Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730)

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Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730)

Sa Divina Magestad se ha dignado conceder el dominio de este Reyno de Sardeña al Rey Don Victor Amedeo. Così il viceré annunziando il regalo fatto dalla Quadruplice Alleanza ai Savoia. In tal modo, per un baratto di guerra, la Sardegna passava dalla Spagna ai Savoia e nello specifico a Vittorio Amedeo II, il primo duca che divenne re, prima per pochi anni di Sicilia e poi di Sardegna, grazie al Trattato di Londra (1718) firmato nel 1720 a l’Aia.

Divenne re di Sardegna ma non ci metterà piede: né lui né nessuno dei suoi successori fino al 1799 quando, a mala gana, sono costretti a lasciare Torino e il Piemonte e venire esuli a Cagliari, “cacciati” da Napoleone.

Scrive a questo proposito lo storico sardo Raimondo Carta Raspi: ”Certo, a noi pare paradossale che alla cerimonia che inaugurava il nuovo dominio, mancassero proprio gli elementi essenziali del regno: il re e i sudditi. La Sardegna era stata sempre sì un vicereame, pure il primo Parlamento era stato convocato e presieduto da Pietro IV d’Aragona, il secondo da Alfonso il Magnanimo. Come spiegare dunque l’assenza di Vittorio Amedeo, che appena innalzato alla dignità regale, faceva prendere possesso del regno da un viceré, senza neppure degnare di mostrarsi, non foss’altro ai suoi sudditi, anche se a loro non doveva il trono? Forse fu alterigia e insieme disprezzo verso i Sardi e la loro isola”1.

Quella stessa alterigia e disprezzo che mostreranno nei confronti dei Sardi, tutti i sovrani sabaudi.

I Savoia dunque per gentile concessione delle potenze vincitrici nella Guerra di successione spagnola, diventavano, per la prima volta nella loro storia, re e la Sardegna entra nell’orbita italica dopo essere stata dominata per più di 300 anni dalla Spagna.

In realtà i Savoia avrebbero preferito la Sicilia, che in un primo momento, dopo i Trattati di Utrecht e di Rastadt, era stata loro assegnata.

Scrive a questo proposito Giuseppe Mazzini:”Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza con la quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia”2.

Sulla stessa linea Giuseppi Dei Nur: ”Il principe savoiardo Amedeo II avrebbe preferito un trattamento migliore dai suoi alleati, ma questi sommessamente ma efficacemente, gli fecero probabilmente capire che sarebbe potuto rimanere con nulla in mano, mentre il nuovo possedimento gli avrebbe consentito di fregiarsi comunque del titolo di re, essendo quello un regno plurisecolare” 3.

Nasce anche dall’aver accettato quasi controvoglia il “regalo” delle potenze vincitrici, la politica di Vittorio Amedeo, tutta rivolta al Quieta non movere, al non innovare niente, rispetto al dominio spagnolo, conservando immutati i privilegi dei baroni e dunque il sistema feudale che prosperava sulla miseria delle popolazioni e segnatamente dei contadini dei villaggi.

Scrive Raimondo Carta Raspi: ”Piaga cancrenosa che affliggeva la Sardegna era il feudalesimo, ormai decaduto, che non prosperava sulla miseria delle popolazioni e tuttavia, pago di vivacchiare sui piccoli benefici e sui modesti proventi, paralizzava, infestante parassita, il naturale sviluppo e il progresso, soprattutto di quella che avrebbe dovuto essere la maggiore risorsa e ricchezza dell’isola, l’agricoltura. Anche il clero numeroso, ricco e privilegiato, gravava passivamente sull’economia del regno, accrescendo le ristrettezze delle popolazioni e intralciando l’opera del governo”4.

L’unica novità ebbe un segno negativo: Amedeo II tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.

Scrive Girolamo Sotgiu a proposito della stretta dipen­denza politica e burocratica imposta ai viceré dal sovrano, attraverso precise direttive: ”Le istruzioni non tracciavano un indirizzo generale di governo al quale attenersi negli affari dell’isola, ma fissavano, con minuziosa pedanteria, compiti e incombenze, che facevano del viceré un burocrate esecutore di ordini al quale veniva rigorosam­ente delimitata, per non dire vietata, la possibilità di un’autonoma ­iniziativa. Il viceré non aveva cioè una funzione politica da assolvere, ma compiti burocratici da espletare. Tutto il potere era concentrato a Torino e il viceré era un semplice missus dominici, al quale non era consentito di andare oltre disposizioni assai rigide. Perché la funzione viceregia fosse ulteriormente appiattita, le prerogative venivano diminuite rispetto a quelle dei viceré spagnoli, anche se, per prudenza, di questo fatto non era data pubblica cognizione”5.

Sia ben chiaro: “anche sotto il dominio spagnolo le direttive erano elaborate e decise a Madrid, in particolare dal Consiglio della Corona d’Aragona ma con il passaggio dell’Isola al Piemonte ancor più si governerà ogni cosa direttamente da Torino “con una concezione del governo dell’Isola che oggi non potremmo che definire di tipo coloniale”6.

L’avvento dei Piemontesi infatti – è ancora Sotgiu a scriverlo – “ alla classe dirigente locale si sovrapponeva un apparato di direzione politica e amministrativa estraneo sotto tutti i punti di vista, e per di più, malgrado il desiderio di procedere in modi diplomatici, deciso assai più di quello spagnolo, a comandare e imporre inesorabilmente la sua volontà”7.

Discriminando i Sardi, ad iniziare dalla questione degli impieghi, cioè dei diritto rivendicato dai nazionali ad accedere a tute le cariche del regno (tranne quella del viceré). E la discriminazione era tanto più grave e insopportabile perché si accompagnava ad atteggiamenti di aperto disprezzo nei confronti dei Sardi, delle loro tradizioni, dei loro costumi e della loro lingua: che verrà proibita e criminalizzata.

