SA DIE DE SA SARDIGNA

SA DIE DE SA SARDIGNA

di Francesco Casula

Per ricordare La cacciata dei Piemontesi è nata ”Sa Die, giornata del popolo sardo” – ma io preferisco chiamarla “Festa nazionale dei Sardi” – con la legge n.44 del 14 Settembre 1993.

Con essa la Regione Autonoma della Sardegna ha voluto istituire una giornata del popolo sardo, da celebrarsi il 28 Aprile di ogni anno, in ricordo – dicevo – dell’insurrezione popolare del 28 Aprile del 1794, ovvero dei “Vespri sardi” che portarono all’espulsione da Cagliari e dall’Isola dei piemontesi e di altri forestieri (nizzardi e savoiardi) ligi alla corte sabauda ed espressione del potere e dell’arroganza, compreso lo stesso inviso Viceré Balbiano.

Quanti?

Alcuni storici (Girolamo Sotgiu) dicono 514; altri (Luciano Carta) 600-620. Pochi?

Moltissimi, se si pensa che Cagliari alla fine del ‘700-inizio ‘800 contava 20 mila abitanti e dunque vi era un “burocrate” piemontese per meno di 40 cagliaritani!

-Precedenti, cause motivazioni della “Rivolta”

 

  1. Tentativo francese di occupare e conquistare la Sardegna.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour.

Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro.

Perché i francesi tentano di conquistare la Sardegna?

Motivazioni ideologiche (ovvero chiacchiere): esportare la rivoluzione e con essa i  principidell’89: Liberté, Égalité, Fraternité.

I motivi veri:

  1. ”approvvigionare con i suoi grani e il suo bestiame l’esercito e impinguare le casse dello stato che la guerra e la rivoluzione avevano ormai svuotato” (Girolamo Sotgiu);
  2. “l’avere un rifugio nei porti di Sardegna nel caso di guerra marittima, era stimato utilissimo”(Carlo Botta).

Evidentemente i francesi ritenevano inevitabile la guerra con l’Inghilterra – come di fatto avverrà – e dunque vogliono dotarsi di una bella base militare ad hoc.

Chi difenderà la Sardegna, respingendo i francesi?

Non l’esercito regolare dei re sabaudi ma i miliziani, i volontari sardi, sostenuti e finanziati dagli Stamenti: ovvero da nobili e clero ostili ai rivoluzionari francesi che consideravano demoni mangiapreti ma anche da democratici come Angioy o il Marchese di Flumini.

Hanno fatto bene i sardi a difendere la Sardegna?

E’ una questione storiografica aperta: il problema è però chiarire che i sardi più che difendere il regno dei sabaudi difendono la loro terra.

  1. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi  – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”.

Infatti – ricorda Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”.

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare, ).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

  1. La rivolta cagliaritana e la cacciata dei piemontesi

Ecco come lo storico sardo da Girolamo Sotgiu descrive il fatto:

“E fu così che il 28 Aprile 1794, come narrano le cronache «si videro i soldati del reggimento svizzero Smith vestiti in parata». La cosa passò inosservata perché si pensò che si trattasse di esercitazioni militari. Ma “sull’ora del mezzogiorno furono rinforzati i corpi di guardia a tutte le porte, tanto del Castello, come della Marina », e questo fatto cominciò a susci­tare qualche preoccupazione fino a quando «sull’un’ora all’incirca, quando la maggior parte del popolo è ritirata a casa e a pranzo, fu spedito un numeroso picchetto di soldati comandato da un Capitano Tenente e tamburo battente con due Aiutanti ed il Maggiore della piazza» ad arrestare Vincenzo Cabras.

«Avvo­cato dei più accreditati e ben imparentato nel sobborgo di Stam­pace»2, , nonché il genero avv. Bernardo Pintor e il fratello Efisio Luigi Pintor, che poté sfuggire alla cattura perché assente.

I due arrestati furono condotti alla torre di S. Pancrazio e furono subito chiuse tutte le porte, mentre già il popolo si radunava tumultuando.

L’arresto di uomini noti anche per la partecipazione attiva alla vita pubblica apparve subito quello che probabilmente doveva essere: l’inizio, cioè, di una rappresaglia più massiccia.

Da qui l’accorrere tumultuoso di centinaia, migliaia di persone, (almeno 2 mila, il 10% dell’intera popolazione cagliaritana) l’assalto alle porte, che furono bruciate o divelte, l’irruzione nei corpi di guardia, il disarmo dei soldati, la conquista del bastione e delle batterie dei cannoni. Tutto questo nel rione di Stampace, dove si erano verificati gli arresti. All’insorgere di Stampace seguì in rapida successione la sollevazione dei borghi di Villanova e della Marina.

La folla, superata la resistenza dei soldati, aprì le porte che tenevano divisi i sobborghi l’uno dall’altro che la massa del popolo unita poté rivolgersi alle porte del Castello.

Negli scontri rimasero uccisi alcuni popolani e alcuni soldati. L’assalto al Castello, dove il viceré voleva organizzare una più efficace resistenza, avvenne subito dopo. Bruciata la porta, lunghe scale appoggiate alle muraglie, «facendo scala delle loro spalle l’uno sopra l’altro», i dimostranti riuscirono a entrare nei locali dove erano ammassate le truppe a difesa del viceré e del suo quartier generale.

Così, il 7 maggio 1794, 514 (secondo Girolamo Sotgiu) o 600-620 (secondo Luciano Carta) tra piemontesi savoiardi e niz­zardi furono costretti ad abbandonare l’isola, e, «divulgata per tutto il Regno l’espulsione da Cagliari dei Piemontesi, fu univer­sale l’approvazione»; ad Alghero fu fatta la stessa cosa e, dopo qualche resistenza, anche Sassari seguì l’esempio della capitale. Né mancò, nel giorno drammatico dello scommiato da Ca­gliari, anche il grande gesto da tramandare alla storia: «La piazza che dalla porta di Villanova mette nel Castello era ingom­bra di popolani della classe più umile. Erano carrettaj, facchini, beccai, ortolani ed altri di simil fatta, gente poco ausata a squisi­tezza di tratti», quando la piazza fu attraversata dai carri che «scendevano dal Castello nel quale aveano avuto stanza i mag­giori ministri», trasportando «al porto le loro masserizie con quelle del viceré». All’apparire di tanta «abbondanza di car­riaggi», si levò un solo grido:

Ecco le ricchezze sarde trasformate in ricchezza straniera: non giungeano qui con tanto peso di bagagli o con questa dovizia di guarnimenti: assottigliati ci veniano e scarsi quelli che oggi si dipar­tono con fortuna così voluminosa. Buoni noi e peggio che buoni, se lasciamo che abbiano il bando con questi stranieri anche le robe che erano nostre.

E il passare dalle parole ai fatti sarebbe stato inevitabile, se un beccaio, Francesco Leccis, sentita nell’animo l’indegnità del tratto, sale sopra una panca, e brandendo in mano il coltellaccio del suo mestiere quale scettro d’araldo, ferma­tevi, grida a quei furiosi:

quale viltà per voi, quale onta a tutti noi! Non si dirà più che la Sardegna ha bandito gli stranieri per insofferenza di dominio, si dirà che si è sollevata per ingordigia di preda. La Nazione volea cacciarli e voi li spogliate? Ed esortati i carrettieri a muoversi, «la folla si bipartiva, e le voci erano chete, e l’onore di quella critica giornata era salvata da un beccaio»9.

Meno aulicamente del Manno, il padre Napoli racconta la stessa cosa:

Lasciateli andare – sembra che il Leccis abbia detto – che i sardi benché poveri non han bisogno della M… dei Piemontesi, parole che colpirono in modo lo spirito di quelle plebaglie, che subito risposero nel loro linguaggio: aicci narras tui? chi si fassada, cioè: così dici tu? che si faccia .

Recensioni a Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Dopo quella di Pino Aprile ecco altre due belle e corpose recensioni del mio libro !CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”: di Enrico Lobina (Su “ll Fatto Quotidiano.it)

 e di Claudia Zuncheddu  (sul suo profilo facebook)

 ‘Carlo Felice e i tiranni sabaudi’, la Sardegna degli uomini con meno diritti degli altri

di Enrico Lobina | 5 aprile 2017

È già alla terza edizione il libro di Francesco Casula, Carlo Felice e i tiranni sabaudi: una casa editrice coraggiosa (Grafica del Parteolla edizioni) e uno studioso che ha dedicato la sua esistenza alla divulgazione e all’approfondimento di temi che i media e le istituzioni, guarda un po’, tengono nascosti. L’aspetto che rende il libro agile, di facile lettura e in alcune parti avvincente è che Casula fa parlare gli storici e i protagonisti di allora.

