Presentazione

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Venerdi 6 Maggio prossimo alle ore 18 nella sala Consiliare di Escalaplano verrà presentato il libro su Escalaplano pubblicato in questi giorni da Arkadia editore.

Il volume, in bella e sontuosa fattura tipografica e con bellissime foto, con la presentazione del Sindaco Vincenzo Demontis, di Monsignor Antioco Piseddu, Vescovo di Lanusei e di Giuseppe Schiavone, contiene diversi contributi da parte di studiosi ed esperti.

Per la Storia:

Ø Escalaplano nei secoli di Francesco Casula

Ø Escalaplano in età moderna di Umberto Oppus

 

Per Il paese e le sue tradizioni

Ø Escalaplano, il territorio, la natura, le tradizioni di Roberto Copparoni

 

Per l’Archeologia

Ø La domus de janas di Fossada di Maria Carmen Locci

Ø Il pozzo sacro di Is Clamoris di Maria Ausilia Fadda

Ø I siti nuragici nel territorio di Escalaplano di Riccardo Murgia

Ø Escalaplano in età romana di Antonio Sanciu

 

Per le chiese di Escalaplano

Ø La parrocchiale di san Sebastiano e Le chiese di San Salvatore, San Giovanni Batista e di Santa Barbara di Luigi Agus

 

Per Escalaplano, la cultura e la lingua sarda

Ø La vita di una comunità attraverso la sua cultura tradizionale di Francesco Casula

Ø Escalaplano nel ricordo di Daniele Casula

Ø Wagner a Escalaplano di Giovanni Masala e Siegfried Heinimann

Ø La favole di Guido Mura

Ø Escalaplano nei racconti di Fulvio caporale di Tito Orrù

Ø Una scrittrice d’oltralpe con il cuore ad Escalaplano di Giuseppe Schiavone

Ø Passo a quattro mori, una giovane autrice di Escalaplano trapiantata a Tortona di Valentina Usala

 

In questo capitolo sono state anche inserite le Poesie e i Contos degli Autori che hanno vinto le prime tre edizioni del premio di Poesia sarda “Poetendi e contendi-Scalepranu in poesia”.

 

Per lo sviluppo turistico

Ø Ipotesi di sviluppo turistico di Maurizio Contu

 

 

 

Ma ecco il contributo di Francesco Casula su

Escalaplano nei secoli

-Premessa

Il paese è situato in una regione collinare alle ultime propaggini meridionali del Gennargentu, alla confluenza della strada da Ballao con quella che unisce Orroli a Esterzili e Perdasdefogu.

Il territorio del Comune si estende per Kmq. 93,88 c. a, e confina: a nord con Esterzili, dal Flumendosa a ”Funtana de Tremini” e di qui col troncone staccato del territorio di Seui fino al Flumineddu; ad est con Perdasdefogu lungo il Flumineddu fino a ”Sclamoris” e poi, oltre il fiume, fino a toccare il rio “Coili de Ierru” e con Ballao lungo detto rio fino alla confluenza con Flumineddu e, lungo il corso di questo, fino alla confluenza del rio “Sa Pirixedda”; a sud confina con Ballao fino al Flumendosa; ad ovest con Goni ed Orroli.

Escalaplano non ha mai fatto parte di nessuno dei territori di questa parte della Sardegna ed effettivamente si è sempre trovato ai confini delle province e dei territori dell’Ogliastra, del Sarrabus- Gerrei, e del Sarcidano del quale ha fatto parte fino al 2007, essendo inserito all’interno della XIII Comunità Montana  “Sarcidano Barbagia di Seulo”. Nel 2008 la Giunta Regionale, con deliberazione n. 12/23 del 26/02/2008, inserisce invece il comune di Escalaplano nell’unione dei comuni del “Gerrei” e il 30.03.2008 con deliberazione n. 5 il Consiglio Comunale ha deciso di non aderire alla costituenda Comunità Montana “Sarcidano Barbagia di Seulo”. Tradizionalmente è anche legato all’Ogliastra essendo compreso nella diocesi di Lanusei.

Escalaplano, con l’istituzione delle nuove province (con legge regionale 12-Luglio-2001 n.9), fa ora parte della provincia di Cagliari. Precedentemente faceva parte di quella di Nuoro.

 

-Il nome (toponimo)

Il nome (toponimo), in sardo Scal’ ‘e Planu, è composto da “scala” – via montana, sentiero ripido, e da “planu” – pianura, riferito all’altopiano dove sorge il paese. Così risulta infatti dal primo documento rinvenuto su Escalaplano in cui il paese (sa bidda-la villa) è chiamato Scala de Pla(no), dal luogo nel quale è situato, l’accesso a Su Pranu.

