I Condaghi

Università della terza Età di Quartu- 2° Lezione (16-1-2013)

di Francesco Casula

I CONDAGHI

I Condaghi (Condaghes o Condakes) derivano il loro nome dal greco-bizantino Kontakion: a sua volta da Kontos con la quale si indicava il bastoncino a cui si arrotolava la pergamena. Successivamente il termine, per traslato, andò a indicare il contenuto di un atto giuridico o l’atto medesimo e dunque registro o codice in cui diversi atti venivano trascritti e raccolti dai monaci di diversi monasteri e abbazie della Sardegna. In questi registri patrimoniali venivano ordinatamente annotati dagli abati o priori, inventari, donazioni, contratti di acquisto (comporus) e vendita, permute (tramutus), smerci, cessioni di terre e di servi, definizioni di confine (postura de tremens), transazioni (campanias), sentenze giudiziarie relative alla proprietà ecc. ecc.

Così, mentre nell’asciutto succedersi dei dati, il Condaghe riesce a raccontare tempi e strategie dell’espansione economica di un Priorato o di un’Abbazia, in filigrana permette di leggere numerosi e originali momenti di storia e di vita quotidiana. E dunque essi hanno una estrema importanza storica per la ricostruzione della vita economica e sociale dei regni giudicali e del regno di Sardegna in età moderna fino al secolo XVI, perché poi scompaiono; ma nel contempo hanno un’importanza ancor più notevole dal punto di vista culturale: rappresentano infatti i più cospicui monumenti linguistici della Sardegna giudicale e dunque una delle fonti più rilevanti per la conoscenza del Sardo delle origini. Essi infatti sono stati redatti prevalentemente  tra il secolo XI e XIII e in lingua sarda.

Dei quattro Condaghi più importanti, che ci sono pervenuti integralmente, due  risalenti ai secoli XI-XII (Condaghe di San Nicola di Trullas e di San Pietro di Silki) sono scrittti in sardo-logudorese e uno (Condaghe di Santa Maria di Bonarcado), che contiene documenti compilati in tempi diversi tra i primi decenni del secolo XII e la metà del secolo XIII, è scritto in sardo-arborense. Mentre il quarto, il Condaghe di San Michele di Salvennor, originariamente scritto in Sardo, è andato perduto, e di esso possediamo solo una copia tradotta in lingua castigliana mista a sardo, nel secolo XVI.

Il Condaghe di San Nicola di Trullas, è il registro patrimoniale del priorato camaldolese di San Nicola di Trullas, fondato nel cuore del Logudoro (presso Semestene), nel Giudicato di Torres, all’inizio del secolo XII, sotto la protezione della potente famiglia degli Anthen. Il manoscritto pergamaneceo contava originariamente 95 carte. Il testo dell’unico manoscritto si conserva nella Biblioteca Universitaria di Cagliari. La prima edizione, da parte di Enrico Besta è del 1937.

Il Condaghe di San Pietro di Silki è il registro patrimoniale del Monastero benedettino femminile di San Pietro di Silki, alla periferia dell’allora “villa” di Sassari, nel Giudicato di Torres. Il manoscritto pergamaneceo ci è pervenuto mutilo ed è composto da 443 schede, riferibili al periodo che va dalla prima metà del secolo XI alla prima metà del secolo XIII. Esso contiene oltre che gli atti riguardanti l’amministrazione del patrimonio del Monastero di San Pietro di Silki anche quelli riguardanti i Monasteri di San Quirico di Sauren (Condaghe di San Quirico- o San Imbiricu-  di Sauren, posto fra la scheda 289 e la scheda 314) e di Santa Maria di Codrongianus (Condaghe di Santa Maria di Codrongianus, posto fra la scheda 315 e la scheda 346), da esso dipendenti. All’origine, i documenti relativi a questi due monasteri dovevano essere contenuti in due registri autonomi: la fusione fu voluta dalla badessa di Silki Massimilla  Maximilla– nel corso del secolo XII.

Il Condaghe di San Michele di Salvennor o Salvenero contiene 130 schede, non ordinate cronologicamente riguardanti l’amministrazione e gli affari economici dell’antico monastero benedettino vallombrosano di San Michele di Salvennor nel Giudicato di Torres. Conservato nell’archivio di Stato di Cagliari è stato edito per la prima volta nel 1912 da Raffaele Di Tucci Mentre sul quarto Condaghe, quello di  Santa Maria di Bonarcado, ci intratterremo più avanti, dobbiamo ricordare che possediamo altri documenti, impropriamente chiamati « Condaghi » e che in realtà sono soprattutto delle cronache: Condaghe della SS Trinità di Saccargia, Condaghe di Sorres, Condaghe di Sant’Antioco di Bisarcio, Condaghe di Santa Maria di Tergu, Condaghe di San Gavino, Condaghe Cabrevadu.. Da segnalare infine il Condaghe di Santa Maria Chiara, codice cartaceo composto di 84 carte risalente agli anni 1498-1596, scritto in catalano e in sardo, conservato nell’Archivio del Monastero di Santa Chiara a Oristano di cui possediamo una bella edizione curata da Paolo Maninchedda.

