Sa scomuniga de predi Antiogu

Nel Corso di Letteratura e poesia sarda tenuto all’Università della Terza Età di Quartu

Francesco CASULA il 18 e 25 Gennaio prossimi parlerà

 

di SA SCOMUNIGA DE PREDI ANTIOGU: DI AUTORE SCONOSCIUTO

Il capolavoro, anonimo, della poesia comico-satirica sarda dell’800

 

Sa Scomuniga de predi Antiogu (La scomunica del prete Antioco) in 678 versi, alcuni dei quali particolarmente icastici e fulminanti, rappresenta senza ombra di dubbio il capolavoro della poesia comica e satirica in sardo-campidanese dell’800 e – forse – non solo. E rimane comunque una delle opere migliori prodotte in lingua sarda.

Mai pubblicata a stampa dal suo autore che rimane sconosciuto, la più antica edizione che si conosce è del 1879 con il titolo Famosissima maledizioni de s’arrettori de Masuddas, a dimostrazione che era molto conosciuta e dunque doveva essere già abbastanza antica.

Antonello Satta, il grande studioso de Sa scomuniga, colloca la data di composizione intorno al 1850: nel clima delle polemiche e delle scomuniche che  precedono e seguono l’abolizione, per legge, delle decime il 15 aprile 1851 da parte  di  Vittorio  Emanuele II.

Celebrata da Antonio Gramsci che le riconosce un umorismo fresco e paesano e in una Lettera alla madre le chiede di mandargliene una copia; studiata da Max Leopold Wagner, che la considera «un monumento psicologico» e «dalla vis comica irresistibile», anche se, –a mio parere sbagliando –  non le riconosce il minimo valore letterario.

L’autore, che è un eccezionale conoscitore della cultura popolare, di ciò che vive e che si muove nelle sue viscere e nel suo sottosuolo, non è un poeta estemporaneo che si affida alla imitazione della poesia colta. È un intellettuale raffinato che riesce a portare la poesia popolare e satirica nell’ambito della dignità artistica, in genere non amplissimo in Sardegna, anche perché la nostra intellighenzia locale, salvo rare eccezioni, è solita affidarsi alle suggestioni –quando non alle rimasticature– delle culture egemoni ed esterne: arcadiche o romantiche o neorealiste o noir, poco importa. Culture che sono assolutamente divergenti o comunque lontane, –almeno per come vengono assimilate ed espresse– dalla identità dei sardi.

Presentazione del testo

Predi Antiogu, emblema non soltanto del clero –e dunque di una classe di potere– ma anche dei poveri di villaggio, fatti tutti uguali dalla miseria, è costretto, se vuole sopravvivere,  a  entrare  e  inserirsi  anche  lui  nella  economia  locale, e si fa allevatore di pecore e di capre. Ma anche lui è costretto a “pagare” una decima, pesante ed esosa: subisce, infatti, il furto del suo bestiame. Così s’arrettori de Masuddas porta sul pulpito la sua dolorosa esperienza privata, l’aver subito in «d’una notti de scuriu», [«in una notte oscura»], il furto. In tal modo, i «malignosus e discannotus», [«maligni e ingrati»], nei paesi come Masullas hanno voluto degumai po finzas a is sacerdotus, [«far fuori persino i sacerdoti»].

Antonello Satta colloca la composizione in quel genere letterario specificamente sardo che chiama «poesia agreste», che riconduce nel cuore stesso di un modo di pensare la propria esistenza che è tipica della civiltà di villaggio della Sardegna dell’Ottocento.

Ma ecco i versi del testo:

 

ANALIZZARE

Dentro lo schema del componimento che è semplicissimo (denuncia particolareggiata del furto e anatema) scorre la vita della comunità della Marmilla, una regione storica della Sardegna meridionale, vista nel suo sottosuolo antropologico. Un popolo dedito alle fatiche e alle miserie delle attività contadine diventa «archiladori, chi non lassat cosa in logu, una maniga de ladronis» [«uccello rapace che non lascia niente dove passa, un manipolo di ladri»]. Tutti, infatti, sono «furuncus che i su ’attu, imbidiosus de s’allenu, praizzosus che i su cani» [«ladri come i gatti, invidiosi dei beni altrui, poltroni come i cani»].

