Contro il mito del Risorgimento e di Garibaldi

 

L’Unità e la retorica patriottarda.

di Francesco Casula*

Il 6 Maggio prossimo ricorre il 150° anniversario della spedizione dei “Mille”. E c’è da scommettere che sulla Stampa ci sarà lo scatenamento della retorica patriottarda nella celebrazione di Garibaldi, salvo passare per filo borbonici e clericali. O leghisti. Gli è infatti che, storicamente, l’esule di Caprera, è sempre stato osannato, unanimisticamente: a destra come a sinistra e al centro. Così durante il ventennio fu santificato ed eletto come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu “fascista”. Alle elezioni politiche del ’48 la sua icona fu scelta come simbolo elettorale  del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni 80 fu esaltato da Spadolini e dunque divenne repubblicano. Craxi lo considerò “come il difensore della libertà e dell’emancipazione sociale” e divenne socialista. Fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare  democristiano. Ecco è proprio questo unanimismo, intorno al personaggio simbolo del Risorgimento che non convince. E’ questa intercambiabilità ideologica dei suoi “eroi” che rende sospetti. Ecco perché bisogna iniziare a fare le bucce al Risorgimento, iniziando a sottoporre a critica  rigorosa tutta la pubblicistica tradizionale. Per ristabilire, un po’ di verità storica occorrerebbe infatti, messa da parte l’agiografia patriottarda, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi: Bronte e Francavilla per esempio. Che non sono si badi bene, episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti dei picciotti, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia. Così le carceri di Franceschiello, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. E la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “traslocare” manu militari, il popolo meridionale, dai Borboni ai Piemontesi. Altro che liberazione!

*storico

(Pubblicato su Il Sardegna del 4-5-10)

 

 

 

 

 

 

 

 

Contro il mito del Risorgimento e di Garibaldiultima modifica: 2010-05-05T09:02:06+02:00da zicu1
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