Lezione su Raimondo Manelli,

 

Università della Terza Età di Quartu:

lezione su Raimondo Manelli,

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Il cantore dell’Isola “conchiglia” e del   riscatto sociale dei poveri e dei “vassallos”. (1916-2006)

a cura di Francesco Casula

Nasce a Gavoi (Nu) l’8 settembre 1916. Si laurea in materie letterarie a Cagliari nel 1940. Nel 1943, torna a Gavoi come sfollato antifascista sotto il governo Badoglio Nel dopoguerra svolge un’attività politica prima a Gavoi e poi a Cagliari, al fianco di Sebastiano Dessanay: di queste battaglie epiche, dalla parte dei contadini e dei pastori, c’è un riflesso immediato nelle sue poesie, che per la maggior parte hanno per tema la Sardegna, ma soprattutto Gavoi, il suo paese natale, raffigurato in tutti i suoi aspetti: le dure condizioni di vita, i personaggi caratteristici, l’impatto con la modernità. In una delle sue poesie più felici dal titolo Gavoi 1958, si legge: Ora le ultime bettole si chiamano bar;/ i maestri del ferro sono meccanici;/ l’ultimo fabbricante di speroni/ è morto bruciato dall’alcool;/ e la domenica non si odono più/ gli accordi vocali del “bomborobò”./ È giunta la televisione/ coi ministri e le prime pietre,/ con le annunciatrici che sorridono sempre.

Dedicherà tutta la sua vita all’insegnamento e alla scuola (sarà maestro elementare prima di diventare professore e poi preside) e alla sua passione per la poesia. Scriverà ininterrottamente dall’adolescenza fino alla tarda età.

La sua prima raccolta Filo d’acqua esce nel 1939. Seguono La strada dei poveri (1947); E il mondo muta (1956); Il cuore a spicchi (1960); L’isola delle mandorle amare (1966); La terra e gli uomini (1968); La Giubilazione e altri messaggi (1985); Agrifogli (1992); La voce e il grembo (1993).

Ha inoltre curato, sulla poesia in Sardegna, le antologie Trent’anni di poesia in Sardegna (1981), Poeti di Sardegna ((1985), Frontespizi della poesia sarda in lingua italiana (2001) e Empatie di varie stagioni (2002).

Dal 1951 al 1959 insegnerà in un Istituto tecnico di Terni. Il soggiorno umbro gli sarà particolarmente propizio come studioso e come poeta ma anche come ricercatore della poesia dialettale e popolare, della storia, delle tradizioni e del folclore della Conca ternana  (si veda in particolare Il cantamaggio a Terni, storia e antologia da lui curata nel 1982 per la Provincia di Terni). Alla città di Terni dedicherà ben cinque libri.Nel 1991 il Comune di Gavoi gli dedica un’antologia dal titolo L’Isola è una conchiglia pubblicata dalle Edizioni della Torre e curata da Pasquale Maoddi e Pier Gavino Sedda,  che raccoglie, oltre che alcune fra le sue poesie più significative, otto liriche inedite nonché  Poesias gavoesas , sei poesie in sardo-gavoese: Sa hotta –letteralmente cotta, ma qui significa preparare il pane; Badu ‘e Lodine– Guado di Lodine; Zente ‘e Gavoi, Prehadoria a Santu Juvanne, Unu muttu pro mene, Duos muttos), a dimostrazione del fatto che Manelli, pur poetando prevalentemente in italiano non disdegna la lingua sarda, che conosce e padroneggia, verseggiando con abilità, intensità ed eleganza. Tanto da raggiungere – scrive Natalino Piras  –  risultati di acuti lirici universali.  La poesia di Manelli – a dimostrazione della sua validità – ha sempre attirato l’interesse di valenti critici e di agguerriti studiosi della poesia medionovecentesca, in particolare di Sergio Turconi (in La poesia neorealista italiana, Mursia editore, 1977) e di Walter Siti (in Il neorealismo della poesia italiana, 1941-1956, Ed. Einaudi,1980). Muore a Cagliari il 5 Maggio del 2006.

Presentazione del testo [poesia tratta La strada dei poveri, Tipografia industriale Granero, Cagliari, 1947, pagine 24-26].

La poesia Mia madre popolana è contenuta nella silloge La strada dei poveri del 1947, la seconda raccolta di poesie di Manelli, dopo Filo d’acqua del 1939. In essa l’Autore, cristiano e comunista, canta e sta dalla parte di un’umanità povera e dolente, che attende da tempo immemorabile, nella terra dei pastori e dei braccianti, un riscatto e una liberazione dalle prepotenze dei prinzipales e dei sennores. Non solo.                                                         I poeta estraneo alla giungla imperante/di faccendieri e commedianti, confessa d’aver diffuso tra la buona gente/dottrine incendiarie/che mettevano in forse l’antica virtù dei notabili,/l’onestà dei mercanti//che lungo le strade maestre/ostentano le case a molti piani.