Particolarmente duri ed efficaci sono gli improperi contro le donne, cui sono dedicati i versi riportati: esse, per predi Antiogu (prete Antioco), non si limitano a bagassai, (puttaneggiare), soltanto quando vanno a Cagliari, come domestiche: ma si comportano allo stesso modo anche a intro ’e ’idda, (dentro il paese), tanto che «tottu su logu è pringiu e accanta de iscioppai» (tutto il posto è pregno e vicino a esplodere, partorire).

L’autore de Sa scomuniga nei suoi versi rifiuta e sfugge a preziosismi retorici e lessicali come a metafore di riporto o immagini meramente letterarie. La sua lingua scorre fluida e lieve nell’alveo della poesia/creazione comunitaria, senza forzature popolareggianti di matrice colta. La lingua di base è il campidanese dell’area di Mogoro-Masullas in cui si sovrappongono elementi lessicali, fonetici e sintattici appartenenti ad altre aree linguistiche dei campidani. Il metro si avvicina a quello della repentina, una composizione estemporanea e improvvisata, cantata soltanto da pochissimi improvvisatori, il verso è libero.

-“Sa scomunica de Predi Antiogu”, Gramsci e il folclore.

L’interesse di Gramsci per “Sa scomunica de Predi Antiogu” deriva dalla curiosità di conoscere la cultura popolare oltre che la Lingua sarda. Che il “martire” di Ales concepisce come qualcosa che si “costruisce“ dinamicamente nel tempo, che si confronta e interagisce, entrando nel circuito dell’innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce con l’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, per Gramsci, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.

Sì, le tradizioni popolari: “le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche… le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio … le feste di Sant’Isidoro”. “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927– che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.

In varie Lettere dal carcere ma anche in altre opere Gramsci ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa molto seria. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, facendo sparire il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore, è ciò che è, e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita…riflesso della condizione di vita culturale di un popolo…in contrasto con la società ufficiale“.

Quello che invece Gramsci critica è “il “folclorismo ovvero l’abbandono all’isolamento storico e a una cultura arbitrariamente privata di ogni residua mobilità, che definisce, malattia mortale di una cultura disattenta ai significati progressivi della esperienza popolare e invece esaurita nel rispecchiamento della vita passata,nella celebrazione di quei “valori” che disturbano meno la morale degli strati dirigenti e rendono in questo senso più facili tutte le “operazioni  conservatrici e reazionarie”, legando vieppiù il folclore “alla cultura della classe dominante”.

 

 

Sa scomuniga de Predi Antiogu arrettori de Masuddas

   


Populu de Masuddas,
chi a s’ora de accuiai
is cabonis e is puddas
basseis a scrucullai,

 

5

donaimí attenzioni
po totu su chi si nau,
si ap’ a teni arrexoni
de ciccai is crabas mias,
ca funti giai dua’ bias

 

10

chi dd’apu fattu notoriu
e custu ad essi su trezzu
e uttimu monitoriu.
Po chi nisciunu però
no pozzad allegai

 

15

ni chi sì ni chi no,
avrincus de ignoranzia
ddu torraus a manastai
sagundu sa costumanzia
po odrini de Munzannori.

 

20

Po cuddus chi no ddu scinti,
obrascendi a sa dí binti
de su mesi chi ddu’ e’ bassíu,
ind’una notti `e scuríu
facci a su spanigadroxu

 

25

a i’ duas oras po is tresi
fuanta prus de xincu o sesi,
chi, a pistoa e a scupetta,
passau’ funti in Genneretta,
s’ecca ant assattillau

 

30

e is crabas ind’anti liau
de mimmi su Vicariu;
ch’e’ sagundu su summariu chi
ddu’ a’ fattu me in Curia
su missennori Notariu,

 

35

ca totu andad a tanori
de su chi ad arrellatau
‘oppai Ninni su majori
cun totu’ is barracellus
e sagundu s’arrasuttau

 

40

de su giugi dellegau
de custa comunidadi,
chi in drottina e sabiori
u’ antru no ddu’ ind’adi.
Auncas arzeus sa ‘oxi:

 

45

is crabas fuanta doxi
senza chi sianta contadas
cuattru brabeis angiadas
i atras tres allattantis
chi xincu dis a innantis

 

50

po essi troppu pittias
i si ddui fuanta istruías.
Ddui fud u’ angioneddu
senza de teni s’annu,
chi a pasci, su scureddu,

