SA SCOMUNIGA DE PREDI ANTIOGU: di Autore sconosciuto *

 

Università della terza Età di Quartu sesta Lezione 25-11-2015
Scheda di Francesco Casula
Il capolavoro, anonimo, della poesia comico-satirica sarda dell’800
Sa Scomuniga de predi Antiogu in 678 versi, alcuni dei quali particolarmente icastici e fulminanti, rappresenta senza ombra di dubbio il capolavoro della poesia comica e satirica in sardo-campidanese dell’800 e – forse – non solo. E rimane comunque una delle opere migliori prodotte in lingua sarda.
Mai pubblicata a stampa dal suo autore che rimane sconosciuto, la più antica edizione che si conosce è del 1879 con il titolo Famosissima maledizioni de s’arrettori de Masuddas, a dimostrazione che era molto conosciuta e dunque doveva essere già abbastanza antica.
Antonello Satta, il grande studioso de Sa scomuniga, colloca la data di composizione intorno al 1850: nel clima delle polemiche e delle scomuniche che precedono e seguono l’abolizione, per legge, delle decime il 15 aprile 1851 da parte di Vittorio Emanuele II.
Celebrata da Antonio Gramsci che le riconosce un umorismo fresco e paesano e in una Lettera alla madre le chiede di mandargliene una copia; studiata da Max Leopold Wagner, che la considera «un monumento psicologico» e «dalla vis comica irresistibile», anche se, –a mio parere sbagliando – non le riconosce il minimo valore letterario.
L’autore, che è un eccezionale conoscitore della cultura popolare, di ciò che vive e che si muove nelle sue viscere e nel suo sottosuolo, non è un poeta estemporaneo che si affida alla imitazione della poesia colta. È un intellettuale raffinato che riesce a portare la poesia popolare e satirica nell’ambito della dignità artistica, in genere non amplissimo in Sardegna, anche perché la nostra intellighenzia locale, salvo rare eccezioni, è solita affidarsi alle suggestioni –quando non alle rimasticature– delle culture egemoni ed esterne: arcadiche o romantiche o neorealiste o noir, poco importa. Culture che sono assolutamente divergenti o comunque lontane, –almeno per come vengono assimilate ed espresse– dalla identità dei sardi.

Presentazione del testo
Predi Antiogu, emblema non soltanto del clero –e dunque di una classe di potere– ma anche dei poveri di villaggio, fatti tutti uguali dalla miseria, è costretto, se vuole sopravvivere, a entrare e inserirsi anche lui nella economia locale, e si fa allevatore di pecore e di capre. Ma anche lui è costretto a “pagare” una decima, pesante ed esosa: subisce, infatti, il furto del suo bestiame. Così s’arrettori de Masuddas porta sul pulpito la sua dolorosa esperienza privata, l’aver subito in «d’una notti de scuriu», [«in una notte oscura»], il furto. In tal modo, i «malignosus e discannotus», [«maligni e ingrati»], nei paesi come Masullas hanno voluto degumai po finzas a is sacerdotus, [«far fuori persino i sacerdoti»].
Antonello Satta colloca la composizione in quel genere letterario specificamente sardo che chiama «poesia agreste», che riconduce nel cuore stesso di un modo di pensare la propria esistenza che è tipica della civiltà di villaggio della Sardegna dell’Ottocento.
Ma ecco i versi del testo:

[…]
Custu sreba’1 po is mascus
It’ap’a2 nai immoi
a is eguas colludas?
Minci e chi si a’ parau!
Gei nd’eis cundiu sa’ idda3
cun centu milla maneras
de lussuria e disonestadi!

Tengu finzas bregungia
de ddu nai me in s’Artari:
sindi andais a Casteddu
it’an ca feis me innì?
Nan c’andais a srebì:
unu tiau! A bagassai!
E finzas po tres arriabis
osi feis iscrapuddai
de pustis chi su sodrau
su nennori cavalleri
os’ant appiccigau
su mabi4 furisteri.
E immoi a intru ’e5 ’idda6
ita manera è custa
ita tiau de farringiu
totu su logu è pringiu
e accanta de iscioppai.
Candu mai custu s’è biu:
is bagadias angiadas!
Eguas de su dimoniu
anch’è su matrimoniu
E is cartas de isposai ?
Minci e chini s’ad isbiddiau
e pottau a segu’ de carru! […]

Note
1.Nella lingua sarda è molto presente il fenomeno della “metatesi” (dal greco metàthesis che significa trasposizione) presente nella lingua greca, ma anche di altre lingue, persino in italiano per es. areoplano invece di aeroplano. Così possiamo avere srebat o serbat, (serva), perda, preda o pedra (pietra) con la trasposizione del fonema, “r” in questo caso, all’interno della parola. Un fonema che potremmo chiamare “ballerino”: in quanto si sposta..
2. Il segno <‘> indica l’elisione di qualche lettera: in genere della consonante finale (della <t> in sreba’) o della vocale <a> ( in it’) o <u> (in ap’).
3. L’elisione può anche riguardare la consonante iniziale come in ‘idda, (paese) in cui è eliminata la <b>. Il motivo delle elisioni è da ricondurre o a cacofonie (cattivi suoni) o a motivazioni metriche.
4. Mabi (male) tipico della Marmilla, nella maggior parte del Campidanese si usa “mali”.
5. ‘e (di):viene elisa la d iniziale
6. ‘idda: vedi nota n.3

Traduzione
[…]
Questo serva per i maschi
Che dirò adesso
alle cavalle vergini?
Maledetto chi vi ha messe al mondo.
Avete proprio sistemato il paese
in centomila modi
di lussuria e disonestà.
Ho persino vergogna
a dirlo dall’Altare:
ve ne andate a Cagliari
per fare che cosa laggiù?
Dicono che andate a far le serve:
un accidenti! A puttaneggiare!
E anche per pochi centesimi
vi mettete a scapocchiare
dopo che il militare
il signore cavaliere
vi hanno contagiato
il male forestiero.
E adesso nel paese
che maniera è questa
che diamine di meretricio,
tutto il posto è pregno
ed è vicino a esplodere.
Quando mai s’è visto questo:
le nubili che hanno figliato!
Cavalle del demonio,
dove sono il matrimonio
e gli atti per sposarsi?
Maledetto chi vi ha tolto il cordone ombelicale
e portato nella parte posteriore del carro! […]

ANALIZZARE
Dentro lo schema del componimento che è semplicissimo (denuncia particolareggiata del furto e anatema) scorre la vita della comunità della Marmilla, una regione storica della Sardegna meridionale, vista nel suo sottosuolo antropologico. Un popolo dedito alle fatiche e alle miserie delle attività contadine diventa «archiladori, chi non lassat cosa in logu, una maniga de ladronis» [«uccello rapace che non lascia niente dove passa, un manipolo di ladri»]. Tutti, infatti, sono «furuncus che i su ’attu, imbidiosus de s’allenu, praizzosus che i su cani» [«ladri come i gatti, invidiosi dei beni altrui, poltroni come i cani»].
Particolarmente duri ed efficaci sono gli improperi contro le donne, cui sono dedicati i versi riportati: esse, per predi Antiogu (prete Antioco), non si limitano a bagassai, (puttaneggiare), soltanto quando vanno a Cagliari, come domestiche: ma si comportano allo stesso modo anche a intro ’e ’idda, (dentro il paese), tanto che «tottu su logu è pringiu e accanta de iscioppai» (tutto il posto è pregno e vicino a esplodere, partorire).
L’autore de Sa scomuniga nei suoi versi rifiuta e sfugge a preziosismi retorici e lessicali come a metafore di riporto o immagini meramente letterarie. La sua lingua scorre fluida e lieve nell’alveo della poesia/creazione comunitaria, senza forzature popolareggianti di matrice colta. La lingua di base è il campidanese dell’area di Mogoro-Masullas in cui si sovrappongono elementi lessicali, fonetici e sintattici appartenenti ad altre aree linguistiche dei campidani. Il metro si avvicina a quello della repentina, una composizione estemporanea e improvvisata, cantata soltanto da pochissimi improvvisatori, il verso è libero.

FLASH DI STORIA-CIVILTA’

-“Sa scomunica de Predi Antiogu”, Gramsci e il folclore.
L’interesse di Gramsci per “Sa scomunica de Predi Antiogu” deriva dalla curiosità di conoscere la cultura popolare oltre che la Lingua sarda. Che il “martire” di Ales concepisce come qualcosa che si “costruisce“ dinamicamente nel tempo, che si confronta e interagisce, entrando nel circuito dell’innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce con l’agglutinarsi della vita culturale e sociale. In tal modo la lingua, per Gramsci, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni.
Sì, le tradizioni popolari: “le canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana … le gare poetiche… le feste di San Costantino di Sedilo e di San Palmerio … le feste di Sant’Isidoro”. “Sai – scrive in una lettera alla mamma il 3 Ottobre 1927– che queste cose mi hanno sempre interessato molto, perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu nè coa”.
In varie Lettere dal carcere ma anche in altre opere Gramsci ribadirà che il folclore non deve essere concepito come una bizzarria, una stranezza o un elemento pittoresco, ma come una cosa molto seria. Solo così –fra l’altro– l’insegnamento sarà più efficiente e determinerà realmente una nuova cultura nelle grandi masse popolari, facendo sparire il distacco fra la cultura moderna e la cultura popolare o folclore. In altre occasioni sottolinea che folclore, è ciò che è, e “occorrerebbe studiarlo come una concezione del mondo e della vita…riflesso della condizione di vita culturale di un popolo…in contrasto con la società ufficiale“.

-La Chiesa e la Lingua sarda
Dal Basso Medioevo fino ai primi del ‘900 la Chiesa produce molte opere in Lingua sarda e in tutto questo periodo moltissimi preti maneggiano la Lingua sarda meglio dello Spagnolo prima e dell’Italiano poi. Vengono così prodotti Gosos (Inni e laudi), sacre rappresentazioni, sermoni ad uso dei sacerdoti ma soprattutto manuali di catechismo: questa scelta nasce soprattutto dall’esigenza di diffondere il Cristianesimo a livello popolare. Pensiamo a questo proposito a quanto avviene con il dominio piemontese nell’Isola. Nel 1720, quando i Savoia prendono possesso della Sardegna,la situazione linguistica isolana è caratterizzata da un bilinguismo imperfetto: la lingua ufficiale -della cultura, del Governo,dell’insegnamento nella scuola religiosa riservata ai ceti privilegiati – è il Castigliano,; la lingua del popolo in comunicazione subalterna con quella ufficiale è il Sardo.
Ai Piemontesi questa situazione appare inaccettabile e da modificare quanto prima, nonostante il Patto di cessione dell’Isola del 1718 imponga il rispetto delle leggi e delle consuetudini del vecchio Regnum Sardiniae. Per i Piemontesi occorre rendere ufficiale la Lingua italiana. Come prima cosa pensano alla Scuola per poi passare agli Atti pubblici. Ma evidentemente le loro preoccupazioni non sono di tipo glottologico. Attraverso l’imposizione della Lingua italiana vogliono sradicare la Spagna dall’Isola, rafforzare il proprio dominio, combattere il “Partito spagnolo”, sempre forte nell’aristocrazia ma non solo. Pensano allora di elaborare “Il progetto di introdurre la Lingua italiana nella scuola“ affidandone lo studio e la gestione ai Gesuiti. Nella prima fase il progetto coinvolgerà comunque pochi giovani: appartenenti ai ceti privilegiati. Il problema diventa molto più ampio ai primi dell’Ottocento, quando il Governo inizia a interessarsi dell’Istruzione del popolo. I bambini “poverelli” ricevono, gratuitamente, due libri in lingua italiana: Il Catechismo del Cardinal Roberto Bellarmino e il Catechismo agrario, “giacchè l’agricoltura è precipuo sostegno di ogni stato e in particolare della Sardegna”. Ma evidentemente l’operazione culturale non dà buoni frutti se non solo all’inizio dell’800 ma anche all’inizio del ‘900 la Chiesa sente il dovere di scrivere i Catechismi in Lingua sarda: ne ricordo in particolare due: uno del 1820 (de su obispu Giuanni Nepomuceno de Iglesias) e un altro (Catechismu Maggiori) del 1910, ambedue scritti in sardo-campidanese.