Per la leggenda invece il centro era conosciuto con il nome di Escall’ ‘e Oru, ovvero Scala d’oro, da un’antica scala d’oro appartenente ad una famiglia nobile e ritrovata nel territorio.

 

-Periodo prenuragico e nuragico. La necropoli ipogeica di Fossada.

Il territorio di Escalaplano, probabilmente a causa dell’abbondanza dell’acqua e della fauna, fu abitato dai proto sardi, come testimoniano le numerose presenze archeologiche risalenti fino al Neolitico prenuragico, sparse nel territorio comunale, come i pozzi sacri di “Is Clamoris” (a pochi metri dal corso del Flumineddu) e le domus de janas (3.500 a.c.) scavate nei fronti rocciosi delle zone di Perde Utzei e Santu Giuanni ma soprattutto di Fossada, scavate in un monolite roccioso immerso nella fitta vegetazione, da far risalire al momento maturo e forse anche tardo della cultura di Ozieri.

L’archeologa Maria Carmen Locci1, nella sua ricerca sulle preesistenze materiali e culturali dell’età prenuragica in agro Escalaplano, descrive minuziosamente le suggestive domus de janas di Fossada, una vera e propria necropoli ipogeica, situata in un’area collinare dove il medio corso del Flumendosa è ormai prossimo alla confluenza con il Flumineddu. Secondo la Locci, resti di industria litica su ossidiana e selce e scarsissimi resti di ceramica atipica fanno ipotizzare nell’area compresa fra le due chiesette e la tomba VII, la presenza di un insediamento o quanto meno di un’officina litica. La necropoli, che consta di sette domus, “si uniforma alla maggior parte delle aggregazioni di ipogei sardi che generalmente non raggiungono la decina di monumenti” 2 : quattro tombe (la I-II-V-VII) sono di dimensioni minori, bicellulari, con schema a T; tre (III-IV-VI) sono invece più imponenti e ugualmente ancora con schema a T. Sempre a parere della Locci, “gli spunti proposti da questa inedita necropoli sono di indubbio interesse e riguardano lo sviluppo interno dello schema a T, le sue connessioni con l’anticella ad emiciclo, l’individuazione di un complesso di elementi decorativi di una fase post-naturalistica e pre-schematica, la focalizzazione di un’area, il Gerrei, che per una serie di risorse naturali e, non ultimo, il controllo della vallata del Flumendosa, può aver rivestito a cavallo fra il neolitico e il primo Eneolitico, un ruolo forse importante più di quanto i ritrovamenti archeologici, interessanti ma non molto numerosi, abbiano fino ad oggi fatto pensare” 3. Dell’esistenza delle domus diede notizia, a suo tempo, Vittorio Angius4.

Nell’autunno 1988 il Comune di Escalaplano intraprese dei lavori di sistemazione della zona ai fini della fruizione turistica: recinzione, rimboschimento, creazione di tavoli, panche, piazzuole, ripulitura delle tombe, ormai rinettate da tempo. E’ stato inoltre reso più agevole l’accesso alle tombe III e IV con scale di legno.

Numerosi sono inoltre i Nuraghi: Fumia, Perde Utzei, Amuai, Fossada, Pranu Illixi, Genna Picinnu ed uno, chiamato Perducatta, che sorge al confine urbano di Escalaplano.

Da ricordare anche alcune cavità: Grutta de Abellàda, che si apre con una voragine inesplorata; Grutta de s’Istalla e Grutta de Lardumini.

 

-Periodo romano

Vestigia di epoca romana e “tracce si conservano –scrive Gian Luigi Mereu – in località Is Arrantas, Perde Utzei ed in Foss’ ‘e Canna. Tutta la regione compresa tra il Flumineddu e il Flumendosa nel primo secolo dopo Cristo era abitata e fiorente, perché vi erano stanziati i popoli Palvicenses i quali nell’anno 86 dopo Cristo ottennero un decreto scolpito nel bronzo dal Pretore M. Helvio Agrippa che ordinava che i Gallinensi più non invadessero il loro territorio, come risulta dal detto atto ritrovato ad Estezili nel 1866 nella Zona di Corte Lucetta da un agricoltore mentre arava il suo terreno. La lastra di bronzo era larga 60 cm, alta 45, spessa 5 e pesante circa 20 kg” 5.