 

55

no podía’ mancu bassí,
ca ddi luxía’ su piu
de cantu fu’ grassu,
ni a de notti ni a de dí.
Ddui fu’ su crabu mannu,

 

60

ddui fu’ su mascu `e ghia
e u’ antru chi ndi tenía
chi donni’ annu, po Pasca,
sena nienti de malu,
a una gommai mia

 

65

ndi fadía s’arregalu.
E po tali sinnali
pottànta is pegus mius
totus sa gutturada.
Pottàda su crabu sou

 

70

po chi essi fattu scidu
sonalla e pitaiou.
Su tontu! A no ai sonau
candu ndi dd’anti liau,
ca ndi fuía bassíu

 

75

cun sa daga e is trumbonis,
ca si ant’essi cagau
po finzas is crazonis.
Basta’, sigaus a nai
ca no mi ‘ollu imbidrigai:

 

80

is brabeis fuanta nieddas
e pottànta po sinnali
is origas ispizzadeddas;
fuanta is angioneddus
bellus i arruffadeddus

 

85

e po essi cannotus
fuanta sena coa
i a corrixeddus trottus.
I’ mascus fuanta totus
de una manta e unu colori:

 

90

ddu’ indi fudi unu brabudu
e u’ antru incorradori
e po tali sinnali,
poita sémpiri attumbàda,
unu corru dd’ammancada.

 

95

Is crabas e i su crabu
fuanta a lana ammasturada,
piu longu e piu cruzzu,
e totu accaddaionada;
unu solu ddu’ indi fudi

 

100

chi camminàd a zoppu
poita nci fudi arrutu
a intru de unu garroppu.
Una ind’anti lassau
ca fu’ totu arrungiosa

 

105

screpada e ziddiccosa.
E una strumbonada `e balla
ddisi ghettint a s’ammuntu
ca po essi a su scuru
no pottànta s’ogu puntu!

 

110

Ehi… chi mindi fuía accatau,
minci e chi si a’ parau
e pottau a segu’ de carru,
ca sind’ía fatt’ andai
sciutus, mannus e nieddus,

 

115

seria conca ni xrobeddus.
Basta’, torreus a passu,
ca no mi ‘ollu annischizzai.
A prus de su chi apu nau,
chi casi mi scarescía,

 

120

ddui fu’ su mascu sanau,
ca donni’ annu dd’ ‘occía
po Santu Liberau,
e po tali sinnali fudi
a manta pinturina

 

125

e pottàda u’ ogu scioppau
de una puntura `e ispina.
Eccu totu, in concrusioni,
su chi e’ mancau a mimmi.
Basciu pena de scomunioni

 

130

e scomunioni maggiori
a is chi anti furau a s’arrettori.
Po odrini de Munzannori
is chi nd’anti pigau abettu
e ddu tenint in serchetu

 

135

funti totus obbrigaus
a ridi fai relazioni
in Curia o in cunfessioni,
chini íad essi chi si bolla’
a ddu depi dannunziai

 

140

est obbrigau amarolla.
Populu disdiciau,
temerariu e prepotenti,
chi non lassas cosa in logu,
ascutta e poni menti

 

145

a su chi na’ Predi Antiogu,
asinuncas t’impromittu
chi t’apu a fai unu scrittu
chi per’ is arranconis,
sartus e bidazzonis

 

150

de bestiamini e de lori
no ddu’ ad a abarrai cambu,
ni massaiu, ni pastori
(ohi, amomía, oddeu)
e chi totu sa ‘idda intera,

 

155

senz’ ‘e nisciuna spera,
ddu’ ad a cabai in prumu
e mannus e pittius
a sa ‘ia ‘e su fumu!
Populo archiladori,

 

160

abbandonau de giai
de sa manu ‘e su Criadori,
torrandi a penitenzia!
Si miticoi no ti sboddias
de is affarius de cuscienzia

 

165

s’incappa ti ddui troddias.
Ischi… ischi…
Liori cun totu’ cantu is tiaus.
Ma poit’ e’ chi sind’arrieis?
Ma labai ca seis maus,

 

170

peu’ de osatrus no ddu’ ind’adi
e seis in comunidadi
una maniga de ladronis.
Ni brabeis e ni angionis
e ni baccas e ni bois

 