*Questi testi sono tratti dalla mia Letteratura e civiltà della Sardegna volume 1, Edizioni Grafica del Parteolla, 2011.

SCHEDA per la 3° Lezione del 4-11-2015

Università della Terza Età di Quartu
SCHEDA per la 3° Lezione del 4-11-2015
di Francesco Casula

1. LA NASCITA DELLA LINGUA SARDA E I PRIMI DOCUMENTI.

1.La Carta del giudice Torchitorio (1070-1080) che contiene un’ampia donazione che fa all’arcivescovo di Cagliari (ville e soprattutto i diritti su “totus sus liberus de paniliu cantu sunt per totu Caralis).

2. Privilegio logudorese ((1080-85) che contiene una donazione del giudice Mariano di Lacon

3. Libellus Judicum turritanorum (Libro dei Giudici turritani) ma siamo già nel 1255-1287, opera di carattere cronachistico, con una certa capacità di elaborazione narrativa.

4. I Condaghi (XI e XIII secolo)

I Condaghi (Condaghes o Condakes) derivano il loro nome dal greco-bizantino Kontakion: a sua volta da Kontos con la quale si indicava il bastoncino a cui si arrotolava la pergamena. Successivamente il termine, per traslato, andò a indicare il contenuto di un atto giuridico o l’atto medesimo e dunque registro o codice in cui diversi atti venivano trascritti e raccolti dai monaci di diversi monasteri e abbazie della Sardegna. In questi registri patrimoniali venivano ordinatamente annotati dagli abati o priori, inventari, donazioni, contratti di acquisto (comporus) e vendita, permute (tramutus), smerci, cessioni di terre e di servi, definizioni di confine (postura de tremens), transazioni (campanias), sentenze giudiziarie relative alla proprietà ecc. ecc.
Dei quattro Condaghi più importanti, che ci sono pervenuti integralmente, due risalenti ai secoli XI-XII (Condaghe di San Nicola di Trullas e di San Pietro di Silki) sono scrittti in sardo-logudorese e uno (Condaghe di Santa Maria di Bonarcado), che contiene documenti compilati in tempi diversi tra i primi decenni del secolo XII e la metà del secolo XIII, è scritto in sardo-arborense. Mentre il quarto, il Condaghe di San Michele di Salvennor, originariamente scritto in Sardo, è andato perduto, e di esso possediamo solo una copia tradotta in lingua castigliana mista a sardo, nel secolo XVI.
Condaghe di Santa Maria di Bonarcado
Barusone iudex
IN NOMINE DOMINI NOSTRI IHESU CHRISTI,Amen.
EGO IUDICE Barusone de Serra potestando locu de Arborea fado custa carta pro saltu qui do a sancta Maria de Bonarcatu in sa sacratione dessa clesia nova, pro anima mea et de parentes meos daunde lo cognosco su regnu de Arbore; et pro dedimi Deus et sancta Maria vita et sanitate et filios bonos, ki potestent su regnum post varicatione mea.

2.LA CARTA DE LOGU (1392)

La Carta de Logu, promulgata da Eleonora nel 1392 raccoglie leggi consuetudinarie di diritto civile, penale e rurale. Contiene un proemio e 198 capitoli: i primi 132 formano il Codice civile e penale gli altri 66 il Codice rurale, emanato dal padre Mariano IV, il padre di Eleonora..
In seguito alla sua promulgazione si inizia a chiamare la Sardegna «nacion sardesca» e la Carta «de sa republica sardisca» a significare che era espressione dell’intera Sardegna ma soprattutto che era una vera e propria Carta costituzionale nazionale.
La Carta di Mariano IV da sedici anni non era stata rivista e poiché non rispondeva più ai bisogni delle nuove condizioni sociali, occorreva rivederla e aggiornarla per preservare la giustizia e in buono tranquillo e pacifico stato del popolo del suddetto nostro regno e delle chiese e dei diritti ecclesiastici e dei liberi e dei probiuomini e di tutta la gente della suddetta nostra terra e del regno di Arborea. Queste le finalità della Carta annunciate nel Proemio.
Scritta in sardo-arborense è sicuramente il Codice legislativo più importante di tutto il medioevo sardo e non solo. Il re spagnolo Alfonso il Magnanimo –che ormai domina sulla Sardegna- l’apprezza a tal punto da estenderla nel 1421 a tutta l’Isola, in cui rimarrà in vigore per ben 400 anni, fino al 1827 quando sarà sostituita dal Codice Feliciano.
XXI CAPIDULU
De chi levarit per forza mygeri coyada.

Volemus ed ordinamus chi si alcun homini levarit per forza mugeri coyada, over alcun’attera femina, chi esserit jurada, o isponxellarit alcuna virgini per forza, e dessas dittas causas esserit legittimamenti binchidu, siat iuygadu chi paghit pro sa coyada liras chimbicentas; e si non pagat infra dies bindighi, de chi hat a esser juygadu, siat illi segad’uno pee pro moda ch’illu perdat. E pro sa bagadìa siat juygadu chi paghit liras ducentas, e siat ancu tenudu pro leva­rilla pro mugeri, si est senza maridu, e placchiat assa femina; e si nolla levat pro mugeri, siat ancu tentu pro coyarilla secundu sa condicioni dessa femina, ed issa qualidadi dess’homini. E si cussas caussas issu non podit fagheri a dies bindighi de chi hat a esser juygadu, seghintilli unu pee per modu ch’illu perdat. E pro sa virgini paghit sa simili pena; e si non hadi dae hui pagari, seghintilli unu pee, ut supra.

Traduzione
XXI
CAPITOLO VENTUNESIMO
Di chi violentasse una donna sposata.

Vogliamo ed ordiniamo che se un uomo violenta una donna maritata, o una qualsiasi sposa promessa, o una vergine, ed è dichiarato legittimamen­te colpevole, sia condannato a pagare per la donna sposata lire cinquecen­to; e se non paga entro quindici giorni dal giudizio gli sia amputato un piede. Per la nubile, sia condannato a pagare duecento lire e sia tenuto a sposarla, se è senza marito (=promesso sposo) e se piace alla donna. Se non la sposa (perché lei non è consenziente), sia tenuto a farla accasare (munendola di dote) secondo la condizione (sociale) della donna e la qua­lità (= il rango) dell’uomo. E se non è in grado di assolvere ai suddetti òneri entro quindici giorni dal giudizio, gli sia amputato un piede. Per la vergine, sia condannato a pagare la stessa cifra sennò gli sia amputato un piede come detto sopra.

3. ANTONIO CANO
Il primo scrittore di un poema in lingua sarda(1400-1476/78)
Il poemetto, di argomento agiografico, è considerato la più antica opera letteraria in lingua sarda fino ad oggi conosciuta.
Protasi
O Deu eternu, sempre omnipotente,
In s’aiudu meu ti piachat attender
Et dami gratia de poder acabare
Su sanctu martiriu in rima vulgare
De sos sanctos martires tantu gloriosos
Et cavaleris de Cristus victoriosos
Sanctu Gavinu Prothu e Januariu
Contra su demoniu nostru adversariu
Fortes defensores et bonos advocaos,
Qui in su paradisu sunt glorif icados
De sa corona de sanctu martiriu,
Cussos sempre siant in nostru adiutoriu.
Amen

Traduzione
(O Dio eterno, sempre onnipotente, ti piaccia intervenire in mio aiuto e donarmi la grazia per poter finire in rima volgare, il santo martirio dei santi Martiri tanto gloriosi e cavalieri di Cristo vittoriosi, San Gavino, Proto e Gianuario.Contro il demonio nostro nemico, forti difensori e buoni avvocati, che sono glorificati in paradiso con la corona del santo martirio, intervengano sempre in nostro aiuto. Così sia)

4. GIROLAMO ARAOLLA
Il poeta sardo trilingue che vuole “ripulire” la lingua sarda (1510 circa-fine secolo XVI)
Nel 1582 pubblicò il suo poema Sa vida, su martiriu, et morte dessos gloriosos Martires Gavinu, Brothu et Gianuari, opera che si riallaccia a quella quattrocentesca di Antonio Cano, riadattando il vasto materiale della leggenda popolare sulla vita dei martiri turritani ad una costruzione narrativa più articolata. La sua morte viene collocata tra il 1595 e il 1615.
Oltre a questo poema scrisse Rimas diversas spirituales (Rime varie spirituali), in diversi metri, composte da canzoni, capitoli, epistole e sonetti, alcune scritte in lingua italiana e castigliana ma la maggior parte in lingua sarda.
SA FIDE DE GIANUARI

1. Los agatant in logu in hue1 soliant
Viver, sempre in abstrattu contemplende
Sa ineffabile altesa, in hue sentiant
Immensa gloria cun Deus conversende:
Sa pena, su martiriu si queriant
Fuer, los potint mas issos bramende
Stant su puntu, s’hora, et sa giornada
Qui l’esseret per Christu morte dada.

2. Los imbarcant cun furia, et cuddos Santos,
Quale angione portadu a sacrificiu,
Cantende istant sos versos et sos cantos
Dessu2 devotu Re divinu officiu;
Non timent pena, morte, non ispantos,
Aspirende a’ cuddu altu benefficiu,
In hue pr’unu mortale suffrimentu
Eterna gloria, eternu est su contentu.

 

 

Traduzione:
LA FEDE DI GIANUARIO
1.Li trovano nel luogo dove erano soliti vivere, sempre a contemplare in estasi l’ineffabile altitudine dove, conversando con Dio, sentivano l’immensa gloria: se avessero voluto sfuggire alla pena, al martirio, avrebbero potuto ma bramandolo sanno il punto, l’ora e la giornata in cui, per Cristo, sarebbe loro data la morte.
2. Li imbarcano con furia e quei santi, come agnelli portati al sacrificio, cantano i versi e i canti, divino ufficio del devoto Re. Non temono né pene né morte, né paure ma aspirano a quell’alto beneficio dove in cambio della mortale sofferenza c’è l’eterna gloria e l’eterna felicità.