A ricordarcelo è Giuseppe Manno, storico ultra filo savoia: ”Alcuni de’ Piemontesi disprezzavano pubblicamente le usanze tramandate ai Sardi…per fino a impedire i matrimoni fra l’una e l’altra nazione”8.

Contestualmente alla centralizzazione del potere, per realizzare un regime forte e assolutista, capace di porre fine e superare le resistenze delle stesse classi privilegiate – nobili e clero, filo austriaci ma soprattutto, nella stragrande maggioranza, filo spagnole – si ricorse da una parte alla corruzione dall’altra al controllo poliziesco: la corrispondenza doveva essere consegnata alla segreteria viceregia così da poter essere in stato di riconoscere – si scrive in un Dispaccio di corte – “quelli che scrivono o a chi si scrive”.

Ma la repressione più dura inizia ad essere condotta nei confronti della opposizione popolare, come risulta abbondantemente dai documenti e dagli storici di quel periodo. In modo particolare la repressione sarà condotta con il pretesto e l’alibi della lotta al banditismo, visto come semplice fenomeno delinquenziale, da estirpare con le forche. A ciò avrebbe provveduto fra qualche anno il famigerato marchese di Rivarolo. Ma un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) pone per così dire, le premesse ideologiche e giustificazioniste della repressione violenta scrivendo che “la causa [del].male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli [sardi] poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” 9.

Anticipando così e preparando brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame e la paccottiglia sui Sardi con il dna delinquenziale con i vari Orano (i Nuoresi sono delinquenti nati) e Niceforo, secondo cui tutti i Sardi non solo i Nuoresi appartengono a una razza inferiore. Per arrivare agli anni 1960/70 quando su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti.

Per arrivare ai nostri giorni con il Procuratore di Cagliari, Roberto Saieva, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”.

Forse il Procuratore pensava di essere un nuovo viceré alla Doria del Maro, cui sostanzialmente si ispira.

Anche se il Maestro, per tutti, mi pare essere stato Cicerone, cui sono legati da un lunghissimo filo nero. Il grande oratore latino, nell’orazione Pro Scauro, aveva bollato i Sardi come naturalmente mastrucati latrunculi, inaffidabili e disonesti, in quanto africani (oggi diremmo negri), anzi formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi: “Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse?”(E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?).

Note bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 773.
  2. Giuseppe Mazzini, La Sardegna, Casa editrice Il Nuraghe, Cagliari, pagina 9.
  3. Giuseppi Dei Nur, Buongiorno Sardegna– Da dove veniamo, La Biblioteca dell’Identità-L’Unione Sarda, Cagliari 2013, pagina 141.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 775.
  5. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 25.
  6. Ibidem pagina 74.
  7. Ibidem pagina 76.
  8. Giuseppe Manno, Storia della Sardegna moderna dell’anno 1775 al 1799, Fratelli Favale, Torino, 1842, vol. I, pagine 257-258.
  9. ASC, Segreteria di stato ora in Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, op. cit. pagina 21.

Riflessione subra sa proposta de Sardos pro s’istòria Sarda in s’iscola

De historia loci (Istòria de su logu) – riflessione subra sa proposta de Sardos pro s’istòria Sarda in s’iscola (de Frantziscu Casula)

(Per leggere l’articolo in italiano cliccare sulla bandierina in alto e selezionare quella tricolore)