175

no dda pódinti campai
sia’ de ‘idda o síada strangiu
ca ognuno boid intrai
me in su cuu de su cumpangiu.
E ita tiau de manera,

 

180

e ita toto imprabastais?
I apustis s’annischizzais
ca sinci ‘ettant a galera:
a sa frucca íad essi mellus
e dd’ía a nai prus beni fattu

 

185

ca seis tantis mraxanis
e furuncus che i su `atto,
imbidiosus de s’allenu
chi sindi sattant is ogus,
praizzosus che i su cani

 

190

ca ‘olleis bivi de fura
e senza de traballai,
malandrinus seri’ ‘e contu
e i su chi pari’ prus tontu
indi ‘oddi’ sa musca in s’aria!

 

195

Minci anca seis bassíus
infangaus finzas a bruncu
in donnia sotti `e peccau:
minci e chini s’ad isbiddiau!
Chini, malintenzionau,

 

200

si uni’ cun tres o cuattru
bribbantis che a iss’ ‘e totu
e ciccant a s’unu i a s’atru
po ddu torrai a pedí,
chi no ddu podint ‘occí.

 

205

Chini, malu-penzadori,
boga’ famas a su ‘ixinu
narendu chi frai Crispinu
a is oras prus serchetas
attura’ fendu marietas

 

210

e i dd’íad agatau su crabu
gioghendu cun sa pobidda,
candu chi totu sa ‘idda
ddu depid arraspettai
ca arrancu de gunnedda

 

215

no ndi dd’ad andau mai.
Cropu de anca seis arrutus!
E a mimmi no m’ei’ bogau,
aici sindi ‘oghint is ogus
e i s’aba de su figau,

 

220

chi a mesudí toccau
i mi seu abarrau
aundi e’ ‘ommai Prudenzia
a fai su meigamma,
candu chi sa scuredda

 

225

no potta’ mancu dentis
e sena de contai
atrus incumbenientis?
Seis osatrus is bribbantis,
bagadíus e bagadías,

 

230

chi a sa muda i a su scuru
inci ‘esseis a manu muru
candu no ddu e’ babbai,
ca tengu finza bregungia
de ddu nai me in s’Artai.

 

235

Ohi… amomia scura!
A no iscí ca ddu e’ su ‘nferru,
a no teni paura
de cussa bestia `e Luziferru!
E no ddu biei’ pintau

 

240

ca potta’ su fruccaxu
e sa coa de azzraxu
cun farruncas de intruxu?
Cadebai a Coixedda,
cu’ is corrus trottoxaus

 

245

e is ungheddas de moenti
a groppas de su zrapenti
ca potta’ setti concas
sena contai is iscropionis
pibaras e caborus

 

250

chi ddu’ ind’adi a ceddonis.
E tigris e lionis
e cantu no ddu’ ind’adi!
Cantu brabaridadi!
Mincidissu e ita giogu

 

255

ddui faid u’ tiaueddu:
a su sessu femininu
iddi ‘etta’ prumu scallau;
a su sessu masculinu
ddi brintad una barrina

 

260

chi ddi passa’ me in sa schina
e si ndi dd’ogad in cuu.
Ahi, ddu’ ind’a’ de tremi
e de fai orazioni
mancai fessid unu bremi.

 

265

E non prangeis ancora,
ca seis totus crocobendi?
Satana, bessi a foras
de cussu fossu prefundu
e ingiriammidda a tundu

 

270

custa ‘idda ‘e frammassonis
e bogandeddus a truba
de per’is arranconis,
ca ti ddu cumandu eu:
poninceddis unu tarrori

 

275

a custa genti schirrioba
chi is domus s’isbéntuinti
che i sa palla in s’axroba,
ca abbisongiu e’ chi póttinti
su coru e su figau.