5. GIOVANNI MATTEO GARIPA
Il più grande scrittore in lingua sarda del secolo XVII (1575/1585-1640)
Giovanni Matteo Garipa nasce a Orgosolo (Nu) forse tra il 1575 e il 1585. Nel 1627 pubblica a Roma su Legendariu de Santas Virgines et Martires de Jesu Cristu (Il Leggendario delle Sante Vergini e Martiri di Gesù Cristo). Nella traduzione il Garipa utilizza la Lingua sarda nella variante logudorese, ma non quello settentrionale, come aveva fatto Girolamo Araolla, ma un logudorese di tipo centrale.
PROLOGV
ASSU DEUOTU LETORE.
“Sendemi vennidu à manos in custa Corte Romana vnu Libru in limba Italiana, nouamente istampadu, sibenes segundu naran est meda antigu; hue si contenen sas Vidas de algunas Santas Virgines, martires,& penitentes; & acatandelu cun sa letura, qui fuit piu, deuotu; & deletosu, pensesi tenner pro bene impleadu, & honestu su traballu, qui dia leare si lu voltao in limba Sarda… Las apo voltadas in Sardu menjus, qui non in atera limba pro amore dessu vulgu (corrente apo naradu supra) qui non tenjan bisonju de interprete pro bilas declarare, & tambene pro esser sa limba Sarda tantu bona, quantu participat dessa Latina, qui nexuna de quantas limbas si platican est tantu parente assa Latina formale quantu sa Sarda”
Traduzione
PROLOGO. AL DEVOTO LETTORE
Essendomi capitato fra le mani in questa Corte Romana un libro scritto in lingua italiana, ristampato, che si dice, sia molto antico e contiene le Vite di alcune Sante Vergini, martiri e penitenti; e avendolo trovato, nella lettura, pio, devoto e piacevole, penso di spendere bene il mio tempo dedicandomi a questo onesto lavoro di tradurlo in lingua Sarda…
Le ho tradotte in Sardo, piuttosto che non in un’altra lingua per amore del popolo (come ho già detto sopra) in modo che non avessero bisogno di un interprete per spiegarle e anche perché la lingua Sarda è degna di un tale uso perché partecipa della lingua Latina, perché nessuna delle lingue che si utilizzano è così vicina alla lingua Latina quanto quella Sarda

MONTANARU E LA LINGUA SARDA

MONTANARU E LA LINGUA SARDA
di Francesco Casula
A Desulo domenica 1° novembre (Scuola media, ore 10) verranno proclamati i vincitori del Premio Montanaru 2015. A deciderlo la Giuria composta da Gonario Carta-Brocca, (poeta) Francesco Casula, (storico della Letteratura sarda), Giancarlo Casula (nipote di Montanaru), Franca Marcialis (studiosa di lingua sarda), Antony Muroni (Direttore dell’Unione Sarda).
Ma ecco una mia nota su Montanaru e la lingua sarda Antioco Casula-Montanaru, al di là della sua funzione letteraria e poetica vede, nella lingua sarda, anche una funzione civile, educativa e didattica. Ecco cosa scrive nel suo Diario: “…il diffondere l’uso della lingua sarda in tutte le scuole di ogni ordine e grado non è per gli educatori sardi soltanto una necessità psicologica alla quale nessuno può sottrarsi, ma è il solo modo di essere Sardi, di essere cioè quello che veramente siamo per conservare e difendere la personalità del nostro popolo. E se tutti fossimo in questa disposizione di idee e di propositi ci faremmo rispettare più di quanto non ci rispettino” . E ancora: “Spetta a noi maestri in primo luogo di richiamare gli scolari alla conoscenza del mondo che li circonda usando la lingua materna” . Si tratta – come ognuno può vedere – di una posizione avveduta, sul piano didattico, culturale ed educativo e moderna. Oggi infatti linguisti e glottologi come tutti gli studiosi delle scienze sociali: psicologi e pedagogisti, antropologi e psicanalisti e persino psichiatri sono unanimemente concordi nel sostenere l’importanza della lingua materna: per intanto per lo sviluppo equilibrato dei bambini. Secondo gli studiosi infatti il Bilinguismo, praticato fin da bambini, sviluppa l’intelligenza e costituisce un vantaggio intellettuale non sostituibile con l’insegnamento in età scolare di una seconda lingua, ad esempio l’inglese. Nell’apprendimento bilingue entrano in gioco fattori di carattere psico- linguistico di grande portata formativa, messi in evidenza da appropriati e rigorosi studi e ricerche. Tutto ciò, soprattutto con il Bilinguismo a base etnica. Lingua materna che significa identità, e l’Identità come lingua si fa parola e la parola si fa scrittura che chiama i sardi all’unione, non solo con il sentimento ma con l’autocoscienza:quello di appartenere alla stessa terra-madre. “Per difendere – dice Montanaru – la personalità del nostro popolo” Un’identità mai del tutto compiuta e conclusa, ma da completare in continuum, attingendo alle peculiari risorse spirituali, morali e materiali della tradizione, purgandole delle scorie inutili o addirittura maligne: e ciò non può però significare un incantamento romantico del passato, una sterile contemplazione per ridursi e rispecchiarsi in se stessi o per chiudersi nelle riserve Una lingua che non resta dunque immobile – come del resto l’identità di un popolo – come fosse un fossile o un bronzetto nuragico, ma si “costruisce“ e si “ricostruisce” dinamicamente nel tempo, si confronta e interagisce, entrando nel circuito della innovazione linguistica, stabilendo rapporti di interscambio con le altre lingue. Per questo concresce all’agglutinarsi della vita culturale e sociale: come già sosteneva Gramsci. In tal modo la lingua, non è solo mezzo di comunicazione fra individui, ma è il modo di essere e di vivere di un popolo, il modo in cui tramanda la cultura, la storia, le tradizioni. E comunque in quanto strumento di comunicazione è capace di esprimere tutto l’universo culturale, compreso il messaggio politico, scientifico, e non solo dunque – come purtroppo ancora oggi molti pensano e sostengono – contos de foghile! Ma la posizione di Montanaru in merito alla lingua sarda emerge ancor più nella polemica che ebbe con tale Anchisi. Nel 1933 il poeta desulese pubblicò Sos cantos de sa solitudine che riscosse un buon successo. Nacque ben presto una pesante polemica con Gino Anchisi, giornalista collaboratore dell’Unione Sarda, il quale dopo aver sostenuto che, bravo com’era, Casula doveva scrivere in italiano anziché in sardo, al mancato assenso del poeta richiese il rispetto della legge che imponeva l’uso esclusivo della lingua italiana; Anchisi ottenne perciò la censura di Casula dai giornali isolani, lasciando peraltro apparire che il poeta non avesse risposto. Aveva invece risposto, sostenendo che il risveglio culturale della Sardegna poteva nascere solo dal recupero della madre lingua. Nella replica Montanaru farà infatti, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che “la lingua dei padri” sarebbe diventata la “lingua nazionale dei Sardi” perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”. L’interesse di queste affermazioni è duplice: da una parte auspica, prevede e desidera una sorta di “lingua sarda nazionale unitaria”, dall’altra ancòra la stessa all’etnia auctotona sarda. Si tratta di posizioni, culturali, linguistiche e politiche estremamente attuali che saranno sviluppate negli anni ’70 dall’algherese Antonio Simon Mossa, il teorico dell’indipendentismo-federalismo moderno.

I VIAGGIATORI ITALIANI E STRANIERI IN SARDEGNA (Alfa Editrice-2015)

I VIAGGIATORI ITALIANI E STRANIERI IN SARDEGNA (Alfa Editrice-2015)
di Francesco Casula