 

 

[tratto da Il Condaghe di Santa Maria di Bonarcado, a cura di Maurizio Virdis, Ilisso editore, Nuoro 2003, pag.190 ]

 

Barusone iudex

IN NOMINE DOMINI NOSTRI IHESU CHRISTI,

Amen.

EGO IUDICE Barusone de Serra potestando locu de Arborea fado custa carta pro saltu qui do a sancta Maria de Bonarcatu in sa sacratione dessa clesia nova, pro anima mea et de parentes meos daunde lo cognosco su regnu de Arbore; et pro dedimi Deus et sancta Maria vita et sanitate et filios bonos, ki potestent su regnum post varicatione mea. Dolli su saltu de Anglone, qui levo dave su regnu de Piscopio cun voluntate mea bona et de onnia fratre meum. Dollilu dave in co si segat dave s’ariola de clesia et falat via deretu assa + [cruke] ki est facta in issa petra suta su sueriu pares cun issu quercu de Mariane de Scanu et ergesi assu castru de Serra de Copios ubi est facta sa + [cnike] in issa petra. Et falat assu  flumen a bau de berbeges ube si amesturant appare sos flumenes. Cue si ferint a pare con issu saltu de clesia de Petra Pertusa.. Eco custu datu li faco ego iudice Brusone a Sancta Maria de Bonarcatu. Appantinde prode usque in seculum monagos qui ant servire in iss’  abbadia pro anima mea et de parentes meos: et de pastu et de aqua et de  glande et de aratorium castigandollu co et ateros saltos de regnum. Et non apat ausu non iudice, non curatore, non mandatore , non nullu maiore de regnum depus sa domo de Piscopio a kertarende et ne ad intrareve in icussu saltu a tuturu dessos monagos.

Testes: donnu Comita de Lacon archipiscobu d’Aristanes, donnu Paucapalea piscobu de sancta Iusta, donnu Alibrandinu piscobu de Terra alba, donnu Murrellu piscobu d’Usellos, donna Azu archiepiscopu de Turres, Donnu Mariane Thelle episcopu de Gisarclu in co ‘e furunt a sacrare sa clesia; et issos et populum quanto ibi fuit a sa sacratione sunt testes.

 

Traduzione

Barusone Iudex

In nomine Domini nostri Ihesu Christi.

Amen.

Io giudice Barisone de Serra avendo in potere il regno d’Arborea redigo questa carta relativamente al salto che  dono a Santa Maria di Bonarcado in occasione della consacra­zione della chiesa nuova, per l’anima mia e dei miei genitori, dai quali ho ereditato il regno di Arborea; e perché Dio e Santa Maria mi hanno concesso vita e salute e figli buoni, i quali possano poi avere il potere sul regno dopo la mia mort­e. Dono (a Santa Maria di Bonarcado) il salto di Anglone, stralciandolo dal territorio appartenente al territorio demaniale di Piscopio col consenso mio e di tutti i miei fratelli. Lo dono come si ritaglia seguendo il confine dall’aia della chie­sa e scende lungo la via in direzione della + [croce] che è  posta sulla pietra sotto la sughera accanto alla quercia di Ma­riano de Scanu  e sale al sasso di Serra de Copios dove è po­sta la + [croce] sulla pietra. E cala al fiume verso il guado de berbeghes [pecore] alla confluenza dei fiumi. Che ivi si uniscono col salto della chiesa di Petra Pertusa. Questa donazione faccio dunque io giudice Barisone a Santa Maria di Bonarcado. Ne abbiano vantaggio perenne i monaci che serviranno presso l’abbadia per l’anima mia e dei miei genitori  e riguardo al pascolo e all’acqua e alla produzione ghian­difera e alle terre d’aratura prendendone cura a proprio van­taggio come si fa con ogni salto del demanio. E non osi né giudice né curatore, né procuratore, né alcun ufficiale preminente presso la casa di Piscopio muovere lite al riguardo né entrare in quel salto contro la volontà dei monaci.