 

280

Ma ita mincialli chi seu:
a chini predicu eu?
A is truncus o a sa pedra?
Ma chi zerriu… (no, medra!).
E chi fu’ po un’arriabi

 

285

sa scomuniga papabi
ddisi ‘ettu in su mamentu
e ind’apu a fai scramentu
ca ind’ant a tenni pena
cantu ddu’ ind’adi in su ‘nferru

 

290

in su cuu de sa cadena.
Prestu, ‘oppai Ninni Frori,
su sragastanu maggiori,
bitteimindi is candebeddas,
labai ca funti tresi

 

295

asutta `e su faristou,
una groga e duas nieddas,
cumanzaiddas a allui
e giai chi seis igui
arregollei s’ebriariu,

 

300

totu’ is arrasponsorius
e cun s’antifonariu,
sa cappa de pontificabi
s’asprassoriu e su missabi
e istreppus cantu ddu’ adi,

 

305

ca deu gei tengu innoi
sa scrittura de is Profetas,
is orazionis serchetas
e is brebus de Salamoni,
is salmus sabatinus

 

310

cundun’atera orazioni
cosa chi apu fattu eu:
Alfea, betta, agios, o Teu,
mega, solfa, eleison, imas,
vanitas, copua e gimas,

 

315

disperditio demoniorum
liburus de ‘ommai Osanna,
chi ant a tremi che i sa canna
totu’ is contribulaus
virtus, psalmorum martirizaus,

 

320

e is iscrittus de Predi Giacu.
Immoi os apu a fai biri
s’onnipotenzia mia
cun totu sa teologia
chi pottu ananti `e is ogus,

 

325

chi anti a fueddai is tiaus
mancai fessint a arrogus
e cun s’ornamentariu,
istrumentu poderosu
de mimmi su Vicariu,

 

330

chi ad a fai ammoddiai
po totu su sparimentu
su coru prus azzraxau
e ddu depid annichilai
mancai fessi’ de stoccu

 

335

o chi pottid in pitturras
su piu che zudda `e procu.
Adduncas incumanzeus:
siant iscomunigaus
e anatematizzaus

 

340

ab homine et latae sententiae
interditae suspensionis
censura de ogn’incremenzia

de scomunioni maggiori
chi ddi fessi’ fruminada

 

345

de sa Curia de Arromas,
de totu sa cambarada
de is Papas e Cadrinalis
cun totu’ is zaramonieris;
ddu nau e d’arrapitu:

 

350

chi siant iscomunigaus
e anatematizzaus
totu’ is chi funti brintaus
in s’ecca de su Vicariu,
chi no ddui sia’ divariu

 

355

in peruna professioni,
siad in gradu e condizioni;
siant iscomunigaus
e anatematizzaus
totu’ is capus de i’ ladronis…

 

360

crobettoris e ischidonis
(e po cussu in custa ‘idda
inci a’ tanti bribbantis…)
a chini scidiad e scidi
su chi mind’anti liau

 

365

e no dd’ad arrellatau.
Siant iscomunigaus
e anatematizzaus
is chi anti donau aggiudu
o calincunu cunzillu,

 

370

sia’ mannu o sia’ pittiu
sia’ babbu o sia’ fillu,
e candu si nau a totus
s’ad a intendi de seguru
mascus e feminas puru.

 

375

E si de is pegus mius
algunu nd’ant ‘occiu,
ad essi iscomunigau
chini totu nd’a’ pappau,
siad a prangiu siad a cena

 

380

e ad a patí sa pena,
comenti chi essi’ pisciau
in su Santa Santorum,
nihilis mutationis
percussione clericorum,

 

385

che chi mi essi scorriau
fattu a beffa e accracaxau.
Siant iscomunigaus
e anatematizzaus
a chini nd’ a’ fattu prexu,

 

390

siad accanta o siad attesu,
is chi sindi funti arrisius
e is chi sind’ant a arrí
e de manera chi
passi’ sa
scomunioni

 

395

de is babbais a is mammais,
de generazioni in generazioni,
e po chi totu’ cantus
atturinti beni ligaus
ddus intregu a Berzebù,

 

400

su cumandanti generali
de totu’ cantu’ is tiaus,
po chi ddus accudad issu,
missus et mincidissus,
dracones et omnes abissus

 

405

spiritus procellosus,
strepitus et stridores dentiun
blansphemantium et stridentium,

po chi siant abruschiaus
comenti abruschiant is procus,

 

410

supter, supra, inter et foris
in carbonibus desolatoris…
ca seu totu strologau
de candu mind’anti furau
is crabas e is brabeis.

 

415

Po chi no pozzanta prusu
rapinai facci a susu
chi middus cabint a fundu
in tenebras interiores
po no biri pru’ su mundu.