Nel contempo sono presenti figure amicali, parentali e familiari: soprattutto la madre, che in Mia madre popolana ricorda con smisurato affetto e forte commozione pensando anche alla umanissima vicenda che essa ha vissuto.La madre incerta nel leggere e nello scrivere che ha appreso nella scuola serale. La madre religiosissima, che recita a gran voce il Miserere a fronte di un improvviso temporale. La madre che, pur fatta curva dagli stenti/ e dalle notti insonni, continua a lavorare  stoiando seggiole, ovvero confezionando sedie con le stuoie, in quel tempo largamente usate, della povera gente di Gavoi e della Barbagia, ma non solo.La madre che ormai ridotta a una lampada presso alla fine dell’olio, leggeva negli anni futuri. E il figlio-poeta che si avvide che Dio si rivela ai più buoni. Ovvero a quelli come la madre. Ai poveri e  – evangelicamente – agli ultimi.L’amore immenso del poeta per i genitori ma in particolare per la mamma non è presente solo in questa lirica, ne attraversa molte altre e comunque ricorre spessissimo nei suoi versi.

MIA MADRE POPOLANA

Mia madre popolana

leggeva un poco a stento,

scriveva con mano maldestra

umili frasi sottratte alla scuola serale.

E quando un improvviso temporale

saettava di lampi la povera casa montana,

intonava a gran voce il «Miserere» 

Al suon della campana, si segnava

si segnava all’inizio di un viaggio.

Sotto il sole di luglio

brandì la falce per la messe altrui

mia madre contadina.

Forse a lei parve volontà divina

la tirannia dei nobili del borgo.

E dopo ogni suo magro desinare,

diceva: Così s’abbia ristoro

al mondo ogni bennata creatura

e ogni anima che soffre in Purgatorio.

Diceva: O figlio.

che Dio ti guardi dalle male lingue

che sono come l’incendio!

Maledetto il peccato mortale!

Alfine, fatta curva dagli stenti

e dalle notti insonni, trascorse

stoiando le seggiole a tutto il contado,

del sembiante operoso

non restò che la luce degli occhi. E la voce.

E al figlio prediletto

  • Che importa – diceva  se la mia vita

è una lampada presso alla fine dell’olio?

Ho dato due lumi al villaggio;

e d’altro non m’importa.

E credeva nei sogni

mia madre popolana:

e tanto di me si nutriva,

se mi era lontana,

che tutto sognava di me taciturno

per lunghe inclementi stagioni.

Leggeva negli anni futuri,

tanto che io ne tremavo

e pensavo alle divinazioni.

E mi avvidi

che Dio si rivela ai più buoni.

Giudizio critico

Scrive Alberto Frattini: “[…]Nella strada dei poveri Manelli ha trovato in fondo la sua tematica (ma non mancano preannunci anche in precedenti liriche, si veda Momento primitivo) scavando nel sentimento e nell’amore della sua terra e della sua gente; dal cuore e dal sangue nascono i moti più fervidi, frenati da un pudore quasi istintivo di confessione. Il discorso si fa più disteso, lievita di umori più complessi, si colora di una realtà più ricca e di una umanità più dolente (con impasti espressivi familiari, disadorni fino a suonare scabri), tende a farsi testimonianza accorata e nuda, una voce per la madre popolana, per il padre bracciante, per i poveri delle  sue contrade umiliati dal vivere gramo. Il linguaggio si libera via via da qualche residuo aulicismo e recupera il lessico usuale, più risentito e fresco[…]”.

[Albero Frattini, prefazione a E il mondo muta, Edizioni Accademia di Studi «Cielo d’Alcamo» , Alcamo (Tp), 1956, pagina 10, Alcamo (Tp), 1956.

Mentre Elio Vittorini in  una brevissima lettera  del 4 Maggio 1947, scrive a Manelli ”Ho incontrato una bella qualità poetica e una generosa presenza d’uomo”.

ANALIZZARE

Le radici della poesia di Manelli – è il poeta stesso a ricordarlo in un suo scritto –  affondano sostanzialmente nella terra sarda e più particolarmente nelle vicende e nel destino dei contadini e dei pastori del suo paese : ovvero nella dolorosa realtà della sua gente e della sua terra, la Sardegna, impronta di piede contadino, che si va gradualmente trasformando dietro l’incalzare del progresso scientifico e tecnico. E anche quando la tematica si allarga via via per comprendere i problemi e le ansie del più vasto mondo contemporaneo, del gramsciano  mondo grande e terribile, il sapore delle immagini e le predilezioni culturali e sociali dell’autore saranno sempre coerenti con l’autenticità delle proprie origini e delle proprie radici della sua piccola patria sarda: infatti, L’isola è una conchiglia/e vi respira il mare/con le voci del mondo.

 Ferma restando nella sua poetica – scrive Alberto Frattini –  l’istanza di comunicare, di farsi intendere dagli altri e non solo dai professionisti della Letteratura.

Si inserisce su questo crinale Mia madre popolana, la sua poesia più famosa e dal poeta stesso la più amata, degna comunque di essere inserita nelle Antologie.

Il componimento piacque talmente al linguista Georges Mounin che lo tradusse in francese, ritrovando in esso una libertà e una scioltezza nel parlare delle così dette cose trite e prosaiche. Con un libero verseggiare e con un lessico realistico, piano e comune, senza sperimentalismi né contorsioni intellettualistiche, in cui la testimonianza di affetto e di amore per la madre trae forza dalla sobrietà e dall’incisività delle strutture e dei registri espressivi.

-LA PASSERELLA

L’Isola fu, nel Mar Mediterraneo,

la passerella dei conquistatori:

ogni ribaldo che venne da fuori

ottenne almeno un feudo temporaneo.

Oggi, ancora, se un invadente estraneo

aspira a conquistarsi nuovi allori,

verrà scelto dai nostri reggitori

innanzi a ogni aspirante conterraneo.

Vige il mito dell’ospitalità

col motto: “Il miglior letto al forestiero!