L’opera contiene la testimonianza di 37 personaggi (18 italiani e 19 stranieri:tedeschi, francesi, inglesi) che visitano la Sardegna (fuorché i primi due di cui si parla nel libro;Cicerone e Dante) e sulla nostra Isola scrivono.
Sono soprattutto scrittori, romanzieri e giornalisti (ricordo fra gli altri Honoré de Balzac e Vittorini, Levi e Lawrence, Valery e Bontempelli Savarese e Lilli); ma anche linguisti (Wagner) e letterati (Boullier), politici (Cattaneo, De Bellet) e antropologi (Mantegazza e Cagnetta), docenti universitari (Gemelli e Le Lannou), militari (La Marmora e Smyth, Domenech e Bechi), ecclesiastici (il pastore protestante Fuos e il gesuita Padre Bresciani), nobili (Francesco d’Este, Von Maltzan.), archeologi (Harden) e fotografi (Delessert), imprenditori (Tennant).
I giudizi e le valutazioni sulla Sardegna e sui sardi sono i più vari
Quelli di Cicerone sono infamanti e insultanti: i Sardi sono dipinti come ladroni con la mastruca (mastrucati latrunculi), inaffidabili e disonesti la cui vanità è così grande da indurli a credere che la libertà si distingua dalla servitù solo per la possibilità di mentire: la loro inaffidabilità – secondo l’oratore romano – viene da lontano, dalle loro stesse radici che sono rappresentate dai Fenici e dai Cartaginesi. Di qui l’accusa più grave, oggi diremmo “razzistica”: dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’o¬rigine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?.
Per Dante – per cui nessun isolano è degno di stare in Paradiso, molti invece vengono collocati nell’Inferno – i Sardi, fra tutti i Latini, sembrano proprio gli unici a non disporre di un proprio volgare imitando la grammatica latina come le scimmie imitano gli uomini!
Con il Seicento e Settecento gli scritti di viaggio ebbero un ruolo importante di fonte documentaria: coloro che visitavano l’Isola erano funzionari del governo spagnolo e sabaudo, incaricati di rilevare le condizioni generali dell’isola. I “forestieri” che hanno visitato la Sardegna, a partire dal primo Seicento con il canonico Martin Carrillo, visitatore Generale di Filippo II, e il mercedario Tirso de Molina, hanno però messo in luce nelle loro opere anche aspetti inediti dell’Isola, a volte contradditori, a volte carichi di fascino.
Le opere che questi produssero erano comunque, almeno nel ‘700, per lo più di carattere amministrativo-economico, mentre era scarsa l’attenzione sociale e culturale. Quelle opere ci fanno conoscere il punto di vista dei piemontesi negli anni in cui la Sardegna era sotto il dominio sabaudo. Mettevano in evidenza la distanza, anche culturale, fra due paesi che si erano trovati sotto uno stesso regno ma in un rapporto non paritario, ma tra dominanti e dominati. A tale proposito, alla fine del 1700 Fuos, pastore luterano tedesco, scrisse che era il governo piemontese a mantenere l’isola debole e povera per poterla più facilmente governare. Nel contempo però, a proposito dei Savoia parla di Premura che i Re di questa casa hanno fin qui messo per favorire il rifiorimento dell’isola, elogiando i loro ordinamenti.
Dagli inizi dell’Ottocento si ebbe un fenomeno nuovo: la riscoperta dell’Isola. È un’apertura nuova perché si trattava di persone che, per motivi vari, erano intenzionati a visitarla, percorrere il suo interno, studiarla. Erano viaggiatori di tipo nuovo, spesso spinti dal desiderio di conoscere le diverse realtà di un’Isola distante per secoli anche culturalmente dal resto dell’Europa. Si era in età romantica, che succedeva ai Lumi e creava una sensibilità nuova, l’interesse per l’ “altro”, per la scoperta di ciò che è diverso. Scriveva Madame de Staël :”Le nazioni devono reciprocamente servirsi da guida […..]. C’è qualcosa di singolarissimo nella differenza fra un popolo e l’altro: il clima, l’aspetto della natura, la lingua, il governo, l’insieme degli avvenimenti storici [….] contribuiscono a questa diversità, e nessun uomo, per quanto superiore egli sia, può indovinare ciò che si sviluppa naturalmente nella mente di chi vive su di un altro suolo e respira un’altra aria. Si avrà dunque un beneficio in ogni paese se si accolgono le idee altrui; giacché, in questo genere di cose, l’ospitalità fa la fortuna di colui che riceve”.
L’Ottocento scopriva la storia, il senso del divenire storico, la nazione come individualità storica. La storia, accanto alla geografia, era considerata un ulteriore elemento di diversità, di specificità nazionale. Con l’Ottocento il concetto di divenire storico nasce ed entra a far parte della cultura occidentale. E l’Ottocento è anche il secolo della “scoperta” della Sardegna, dopo che per secoli era rimasta fuori dagli itinerari dei viaggiatori.
I viaggiatori, italiani e non, “investigavano” la realtà sarda secondo le loro lenti di lettura, creando particolari immagini-identità della Sardegna. Erano colpiti dal fascino dell’arcaicità e della primordialità dell’Isola. Vuillier la definirà Ile oubliée, e l’inglese Tyndale l’Isola mai vinta.
Questi mondi primitivi che essi descrivevano non erano stati ancora violati dalla civiltà europea, ma mantenevano una sorta di “civiltà naturale”. L’isola aveva le caratteristiche di un mondo “fuori dal tempo”. Immagini di questo tipo ispiravano una sorta di distanza storica, avvertita da molti viaggiatori che nel XIX secolo si trovarono a soggiornare in Sardegna. L’arcaicità della realtà sarda per loro rappresentò una sorta di diversità e l’impatto fu piuttosto forte.
D’altra parte, era inevitabile che il tempo quasi immobile della Sardegna, risultato dell’isolamento geografico e dell’arretratezza economica e sociale venisse confrontato con la realtà evoluta e dinamica dell’Europa, rispetto alla quale l’Isola era indietro di secoli. Tuttavia, questo carattere di chiusura e impenetrabilità non derivavano da un’ “assenza di storia”.
Ma non si può parlare di due tempi storici: il tempo rapido dell’Europa e quello statico della Sardegna. I ritardi e gli isolamenti erano il risultato – per intanto – della particolare posizione dell’Isola nella storia del Mediterraneo. Da una parte abbiamo una condizione storica che porta la Sardegna ad avere contatti, ad entrare in una rete di rapporti esteri. D’altro lato, i modi di vita dell’interno, la discontinuità dei rapporti con il mondo esterno, il fatto che la Sardegna non abbia partecipato alle rivoluzioni nei vari campi (culturali, politici, tecnici), hanno fatto sì che l’Isola seguisse un ritmo proprio di aperture e resistenze, chiusure, assimilazioni e persistenze. Da questo punto di vista, in Sardegna si trova una caratteristica falda di storia lenta di cui parla Fernand Braudel. La Sardegna ha conosciuto infatti per secoli un isolamento quasi ininterrotto e nonostante le invasioni e le dominazioni straniere, è rimasta sostanzialmente immune da influenze esterne. Ciò si è manifestato anche riguardo alla flora e alla fauna che mantenevano caratteristiche peculiari ed erano diverse da quelle delle regioni circostanti. A proposito del carattere peculiare dell’ambiente naturale sardo, Francesco Cetti, un naturalista settecentesco, autore fra l’altro di una Storia naturale di Sardegna, che su richiesta del governo sabaudo si stabilì in Sardegna per insegnare Matematica all’Università di Sassari, scriverà: Non v’è in Italia ciò che v’è in Sardegna, né in Sardegna v’è quel d’Italia.
La flora e la fauna sarde erano piuttosto varie e comprendevano specie da altre parti estinte. Basta citare come esempio il muflone che per certi aspetti diventò quasi il simbolo della Sardegna e che, nel corso del secolo, fu quasi sterminato come il bisonte americano. Un altro esempio è quello delle foche monache descritte da Lamarmora.
Anche sul piano del linguaggio si poteva riscontrare un’atipicità, infatti la lingua sarda è quella che è rimasta più simile al latino arcaico sia nelle parole che nella sintassi, come sosterrà autorevolmente soprattutto il tedesco Max Leopold Wagner.
Le stesse tradizioni isolane avevano un “carattere conservativo”: un antropologo tedesco, Karlinger, ha scritto, forse esagerando, che la Sardegna era un’eccezione tra le isole mediterranee, perché ferma e chiusa in se stessa; era un tesoro inalterato di folklore, un museo naturale di etnografia.
In qualche modo a conferma di ciò scrive uno storico sardo, Carlino Sole, in Sardegna e Mediterraneo: “La Sardegna, per particolari disparità di sviluppo imposte dalla condizione geografica e dalla stratificazione di dominazioni differenti, era riuscita a mantenere un involucro più conservativo di quello delle altre regioni del Mediterraneo: più tenacemente che altrove, per esempio, prolungava nell’età moderna e contemporanea forme di vita e di tradizioni tipiche del mondo medievale così come nell’antichità aveva conservato caratteri protostorici. Da alcune manifestazioni di «cultura materiale», come l’aratro a chiodo o il carro a ruota piena, dall’artigianato, dalla presenza nella musica popolare di forme arcaiche e rituali (come le launeddas), dalle maschere e dai canti è possibile ancora rintracciare, nonostante le inevitabili sovrapposizioni successive, i resti e gli spezzoni di civiltà scomparse. Come nelle feste barbaricine si celebra ancora il rito pagano d una civiltà di pastori ormai estinti”.
La realtà geografica avrebbe dunque condizionato le vicende storiche della Sardegna e della sua società. I Sardi, non sarebbero mai riusciti ad evadere dalla marginalità dell’Isola e ad espandersi verso altre terre perché dovunque il mare, invece di attirare gli isolani, sembra averli respinti verso l’interno dell’Isola. Il mare avrebbe circondato la Sardegna, isolandola. Questa sorta di cintura marina avrebbe ostacolato e ritardato i fermenti e gli stimoli provenienti dall’esterno. Come direbbe Giovanni Lilliu, la Sardegna diventava il frammento di un vecchio esteso continente alla deriva.
Solo di recente sono stati studiati gli effetti diretti e indiretti dell’insularità. In passato si concentrava l’attenzione sulla centralità della posizione mediterranea della Sardegna. Tuttavia è nel XVIII secolo che l’Isola entra a far parte degli interessi delle grandi potenze marittime dell’Europa di allora, la Francia e l’Inghilterra. Questo interesse rivelava come la Sardegna fosse importante sul piano strategico per ciascuna potenza marittima che era propensa a conquistarla o ad entrarne in possesso. La Sardegna non rappresentava più solo un luogo di rifugio dei naviganti e mercanti scampati alle tempeste o il luogo di prigionia di detenuti stranieri, ma comincia ad essere meta per osservatori militari, studiosi, diplomatici, cartografi francesi, svedesi, inglesi e tedeschi. A fine Settecento cominciava a maturare una nuova “coscienza nazionale”, ma anche nuove consapevolezze: l’insularità non derivava tanto (o soltanto) dalla posizione geografica, ma dall’essere rimasta esclusa dai traffici, dall’arretratezza delle strutture economiche e dal carattere coloniale della dominazione spagnola prima e piemontese poi.
Sui Savoia e sul dominio coloniale piemontese, Diderot e D’Alembert, così scrivono nell’Encyclopedie: “…il popolo impoverito si è scoraggiato, ogni iniziativa industriale è cessata; i sovrani non ricavano quasi nulla da quest’isola, l’hanno trascurata e gli abitanti sono caduti in un’ignoranza profonda di tutte le arti e di tutti i mestieri. Lo stesso re di Sardegna che, attualmente, possiede quest’isola non ha creduto opportuno rimediare al suo cattivo stato e riformare la costituzione. Anche la corte di Torino considera la Sardegna come nient’altro che un titolo che ha posto il suo principe tra le teste coronate”.
Se si guarda anche all’interno, al rilievo, la Sardegna si potrebbe definire, come ha fatto il grande storico francese Lucien Febvre, come un’Isola massiccia, un’”isola continentale”, una sorta di “continente minore”, ossia un’entità storica a parte. Da ciò non si deve però concludere che il mondo sardo fosse un mondo assolutamente chiuso. Febvre contrappone la Sardegna, esempio di “isola prigione” conservatrice di “antiche razze eliminate di vecchi usi, di vecchie forme sociali bandite dal continente”, alla Sicilia, “île carrefur”, una sorta di “quadrivio” naturale del Mediterraneo “volta a volta fenicia, …..poi greca, poi cartaginese, poi romana, poi vandala e gotica e bizantina, araba, poi normanna e poi angioina, aragonese, imperiale, sabauda, austriaca [….] l’enumerazione completa sarebbe interminabile”.
La Sicilia insomma avrebbe infatti sempre assimilato qualcosa delle ondate successive di civiltà differenti che si sono succedute nel corso della storia.
La Sardegna, invece, sarebbe rimasta spesso immune dalle influenze esterne, apparendo, anche nei tempi antichi, “un mondo ancestrale e fossile […..] l’immagine didattica della preistoria nella storia”.
In realtà occorre dire che la storia della Sardegna non è fatta solo da chiusure ed arcaismi: le coste certo hanno svolto un ruolo importante di filtro con la realtà esterna, ma non tutto è rimasto invariato nel tempo: ogni età o dominazione ha portato qualcosa e ne ha trasformato qualche altra. 
La Sardegna non possedeva all’interno un sistema di vie di comunicazione. Essa non ha mai conosciuto una civiltà cittadina. Infatti Cagliari e Sassari, divise da antichi odi e inimicizie, erano dei semplici grossi borghi se paragonati con le “metropoli” mediterranee come Napoli, Palermo, Venezia, Marsiglia, ecc…. L’unica finestra sul mondo è stata, per certi aspetti, Cagliari. Al suo interno, la Sardegna presentava un paesaggio “particellato” che ha creato nuclei culturali chiusi, isole nell’isola.
Come ha scritto Fernand Braudel, “la montagna è responsabile quanto se non più del mare, dell’isolamento delle popolazioni sarde. L’isolamento esterno va di pari passo con l’ isolamento interno”.