 

420

Ddus truméntinti donnia dí
a mangianu e a merí
cun centu e unu martoriu
po chi zerrint aggitoriu.
E in fini de totu custu,

 

425

po chi mroxanta de assustu,
ant’essi de totu is cresias
de is biddas e de Casteddu
toccadas a son’ ‘e mottu
is campanas a matteddu,

 

430

e de morus e de cristianus
de trucus e prubicanus,
e po essi de sinnali
inci ‘ettu is candebeddas,
sa stoba e su missabi

 

435

e streppus cantu ddu’adi
po chi siant appatigaus,
e aici s’ant a appatigai,
fillus de perdizioni,
maledictus in igne eternum

 

440

cun malis et tentationis
et stercus demoniorum.

Tronus, lampus e straccía
e bentus de donnia genia
ddus pozzant accumpangiai

 

445

et in testimonium veritatis
siant cum malandrinis
acqua, sulfur et ignis,
et geennam sempiterna,

chi no sciu ita tiau ad essi,

 

450

et cum omnibus perditis,
de su chi apu nau innantis
diabolibus et spiritis,
rumoribus et terremotus

tengant a bius i a mottus

 

455

eorundem et ipsorum
per omnia secula seculorum.

E ita penzastis ca brullammu
o mi pigastis po maccu
candu si predicammu?

 

460

No e’ nudda ancora su sciaccu:
gei mi dd’eis a nai
totu sa chiriella
candu fetti si scongiuru
cun cust’atera bagatella

 

465

chi no dd’eis a agatai
nimmancu me in su Credu.
Immoi gei nd’eis a intendi
fràsias e maladizionis
de s’annu de Mrechisedecu,

 

470

de candu in su traberecu
su babbu nostu Adamu
ía frastimau su fini
de Martini e de Gaini
cun totu s’arrazza insoru.

 

475

Immoi ‘ollu bi’ su coru
de su prus prepotenti,
chin’ad essi aici balenti
de no si spiridai
de sa frozza de is frastimus

 

480

chi os apu a brabattai:
surgite ungues et angues
et latrones et furuncos
repetunde de abitaculis
et in sordibus sordescant

 

485

et nunquam compungimini
moriant impenitentes
et non amplius revertimini,
surgite de aquilonibus
et omnibus contremniscite,

 

490

chi a zicchirriu de is barras
pozzais isciampittai
et oculis sprepeddatis
de crobus e istoris
sint in cornibus fruconatis

 

495

et Satanas a sinistris
quadrigentos comburescant
et mulieres necaturas

ca funt eguas pibirudas
sen’ `e nisciunu arreparu,

 

500

disperdantur, percutiantur
malus genus viperarum.
Scimbulatis et legatis
hominis et feminibus

comenti mallant i’ bois.

 

505

Truncus i àstuas
bóghinti e pampas de fogu biu,
Cum funibus accollaturas
in speluncam sempiternam
nunqua foras fugaturas.

 

510

Surgite, Baalam, de fornacibus,
totu cantu sa canaglia
crucifigite latrones
qui Vicarium furaverunt
et omnibus disperdimini

 

515

nisi totum reliquimini
unde, tunde, disurpare,
contristatus stimulantium
nec quemque salvos fieri
eorundem ac flagellis

 

520

animis et corporibus
frigoris et tempestate fame,
sitii et nuditate
et nunquam pace in eis,

po sémpiri accabbeis.

 

525

Po totu su chi eis fattu
chi totu’ is canis de prazza
osi cruxanta avattu
e si sigant aundi seis.
Una passada `e tronus

 

530

os abruxi’ bius e bonus
e fattus a muzioni,
ancu sind’arrua’ s”omu
e sindi ‘oghinti a marroni,
chi si bianta camminendu

 

535

cun sa conca ‘e su ‘enugu
e in su camminu paris
os isdollocheis su zugu,
fazzais arrastu ‘e crabu
i arrastu `e mraxani,

 

540

sindi tiri’ donnia cani
un’ancodeddu `e croxu
i a pedra su ‘ixinau
si tirid a mottroxu,
e donnia ‘otta chi andais

 

545

a ciccai femina allena
po fai su mabi crabinu
cussa cosa chi pottais
no indedd’ ‘ogheis prusu
e che is canis accrobaus

 

550

attureis totu e i’ dusu.
Sempiri chi éis a bassi
po fai acciappa o a pastorai,
is budellus inní e totu
sindi pozzant abasciai

 

555

e si pongiad unu ‘entu
chi osi pesid a boai
che i sa folla ‘e su sramentu.
Ancu fazzais unu sattu
de sa punta prus in attu

 

560

chi sindi ‘oddant a cullera
e donni’ otta chi a su prossimu
éis a disigiai mabi
sa sangia, fillus mius,
sindi ‘oghint a cungiabi

 

565

e pudesciais a bius.
Su priogu e su fadigu
osi cruxad a muntoni
comenti su grugulloni
ddui currid a su trigu.