Il libro di Casula risponde a una domanda semplice: dopo che i Savoia ricevettero, controvoglia, la Sardegna nel 1720, e divennero re, come si comportarono verso quella importante parte del loro regno? La risposta al quesito è semplice, lineare, durissima: la Sardegna venne trattata come un territorio altro rispetto al Piemonte, abitato da uomini che avevano meno diritti rispetto agli altri, culturalmente e socialmente inferiori, i quali dovevano essere trattati in modo tale da mantenere questa inferiorità. Questo pensavano i tiranni sabaudi, e le loro modalità di governo, o meglio di spoliazione, sono la diretta conseguenza della visione ideologica appena tratteggiata.

Girolamo Sotgiu, probabilmente il più grande storico del periodo sabaudo in Sardegna, pur essendo un oppositore della “diversità” dei sardi rispetto agli italiani, non poté non constatare il carattere coloniale dei rapporti tra Piemonte e Sardegna. Di quei rapporti non sono colpevoli coloro che allora abitavano il Piemonte (per carità) bensì i governanti, cioè i Savoia e, successivamente, gran parte della classe dirigente post-1861.

Nel 2011, durante le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, si è persa l’occasione di riflettere criticamente sul Paese e sul processo di “unificazione”. Però si può sempre (ri)cominciare, anche in assenza di una ricorrenza. Se un turista, un italiano o uno straniero, viene in Sardegna, scoprirà che la strada più importante, la SS131, è la “Carlo Felice”. Carlo Felice, detto anche “Carlo feroce” è stato uno dei peggiori, più sanguinari e pigri vice-re di Sardegna.

Un amico studioso ama ripetere che è come se gli israeliani, nel 2200 dedicassero la loro strada più importante a un nazista, magari a Hitler in persona. Certo, questo sarebbe potuto succedere se i nazisti avessero vinto. Dato però che non è giusto che la storia la facciano i vincitori, le persone dotate di senno o almeno di amor proprio che abitano in Sardegna, perché non mettono mai in discussione la memoria che si reifica nei nomi delle strade e delle vie di Sardegna?

A Cagliari, nella piazza più frequentata, svetta la statua di Carlo Felice. Più di sei anni fa proposi, per molti provocatoriamente, di sostituirlo con Giovanni Maria Angioy, il quale “fu il capo […] del movimento anti-feudale sardo. Angioy fece proprie le rivendicazioni delle popolazioni della campagna vessate dai feudatari, e propugnò l’eliminazione delle arcaiche strutture di potere”. Da tempo, un movimento di opinione, che ha presentato anche una petizione, chiede che la statua venga spostata.

In questa fase storica, di disfacimento di un progetto politico (l’Italia), ragionare sulla sua storia secolare e i suoi governanti, ragionare sul suo carattere plurinazionale (l’Italia è insieme alla Francia uno dei paesi europei a non aver ratificato la Carta Europea delle Lingua Minoritarie), fa sicuramente bene ai popoli in cerca di una libertà che Roma non ha fornito, ma anche a Roma stessa.

Il libro di Francesco Casula, che rifiuta ogni razzismo anti-italiano, è un valido contributo per riscrivere veramente la storia, andando contro i tanti tradimenti dei presunti chierici.

“Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di F. Casula

di Claudia Zuncheddu

Riscrivere la storia sarda dalla parte di chi ha subito le dominazioni coloniali è un dovere morale e storico dovuto al Popolo sardo.
Sardigna Libera ringrazia “Il Nostro Bar” di Burcei per la straordinaria ospitalità in occasione della presentazione del libro di Francesco Casula “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”, ed auspica che “Il Nostro Bar” continui nel suo porsi come luogo di aggregazione di giovani e di spazio culturale.
E’ stato un onore, per me, concorrere alla presentazione di questo libro di storia autentica, nel luogo delle mie radici: Burcei.
Francesco Casula, a cui mi lega un’amicizia da vecchia data, è tra i massimi intellettuali sardi, scrittore e storico, che ha dedicato e continua a dedicare parte della sua vita a riscrivere la nostra storia, in antitesi a quella scritta dai vincitori italiani, una storia faziosa e spesso falsa. Questo storico, in tutte le sue opere, ribadisce la necessità che il popolo sardo si riappropri della sua lingua e della sua storia.
Come in tutti i processi di colonizzazione nel mondo, anche a noi sardi hanno seppellito la nostra storia e hanno tagliato la nostra lingua sostituendola con la lingua del dominatore. Tutto ciò per farci dimenticare chi siamo e da dove veniamo. La perdita della memoria storica e della propria identità, rende i popoli più fragili e più controllabili. Da qui la necessità che la storia sarda venga riscritta e riacquisita, in primis, dalle nostre giovani generazioni, come motore propulsivo per il proprio futuro.
Noi sardi non possiamo più accettare che la nostra storia non venga studiata nelle scuole di ogni ordine e grado, dalla civiltà pre-nuragica, così peculiare dei sardi, a quella della lunga era delle dominazioni coloniali. Queste “privazioni” sono servite allo Stato italiano per indebolirci e renderci più dominabili, per farci sentire italiani di serie z. Ma noi, con le nostre diversità culturali e storiche non possiamo essere italiani né imperfetti né perfetti. Noi siamo diversi, siamo sardi.
A proposito del dibattito in corso su “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Casula, non è più sopportabile che le migliori piazze e le più belle strade dei nostri centri urbani, vengano intestate ai nostri carnefici, che la statua di Carlo Felice domini dalla Piazza Yenne tra la città medievale di Cagliari e il mare. Carlo Felice si vantava di aver impiccato più sardi in un anno che i vice-re degli ultimi 10 anni. Sicuramente l’autore del libro saprà dirci il numero e i nomi degli impiccati, che più che banditi erano patrioti e sardi resistenti all’omologazione e a divenire servi. Chi era Carlo Felice, chi erano i Savoia, ce lo racconta in modo meticoloso Francesco Casula nel suo libro.
Ritengo importante, come questo nostro storico scrive, riprendere il discorso sul colonialismo e sul concetto di “Sardegna colonia d’Italia”, ed oggi c’è pure da aggiungere, “colonia anche delle Multinazionali”.
Molti intellettuali sardi anche di ultima generazione (la mia), particolarmente legati all’ideologia della sinistra, tendono a non usare il termine “colonia”, per quanto concerne la Sardegna. Di fronte a fatti storici smaccatamente di stampo coloniale, di rapina economica e bellica, tendono a ribadire che non si può parlare di colonialismo, arrivando a disconoscere persino il Pensiero di un loro padre, Gerolamo Sotgiu, illustre cattedratico e storico. Sotgiu, nella sua opera Storia della Sardegna Sabauda, ribadisce con forza che tutti quei fenomeni economici, politici e culturali che hanno interessato la Sardegna sono fenomeni colonialistici.
Del resto l’intelligenza di questo storico e l’acutezza delle sue analisi non sono mai state fatte proprie dal PCI (il suo partito), poiché avrebbero dovuto mettere in discussione la natura dello Stato italiano da loro fortemente difeso tanto da rinnegare la stessa storia della nostra Isola, e bontà loro, interpretandola benevolmente come storia autonomista.
Nella cultura corrente “Sardegna colonia” è la sintesi, affrettata e riduttiva del Pensiero di Antoni Simon Mossa, teorico dell’indipendentismo moderno. Simon Mossa che parlava e scriveva ben 5 lingue oltre numerosi idiomi, vantava importanti relazioni internazionali, conosceva personalmente grandi leader come ad esempio Makarios a Cipro e Ben Bella in Algeria, personaggi che negli anni 50 diedero origine alle lotte di liberazione nazionale dei loro popoli, portandoli alla vittoria negli anni 60.
Simon Mossa, analizzando il rapporto economico e culturale esistente tra la società sarda e quella italiana del 900, li definisce rapporti di “Sudditanza coloniale” tendenti ad eliminare la “zenia” sarda.
E’ altrettanto interessante leggere il Pensiero di Giuseppe Mazzini e di Garibaldi, così detti padri fondatori dell’Italia ed entrambi finirono perseguitati dai Savoia (divenuti poi re d’Italia). Garibaldi esiliato a la Maddalena, pena l’arrestato qualora fosse uscito dall’isola e Mazzini muore sotto falso nome per non essere arrestato.
Secondo il loro Pensiero, la Sardegna era gravata da un dominio coloniale. Come ha riportato anche Francesco Casula nel suo libro “La Sardegna fu sempre trattata con modi indegni dal Governo sardo (dai Savoia): sistematicamente negletta, poi calunniata, bisogna dirlo altamente” (Giuseppe Mazzini).
Nella storia del colonialismo in Sardegna, i Savoia si annoverano fra i più criminali. Francesco Casula, nell’opera “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” riscrive una delle più tristi e autentiche pagine di storia sarda, riportando minuziosamente le fonti bibliografiche di riferimento.
Il dominio coloniale in Sardegna, passato da padrone a padrone nella nostra storia, oggi è passato da quello squisitamente italiano a quello delle multinazionali nell’era della globalizzazione mondiale. Per dircela tutta e per fare in fretta, siamo passati dagli anni 60 e 70 ad oggi dal dominio dei Moratti e dei Rovelli (con il Petrolchimico) e con i gruppi legati alle partecipate dello Stato (di cui la distruzione di Ottana ne è simbolo), dal dominio dell’Aga Khan e del così detto boom del turismo con Alisarda e Meridiana, al dominio del Qatar con Qatar air ways e Mater Olbia nella Sanità. Un nuovo dominio coloniale, che nell’era della globalizzazione delle multinazionali possiamo chiamare colonialismo 2.0.
L’opera di Francesco Casula è da proporre ai nostri giovani, alle nostre scuole e all’attenzione di tutti i sardi che voglio conoscere la vera storia della Sardegna e “risvegliare” le proprie coscienze.