“Credo molto antica -scrive Flavio Cocco, sacerdote che si dedicò alla ricerca storica dell’Ogliastra- è anche la Chiesa del Salvatore, che è in rovina; sorsero queste chiese per prime appena si convertirono al cristianesimo, come quella di Perdasdefogu, di Ussassai, ed il Santu Cristus di Ulassai”6

 

– L’origine del dell’attuale paese di Escalaplano.

“Tutte queste antichità del territorio –scrive ancora Flavio Cocco- tuttavia non significano altrettanta antichità anche per il paese, la cui nascita risale solo alla prima metà del secolo XIV. Ce ne parla per la prima volta il Repartimiento de Cerdena, ruolo delle imposte combinato dagli Aragonesi nel 1358. Per Escalaplano vi si dice che era un paese nuovo, fuori dalla giurisdizione delle vecchie curatorie situato fra quella di Gallil (Giarrei) e Barbagia (Barbagia di Seulo) non ancora censito dai Pisani per imposte di moneta, di grano o di orzo, perché erano uomini che stavano a malapena sottomessi a un padrone. “Villanova de Scala de Pla, situada enfra la dita curatoria de Guallill e de Barbarga e no ha naguna quantidat de diners froment y ordi en lo Componiment e assò per son tal homens qui apenas stan a camandament de Señor7 .

“L’attuale villaggio fu fatto costruire dopo il 1353 nel territorio posto al confine dell’antica curatoria del Gerrei con la Barbagia di Seulo da Giovanni Carroz cui era stato infeudato”8, si precisa in La Grande Enciclopedia della Sardegna che continua: “Egli lo popolò con uomini armati alle sue dirette dipendenze, che non dovevano pagargli tributi feudali e che avevano il compito di porre termine alle continue scorrerie dei pastori delle zone circostanti. Scoppiata la seconda guerra tra Aragona e Arborea, il villaggio cadde in mano alle truppe arborensi che lo tennero fino alla battaglia di Sanluri. Dopo ilo 1409 il territorio tornò ai Carroz che unirono Escalaplano al feudo di Mandas; la popolazione mantenne per un certo periodo un atteggiamento ostile nei confronti dei feudatari, che dal canto loro adottarono un tipo di governo molto duro e vessatorio. Estinti i Carroz, Escalaplano passò ai Maza de Liςana, che a loro volta si estinsero nel 1546. Dopo una lunga lite giudiziaria, durata fino al 1571, il villaggio, sempre unito al feudo di Mandas, passò in possesso dei Ladron fino al 1617. Estinti i Ladron, il villaggio passò agli Hurtado de Mendoza e da questi agli Zuñiga che si estinsero nel 1777, lasciando Escalaplano a Maria Giuseppa Pimentel, sposata con Pietro Tellez Giron, i cui discendenti continuarono a possederlo. Nel 1821 fu inserito nella provincia di Lanusei, nel 1838 si liberò dalla dipendenza feudale” 9.

 

– Escalaplano nell’Ottocento.

Su Escalaplano nell’800 abbiamo la preziosa testimonianza di Vittorio Angius, sacerdote, intellettuale, storico, scrittore e deputato sardo al Parlamento subalpino che nel 1830 ne traccia un quadro sociologico, economico, sociale e occupazionale. Eccolo: ”Componesi questo popolo di 285 famiglie, che danno anime 1220. Si numerano nell’anno matrimoni 10, nascite 40, morti 25. Le più frequenti malattie sono i dolori laterali. Molti vivono agli 80 anni.

Le professioni principali sono l’agricoltura e la pastorizia. Nelle arti necessarie sono impiegate circa cinquanta persone e vi sono non pochi che si occupano in trasportare e rivendere i prodotti del paese e le opere degli artefici. Lavoransi in più di trecento telai la lana e il lino, e vendesi il sovrappiù del bisogno.

Vi è stabilita la scuola di primaria istruzione alla quale però ordinariamente non concorrono più di dodici fanciulli. Dopo il monte granatico e nummario non altro stabilimento di pubblica utilità può rammentarsi.

Religione. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Sebastiano Martire. Un prete che qualificano vicario la governa, ed è assistito nella cura della anime da un altro sacerdote. Sono altre tre chiese minori, nel villaggio una dedicata alla Vergine Assunta e due nella campagna dedicate al Salvatore e a S. Giovanni Battista, distanti una ed altra dal paese circa tre miglia. Nelle principali feste è bello il vedere le lunghe schiere de’ buoi e de’ cavalli adornati alla meglio, che si guidano avanti ai simulacri dei Santi. In alcune di queste i ricchi gareggiano in fare splendide elemosine ai poveri, e tutti a ospitare gli stranieri che vi concorrono.