 

570

Sempiri siais isconzolaus,
tristus, sena accunnotu,
unu fàmini osi ‘engiada
chi osaterus e totu
osi cumanzeis a mussius

 

575

e si enga’ gana `e attrippai
a chini si ‘onad a pappai.
E po podi deu cannosci
cust’arrazza de furuncus
si ‘essa’ corru’ de mascu

 

580

e ungheddas de mobenti.
Satana, brutta bestia,
cun arrabiu e furori
si ‘onga’ sémpiri molestia.
S’enemigu `e su Signori

 

585

osi tenti’ de manera
chi mammas, babbus e fillus
totus a cropus de obrada
osi segheis i’ cillus.
Aici ad essi su fini,

 

590

aici ad a morri chini,
o cunzillau o imbiau,
is crabas ind’a’ liau
e is brabeis de Predi Antiogu,
chi paxi no ad a tenni

 

595

ni arraposu in logu.
Custu serba’ po is mascus.
It’ap’ a nai immoi
a is eguas colludas?
Minci e chi si a’ parau!

 

600

Gei nd’éis cundiu sa ‘idda
cun centumilla maneras
de lussuria e disonestadi!
Tengu finzas bregungia
de ddu nai me in s’Artari:

 

605

sindi andais a Casteddu,
it’anca feis me inní?
Na’ c’andais a srebí;
unu tiau, a bagassai!
E finzas po tres arriabis

 

610

osi feis iscrapuddai
de pustis chi su sodrau,
su sennori cavalleri
os’ant appiccigau
su mabi furisteri.

 

615

E immoi a intru ‘e ‘idda,
ita manera e’ custa,
ita tiau de farringiu?
Totu su logu e’ pringiu
e accanta de iscioppai.

 

620

Candu mai custu s’e’ biu:
is bagadias angiadas!
Eguas de su dimoniu,
anch’e’ su matrimoniu
e is cartas de isposai?

 

625

Minci e chini s’ad isbiddiau
e pottau a segu’ de carru!
E bosu Santu Luxori,
chi seis su protettori
e su Santu miu diciosu,

 

630

chi seis tantu poderosu
in celu, in terra e mari,
fadeimiddu su favori:
chi totus de su puntori
mroxanta conca a pari.

 

635

Mirai chi siddu nau:
si e’ chi middu fei’ tenni,
po essi meraculosu
éis a cannosci a mimmi.
Os apu a fai una festa

 

640

mancai de cad’ ‘e s’azza,
ddu ad a essi donnia arrazza
de genti furistera,
ddu ad a benni po finzas
mrachesus de Casteddu,

 

645

ddu ad a essi brufessioni
cun suittu e tamburinu,
guettus e fogadoni.
Mirai, si miticoi
no m’alcanzais sa grazia,

 

650

no éus a andai cetta-cetta
cun esperus e cumpretas,
e pigu a Santu Cristou
e bosu me in su nicciu
abarrais sou sou.

 

655

E un’atera cosa puru:
osi fazzu abarrai
seri’ ‘e lantia a su scuru.
E osaterus, beccus futtudus,
ancora seis tostaus?

 

660

Deu s’abettu, labai!
Ni cun Santus, ni cun tiaus
no nci brulleis meda,
asinuncas oi e totu
ind’éis a torrai sa sceda,

 

665

e s’apu a biri a bacceddus,
fattus a cancarroni,
morendu me in sa ‘ia
seria de curifessioni.
O creestis ca brullammu?

 

670

Oh, ita mobentis chi seis!
Eppuru gei ddu sciéis
chi su carattiri miu
teni’ s’autoridadi
de torrai su mottu a biu.

 

675

Ellu e duncas? It’ e’ custu?
Malignus e discannotus,
chi ‘olleis degumai
po finzas is sazerdotus?!

 

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Sa scomuniga de predi Antioguultima modifica: 2012-01-17T22:08:25+01:00da zicu1
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