Dentro questo paesaggio e orizzonte storico occorre situare i giudizi e le valutazioni dei “viaggiatori” e “visitatori” della Sardegna dal ‘700 in poi di cui tratteremo in questo volume.
Ad iniziare dall’Anonimo Piemontese, secondo cui l’economia sarda è dominata da attivissimi e scaltrissimi genovesi, livornesi e napoletani. Tale situazione è dovuta alla poltronite naturale alla nazione sarda…e al difetto d’industria.
Invece secondo il gesuita Padre Gemelli che soggiornerà in Sardegna dal 1768 al 1771, l’arretratezza della Sardegna e segnatamente della sua agricoltura è da ricondurre alle terre comunitarie:Nasce tutto il disordine dalla comunanza o quasi comunanza delle terre. E dunque la terapia è molto semplice : Distruggasi quindi questa comunanza o quasi comunanza delle terre in Sardegna, concedendole in perfetta e libera proprietà alle persone particolari; e otterrassi di certo il disiato rifiorimento dell’agricoltura ne’ seminati, ne’ pascoli, nelle piante, e in ogni parte della rustica economia.
Anche il tedesco Fuos, ritorna ossessivamente sul “vizio” già denunciato dall’Anonimo Piemontese ovvero che ai Sardi sarebbero connaturati : L’oziosità e la pigrizia…e il difetto d’industria.
Mentre l’inglese Henry Smyth, da buon protestante, addebita alla Chiesa di Roma le superstizioni in cui, abbondantemente, i Sardi sarebbero ancora immersi.
Padre Bresciani, che visitò per ben quattro volte l’Isola fra il 1843 e il 1846, riscontra nei costumi de’ Sardi certe medesimezze con quelle dei primi popoli d’Asia, che non potrei dire quanto me ne sentissi riscosso e stupito. 
Secondo Lamarmora la Sardegna ha le caratteristiche di un’Isola-continente dove entro limiti ristretti si aveva una varietà di aspetti così grande degni di richiamare l’attenzione dell’osservatore […]:varietà di montagne, di terreni, di miniere, di fossili.
Francesco d’Austria-Este esprime giudizi molto severi sui vicerè: Riguardavano comunemente la Sardegna come un esilio – scrive – in cui stavano tre anni per arricchirsi, o farsi meriti presso la loro corte.
Altrettanto severo Francesco d’Este è nei confronti del clero, specie nei confronti dei preti più ricchi che abitavano in genere nelle città, essi infatti – secondo il duca – menano una vita pigra, comoda per la più parte, e molti anche scandalosa pubblicamente con donne.
Valery è entusiasta per l’ospitalità dei Sardi che è allo stesso tempo una tradizione, un gusto e quasi un bisogno per il sardo; di contro un altro francese, Honoré de Balzac, risentito per non essere riuscito nella sua impresa in Sardegna di arricchirsi attraverso lo sfruttamento delle scorie delle miniere d’argento abbandonate nella Nurra, vaneggia di uomini e donne nude come selvaggi, domiciliati in tane e abbruttiti dalle foreste, che addirittura mangiano un pane fatto di farina mista ad argilla. L’Africa comincia qui – scrive – ho intravisto una popolazione in cenci, tutta nuda, abbronzata come gli etiopi..
Secondo il milanese Carlo Cattaneo i Sardi, quasi incatenati da forza arcana di tradizioni non seppero dalla rude vita pastorale e dell’aratore levar la mente alle imprese marittime, alle arti, alli studi. 
L’inglese Tyndale analizza la realtà sarda, ai suoi occhi selvaggia e misteriosa, studiandone l’intricato ordito storico, economico, politico, sociale e culturale contestualmente a dati scientifici e curiosità. Seppur affascinato da questa terra esotica e primitiva, non trascura di sottoporne al lettore le problematiche più scottanti, tracciando un quadro a tutto tondo de L’isola di Sardegna; di contro il francese Jourdan, deluso per non essere riuscito dopo un anno di soggiorno in Sardegna, a coltivare gli asfodeli per ottenerne alcool, sfoga il suo malumore lanciandosi in contumelie,insulti e diffamazioni contro i Sardi e la Sardegna rimasta ribelle alla legge del progresso, terra di barbarie in seno alla civiltà che non ha assimilato dai suoi dominatori altro che i loro vizi: una Sardegna insomma come un focolare spento, carica di barbarie.
L’intento è solo quello di denigrare l’Isola, presentata solo come terra di banditi, misera e arretrata. Jourdan riesce perfino a falsificare la realtà dei Nuraghi scrivendo che si tratta di rovine, peraltro insignificanti perché resti incontrati vicino al mare in tre o quattro punti (sic!). Questi Noraghi – scrive il francese – misteriosi e giganteschi, se so¬no una prova delle dominazioni subite, non sono però né così numerosi né così importanti da attestare una civiltà decadente.
Al contrario, per un altro francese, Domenech, la Sardegna, sempre trascurata dal suo governo, ignorata e poco conosciuta dai turisti,ha per questo conservato fino a oggi le sue caratteristiche originali, eccezionali, e la sua fisionomia orientale e primitiva; tanto che è colpito dall’analogia delle usanze sarde con ciò che aveva letto nella Bibbia e in Omero e dove ritrova popolazioni ardenti, simpatiche,, buone, anime fortemente temperate, virtù patriarcali, difetti moderni, bizzarrie rispettabili, grandezza e poesia.
Dell’inglese Tennant sono estremamente interessanti e in qualche modo ancora attuali alcune proposte che attraversano tutta la sua opera, La Sardegna e le sue risorse: ad iniziare dalla necessità di una serie di intraprese tese a valorizzare la produzione locale per favorire le esportazioni e ridurre le importazioni. Individua a questo proposito i settori portanti dell’economia sarda sui quali intervenire: l’agricoltura, le miniere, le piccole industrie, la lavorazione in loco delle materie prime, una politica fiscale meno vessatoria, il turismo, grazie anche all’ambiente incontaminato e all’amenità dei luoghi, unito ai monumenti antichi unici al mondo.
Il francese Delessert, da letterato e fotografo, nel suo viaggio in Sardegna, è attratto dagli aranceti di Milis, dalle feste in costume e soprattutto dai balli all’aperto, dall’illuminazione della Grotta di Nettuno ad Alghero, dalle serenate e da su fastiggiu (il colloqui d’amore dalla finestra).
L’italiano Mantegazza, sociologo, economista e medico, denuncia invece l’abbandono e l’isolamento in cui è lasciata dai poteri centrali; l’uso di mandare nell’Isola, come una Siberia d’Italia funzionari rozzi, inetti, ignoranti o addirittura colpevoli; l’assalto dell’Isola da parte di avidi speculatori che, per esempio strappano le foreste, lembo a lembo, con feroce vandalismo; l’estrema povertà e insufficienza dell’ordinamento scolastico…gli ergastolani che gli fanno pensare che la società si vendica più di quel che si difenda.
Un altro francese, Boullier, innamorato della Sardegna, in due opere sui canti popolari e sui costumi dei Sardi, raccoglie, commenta ma soprattutto fa conoscere in Francia molta poesia popolare sarda, mentre l’italiano Aventi, conduce in Sardegna un’inchiesta agraria che, nata inizialmente come studio del progetto di colonizzazione della valle del Coghinas, si estende alle altre parti del territorio, considerato dal punto di vista dell’agronomo come vergine, incontaminato, dove cioè il margine di progresso della tecnica è vastissimo, dove tutto è da fare, tutto da innovare, per metterla parallela alle cognizioni e al progresso di parecchie Provincie del Continente.
Il Vuillier, pittore, disegnatore e scrittore francese della fine del XIX secolo, per quanto attiene alla nostra Isola descrive molto spesso donne e uomini con i costumi tradizionali dei vari paesi ma anche rappresentazioni di danze (del duru-duru), panorami, paesaggi e località, edifici, monumenti, chiese, scene agresti e persino oggettistica. 
Un altro italiano invece, Corbetta, nel suo libro dedicato alla Sardegna, tratta soprattutto della geografia, la storia, gli usi, le istituzioni, le antichità e l’economia corredata da molte statistiche.
L’inglese Edwardes consegna, attraverso pagine ora irreali ora scrupolose, ma quasi sempre appassionate, l’immagine della Sardegna all’Europa. Fra gli inglesi che visitarono la Sardegna nell´Ottocento, Charles Edwardes occupa infatti un posto del tutto particolare. La sua curiosità, si esercita in direzione non solo del paesaggio, ma anche della gente dell´Isola, delle differenze fra i cittadini e le popolazioni dell´interno. Il suo resoconto di viaggio assume così il senso e il significato di un continuo confronto di uomini e mentalità, alla ricerca del volto autentico dei Sardi.
Bechi invece, militare e scrittore, nel libro La caccia grossa, descrive episodi di “caccia” al bandito, come fosse un cinghiale selvatico, rivelando una mentalità coloniale,poliziesca e inumana.
Roissard de Bellet, nobile francese, pur trattenendosi in Sardegna qualche settimana appena scrive il suo libro sull’Isola dando molto risalto alla storia e, segnatamente, alla storia dei nuraghi, ai costumi e alle tradizioni dei Sardi ma soprattutto alle miniere, il vero interesse del barone francese, settore peraltro in cui mostra grandi conoscenze. La Sardegna – secondo De Bellet – è ricca di molti minerali fra cui la galena, la blenda, la pirite, le cerusite, l’ematite,il nickel, il cobalto. Ma anche di piombo, zinco argento. Sono inoltre presenti sorgenti minerali di acque alcaline, iodate, sulfuree, acidule. 
Ma forse la sua annotazione più importante e significativa è il riconoscimento di una Letteratura sarda::”Si è diffusa una letteratura sarda, esattamente come è avvenuto in Francia del provenzale, che si è conservato con una propria tradizione linguistica”.
Bontempelli, nelle sette pagine che dedica alla Sardegna nel suo libro Stato di grazia, racconta il suo viaggio a cavallo per i paesi dell’interno, della Barbagia di Ollolai. Ma si tratta di una descrizione che niente ha a che vedere con la realtà effettuale dell’Isola, piuttosto rientra nella sua “poetica”, nel suo realismo magico, governato dalla immaginazione e dalla fantasia, così come lo aveva teorizzato in varie opere.
L’inglese Flitch, approda in Sardegna alla fine di un tour nelle Isole del Mediterraneo. Descrive un’Isola un po’ troppo di maniera ma emerge anche una umanità diversa e inedita; una borghesia vista in un modo scanzonato, gli abitanti dei sottani cagliaritani descritti nella loro primitività, la gente osservata con acutezza, nei suoi pregi e nei suoi difetti.
Il siciliano Savarese, in forma essenziale e con un taglio giornalistico, racconta aspetti segreti o poco noti della terra sarda : un lembo di terra ancora umido di una freschezza verginale. In tale narrazione Savarese, che intuisce i cambiamenti che stanno per investire l’Isola, evidenzia una forte preoccupazione che, riletta a posteriori, si rivela premonitrice di una situazione ancora oggi molto attuale.
Lawrence nel suo libro Sea and Sardinia (Mare e Sardegna), descrive una Sardegna in cui è presente l’elemento autobiografico, il culto per la natura intatta e selvaggia e la primigenia istintività, l’esaltazione dei rapporti fisici visti come manifestazione vitalistica di somma importanza, la filosofia del racconto mitico basata sulla sua visione del cosmo e delle pulsioni vitali dell’uomo.
Wagner, dopo aver visitato la Sardegna in lungo e in largo, per studiare la lingua sarda e le tradizioni popolari, ci ha lasciato opere monumentali come il Dizionario etimologico sardo, La Lingua sarda i La vita rustica mentre, di contro, l’archeologo inglese Harden, non solo ci insulta, (parla di Sardegna, regione sempre retrograda) ma ci racconta un mucchio di balle storiche, archeologiche e linguistiche.
Il giornalista Virgilio Lilli, nel suo Viaggio in Sardegna ci consegna intatto il fascino dell’improvvisazione, tipico del reportage giornalistico; in questa circostanza l’esperienza di Lilli pittore e fotografo si somma a quella dello scrittore, che coglie gli aspetti più suggestivi dell’Isola come attraverso una serie di brevi ma intensi flashes; mentre il libro sulla Sardegna di Vittorini, che ha lo stesso titolo, Viaggio in Sardegna appunto, come scrive Geno Pampaloni, lo possiamo considerare un reportage e…un libro composito: un po’ poema in prosa, un po’ recensione di paesaggi e figure, un po’ aneddotica di racconto, un po’ (è il tono dominante) lirica moralità: una forma nuova per Vittorini e a lui subito congeniale. 
Un altro grande scrittore italiano invece, Carlo Levi in Tutto il miele è finito descrive una Sardegna di pietre e di pasto¬ri, e di uomini moderni e vivi. Corriamo così attraverso imma¬gini rapidissime, dove ogni momento è gremito di visioni. Tro¬viamo le querce e i prati di asfodeli, i pipistrelli delle domus de janas, le greggi, le sacre capre mannalittas, i nuraghi, le roc¬ce e il mare, e il Sopramonte deserto e feroce; gli operai, gli emigranti, gli uomini, e l’incedere divino delle antiche donne¬regine:così viene presentato dalla casa editrice Einaudi il suo libro.
Il francese Le Lannou considera la Sardegna come un grande mosaico di terra, le cui tessere siano state furiosamente scompigliate. E la montagna sarda è tutta paccata, fessurata, divisa da grandi gote, un tempo pressoché invalicabili. Una montagna difficile, aspra, severa: una montagna vera. Questa durezza della tettonica sarda ha anche avuto due conseguenze storiche, che hanno operato direttamente sulle vicende e il caratteri del sardi: ha isolato i villaggi l’uno dall’altro, alimentando nei secoli la disunione e l’estraneità fra gruppi pure contigui (dunque, impedendo la nascita di una più vasta unità “nazional-regionale”) e, secondo, ha isolato la montagna dal resto dell’isola, rendendone difficili gli accessi e spesso negando alta montagna più frequenti contatti con le pianure “civilizzate”.
Infine, l’ultimo “viaggiatore” e osservatore della Sardegna e delle cose sarde, che presentiamo in questo volume, l’italiano Cagnetta, in Banditi a Orgosolo, denuncia lo sfruttamento, la repressione poliziesca e nel contempo l’espropriazione etno-culturale, operate dallo Stato italiano, segnatamente nei confronti dell’area barbaricina, di cui Orgosolo è solo l’esempio paradigmatico.