Premissa:
Cumpartu s’ispìritu e sa litera de sa proposta pretzedente de lege de s’Assòtziu Sardos. Tzertu, fàghet a dd’arrangiare e dd’assetiare, ma in in sustàntzia est de cumpartzire e, comente a tale, de ispartzinare e propònnere a su parri pùblicu, a is òrganos de comunicatzione, a is Partidos, a is Cussigeris regionales.
Cun sa riflessione chi sighit chèrgio isterrere unos cantos contenutos chi s’istùdiu e s’imparu de s’istòria “locale” – e duncas pro nois s’istòria sarda – cumportat, ma prus che totu is efetos e cunferentzias chi produent subra sa formatzione de is istudiantes giòvanos.
S’iscola italiana, a pesare dae calicuna timoriosa abertura, dae sèculos, respetu a s’istòria locale nutrit e mustrat dudas, riservas,e fatu fatu reselu berdaderu. De cue in sustàntzia, sa tudada, sa tzensura, s’istòrchida e, beni·mi·nde, sa trastocadura.
Ma no is s’iscola feti: in is òrganos de comunicatzione generales. Pro esempru m’ammento chi sa Biblioteca de su giornale fitianu Repùblica, in su 2006, at publicadu e ispartzinadu a milli de copias unu volùmene de 800 pàginas subra sa preistòria, in ue nuraghes e Sardigna non sunt mancu numenados siat puru pro errore.
Un’ocasione faddida pro sa cultura italiana chi puru pretendet – e cun barra puru – de dominare in s’ìsula.
E puru: illuinados dae s’eurotzentrismu, est craru ca ismèntigant chi cussa nuràgica at istadu sa tzivilidade prus manna de s’istòria de totu su Mediterràneu tzentru-otzidentale de is segundos milli annos antis de Gesùs.
A s’imbesse – ma est un’esempru feti – de sa Frantza in ue, prus che totu in segus a is posturas de significu de istòricos comente a Marc Bloch e a Lucien Febre cun sa bogada in su 1929 de is Annales e cun su pensamentu de Fernand Braudel, s’istoriografia prus abbista at propassadu su paradigma istoriogràficu chi narat ca “s’istòria generale feti est digna de èssere istudiada”. Propassende e refudende gasi s’istòria comente acontèssida militare manna e torrende a avalorare s’istòria de su logu, chi si ponet comente laboratòriu de s’idea istoriogràfica noa segundu chie non ddoe at una gerarchia de rilevàntzia tra istòria locale e istòria generale.
a. Valore identitàriu
S’Istòria est sa raighina de s’èssere nostru, de sa realidade colletiva e individuale, de s’identidade nostra. Perunu indivìduu podet bivere sena cussèntzia e connoschèntzia de s’identidade sua, de sa biografia sua, de is diferentes momentos chi ddu giughent a èssere capassu de torrare a costruere esperièntzia personale istòrica sua.
Unu filu pretzisu acàpiat su presente a su passadu nostru: su filu de s’identidade e de sa diversidade, comente indivìduos e comente colletividade-comunidade. Si no esseremus diferentes non diamus pòdere mancu allegare paris, nos acarare, connòschere: nois connoschimus in ite semus diferentes. Diamus àere, si nono, sa note iscurigosa de Hegel, in ue onni baca est niedda. Sa diversidade nos sarvat dae s’omologatzione-istandardizatzione. Craru siat: sa cussèntzia de èssere diferentes non escluit cussa de èssere e de bivere intro de un’universu prus ampru meda.
Sa cussèntzia de s’Identidade s’agatat finas comente cussèntzia colletiva e non feti comente cussèntzia individuale: a livellu de famìlia, sotziedade, comunidade, grupu. Su ligòngiu tra is membros de una comunidade sunt sa limba, sa religione, is valores, is cumportamentos chi sa comunidade matessi nd’at boddidu totu a longu de s’istòria. Su bisòngiu de pertenèntzia, s’aposentada, is raighinas, sa memòria istòrica rapresentant su tzimentu de s’identidade. Sa biografia personale si mesturat cun cussa colletiva, s’istòria locale cun cussa generale.
b. Valore connoschidore
Apo naradu agoa ca ddoe at istadu e galu ddoe at, respetu a s’istòria locale, un’atitùdine de reselu e de disintesa, una punna a bidere gerarchias: s’istòria generale prus alta, prus dignitosa de s’istòria locale e, duncas, s’istòria “natzionale” de prus importu de cussa “regionale”. Dae cue – pro esempru – is dudas conca a is ispecifitzidades e identidades ètnicas. Su refudu est tra àteras cosas frutu de faddinas disintesas alimentadas in parte manna dae s’imparu de s’istòria in s’iscola, resurtu de cuddu paradigma unitarista impostu a s’ora de s’Unidade de s’Itàlia, dae sa netzessidade bogada dae Azeglio in su Risorgimentu de “fàghere is italianos”, cosire sa bota, est de fatu un’unidade istudiada chi non teniat contu de sa colorida realidade culturale, istòrica e linguìstica. su paradigma unitarista naschiat in prus dae su mitu, dae su generalizare e dae su pagu incuru a su locale, a su diferente, a su particulare, a su lacanàrgiu.
In is annos ’30 – dd’apo giai atzinnadu – cun is Annales de is istòricos frantzesos e in manera particulare de Lucien Febre e de Marc Bloch antis e de Fernand Braudel pustis, est a nàrrere cun s’isperdida de s’eurotzentrismu istoriogràficu, chi poniat a in antis s’anàlisi de is fundamentas materiales de sa tzivilidade, fiant lòmpidos a concruire chi in sa chirca istoriogràfica, locale o universale, non faghiat a ddoe collocare gerarchias.
Gasi oe s’istòria de su logu at achiridu rolu istàbile de importu, si un’istòricu italianu mannu comente a Franco Catalano podet iscriere chi “s’istoriografia si nd’at liberadu dae is ideas sena fundamentu chi tzèlebrant s’istòria manna, gasi “s’istòria noa” in prus de nde isciusciare is cresuras istoriogràficas betzas, pro un’istòria aberta e sena barreras disciplinares, est in gradu de avalorare sa vida de is òmines in su tempus, ispriculende a totu campu: dae su magasinu a sa cobertura.
S’istòria in suma est comente a su porcu de is famìlias agro-pastorales de una borta: cando s’ochiet, non si nche iscabulat nudda, totu serbit, dae is origras a is ogros. Comente non si nche fùlliat nudda de su chi est òpera de is òmines: e s’istòria est comente a s’orcu de is contos, chi currit e andat a ue fragat nuscu de òmines.
In sìntesi, su valore connoschidore de s’istòria locale tocat a ddu chircare in sa possibilidade de interpretare is fenòmenos generales:
– Comente averiguada de su resurtu a livellu locale de su fenòmenu generale (pensamus pro esempru a is cunseguèntzias, a livellu sardu, de is polìticas econòmicas e fiscales de sa Dereta e de sa Manca istòrica o de su Fascismu).
-Comente reconnòschida de is efetos chi seberos e punnas chi partint dae su locale, dae giosso, induint e produint in is seberos de òrdine generale.
– Comente modellos de cumportamentu locale chi si generalizant.

c. Valore educativu
Sa connoschèntzia e sa cussèntzia de is raighinas etno-istòricas e linguìsticu-culturales nostras nos agiudant a propassare is cuntierras tra diversidades. A èssere su chi semus, cun is caraterìsticas particulares pròpias, est difatis cunditzione pro allegare cun is àteros, pro nos ponnere in relatziones. Sena connoschèntzia, cussèntzia e creschimentu sighidu de s’Identidade pròpia, de sa fisionomia ispetzìfica pròpia, ddoe at omologatzione feti, semper prus oe cun sa cultura de s’isperdìtziu, cun s’istandardizatzione de sa mercantzia e duncas de is gustos, cun sa globalizatzione chi punnat a molere totu e totus, pudende diferèntzias e particularidades.
Connòschere e pigare cussèntzia de is particularidades etno-istòricas e etno-linguisticas nostras non signìficat nen podet e nen depet significare a alabantzare in manera passiva su passadu nostru in tèrmines mitològicos e mancu etnotzentrismu o peus puru serrada conca a foras e/o a su diferente.

