e amiche del buon vino hanno cambiato colorito.

12. Sciolte queste compagnie, non si vedono più persone sbronze.

13. Amico di tutti era il Milese ora ne hanno paura e lo sfuggono.

14. Santulussurgiu e Solarussa non sono più amici del portafo­glio.

15. Siamo assetati, alle fontane, lottando per l’acqua, sembriamo rane.

16. Peggio ancora, la fame bussa insistentemente ad ogni porta e non perdona.

17. Avvocatucci, laureati, a tasche vuote e spiantati

18. Nelle campagne mangiano more, come capre magre lungo le siepi.

19. Quando è affamata, la categoria degli avvocati vuoi che pensi a Beccaria?

20. Neanche per sogno, il dilemma è quello di soddisfare tanto appetito.

21. Quindi, messe da parte carta e matita, entra in ballo il rapio rapis.

22. Cambiano i colori del quadro, e l’uomo onesto diventa ladro.

23. I corvi scellerati a chi li lasci? Pieni di perfidia e im­broglioni.

24. Canaglia infame piena di boria, vuole lo scettro e il co­mando.

25. Ma non tornerà agli antichi tempi d’infamia e di intrighi.

26. Litigano a Roma, l’ostacolo è grande; di ferro è la spada, di legno il bastone.

27. L’avvoltoio apostolo del Signore, si mostra santo, che impo­store!

28. I suoi corvi scellerati e molesti sono la discordia degli uomini onesti.

29. E così tutti facciamo guerra per i pochi giorni di vita.

30. Se da sinistra ti volti a destra vedi sempre la stessa mine­stra.

31. Scellerati, affamati, ladri, creiamo disordine e nessuno si opponga.

32. Arrivederci, Nanni, rifletti su questo, fai il sordo e fingi di non capire.

33. Perché, è chiaro, così va il mondo: com’era un tempo non sarà più.

 

Peppino Mereu e la poesia Nanneddu meu.ultima modifica: 2013-10-19T15:59:48+02:00da zicu1
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