 

Fuori Carlo Felice con tutti i Savoia dalla toponomastica sarda

Fuori Carlo Felice con tutti i Savoia dalla toponomastica sarda

1 ottobre 2015

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Francesco Casula

Un filo monarchico sardo, pateticamente nostalgico dei Savoia, in una lettera all’Unione Sarda propone che Cagliari dedichi una via all’ex re Umberto II. Replicano numerosi lettori del Quotidiano contestando vivamente tale proposta e ricordando le gravi responsabilità storiche dei sovrani nizzardi, ad iniziare proprio da quelle dell’ultimo re d’Italia e suggerendo di contro, di intitolare invece una via della capitale sarda a Luigi Cogodi.

Antonio Ghiani – già valente giornalista dell’Unione – scrive che “i sardi dovrebbero averne abbastanza dei Savoia e della loro infausta collaborazione con il fascio, conclusasi infine con una ignominiosa fuga, quando l’Italia, persa la guerra, era nel caos”.

Altri ricordano opportunamente la funesta politica dei Savoia tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, la repressione e le condanne a morte ma sopratutto il brutale fiscalismo. Aumentato a dismisura dal 1799 al 1816, con la presenza della Corte savoiarda a Cagliari, in seguito all’occupazione dell’Italia settentrionale da parte di Napoleone. Nei 17 anni della presenza a Cagliari dei Savoia infatti “furono complessivamente pagate – scrive lo storico sardo Aldo Accardo – come contribuzioni straordinarie per la corte 9.714.514 lire sarde: dal 1799 373.000 ogni anno per l’appannaggio della famiglia reale;dal 1805 oltre 76.750 per lo spillatico della regina”. E ciò mentre l’Isola vive sulla propria pelle una gravissima crisi economica e finanziaria: certo conseguenza delle calamità naturali e delle pestilenze di quegli anni ma anche di una politica e di un’amministrazione forsennata da parte dei Savoia, specie, ripeto, con l’aumento delle tasse.

Il peso delle nuove imposizioni fiscali, colpivano non soltanto le masse contadine ma anche gli strati intermedi delle città. A tal punto – scrive Girolamo Sotgiu – che “i villaggi dovevano pagare più del clero e dei feudatari: ben 87.500 lire sarde (75 mila il clero e appena 62 mila i feudatari) mentre sui proprietari delle città, sui creditori di censi, sui titolari d’impieghi civili gravava un onere di ben 125.000 lire sarde e sui commercianti di 37 mila. Così succedeva che “Spesso gli impiegati rimanevano senza stipendio, i soldati senza il soldo, mentre ai padroni di casa veniva imposto il blocco degli affitti e ai commercianti veniva fatto pagare il diritto di tratta più di una volta” .

Il protagonista fondamentale della politica savoiarda di questo periodo è Carlo Felice, più noto come Carlo feroce: l’epiteto gli fu affibbiato da un suo conterraneo piemontese, Angelo Brofferio, letterato e critico teatrale. Ebbene Carlo Felice, fu viceré e poi re, ottuso e inetto, sanguinario e famelico (pensava ad accumulare il suo “privato tesoro” mentre le carestie decimavano le popolazioni affamate). Su di lui la storia ha già emesso la sua condanna inappellabile.

Lo storico Pietro Martini, pur di orientamento monarchico, lo descrive come gaudente parassita, gretto, che avea poca cultura di lettere e ancor meno di pubblici negozi… servo dei ministri ma più dei cortigiani. Ai feudatari, da viceré, – scrive, un altro storico sardo Raimondo Carta Raspi – diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di carnefice e giudice dei suoi concittadini.

Divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza: “con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”: è ancora Pietro Martini a scriverlo.

Carlo Felice odia i sardi: il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per i sardi je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes, soleva affermare nei loro confronti e in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive : Le sarde est plus savage che le savage, car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait.

Altro che dedicare allora un’altra via alla odiosa zenia dei Savoia: all’ordine del giorno in Sardegna vi è l’urgenza e la necessità di modificare radicalmente la toponomastica, facendo sloggiare da tutte le strade e le piazze dell’Isola tutti i Savoia, ad iniziare da Carlo feroce. A meno che non si voglia continuare con un imperdonabile masochismo, ricordando e osannando, quelli che sono stati per la Sardegna i persecutori  e i sovrani più nefasti.

E’ stato scritto che con i Savoia la Sardegna è stata liberata dal feudalesimo e dunque “modernizzata”. E sia. Purché non si dimentichi che l’eversione dei feudi giovò ai feudatari spagnoli e piemontesi ai quali le terre furono generosamente pagate dalle comunità, dissanguate due volte! Non di restituzione delle terre alle comunità si trattò dunque, ma di un ulteriore esproprio. Anche perché le terre distribuite a così caro prezzo ai contadini e pastori delle ville, privi di capitali e degli stessi arnesi di lavoro (aratri, zappe, falci e cavalli e buoi), caddero ben presto nelle mani di usurai senza scrupoli diventati in breve più esosi, se possibile, dei vecchi padroni.

E’ stato anche scritto che ai Savoia si deve comunque in gran parte la costruzione dello Stato italiano unitario. E sia anche questo. Purché si ricordi che l’Unità d’Italia sarà (e ancora è) tutta giocata, per quanto ci riguarda, contro gli interessi della Sardegna ridotta a “colonia” interna: oggi  area di servizio della guerra e domani ricettacolo delle scorie nucleari?

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Intervista a professor Francesco Casula (parte I)

Francesco Casula (parte I

21 settembre 2015 Letto 142 volte.
di Manuela Orrù

La scorsa primavera si è tenuto nei locali di via Rosselli, organizzato dall’UNITRE di Serramanna, il corso gratuito “Imparai su sardu. In sardu”. Mentore del corso l’inossidabile ed entusiasta professor Francesco Casula da Ollolai. Interessato e curioso anche il discreto gruppo di allievi, tutti over 40, impazienti di imparare o anche solo migliorare la conoscenza della lingua sarda. Il professore, oltre alle regole di grammatica, sintassi e morfologia, ci porta a conoscenza di fatti storici spesso ignorati dai sardi, di libri e poesie scritti in limba che ci rivelano la ricchezza e la capacità espressiva della lingua dei nostri avi. Ed è durante una di queste lezioni che mi viene l’idea di una intervista al professore, il quale si dimostra subito disponibile e gentilissimo. Quella che oggi pubblichiamo è una prima parte, sette domande e risposte delle undici totali. Abbiamo pensato di dividerla perché le risposte, tutte interessanti, necessitano di una riflessione da parte di ogni sardo che si senta tale. Confesso che l’unico rammarico è che il tutto si sia svolto per via telematica, mentre avrei preferito un incontro frontale capace di far emergere emozioni e “sentidusu” che la distanza nasconde. Ma non è detto che ciò non accada in un futuro prossimo. Buona lettura a tutti e se ne nascerà un vivace dibattito, tutti avremo occasione di acquisire maggiore consapevolezza sull’essere abitanti di questa terra chiamata SarDegna.

Intervista Parte I

1) Quando e perché ha deciso che la divulgazione della lingua e della storia della Sardegna sarebbero diventate una sua attività?

Le radici sono da ricondurre alla mia attività di docente nei licei e nelle scuole superiori. Quando – nella scuola italiana in Sardegna – ho avuto modo di sperimentare una impostazione pedagogica, didattica e culturale tutta giocata sulla proibizione, cancellazione e potatura della storia locale, ma lo stesso discorso vale per la cultura e la lingua sarda. Che ha prodotto effetti devastanti negli studenti e nei giovani in genere, in modo particolare attraverso la smemorizzazione. Provate a chiedere a uno studente sardo che esca da un liceo artistico, cosa conosce di una civiltà e di un’architettura grandiosa come quella nuragica, sicuramente fra le più significative dell’intero Mediterraneo; provate a chiedere a uno studente del liceo classico cosa sa della parentela fra la lingua sarda e il latino; provate a chiedere a uno studente di un Istituto tecnico per Ragionieri e persino a un laureato in Giurisprudenza cosa conosce di quel meraviglioso codice giuridico che è la Carta de Logu di Eleonora d’Arborea. Vi rendereste conto che la storia, la lingua, la civiltà complessiva dei Sardi dalla Scuola ufficiale è stata non solo negata ma cancellata. Ma c’è di più: una scuola monoculturale e monolinguistica, negatrice delle specificità, tutta tesa allo sradicamento degli antichi codici culturali e basata sulla sovrapposizione al “periferico” di astratti paradigmi  e categorie che le “grandi civiltà” avrebbero voluto irradiare verso le “civiltà inferiori”, ha prodotto in Sardegna, soprattutto negli ultimi decenni, giovani che ormai appartengono a una sorta di area grigia, a una terra di nessuno. Appiattiti e omologati nell’alimentazione come nell’abbigliamento, nei gusti come nei consumi, nei miti come nei modelli. Di tale appiattimento, una delle cause fondamentali è sicuramente la mancanza di memoria storica.

Nasce da questo contesto e da questa temperie pedagogica-didattica la mia scelta prima di insegnare la lingua sarda e la storia locale a scuola e in seguito di divulgarle, come tutt’ora faccio, dovunque posso. Perché i Sardi, partendo da radici robuste, – che solo la nostra lingua e la conoscenza della nostra storia può crearci – possano dotarsi di ali, altrettanto robuste, per volare alti nel mondo.

2) Ha senso oggi parlare di identità sarda?

