Lezione di storia sarda: 60 anni di Statuto speciale

 

Venerdi 3 Giugno (ore 17-18.30) Francesco Casula terrà l’ultima lezione di Storia della Sardegna all’Università della Terza Età di San Gavino. Si svolgerà nella Biblioteca comunale cittadina (Via Leonardo 1, davanti all’ingresso del parco comunale).

 

 

 

Ecco la sintesi  della relazione

 

 

 

60 anni di Statuto speciale

 

 

 

di Francesco Casula

 

   In un clima di restaurazione e di conservazione, già depotenziato, debole e limitato – più simile a un gatto che a un leone, secondo la colorita espressione di Lussu – nasce nell’ormai lontano 1948 lo Statuto sardo. In questi cinquant’anni e più ha subito un processo di progressivo svuotamento e di compressione sia dall’esterno, cioè da parte dello Stato centrale, sia dall’interno, ovvero da parte delle forze politiche dirigenti sarde, che non sanno usare e, spesso, non vogliono utilizzare, gli stessi strumenti, possibilità e spazi che l’autonomia regionale offriva. Basti pensare a questo proposito alla vicenda delle norme di attuazione, che non vengono emanate, o vengono emanate in modo eccezionalmente riduttivo, o che non vengono comunque quasi mai poste in atto, per constatare come le forze politiche sarde abbiano svilito la stessa limitata autonomia, statutariamente riconosciuta.

 

   Non solo. Nato come Statuto speciale, oggi risulta dotato di meno poteri delle regioni a Statuto ordinario costituite nel ’70 e di fatto rappresenta oramai un ostacolo alla realizzazione di una vera Autonomia, o peggio: serve solo come copertura alla gestione centralistica della Regione da parte dello Stato, di cui non ha scalfito per niente il centralismo. Paradossalmente lo ha perfino favorito, consentendo ai Sardi solo il succursalismo e l’amministrazione della propria dipendenza. La Regione sarda di fatto, in questi 50 anni di storia, ha operato come mera struttura di decentramento e di articolazione burocratica dello Stato e come centro di raccordo e di mediazione fra gli interessi dei  gruppi di potere locali e la rapina neocolonialista, soprattutto del Nord.

 

   Da tempo perciò possiamo ormai considerare consumato il suo fallimento storico, contestuale a quello della Rinascita: come da tempo si è consumata la scissione fra movimento popolare, opinione pubblica e Istituto autonomistico. Che dal senso comune della gente è considerato una controparte, una realtà ostile ed estranea ai Sardi.

 

   Sono falliti miseramente anche i tentativi di un suo rilancio e rianimazione, prima attraverso la cosiddetta politica contestativa e rivendicazionistica della Regione nei confronti dello Stato degli anni ’70 e, recentemente, attraverso una Commissione nominata ad hoc dal Consiglio Regionale, chiamata pomposamente “Commissione speciale per l’Autonomia” che ha partorito un documento mostriciattolo, tale da non meritare neppure la discussione in Aula da parte del Consiglio.

 

   Oggi è giunto il momento in Sardegna di imboccare decisamente la strada del rifacimento dello Statuto Sardo, una nuova Carta de Logu, una vera e propria Carta Costituzionale di Sovranità per la Sardegna, che ricontratti su basi federaliste il rapporto Sardegna- Stato Italiano e che partendo dall’identità etno- nazionale dei Sardi ne sancisca il diritto a realizzare l’Autogoverno, l’autodecisione, l’autogestione economica e sociale delle proprie risorse e del territorio, il diritto a usare e valorizzare la propria lingua e cultura, a gestire la scuola, i trasporti, il credito, le finanze e l’ordine pubblico, la possibilità di controllare i grandi mezzi di comunicazione di massa e dell’informazione, di fronte alla quale oggi la Regione è totalmente disarmata e niente può fare perché essi rispondano a criteri di uso democratico e socialmente utile. Il potere infine, in settori fondamentali quali la difesa e i rapporti internazionali, di esprimere parere vincolante in merito a tutte le iniziative che tocchino gli interessi vitali della Sardegna.

