L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

L’esaltazione della romanità e l’etnocidio dei sardi

di Francesco Casula

Inquietanti e pericolosissimi rigurgiti nazifascisti attraversano l’Europa e l’Italia. Alcuni inneggianti alla “Romanità”. Voglio sperare che la Sardegna ne sia immune. Significherebbe altrimenti non capire, non conoscere e non aver consapevolezza degli immani disacatos perpetrati dal dominio romano in Sardegna. Fu un vero e proprio etnocidio. Spaventoso. La nostra comunità etnica fu inghiottita dal baratro. Almeno metà della popolazione fu annientata, ammazzata e ridotta in schiavitù. “Negli anni 177 e 176 a.c – scrive lo storico Piero Meloni- un esercito di due legioni venne inviato in Sardegna al comando del console Tiberio Sempronio Gracco: un contingente così numeroso indica chiaramente l’impegno militare che le operazioni comportavano”. Alla fine dei due anni di guerra – ne furono uccisi 12 mila nel 177 e 15 mila nel 176- nel tempio della Dea Mater Matuta a Roma fu posta dai vincitori questa lapide celebrativa, riportata da Livio: “Sotto il comando e gli auspici del console Tiberio Sempronio Gracco la legione e l’esercito del popolo romano sottomisero la Sardegna. In questa Provincia furono uccisi o catturati più di 80.000 nemici. Condotte le cose nel modo più felice per lo Stato romano, liberati gli amici, restaurate le rendite, egli riportò indietro l’esercito sano e salvo e ricco di bottino, per la seconda volta entrò a Roma trionfando. In ricordo di questi avvenimenti ha dedicato questa tavola a Giove”. Gli schiavi condotti a Roma furono così numerosi che “turbarono“ il mercato degli stessi nell’intero mediterraneo, facendo crollare il prezzo, tanto da far dire allo stesso Livio “Sardi venales“ : Sardi da vendere, a basso prezzo. Altre decine e decine di migliaia di Sardi furono uccisi dagli eserciti romani in altre guerre, tutte documentate da Tito Livio, che parla di ben otto trionfi celebrati a Roma dai consoli romani e dunque di altrettante vittorie per i romani e eccidi per i sardi.

Chi scampò al massacro fuggì e si rinchiuse nelle montagne, diventando dunque “barbara” e barbaricina, perché rifiutava la civiltà romana: ovvero di arrendersi e sottomettersi. Quattro-cinque mila nuraghi furono distrutti, le loro pietre disperse o usate per fortilizi, strade cloache o teatri; pare persino che abbiano fuso i bronzetti, le preziose statuine, per modellare pugnali e corazze, per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi, per corazzare i rostri delle navi da guerra. La lingua nuragica, la primigenia lingua sarda del ceppo basco-caucasico, fu sostanzialmente cancellata: di essa a noi oggi sono pervenuti qualche migliaio di toponimi: nomi di fiumi e di monti, di paesi, di animali e di piante.

Le esuberanti creatività e ingegnosità popolari furono represse e strangolate. La gestione comunitaria delle risorse, terre foreste e acque, fu disfatta e sostituita dal latifondo, dalle piantagioni di grano lavorate da schiere di schiavi incatenati, dalle acque privatizzate, dai boschi inceneriti. La Sardegna fu divisa in Romanìa e in Barbarìa. Reclusa entro la cinta confinaria dell’impero romano e isolata dal mondo. E’ da qui che nascono l’isolamento e la divisione dei sardi, non dall’insularità o da una presunta asocialità. A questo flagello i Sardi opposero seicento anni di guerriglie e insurrezioni, rivolte e bardane. La lotta fu epica, anche perché l’intento del nuovo dominatore era quello di operare una trasformazione radicale di struttura “civile e morale”, cosa che non avevano fatto i Cartaginesi. La reazione degli indigeni fu fatta di battaglie aperte e di insidie nascoste, con mezzi chiari e nella clandestinità. “La lunga guerra di libertà dei Sardi –è sempre Lilliu a scriverlo – ebbe fasi di intensa drammaticità ed episodi di grande valore, sebbene sfortunata: le campagne in Gallura e nella Barbagia nel 231, la grande insurrezione nel 215, guidata da Amsicora, la strage di 12.000 iliensi e balari nel 177 e di altri 15.000 nel 176, le ultime resistenze organizzate nel 111 a.c., sono testimonianza di un eroismo sardo senza retorica (sottolineato al contrario dalla retorica dei roghi votivi, delle tabulae pictae, dei trionfi dei vincitori)”. La Sardegna, a dispetto degli otto trionfi celebrati dai consoli romani, fu una delle ultime aree mediterranee a subire la pax romana, afferma lo storico Meloni. Ma non fu annientata. La resistenza continuò. I sardi riuscirono a rigenerarsi, oltrepassando le sconfitte e ridiventando indipendenti con i quattro Giudicati: sos rennos sardos.

Presentazione del libro CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” a ONIFERI

Montanaru e la lingua sarda

IMG_0939
 

Montanaru e la lingua sarda (di Francesco Casula)

I consiglieri regionali che in Commissione Cultura, discutono di lingua sarda, del suo ruolo e funzione, specie in relazione all’insegnamento a scuola, della sua unitarietà e di standard, farebbero bene a rivedersi quanto Montanaru ha scritto in proposito.

Lo ha ricordato anche Gigi Littarru, il combattivo sindaco di Desulo, qualche giorno fa a Seneghe, al festival “Cabudanne de sos poetas”.

Per intanto, occorre ricordare che Antioco Casula (Montanaru), al di là della sua funzione letteraria e poetica vede, nella lingua sarda, anche una funzione civile, educativa e didattica. Ecco cosa scrive nel suo Diario: “…il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalità del nostro popolo.

E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino” .
E ancora: “Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li circonda usando la lingua materna” .

Si tratta – come ognuno può vedere – di una posizione avveduta, sul piano didattico, culturale ed educativo e moderna. Oggi infatti linguisti e glottologi come tutti gli studiosi delle scienze sociali: psicologi e pedagogisti, antropologi e psicanalisti e persino psichiatri sono unanimemente concordi nel sostenere l’importanza della lingua materna: per intanto per lo sviluppo equilibrato dei bambini.

Secondo gli studiosi infatti il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese. Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche. Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica.

Lingua materna che significa identità, e l’Identità come lingua si fa parola e la parola si fa scrittura che chiama i sardi all’unione, non solo con il sentimento ma con l’autocoscienza:quello di appartenere alla stessa terra-madre. “Per difendere – dice Montanaru – la personalità del nostro popolo”

Un’identità mai del tutto compiuta e conclusa, ma da completare in continuum, attingendo alle peculiari risorse spirituali, morali e materiali della tradizione, purgandole delle scorie inutili o addirittura maligne: e ciò non può però significare un incantamento romantico del passato, una sterile contemplazione per ridursi e rispecchiarsi in se stessi o per chiudersi nelle riserve

Una lingua che non resta dunque immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ e si “ricostruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale: come già sosteneva Gramsci.

In tal modo la lingua, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
E comunque in quanto strumento di comunicazione è capace di esprimere tutto l’universo culturale, compreso il messaggio politico, scientifico, e non solo dunque – come purtroppo ancora oggi molti pensano e sostengono – contos de foghile!

Ma la posizione di Montanaru in merito alla lingua sarda emerge ancor più nella polemica che ebbe con tale Anchisi. Nel 1933 il poeta desulese pubblicò Sos cantos de sa solitudine che riscosse un buon successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista collaboratore dell’Unione Sarda, il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto.

Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madre lingua.
Nella replica Montanaru farà infatti, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che “la lingua dei padri” sarebbe diventata la “lingua nazionale dei Sardi” perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”.

L’interesse di queste affermazioni è duplice: da una parte auspica, prevede e desidera una sorta di “lingua sarda nazionale unitaria”, dall’altra ancòra la stessa all’etnia auctotona sarda. Si tratta di posizioni, culturali, linguistiche e politiche estremamente attuali che saranno sviluppate negli anni ’70 dall’algherese Antonio Simon Mossa, il teorico dell’indipendentismo moderno.