Oggi più di ieri ha senso parlare di Identità sarda. Partendo dalla  convinzione e dalla consapevolezza che la standardizzazione e  l’omologazione, insomma la reductio ad unum, rappresenta una catastrofe e una disfatta, economica e sociale ancor prima che culturale, per gli individui e per i popoli. Di qui la necessità della valorizzazione e dell’esaltazione delle diversità, ovvero delle specifiche “Identità”: certo per aprirci e guardare al futuro e non per rifugiarci nostalgicamente in una civiltà che non c’è più; per intraprendere, come Comunità sarda, il recupero della nostra prospettiva esistenziale: la comunità e i suoi codici etici improntati sulla solidarietà e sul dono, i valori dell’individuo incentrati sulla valentia personale come coraggio e fedeltà alla parola e come via alla felicità. E insieme per percorrere una “via locale” alla prosperità e al benessere e partecipare così, nell’interdipendenza, agli scambi e ai rapporti economici e culturali.

3) Di cosa hanno bisogno i sardi per recuperare o, se vuole, per non dimenticare la loro identità?

Hanno soprattutto bisogno di conoscere la loro storia. La storia è la radice del nostro essere, della nostra realtà e Identità collettiva e individuale: nessun individuo come nessun popolo può realmente e autenticamente vivere senza la conoscenza e coscienza della sua Identità, della sua biografia, dei vari momenti del suo farsi capace di ricostruire il suo vissuto personale. Un filo ben preciso lega il nostro essere presente al passato: il filo della nostra identità e specificità, come individui e come comunità. Se non fossimo diversi non potremmo neppure dialogare, confrontarci, conoscere. La diversità ci salva dalla omologazione–standardizzazione

sardegna

4) Per anni ci siamo vergognati del nostro accento, della nostra lingua, in una parola vergognati di essere sardi. Oggi è ancora così o qualcosa sta cambiando?

Sia pure in modo ancora insufficiente, qualcosa inizia a cambiare nelle coscienze e nell’immaginario collettivo dei Sardi. Il senso di “vergogna di sé” è ancora forte e presente ma inizia ad essere incrinato.

5) Lei si è occupato di politica, di sindacato, di insegnamento: ritiene che queste tre attività siano capaci di dare risposte e opportunità ai sardi?

Finora il ruolo della politica come quello del Sindacato e della Scuola è stato gravemente insufficiente. Per responsabilità anche della “base”, di noi cittadini che avremmo dovuto essere più attivi, più protagonisti: tallonando continuamente politici, sindacati e scuola. E’ invece prevalsa la logica della delega, della de-responsabilità. Per cui molto spesso la politica è diventata affarismo, il Sindacato ha abbandonato il ruolo di difensore degli interessi dei lavoratori e la Scuola – come sosteneva Pier Paolo Pasolini – trasmettitrice di“residui retorici” e non creatrice e divulgatrice di cultura critica.

6) Secondo lei perché l’indipendenza e l’autonomia ci fanno paura? E perché sono diventate per i sardi parole vuote di significato?

Non sono parole vuole ma rischiano di esserlo. Nella misura in cui non riusciamo a riempirle di contenuti, progetti, visioni. Ci fanno paura? Non direi. E se così fosse è perché siamo stati abituati all’assistenzialismo dello Stato, senza il quale pensiamo che non ce la possiamo fare. Siamo tutt’ora convinti di essere dei nani che “aspettano giganti che li portino sulle spalle” (Marcello Fois in Dura Madre,pagina 192). Ma i giganti non esistono. E caso mai li abbiamo avuti noi i Giganti! Non dobbiamo cercarli altrove.

7) Lei oggi vive a Cagliari: eppure i festival letterari, le iniziative culturali partono quasi sempre dai piccoli centri. La provincia, is biddas, tengono vivo l’humus culturale dell’isola?

Condivido. Sono soprattutto is biddas a tenere vivo l’humus culturale identitario della nostra Isola. Così peraltro è stato nella nostra millenaria storia: con nostri paesi che hanno prodotto non solo cultura materiale (soprattutto agro-pastorizia) ma anche cultura immateriale.

Ricordo quanto scrive Bachisio Bandinu, forse l’intellettuale sardo più acuto e prestigioso:”Il pastoralismo ha dato vita all’intellettualità sarda. Proviamo a unire gli spezzoni della Sardegna a caratterizzazione pastorale a partire da Emilio Lussu e i cosiddetti re pastori di Armungia per arrivare in Ogliastra, Barbagia, Mandrolisai, Marghine, Logudoro e non solo. Pensiamo a Peppino Mereu, Mossa, Cubeddu, Murenu, la poesia orale degli improvvisatori, Deledda, Cambosu, Sebastiano e Salvatore Satta, Nivola, Ballero, Ciusa, i grandi avvocati nuoresi, Mastino, Oggianu, Pinna per non parlare di Antonio Pigliaru, di Michelangelo Pira e Antonello Satta. In senso antropologico vengono tutti dal mondo pastorale, escludiamo questa gente e vediamo cosa resta”.

La parte II verrà pubblicata a breve…

I pastori? “Barbari scannatori di agnelli

I pastori? “Barbari scannatori di agnelli”

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Francesco Casula

I pastori? Barbari scannatori di agnelli. La pastorizia? Ostacola il progresso e sopravvive con iniezioni di denaro pubblico. Gli estimatori del mondo agro-pastorale? Prezzolati cantori di un falso mito rurale Sono solo alcune delle lusinghiere espressioni nei confronti dei sardi da parte di una Società che vorrebbe realizzare in Sardegna una gigantesca centrale elettrica di pannelli solari termodinamici della potenza lorda di 55 MWe.

Come reagire davanti a tanta infamia e volgarità? La tentazione sarebbe quella di affidarsi all’antica saggezza sarda che attraverso un suo diciu ci consiglia: a paraulas maccas, origras surdas”. Ovvero non dare ascolto alle scempiaggini dei nuovi predatori e speculatori. Anche perché sos orrios de burricu no nche pigant a chelu: i ragli degli asini non salgono in cielo. Ma dobbiamo sempre lasciar perdere? Far finta di niente? Io credo di no. Ma vediamo, analiticamente, la vicenda.

La società anglo-italo-sarda Flumini Mannu Limited (con sede a Londra e Macomer) vuole “affittare” per 30 anni 270 ettari (parte dei quali “demaniali”) tra Villasor e Decimoputzu per realizzare una spianata di specchi per la produzione di energia con un investimento di 200 milioni di euro. Il progetto nel 2013 viene presentato al Ministero dell’Ambiente “corredato” da una serie di giudici e valutazioni – fra cui quelle cui abbiamo già accennato – su pastori ed economia pastorale.

Il rappresentante sardo, residente a Silanus, certo Luciano Lussorio Virdis, per conto della società parla della presenza in Sardegna di “un fronte contro le rinnovabili, come da nessuna parte… di un oscurantismo che difende rendite di posizione e interessi particolari”. E poi “La pastorizia sarda da decenni ormai non è in grado di stare sul mercato contando soltanto sulle sue forze e sopravvive grazie a una pluriennale e costante assistenza finanziaria regionale, nazionale ed europea … e ha impedito di utilizzare razionalmente il territorio, ha ostacolato lo sviluppo di altre attività quali l’agricoltura e il bosco e persino certe forme di turismo”.

Di contro, il progetto della Flumini Mannu sarebbe la fonte di energia del futuro: non inquina, è silenzioso, deve sorgere su terre praticamente sterili, erose, poco sfruttate. Rappresenterebbe inoltre un futuro alternativo valorizzando importanti competenze industriali ancora presenti. Del resto, sostiene la Flumini Mannu, anche la Corte costituzionale la penserebbe così: la Consulta – afferma la società – “ritiene lo sviluppo del settore agricolo, al pari dell’ambiente, un settore soccombente, rispetto a quello delle energie rinnovabili”.

Come si vede si tratta di tutto il ciarpame di vieti luoghi comuni tendenti a criminalizzare il pastore: ieri pastore= bandito e oggi pastore= scannatore di agnelli; di tutta la paccottiglia di trite banalità sulla pastorizia arretrata e assistita.. Sostiene Felice Floris, leader del Movimento Pastori. Sardi (MPS): chiediamo fondi? Sì ma poi diamo da mangiare alla gente, non facciamo affari sugli incentivi, generando energia dove consumiamo la metà di quella che produciamo. La pastorizia è in crisi? Certo. E gli altri comparti produttivi no?

Almeno il rappresentante sardo di Flumini Mannu dovrebbe conoscere la storia dei pastori. Sapere che pur con crisi e difficoltà immani, la pastorizia è stata storicamente l’unico comparto economico che ha sempre retto: anche a fronte degli Editti delle Chiudende, della la rottura dei Trattati doganali con la Francia con Crispi, della rovinosa e fallimentare industrializzazione, dello strozzinaggio delle banche, della lingua blu. Ha retto – e continua a reggere – perché si tratta dell’unica industria, endogena e autocentrata, che verticalizza la materia prima – il latte soprattutto – e crea un indotto che nessuna altra industria nell’Isola ha mai creato. L’unica “industria” legata al territorio e ai saperi tradizionali, diffusa ubiquitariamente, al contrario dell’industria per “poli”. Che presiede, salvaguardia e difende l’ambiente, che è in forte simbiosi con la storia, la tradizione, la civiltà, la cultura e la lingua sarda.

In realtà l’attacco alla pastorizia e ai pastori è l’alibi dei nuovi furones per sequestrare e impadronirsi del territorio e della terra: l’unica vera ricchezza della Sardegna. Anche in questo caso, a conferma dell’antico adagio sardo, furat chie benit dae su mare. I ladroni vengono da fuori. Sunt istranzos. Sembra addirittura che fra i partner della Società Flumini Mannu vi siano sauditi e cinesi. Naturalmente anche questa volta – come sempre nella nostra storia – hanno bisogno degli elementi locali, di ascari. Come mediatori del colonialismo.

Certo promettono occupazione e benessere:. “Investiremo un miliardo, creeremo posti di lavoro” hanno scritto. Ma si tratta del drammatico déjà–vu.Vengono, s’intascano gli incentivi, fanno colossali profitti che s’involano fuori: poco importa se ieri a Milano con Rovelli e oggi magari a Londra o Pechino o a Riyāḍ. Lasciando nell’Isola non lavoro ma devastazione. La stessa Regione sarda infatti avrebbe individuato alcune contraddizioni nella descrizione dell’impatto sui terreni: all’inizio la Flumini Mannu aveva definito non necessari la bonifica ma poi – spiegano alla Regione – sarebbero spuntati alcuni ettari che verrebbero compromessi dai pannelli.

In tutta la vicenda occorre pèrò prendere atto di un elemento positivo: l’opposizione dei Sardi al progetto di sequestro del nostro territorio. Sono infatti contrari non solo i pastori e le Associazioni di categoria ma le popolazioni, gli Ambientalisti; i Consorzi di tutela (dell’agnello IGP, del pecorino romano: nella zona interessata al progetto ci sono importanti aziende casearie che godono dei marchi Dop e Igp e avrebbero solo svantaggi); il Corpo Forestale (che bolla come “esilaranti” le tesi di Flumini Mannu); l’Università di Sassari; la Soprintendenza.

Ha espresso parere negativo la stessa Regione. Ma in ultima analisi, le competenze sulla decisione finale, spettano a Roma. Alla faccia dell’Autonomia speciale!