Territorio e agricoltura. L’area territoriale di questo villaggio calcola di starelli dodicimila, comprese pure le parti che non soffrono cultura. Si suole seminare ogni anno starelli di grano 1000, d’orzo 800, di fave e piselli 200. Il grano rende il sei, l’orzo il dieci, le fave il cinque, i piselli anche il dodici. Quello che sopravanza dei cereali portasi a vendere a Tortolì sul dorso dei cavalli, perché non si può con i carri. Si coltivano alcune specie ortensi e di lino ottienisi circa 100 cantara di fibra. Le viti vi prosperano ed annualmente si raccolgono circa 20 mila quartare (una quartara corrispondeva più o meno a 4 litri, nda) corrispondente di mosto. Il vino lodasi come ottimo. Se ne brucia poco per acquavite. Le piante fruttifere di diverse specie sommano a circa 15 mila individui.

Chiudende. I chiusi e le tanche non conteranno più di 300 starelli di terreno.

Bestiame. Si numerano pecore 2000, capre 1500, buoi e vacche ammansite 400, vacche rudi 500, cavalli e cavalle 30, giumenti 200. Quando gli Scalaplanesi potevano vendere nel porto del Sarrabus i loro formaggi ai napoletani, le capre e le pecore erano più numerose.

Selvaggiume. I cacciatori trovano facilmente cinghiali, cervi e daini e altre specie minori. Sono numerosissime le varie famiglie degli uccelli e nella fine dell’inverno trovansi grandissimi sciami di tordi.

Acque. O formansi o crescono in questo territorio non meno di sedici ruscelli che danno tributo al Dosa (Flumendosa, nda) e allo Stanali suo confluente (Flumineddu, nda). Né in uno né in altro di questi due fiumi, che scorrono da una e dall’altra parte del villaggio, e si uniscono al suo mezzogiorno, si è formato alcun ponte, sebbene sia sommo pericolo a guadarli in stagion piovosa. A non essere totalmente interrotte le comunicazioni con gli altri villaggi del dipartimento, si passa il Dosa sopra una barchetta, e per questo comodo deve pagare il comune starelli venticinque di grano. In questi due fiumi abbondano le trote, le anguille e i muggini. Non pochi scalaplanesi attendono alla pesca, e si computa che i medesimi prendano circa 45 cantare di delle tre specie che portano a vendere ne’ vicini dipartimenti”10.

 

-Escalaplano dopo il Novecento. La costruzione della diga sul Flumendosa.

“Agli inizi del XX° secolo, -scrive Gian Luigi Mereu- seppure la prima e seconda guerra mondiale non interessarono direttamente il paese, gli avvenimenti bellici segnarono molto il paese per la partenza di molti escalaplanesi al fronte, per la preoccupazione dovuta alla paura di bombardamenti e sia per la mancanza di cibo. Escalaplano non subì bombardamenti ma senz’altro fu partecipe al dolore e alla rovina della città di Cagliari che venne quasi completamente distrutta. Durante la notte si vedevano in continuazione le luci delle esplosioni che illuminavano la campagna e si udivano boati che facevano sentire la paura per la  guerra. La più grande preoccupazione era però quella della sopravvivenza, il cibo scarseggiava e si doveva  pensare anche a dar da mangiare ai numerosi sfollati provenienti soprattutto da Cagliari e centri vicini per sfuggire dai bombardamenti.

Con la seconda guerra terminò il periodo buio e di crisi. Si realizzarono opere importanti: la costruzione dei ponti sul Flumendosa, le strade per Ballao, Perdasdefogu Orroli, Esterzili e, recentemente, Goni, che migliorarono le comunicazioni ed eliminarono finalmente l’isolamento. Altre importanti opere la costruzione delle dighe, tra le quali la grandiosa costruzione della diga sul Flumendosa che coincise con il massimo sviluppo demografico del paese.