Per ogni familiare c’è una stuoia”.

E fummo generosi coi Savoia,

offrimmo le miniere allo straniero,

riservandoci invidie e crudeltà.

 

-IL TURNO DEI PADRONI

Cartagine ci indusse a fare a meno

dei frutteti; ci disse: E’ meglio il grano.

E quando giunse il milite romano

ci tolse il grano e ci concesse il fieno.

Di bene in meglio, qualche saraceno

visitava le coste e, a mano a mano,

portava nei mercati del sultano

uomini e donne del nostro terreno.

Ma in nostro aiuto vennero i Pisani

in gara coi mercanti genovesi

e sorsero conventi da ogni parte.

Allora il Papa mescolò le carte:

invitò Aragonesi e Catalani

e restammo infeudati e vilipesi.

Ricordando NEREIDE RUDAS

Ricordando NEREIDE RUDAS

in occasione della sua morte

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Onore a una grande donna, a una  valente psichiatra, a una straordinaria intellettuale, a una eccellente scrittrice e  studiosa dell’Identità

 

Nasce a Macomer (Nuoro) nel 1925. Dopo studi classici segue Corsi universitari in diversi Atenei Italiani. Laureata in Medicina e specializzata in Neurologia e Psichiatria all’Università di Bologna, consegue due libere docenze (in Psichiatria generale e Psichiatria forense) che le aprono la via dell’insegnamento universitario.

Studiosa della devianza sociale oltre che psicopatologica, firma, insieme al Professor Giuseppe Puggioni la relazione scientifica di base della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna (Commissione Medici) pubblicata negli Atti della Repubblica (Senato, Roma 1972).

Dopo alcune esperienze in Centri e Istituti scientifici italiani ed esteri, vince la cattedra di Psichiatria e insegna nelle Università di Roma e soprattutto di Cagliari, ove inaugura la prima clinica di Psichiatria in Sardegna e dirige l’Istituto universitario di Psichiatria e l’annessa scuola di specializzazione dalla quale escono, fra l’altro, numerosi quadri specialistici per l’assistenza territoriale al sofferente mentale.

Organizza e presiede numerosi Convegni nazionali e internazionali, aprendo la psichiatria sarda a un vasto orizzonte di scambi e confronti.

Presente e attiva anche nelle organizzazioni scientifiche e culturali fonda a Milano (1987) la Società italiana di psichiatria forense. Di tale società viene eletta presidente nazionale, carica che mantiene per molti anni organizzando congressi a respiro internazionale. Attualmente riveste la carica di Presidente onoraria.

Nel 1993 rappresenta l’Europa al Congresso mondiale di Psichiatria di Rio de Janeiro. Svolge missioni scientifiche in rappresentanza dell’Italia in diversi paesi europei ed extraeuropei (Parigi, Lisbona, Madrid, Mosca, Pechino, Buenos Aires).

Ottiene numerosi riconoscimenti, italiani ed esteri tra cui l’alta onorificenza dell’American Academy Psichiatry And The Law (Roma, 1993).

Nella sua vasta produzione scientifica con 450 pubblicazioni (di cui nove a carattere monografico) figurano saggi di psichiatria clinica e sociale sulla emigrazione, (fra cui nel 1974 pubblica Emigrazione sarda, uno studio che faceva parte di una più ampia ricerca sull’emigrazione sarda, svolta dalla cattedra di psicologia della Facoltà di medicina dell’Università di Cagliari),  sull’anziano, (fra cui nel 1987 La condizione dell’anziano: da una vita senza qualità a una qualità della vita), sulla depressione. Un filone di ricerca riguarda i temi della riforma psichiatrica e della organizzazione psichiatrica territoriale (fra cui nel 1978 Psichiatria e territorio),

Negli anni ’90 si dedica a pubblicazioni sull’identità, sulla libertà e sulla lettura psicodinamica in opere artistiche sarde.

Nel 1997 pubblica il saggio, l’Isola dei coralli (per Nuova Italia scientifica, Roma), premiato con medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, di cui una nuova edizione sarà pubblicata nel Luglio del 2004 da Carocci editore.

Nel 2001 pubblica Storie Senza, che riscuote un successo di critica per la sensibilità con cui viene affrontato il complesso tema della sofferenza mentale.

Sempre nel 2001 viene nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione professore emerito. E’ Presidente dell’Istituto Gramsci della Sardegna.

In un’intervista ha detto: Forse perché ho vissuto fra sofferenti coartati nelle loro libertà ho tanto amato questa parola che nell’originale sumerica suona “amargia” che significa ritorno alla madre.

La medicina è stata per me una forma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalità liberatrice, visione del mondo.

Muore a Cagliari il 19 gennaio 2017.

 

Tra le sue opere più squisitamente letterarie  occorre ricordare L’Isola dei coralli che – come sottolinea l’autrice in una nota alla prima edizione del 1997 – non nasce tanto da un’idea o da un progetto, quanto da un sentimento. Anzi da un sentimento di appartenenza. Da un legame con la sua terra, la Sardegna. Della cui realtà vuol essere una lettura, in chiave psicodinamica, nel suo profilo identitario.

Ma non è un libro sulla Sardegna – precisa in una nota alla edizione del 2004 –  bensì per la Sardegna, luogo, simbolo e metafora. Di cui racconta le tormentate vicende di un mondo frantumato: un’Isola insieme cristallizzata e coartata ma anche potenzialmente vitale e creativa. Soprattutto nell’area geografica e culturale del centro Sardegna.