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

 
Risultati immagini per vittorio emanuele III di savoia

Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Anche durante il suo regno, fin dall’inizio del Novecento, continua la repressione violenta nei confronti della protesta popolare e dei movimenti di opposizione che aveva  caratterizzato la fine dell’Ottocento, culminata con l’omicidio di Umberto I per mano dell’anarchico Gaetano Bresci, rientrato appositamente dagli Stati Uniti per “vendicare” la strage di Milano del 1898.

  1. Repressione poliziesca agli inizi del Novecento in Sardegna:

L’eccidio di Buggerru. La sommossa di Cagliari , Villasalto e Iglesias

Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”. Anche a Buggerru, allora importante centro minerario, l’esercito, come a Milano nel 1898, sparò sulla folla inerme. Il 4 settembre del 1904 nel paese giunsero da Cagliari due compagnie del 42° reggimento di fanteria. La folla che gremiva la strada principale del paese li accolse in un silenzio ostile. Poco dopo i soldati con le baionette già cariche si schierarono in assetto da guerra all’esterno dell’Albergo dove alloggiavano. Le minacce e i tentativi di disperdere con la forza i manifestanti da parte dei soldati non sortirono alcun effetto. Fu allora che i soldati imbracciarono i moschetti e spararono sulla folla inerme. La tragedia si consumò in pochi minuti: sulla terra battuta della piazza giacevano una decina di minatori. Due, Felice Littera di 31 anni, di Masullas, e Giovanni Montixi di 49 anni, di Sardara, erano morti. Un terzo, Giustino Pittau, di Serramanna, colpito alla testa, morì in ospedale. Un mese dopo anche il ferito Giovanni Pilloni perì.

A Cagliari due anni dopo nel 1806, in seguito a una sommossa popolare contro il caro vita ci furono 10 morti.

“Alla notizia dei morti di Cagliari – scrive Natale Sanna – insorsero subito i centri minerari dell’Iglesiente con richieste varie, scioperi, saccheggi, scontri con i soldati, morti (due a Gonnesa e due a Nebida) e feriti (17 a Gonnesa e quindici a Nebida) fra i dimostranti”1.

Duramente repressi furono anche gli scioperi e le manifestazioni che si innescarono sempre dopo i fatti di Cagliari a Villasimius, San Vito, Muravera, Abbasanta, Escalaplano, Villasalto (con 6 morti e 12 feriti). Mentre a Iglesias nel 1920 i carabinieri sparano su una manifestazione di minatori causando 7 morti.

  1. Vittorio Emanuele III e la Prima Guerra mondiale

La decisione di entrare in guerra fu presa esclusivamente dal sovrano, in collaborazione con il primo ministro Salandra, desideroso com’era di completare la cosiddetta “unità nazionale” con la conquista di Trento e Trieste, ancora in mano austriaca. Il conflitto fu, come noto, tremendo per le forze armate italiane, che andarono incontro ad una spaventosa carneficina, tra il fango, la neve delle trincee e tra indicibili stragi e sofferenze.

Fu lo stesso Papa Benedetto XV a definire quella guerra una inutile strage. Ma in una enciclica del 1914 Ad Beatissimi Apostolorum Principis  lo stesso papa era stato ancora più duro definendola una gigantesca carneficina.

Sarà il sardo Emilio Lussu, in una suggestiva testimonianza storica e letteraria come Un anno sull’altopiano a descrivere gli orrori di quella guerra. Egli infatti al fronte però sperimenterà sulla propria pelle l’assurdità e l’insensatezza della guerra: con la protervia e la stupidità dei generali che mandano al macello sicuro i soldati; con i miliardi di pidocchi, la polvere e il fumo, i tascapani sventrati, i fucili spezzati, i reticolati rotti, i sacrifici inutili. Una guerra che comportò oltre a immani risorse (e sprechi) economici e finanziari immani lutti, con decine di migliaia di morti, feriti, mutilati e dispersi. A pagare i costi e il fio maggiore fu la Sardegna: “Pro difender sa patria italiana/distrutta s’este sa Sardigna intrea, cantavano i mulattieri salendo i difficili sentieri verso le trincee, ha scritto Camillo Bellieni, ufficiale della Brigata”2 .

Infatti alla fine del conflitto la Sardegna avrebbe contato bel 13.602 morti (più i dispersi nelle giornate di Caporetto, mai tornati nelle loro case). Una media di 138,6 caduti ogni mille chiamati alle armi, contro una media “nazionale” di 104,9.

E a “crepare” saranno migliaia di pastori, contadini, braccianti chiamati alle armi: i figli dei borghesi, proprio quelli che la guerra la propagandavano come “gesto esemplare” alla D’Annunzio o, cinicamente, come “igiene del mondo” alla futurista, alla guerra non ci sono andati.

La retorica patriottarda e nazionalista sulla guerra come avventura e atto eroico, va a pezzi. Abbasso la guerra, “Basta con le menzogne” gridavano, ammutinandosi con Lussu, migliaia di soldati della Brigata Sassari il 17 Gennaio 1916 nelle retrovie carsiche, tanto da far scrivere allo stesso Lussu – in Un anno sull’altopiano – Il piacere che io sentii in quel momento, lo ricordo come uno dei grandi piaceri della mia vita.In cambio delle migliaia di morti,  – per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti – ci sarà il retoricume delle medaglie, dei ciondoli, delle patacche. Ma la gloria delle trincee – sosterrà lo storico sardo Carta- Raspi –  non sfamava la Sardegna.

Sempre Carta Raspi scrive: ”Neppure in seguito fu capito il dramma che in quegli anni aveva vissuto la Sardegna, che aveva dato all’Italia le sue balde generazioni, mentre le popolazioni languivano fra gli stenti e le privazioni. La gloria delle trincee non sfamava la Sardegna, anzi la impoveriva sempre di più, senza valide braccia, senza aiuti, con risorse sempre più ridotte. L’entusiasmo dei suoi fanti non trovava perciò che scarsa eco nell’isola, fiera dei suoi figli ma troppo afflitta per esaltarsi, sempre più conscia per antica esperienza dello sfruttamento e dell’ingratitudine dei governi, quasi presaga dell’inutile sacrificio. Al ritorno della guerra i Sardi non avevano da seminare che le decorazioni: le medaglie d’oro. d’argento e di bronzo e le migliaia di croci di guerra; ma esse non germogliavano, non davano frutto” 3.

  1. Vittorio Emanuele III e il Fascismo.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Non tenendo conto che nelle ultime elezioni politiche del 1919 il movimento fascista, presentatosi nel solo collegio di Milano, con una lista capeggiata da Mussolini e Marinetti, raccolse meno di 5.000 suffragi sui circa 370.000 espressi, non riuscendo a eleggere alcun rappresentante.

Non tenendo conto che i due partiti democratici e di massa nelle stesse elezioni avevano trionfato: il Partito Socialista Italiano con il 32% dei voti e 156 seggi e il neonato Partito Popolare Italiano di don Sturzo con il 20% dei voti e 100 seggi.

Mussolini di fatto esautorerà la stessa monarchia che beata e beota si godeva il suo “impero” di sabbia con le conquiste imperiali, che evidentemente riteneva dessero lustro e prestigio alla stessa monarchia, non comprendendo che invece di volare stava precipitando e con essa l’intero popolo italiano e quello sardo in primis! Abbeverato di olio di ricino, internato nelle galere e esiliato al confino, condannato per ben quattro lustri ad ulteriore sottosviluppo.

Scrive Carta Raspi: ”Mussolini più volte aveva fatto grandi promesse alla Sardegna e aveva pure stanziato un miliardo da rateare in dieci anni. Era stato tutto fumo, anche perché né i ras né i gerarchi e i deputati isolani osarono chiedergli fede alle promesse. Già sarebbero state briciole; ormai le aquile imperiali spaziavano nel mediterraneo e oltre tutto veniva inghiottito dalla Libia, poi dalla conquista dell’Abissinia e dalla guerra di Spagna. Solo all’inizio della seconda guerra mondiale Mussolini si ricordò della Sardegna, per attribuirle il ruolo di portaerei al centro del Mediterraneo occidentale”4.