Nota informativa sul libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi”

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di Francesco Casula

(Editore Grafica del Parteolla, Dolianova, 2016, Euro 16, pagine 224)

Il libro  documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946).

La loro politica, con le funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della Sardegna sabauda, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy), ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta, anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più che mai presente. Con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice che fu il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Giovanni Maria Angioy

Ricordando Giovanni Maria Angioy nel 209° Anniversario della sua morte

di Francesco Casula

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. La figura di Giovanni Maria Angioy

La sua figura – scrive lo storico sassarese Federico Francioni (1)- nella storia del suo tempo è stata a lungo oggetto di controversie, a volte di esaltazioni, a volte di accuse, spesso condizionate da un dibattito politico contingente, che prendevano particolarmente di mira sue indecisioni e «doppiezze».

Oggi invece è necessario cercare di capire nel profondo le ragioni dei dubbi ed anche delle ambiguità che, ad un primo esame, sembrano le fasi e le caratteristiche piú

marcate della biografia angioyna. Ma è indispensabile, prima di tutto, indagare sulle origini delle lotte antifeudali con le quali giunsero a maturazione istanze comuni sia

al mondo delle campagne che ai gruppi della nascente borghesia isolana. È essenziale, inoltre, non perdere di vista il quadro in cui vanno collocati gli avvenimenti

sardi: il drammatico scenario dominato dal crollo dell’ancien régime, dalle attese quasi messianiche di emancipazione delle masse rurali, dall’azione di élites

audaci ed intransigenti e dagli «alberi della libertà».

Solo così sarà possibile rimettere in discussione stereotipi – in larga parte ancora vigenti – su una Sardegna tagliata fuori, sempre e comunque, da tutte le grandi correnti

rivoluzionarie, politiche, culturali ed intellettuali dell’Europa moderna.

2. Angioy coltivatore ed imprenditore, professore di diritto canonico, giudice della Reale Udienza.

La vita dell’Angioy non è solo una traccia, un frammento, nella storia sotterranea delle longues durées e dei processi di trasformazione che hanno attraversato la società

sarda. La sua vicenda politica ed umana assume infatti un valore emblematico perché riflette la parabola di un’intera generazione di sardi, vissuta fra le realizzazioni

del «riformismo» sabaudo, un decennio di sconvolgimenti rivoluzionari e la spietata restaurazione dei primi anni dell’Ottocento. In quel contesto si inserisce anche

l’attività di Angioy, nato a Bono il 21 ottobre 1751, dopo aver studiato a Sassari nel Collegio Campoleno ed essersi addottorato in Legge, nel 1773 a Cagliari inizia la

pratica forense.

Imprenditore agrario e manifatturiero oltre che professore di diritto canonico, è un alto funzionario dello Stato (fra l’altro giudice della Reale Udienza) colto ed efficiente,

oltre che intellettuale aperto agli stimoli e agli influssi dei “lumi” e delle riforme.

Come giudice della Reale Udienza fa parte della Giunta stamentaria costituita di due membri di ciascuno dei bracci parlamentari. Pur rimanendo nell’ombra negli anni delle

sommosse cittadine e dei moti antipiemontesi, – anche se il Manno, cercando di metterlo in cattiva luce, insinua che egli tramasse dietro le quinte anche in quelle circostanze e

dunque fosse coinvolto nella cacciata dei piemontesi- secondo molti storici sardi – ad iniziare dal Sulis – si affermerebbe come il capo più autorevole del Partito democratico

e come l’esponente più importante di un gruppo di intellettuali largamente influenzato dall’illuminismo e dal Giacobinismo: fra i più importanti Gioachino Mundula, Gavino

Fadda, Gaspare Sini, il rettore di Semestene Francesco Muroni con il fratello speziale Salvatore, il rettore di Florinas Gavino Sechi Bologna e altri.

3. Angioy e i moti del 1795.

I moti del 1795 – scrive ancora Francioni – a differenza di quelli del 1793, che in genere erano stati guidati da gruppi interni ai villaggi, sono preceduti da un’intensa

attività di propaganda non solo antifeudale ma anche politica. Infatti insieme alle ribellioni nelle campagne si darà vita ai cosiddetti “strumenti di unione” ovvero a

“patti” fra ville e paesi – per esempio fra Chiesi, Bessude, Brutta e Cheremule il 24 novembre 1795 e in seguito fra Bonorva, Semestene e Rebeccu nel Sassarese. In essi

le persone giuravano di “non riconoscere più alcun feudatario”.

Lo sbocco di questo ampio movimento – autenticamente rivoluzionario e sociale perchè metteva radicalmente in discussione i capisaldi del sistema vigente nelle campagne

– fu l’assedio di Sassari – scrivono gli storici Lorenzo e Vittoria Del Piano (2). Con cui si costrinse la città alla resa dopo uno scambio di fucilate con la guarnigione. I capi,

il giovane notaio cagliaritano Francesco Cilocco e Gioachino Mundula arrestarono il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre mentre i feudatari erano riusciti a

fuggire in tempo rifugiandosi in Corsica prima e nel Continente poi.

Dentro questo corposo movimento antifeudale, di riscatto economico, sociale e persino culturale-giuridico dei contadini e delle campagne si inserisce il ”rivoluzionario”

Giovanni Maria Angioy.

4. Angioy “Alternos”.

Mentre nel capo di sopra divampa l’incendio antifeudale, con le agitazioni che continuano e si diffondono in paesi e ville del Sassarese, gli Stamenti propongono al

viceré Vivalda di nominare l’Angioy alternos con poteri civili, militari e giudiziari pari a quelli del viceré. Il canonico Sisternes si sarebbe poi vantato di aver proposto

il nome dell’Angioy per allontanarlo da Cagliari e indebolire il suo partito. Certo è che il suo nome venne fatto perché persona saggia e perché solo lui, grazie al potere

e al prestigio che disponeva nonché alla competenza in materia di diritto feudale ma anche perché originario della Sardegna settentrionale, avrebbe potuto ristabilire

l’ordine nel Logudoro.

L’intellettuale di Bono accettò, ritenendo che con quel ruolo avrebbe rafforzato le proprie posizioni ma anche quelle della sua parte politica incentrate sicuramente nella

abolizione del feudalesimo in primis. Il viaggio a Sassari fu un vero e proprio trionfo: seguaci armati ed entusiasti si unirono con lui nel corso del viaggio, vedendolo come

il liberatore dall’oppressione feudale. E giustamente. Anche perché riuscì a comporre conflitti e agitazioni, a riconciliare molti personaggi, a liberare detenuti che giacevano

– scrive Vittorio Angius “in sotterranee oscure fetentissime carceri”.