d. Valore didàticu
Si assignamus a s’istòria locale unu rolu, una tarea, unu valore formativu e educativu mannu, tocat a dda ponnere in is iscolas de ogni òrdine e gradu – de cue sa proposta de Lege de SARDOS – in pagas paràulas, a intro de is carreras iscolanas, non comente apicajone, comente elementu a una banda de trastigiare a pustis de sa letzione, ma de aunire cun s’istòria generale, de istudiare in parallelu, in manera sinòtica e cuntestuale.
Ma no est sufitziente a istudiare s’istòria locale: toca a dd’iscriere o mègius a dda torrare a iscriere, ca, a s’ispissu s’istòria sarda dd’ant iscrita àteros, is dominadores, is “Binchidores”, chi seguru – dae is Romanos a is Ispagnolos, dae is Piemontesos a is Italianos- aiant e ant, bisuras e interesse “àteros” – pro non nàrrere contràrios – respetu a is nostros, de Sardos.
A dd’iscriere partende dae is cunditziones sotziales, averiguende in logu, imperende ogni paperi a incumentzare dae is documentos, non iscritos feti ma dae totu cussu artzipèlagu de connoschèntzias chi “faeddant” in capas prus de is pabiros e de is documentos de is artzivos (paesàgiu agràriu, restos archeològicos, monumentos, nuraghes, putzos sacros, etz etz.)
Sena sa costrutzione noa de is elementos de prus significu de sa vida de sa gente comuna, s’istòria sighit a èssere istòria evenementiel, est a nàrrere istòria de is rees e de is imperadores, de Pabas e de Generales. E pro cussu in sustàntzia, imboligosa e isbisuriada.

SA DIE DE SA SARDIGNA

SA DIE DE SA SARDIGNA

di Francesco Casula

Per ricordare La cacciata dei Piemontesi è nata ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma io preferisco chiamarla “Festa nazionale dei Sardi” – con la legge n.44 del 14 Settembre 1993.

Con essa la Regione Autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo – dicevo – dell’insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei “Vespri sardi” che portarono all’espulsione da Cagliari e dall’Isola dei piemontesi e di altri forestieri (nizzardi e savoiardi) ligi alla corte sabauda ed espressione del potere e dell’arroganza, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.

Quanti?

Alcuni storici (Girolamo Sotgiu) dicono 514; altri (Luciano Carta) 600-620. Pochi?

Moltissimi, se si pensa che Cagliari alla fine del ‘700-inizio ‘800 contava 20 mila abitanti e dunque vi era un “burocrate” piemontese per meno di 40 cagliaritani!

-Precedenti, cause motivazioni della “Rivolta”

 

  1. Tentativo francese di occupare e conquistare la Sardegna.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour.

Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro.

Perché i francesi tentano di conquistare la Sardegna?

Motivazioni ideologiche (ovvero chiacchiere): esportare la rivoluzione e con essa i  principidell’89: Liberté, Égalité, Fraternité.

I motivi veri:

  1. ”approvvigionare con i suoi grani e il suo bestiame l’esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato” (Girolamo Sotgiu);
  2. “l’avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima, era stimato utilissimo”(Carlo Botta).

Evidentemente i francesi ritenevano inevitabile la guerra con l’Inghilterra – come di fatto avverrà – e dunque vogliono dotarsi di una bella base militare ad hoc.

Chi difenderà la Sardegna, respingendo i francesi?

Non l’esercito regolare dei re sabaudi ma i miliziani, i volontari sardi, sostenuti e finanziati dagli Stamenti: ovvero da nobili e clero ostili ai rivoluzionari francesi che consideravano demoni mangiapreti ma anche da democratici come Angioy o il Marchese di Flumini.

Hanno fatto bene i sardi a difendere la Sardegna?

E’ una questione storiografica aperta: il problema è però chiarire che i sardi più che difendere il regno dei sabaudi difendono la loro terra.

  1. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi  – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”.

Infatti – ricorda Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”.

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare, ).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

  1. La rivolta cagliaritana e la cacciata dei piemontesi

Ecco come lo storico sardo da Girolamo Sotgiu descrive il fatto:

“E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache «si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata». La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci­tare qualche preoccupazione fino a quando «sull’un’ora all’incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza» ad arrestare Vincenzo Cabras.

«Avvo­cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam­pace»2, , nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente.

I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.

L’arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l’inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.

Da qui l’accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, (almeno 2 mila, il 10% dell’intera popolazione cagliaritana) l’assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l’irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All’insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.

La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l’uno dall’altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.

Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L’assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l’uno sopra l’altro», i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.

Così, il 7 maggio 1794, 514 (secondo Girolamo Sotgiu) o 600-620 (secondo Luciano Carta) tra piemontesi savoiardi e niz­zardi furono costretti ad abbandonare l’isola, e, «divulgata per tutto il Regno l’espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu univer­sale l’approvazione»; ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l’esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Ca­gliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingom­bra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisi­tezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che «scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i mag­giori ministri», trasportando «al porto le loro masserizie con quelle del viceré». All’apparire di tanta «abbondanza di car­riaggi», si levò un solo grido:

Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipar­tono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre.

E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell’animo l’indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d’araldo, ferma­tevi, grida a quei furiosi:

quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? Ed esortati i carrettieri a muoversi, «la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l’onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio»9.

Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa:

Lasciateli andare – sembra che il Leccis abbia detto – che i sardi benché poveri non han bisogno della M… dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia .

Recensioni a Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Dopo quella di Pino Aprile ecco altre due belle e corpose recensioni del mio libro !CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”: di Enrico Lobina (Su “ll Fatto Quotidiano.it)

 e di Claudia Zuncheddu  (sul suo profilo facebook)

 ‘Carlo Felice e i tiranni sabaudi’, la Sardegna degli uomini con meno diritti degli altri

di Enrico Lobina | 5 aprile 2017

È già alla terza edizione il libro di Francesco Casula, Carlo Felice e i tiranni sabaudi: una casa editrice coraggiosa (Grafica del Parteolla edizioni) e uno studioso che ha dedicato la sua esistenza alla divulgazione e all’approfondimento di temi che i media e le istituzioni, guarda un po’, tengono nascosti. L’aspetto che rende il libro agile, di facile lettura e in alcune parti avvincente è che Casula fa parlare gli storici e i protagonisti di allora.

Il libro di Casula risponde a una domanda semplice: dopo che i Savoia ricevettero, controvoglia, la Sardegna nel 1720, e divennero re, come si comportarono verso quella importante parte del loro regno? La risposta al quesito è semplice, lineare, durissima: la Sardegna venne trattata come un territorio altro rispetto al Piemonte, abitato da uomini che avevano meno diritti rispetto agli altri, culturalmente e socialmente inferiori, i quali dovevano essere trattati in modo tale da mantenere questa inferiorità. Questo pensavano i tiranni sabaudi, e le loro modalità di governo, o meglio di spoliazione, sono la diretta conseguenza della visione ideologica appena tratteggiata.

Girolamo Sotgiu, probabilmente il più grande storico del periodo sabaudo in Sardegna, pur essendo un oppositore della “diversità” dei sardi rispetto agli italiani, non poté non constatare il carattere coloniale dei rapporti tra Piemonte e Sardegna. Di quei rapporti non sono colpevoli coloro che allora abitavano il Piemonte (per carità) bensì i governanti, cioè i Savoia e, successivamente, gran parte della classe dirigente post-1861.

Nel 2011, durante le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, si è persa l’occasione di riflettere criticamente sul Paese e sul processo di “unificazione”. Però si può sempre (ri)cominciare, anche in assenza di una ricorrenza. Se un turista, un italiano o uno straniero, viene in Sardegna, scoprirà che la strada più importante, la SS131, è la “Carlo Felice”. Carlo Felice, detto anche “Carlo feroce” è stato uno dei peggiori, più sanguinari e pigri vice-re di Sardegna.

Un amico studioso ama ripetere che è come se gli israeliani, nel 2200 dedicassero la loro strada più importante a un nazista, magari a Hitler in persona. Certo, questo sarebbe potuto succedere se i nazisti avessero vinto. Dato però che non è giusto che la storia la facciano i vincitori, le persone dotate di senno o almeno di amor proprio che abitano in Sardegna, perché non mettono mai in discussione la memoria che si reifica nei nomi delle strade e delle vie di Sardegna?

A Cagliari, nella piazza più frequentata, svetta la statua di Carlo Felice. Più di sei anni fa proposi, per molti provocatoriamente, di sostituirlo con Giovanni Maria Angioy, il quale “fu il capo […] del movimento anti-feudale sardo. Angioy fece proprie le rivendicazioni delle popolazioni della campagna vessate dai feudatari, e propugnò l’eliminazione delle arcaiche strutture di potere”. Da tempo, un movimento di opinione, che ha presentato anche una petizione, chiede che la statua venga spostata.

In questa fase storica, di disfacimento di un progetto politico (l’Italia), ragionare sulla sua storia secolare e i suoi governanti, ragionare sul suo carattere plurinazionale (l’Italia è insieme alla Francia uno dei paesi europei a non aver ratificato la Carta Europea delle Lingua Minoritarie), fa sicuramente bene ai popoli in cerca di una libertà che Roma non ha fornito, ma anche a Roma stessa.

Il libro di Francesco Casula, che rifiuta ogni razzismo anti-italiano, è un valido contributo per riscrivere veramente la storia, andando contro i tanti tradimenti dei presunti chierici.