In conclusione Vittorio Emanuele III non separò mai le sorti e le responsabilità della dinastia da quelle del regime: sul piano interno non si oppose alla graduale soppressione delle libertà garantite dallo Statuto e non si oppose neppure all’infamia delle leggi razziali e sul piano estero non si oppose alla seconda guerra mondiale.

  1. Vittorio Emanuele e la seconda guerra mondiale

La seconda guerra mondiale rappresenterà l’evento più drammatico che mai si sia verificato nella storia dell’umanità. E corresponsabile sarà anche il re. Ecco come icasticamente si esprime nella bella Commedia s’Istranzu avventuradu, Bastià Pirisi5: su Re nostru hat dadu manu libera ai cuddu ciacciarone de teracazzu de s’anticristu fuidu dae s’inferru… Sincapat qui sa corona de imperadore l’hat frazigadu su car­veddu!…(Il nostro Re ha dato mano libera a quel parolaio di servaccio dell’anticristo figgito dall’inferno… A meno che la corona di imperatore non gli abbia infracidito il cervello!)

Scrive invece lo storico Franco della Peruta facendo una analisi complessiva:”Il bilancio del conflitto appariva sconvolgente  perché la guerra, l’ecatombe più micidiale degli annali del genere umano, tre volte superiore a quella della grande guerra – aveva fatto 50 milioni di vittime fra militari e civili…Alle perdite umane si sommarono quelle materiali, in seguito ai gravissimi danneggiamenti che colpirono molte città della Cina, del Giappone e della Germania e alle distruzioni subite dall’unione sovietica, dove furono pressoché rase al suolo 1700 città e 70.000 villaggi” 6. Anche la Sardegna pagò un grande tributo. Scrive a questo proposito lo storico sardo Natale Sanna: ”Durante l’ultima guerra la Sardegna, per la sua posizione strategica, le importanti basi navali e i circa quindici campi di aviazione in essa dislocati attirò l’attenzione dei comandi alleati. Dovette perciò subire, fin dai primi anni del conflitto, numerosi bombardamenti dapprima di lieve entità, ma poi, dopo lo sbarco americano nell’Africa settentrionale, frequentissimi e massicci. Furono danneggiati circa 25 comuni, fra cui Alghero, Carloforte, Carbonia, La Maddalena, Sant’Antioco, Palmas Suergiu, Setzu, Olbia, Oristano, Milis e, più gravemente degli altri, Gonnosfanadiga, dove si ebbero 114 morti e 135 feriti. Presa di mira fu soprattutto Cagliari. Le tristi giornate del 17, 26, 28 febbraio 1943 e quella del 13 maggio (per citare le più terribili) non saranno mai dimenticate dai Cagliaritani, che hanno visto la furia devastatrice venire dal cielo e distruggere la loro città, sventrando interi rioni, sconvolgendo le vie, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e di feriti nelle strade e nelle macerie. Migliaia di morti (che alcuni fanno ascendere a 7.00 e il 75% dei fabbricati distrutti o resi inabitabili, furono il tragico bilancio di quei giorni”7.

  1. Vittorio Emanuele III e le leggi razziali.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

  1. Vittorio Emanuele III e la fuga a Brindisi. 

Persa ormai la guerra e convinto ormai che il disastroso esito del conflitto potesse segnare non solo la fine del regime fascista ma anche quello della monarchia, Vittorio Emanuele arresta Mussolini (25 luglio 1943) e nomina nuovo capo del Governo il maresciallo Badoglio. Il giorno dopo l’Armistizio, il 9 settembre, insieme a Badoglio stesso abbandona Roma e fugge prima a Pescara e poi a Brindisi, nella zona occupata dagli alleati. L’ignominiosa fuga avrà conseguenze devastanti. E la Sardegna pagherà un altissimo tributo a questa fuga: 12.000 mila i soldati sardi IMI (fra i 750-800 mila militari italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’armistizio) verranno  rinchiusi nei lager nazisti. Per spiegare un numero così alto di militari sardi deportati occorre capire la situazione in cui si trovarono nei fronti di guerra (Grecia, Albania, Slovenia, Dalmazia) dopo l’8 settembre. Con la difficoltà di tornare in Sardegna e sbandati, –  non esistendo più una unità di comando e di direzione –  essi furono posti di fronte all’alternativa di aderire alla RSI (Repubblica sociale di Salò) o di diventare prigionieri dei tedeschi e dunque di essere imprigionati nei lager. Abbandonati da Badoglio, quasi nessuno aderì alla RSI e dunque il loro destino fu segnato.

Note Bibliografiche

  1. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 472.
  2. Brigaglia-Mastino- Ortu, Storia della Sardegna, 5, Editori Laterza, 2002, pagina 9.
  3. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 904.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna op, cit. pagina 914.
  5. Bastià Pirisi, S’Istranzu avventuradu – Cumedia ind’unu actu , Editrice Sarda Fossataro, Cagliari, 1969,
  6. Franco Della Paruta, Storia del Novecento, Le Monnier, Firenze, 1991, pagine 249-250.
  7. (Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, op. cit. pagine 487-488.

Umberto I di Savoia (1878-1900)