Testi­moni: Donno Comita de Lacon arcivescovo di Oristano, don­no Paucapalea  vescovo di Santa Giusta, donno Alibrandino vescovo di Terralba, donno Murrellu vescovo di Usellus, donno Azo arcivescovo di Torres, donno Mariano Thelle vescovo di Bisarcio, presenti alla consacrazione della chiesa; ed essi e il popolo quanto vi era presente alla consacrazione sono testimoni.­

(Passo tratto da Letteratura e civiltà della Sardegna, di Francesco Casula, volume I, Grafica del Parteolla Editore, Dolianova, 2011, Euro 20).

 

 

2. Elementi di Linguistica sarda.

L’elemento indigeno: alcuni esempi

Nel campo della paletnologia si è venuta formando la teoria della pertinenza etnica dei protosardi a una razza stanziata lungo le coste settentrionali dell’Africa e la loro immigrazione dal continente africano nell’isola mediterranea. Sappiamo per esempio che presso i Sardi, i vecchi che avevano passato la settantina erano sacrificati dai loro stessi figli al dio Kronos, spingendoli a colpi di verghe e bastoni verso un precipizio da cui buttavano il vecchio, accompagnando il rito con risa (riso sardonico). Lo stesso uso è attestato da autori classici anche per popolazioni africane. Anche l’uso di fare un tumulo di pietre sopra un cadavere, nel luogo stesso del suo rinvenimento è uso orientale. L’incubazione era praticata dai protosardi, dai Greci e dagli Ebrei come lo era in Africa dai libi. Questi dati hanno anche un riscontro in un fatto linguistico: la Via Lattea in Sardegna è denominata Via della Paglia, nome che non ha nessun riscontro in tutta la Ròmania, ma che invece trova molte forme analoghe in Oriente. Conosciamo poco – ma gli studi in questa direzione sono interessanti e incoraggianti, basti pensare a quelli di Gigi Sanna – delle lingue parlate in Sardegna prima del dominio punico e romano, ma siamo però in possesso di toponimi molto numerosi. Sappiamo che tra i primi abitanti dell’isola ci furono gli iberi e i libi, per cui ci si potrebbe aiutare con queste lingue. In particolare ci si può servire dell’odierna lingua degli iberi e cioè il basco. Numerosi sono i nomi di piante sarde che hanno corrispondenti nell’iberico: • Aurri = al basco, vocabolo usato nelle Barbagie e che trova riscontro anche nel berbero;

golostru = al basco, agrifoglio, dà nelle due zone dei toponimi simili

È indicativo che la maggior parte di questi nomi siano caratteristici della Barbagia e in piccola parte delle regioni confinanti. Vi sono anche altri termini così arcaici e che hanno uguale parentela: • sakkaiu = agnello di un anno, simile al basco capra di un anno che deriva da magro. • ospile = piccolo chiuso fresco e ombroso, simile al basco fresco.

Ma non bisogna credere che il basco sia la chiave per spiegare l’ingente massa dei toponimi sardi. Infatti se qualcosa della lingua dei Balari è entrata in quella degli Ilienses, esse non sono direttamente affini. Quindi nell’impossibilità di interpretare le radici della maggior parte dei toponimi sardi, la scienza si è occupata dei suffissi ed è arrivata a risultati più attendibili:

• GON(N)-= collina: questa radice è molto diffusa e la si ritrova anche nel punico, di provenienza libica, e nel basco.

Mogoro = collina bassa: questa parola si ritrova nel campi danese settentrionale e in alcuni toponimi, con dei riscontri nel basco Vi fu un periodo di bilinguismo con la conquista romana, in cui elementi indigeni si incrociarono con elementi del latino. Si produssero così dei toponimi che proponevano in entrambe le lingue la stessa denominazione come Gonnos-Codina che significano entrambe Roccia.

-th: è questo probabilmente un prefisso di sostrato che poi, in un periodo di bilinguismo tra il latino e l’indigeno, fu aggiunto a parole latine come lacerta tsiligherta = cavalletta oppure iugulum tsugu – collo.

-ai, -ei, -oi, – ui: uscite di toponimi sardi con significato collettivo, che poi sono stati applicati anche a parole latine.

-os(s)a,-as(s)a,-us(s)a: sono uscite di numerosi toponimi, e nella loro alternanza tra consonante singola e geminata sono definite le caratteristiche più arcaiche nel fondo toponomastico dell’Ellade e dell’Asia Minore.