“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di F. Casula

di Claudia Zuncheddu

Riscrivere la storia sarda dalla parte di chi ha subito le dominazioni coloniali è un dovere morale e storico dovuto al Popolo sardo.
Sardigna Libera ringrazia “Il Nostro Bar” di Burcei per la straordinaria ospitalità in occasione della presentazione del libro di Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, ed auspica che “Il Nostro Bar” continui nel suo porsi come luogo di aggregazione di giovani e di spazio culturale.
E’ stato un onore, per me, concorrere alla presentazione di questo libro di storia autentica, nel luogo delle mie radici: Burcei.
Francesco Casula, a cui mi lega un’amicizia da vecchia data, è tra i massimi intellettuali sardi, scrittore e storico, che ha dedicato e continua a dedicare parte della sua vita a riscrivere la nostra storia, in antitesi a quella scritta dai vincitori italiani, una storia faziosa e spesso falsa. Questo storico, in tutte le sue opere, ribadisce la necessità che il popolo sardo si riappropri della sua lingua e della sua storia.
Come in tutti i processi di colonizzazione nel mondo, anche a noi sardi hanno seppellito la nostra storia e hanno tagliato la nostra lingua sostituendola con la lingua del dominatore. Tutto ciò per farci dimenticare chi siamo e da dove veniamo. La perdita della memoria storica e della propria identità, rende i popoli più fragili e più controllabili. Da qui la necessità che la storia sarda venga riscritta e riacquisita, in primis, dalle nostre giovani generazioni, come motore propulsivo per il proprio futuro.
Noi sardi non possiamo più accettare che la nostra storia non venga studiata nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla civiltà pre-nuragica, così peculiare dei sardi, a quella della lunga era delle dominazioni coloniali. Queste “privazioni” sono servite allo Stato italiano per indebolirci e renderci più dominabili, per farci sentire italiani di serie z. Ma noi, con le nostre diversità culturali e storiche non possiamo essere italiani né imperfetti né perfetti. Noi siamo diversi, siamo sardi.
A proposito del dibattito in corso su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Casula, non è più sopportabile che le migliori piazze e le più belle strade dei nostri centri urbani, vengano intestate ai nostri carnefici, che la statua di Carlo Felice domini dalla Piazza Yenne tra la città medievale di Cagliari e il mare. Carlo Felice si vantava di aver impiccato più sardi in un anno che i vice-re degli ultimi 10 anni. Sicuramente l’autore del libro saprà dirci il numero e i nomi degli impiccati, che più che banditi erano patrioti e sardi resistenti all’omologazione e a divenire servi. Chi era Carlo Felice, chi erano i Savoia, ce lo racconta in modo meticoloso Francesco Casula nel suo libro.
Ritengo importante, come questo nostro storico scrive, riprendere il discorso sul colonialismo e sul concetto di “Sardegna colonia d’Italia”, ed oggi c’è pure da aggiungere, “colonia anche delle Multinazionali”.
Molti intellettuali sardi anche di ultima generazione (la mia), particolarmente legati all’ideologia della sinistra, tendono a non usare il termine “colonia”, per quanto concerne la Sardegna. Di fronte a fatti storici smaccatamente di stampo coloniale, di rapina economica e bellica, tendono a ribadire che non si può parlare di colonialismo, arrivando a disconoscere persino il Pensiero di un loro padre, Gerolamo Sotgiu, illustre cattedratico e storico. Sotgiu, nella sua opera Storia della Sardegna Sabauda, ribadisce con forza che tutti quei fenomeni economici, politici e culturali che hanno interessato la Sardegna sono fenomeni colonialistici.
Del resto l’intelligenza di questo storico e l’acutezza delle sue analisi non sono mai state fatte proprie dal PCI (il suo partito), poiché avrebbero dovuto mettere in discussione la natura dello Stato italiano da loro fortemente difeso tanto da rinnegare la stessa storia della nostra Isola, e bontà loro, interpretandola benevolmente come storia autonomista.
Nella cultura corrente “Sardegna colonia” è la sintesi, affrettata e riduttiva del Pensiero di Antoni Simon Mossa, teorico dell’indipendentismo moderno. Simon Mossa che parlava e scriveva ben 5 lingue oltre numerosi idiomi, vantava importanti relazioni internazionali, conosceva personalmente grandi leader come ad esempio Makarios a Cipro e Ben Bella in Algeria, personaggi che negli anni 50 diedero origine alle lotte di liberazione nazionale dei loro popoli, portandoli alla vittoria negli anni 60.
Simon Mossa, analizzando il rapporto economico e culturale esistente tra la società sarda e quella italiana del 900, li definisce rapporti di “Sudditanza coloniale” tendenti ad eliminare la “zenia” sarda.
E’ altrettanto interessante leggere il Pensiero di Giuseppe Mazzini e di Garibaldi, così detti padri fondatori dell’Italia ed entrambi finirono perseguitati dai Savoia (divenuti poi re d’Italia). Garibaldi esiliato a la Maddalena, pena l’arrestato qualora fosse uscito dall’isola e Mazzini muore sotto falso nome per non essere arrestato.
Secondo il loro Pensiero, la Sardegna era gravata da un dominio coloniale. Come ha riportato anche Francesco Casula nel suo libro “La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo (dai Savoia): sistematicamente negletta, poi calunniata, bisogna dirlo altamente” (Giuseppe Mazzini).
Nella storia del colonialismo in Sardegna, i Savoia si annoverano fra i più criminali. Francesco Casula, nell’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” riscrive una delle più tristi e autentiche pagine di storia sarda, riportando minuziosamente le fonti bibliografiche di riferimento.
Il dominio coloniale in Sardegna, passato da padrone a padrone nella nostra storia, oggi è passato da quello squisitamente italiano a quello delle multinazionali nell’era della globalizzazione mondiale. Per dircela tutta e per fare in fretta, siamo passati dagli anni 60 e 70 ad oggi dal dominio dei Moratti e dei Rovelli (con il Petrolchimico) e con i gruppi legati alle partecipate dello Stato (di cui la distruzione di Ottana ne è simbolo), dal dominio dell’Aga Khan e del così detto boom del turismo con Alisarda e Meridiana, al dominio del Qatar con Qatar air ways e Mater Olbia nella Sanità. Un nuovo dominio coloniale, che nell’era della globalizzazione delle multinazionali possiamo chiamare colonialismo 2.0.
L’opera di Francesco Casula è da proporre ai nostri giovani, alle nostre scuole e all’attenzione di tutti i sardi che voglio conoscere la vera storia della Sardegna e “risvegliare” le proprie coscienze.

Nota informativa sul libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

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di Francesco Casula

(Editore Grafica del Parteolla, Dolianova, 2016, Euro 16, pagine 224)

Il libro  documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

La loro politica, con le funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della Sardegna sabauda, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy), ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più che mai presente. Con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Giovanni Maria Angioy

Ricordando Giovanni Maria Angioy nel 209° Anniversario della sua morte

di Francesco Casula

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. La figura di Giovanni Maria Angioy

La sua figura – scrive lo storico sassarese Federico Francioni (1)- nella storia del suo tempo è stata a lungo oggetto di controversie, a volte di esaltazioni, a volte di accuse, spesso condizionate da un dibattito politico contingente, che prendevano particolarmente di mira sue indecisioni e «doppiezze».