  • Umberto I di Savoia (1878-1900)
    di Francesco Casula
    Umberto I di Savoia, re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque
    corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che
    furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna.
    In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la
    deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi
    liberticide e una repressione feroce.
    1. campo fiscale.
    Le tasse che la Sardegna paga sono superiori alla media delle tasse che pagano le altre
    regioni italiane, talvolta persino superiori a quelle delle regioni più ricche. Scrive Giuseppe
    Dessì nel romanzo Paese d’ombre: “La legge del 14 luglio 1864 aveva aumentato le
    imposte di cinque milioni per tutta la penisola, e di questi oltre la metà furono caricati sulla
    sola Sardegna, per cui l’isola si vide triplicare di colpo le tasse.
    In molti paesi del Centro, quando gli esattori apparivano all’orizzonte, venivano presi a
    fucilate e se ne tornavano, a mani vuote, ma più spesso l’esattore, spalleggiato dai
    Carabinieri, metteva all’asta casette e campicelli e tutto questo senza che nessuno tentasse
    di difendere gli isolani. I politici legati agli interessi del governo, predicavano la
    rassegnazione. I sardi si convincevano di essere sudditi e non concittadini degli italiani…”
    1
    .
    a. tassa sul macinato
    Durante il suo regno permarrà l’imposta sul macinato (istituita nel 1868 ed abolita nel
    1880), l’imposta più odiosa di tutte, “perché gravava sulle classi più povere, consumatrici di
    pane e di pasta e particolarmente dura in Sardegna, dove il grano veniva di solito macinato
    nelle macine casalinghe fatte girare dall’asinello”
    2
    .
    b. aggio esattoriale
    Scrive lo storico Ettore Pais:”Nelle altre province del regno l’aggio esattoriale ha una media
    che non supera il 3%,, in Sardegna non è minore del 7% e in alcuni comuni arriva persino a
    14%”
    3
    .
    A dimostrazione che la pressione fiscale in Sardegna era fortissima e comunque più forte
    che nelle altre regioni ne è una riprova il fatto che dal 1 gennaio 1885 al 30 giugno 1897 –
    anni in cui Umberto I è re – si ebbero in Sardegna “52.060 devoluzioni allo stato di
    immobili il cui proprietario non era riuscito a pagare le imposte, contro le 52.867 delle altre
    regioni messe insieme”
    4
    .
    Ed ancora nel 1913 – regnante il figlio Vittorio Emanuele III, di cui vedremo – , la media
    delle devoluzioni ogni 1000.000 abitanti era 110,8 in Sardegna e di 7,3 nel regno, è sempre
    Nitti nel libro sopra citato a scriverlo.
    2. Campo economico
    1
  • In seguito alla rottura dei Trattati doganali con la Francia (1887) e al protezionismo tutto a
    beneficio delle industrie del Nord, fu colpita a morte l’economia meridionale e quella sarda.
    Con la “guerra” delle tariffe voluta da Crispi, i prodotti tradizionali sardi (ovini, bovini,
    vini, pelli, formaggi) furono deprivati degli sbocchi tradizionali di mercato.
    La “Guerra delle tariffe con la Francia – scrive ancora Giuseppe Dessì in Paese d’ombre
    aveva interrotto le esportazioni in questo paese e diversi istituti bancari erano falliti.
    Clamoroso fu il fallimento del Credito Agricolo Industriale Sardo e della Cassa del
    Risparmio di Cagliari.
    Mentre Raimondo Carta Raspi annota: ”Nel solo 1883 erano stati esportati a Marsiglia
    26.168 tra buoi e vitelli, pagati in oro. Malauguratamente il protezionismo a beneficio delle
    industrie del nord e la conseguente guerra doganale paralizzarono per alcuni anni questo
    commercio e l’isola ne subì un danno gravissimo non più rifuso coi nuovi trattati doganali”
    5
    .
    Dopo il 1887 tale commercio crollerà vertiginosamente e con esso entrerà in crisi e in coma
    l’intera economia sarda. Salgono i prezzi dei prodotti del Nord protetti: le società industriali
    siderurgiche e meccaniche fanno pagare un occhio della testa – sostiene Gramsci – ai
    contadini, ai pastori, agli artigiani sardi con le zappe, gli aratri e persino i ferri per cavalli e
    buoi.
    Di contro crollano i prezzi dei prodotti agricoli non più esportabili: il vino, da 30-35 e
    persino 40 lire ad ettolitro, rende adesso non più di 6-7 lire. Discende bruscamente il prezzo
    del latte. Anche come conseguenza di ciò arrivano in Sardegna gli spogliatori di cadaveri.
    (Vedi Pimpiria).
    3. Campo ambientale
    L’Isola del
    «
    grande verde
    »,
    che fra il XIV e XII secolo avanti Cristo fonti egizie, accadiche
    e ittite dipingevano come patria dei Sardi shardana è sempre più solo un ricordo. La storia
    documenta che l’Isola verde, densa di vegetazione, foreste e boschi, nel giro di un paio di
    secoli fu drasticamente rasata, per fornire carbone alla industrie e traversine alle strade
    ferrate, specie del Nord d’Italia. Certo, il dissipamento era iniziato già con Fenici
    Cartaginesi e Romani, che abbatterono le foreste nelle pianure per rubare il legname e per
    dedicare il terreno alle piantagioni di grano e nei monti le bruciarono per stanare ribelli e
    fuggitivi, ma è con i Piemontesi che il ritmo distruttivo viene accelerato. Essi infatti
    bruciarono persino i boschi della piana di Oristano per incenerire i covi dei banditi mentre i
    toscani li bruciarono per fare carbone e amici e parenti di Cavour, come quel tal conte
    Beltrami devastatore di boschi quale mai ebbe la Sardegna, mandò in fumo il patrimonio
    silvano di Fluminimaggiore e dell’Iglesiente.
    Con l’Unità d’Italia infine si chiude la partita con una mostruosa accelerazione del ritmo
    delle distruzioni, specie con il regno di Umberto I a fine Ottocento.
    Scriverà Eliseo Spiga :” lo stato italiano promosse e autorizzò nel cinquantennio tra il 1863
    e il 1910 la distruzione di splendide e primordiali foreste per l’estensione incredibile di ben
    586.000 ettari, circa un quarto dell’intera superficie della Sardegna, città comprese”
    6
    .
    2
  • Mentre il poeta Peppino Mereu, a fine Ottocento, mette a nudo la “colonizzazione” operata
    dal regno piemontese e dai continentali, cui è sottoposta la Sardegna, proprio in merito alla
    deforestazione: Sos vandalos chi cun briga e cuntierra/benint dae lontanu a si partire/sos
    fruttos da chi si brujant sa terra, (I vandali con liti e contese/ vengono da lontano/a spartirsi
    i frutti/dopo aver bruciato la terra). E ancora: Vile su chi sas jannas hat apertu/a s’istranzu
    pro benner cun sa serra/a fagher de custu logu unu desertu (Vile chi ha aperto la porta al
    forestiero /perché venisse con la sega/e facesse di questo posto un deserto).
    E Giuseppe Dessì, sempre nel suo romanzo Paese d’ombre scrive: La salvaguardia delle
    foreste sarde non interessava ai governi piemontesi, la Sardegna continuava ad essere
    tenuta nel conto di una colonia da sfruttare, specialmente dopo l’unificazione del regno.
    5. Nel campo delle liberta e della democrazia. La “Caccia grossa” e i fatti di Sanluri.
    Umberto I non fu solo connivente con la politica coloniale, autoritaria, repressiva e
    liberticida dei Governi di fine Ottocento, da Crispi in poi, ma un entusiasta sostenitore:
    appoggiò le infauste “imprese” in Africa (con l’occupazione dell’Eritrea (1885-1896) e
    della Somalia (1889-1905), che tanti lutti e spreco di risorse finanziarie comportò: ben
    6.000 uomini (morirono nella sola battaglia e sconfitta di Adua nel 1896 e 3.000 caddero
    prigionieri).
    Fu altrettanto sostenitore del tentativo, di imporre leggi liberticide da parte del governo del
    generale Pelloux nel 1898, tendenti a restringere le libertà (di associazione , riunione ecc)
    garantite dallo Statuto. Sempre nel 1898 (8 e 9 maggio), “le truppe del generale Fiorenzo
    Bava Beccaris spararono sulla folla inerme uccidendo circa 80 dimostranti e ferendone più
    di 400”
    7
    .
    EbbeneilreUmberto,ribattezzatodaglianarchiciRe mitraglia, forse per premiare il
    generale stragista per la portentosa “impresa” non solo lo insignì della croce dell’Ordine
    militare di savoia ma in seguito lo nominerà senatore!
    Questo in Italia. In Sardegna l’anno seguente nel 1899 assisteremo alla “Caccia grossa”! Il
    capo del governo, il generale Pelloux – quello delle leggi liberticide che non passeranno
    solo per l’ostruzionismo parlamentare della Sinistra – invierà in Sardegna un vero e proprio
    esercito che, con il pretesto di combattere il banditismo, nella notte fra il 14 e il 15 maggio
    arrestò migliaia di persone.
    Ecco come descrive la Caccia grossa Eliseo Spiga ”Lo stato rispondeva la banditismo
    cingendo il Nuorese con un vero e proprio stato d’assedio, senza preoccuparsi,,,di un’intera
    società che si vedeva invasa e tenuta in cattività come un popolo conquistato…Ed ecco gli
    arresti, a migliaia donne, vecchi e ragazzi…sequestrate tutte le mandrie e marchiate col
    fatidico GS, sequestro giudiziario…venduti in aste punitive tutti i beni degli arrestati e dei
    perseguiti…Gli arrestati furono avviati a piedi, in catene, ai luoghi di raccolta, Un sequestro
    di persona in grande, per fare scuola”
    8
    .
    Ma la Sardegna, la repressione poliziesca durante il regno di Umberto I l’aveva conosciuta
    anche prima del 1899, in particolare a Sanluri. In questo grosso centro del Campidano, in un
    clima di povertà, di incertezza e disperazione, il 7 agosto 1881, scoppiò una sommossa
    3
  • popolare contro il carovita e gli abusi fiscali, (Su trumbullu de Seddori), sommossa repressa
    violentemente: ci furono 6 morti.
    Il fatto suscitò notevole apprensione in tutta l’Isola. e in gran parte della terra ferma, per i
    morti e per le gravi conseguenze giudiziarie. .
    L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché
    venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati
    e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti
    dell’isola.
    La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne
    condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16,
    mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19 ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono
    condannati a 16 anni di Lavori Forzati.
    Note Bibliografiche
    1. Giuseppe Dessì, prefazione di Sandro Maxia, Ed. Ilisso, Nuoro 1998, pagina 292.
    2 Natalino Sanna, Il cammino dei sardi, vol.III, Editrice Sardegna, pagina 440.
    3. F. Pais Serra, Antologia storica della Questione sarda a cura di L. Del Piano, Cedam,
    Padova, 1959, pagina 245.
    4. F. Nitti, Scritti nella Questione meridionale, Laterza, Bari, 1958, pagina 162
    5. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 882.
    6. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, Ed. CUEC, Cagliari 2006,
    pagina 161.
    7. Franco della Paruta, Storia dell’Ottocento, Ed. Le Monnier, Firenze, 1992, pagina 461.
    8. Eliseo Spiga, La sardità come utopia, note di un cospiratore, op. cit. pagina 162.
    4