5. L’Angioy a Sassari

Accolto a Sassari dal popolo festante ed entusiasta – persino i monsignori lo ricevettero nel Duomo al canto del Te Deum di ringraziamento – in breve tempo riordinò

l’amministrazione della giustizia e della cosa pubblica, creò un’efficiente polizia urbana e diede dunque più sicurezza alla città, predispose lavori di pubblica utilità

creando lavoro per molti disoccupati, si fece mandare da Cagliari il grano che era stato inutilmente richiesto quando più vivo era il contrasto fra le due città: per questa

sua opera ottenne una vastissima popolarità. Nel frattempo i vassalli, impazienti nel sospirare la liberazione dalla schiavitù feudale (ovvero“de si bogare sa cadena da-e

su tuiu” come diceva il rettore Murroni, amico e sostenitore di Angioy) e di ottenere il riscatto dei feudi, proseguirono nella stipulazione dei patti dell’anno precedente:

il 17 marzo 1796 ben 40 villaggi del capo settentrionale, confederandosi, giuravano solennemente di non riconoscere più né voler dipendere dai baroni. Angioy non poteva

non essere d’accordo con loro e li riconobbe: in una lettera spedita il 9 giugno 1796 al viceré da Oristano, nella sfortunata marcia su Cagliari che tra poco intraprenderà,

cercò di giustificare l’azione degli abitanti delle ville e dei paesi riconoscendo la drammaticità dell’oppressione feudale che non era possibile più contenere e gestire e

assurdo e controproducente cercare di reprimere.

Non faceva però i conti con la controparte: i baroni. Che tutto voleva fuorché l’abolizione dei feudi: ad iniziare dal viceré. Tanto che i suoi nemici organizzarono

durante la sua stessa permanenza a Sassari una congiura, scoperta ad aprile. Si decise perciò di “impressionare gli stamenti con una dimostrazione di forza, che facesse loro

comprendere come il moto antifeudale era seguito da tutta la popolazione e che era ormai inarrestabile” (3). Lasciò dunque Sassari e si diresse a Cagliari.

6. L’Angioy e la marcia verso Cagliari, la sua fine e la fine di un sogno…

Il 2 Giugno 1896 l’Alternos si dirige verso Cagliari, accompagnato da gran seguito di dragoni, amici e miliziani: nel Logudoro si ripetono le scene di consenso entusiastico

dell’anno precedente. A Semestene però ebbe una comunicazione da Bosa circa i preparativi che erano in atto per fronteggiare ogni sua mossa e a San Leonardo, “fatta

sequestrare la posta diretta a Sassari, ebbe conferma delle misure che venivano prese contro di lui(4). Difatti a Macomer popolani armati, sobillati pare da ricchi proprietari,

cercarono di impedirgli il passaggio, sicchè egli dovette entrare con la forza. Poiché anche Bortigali gli si mostrava ostile, si diresse verso Santu Lussurgiu e l’8 giugno

giunse in vista di Oristano.

Nella capitale la notizia che un esercito si avvicinava spaventò il viceré che radunò gli Stamenti. Tutti furono contro l’Angioy: anche quelli che erano stati suoi partigiani

come il Pintor, il Cabras, il Sulis. Ahimè ritornati subito sotto le grandi ali del potere in cambio di prebende e uffici. Sardi ancora una volta pocos, locos y male unidos:

l’antica maledizione della divisione pesa ancora su di loro. Questa volta per qualche piatto di lenticchie.

Così il generoso tentativo dell’Angioy si scontra con gli interessi di pochi: fu rimosso dalla carica di Alternos, si posero 1.500 lire di taglia sulla sua testa e da leader

prestigioso e carismatico, impegnato nella lotta antifeudale, per i diritti dei popoli e, in prospettiva nella costruzione in uno stato sardo repubblicano, divenne un volgare

“ricercato”.

Occorre infatti dire e sostenere con chiarezza che l’Angioy aveva in testa – come risulta dal suo Memoriale (5)- non solo la pura e semplice abolizione del feudalesimo

ma una nuova prospettiva istituzionale: la trasformazione dell’antico Parlamento in

Assemblea Costituente e uno stato sardo indipendente che “doveva comporsi di quattro

dipartimenti (Sassari, Oristano, Cagliari e Orani) suddivisi a loro volta in cantoni

ricalcanti le micro-regioni storiche dell’Isola(6).

Riferimenti bibliografici

1. Federico Francioni, Giommaria Angioy nella storia del suo tempo, Editore Della Torre, Cagliari 1985

2. Lorenzo e Vittoria Del Piano, Giovanni Maria Angioy e il periodo rivoluzionario 1793-1812,Edizioni C. R, Quartu, 2000

3. Natale Sanna op. cit.

4. Lorenzo e Vittoria Del Piano op. cit.

5. II testo integrale in francese del memoriale angioiano, con il titolo Mémoire sur la Sardaigne, si trova in La Sardegna di Carlo Felice e il problema della terra, a cura di C. Sole, Cagliari, 1967, sp. pp. 181-182. Di esso aveva già fornito un sunto J. F. Mimaut, Histoire de Sardaigne ou la Sardaigne ancienne et moderne considérée dans ses loìs, sa topographìe, ses productìons et sa moeurs, t. II, Paris, 1825, pp. 248-253. Tradotto in italiano si può leggere in A. Boi, Giommaria Angioy alla luce di nuovi documenti, Sassari, 1925 (v. sp. p. 80).

6. Antonello Mattone, Le radici dell’autonomia. Civiltà locale ed istituzioni giuridiche dal Medioevo allo Statuto speciale, in La Sardegna cit., 2, pp. 19-20; vedi, anche La Sardegna di Carlo Felice cit., pp. 194-196; C. Ghisalberti, Le costituzioni «giacobine» 1796-1799, Milano, 1973.

I SARDI E LA SHOAH

 

 shoah

I SARDI E LA SHOAH

di Francesco Casula

Il 27 gennaio 1945 ad opera delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa fu liberato il campo di concentramento di Auschwitz. Per ricordare tale evento e per commemorare le vittime dell’Olocausto, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 1º novembre 2005, ha istituito, il Giorno della Memoria, da celebrarsi, a livello internazionale ogni anno, proprio il 27 gennaio. Per la verità, il Parlamento italiano, dopo ben quattro anni di discussioni, aveva già istituito nel 2000 e per la stessa data, il Giorno della memoria.

E’ stata una decisione quanto mai opportuna: quel genocidio di milioni di esseri umani non può infatti finire nel dimenticatoio. Come fosse roba vecchia, da consegnare, sic et simpliciter, al passato. Occorre infatti sorvegliare attentamente la nostra memoria e non dimenticare. Anche perché quel passato orribile, non è del tutto passato. Proprio in questi ultimi anni infatti inquietanti e cupe nubi si addensano nei cieli europei con l’affermarsi di movimenti e Partiti intolleranti e xenofobi. Perché questi vengano sconfitti e liquidati, soprattutto i giovani devono studiare e conoscere la tragedia immane dell’Olocausto . Hanno perciò fatto bene molte scuole sarde ma anche alcune Amministrazioni locali a utilizzare il 27 gennaio scorso, al di fuori della ritualità, per discutere e approfondire quella tragedia. Io personalmente ho partecipato alla bella iniziativa intrapresa dalla Biblioteca del Comune di Bauladu, grazie anche alla lungimiranza e sensibilità del giovane sindaco, Delio Corriga, secondo il quale “non  ci può essere crescita sociale senza conoscenza, per questo come amministrazione comunale sosteniamo fortemente le attività di carattere culturale come quella proposta dalla Biblioteca per la Giornata della Memoria”.

Ad essere internati nei lager e poi sterminati furono in particolare gli Ebrei: 6 milioni, dicono le cifre ufficiali, ma secondo altre fonti come il Museo dell’Olocausto di Washington, i morti sarebbero molti di più: dai 15 ai 20 milioni, uccisi nelle oltre 42mila strutture tra campi tedeschi e quelli creati dai regimi fantoccio europei, dalla Francia alla Romania: questo dato mi sembra spropositato, lo scrivo semplicemente come dato informativo.. A questi occorre aggiungere almeno altri 6 milioni costituiti da oppositori e dissidenti politici, omosessuali, disabili, Rom, Slavi. E persino da minoranze religiose come i testimoni di Geova, Pentecostali ecc. Di mezza Europa.

La Sardegna è una delle regioni che ha pagato un altissimo tributo di deportati, politici e militari:furono circa 12.000 mila i soldati sardi IMI (Internati militari italiani) rinchiusi nei lager, fra i 750-800 mila militari e civili fatti prigionieri dai nazisti dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.

Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’armistizio dell’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Sappiamo di questi militari come degli altri sardi internati solo grazie all’opera di volontariato di alcuni studiosi e storici che collaborano con l’ISSRA ( Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia) come Marina Moncelsi, presidente dell’Istasac (Istituto per la Storia dell’Antifascismo e dell’età contemporanea della Sardegna Centrale) e di Aldo Borghesi che ha scritto vari saggi sui deportati sardi in Germania durante la seconda Guerra mondiale*.

Questi studiosi continuano la ricerca soprattutto attraverso lo spoglio dell’Archivio militare, dove i soldati hanno depositato i loro documenti, per ricostruire l’identità dei soldati sardi deportati nei campi di concentramento nazisti sparsi tra Germania, Austria e Polonia e scomparsi. A migliaia furono sepolti nelle fosse comuni o nella nuda terra dei lager. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, non fu possibile conoscerne la sorte e informare i familiari.

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, internati perché ebrei o dissidenti politici: fra i primi ricordo Elisa Fargion (nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas); Vittoria Mariani (nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen); Zaira Coen-Righi (Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944).

Per motivi politici un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:, la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943, provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi sono delle province di Cagliari e Sassari .

Destinazione: non è univoca: ma soprattutto vengono portati a  Mauthausen e Dora. A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote, Don Mario Crovetti, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza, ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928).

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti.

La sorte: fra i sardi, i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme

*In modo particolare rimando

  1. alla Grande Enciclopedia della Sardegna – Voce Deportazione, pagine. 386-389 (Edizioni La Biblioteca della Nuova Sardegna)
  2. a L‘antifascismo in Sardegna a cura di M.Brigaglia e altri, II volume, seconda edizione,(Consiglio Regionale della Sardegna-Edizioni della Torre, Cagliari 2008).
  3. al Il libro dei deportati, vol. II, Mursia, 2010: contiene una serie di saggi sulla deportazione dall’Italia regione per regione: la parte sulla Sardegna è di Aldo Borghesi.
  1. bis I Sardi deportati e internati per motivi razziali e politici1

Ai 12.000 deportati sardi IMI occorre aggiungere  circa 290 sardi, tra politici ed ebrei. Qualche nome.

 

 

 

 

 

 

 

 

-Per motivi razziali

Studi recenti hanno accertato che la Sardegna   – soprattutto alla fine del secolo XIX – ha ospitato funzionari, commercianti e imprenditori ebrei, oltre a intellettuali e docenti poi colpiti dai provvedimenti razziali del 1938. Si trovano dunque nominativi di deportati razziali nati nell’Isola o che con essa hanno avuto rapporti di elezione. I casi fin’ora noti sono:

 

ELISA FARGION

Nata a Cagliari nel 1981, arrestata a Ferrara nel 1944, deportata ad Auschwitz e uccisa nelle camere a gas.

VITTORIA MARIANI

Nata a Portotorres nel 1904, arrestata nel 1944 alla frontiera svizzera, liberata a Bergen Belsen. (Il campo di Bergen-Belsen era un campo di concentramento nazista situato nella bassa Sassonia, a sud-est della città di Bergen, vicino a Celle).

ZAIRA COEN RIGHI

Nata a Mantova nel 1879, sposata con un ingegnere sardo, insegnante al Liceo “Azuni” di Sassari, estromessa dalla cattedra in seguito alle leggi razziali, trasferitasi a Firenze fu arrestata e portata a Fassoli e ad Auschwitz  dove finì in camera a gas nel maggio 1944.

-Per motivi politici

Un solo sardo risulta arrestato sul territorio isolano, gli altri cadono in mano tedesca in continente o all’estero.

Luogo di arresto:la quota maggiore (circa 50) è costituita da detenuti del carcere militare di Peschiera, inviati in massa a Dachau il 22 settembre 1943: provenienze rilevanti anche da Milano, Genova e Trieste.

Luogo di nascita: per oltre il 50% dei casi le province di Cagliari e Sassari (secondo la nuova ripartizione) con preponderanza della seconda: i nati fuori dall’Isola sono meno del 10%.

Destinazione: non è univoca: verso Mauthausen, Dora ecc:. Un terzo dei deportati sardi passa per dacia, un altro per i campi di Fossoli e Bolzano. I deportati vengono spostati secondo le esigenze produttive in base alle quali sono impiegati e prima della liberazione, mentre il fronte procede, si succedono brutali trasferimenti, verso i campi all’interno del Reich.

A Bergen Belsen muoiono due sardi nel giugno 1944. Ad Auschwitz finiscono 5 sardi non ebrei.

Il triangolo rosso: designa gli oppositori del nazismo, i resistenti e in genere “i pericolosi per il Reich”.

Esemplare la vicenda di LUIGI RIZZI, sassarese e allievo sottoufficiale.

Condizione professionale:circa la metà è composta da militari, fra i civili la maggior parte è composta da lavoratori dell’industria ma c’è manche un sacerdote,

 DON MARIO CROVETTI, nato a Sassari e arrestato in un paese emiliano dov’è parroco. E’ scomparso nel 2003, era il decano dei sacerdoti italiani reduci dai lager.

La ripartizione per età: vede un ovvio prevalere delle classi giovani (1910-1924) coinvolte nella guerra e nella resistenza ma non mancano anziani e adolescenti (il più vecchio è del 1874 e il più giovane del 1928.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il motivo della deportazione: ha una matrice comune e tutti vengono considerati “pericolosi per la sicurezza del reich” da eliminare con il lavoro forzato: partigiani, loro congiunti, collaboratori, soldati che si sono rifiutati di combattere per la Germania, civili presi nei rastrellamenti. Da Genova vanno a Dachao gli operai

GIOVANNINO e NATALE BIDDAU, padre e figlio originari di Ardara, l’uno muore nei lager l’altro è stato fino alla recente scomparsa un animatore della sezione genovese dell’ANED (Associazione nazionale degli ex deportati politici nei campi nazisti).

GAVINO GAVINI, sassarese, muore a Gusen nell’ aprile del 1945. BARTOLOMEO MELONI, cagliaritano, ispettore delle ferrovie, compie atti di sabotaggio, scoperto e arrestato muore a dacia nel luglio del 1944. L’antifascista BACHISIO ALTANA, membro della resistenza francese

La sorte:Fra i sardi i sopravissuti sono oltre il 60%.

Luogo principale di morte: Mauthausen (tra i sottocampi 30 deceduti su oltre 60 deportati), forte la mortalità anche a Dora, Natzweiler e Neuengamme.

Altri Personaggi da ricordare

  1. MODESTO MELIS, di Gairo, trasferitosi nel 1938 nella nascente Carbonia, per fare l’operaio, finirà a Mauthausen. Racconterà la sua esperienza in un libro: “Da Carbonia a Mauthausen e ritorno”. E’ morto il 9 gennaio scorso a 97 anni.

2.SALVATORE CORRIAS, di San Nicolò Gerrei, della Guardia di Finanza, partigiano, deportato a Dachau e poi fucilato a Moltrasio (Como) dai fascisti della RSI. Medaglia d’oro al merito civile alla memoria. E’ riuscito a salvare, muovendosi nella Guardia di Finanza fra la frontiera italo-svizzera, centinaia di ebrei e di perseguitati politici.

  1. COSIMO ORRU’ di San Vero Milis. medaglia d’oro della resistenza, morto nei campi nazisti tra il 1944 e il 1945, il cui ricordo resisteva nella famiglia, nei conoscenti e nel nome di una via del suo paese. Da anni il suo Comune ha portato avanti una ricerca sulla sua storia, in collaborazione con l’Istituto Sardo per la Storia della Resistenza e dell’Autonomia (ISSRA), tanto da ricostruirne in modo ancora incompleto il viaggio dal suo lavoro, magistrato a Busto Arsizio e membro del CLN, sino al campo di Flossemburg in Germania, quindi in quello di Litoměřice nell’attuale Repubblica Ceca dove poi è morto.

Ricordando NEREIDE RUDAS

Ricordando NEREIDE RUDAS

in occasione della sua morte

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Onore a una grande donna, a una  valente psichiatra, a una straordinaria intellettuale, a una eccellente scrittrice e  studiosa dell’Identità

 

Nasce a Macomer (Nuoro) nel 1925. Dopo studi classici segue Corsi universitari in diversi Atenei Italiani. Laureata in Medicina e specializzata in Neurologia e Psichiatria all’Università di Bologna, consegue due libere docenze (in Psichiatria generale e Psichiatria forense) che le aprono la via dell’insegnamento universitario.