Oggi invece è necessario cercare di capire nel profondo le ragioni dei dubbi ed anche delle ambiguità che, ad un primo esame, sembrano le fasi e le caratteristiche piú

marcate della biografia angioyna. Ma è indispensabile, prima di tutto, indagare sulle origini delle lotte antifeudali con le quali giunsero a maturazione istanze comuni sia

al mondo delle campagne che ai gruppi della nascente borghesia isolana. È essenziale, inoltre, non perdere di vista il quadro in cui vanno collocati gli avvenimenti

sardi: il drammatico scenario dominato dal crollo dell’ancien régime, dalle attese quasi messianiche di emancipazione delle masse rurali, dall’azione di élites

audaci ed intransigenti e dagli «alberi della libertà».

Solo così sarà possibile rimettere in discussione stereotipi – in larga parte ancora vigenti – su una Sardegna tagliata fuori, sempre e comunque, da tutte le grandi correnti

rivoluzionarie, politiche, culturali ed intellettuali dell’Europa moderna.

2. Angioy coltivatore ed imprenditore, professore di diritto canonico, giudice della Reale Udienza.

La vita dell’Angioy non è solo una traccia, un frammento, nella storia sotterranea delle longues durées e dei processi di trasformazione che hanno attraversato la società

sarda. La sua vicenda politica ed umana assume infatti un valore emblematico perché riflette la parabola di un’intera generazione di sardi, vissuta fra le realizzazioni

del «riformismo» sabaudo, un decennio di sconvolgimenti rivoluzionari e la spietata restaurazione dei primi anni dell’Ottocento. In quel contesto si inserisce anche

l’attività di Angioy, nato a Bono il 21 ottobre 1751, dopo aver studiato a Sassari nel Collegio Campoleno ed essersi addottorato in Legge, nel 1773 a Cagliari inizia la

pratica forense.

Imprenditore agrario e manifatturiero oltre che professore di diritto canonico, è un alto funzionario dello Stato (fra l’altro giudice della Reale Udienza) colto ed efficiente,

oltre che intellettuale aperto agli stimoli e agli influssi dei “lumi” e delle riforme.

Come giudice della Reale Udienza fa parte della Giunta stamentaria costituita di due membri di ciascuno dei bracci parlamentari. Pur rimanendo nell’ombra negli anni delle

sommosse cittadine e dei moti antipiemontesi, – anche se il Manno, cercando di metterlo in cattiva luce, insinua che egli tramasse dietro le quinte anche in quelle circostanze e

dunque fosse coinvolto nella cacciata dei piemontesi- secondo molti storici sardi – ad iniziare dal Sulis – si affermerebbe come il capo più autorevole del Partito democratico

e come l’esponente più importante di un gruppo di intellettuali largamente influenzato dall’illuminismo e dal Giacobinismo: fra i più importanti Gioachino Mundula, Gavino

Fadda, Gaspare Sini, il rettore di Semestene Francesco Muroni con il fratello speziale Salvatore, il rettore di Florinas Gavino Sechi Bologna e altri.

3. Angioy e i moti del 1795.

I moti del 1795 – scrive ancora Francioni – a differenza di quelli del 1793, che in genere erano stati guidati da gruppi interni ai villaggi, sono preceduti da un’intensa

attività di propaganda non solo antifeudale ma anche politica. Infatti insieme alle ribellioni nelle campagne si darà vita ai cosiddetti “strumenti di unione” ovvero a

“patti” fra ville e paesi – per esempio fra Chiesi, Bessude, Brutta e Cheremule il 24 novembre 1795 e in seguito fra Bonorva, Semestene e Rebeccu nel Sassarese. In essi

le persone giuravano di “non riconoscere più alcun feudatario”.

Lo sbocco di questo ampio movimento – autenticamente rivoluzionario e sociale perchè metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne

– fu l’assedio di Sassari – scrivono gli storici Lorenzo e Vittoria Del Piano (2). Con cui si costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. I capi,

il giovane notaio cagliaritano Francesco Cilocco e Gioachino Mundula arrestarono il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre mentre i feudatari erano riusciti a

fuggire in tempo rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi.

Dentro questo corposo movimento antifeudale, di riscatto economico, sociale e persino culturale-giuridico dei contadini e delle campagne si inserisce il ”rivoluzionario”

Giovanni Maria Angioy.

4. Angioy “Alternos”.

Mentre nel capo di sopra divampa l’incendio antifeudale, con le agitazioni che continuano e si diffondono in paesi e ville del Sassarese, gli Stamenti propongono al

viceré Vivalda di nominare l’Angioy alternos con poteri civili, militari e giudiziari pari a quelli del viceré. Il canonico Sisternes si sarebbe poi vantato di aver proposto

il nome dell’Angioy per allontanarlo da Cagliari e indebolire il suo partito. Certo è che il suo nome venne fatto perché persona saggia e perché solo lui, grazie al potere

e al prestigio che disponeva nonché alla competenza in materia di diritto feudale ma anche perché originario della Sardegna settentrionale, avrebbe potuto ristabilire

l’ordine nel Logudoro.

L’intellettuale di Bono accettò, ritenendo che con quel ruolo avrebbe rafforzato le proprie posizioni ma anche quelle della sua parte politica incentrate sicuramente nella

abolizione del feudalesimo in primis. Il viaggio a Sassari fu un vero e proprio trionfo: seguaci armati ed entusiasti si unirono con lui nel corso del viaggio, vedendolo come

il liberatore dall’oppressione feudale. E giustamente. Anche perché riuscì a comporre conflitti e agitazioni, a riconciliare molti personaggi, a liberare detenuti che giacevano

– scrive Vittorio Angius “in sotterranee oscure fetentissime carceri”.