La diga sul Flumendosa, che i romani chiamavano Saeprus, era già in progettazione dal 1945 anche con lo scopo di evitare le disastrose piene che causavano gravi danni alle colture e agli abitati di San Vito, Villaputzu e Muravera. Nella costruzione dello sbarramento sul Flumendosa, indispensabile come quello del Mulargia per portare l’acqua al Campidano, venne dispiegata una grande forza di uomini e mezzi. Si avanza lentamente in un ambiente che metteva a dura prova gli operai, per la maggior parte contadini e pastori del luogo che avevano però scarsa dimestichezza con i mezzi utilizzati e con il sincronismo richiesto dalla costruzione. L’EAF, che costruì le diga con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, evitò però di licenziare gli operai del luogo e di sostituirli con operai specializzati del continente per non ingrossare le già robuste file della disoccupazione. Ci si limitò ad assumere nella penisola un certo numero di addetti professionalmente capaci, i quali fecero da guida alle maestranze locali. Si arriva così alla grande festa del primo febbraio del 1958 in cui avviene l’inaugurazione della diga ad arco di gravità in calcestruzzo, alta 120 metri, con una capacità di invaso pari a 290 milioni di metri cubi, che strozza il Flumendosa nella direzione del Nuraghe Arrubiu e forma un invaso che si allunga per 17 chilometri. L’opera progettata dal Prof. Filippo Arredi, indiscussa autorità in campo idraulico, è una tra le maggiori del genere in Europa. Il padrino, il giorno dell’inaugurazione, è un personaggio d’eccezione: si tratta di Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica. Il Capo dello Stato è attorniato da un nugolo di personalità: i rappresentanti della Camera e del Senato, il Ministro Campilli, l’On.le Antonio Maxia, il Presidente e il Direttore generale dell’EAF  ecc. ecc. L’Arcivescovo Paolo Botto provvede al rito religioso e subito dopo Gronchi taglia il nastro. Applausi a non finire degli addetti ai lavori, autorità e abitanti dei paesi vicini. Contemporaneamente si inaugura la galleria, lunga 10 chilometri, che collega l’invaso del Flumendosa con quello del Mulargia. Nel 1982 si inaugura invece lo sbarramento in calcestruzzo sul Flumineddu, affluente di sinistra del Flumendosa. Alta quasi 41 metri ha un invaso di 1,4 milioni di metri cubi. L’opera è finalizzata ad arricchire il lago del Flumendosa tramite una galleria di sette chilometri”11.

 

 

 

 

 

– Escalaplano e lo sviluppo demografico. Il crollo della popolazione alla fine del ‘600

In base ai residenti del 31.12.2007 Escalaplano aveva una popolazione di 2.370 abitanti. Nel censimento del 1991 aveva registrato una popolazione pari a 2.742 abitanti. Nel 2001 invece gli abitanti erano 2.532, mostrando quindi nel decennio 1991-2001 una variazione percentuale di abitanti pari al -7,70%. Gli abitanti sono distribuiti in 877 nuclei familiari, con una media, per nucleo familiare di 2,89 componenti.

Flavio Cocco, lo storico dell’Ogliastra che abbiamo già citato, analizza con rigore e precisione lo sviluppo demografico di Escalaplano, negli ultimi quattro secoli, attraverso il confronto dei dati demografici ricavati dai re­gistri parrocchiali con quelli dei vari censimenti, a partire dal 1653. Anche se le registrazioni anagrafiche parrocchiali cominciano fin dal primo decennio del ‘600, esattamente nel 1605.

Ecco alcuni dati: ”Lo Stato d’Anime del 1653 ci un elenco nominativo in ordine alfabetico di 620 abitanti di età non inferiore ai sette anni, quello del 1659 ne conta 603. Nello stato d’anime del 1838, quelli di età inferiore ai sette anni erano il 25,98 per cento di quelli di età superiore. Applicando questa percentuale, con la riserva del di­stingue tempora”, agli stati d’anime del Seicento, risulterebbe­ro 780 abitanti per il 1653 e 769 per il 1659. Con la media annuale di 28,2 nati che risulta per quel decennio, ne deriva un indice di natalità del 35,89 per mille. E alquanto più alto di quello del 1838 che era di 32,18. Gli abitanti dei due detti anni del Seicento potrebbero essere stati quindi un po’ più numerosi.

Il censimento del 1678 dà solamente i fuochi o fami­glie, i quali per Escalaplano erano 246; moltiplicati per la me­dia di 4 abitanti per fuoco, si avrebbero 984 abitanti; il cen­simento del 1751 per un egual numero di fuochi dà 977 abi­tanti. Con la media annuale di 22 nati dellottavo decennio si avrebbe lindice di natalità troppo basso del 22,35 per mille. Ma la registrazione delle nascite in quel decennio non risulta normale perché negli anni 1673 e 1678 i nati risultano circa un terzo di quelli degli altri anni e nel 1675 le registrazioni si fermano al 28 settembre.