Vittorio Emanuele II di Savoia

Vittorio Emanuele II di Savoia

Carlo Alberto (1831-1849)

I TIRANNI SABAUDI

n.7 Carlo Alberto (1831-1849)

Risultati immagini per carlo alberto

di Francesco Casula

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico ma soprattutto ebbe l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo sia come principe di Carignano che come re di Sardegna fra liberalismo e conservatorismo reazionario: così nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione al re Vittorio Emanuele I di Sardegna, sostenendo i vari movimenti legittimisti d’Europa contro i liberali; mentre ancora nel 1848 era indeciso se firmare lo Statuto o essere fedele al suo passato reazionario. E comunque “almeno nel primo periodo di regno, oltre ad essere come i suoi predecessori, un re assolutista e reazionario, era anche un timido e irresoluto”1.

Fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832. Ricorrendo a un grosso contingente di truppe contro gli oppositori alla Legge delle Chiudende, soprattutto a Nuoro e nel Nuorese (Oliena, Mamoiada, Sarule, Orotelli, Bitti, Fonni, Orani), nel Goceano (Benettuti, Illorai, Bono) e nel Marghine ma anche a Benettuti, Ozieri, Pattada, Buddusò: nei luoghi cioè dove l’economia prevalente era basata sulla pastorizia, colpita a morte dalla privatizzazione delle terre.

La repressione indiscriminata nei confronti delle popolazioni sarde, nel classico stile sabaudo con galera, esilio, fucilazioni e torture indicibili, sarà denunciata, con forza e determinazione da Giorgio Asproni, alla Camera dei deputati: ”La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le infamie decretate e non patite; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spasmi delle famiglie per i loro cari mandati in esilio per ingiusti sospetti, per deferenze vili e per sdegnosa e nobile renuenza a tradimenti immorali; gli schiaffi e le battiture ai dete­nuti carichi di ferri in mezzo a’ birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni che per terrore dei maltrattamenti s’evadevano; il rigoroso digiuno, anzi la lunga fame a chi non depo­neva a genio di quei giudici spietati, e finalmente le insidie e gli stillicidi di acque freddissime fatti con studiata crudeltà sgocciolare dai tetti nella iemale stagione sul collo dei testimoni più tenaci in attestare il vero e negare il falso”2 .

La denuncia delle repressioni da parte dell’Asproni è del 27 giugno 1950: nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio. La giustizia pubblica non esaudiva i lamenti; l’irritazione era grande. Dopo un lustro di pazienza onesta sfogata in ricorsi rassegnati al superiore e sordo governo, i popoli trascorsero agli atti che suole insinuare la disperazione, consigliera terribile dei vessati mortali”3.

A proposito di repressione non possiamo sottacere l’infame delitto di cui il re Tentenna si macchiò con l’ordine, dato personalmente, della condanna a morte di un liberale sardo, Efisio Tola. Il reato? “per avere avuto fra le mani libri sediziosi”! Tola aveva 29 anni anni!

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, foriere secondo loro, di magnifiche e progressive sorti per la Sardegna

5° Carlo Felice (1821-1831)

 

I tiranni sabaudi

5° Carlo Felice (1821-1831)

cf

Carlo Felice fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele e feroce (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe1, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione2, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille3.

  1. Crudele e feroce, despota e sanguinario.

Sarà soprannominato Carlo Feroce dai liberali piemontesi e da Angelo Brofferio astigiano, (poeta, e critico teatrale) nonché patriota (anche lui perseguitato e arrestato in Piemonte nel 1830, regnante Carlo Felice) e che nel 1854 verrà eletto deputato a Cagliari, per protesta contro Cavour.

La repressione violenta la esercita delegandola al famigerato Giuseppe Valentino, soprattutto nei confronti dei democratici, come nel caso di Vincenzo Sulis, il capopolo della rivolta cagliaritana contro i Piemontesi nel 1794, spesso “inventando” congiure inesistenti, e prezzolando i delatori. Ecco come lo descrive Pietro Martini, il fondatore della storiografia sarda, pur filo monarchico e filo sabaudo:

”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico. A raffermare l’ordine si pronun­ciava necessaria la dispersione degli uomini più famosi negli ultimi moti popolari, ai quali Sulis avea soprastato. Ma come per artigliarli faceva mestieri di accreditare una congiura con grandi ramificazioni e con un capo, i delatori prezzolati dal comando della piazza e gli avidi di vendetta la immaginarono­. e ne denunciarono, capo il Sulis, membri i di lui satelliti antichi, i famigerati per animo turbolento, i giacobini4.

E Raimondo Carta Raspi, a conferma di quanto sostenuto dal Martini scrive:”Ai feudatari, da viceré, diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di carnefice e giudice dei suoi concittadini.” Sempre il Carta Raspi aggiunge a tal proposito: “Rivalutandone il governo si è perfino voluto attribuire a Carlo Felice il merito di aver restaurato l’autorità regia, che avrebbe barcollato durante i regni del padre e del fratello maggiore. Appare invece tutto il contrario, se già non si vuole scambiare terrore con prestigio, autorità con forche. «Non si tosto il governo passò in mani del duca del Genovese – scrisse il Martini – la reazione levò più che per lo innanzi la testa; cosicché i mesi che seguirono fu­rono tempi di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico.» L’auto­rità e il prestigio del regio governo erano stati affidati al Valentino, cui si aggiunse il Villamarina, e a tutti gli elementi reazionari degli stamenti.

Governo poliziesco per una parte, per altra letargico. Se così non fosse stato, anziché peggiorare le condizioni dell’isola avrebbero dovuto progredire, e intendiamo soprattutto in senso economico, poiché serve a ben poco riformare qualche norma giuridica a una popolazione oppressa ed affamata. Non che favorire lo sviluppo dell’agricoltura e valorizzare le molteplici risorse dell’isola, Carlo Felice aveva dato carta bianca ai feudatari per dissanguare i vas­salli, ciò che doveva inevitabilmente produrre tutto l’opposto, disamorando i contadini dalla terra che dovevano lavorare senza incentivi, come bestie e strumenti padronali”5 .

  1. Famelico

Scrive il Martini a questo proposito:“Per la morte del conte di Mariana, il donativo di scudi sessanta mila rimase intiero al duca del Genevese. Onde por­tare sicuro giudizio di quest’atto giova rammentare il donativo di cento cinquanta mila scudi offerto dagli stamenti a re Carlo Emanuele nel 1799, e la distribuzione da lui fattane ai principi di sua famiglia: giova aggiungere che il re, stante la breve sua permanenza nel regno, una parte soltanto ne riscosse e che gli stamenti, perché col restare nell’isola i soli due principi, il duca del Genevese ed il conte di Moriana, mutate erano le circostanze consigliatrici di quell’egregio donativo, questo abolito, un nuovo ne votarono per ambidue nella somma di scudi sessanta mila.

I due’ principi sel ripartirono in guisa che se ne tolse scudi trentacinque mila il duca del Genevese, e venticinque mila il conte di Moriana. Ondeché, alla morte di costui, la sua rata doveva cessare a sgravio dei regnicoli, od almeno si sarebbe dovuta devolvere alla oberata finanza. E pure, consenzienti o tolleranti gli stamenti, Carlo Felice se l’appropriò, tanto più illegittimamente, che traeva pure dal­l’erario gli utili della carica viceregale7.