Nereide Rudas constata infatti che le personalità creative isolane, unanimemente riconosciute, sono in gran parte concentrate, per oltre il 63%, nell’area del Nuorese, nella “Sardegna interna”: area dell’isolamento, della criminalità e anche della psicopatologia. L’autore quindi – esplorando l’attività creativa dei Sardi dalla sua prospettiva disciplinare  e affascinata da questa creatività, insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa–  ritiene che una delle radici della creatività dei sardi trovi origine nella esperienza depressiva e alla luce delle teorie psicanalitiche ritiene che i testi narrativi di molti autori sardi possano essere interpretati come simbolizzazioni poetico-intellettuali della esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione del proprio mondo interno, riconducibile appunto a una sofferenza depressiva che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Sulla figura di Nereide Rudas e sulla sua opera l’Isola dei coralli Paolo Fadda scrive: “Nereide Rudas (psichiatra di fama, saggista e intellettuale a tutto tondo) uno dei personaggi centrali – e più autorevoli – dell’intellighenzia isolana degli ultimi decenni…ha segnato con importanti contributi il difficile percorso compiuto dal popolo sardo per la modernizzazione della propria terra…metaforicamente definita l’isola dei coralli, simbolo di quella preziosa arborescenza che anziché espandersi all’esterno, fiorisce e si ramifica nelle profondità marine…questa somiglianza corallina è assai “centrata” perché la Sardegna ha sempre vissuto la propria storia sotto traccia…come il corallo, di profondi e intangibili valori interni e perciò profondamente identitari…ed è proprio questo discorso sull’identità sarda – sui suoi valori e disvalori – che fa da pivot centrale allo studio della Rudas”

[Paolo Fadda, Sardegna economica, Bimestrale della Camera di commercio di Cagliari, n.4-5 2006, pagina 79].

Il corallo, quella preziosa arborescenza di cui la Sardegna è ricca e che anziché espandersi all’esterno si ramifica nelle profondità marine, metaforicamente rappresenta la storia e l’identità dell’Isola: un’identità lacerata e fessurata. Ciò perché, come Sardi, storicamente, abbiamo sempre avuto un rapporto problematico con la realtà, una non conciliazione con il mondo. Di qui l’insicurezza e la sofferenza, frutto anche degli imperativi che ci hanno imposto dall’esterno i dominatori che si sono via via alternati nell’Isola: imperativi drammaticamente azzeranti, repressivi e nullificanti.

L’Identità di cui parla Nereide Rudas nel saggio non è analizzata però secondo le modalità della sociologia o dell’antropologia, ma secondo l’ottica specifica dell’attenzione psichiatrica: un’identità scissa, vissuta come problema, dentro i labirinti della sofferenza e dei tormenti, non come tranquilla modalità di essere nel mondo: quella sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Un’identità di cui l’autrice – più che cogliere l’essenza –  s’interroga sul corpo dei significati che vogliamo esprimere con essa. Un’Identità dinamica, come percorso e progetto, non data e definita una volta per tutte, il che non significa che non ci sia qualcosa di stabile. Un’identità individuale ma che affonda in un corpo sociale, che invera quella dei singoli e la fa diventare concreta.

  Un’identità che nei romanzieri e scrittori sardi – in Deledda come in Lussu, in Giuseppe Dessì e Salvatore Satta come in Salvatore Cambosu e Francesco Masala – è così forte che la Sardegna non è un semplice scenario, uno sfondo, ma la vera protagonista, non un luogo ma il luogo, non l’oggetto ma il soggetto.

Colpisce nel saggio di Nereide, pur in presenza di analisi di tipo psichiatrico e psicanalitico, la cifra della scrittura, la levità e il nitore del linguaggio, la suggestione della sua prosa, che affascina, che incanta e che cattura.

Certo per Nereide Rudas la memoria di noi sardi come una preziosa arborescenza di corallo, anziché ergersi e dilatarsi nell’aria si è inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi nel di-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ma, indovandosi, è diventata tenace e labirintica.

Certo, siamo un’Isola con sacche di arretratezza e di infelicità e non abbiamo ancora metabolizzato il nostro lutto, ma abbiamo grandi possibilità. Per la Sardegna si profila un orizzonte più felice e prospero se sapremmo coltivare e mettere a frutto i coralli nascosti. Bisogna però, secondo l’autrice, impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale. E conclude: allora la misteriosa “creatività” dei sardi di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera.

NereideRudas e il problema dell’Identità: una problematica attuale

“[…] Complessa e difficile tematica dell’autoconsapevolezza e dell’indivi­duazione personale e collettiva l’Identità è andata assumendo grande ri­lievo sia che venga riferita all’individuo, sia che venga riferita a gruppi, a formazioni sociali, a popoli o ad etnie, il concetto identitario si è ormai da tempo imposto all’attenzione scientifica, culturale sociale e politica.

Con le sue scansioni e tensioni, ma anche con le sue cadute e silen­zi, il tema identitario ha attraversato tutto il `900 per giungere come di­scorso aperto sino a noi.

Il secolo trascorso, teatro di grandi e profondi cambiamenti, è consi­derato l’epoca della memoria moderna e dell’identità che conservano an­cora oggi grande peso di valore e di obbiettivo.