Di solito non conosciamo il significato delle radici paleosarde, e non in rarissimi casi:

orgosa: designa un terreno umido e sta alla base di vari toponimi. Vi sono poi tutta una serie di termini enigmatici che si sottraggono all’analisi etimologica e che designano formazioni geomorfe, piante, animali, e ciò che è legato al suolo:

giaras: pianori basaltici, che formano colline che si ergono in mezzo alla pianura e la loro sommità è un pianoro circondato da rocce frastagliate.

toneris: coni dovuti all’erosione del massiccio calcareo.

uurras: voragini o anche pozzi profondi

bakku. gola di montagna

kea, cea: originariamente significava cavità, oggi fosso in cui i

carbonai fanno il carbone

tseppara: pianura molto sassosa

teti: erba spinosa

zjnniga: giunco spinoso

mufrone: con le sue varianti, deriva da muffro che probabilmente risale

ad una base onomatopeica mu- che ricorda il verso dell’animale.

grodde: nomignolo per indicare la volpe senza usare il suo vero

nome, matzone, per paura che essa appaia.

 

L’elemento latino: alcuni esempi

Parole uscite dall’uso nel sardo moderno, ma attestate dai documenti più antichi: • vecchio: per il concetto di “vecchio” i testi più antichi hanno tre parole: vetere, vetranu, veclu.

Tanto vetere, quanto vetranu si sono estinti nel sardo; rimane veclu che però si è ristretto nel suo significato: ha perso la relazione con l’età umana ed è andato ad indicare quella degli alberi, anche se oggi è poco usato. Per indicare vecchio oggi si usa becciu, sardizzazione dall’italiano vecchio. giovane: per giovane in sardo si è sempre usato il vocabolo per piccolo: pitzinnu o anche novu-nou, però con significato ristretto e concreto applicato p.e. alla vigna o a un vitello. Oggi nella lingua comune si usa giovanu, che è un italianismo. • ricco: probabilmente in sardo antico vi era per ricco la parola dives, che si deduce da vari soprannomi riportati nei documenti antichi,

ma oggi si usa riccu, italianismo.

povero: si usava prima pauperu, oggi è quasi del tutto estinto e soppiantato da poberu, italianismo.

• bianco: l’unica voce per indicare il colore nei testi antichi è albus, usato ancora nell’interno dell’isola; indica anche la chiara d’uovo in molti paesi, ma oggi nell’uso è stato sostituito da biancu, italianismo. Elementi che risalgono alla latinità più antica che si sono mantenuti solo in Sardegna o in poche altre zone arcaiche: • maccu. matto, ricorda il maccus latino delle Atellane; • soddu: soldo, ricorda il sollum osco

yubilare: alzare grida, che mantiene in sardo il significato che aveva nell’antico latino

acina: uva, aveva in latino antico senso collettivo, ma già Catone l’usa parlando dei soli acini; in sardo invece mantiene il suo significato originario

appeddare = appellare, in sardo ha subito un restringimento di

significato e vuol dire abbaiare

biscidu=viscidus, che originariamente in latino significava amaro,

acido, e con questa valenza si è mantenuto nel sardo.

Dopo la romanizzazione dell’interno, ondate seriori di latino hanno raggiunto l’isola. Questo confluire di strati cronologicamente distinti è una delle ragioni della differenziazione tra le varie parlate nell’isola.

fare: l’antico logudorese ha facher che si continua col nuorese

fachere, ma il campidanese ha fairi che deriva dall’innovazione latina

fagere sul modello agere.

forno: la forma più antica è fornus da cui deriva il forru: dei dialetti centrali e meridionali, mentre furru è la forma usuale del logudorese e deriva da furrus, una forma dialettale penetrata nel latino. • porta: il latino più antico janua si è mantenuto nel logudorese antico yanna, e si trova oggi nel log. e nel centro; il latino seriore

jenua da genna o enna nel camp. e barb. Meridionale Vi sono delle differenziazioni non risalenti al latino, scissioni avvenute nella Sardegna stessa, per cui vi è differenza semantica fra log. e camp.:

digitus-pollex: nel camp. si usa didu mentre nel nuorese si dice

poddiche per tutte le dita indistintamente

sue matriche: matrix si usava in latino per indicare tutti gli animali materni, perciò le scrofe erano sues matriches; nella barb camp. Ogliastra si generalizzò l’uso di matrix=madri, mardi, mentre nel centro e log si dice sue porcus-aper-subulone: dal primo deriva la denominazione settentrionale del cinghiale, il secondo in lat. significava cerbiatto con le prime corna e nel logudorese indicava i cinghialetti; successivamente ci fu una generalizzazione e il nome andò ad indicare anche l’animale adulto.

(passo tratto da La Lingua sarda e l’insegnamento a scuola di Francesco Casula, Alfa Editrice, Quartu sant’Elena, 2°1°, Euro 14)

 

 

 

 

 

I Condaghiultima modifica: 2013-01-14T12:38:15+01:00da zicu1
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