Il censimento del 1688 dà ad Escalaplano 138 fuochi e 451 abitanti, con un calo del 53,16 per cento per gli abitanti e del 43,91 per cento per i fuochi. Per quanto quel censimento registri un calo del 23 per cento in tutta lisola e intutta lOgliastra, sembra troppo alto il calo di Escalaplano ed anche lindice di natalità del 47,93 per mille che ne risulterebbe ci costringe a dubitare della obiettivi di quel censimento. Strano sembra pure l’esito del censimento del 1698, col quale i fuochi scendono ulteriormente a 123 e gli abitanti salgono solo a 525; con una media di 24,5 nati di quel decennio, risulta lindice troppo alto di natalità del 46,66 per mille.

Contrariamente al giudizio negativo sul censimento del 1728 per la quasi generalità dei paesi ogliastrini, ad Escalaplano quel censimento è quasi normale: 148 fuochi, 722 abitanti, 25 nati in media all’anno in quel decennio ed un indice di natalità del 34,62 per mille. Gli abitanti saranno stati poco di più dei 722 indicati dal censimento.

Penso che i 977 abitanti dati dal censimento del 1751 siano meno di quelli reali se, con la media annuale di 40,1 nati in quel decennio, otteniamo l’indice di natalità del 41,04 ­per mille. Troppo pochi sembrano anche i 1308 abitanti del cen­simento ecclesiastico di uno degli anni del nono decennio del ­Settecento, se danno 39,44 nati all’anno ogni mille abitanti, con una media annuale di 51,6 nati. Troppi al contrario, sembrano i 1402 abitanti del 1821~_­perché con i 38,9 nati all‘anno ne risulterebbero 27,74 ogni mille abitanti. .

Ma non è pensabile che abbia denunciato abitanti più numerosi di quelle reali, sapendo che ciò significava pagare più imposte. Forse non sono state regolari le registrazioni dei nati, ma non c’è nessuna traccia visibile di questo nei registri. Il censimento che resiste invece a prova di bomba e quello del 1838 che dà 1281 abitanti con una media di 41,2 nati all’anno, 32,18 ogni mille.

Gli viene la conferma valida anche dallo Stato delle a­nime di quel medesimo anno con un elenco nominativo di 1280 abitanti, compresi i neonati. Questo dovrebbe dimostrare un calo di popolazione dal 1780 in poi, confermato dal calo della media annua dei nati. Questa, dopo un balzo in alto di 10 punti nel quarto decen­nio del Settecento, quando raggiunse i 35,8, è arrivata crescendo senza soluzione di continuità, a 56,4 nellultimo de­cennio del secolo. Quindi il calo dovrebbe circoscriversi ai primi decenni dellOttocento. Nel censimento del 1861 gli abitanti sono saliti a 1455 con una natalità del 33,33 per mille, data dai 46,1 nati all‘anno, quasi pari ai 47,1 del nono decennio del Settecento.

Credo opportuno riferire qui la posizione di Escalaplano nella tabella della mortalità tra i paesi ogliastrini dal 1700 al 1870. I nati complessivi in questo periodo furono 6758, i de­cessi 5269, il 78 per cento dei nati; solo il 22 per cento dei nati poté contribuire allincremento naturale della popolazione. Esca­laplano si trova al riguardo al 17° posto tra i paesi dOglia­stra, lultimo tra i paesi che superano la media diocesana di incremento naturale che è del 17,22 per cento dei nati in quel periodo. Questi dati possono essere utili a chi volesse indaga­re sullo sviluppo demografico del paese in quei 170 anni.

In questo secolo la popolazione di Escalaplano è andata sempre crescendo in assoluto, tranne che nel 1971, con 1832 abitanti nel 1901, 1975 nel 1911, 2021 nel 1921, 2208 nel 1931, 2338 nel 1936, 2982 nel 1951, 3642 nel 1961, 3012 nel 1971 e 3700 nel 1981.

Al confronto con i paesi di Ogliastra era al 1 posto (con un solo calo al 1, nel 1911) dal 1901 al 1936. E‘ salito invece all, con il solo calo al 10° nel 1971, dal 1951 al 1981. Si trova dunque attualmente in buone prospettive” 12.

Come registra Flavio Cocco, alla fine del ‘600 si verifica un crollo della popolazione a Escalaplano. Ciò fu l’effetto della grande e terribile carestia che nel 1680-81 colpì l’intera Isola. Da un resoconto dell’epoca risulterebbe un bilancio di circa 80.000 morti. Ad essere colpita dalla carestia fu soprattutto la popolazione rurale, -e dunque paesi agro-pastorali come Escalaplano- più indifesa di fronte alla crisi della produzione. Di contro, la lunga pestilenza del 1652-57 colpì in modo particolare le città. La peste infatti, approdata in Sardegna dalla Catalogna, partì da Alghero e da Sassari nel 1652 e negli anni successivi si diffuse in quasi tutta l’Isola, risparmiando soltanto le Barbagie e l’Ogliastra. Nel 1655 arrivò a Cagliari e soltanto nel 1657, dopo circa cinque anni di morte, scomparve dall’Isola, lasciando tracce pesantissime.