La crescita esponenziale della scienza e della tecnologia, la rottura del­l’isolamento e della demarcazione tra gli Stati, l’oltrepassamento dello stesso confine del nostro pianeta (esplorazione spaziale, primo uomo sul­la luna, ecc.), ma anche il superamento del confine corporeo (organi in­terni prima invisibili e resi ora sempre più trasparenti dalle diagnostiche molecolari e per immagini; nuove tecniche riproduttive; gravidanze sur­rogate, trapianto d’organi, ecc.) hanno reso gli individui e i popoli sem­pre meno inviolati, chiusi e circoscritti. I Paesi e Continenti sono sempre più vicini e comunicanti e, soprattutto, interdipendenti.

Quasi nessun gruppo, popolo o etnia vive ormai nel proprio isolamen­to, ma è sempre più spinto a confrontarsi con altri gruppi, popoli ed et­nie diverse da Sé.

La storia di ciascun gruppo, popolo od etnia confluisce e si embrica con altre storie e tende a scorrere in un flusso storico più ampio, com­plesso e intrecciato.

Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri­mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel­l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af­ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti.

  È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui.

La mia identità comprende, infatti, sia l’au­toconspevolezza (coscienza di me stesso), sia 1’eteroriconoscimento (il riconoscimento che gli Altri conferiscono alla mia unicità, singolarità e continuità nel tempo). Anche in Sardegna si parla e si discute molto di Identità.

Non c’è Convegno, Congresso, Seminario, in cui non si affronti direttamente o indirettamente il tema identitario, intensamente seguito ed emotivamente partecipato.
L’identità etnica, storica, linguistica, culturale e sociale, rappresenta­no altrettanti argomenti che appassionano molti sardi.

Anche da questa ormai vasta documentazione, così come da saggi, libri, articoli ecc. emerge che l’identità sarda, la sardità, è ormai una ca­tegoria ben individuata, fondata su una caratteristica etnia e cultura. È d’altronde da considerare che sulla nostra entità peculiare e distinta, sul­la nostra specificità etnica e sulla particolarità della nostra vicenda stori­ca è basato il nostro stesso ordinamento regionale.

Noi siamo, almeno sulla carta, una regione ad ampia autonomia spe­ciale (Regione a Statuto Autonomo Speciale) […] ”.

[Nereide Rudas, in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pagine 17-18]

Nereide Rudas e la cultura sarda:depressiva/creatinogena?

 “Avanzerò qui alcune considerazioni preliminari senza alcuna pretesa esaustiva, limitandomi al romanzo e sorvolando su spinose questioni di fondo.

Al di là della discussione sull’esistenza o meno di una letteratura specifica sarda, a me pare che i testi letterari possano comunque essere assunti come documenti che esprimono non solo “il punto di vista” degli scrittori sardi, ma vanno oltre.

Dalla mia prospettiva disciplinare questi documenti non solo chiariscono gli aspetti concettuali, i modelli cognitivi e il linguaggio del gruppo che scrive, ma ne rivelano anche i livelli fantasmatici più profondi.

I testi narrativi possono essere colti come simbolizzazione poeti­co-intellettuale di una esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione metaforica degli aspetti emoti­vi profondi del suo mondo interno.

Anche nella narrativa del popolo sardo si può quindi ritrovare, in forme più o meno dirette ed esplicite, la riflessione, a livello di autocoscienza sul Sé, sull’altro da Sé e su tale rapporto.

Partendo da questi presupposti mi sono cimentata in un discor­so sull’identità dei sardi, colta nella sua dimensione relazionale e dia­lettica, tratta da miti, forme e linguaggi della letteratura sarda. Il romanzo sardo esaminato nell’ottica psicodinamica mostra una struttura identitaria e una Weltanschauung diverse da quelle emer­genti dal romanzo italiano.

Sebbene la letteratura italiana sia stata forse meno monocentrica di altre narrative europee e si sia meno accentrata su un proprio unico modello, non vi è dubbio che essa abbia comunque proposto para­digmi, schemi e patterns culturali di una cultura dominante.

Il romanzo sardo, pur collocandosi all’interno dell’universo lin­guistico e culturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggen­do le opere di Grazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dello stesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità. Confrontate con le altre opere lette­rarie italiane esse ci appaiono in un certo senso fra loro “omogenee” e nel contempo irrimediabilmente “altre”.

Sotto questo profilo la letteratura sarda potrebbe, perciò, rap­presentare un significativo specchio in cui i sardi si riflettono ma nel quale anche la cultura italiana può cogliere uno sguardo su se stessa da parte di un gruppo simile/diverso. In tal senso la narrativa sarda può o potrebbe costituire un polo dialogico di significativa impor­tanza e utilità generale.

Se si ritorna al romanzo sardo e lo si pone sotto il riflettore psico­dinamico, esso rivela temi fondanti, già noti agli studiosi di letteratura.

Tra questi si possono annoverare quelli relativi:

– al vissuto di perdita;

– alla “nostalgia immobile”;

– alla caducità;

– all’”utopia ferma”.

Il romanzo sardo è innervato da vissuti di perdita e da una do­lorosa e raggelata coscienza di mancanza. Se ne potrebbero citare numerosi esempi.

Il coinvolgimento di perdita non appare però solo direttamente e contingentemente legata a specifiche situazioni o a eventi di vita.

Questi, se affiorano, sembrano solo riacutizzare e rendere evidenti un vissuto più antico e profondo.