 

Porre in questi termini la questione della Nazione sarda, non significa a mio parere, pensare alla creazione di un nuovo Stato, separato, che rifiuti superiori livelli, anche istituzionali di integrazione e di interdipendenza, necessari oggi per affrontare i problemi socio- economici, a dimensione continentale e mondiale, connessi:

 

·        alla diffusione delle nuove tecnologie e alla globalizzazione dell’economia e dei mercati;

 

·        al crescente grado di interdipendenza e di integrazione raggiunto dall’economia dei singoli paesi e delle singole aree e regioni;

 

·        al carattere europeo e internazionale assunto dai flussi e dallo scambio di materie prime, di prodotti manufatti, di tecnologie e di capitali;

 

·        all’importanza soverchiante che in tali condizioni acquistano le economie su scala e le imprese che non producono solo per il mercato locale ma per mercati più ampi e lontani.

 

Il problema della Nazione sarda si pone invece oggi, in termini moderni e non ottocenteschi, come protesta contro lo Stato ufficiale unitario, accentrato, centralista e oppressore e dunque come lotta per il suo superamento, per il suo deperimento e per l’affermazione e la creazione di uno Stato plurinazionale e plurietnico che riconosca le nazioni minori e le etnie presenti al suo interno. In questa prospettiva, non angustamente indipendentista, si può oggi risolvere la “Questione nazionale sarda”: non distaccando l’Isola dallo Stato italiano, in cui storicamente è ormai incorporata, ma con l’ottenimento di tutti i poteri che le permettano l’autodecisione e l’autogoverno: tali poteri deve prevedere il nuovo Statuto sardo federale e non di Autonomia, sia pure nuova o rinnovata e rimpolpata. E non si tratta evidentemente di diversità linguistiche o di una diversa modellistica giuridico- istituzionale.

 

   La visione autonomistica dello Stato infatti, è ancora tutta dentro l’ottica dello Stato unitario e centralista – così come in buona sostanza è ancora disegnato dalla Costituzione repubblicana, anche dopo la “Riforma federalista” –  che al massimo può dislocare territorialmente spezzoni di potere nella “periferia” o, più semplicemente può prevedere il decentramento amministrativo e concedere deleghe parziali alla Regione, che comunque in questo modo continua ad esercitare una funzione di “scarico”, continua ad essere utilizzata come un terminale di politiche sostanzialmente decise e gestite dal potere centrale; che vede il rapporto Stato- Sardegna in termini asimettrici, di pura e semplice dipendenza, che prefigura da un lato l’accettazione di uno Stato coinvolgente e ancora totalizzante – nonostante qualche timido tentativo di “dimagrimento” – dall’altro la concessione di uno spazio di gestione amministrativa e politica del tutto ininfluente. Insomma, uno scambio ineguale, che pone la Regione in uno stato di marcata inferiorità.

 

   Il Federalismo si muove in una logica diversa e per molti versi opposta. Non si tratta di dislocare parziali e limitati poteri dal “centro” alla “periferia”, dallo Stato Italiano alla Nazione sarda, poteri che rimarrebbero comunque articolazioni dello Stato centrale; si tratta invece di procedere “alla disarticolazione dello Stato nazionale unitario per dar luogo a una forma nuova e diversa di Stato di Stati, in cui per Stati non si intendono più Stati nazionali degradati da Enti sovrani a parti di uno Stato più grande, ma parte e territori di un Stato grande elevati al rango di Stati membri” (Bobbio. Introduzione a Silvio Trentin, Federalismo, 1997).

 

In questa visione federalista il potere sovrano originario e non derivato spetta a più Enti, a più Stati e perciò scompare la sovranità di un unico centro, di un unico potere e soggetto singolare per far capo a più soggetti e poteri plurali. In questa visione la Regione cessa di essere la rappresentanza in sede regionale e periferica dell’Amministrazione statale per diventare l’Ente esponenziale della Comunità sarda.