 

-Alcune curiosità

Flavio Cocco –nell’opera più volte citata- riferisce una serie di informazioni che servono a lumeggiare e illuminare la storia e il paesaggio economico, sociale e culturale di Escalaplano: eccone alcune.

Composizione sociale: Escalaplano –come del resto l’intera Ogliastra- storicamente era costituito in prevalenza da pastori e contadini. Fin dal ‘600 non mancavano però “fra le famiglie più abbienti alcuni scrivani, notai sacerdoti…quelli che sapevano scrivere erano chiamati Mosser (Signori) e <sennora> veniva chiamata la loro moglie… Sacerdoti, notai e scrivani sono imparentati fra di loro” 13.

Ricorda quindi alcune famiglie altolocate: I Pisano, i Demontis, i Melis, i Gessa, i Serri, i Dore e precisa che negli ultimi quattro secoli Escalaplano ha dato vita a 25 sacerdoti, 18 notai e 7 scrivani. A proposito di questi ultimi scrive: “A metà del Settecento c’erano almeno cinque notai che offrivano possibilità di nozze a parecchi nobili di altri paesi che han cominciato ad affluire ad Escalaplano per sposarvi la figlia o la sorella di un notaio ricco” 14 .

 

Omicidi: Ad Escalaplano fra il 1605 e il 1980 si verificano 70 omicidi. “Fra le vittime ad Escalaplano –annota Cocco- figurano spesso gli stessi cognomi: sette volte gli Uleri, cinque gli Agus e i Dedoni, quattro i Demontis, tre i Piras. Rispetto alle categorie di persone tra le vittime figura un sacerdote, sei nobili, un notaio, cinque donne, tre delle quali per uxoricidio, a cavallo del settecento-Ottocento” 15.

 

Omicidio politico: Fra gli omicidi di Escalaplano il Cocco ne ricorda uno in particolare, quello di Salvatore Locci “perché –scrive- potrebbe facilmente inquadrarsi, per il movente, in quelle lotte che produssero l’assassinio del Marchese di Laconi e del Vicerè Camarassa, avvenuti in Sardegna nel medesimo anno” 16 , ovvero nel 1668.

Il marchese di Camarassa (o Camarasa), fu –scrive Francesco Cesare Casula- “luogotenente regio con appellativo di viceré del Regno di Sardegna dal 16 Ottobre 1665 al 21 Luglio 1668” 17. In quella data “mentre il vicerè rientrava in carrozza dai festeggiamenti stampacini per la Madonna del Carmine, fu freddato da alcune schioppettate all’altezza del n.6 (oggi32) dell’attuale Via Canelles in Castello…”18.

Nello stesso anno, ma il 20 Maggio era stato assassinato il Marchese di Laconi (Agostino di Castelvì) , “prima voce” dello Stamento militare e rappresentante della fazione nobiliare sarda ostile al vicerè. La moglie del Marchese di Laconi, Francesca Zatrillas accusò la Marchesa di Camarassa come mandante dell’omicidio del marito in correità con altri. Dopo due mesi, a Luglio, come abbiamo visto, l’assassinio del vicerè Camarassa. C’è un rapporto fra i due assassini? Probabilmente sì.

Ma torniamo a Salvatore Locci: “Leggiamo nel libro parrocchiale dei defunti –scrive Flavio Cocco- che il 26 gennaio fu trovato ucciso <de manos de personas facinorosas>, nel cimitero di Santa Maria, Salvatore Locci di Escalaplano” 19.

Ebbene, secondo Cocco, quell’omicidio potrebbe essere legato agli assassini sia del Marchese di Laconi che del vicerè di Camarassa. “La Barbagia di Seulo –commenta infatti Cocco- è troppo vicina al marchesato di Laconi, per non essere stata coinvolta in quella lotta, il cui capo carismatico riconosciuto era quel Marchese. La potente famiglia dei Locci, con le aderenze dei ricchi Sanna e Ghiani, che spargevano notai in tutti i paesi della zona, non potevano restare a guardare indifferenti in una lotta per riservare ai sardi gli impieghi governativi, dati prevalentemente agli Spagnoli” 20. Ma c’è di più: Locci e gli altri ricchi sardi non potevano che sostenere il Marchese di Laconi nello scontro che si verificò nel Parlamento Sardo (aperto l’8 gennaio 1667 e chiuso il 28 maggio 1668) fra “chi avrebbe votato il <donativo> da dare alla Corona secondo i modi consueti, capeggiati dal viceré e chi chiedeva di preservarne una parte per le necessità del Regno” 21.