Anche nella finzione letteraria l’esperienza di perdita del sogget­to va indietro e si dilata a una condizione più radicata e lontana. II suo vissuto sembra saldarsi al sentimento generale di una perdita ori­ginaria. In tal senso i personaggi dei romanzi sardi ci appaiono come orfani e apparentati da questa orfanità. È questa una condizione che sembra trascendere non soltanto il dato anagrafico, ma il sesso, l’età, lo stato sociale, le vicissitudini di vita, le vicende dell’esistenza ecc.

Orfani o figli di una “nazione mancata”, i personaggi della nar­rativa sarda avanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della pro­pria nascita, delle proprie origini, della propria identità. Ecco per­ché vivono esiliati nella propria terra, nostalgici di uno spazio e di un tempo che non sono mai esistiti. Per nascere ed esistere bisogna, infatti, confinarsi in una casa, che non consiste nelle quattro mura di un edificio segnato in una mappa catastale, ma è un luogo origi­nario e un tempo originario per i significati di appartenenza, sicu­rezza e identità che vi sono inerenti.

Le figure della narrativa sarda, pur specificamente connotate e pur esprimendo un forte desiderio di appartenenza, sembrano inve­ce rimanere esiliate nella loro terra ed essere estranee alla propria casa1. Esse ci appaiono inconfondibilmente pervase da una sorta di coscienza nostalgica che ho definito “immobile”.

La nostalgia, topos letterario dall’Odissea in poi, è un tema ricor­rente nella letteratura di molti popoli e Paesi. Il coinvolgimento no­stalgico trova tuttavia nella narrativa sarda una particolare e incisiva valenza.

Su un altro piano, d’altronde, negli emigrati sardi, particolarmente vulnerabili alla separazione e al distacco dalla propria terra, emerse­ro insistite e invasive reazioni nostalgiche. Attanagliati dal sentimen­to nostalgico, dalla coscienza di un “altrove” estraneo, i sardi vissero un’inquietudine profonda e una disperata tristezza che spesso scon­finò in quadri depressivi.

Questa particolare nostalgia pervade anche il romanzo sardo. È una nostalgia struggente e destruente e nel contempo “immobile”. Sembra declinarsi e prescindere dalla dinamica che solitamente l’ac­compagna e la determina. In tal senso è una nostalgia senza viag­gio.

Nel romanzo sardo la perdita e la separazione e lo stesso viaggio sono mitici. La patria è perduta o ritenuta tale, non perché ci si è allontanati da casa; diventa irraggiungibile perché è proiettata in un mitico passato. È il nóstos a una condizione originaria, fuori della storia.

Il ritorno è sempre a un continente sconosciuto, inconscio, a cui ogni approdo è possibile. Qui l’accostamento all”`oggetto” kleiniano perduto sembra trovare una sua pregnante legittimazione.

La “nostalgia immobile”, quale tentativo di ritorno alle origini, conato di raggiungere un “oggetto” irraggiungibile, si riconnette a un altro tema dominante della narrativa sarda: la caducità.

L’intera gamma del caduco, che si esprime nel sentimento del­l’essere effimeri, dell’essere fuscelli in balia di forze indomabili e pre­ponderanti, dell’essere “canne al vento” nel vortice estraneo ed estra­niante della sorte e della storia è un Leitmotiv della letteratura sarda.

Il vissuto di essere perituri e insieme inutili, sviliti nel proprio valore e, per di più, incapaci di gestirsi e dirigersi autonomamente, quindi in continuo rischio di cadere in preda a forze incontrollabili e invincibili esterne, è profondamente radicato nella nostra cultura e si riflette in molte nostre espressioni letterarie.

L’ho esaminato particolarmente in Cenere di Grazia Deledda, interpretandola alla luce del pensiero di Freud2.

La caducità, che nell’ottica psicoanalitica è riconducibile al Tha­natos, ha una forza così distruttiva e annientante nella narrativa sar­da da connotare persino eventi definitivi come la nascita e la morte.

II vissuto dissolvente della caducità in Cenere è riferito alla nasci­ta, mentre nel Giorno del giudizio di Salvatore Satta è riferito alla morte.

In entrambi i romanzi, pur diversi per trama, modalità espressi­ve, linguaggio, stile narrativo ecc., la forza del caduco si afferma e si impone in una dimensione violenta e distruttiva.

Così la nascita diviene “cenere” e la morte “effimera”. C’è qui quasi l’ala di un delirio nichilistico, un cupio dissolvi, perentorio e oscuro, in cui si toccano i più profondi e desolati confini di una desertica landa depressiva3.

Ma anche la tensione visionaria, già richiamata, sembra collegar­si profondamente ai primi temi esaminati. È anch’essa una visiona­rietà “ferma”, che non si traduce in una spinta in avanti e non ani­ma alcun sogno di trasformazione e cambiamento, magari utopico. Il sogno rimane esso stesso chiuso, sganciato da un orizzonte di possibilità future.

La febbre visionaria sembra così più una risposta vitale agli at­tacchi distruttivi del Thanatos che una vettorialità propulsiva. La ten­sione visionaria perciò rimane, rispetto alla direzione dell’avanti, al­trettanto ferma di quella della nostalgia rispetto a quella dell’indietro.

Entrambe ci appaiono immobili.

Tutti questi temi presenti e insistiti nel romanzo sardo parlano, a mio avviso, lo stesso linguaggio. Essi ci dicono una grave sofferenza che può essere definita in senso lato depressiva.

Possiamo, dunque, affermare che il romanzo sardo, dal punto di vista contenutistico, ne esprime una sua forte e pregnante dimensione.