  1. Gaudente, ottuso e incapace.

Cito sempre Pietro Martini che scrive “Incli­nato ai diletti delle campagne ridenti, agli spettacoli del tea­tro, ai piacevoli trattenimenti, ai lauti prandi, abborrì dalle cu­re che affaticandogli la mente gli turbassero per poco il lieto suo vivere. Non ambì dunque l’imperio, e se lo tenne prima come viceré, indi come re, fu perché il credette un debito verso la dinastia, i popoli suoi ed anche l’Europa, che la pace faceva dipendere dal principio della legittimità monarchica. Animo aveva di felicitare gli stati suoi, ma non virtù di regger­li da per sé; ché gli veniva meno ogni esperienza di pubblici negozi, ogni vera cognizione dell’età in cui viveva, e poca coltura avea di lettere. Informato alla giustizia, quando crede­va di ottemperarvi era così inesorabile, che pareva d’animo feroce a chi non aveva appreso quanto buono avesse il cuo­re, e di qual tempera fosse quella carità e generosità che alle moltitudini sarde velavano i difetti del governante supremo. Tale costanza poi aveva nei propositi, che soventi più che fer­mo di carattere, ostinato si appalesava. Un principe così fatto doveva per necessità diventare, tranne per le cose più gravi, studiate e decise nel suo secreto, servo dei ministri, ma più dei cortigiani”8.

Secondo Raimondo Carta Raspi, Carlo Felice, negato alla politica e a ogni manifestazione intellettuale, preferì gli ozi e gli svaghi della Villa Orrì.

E ancora, sempre il Martini scrive: ”Per indole al comando e alle pubbliche cure preferiva i placidi ozi del vivere privato e tranquillo, e sovra tutto il delizioso stare nel podere di Villahermosa, la Villa d’Orri”9 . A gozzovigliare e mangiare porchetti arrosto, come abbiamo visto documentato da Raimondo Carta Raspi. Mentre a Cagliari e in Sardegna la popolazione moriva di fame e i bambini di vaiuolo.

Tutto ciò sia da viceré che da re.

Anzi, divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, diventa viepiù famelico, crudele e reazionario: “divenuto re – scrive Carta Raspi –   doveva mostrarsi più ottuso e reazionario di ogni altro principe”9 , e “Nei consigli del principe prevaleva il principio del terrore e dell’arbitrio senza limiti”11.

Mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza. Uso ancora l’affilata prosa di Carta Raspi: “In Sardegna, poiché la rivoluzione francese non l’aveva neppure sfiorata, non vi fu nulla da modificare e nulla mutò neppure in seguito, anche per l’assenza di moti liberali, stratificando ancor più lo stato di privilegi e miserie, di sfruttamento e di arretratezza.

Bene se ne rese conto il Martini, che quasi a conclusione della sua pregevole monografia scriveva:”La reazione oltremarina era una guarentigia del durare dell’isola con le grandi piaghe spagnole, e quindi con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”12.

Pur ottuso e incapace, Carlo Felice doveva conoscere le condizioni economiche e finanziarie drammatiche della Sardegna, nonostante ciò si accanisce con un fiscalismo esasperato, ecco cosa scrive in un biglietto viceregio del marzo 1804, aprossimandosi la riunione dei tre ordini:”Premesso un quadro lamentevole condizioni della finanza, ne dimostrò l’origine nella guerra lunga e dispendiosa; nella perdita degli stati regi conti­nentali; nel quasi annientato commercio dell’isola; nella straordinaria sterilità dei feraci suoi terreni; nelle maggiori spese per le provvisioni di vettovaglie, vestimenta, foraggi ed arnesi di caserma per le truppe, che prima si facevano a prezzi più bassi; nei dispendi a dismisura cresciuti per lo mantenimento della tranquillità interna, per la difesa delle marine e segnatamente dai Barbareschi, per l’amministrazione della giustizia; e soprattutto nel mancato ramo di rendita proveniente dalla esportazione dei cereali. E poiché accennava ai clamori dei pubblici officiali e dei lavoranti in opere dello stato non pagati, ed al pericolo d’un prossimo sfasciamento to­tale della pubblica amministrazione, considerando come fosse di­ somma urgenza un sussidio al tesoro, non minore di quattrocento mila lire sarde, conchiuse col raccomandarsi agli stamenti, onde vi supplissero con un tributo straordinario”13.

Gli è che Carlo Felice odia i sardi: il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per la Sardegna :un paese maledetto14 e per i Sardi : je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes, soleva affermare nei loro confronti. E in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive :”Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait”15.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 854
  2. Ibidem, pagina 848.
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ilisso Edizioni,1999, pagina 27.
  4. 4. Ibidem, pagine 79-80.

5 Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 849.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit., pagine, 128-129.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 848-849
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 78.
  4. Ibidem, pagine 158-159

10.Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 854.

11 Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 137

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina pagina 854.
  2. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 141.
  3. . Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 892.

Carlo Emanuele IV (1796-1802)

Risultati immagini

 

Carlo Emanuele IV (1796-1802)

Succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

  1. Il re sabaudo, arrivato a Cagliari, triplica il donativo.

“I Sardi – scrive Raimondo Carta Raspi – che avevano visto fugacemente qualche re di Spagna, non avevano ancora conosciuto né un re né un principe di casa Savoia. Da quando ne cinsero la corona, non si erano curati nep­pure di far atto di presenza; e forse anche perciò gli isolani, ma più i Cagliaritani avevano perpetuato in loro quella specie di mistica devozione che già ebbero per i grandi sovrani di las Españas. Gran­de fu perciò l’attesa ma non altrettanta la gioia allorché nel golfo degli Angeli apparvero non una ma ben sette navi, che vi conduceva­no non solo il re e la sua famiglia, ma anche i principi, ministri, uffi­ciali e dignitari, accompagnati perfino dal servidorame piemontese. Fra gli acclamanti al pittoresco corteo di pennacchi e livree, forse qualche raro cagliaritano dovette pensare che cinque anni prima tut­ta la città si era sollevata per cacciare poche decine di Piemontesi insolenti: ora tornavano, regali padroni, esigenti, e sprezzanti, in­sofferenti dell’ospitale esilio. Giungevano in molti e privi di tutto, a mani vuote. Senza che neppure ne fosse stato richiesto, «per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava», il re aveva lasciato nelle stanze regali «le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e sette­centomila lire in doppie d’oro» (Botta, Storia d’Italia). Gesto tutt’altro che regale, poiché dovette poi farlo pesare sui misera­bili sudditi isolani, con nuove imposte e fin dai primi giorni attin­gendo «dalle casse minori, dacché la maggiore priva era di de­naro».

Appena sbarcato a Cagliari, il 3 marzo 1799, Carlo Emanuele che prima di partire in esilio aveva invitato i suoi sudditi ad obbe­dire al nuovo governo, lesse una vibrata protesta contro la forza rinuncia ai suoi stati di terraferma, e ritrattò l’abdicazione. Buona precauzione, ma prematura. Urgeva ben altro: gli appannaggi . Una somma globale eccessiva per le entrate del regno: 227.000, per la Corte, 35.000 per il re, 18.000 spillatico per la regina, 10.000 per la principessa Felicita, 95.000 per il duca d’Aosta, 60.000 per il duca di Monferrato, 40.000 per il duca del Genovese, altrettante il conte di Moriana e 75.000 per il duca del Chiablese. Una cifra globale di 600.000 lire, corrispondente al triplo del donativo fino al­lora stabilito; e poiché il disavanzo in quell’anno era di L. 484.885, non trovando prestiti, fu necessario intanto sospendere lo stipendio agli impiegati e vendere a basso prezzo tutto il piombo esistente nei magazzini; ripieghi di troppo breve respiro, si che per coprire il disavanzo dovette essere decretata un’imposta straordinaria di 412.500 lire sarde. «Grave oltremodo riuscì questa imposta – scrive giustamente il Martini – ad un’isola, come la Sardegna, abbattuta da lunghe sventure, vessata dalle due aristocrazie (laica ed eccle­siastica), povera di denaro, d’industria, di commercio, avvezza da se­coli alla sola prestazione del donativo ordinario, equivalente, ad un terzo circa del novello tributo. Sollevossi dunque l’opinione pub­blica contro gli stamenti ed i loro deputati, e si cominciò a tenere come un danno la venuta del re produttrice di tale gravezza», E non si era che al principio, ancora lontano dal 1814!