Schierandosi con questi ultimi e dunque con il Marchese di Laconi. Il Locci non sarà stato una sorta di autonomista e “sardista” ante litteram?

 

La leggenda: Franciscu “Su Topi”. Flavio Cocco conclude l’amplissima nota dedicata a Escalaplano, nel suo libro sull’Ogliastra, con una breve leggenda. Eccola.:”C’era stato a Escalaplano un giovane intelligente e garbato benvoluto da tutti; Francesco Congiu da tutti chiamato però “Su Topi”.

Una santa donna avrebbe detto un giorno pensosa alla madre: “Durante una festa solenne accadrà a questa perla di ragazzo qualcosa di grave”.

La serietà della profetessa impensierì talmente quella povera madre che divenne profondamente triste, ma ne nascondeva sempre il motivo al figliolo che ne chiedeva insisten­temente la ragione. Un giorno tuttavia le scappò di bocca il segreto ed il figlio decise di allontanarsi dal paese pensando di togliere così alla madre ed a sé quellincubo.

Ramingo simbatte in un villaggio dove era morto un uomo tanto povero che non aveva lasciato un soldo per i fu­nerali. Francesco Su Topi glieli ordinò a tutte sue spese e riprese la sua strada.

Avvicinatosi un giorno ad una sorgente per dissetarsi vi trovò un giovane sconosciuto che gli disse di essere an­chegli in giro per cercarsi un lavoro.

Su Topi, abile scrivano, trovò un impiego e lo sconsciuto un lavoro più umile, in una località non lontana.

Avvenne che la figlia del datore di lavoro di Su Topi s’innamorò di lui e gli chiese di sposarla, con grandissima pena del giovane che ricusava di associarla al suo misterioso grave destino. Se ne confidò col giovane sconosciuto del villaggio col quale qualche volta s’incontrava. Quegli lo convinse ad accettare a patto e condizione che lo invitasse alle nozze e gli procurasse un coltello.

Gli diede il coltello, ma per una fatalità dimenticava di invitarlo alle nozze, se lo sconosciuto non gli compariva quasi per caso.

Questi gli stava sempre a fianco durante quella giornata festosa attento a tutto. Sguainò a un certo punto quel col­tello fiammante e tagliò un cappio che durante il banchetto scendeva dallalto per legare la gola allo sposo. Spa poi come un baleno dicendo: “Io sono quel tale che tu seppellisti per ca­rità mentre andavi ramingo”22.

 

 

Riferimenti bibliografici

 

1..Maria Carmen Locci, Studi sardi, volume XXIX (1990-1991), Edizioni Gallizzi, Sassari, 1991.

2. Ibidem, pag.40.

3.Ibidem pag.53.

4.Dizionario Angius-Casalis, La Sardegna paese per paese, La Biblioteca dell’Identità-L’Unione Sarda, Cagliari 2004. Pag.351.

5. Gian Luigi Mereu, Sito internet del Comune di Escalaplano

6. Flavio Cocco, Dati relativi alla storia dei paesi della diocesi dell’Ogliastra: Arzana, Barisardo, Baunei, Elini, Escalaplano, Esterzili, Gairo, Girasole, Ierzu, Tipografia TEA, Cagliari 1984., pag.128.

7. Ibidem, pag.128

8.La Grande enciclopedia della Sardegna, La Biblioteca della Nuova Sardegna, Sassari, 2007, pag.26.

9. Ibidem pag.26.

10. Dizionario Angius-Casalis, op. cit. pagg.149-151.

11. Gian Luigi Mereu, op. cit.

12.Flavio Cocco, op. cit. pagg.133-135.

13.Ibidem, pag136-137.

14.Ibidem, pag.137.

15.Ibidem, pag.148.

16.Ibidem, pag.148.

17.Francesco Cesare Casula, Dizionario storico sardo, Carlo delfino editore, Sassari, 2003, pag.716.

18.Ibidem, pagg.716-717.

19.Flavio Cocco, op. cit. pagg.148-149.

20.Ibidem, pag.149.

21. F. C. Casula, op. cit. pag.716.

22. Flavio Cocco, op. cit. pagg.154-155.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Presentazioneultima modifica: 2011-05-03T20:20:00+02:00da zicu1
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