Il rapporto dello scrittore con la sua opera, il suo “attaccamen­to” tenace, irreversibile all’oggetto Sardegna, conferma una coscien­za infelice e minacciata del Sé, che si apre diffidente e insicura sul mondo.

Questa coscienza riflette, in forme più o meno dirette, la cultura e la società in cui il romanziere vive e opera.

La sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi, come d’altronde emerge da valutazioni storiche e antropo­logiche, si è tuttavia incanalata in una trasposizione creativa. Ha tro­vato cioè la forza di percorrere la strada privilegiata della creatività e di tradursi in opere e forme letterarie e artistiche.

Il discorso ritorna così ai suoi assunti iniziali e tende a conclu­dersi. Ma giunta a questa fase finale temo di aver sollevato più que­siti che offerto risposte. Nutro soprattutto il timore di aver ingene­rato equivoci.

Per tentare, sinteticamente, di dissiparli almeno in parte, deside­ro sottolineare alcuni importanti passaggi del discorso, che potreb­bero essersi persi o dispersi nel tessuto espositivo.

Il primo concetto da ribadire è: non sostengo che per creare bi­sogna essere depressi. Questa asserzione sarebbe ingenua e facilmente smentibile dalla comune osservazione che numerosi depressi non sono creativi e che molti di loro possono addirittura cessare di esserlo proprio a causa della forte inibizione depressiva.

D’altronde la maggioranza dei non depressi (i soggetti cosiddetti normali o comunque non affetti da evidenti patologie) non mostra­no solitamente spiccate capacità creative.

Le cose sono molto più complicate. Si può però certamente dire che tra depressione e creatività esiste un legame, una correlazione altamente significativa, così come emerge da rigorosi dati di ricerca.

Questa correlazione, insieme a numerosi dati dell’esperienza cli­nica, ci autorizza a pensare che soggetti, a gradi contenuti di depres­sione, possono superare le proprie ansie depressive e ribaltarle nel­l’opera d’arte.

Coloro che vanno incontro a disturbi dell’umore sono d’altron­de più inclini a sondare e interpretare il proprio mondo interno nel gioco delle luci e delle ombre di oscillazioni estreme dell’umore. Essi perciò, in certe e irripetibili condizioni socio-culturali e ambientali, potrebbero più facilmente operare quella “sintesi magica” che porta alla produzione creativa.

Analogicamente si può ipotizzare, che a livello collettivo, gruppi e popoli, conquistando specie dopo il buio di dolorose oppressioni, condizioni più favorevoli, divengano capaci di operare “sintesi magi­che” e di produrre artisticamente.

Anche il gruppo sardo, dopo una lunga storia di isolamento e di dominazione, emancipandosi, seppure parzialmente, da un’emargina­zione storica, sociale e culturale potrebbe essere stato spinto da una forte motivazione a emergere e a trovare compensazioni e riparazio­ni alle passate privazioni.

Accedendo a una più ampia disponibilità di mezzi culturali e al confronto con altri gruppi e popoli, i sardi avrebbero potuto così imboccare la via della produzione creativa. Potrebbero essere stati in ciò agevolati da un certo distacco dal­le contingenze della vita e dall’abitudine a vivere in solitudine.

D’altra parte l’isolamento, preservando dal totale dissolvimento una cultura originaria assediata, ha fatto sì che i sardi fossero porta­tori di valori, patterns cognitivi e culturali e comportamentali propri, sebbene “residuali”.

Entrando in contatto con quelli della cultura italiana, avrebbero disposto di schemi cognitivi, non appiattiti conformisticamente sullo schema dominante, e perciò sarebbero stati stimolati a trovare solu­zioni “divergenti” e, quindi, creative.

La loro creatività, che si è sinora espressa in condizioni dolorose e difficili, pone problemi e quesiti che si prospettano nell’avvenire.

Fondamentale importanza riveste la necessità di individuare e incrementare i già presenti fattori favorenti la creatività della nostra cultura e della nostra società. In tal modo la nostra creatività, se con­venientemente sostenuta e agevolata, potrebbe dare in futuro straor­dinari frutti.

Ma per ottenere questi risultati bisogna impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale.

Allora la “misteriosa” creatività dei sardi, di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera”.

Note (presenti nel testo)

  1. Aquilino Cannas intitola emblematicamente un suo prezioso libro di poesie dedicato alla Sardegna con le parole dell’esilio nella propria patria. Cfr. Disterru in terra (La saga dei vinti), TIAM, Cagliari, 1993.
  2. Ho interpretato Cenere, famoso romanzo di Grazia Deledda, secondo l’otti­ca freudiana della caducità. Cfr. S. Freud, Caducità (1916), in Opere, cit., vol. VIII. Cfr. infra, cap. 5, in particolare il par. 53.
  3. In alcune forme gravi di melanconia il malato può manifestare idee che arri­vano a negare l’esistenza del proprio corpo, del mondo, del tempo e della stessa morte. Le idee di negazione possono organizzarsi in un delirio nichilistico o “Sindro­me di Cotard”.

Lezione per l’Università della Terza Età di Quartu

Emilio_lussuLezione per l’Università della Terza Età di Quartu

EMILIO LUSSU: Il mitico comandante militare, il fondatore del Partito sardo, il combattente antifascista, il grande scrittore.

A cura di Francesco Casula

Emilio Lussu nasce ad Armungia (Ca) il 4 Dicembre 1890 in cui conosce “gli ultimi avanzi di una società patriarcale comunitaria senza classi”. Laureatosi a Cagliari in Giurisprudenza nel 1915, interventista convinto e chiassoso, partecipa con entusiasmo, “con l’elmo di Scipio in testa” alla Prima Guerra mondiale, trascinato da una forte passione civile, ispirata a sentimenti democratico-risorgimentali, introiettati durante le giovanili esperienze nell’Università di Cagliari.