Studiosa della devianza sociale oltre che psicopatologica, firma, insieme al Professor Giuseppe Puggioni la relazione scientifica di base della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna (Commissione Medici) pubblicata negli Atti della Repubblica (Senato, Roma 1972).

Dopo alcune esperienze in Centri e Istituti scientifici italiani ed esteri, vince la cattedra di Psichiatria e insegna nelle Università di Roma e soprattutto di Cagliari, ove inaugura la prima clinica di Psichiatria in Sardegna e dirige l’Istituto universitario di Psichiatria e l’annessa scuola di specializzazione dalla quale escono, fra l’altro, numerosi quadri specialistici per l’assistenza territoriale al sofferente mentale.

Organizza e presiede numerosi Convegni nazionali e internazionali, aprendo la psichiatria sarda a un vasto orizzonte di scambi e confronti.

Presente e attiva anche nelle organizzazioni scientifiche e culturali fonda a Milano (1987) la Società italiana di psichiatria forense. Di tale società viene eletta presidente nazionale, carica che mantiene per molti anni organizzando congressi a respiro internazionale. Attualmente riveste la carica di Presidente onoraria.

Nel 1993 rappresenta l’Europa al Congresso mondiale di Psichiatria di Rio de Janeiro. Svolge missioni scientifiche in rappresentanza dell’Italia in diversi paesi europei ed extraeuropei (Parigi, Lisbona, Madrid, Mosca, Pechino, Buenos Aires).

Ottiene numerosi riconoscimenti, italiani ed esteri tra cui l’alta onorificenza dell’American Academy Psichiatry And The Law (Roma, 1993).

Nella sua vasta produzione scientifica con 450 pubblicazioni (di cui nove a carattere monografico) figurano saggi di psichiatria clinica e sociale sulla emigrazione, (fra cui nel 1974 pubblica Emigrazione sarda, uno studio che faceva parte di una più ampia ricerca sull’emigrazione sarda, svolta dalla cattedra di psicologia della Facoltà di medicina dell’Università di Cagliari),  sull’anziano, (fra cui nel 1987 La condizione dell’anziano: da una vita senza qualità a una qualità della vita), sulla depressione. Un filone di ricerca riguarda i temi della riforma psichiatrica e della organizzazione psichiatrica territoriale (fra cui nel 1978 Psichiatria e territorio),

Negli anni ’90 si dedica a pubblicazioni sull’identità, sulla libertà e sulla lettura psicodinamica in opere artistiche sarde.

Nel 1997 pubblica il saggio, l’Isola dei coralli (per Nuova Italia scientifica, Roma), premiato con medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, di cui una nuova edizione sarà pubblicata nel Luglio del 2004 da Carocci editore.

Nel 2001 pubblica Storie Senza, che riscuote un successo di critica per la sensibilità con cui viene affrontato il complesso tema della sofferenza mentale.

Sempre nel 2001 viene nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione professore emerito. E’ Presidente dell’Istituto Gramsci della Sardegna.

In un’intervista ha detto: Forse perché ho vissuto fra sofferenti coartati nelle loro libertà ho tanto amato questa parola che nell’originale sumerica suona “amargia” che significa ritorno alla madre.

La medicina è stata per me una forma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalità liberatrice, visione del mondo.

Muore a Cagliari il 19 gennaio 2017.

 

Tra le sue opere più squisitamente letterarie  occorre ricordare L’Isola dei coralli che – come sottolinea l’autrice in una nota alla prima edizione del 1997 – non nasce tanto da un’idea o da un progetto, quanto da un sentimento. Anzi da un sentimento di appartenenza. Da un legame con la sua terra, la Sardegna. Della cui realtà vuol essere una lettura, in chiave psicodinamica, nel suo profilo identitario.

Ma non è un libro sulla Sardegna – precisa in una nota alla edizione del 2004 –  bensì per la Sardegna, luogo, simbolo e metafora. Di cui racconta le tormentate vicende di un mondo frantumato: un’Isola insieme cristallizzata e coartata ma anche potenzialmente vitale e creativa. Soprattutto nell’area geografica e culturale del centro Sardegna.

Nereide Rudas constata infatti che le personalità creative isolane, unanimemente riconosciute, sono in gran parte concentrate, per oltre il 63%, nell’area del Nuorese, nella “Sardegna interna”: area dell’isolamento, della criminalità e anche della psicopatologia. L’autore quindi – esplorando l’attività creativa dei Sardi dalla sua prospettiva disciplinare  e affascinata da questa creatività, insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa–  ritiene che una delle radici della creatività dei sardi trovi origine nella esperienza depressiva e alla luce delle teorie psicanalitiche ritiene che i testi narrativi di molti autori sardi possano essere interpretati come simbolizzazioni poetico-intellettuali della esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione del proprio mondo interno, riconducibile appunto a una sofferenza depressiva che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Sulla figura di Nereide Rudas e sulla sua opera l’Isola dei coralli Paolo Fadda scrive: “Nereide Rudas (psichiatra di fama, saggista e intellettuale a tutto tondo) uno dei personaggi centrali – e più autorevoli – dell’intellighenzia isolana degli ultimi decenni…ha segnato con importanti contributi il difficile percorso compiuto dal popolo sardo per la modernizzazione della propria terra…metaforicamente definita l’isola dei coralli, simbolo di quella preziosa arborescenza che anziché espandersi all’esterno, fiorisce e si ramifica nelle profondità marine…questa somiglianza corallina è assai “centrata” perché la Sardegna ha sempre vissuto la propria storia sotto traccia…come il corallo, di profondi e intangibili valori interni e perciò profondamente identitari…ed è proprio questo discorso sull’identità sarda – sui suoi valori e disvalori – che fa da pivot centrale allo studio della Rudas”

[Paolo Fadda, Sardegna economica, Bimestrale della Camera di commercio di Cagliari, n.4-5 2006, pagina 79].

Il corallo, quella preziosa arborescenza di cui la Sardegna è ricca e che anziché espandersi all’esterno si ramifica nelle profondità marine, metaforicamente rappresenta la storia e l’identità dell’Isola: un’identità lacerata e fessurata. Ciò perché, come Sardi, storicamente, abbiamo sempre avuto un rapporto problematico con la realtà, una non conciliazione con il mondo. Di qui l’insicurezza e la sofferenza, frutto anche degli imperativi che ci hanno imposto dall’esterno i dominatori che si sono via via alternati nell’Isola: imperativi drammaticamente azzeranti, repressivi e nullificanti.

L’Identità di cui parla Nereide Rudas nel saggio non è analizzata però secondo le modalità della sociologia o dell’antropologia, ma secondo l’ottica specifica dell’attenzione psichiatrica: un’identità scissa, vissuta come problema, dentro i labirinti della sofferenza e dei tormenti, non come tranquilla modalità di essere nel mondo: quella sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Un’identità di cui l’autrice – più che cogliere l’essenza –  s’interroga sul corpo dei significati che vogliamo esprimere con essa. Un’Identità dinamica, come percorso e progetto, non data e definita una volta per tutte, il che non significa che non ci sia qualcosa di stabile. Un’identità individuale ma che affonda in un corpo sociale, che invera quella dei singoli e la fa diventare concreta.

  Un’identità che nei romanzieri e scrittori sardi – in Deledda come in Lussu, in Giuseppe Dessì e Salvatore Satta come in Salvatore Cambosu e Francesco Masala – è così forte che la Sardegna non è un semplice scenario, uno sfondo, ma la vera protagonista, non un luogo ma il luogo, non l’oggetto ma il soggetto.

Colpisce nel saggio di Nereide, pur in presenza di analisi di tipo psichiatrico e psicanalitico, la cifra della scrittura, la levità e il nitore del linguaggio, la suggestione della sua prosa, che affascina, che incanta e che cattura.

Certo per Nereide Rudas la memoria di noi sardi come una preziosa arborescenza di corallo, anziché ergersi e dilatarsi nell’aria si è inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi nel di-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ma, indovandosi, è diventata tenace e labirintica.

Certo, siamo un’Isola con sacche di arretratezza e di infelicità e non abbiamo ancora metabolizzato il nostro lutto, ma abbiamo grandi possibilità. Per la Sardegna si profila un orizzonte più felice e prospero se sapremmo coltivare e mettere a frutto i coralli nascosti. Bisogna però, secondo l’autrice, impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale. E conclude: allora la misteriosa “creatività” dei sardi di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera.