Stabiliti gli appannaggi, con un secondo provvedimento il re nominò ministro il conte di Chialamberto e distribuì le più alte cariche ai fratelli: il duca d’Aosta fu governatore della città di Cagliari, del capo Meridionale e della Gallura, oltre che generale delle armi; il duca di Monferrato, governatore della città di Sas­sari e del capo Settentrionale; il duca del Genovese, comandante della fanteria e dei miliziani; il conte di Moriana comandante la cavalleria; il duca del Chiablese, zio del re, fu presidente dell’am­ministrazione delle torri. Tutti i Sardi che fino a quel momento ri­coprivano quelle cariche furono estromessi e destinati a minori funzioni., Ciò contrastava con le precedenti concessioni fatte agli isolani, di occupare tutte le cariche e gli impieghi con la sola esclu­sione di quella di viceré. Nessuno osò protestare allora e neppure quando al sopruso s’aggiunse la beffa: perché non vi fosse più nes­suna distinzione fra le due popolazioni, quella isolana e quella di terraferma, il re volle nominare alcuni piemontesi a importanti funzioni in Sardegna, come Giuseppe De Maistre a reggente la Real Cancelleria, e alcuni Sardi ad altrettanto importanti cariche in Piemonte; col risultato, naturalmente, che i Piemontesi presero subito possesso dell’impiego, e i Sardi rimasero in Sardegna solo col titolo onorifico, essendo il Piemonte occupato dai Francesi” 1.

  1. Il giudizio di un contemporaneo del re Carlo Emanuele IV e del vicerè Carlo Felice, Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.

“L’arrivo della famiglia reale a Cagliari e i primi atti di clemenza del sovrano sono visti in una luce favorevole, nel senso che Carlo Emanuele IV, nonostante le pressioni contrarie del ceto feudale, bene fece ad estendere l’amnistia generale ai rei di delitti e di opinioni po­litiche. Qui si manifesta l’avversione del Lavagna ai feudatari, del cui accanimento contro i presunti giacobini dà una giustificazione abba­stanza sensata: ai baroni cioè non importavano in sé e per sé le con­vinzioni politiche dei villici e dei loro sostenitori cittadini; importava invece ottenere dal governo i mezzi e i modi per costringere con la forza i riluttanti a pagare i tributi. Affiora in ciò l’interpretazione in chiave economico-sociale dei sommovimenti del I795, che molti scrittori dell’800 hanno poi colorato di motivazioni ideologiche.

Il motivo dominante della critica del Lavagna è però la condotta politica del ministro Chialamberto, orientata essenzialmente verso due fini: ottenere con imposizioni fiscali straordinarie un cospicuo aumento del «donativo» per far fronte alle esigenze finanziarie della corte esiliata e del governo, e abolire progressivamente i benefici del Diploma dell’8 giugno ‘96 affidando le leve del potere politico, mili­tare ed economico ad elementi piemontesi e a pochi sardi supina­mente ligi alle sue direttive.

Sul primo punto il dissenso del Lavagna è netto. In sostanza egli nega ogni legittimità in fatto e in diritto all’Editto con cui Carlo Ema­nuele IV, sentita una delegazione stamentaria, decreta un esorbitante «donativo» straordinario e ne fissa il «riparto» fra le varie classi della popolazione. Il tributo è ritenuto illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Certe inadempienze costituzionali non potevano sfuggire a un giurista ben provveduto di dottrina come il Lavagna, il quale per al­tro non si perita di accusare i principi reali di altrettanto gravi inos­servanze; come quella di non aver prestato il dovuto giuramento nel­l’assumere le rispettive elevate cariche: il duca d’Aosta quella di Generale delle Armi e di Governatore del Capo di Cagliari e Gallura, il duca di Monferrato quella di Governatore del Capo di Sassari e Lo­gudoro, Carlo Felice, duca del Genevese, quella di Vicerè.

Alle spese di mantenimento e suntuarie della corte il Lavagna dedica particolare attenzione: egli le considera uno sperpero del pub­blico denaro che, già inammissibile in tempi normali, diventa addi­rittura delittuoso se fatto in momenti di carestia e a carico di un po­polo povero e oppresso dai tributi. Ne sarebbero risultati riflessi ne­gativi sotto tutti i riguardi: il popolo, già cullatosi nella speranza di poter contare sui tesori e sulle ricchezze che il re profugo avrebbe portato con sé per dispensarli ai sudditi, incominciava a ricredersi e a mormorare contro lo sfarzo inutile e offensivo della corte e dei cor­tigiani; da parte loro gli aristocratici sardi, stando a contatto con que­sto ambiente, erano portati a gareggiare con la famiglia reale nel lusso, e siccome per gli eventi trascorsi anche le loro finanze apparivano in dissesto, c’era il pericolo che per far fronte alle nuove esigenze si ac­canissero maggiormente sui vassalli nell’esazione dei tributi” 2.

  1. Pietro Martini.: “La corte a Cagliari fu una grandissima ventura per i baroni e nobili sardi”.

“Questa venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi. I quali affettando devozione illimitata al trono e all’altare e lamentando la malvagità dei tempi, seppero immedesimare la causa loro con quella della dinastia regnante. Quanto vollero ottennero quei magnati; onoranze di corte, insegne cavalleresche, alte cariche civili e militari, riserve di gradi sì maggiori che minori nell’armata, more a pagar debiti, giudizi eccezionali in controversie civili, ordinazioni precise per la salvezza degli amplissimi privilegi. Queste aristocratiche fortune provennero anche dall’alleanza dei sardi patrizi con quelli che dal Piemonte avevano seguito i passi del re e dei reali principi: uomini, quanto volgari di mente, altrettanto alteri e propugnatori dell’antico. Costoro erano l’anello che stringeva l’aristocrazia sarda alla casa regnante.

Alla laicale dava la mano l’aristocrazia di chiesa, bisogna pur essa dell’egida della monarchia assoluta per la salvezza della decima e degli immensi suoi privilegi” 3.

La permanenza di Carlo Emanuele IV in Sardegna fu di pochi mesi soltanto, perché dopo i successi in Italia degli austro-russi fece ritorno nei suoi Stati, sui quali dopo il pericolo francese incombeva ora quello austriaco; ma dal Piemonte fu costretto a fuggire, poi, precipitosamente, incalzato ancora una volta dagli eserciti di Napoleone.

Per lui la Sardegna fu una brevissima e non esaltante paren­tesi: “Partì finalmente da Cagliari per Livorno il 19 settembre re Carlo Emanuele, ebbe acclamazioni, ma poche, e queste o furono comprate o vennero dagli uomini del privilegio, del favore e della reazione; e se alcuni di cuore gli fecero plau­so, più che al re, mirarono al principe colmo di virtù private (sic!). Né altrimenti poteva avvenire. Stavano in duolo i sinceri so­stenitori del diploma del 1796 poco anzi distrutto, il medio ceto calpestato dalle due aristocrazie, i nemici al feudalismo, gli amatori del progresso politico e civile, irati al ribadimento delle catene feudali, ai reintegrati ordini militari e dispotici. Dolevansi i Cagliaritani del comando passato in mani a loro nemiche. In una generale era il contristamento per le nuove gravezze, per la tema di maggiori, pel terrore destato dalle recenti incarcerazioni arbitrarie e dalla crescente reazione. Ondeché, se il 3 marzo fu d’entusiasmo, di speranza, d’amo­re, il 19 settembre fu giorno di tristezza, di disinganno, di timore di tempi peggiori”4.

Dopo aver errato per la Toscana, l’Umbria, Roma e Napoli, il 22 maggio decise di rinunziare al trono a favore del fratello, duca d’Aosta, riservandosi, precisa sempre il Martini, il titolo e la dignità di re, ed una annua pensione vitalizia di dugento mila lire, da aumentar si proporzionalmente [col miglioramento dello] stato delle regie finanze.