2° CONVEGNO SARDISTA A BOSA 29 ottobre 1967

2° CONVEGNO SARDISTA A BOSA 29 ottobre 1967

Cari amici,
ci riuniamo a Bosa, nelle accoglienti sale del Centro di Cultura Popolare dopo quattro mesi dal primo nostro mee­ting del 2 luglio per discutere la situazione politica sarda, per valutare le scelte operate dal nostro Partito sia dopo la crisi di febbraio, sia dopo il fallimento del­la cosiddetta politica contestativa.
Voi sapete benissimo come la contestazione di Del Rio, la rivoluzione di luglio e gli avvenimenti suc­cessivi, soprattutto per la grinta dura mostrata dai padroni di Roma dei partiti metropolitani, siano approdati al porto della più grande beffa che il popolo sardo, in tutta la sua storia,abbia mai subito.
Il linguaggio aggressivo del Presidente Del Rio non corrispondeva e non corrisponde oggi a una pre­cisa volontà, sua e della Giunta di G0verno, di conqui­stare gli obiettivi che il famoso ordine del giorno-voto del Consiglio Regionale al Parlamento Italiano configu­rava. Il Governo italiano ha respinto tutte le richie­ste del popolo sardo, ha irriso con sprezzante paternalismo le istanze dei nostri legittimi rappresentanti, ha impedito al Presidente Del Rio, rappresentante elet­to del popolo sardo, di parlare alla sua gente per mezzo dello strumento più efficace: la radio.
E si è risolto tutto in un bagaglio inconsistente di promesse:
le solite promesse che da due secoli e mezzo piemontesi e italiani hanno fatto inalla in Sardegna, a questa vera e propria colonia, terra senza speranza di riscatto. Ed è per è per questo che oggi più che mai dobbiamo opporci al regime coloniale che che perdura, nonostante la concessione di una falsa autonomia.

 Oggi il banditismo, la cui importanza è stata amplificata in Italia e nel resto d’Europa con sadica insistenza dalla stampa di ogni colore, coadiuvata questa dalla compiaciuta complicità della radio e della televisione del monopolio italiano, è assurto a problema nazio­nale. Ma cosa vuol dire oggi in Sardegna, in questa 

terra di conquista e di sfruttamento, questione di importanza nazionale?

Significa soltanto che gli organi dello Stato, valicando i limiti delle competenze costituzionali, calpestando anche i brandelli formali dello Statuto Speciale di Autonomia della Sardegna, si sentono in dovere di intervenire. E viene accusato, ormai indi­scriminatamente, il popolo sardo e la sua classe politica; la sua classe dirigente, le migliaia e migliaia di lavoratori: i morti di fame di villaggi e delle borgate lontane, coloro che vivono cioè di sussidi e di rimesse degli emigranti. 

Ecco che un governo debole e inetto, come quel­lo italiano di oggi, ricerca un alibi storico con una inchiesta parlamentare. Ma voi sapete tutti che fine han­no fatto le precedenti inchieste parlamentari. La Sarde­gna è rimasta quella di prima. Sempre più povera e abban­donata. Non a caso, cari amici, accuso formalmente il pre­potere italiano di genocidio delle genti sarde. Perché quando ai sardi si nega il diritto alla vita, non si in­terviene con i finanziamenti stabiliti dalla legge, ma si invia un corpo militare di polizia e di carabinieri per distruggere la piaga del banditismo, con il semplice ri­sultato di sottoporre le popolazioni ad angherie, a so­prusi, a minacce di ogni genere, ebbene, allora si agisce secondo i più brutali e odiosi sistemi coloniali. Si ripe­te l’errore della Francia in Algeria. E le province dell’Algeria settentrionale per chi non lo rammentasse, erano considerate territorio metropolitano con uno Statuto speciale di autonomia. E gli al­gerini, nonostante questa concessione suprema della Repub­blica francese,si sono ribellati, sino a cacciare i francesi dal loro territorio e conquistare così, col sacrifi­cio e col sangue, la piena libertà e l’indipendenza. Ma gli algerini erano fiancheggiati dagli altri popoli arabi, dai marocchini, dai tunisini, dai libici e dalla Lega Araba. La loro guerriglia era sorretta dalla simpatia dell’opinione pubblica mondiale e, nella stessa Francia, paese civile, larga parte della popolazione me­tropolitana, gli intellettuali e i potenti, parteggiava per la liberazione dell’antica colonia. Noi, che siamo nelle stesse condizioni dell’Algeria di allora, non abbiamo nessuno, né stati amici né lega araba né popoli che parlino la nostra lingua che ci appoggino, ci sostengano, e sposino la nostra causa. Noi siamo soli, terribilmente soli, alla mercé della prepotenza italiana, della polizia italiana, dei prefetti-governatori italiani. E in mezzo a noi fioriscono come le rose di maggio i traditori, l prezzolati, i venduti, i servitori del padrone d’oltremare. Tutto ciò dovrebbe consigliarci a desistere dal­la lotta. A lasciar cadere le istanze, condendole soltanto di qualche protesta lecita, civile, ma del tutto inutile e vana. Ma noi difendiamo il diritto del nostro popolo. Noi vogliamo liberare il nostro popolo dalle pastoie colonialiste, vogliamo soprattutto informare il nostro popolo e indicargli la via da percorrere per la sua effettiva resurrezione.

 Non siamo degli illusi, cari amici, e abbiamo le nostre buone ragioni per parlarvi con questa schiettezza e durezza di linguaggio. Noi, proprio perché siamo sardi, e ci vantiamo di esserlo, siamo alieni da qualunque trasformismo, di tipo siculo-meridionale. Noi abbiamo sempre seguito questa linea politica. E questa è la linea di Bellieni, di Luigi Battista Puggioni, e di qualcuno che è qui presente e che ha sempre dato al Sardismo.

Noi dobbiamo diffondere queste nostre idee. Dobbiamo lottare perché anche nei centri più lontani si conosca questa che è una corrente di pensiero ben definita, chiara, responsabile. E’ la linea autentica, dura forse, ma l’unica che oggi possiamo seguire. Senza compromessi con nessuno. Sia ben chiaro.
Se non ci opponiamo a questa situazione coloniale, nella quale l’Italia ci ha lasciato, il nostro compito diventa inutile, vuoto, improduttivo, ridicolo.
Ci chiamano separatisti. Con disprezzo e con malcelata ironia. Ebbene, se separatisti ci chiamano, noi possiamo fare di questo termine una bandiera e non soltanto uno spaventa-passeri per i nostri avversari politici.
La via dell’indipendenza è lunga, difficile, costellata di trabocchetti, di sofferenze, di rinunce, di amare delusioni, e – soprattutto – di sconfitte. Ma noi crediamo, dobbiamo credere, dobbiamo far credere anche i nostri fratelli. Illuminarli e cancellare le loro illusioni integrazioniste, spazzare il servilismo di sempre. Noi abbiamo il dovere di seguire questa linea, perché soltanto così non tradiremo il Sardismo, ma soprattutto serviremo il popolo sardo, questo piccolo grande popolo che ha paura di essere salvato da un avvenire pieno di caligine e di miseria. Questo popolo che vuole essere distrutto.
Noi lottiamo e lotteremo per la libertà della Sardegna. Con tutti i mezzi, con tutte le nostre forze. Non rinunciamo alla dignità di uomini liberi.
Viva la Sardegna. Viva la libertà.
Antonio Simon Mossa

LITERADURA SARDA IN CAMPIDOLLlU

LITERADURA SARDA IN CAMPIDOLLlU

(De Frantziscu Casula, Roma 13/06/2014)

 

Sa die treighi ‘e lampadas ocannu

in Campidolliu, a Roma, a cambarada

semus andaos pro sa presentada

de sa “Literadura … ” a importu mannu.

‘Literadura e tzivilidade … “, .

de Frantziscu Casula s’iscritore,

a sa Sardinna at torrau s’onore,

de sa cultura sarda, identidade.

 

Cun parentes, amigos, disterrados

e romanos in paghe e alligria,

s’anima sarda a fora nd’est bessìa

cun romanzos e versos pinturados.

In Campidolliu sa “Literadura … “

de Frantziscu at mostrau su presente

e su colau de sa sarda zente

a campu abertu, fora ‘e seportura.

 

E, pro la narrer che a s’iscritore:

su caddu dae tempus trobeìu …

comente mai non si fit fuiu? ….

Ca fit presu a cadena e cun dolore.

Su caddu non podiat camminare

e su mere, mischinu, a chistionu

chene limba, ascurtande su padronu,

chene mamma e nen fizu a si chessare.

Totu teniant in podere issoro

sos balentes chi nos ant cumandau,

però su libru at iscoviau

torrande dinnidade, limba e coro.

 

S’annu batordighi cun bellu ammentu,

zoiosu Frantziscu nd’est ghirau

dae Campidolliu bene acumpanzau,

cun battimanos in afestamentu,

a sa Sardinna, terra isulana

chi nos at zenerau, mamma galana.

 

 

A Frantziscu cun afetu Madalena Frau

In ocasione de su compleannu 7-6-2015

 

 

 

.

 

 

 

 

Lezioni di lingua e letteratura Sarda

 

 

Irene Carta  dell’Università della Terza Età di Quartu Sant’Elena su

       

Notiziario dei soci dell’Universita della Terza Eta di Quartu Sant’Elena Maggio 2015

 

Scrive

      Lezioni di lingua e letteratura Sarda

Il prof. Francesco Casula non ha bisogno di presentazioni. La sua conoscenza della lingua e della letteratura Sarda sono una fonte di sapere, soprattutto per persone come me che sono state “private” del piacere di parlare il Sardo, in un momento storico nel quale era considerato disdicevole per le ragazze di buona famiglia, esprimersi, appunto, in sardo. La consapevolezza dei danni che cio ha determinato, l’avevo già avvertita da tempo, non fosse altro che pur sforzandomi, non riuscivo a leggere e, quindi, a capire i testi scritti in lingua sarda. E ciò mi precludeva la conoscenza di buona parte della stessa Storia della Sardegna.

Poi, pero, mi sono fidanzata, e poi sposata, con un ragazzo di Meana Sardo. Nella sua famiglia si parlava il sardo e, cosi, ho imparato ad ascoltarlo e a capirlo. Tuttavia, la

prima persona che mi ha fatto apprezzare le composizioni in lingua sarda, fu mio  suocero. Lui, amante delle “MODE”, ne aveva una raccolta e la domenica, dopo pranzo, era solito accendere il giradischi e farmi sentire le “cantate” di Zizi, Pazzola e altri. Ricordo alcuni  versi di una cantata ispirata ad una rondine e che diceva cosi: “rundinella, d’ogni annu a primueranu in cussos nidos chi tant’ospitadu intonas una arcanica cantone…”, oppure quella dedicata alla mamma che diceva: (sa mamma) finzas cecca e centenaria est sempere a su fizzu necessaria …

Erano poesie bellissime e da allora ho incominciato ad apprezzare la mia lingua. Ovviamente sono stata felicissima di sapere che nell’Universita della Terza Eta di Quartu, il Prof. Casula teneva le sue lezioni. Mi sono resa conto di quanto fosse sentito il desiderio, ma direi il bisogno, di conoscere la lingua e la letteratura Sarda, e non solo da me, quando ho visto il numero delle persone che frequentano il corso e che  vorrebbero stare tutti in prima fila.

La passione che il Professore manifesta nell’esposizione degli argomenti fa in modo  che, pur in un’aula affollatissima, ci sia sempre grande attenzione e partecipazione.

Grazie, quindi al Prof. Casula per la sua preziosa opera di diffusione della cultura sarda

e grazie anche all’Università di Quartu che si avvale di docenti di cosi alto livello.

Irene Carta