NereideRudas e il problema dell’Identità: una problematica attuale

“[…] Complessa e difficile tematica dell’autoconsapevolezza e dell’indivi­duazione personale e collettiva l’Identità è andata assumendo grande ri­lievo sia che venga riferita all’individuo, sia che venga riferita a gruppi, a formazioni sociali, a popoli o ad etnie, il concetto identitario si è ormai da tempo imposto all’attenzione scientifica, culturale sociale e politica.

Con le sue scansioni e tensioni, ma anche con le sue cadute e silen­zi, il tema identitario ha attraversato tutto il `900 per giungere come di­scorso aperto sino a noi.

Il secolo trascorso, teatro di grandi e profondi cambiamenti, è consi­derato l’epoca della memoria moderna e dell’identità che conservano an­cora oggi grande peso di valore e di obbiettivo.

La crescita esponenziale della scienza e della tecnologia, la rottura del­l’isolamento e della demarcazione tra gli Stati, l’oltrepassamento dello stesso confine del nostro pianeta (esplorazione spaziale, primo uomo sul­la luna, ecc.), ma anche il superamento del confine corporeo (organi in­terni prima invisibili e resi ora sempre più trasparenti dalle diagnostiche molecolari e per immagini; nuove tecniche riproduttive; gravidanze sur­rogate, trapianto d’organi, ecc.) hanno reso gli individui e i popoli sem­pre meno inviolati, chiusi e circoscritti. I Paesi e Continenti sono sempre più vicini e comunicanti e, soprattutto, interdipendenti.

Quasi nessun gruppo, popolo o etnia vive ormai nel proprio isolamen­to, ma è sempre più spinto a confrontarsi con altri gruppi, popoli ed et­nie diverse da Sé.

La storia di ciascun gruppo, popolo od etnia confluisce e si embrica con altre storie e tende a scorrere in un flusso storico più ampio, com­plesso e intrecciato.

Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri­mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel­l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af­ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti.

  È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui.

La mia identità comprende, infatti, sia l’au­toconspevolezza (coscienza di me stesso), sia 1’eteroriconoscimento (il riconoscimento che gli Altri conferiscono alla mia unicità, singolarità e continuità nel tempo). Anche in Sardegna si parla e si discute molto di Identità.

Non c’è Convegno, Congresso, Seminario, in cui non si affronti direttamente o indirettamente il tema identitario, intensamente seguito ed emotivamente partecipato.
L’identità etnica, storica, linguistica, culturale e sociale, rappresenta­no altrettanti argomenti che appassionano molti sardi.

Anche da questa ormai vasta documentazione, così come da saggi, libri, articoli ecc. emerge che l’identità sarda, la sardità, è ormai una ca­tegoria ben individuata, fondata su una caratteristica etnia e cultura. È d’altronde da considerare che sulla nostra entità peculiare e distinta, sul­la nostra specificità etnica e sulla particolarità della nostra vicenda stori­ca è basato il nostro stesso ordinamento regionale.

Noi siamo, almeno sulla carta, una regione ad ampia autonomia spe­ciale (Regione a Statuto Autonomo Speciale) […] ”.

[Nereide Rudas, in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pagine 17-18]

Nereide Rudas e la cultura sarda:depressiva/creatinogena?

 “Avanzerò qui alcune considerazioni preliminari senza alcuna pretesa esaustiva, limitandomi al romanzo e sorvolando su spinose questioni di fondo.

Al di là della discussione sull’esistenza o meno di una letteratura specifica sarda, a me pare che i testi letterari possano comunque essere assunti come documenti che esprimono non solo “il punto di vista” degli scrittori sardi, ma vanno oltre.

Dalla mia prospettiva disciplinare questi documenti non solo chiariscono gli aspetti concettuali, i modelli cognitivi e il linguaggio del gruppo che scrive, ma ne rivelano anche i livelli fantasmatici più profondi.

I testi narrativi possono essere colti come simbolizzazione poeti­co-intellettuale di una esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione metaforica degli aspetti emoti­vi profondi del suo mondo interno.

Anche nella narrativa del popolo sardo si può quindi ritrovare, in forme più o meno dirette ed esplicite, la riflessione, a livello di autocoscienza sul Sé, sull’altro da Sé e su tale rapporto.

Partendo da questi presupposti mi sono cimentata in un discor­so sull’identità dei sardi, colta nella sua dimensione relazionale e dia­lettica, tratta da miti, forme e linguaggi della letteratura sarda. Il romanzo sardo esaminato nell’ottica psicodinamica mostra una struttura identitaria e una Weltanschauung diverse da quelle emer­genti dal romanzo italiano.

Sebbene la letteratura italiana sia stata forse meno monocentrica di altre narrative europee e si sia meno accentrata su un proprio unico modello, non vi è dubbio che essa abbia comunque proposto para­digmi, schemi e patterns culturali di una cultura dominante.

Il romanzo sardo, pur collocandosi all’interno dell’universo lin­guistico e culturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggen­do le opere di Grazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dello stesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità. Confrontate con le altre opere lette­rarie italiane esse ci appaiono in un certo senso fra loro “omogenee” e nel contempo irrimediabilmente “altre”.

Sotto questo profilo la letteratura sarda potrebbe, perciò, rap­presentare un significativo specchio in cui i sardi si riflettono ma nel quale anche la cultura italiana può cogliere uno sguardo su se stessa da parte di un gruppo simile/diverso. In tal senso la narrativa sarda può o potrebbe costituire un polo dialogico di significativa impor­tanza e utilità generale.

Se si ritorna al romanzo sardo e lo si pone sotto il riflettore psico­dinamico, esso rivela temi fondanti, già noti agli studiosi di letteratura.

Tra questi si possono annoverare quelli relativi:

– al vissuto di perdita;

– alla “nostalgia immobile”;

– alla caducità;

– all’”utopia ferma”.

Il romanzo sardo è innervato da vissuti di perdita e da una do­lorosa e raggelata coscienza di mancanza. Se ne potrebbero citare numerosi esempi.

Il coinvolgimento di perdita non appare però solo direttamente e contingentemente legata a specifiche situazioni o a eventi di vita.

Questi, se affiorano, sembrano solo riacutizzare e rendere evidenti un vissuto più antico e profondo.

Anche nella finzione letteraria l’esperienza di perdita del sogget­to va indietro e si dilata a una condizione più radicata e lontana. II suo vissuto sembra saldarsi al sentimento generale di una perdita ori­ginaria. In tal senso i personaggi dei romanzi sardi ci appaiono come orfani e apparentati da questa orfanità. È questa una condizione che sembra trascendere non soltanto il dato anagrafico, ma il sesso, l’età, lo stato sociale, le vicissitudini di vita, le vicende dell’esistenza ecc.

Orfani o figli di una “nazione mancata”, i personaggi della nar­rativa sarda avanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della pro­pria nascita, delle proprie origini, della propria identità. Ecco per­ché vivono esiliati nella propria terra, nostalgici di uno spazio e di un tempo che non sono mai esistiti. Per nascere ed esistere bisogna, infatti, confinarsi in una casa, che non consiste nelle quattro mura di un edificio segnato in una mappa catastale, ma è un luogo origi­nario e un tempo originario per i significati di appartenenza, sicu­rezza e identità che vi sono inerenti.

Le figure della narrativa sarda, pur specificamente connotate e pur esprimendo un forte desiderio di appartenenza, sembrano inve­ce rimanere esiliate nella loro terra ed essere estranee alla propria casa1. Esse ci appaiono inconfondibilmente pervase da una sorta di coscienza nostalgica che ho definito “immobile”.

La nostalgia, topos letterario dall’Odissea in poi, è un tema ricor­rente nella letteratura di molti popoli e Paesi. Il coinvolgimento no­stalgico trova tuttavia nella narrativa sarda una particolare e incisiva valenza.

Su un altro piano, d’altronde, negli emigrati sardi, particolarmente vulnerabili alla separazione e al distacco dalla propria terra, emerse­ro insistite e invasive reazioni nostalgiche. Attanagliati dal sentimen­to nostalgico, dalla coscienza di un “altrove” estraneo, i sardi vissero un’inquietudine profonda e una disperata tristezza che spesso scon­finò in quadri depressivi.