I protagonisti  del nuovo corso politico furono perciò in un primo momento Carlo Felice, divenuto viceré alla partenza di Carlo Emanuele IV per il Piemonte, e successivamente Vitto­rio Emanuele I, costretto dalle strepitose vittorie francesi a slog­giare definitivamente da Napoli, dove si era rifugiato, e a rien­trare a Cagliari nel febbraio 1806.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 838.

-839).

2.  da Le Carte Lavagna e l’esilio di Casa Savoia in Sardegna di Carlino Sole (Giuffrè editore, Milano 1970, pagina 26-27.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ed. Ilisso, Nuoro, 1999, pagine 63-64.
  2. Ibidem, pagina 86.

Vittorio Amedeo III (1773-1796)

Vittorio Amedeo III (1773-1796)

Risultato immagine per Vittorio Amedeo III (1773-1796)

A Carlo Emanuele III il 17 febbraio 1773 succede il figlio Vittorio Amedeo III: facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Abbiamo già visto che questo giudizio è per lo meno ridondante ed eccessivo. Certo però è che Vittorio Amedeo III segna un regresso: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori: basti pensare all’esempio di Lascaris, conte di Sant’Andrea e ad Allì di Maccarani.

  1. Anche i vicerè e governatori piemontesi veri e propri tiranni

Destituito il conte Bogino, “i vicerè ripigliarono l’antico loro dispotismo”1, con Filippo Ferrero, marchese della Marmora ( 1773 – 1777) ma soprattutto con Giuseppe Lascaris di Ventimiglia, marchese della Rocchetta ( 1777 – 1781) che fu molto più violento.

Di lui scrive Giovanni Maria Angioy (in Progetto di un’opera sulla «Legislazione antica della Sardegna») : “Fra tanti altri saggi di dispotismo sarà sempre memorabile l’arresto praticato d’alcuni membri del Consiglio civico di Cagliari perché altamente riprovavano la di lui condotta e gli ordini irregolari che dava per l’amministrazione dei redditi di quella città, non meno che per molte altre spese enormi. Si fece compilare un processo contro detti membri, ma essi alla fine furono dal Magistrato riconosciuti innocenti, e quindi ne fu ordinato il rilascio. In questo medesimo tempo governava la provincia di Sas­sari e Logudoro il marchese Allì di Maccarani suo parente. Esso era un vero ti­ranno, vendea pubblicamente la giustizia, avev’ammassato delle ricchezze ben considerevoli e faceva de’ monopoli ancora nei grani destinati alla sussistenza dei popoli. Ciò diede luogo a una emozione popolare in Sassari nell’aprile del 1780, dopoché il popolo, avendo fatto delle alte reclamazioni e doglianze contro di colui al viceré, non fu punto ascoltato.//

[c.16v] Ma il conte Sant’Andrea nizzardo, che fu uno dei successori d’esso marchese Lascaris, sorpassò gli altri nel dispotismo, crudeltà ed in ogni specie di vessazione. Egli fu detestato da tutta la nazione; egli volea mischiarsi negli affari giuridici, civili e criminali di qualunque sorta, e perfino sospendere il corso delle sentenze”2.

  1. La causa del banditismo? E’ nella natura dei sardi!

,Un precedente viceré, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) ebbe a scrivere che “la causa [del].male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli [sardi] poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” 3.

L’abate anticipa e prepara brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame sui sardi con il dna delinquenziale.

Lo stesso abate scrive che i banditi avevano il sostegno della Chiesa e dei baroni, da cui venivano spalleggiati e protetti: Chiesa e baroni però che il viceré e la politica sabauda si guarda bene dal colpire!

A parte la protezione strumentale da parte dei feudatari e della Chiesa gli è che, scrive Girolamo Sotgiu “Il banditismo si poneva oggettivamente come un movimento di contestazione che operava all’interno dello Stato…si può azzardare l’ipotesi che il banditismo fosse la manifestazione di un complesso di valori, e quindi di una cultura, espressi e accettati da strati ampi di masse subalterne, composte soprattutto di contadini e pastori, che un sistema di valori, e quindi una cultura, sopraggiunta dall’esterno, non solo rifiutava di fare propri, ma anzi cercava di distruggere con la violenza”4.

  1. Le armate napoleoniche invadono la Sardegna.

“Lo stato sabaudo invaso dalle armate napoleoniche – scrive Carlino Sole – era in pieno disfacimento e lo stesso Vittorio Amedeo III, nelle trattative di pace col Direttorio, aveva espressamente dato facoltà ai suoi plenipotenziari di cedere alla Francia l’Isola di Sardegna, pur di mantenere i suoi possessi di terraferma e di ingrandirli eventualmente con altri territori della pianura padana sottratti agli Austriaci”5. Lo stesso Sole scrive: “Ancora nel 1784 Vittorio Amedeo III, attraverso i segreti canali della diplomazia, aveva offerto l’Isola all’Austria di Giuseppe II in cambio di adeguati compensi in Lombardia”6.

Si spiega in questo modo l’atteggiamento del viceré e dei suoi capi militari nei confronti dell’invasione francese, addirittura incerti se resistere o arrendersi. Tanto che un testimone diretto di quelli avvenimenti, Padre Tommaso Napoli scrive che: “sul principio della comparsa della flotta francese, al timore di un prossimo attacco, il Governo, o perché credesse di non poter fidarsi dei sardi, senza il cui aiuto non avea forze di resistere, o per qualche altro segreto fine non si diede il minimo moto per mettere la Piazza e il regno in stato di difesa”7.

  1. I miliziani sardi (non l’esercito sabaudo) respingono e sconfiggono i francesi.

L’impresa sembrava facile: era noto ai Francesi – sottolinea lo storico Carlino Sole – il malcontento delle popolazioni sarde. E il Carta-Raspi, altro storico sardo, aggiunge:la Sardegna si sapeva sguarnita, con poca artiglieria, nell’impossibilità di organizzare una valida difesa.

Sollecitata da due patrioti Corsi, Cristoforo Saliceti e Mario Peraldi, il tentativo di occupare l’Isola si rivelò invece un fallimento: non solo perché i Francesi permisero agli Stamenti di organizzare la difesa – le operazioni militari decretate nel Settembre del ’92 iniziarono di fatto a metà Gennaio del ’93 – ma soprattutto perché, come osserva ancora il Carta-Raspi,“le truppe transalpine si rivelarono un’accozzaglia di volontari indisciplinati, male inquadrati e peggio comandati… ad iniziare dall’inetto ammiraglio Truguet” 8.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour. Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro. Difficile dire se fu un bene per la Sardegna: molti storici infatti ritengono che sarebbe stata più utile per l’Isola una vittoria delle armi francesi perché avrebbe messo fine al feudalesimo, inserendola nel più vasto circuito e flusso economico dell’Europa. Fatto sta che l’invasione francese fu respinta soprattutto per merito dei Sardi: su questo non vi è alcun dubbio, neppure da parte degli storici filopiemontesi.

  1. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”9.

Infatti – ricorda ancora Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”10.

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

A questo proposito commenta opportunamente il Carta-Raspi: ”Il significato fu chiaro: più che un’umiliazione ai membri degli stamenti, doveva considerarsi un monito per i sardi, ai quali non era concesso di chiedere più di quanto ricevevano dall’iniziativa del sovrano e cioè nulla” 11.

E ancora: ”L’avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione di impieghi, come già durante l’ultimo periodo della signoria spagnola e come hanno fatto credere i dispacci del viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza”12.

   E’ dentro questo corposo e significativo contesto storico, culturale e psicologico che occorre situare “la cacciata” dei Piemontesi il 28 Aprile del 1794.

Note Bibliografiche

  1. Antonello Mattone-Piero Sanna, Settecento sardo e cultura europea, Ed. Franco Angeli, Milano, 2007, pagina 294.
  2. Ibidem, pagine 294-295.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editori Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 17.
  4. Ibidem, pagina 31.
  5. Carlino Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Editore Chiarella, Sassari, 1984, pagina 245.
  6. Ibidem, pagina 176.
  7. Ibidem, pagine 137-138.
  8. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 783.
  9. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 394.
  10. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, op. cit. pagina 150.
  11. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 793
  12. Ibidem, pagina 793.