 

   C’è da chiedersi se dentro questa visione federalista abbia ancora senso la “Specialità”, se non rappresenti un limite verso la “normalità” o peggio un ghetto. Io ritengo di no: pur all’interno di uno Stato federale la Sardegna come e più che nel’48 ha tutte le ragioni per rivendicare uno Statuto di “sovranità speciale”: motivi economici ( basti pensare a tutti gli handicap e le diseconomie legate alla sua insularità) ma soprattutto etno-culturali: perché peculiare è la sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia dell’Italia e dell’Europa; specifiche e particolari sono la sua cultura, le sue tradizioni ma segnatamente la sua lingua, che forti poteri e robuste prerogative statutarie speciali, appunto, devono poter difendere e valorizzare. Soprattutto a fronte degli attacchi provenienti da una sorta di “pensiero unico” che vorrebbe omologare tutto, annullando progressivamente differenze culturali, specificità etniche, peculiarità linguistiche, ibernando nella bara della tecnica, del calcolo economico, della mercificazione, della globalizzazione, la nostra Identità di Sardi, attraverso la reductio di tutto ad unum:” Un’idea. Una legge. Un’umanità indistinta. Una coscienza frollata. Una natura atterrita. Un paesaggio spianato. Una luce fredda” (Eliseo Spiga, Capezzoli di pietra).

 

    Mi avvio alle conclusioni, non prima però di accennare, almeno per sommi capi, a un problema che in Sardegna sta crescendo: l’Assemblea Costituente. Inizialmente proposta esclusivamente dall’area nazionalitaria  e sardista, ha in questi anni fatto proseliti sempre più numerosi e qualificati, tanto che oggi il Partito trasversale della Costituente è ormai maggioritario e comprende forze politiche di tutti gli schieramenti, intere organizzazioni sindacali ( la CISL e la CSS), pezzi importanti del mondo della cultura e delle professioni.

 

   Alla base dei sostenitori dell’Assemblea Costituente vi è certo la consapevolezza, visti i reiterati fallimenti, dell’impotenza e dell’incapacità del Consiglio regionale  di riscrivere lo Statuto. Ma se pur anche fosse in grado, con le stantie e consunte procedure e riti e mediazioni sempre al ribasso, quale Statuto potrebbe produrre, chiuso com’è nell’invalicabile palazzo di Via Roma, che “enfatizza e ribadisce superbamente la separazione fra la piazza e lo stato, fra i dannati della terra e gli addetti ai lavori, con una Regione che si è fatta stato e l’autonomia  si estenua nei tempi morti della burocrazia e nei  giochi simulati dei vassalli che chiedono a Roma gli inutili riti dell’investitura”? (Elisa Nivola, Pedagogia e politica nella <Questione Sarda>).

 

   Ma vi è soprattutto altro. L’Assemblea Costituente infatti non è solo un modo migliore e più democratico per riscrivere la Nuova Carta Costituzionale della Sardegna che regoli con un nuovo patto fra i Sardi, i rapporti fra la Sardegna, l’Italia e l’Europa e insieme definisca e sancisca  le prerogative e i poteri di una Comunità moderna, orgogliosa, sovrana; essa può essere l’occasione per mettere in campo il protagonismo e la partecipazione diretta dei Sardi, per realizzare un grande e profondo movimento di popolo che prenda coscienza della sua Identità e nel contempo sia aperto alle culture d’Europa e del mondo, pronto a competere con le sue produzioni materiali e immateriali, finalmente deciso a costruire un futuro di prosperità e di benessere, lasciandosi alle spalle lamentazioni, piagnistei e complessi di inferiorità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lezione di storia sarda: 60 anni di Statuto specialeultima modifica: 2011-06-03T07:53:54+02:00da zicu1
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