Questa particolare nostalgia pervade anche il romanzo sardo. È una nostalgia struggente e destruente e nel contempo “immobile”. Sembra declinarsi e prescindere dalla dinamica che solitamente l’ac­compagna e la determina. In tal senso è una nostalgia senza viag­gio.

Nel romanzo sardo la perdita e la separazione e lo stesso viaggio sono mitici. La patria è perduta o ritenuta tale, non perché ci si è allontanati da casa; diventa irraggiungibile perché è proiettata in un mitico passato. È il nóstos a una condizione originaria, fuori della storia.

Il ritorno è sempre a un continente sconosciuto, inconscio, a cui ogni approdo è possibile. Qui l’accostamento all”`oggetto” kleiniano perduto sembra trovare una sua pregnante legittimazione.

La “nostalgia immobile”, quale tentativo di ritorno alle origini, conato di raggiungere un “oggetto” irraggiungibile, si riconnette a un altro tema dominante della narrativa sarda: la caducità.

L’intera gamma del caduco, che si esprime nel sentimento del­l’essere effimeri, dell’essere fuscelli in balia di forze indomabili e pre­ponderanti, dell’essere “canne al vento” nel vortice estraneo ed estra­niante della sorte e della storia è un Leitmotiv della letteratura sarda.

Il vissuto di essere perituri e insieme inutili, sviliti nel proprio valore e, per di più, incapaci di gestirsi e dirigersi autonomamente, quindi in continuo rischio di cadere in preda a forze incontrollabili e invincibili esterne, è profondamente radicato nella nostra cultura e si riflette in molte nostre espressioni letterarie.

L’ho esaminato particolarmente in Cenere di Grazia Deledda, interpretandola alla luce del pensiero di Freud2.

La caducità, che nell’ottica psicoanalitica è riconducibile al Tha­natos, ha una forza così distruttiva e annientante nella narrativa sar­da da connotare persino eventi definitivi come la nascita e la morte.

II vissuto dissolvente della caducità in Cenere è riferito alla nasci­ta, mentre nel Giorno del giudizio di Salvatore Satta è riferito alla morte.

In entrambi i romanzi, pur diversi per trama, modalità espressi­ve, linguaggio, stile narrativo ecc., la forza del caduco si afferma e si impone in una dimensione violenta e distruttiva.

Così la nascita diviene “cenere” e la morte “effimera”. C’è qui quasi l’ala di un delirio nichilistico, un cupio dissolvi, perentorio e oscuro, in cui si toccano i più profondi e desolati confini di una desertica landa depressiva3.

Ma anche la tensione visionaria, già richiamata, sembra collegar­si profondamente ai primi temi esaminati. È anch’essa una visiona­rietà “ferma”, che non si traduce in una spinta in avanti e non ani­ma alcun sogno di trasformazione e cambiamento, magari utopico. Il sogno rimane esso stesso chiuso, sganciato da un orizzonte di possibilità future.

La febbre visionaria sembra così più una risposta vitale agli at­tacchi distruttivi del Thanatos che una vettorialità propulsiva. La ten­sione visionaria perciò rimane, rispetto alla direzione dell’avanti, al­trettanto ferma di quella della nostalgia rispetto a quella dell’indietro.

Entrambe ci appaiono immobili.

Tutti questi temi presenti e insistiti nel romanzo sardo parlano, a mio avviso, lo stesso linguaggio. Essi ci dicono una grave sofferenza che può essere definita in senso lato depressiva.

Possiamo, dunque, affermare che il romanzo sardo, dal punto di vista contenutistico, ne esprime una sua forte e pregnante dimensione.

Il rapporto dello scrittore con la sua opera, il suo “attaccamen­to” tenace, irreversibile all’oggetto Sardegna, conferma una coscien­za infelice e minacciata del Sé, che si apre diffidente e insicura sul mondo.

Questa coscienza riflette, in forme più o meno dirette, la cultura e la società in cui il romanziere vive e opera.

La sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi, come d’altronde emerge da valutazioni storiche e antropo­logiche, si è tuttavia incanalata in una trasposizione creativa. Ha tro­vato cioè la forza di percorrere la strada privilegiata della creatività e di tradursi in opere e forme letterarie e artistiche.

Il discorso ritorna così ai suoi assunti iniziali e tende a conclu­dersi. Ma giunta a questa fase finale temo di aver sollevato più que­siti che offerto risposte. Nutro soprattutto il timore di aver ingene­rato equivoci.

Per tentare, sinteticamente, di dissiparli almeno in parte, deside­ro sottolineare alcuni importanti passaggi del discorso, che potreb­bero essersi persi o dispersi nel tessuto espositivo.

Il primo concetto da ribadire è: non sostengo che per creare bi­sogna essere depressi. Questa asserzione sarebbe ingenua e facilmente smentibile dalla comune osservazione che numerosi depressi non sono creativi e che molti di loro possono addirittura cessare di esserlo proprio a causa della forte inibizione depressiva.

D’altronde la maggioranza dei non depressi (i soggetti cosiddetti normali o comunque non affetti da evidenti patologie) non mostra­no solitamente spiccate capacità creative.

Le cose sono molto più complicate. Si può però certamente dire che tra depressione e creatività esiste un legame, una correlazione altamente significativa, così come emerge da rigorosi dati di ricerca.

Questa correlazione, insieme a numerosi dati dell’esperienza cli­nica, ci autorizza a pensare che soggetti, a gradi contenuti di depres­sione, possono superare le proprie ansie depressive e ribaltarle nel­l’opera d’arte.

Coloro che vanno incontro a disturbi dell’umore sono d’altron­de più inclini a sondare e interpretare il proprio mondo interno nel gioco delle luci e delle ombre di oscillazioni estreme dell’umore. Essi perciò, in certe e irripetibili condizioni socio-culturali e ambientali, potrebbero più facilmente operare quella “sintesi magica” che porta alla produzione creativa.

Analogicamente si può ipotizzare, che a livello collettivo, gruppi e popoli, conquistando specie dopo il buio di dolorose oppressioni, condizioni più favorevoli, divengano capaci di operare “sintesi magi­che” e di produrre artisticamente.

Anche il gruppo sardo, dopo una lunga storia di isolamento e di dominazione, emancipandosi, seppure parzialmente, da un’emargina­zione storica, sociale e culturale potrebbe essere stato spinto da una forte motivazione a emergere e a trovare compensazioni e riparazio­ni alle passate privazioni.

Accedendo a una più ampia disponibilità di mezzi culturali e al confronto con altri gruppi e popoli, i sardi avrebbero potuto così imboccare la via della produzione creativa. Potrebbero essere stati in ciò agevolati da un certo distacco dal­le contingenze della vita e dall’abitudine a vivere in solitudine.

D’altra parte l’isolamento, preservando dal totale dissolvimento una cultura originaria assediata, ha fatto sì che i sardi fossero porta­tori di valori, patterns cognitivi e culturali e comportamentali propri, sebbene “residuali”.

Entrando in contatto con quelli della cultura italiana, avrebbero disposto di schemi cognitivi, non appiattiti conformisticamente sullo schema dominante, e perciò sarebbero stati stimolati a trovare solu­zioni “divergenti” e, quindi, creative.

La loro creatività, che si è sinora espressa in condizioni dolorose e difficili, pone problemi e quesiti che si prospettano nell’avvenire.

Fondamentale importanza riveste la necessità di individuare e incrementare i già presenti fattori favorenti la creatività della nostra cultura e della nostra società. In tal modo la nostra creatività, se con­venientemente sostenuta e agevolata, potrebbe dare in futuro straor­dinari frutti.

Ma per ottenere questi risultati bisogna impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale.

Allora la “misteriosa” creatività dei sardi, di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera”.

Note (presenti nel testo)

  1. Aquilino Cannas intitola emblematicamente un suo prezioso libro di poesie dedicato alla Sardegna con le parole dell’esilio nella propria patria. Cfr. Disterru in terra (La saga dei vinti), TIAM, Cagliari, 1993.
  2. Ho interpretato Cenere, famoso romanzo di Grazia Deledda, secondo l’otti­ca freudiana della caducità. Cfr. S. Freud, Caducità (1916), in Opere, cit., vol. VIII. Cfr. infra, cap. 5, in particolare il par. 53.
  3. In alcune forme gravi di melanconia il malato può manifestare idee che arri­vano a negare l’esistenza del proprio corpo, del mondo, del tempo e della stessa morte. Le idee di negazione possono organizzarsi in un delirio nichilistico o “Sindro­me di Cotard”.