5. L’Angioy a Sassari

Accolto a Sassari dal popolo festante ed entusiasta – persino i monsignori lo ricevettero nel Duomo al canto del Te Deum di ringraziamento – in breve tempo riordinò

l’amministrazione della giustizia e della cosa pubblica, creò un’efficiente polizia urbana e diede dunque più sicurezza alla città, predispose lavori di pubblica utilità

creando lavoro per molti disoccupati, si fece mandare da Cagliari il grano che era stato inutilmente richiesto quando più vivo era il contrasto fra le due città: per questa

sua opera ottenne una vastissima popolarità. Nel frattempo i vassalli, impazienti nel sospirare la liberazione dalla schiavitù feudale (ovvero“de si bogare sa cadena da-e

su tuiu” come diceva il rettore Murroni, amico e sostenitore di Angioy) e di ottenere il riscatto dei feudi, proseguirono nella stipulazione dei patti dell’anno precedente:

il 17 marzo 1796 ben 40 villaggi del capo settentrionale, confederandosi, giuravano solennemente di non riconoscere più né voler dipendere dai baroni. Angioy non poteva

non essere d’accordo con loro e li riconobbe: in una lettera spedita il 9 giugno 1796 al viceré da Oristano, nella sfortunata marcia su Cagliari che tra poco intraprenderà,

cercò di giustificare l’azione degli abitanti delle ville e dei paesi riconoscendo la drammaticità dell’oppressione feudale che non era possibile più contenere e gestire e

assurdo e controproducente cercare di reprimere.

Non faceva però i conti con la controparte: i baroni. Che tutto voleva fuorché l’abolizione dei feudi: ad iniziare dal viceré. Tanto che i suoi nemici organizzarono

durante la sua stessa permanenza a Sassari una congiura, scoperta ad aprile. Si decise perciò di “impressionare gli stamenti con una dimostrazione di forza, che facesse loro

comprendere come il moto antifeudale era seguito da tutta la popolazione e che era ormai inarrestabile” (3). Lasciò dunque Sassari e si diresse a Cagliari.

6. L’Angioy e la marcia verso Cagliari, la sua fine e la fine di un sogno…

Il 2 Giugno 1896 l’Alternos si dirige verso Cagliari, accompagnato da gran seguito di dragoni, amici e miliziani: nel Logudoro si ripetono le scene di consenso entusiastico

dell’anno precedente. A Semestene però ebbe una comunicazione da Bosa circa i preparativi che erano in atto per fronteggiare ogni sua mossa e a San Leonardo, “fatta

sequestrare la posta diretta a Sassari, ebbe conferma delle misure che venivano prese contro di lui(4). Difatti a Macomer popolani armati, sobillati pare da ricchi proprietari,

cercarono di impedirgli il passaggio, sicchè egli dovette entrare con la forza. Poiché anche Bortigali gli si mostrava ostile, si diresse verso Santu Lussurgiu e l’8 giugno

giunse in vista di Oristano.

Nella capitale la notizia che un esercito si avvicinava spaventò il viceré che radunò gli Stamenti. Tutti furono contro l’Angioy: anche quelli che erano stati suoi partigiani

come il Pintor, il Cabras, il Sulis. Ahimè ritornati subito sotto le grandi ali del potere in cambio di prebende e uffici. Sardi ancora una volta pocos, locos y male unidos:

l’antica maledizione della divisione pesa ancora su di loro. Questa volta per qualche piatto di lenticchie.

Così il generoso tentativo dell’Angioy si scontra con gli interessi di pochi: fu rimosso dalla carica di Alternos, si posero 1.500 lire di taglia sulla sua testa e da leader

prestigioso e carismatico, impegnato nella lotta antifeudale, per i diritti dei popoli e, in prospettiva nella costruzione in uno stato sardo repubblicano, divenne un volgare

“ricercato”.

Occorre infatti dire e sostenere con chiarezza che l’Angioy aveva in testa – come risulta dal suo Memoriale (5)- non solo la pura e semplice abolizione del feudalesimo

ma una nuova prospettiva istituzionale: la trasformazione dell’antico Parlamento in

Assemblea Costituente e uno stato sardo indipendente che “doveva comporsi di quattro

dipartimenti (Sassari, Oristano, Cagliari e Orani) suddivisi a loro volta in cantoni

ricalcanti le micro-regioni storiche dell’Isola(6).

Riferimenti bibliografici

1. Federico Francioni, Giommaria Angioy nella storia del suo tempo, Editore Della Torre, Cagliari 1985

2. Lorenzo e Vittoria Del Piano, Giovanni Maria Angioy e il periodo rivoluzionario 1793-1812,Edizioni C. R, Quartu, 2000

3. Natale Sanna op. cit.

4. Lorenzo e Vittoria Del Piano op. cit.

5. II testo integrale in francese del memoriale angioiano, con il titolo Mémoire sur la Sardaigne, si trova in La Sardegna di Carlo Felice e il problema della terra, a cura di C. Sole, Cagliari, 1967, sp. pp. 181-182. Di esso aveva già fornito un sunto J. F. Mimaut, Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne et moderne considérée dans ses loìs, sa topographìe, ses productìons et sa moeurs, t. II, Paris, 1825, pp. 248-253. Tradotto in italiano si può leggere in A. Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti, Sassari, 1925 (v. sp. p. 80).

6. Antonello Mattone, Le radici dell’autonomia. Civiltà locale ed istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in La Sardegna cit., 2, pp. 19-20; vedi, anche La Sardegna di Carlo Felice cit., pp. 194-196; C. Ghisalberti, Le costituzioni «giacobine» 1796-1799, Milano, 1973.