   Al fronte, sperimenta invece sulla propria pelle, l’assurdità e l’insensatezza della guerra: la vita dei soldati sardi morti, a migliaia, in inutili azioni dimostrative richieste dalla scellerata strategia del generale Cadorna (“più utile al nemico da vivo che da morto” lo definirà) susciterà in lui un moto di ribellione consapevole e una rivolta morale alla guerra e alla classe che la provoca.

Leggendario comandante della “Brigata Sassari”, prima tenente poi capitano, per il suo eroismo gli verranno assegnate ben quattro medaglie, diventando poi per i Sardi –e non solo per gli ex combattenti- un vero e proprio mito.

Finito il conflitto bellico, Lussu viene trattenuto in servizio di punizione alla frontiera iugoslava, “colpevole” di aver dimostrato i traffici illeciti di un generale a danno dei beni dell’esercito. Rientrato in Sardegna solo nel 1919, partecipa alla fondazione del Partito sardo d’azione la cui nascita, secondo lo stesso Lussu , è da porre in stretta relazione con l’esperienza della guerra, con il senso di solidarietà creatosi fra i soldati sardi al fronte, con la presa di coscienza politica che era avvenuta non solo in lui ma anche da parte dei suoi compagni.  “Non fu –scriverà Lussu- propriamente un movimento di reduci, come quello dei combattenti in tutta Italia. Fin dal primo momento fu un generale movimento popolare, sociale e politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e dei pastori”.

Nelle liste del Partito sardo d’azione Lussu verrà eletto deputato nel 1921 e 1924, rappresentandolo in Parlamento fino al 1926, quando dovette fare i conti con il nascente fascismo di Mussolini e con le provocazioni e le violenze dello squadrismo in camicia nera.

Dichiarato decaduto in quanto “aventiniano”, il 31 Ottobre del 1926 quando ormai il fascismo stava imponendo la sua dittatura con le “leggi fascistissime”, lo scioglimento dei partiti e dei sindacati di ispirazione socialista e cattolica, Lussu viene assalito nella sua casa a Cagliari da un gruppo di fascisti. Quello stesso giorno a Bologna, c’era stato un attentato, fallito, contro il duce e i fascisti non perdono l’occasione per scatenarsi ovunque alla caccia degli oppositori. Per difendersi Lussu spara un colpo di pistola contro il primo squadrista che gli si presenta davanti e lo uccide. Arrestato e assolto dai giudici in istruttoria per legittima difesa, viene però condannato in via amministrativa da una commissione fascista, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato, volute da Mussolini, a cinque anni di deportazione a Lipari dove conosce –fra gli altri- Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con cui nel 1929, dopo quattro tentativi falliti riesce a evadere avventurosamente per rifugiarsi a Parigi.

Qui da esule, insieme ad altri emigrati politici italiani –fra cui Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli-  sarà fra i fondatori di “Giustizia e Libertà” di cui rappresenterà l’ala rivoluzionaria. Nel 1936 verrà ricoverato nel sanatorio di Clavadel-Davos dove sarà sottoposto a un difficile intervento chirurgico ai polmoni, in seguito all’aggravarsi di una malattia seria, la Tbc, contratta nel carcere fascista, malcurata a Lipari e trascurata nell’esilio.

Nel corso della degenza porterà a termine la stesura dell’opera Teoria dell’insurrezione in cui sostiene l’insurrezione popolare antifascista e un nuovo ordine statuale improntato al federalismo democratico e repubblicano. Nel 1937 scrive Il Cinghiale del diavolo, racconto sulla caccia che diviene pretesto per riepilogare le radici antropologiche dell’autore che, in quanto avvertite come autentiche, sono rievocate positivamente e ottimisticamente. Nel 1938 scrive il suo capolavoro: Un anno sull’altipiano, grande e mirabile denuncia di quel “macello permanente” che è la guerra.

L’altra opera più famosa, in cui rievocherà le vicende politiche del decennio 1919-1929, Marcia su Roma e dintorni, la scriverà fra il ’29 e il ’33, insieme a La Catena. Nel 1968 scriverà il saggio politico Sul Partito d’azione e gli altri, mentre uscirà postumo La difesa di Roma nel 1987.

Partecipa alla guerra civile in Spagna poi alla Resistenza in Francia e in Italia. Ministro all’assistenza post-bellica (1945) e per i rapporti con la Consulta (1945-46), fu deputato alla Costituente e in seguito senatore prima di diritto (1948) poi eletto fino al 1968.

Muore a Roma alle 14 di Mercoledì 5 Marzo del 1975 a 85 anni, povero e in casa d’affitto.

  1. L’ironia di Lussu, scrittore irregolare

In Marcia su Roma e dintorni Lussu rievoca le vicende politiche del decennio 1919-1929: un libro testimoniale da cui comunque è possibile ricavare un nitido e complessivo quadro della situazione politica italiana e sarda di quel decennio. Così la lotta degli antifascisti, i cedimenti e le complicità con le illegalità fasciste dei poteri costituiti, (che avrebbero dovuto difendere invece e garantire le istituzioni liberali e democratiche), gli opportunismi dei singoli pronti a schierarsi, in barba ai principi proclamati fino al giorno prima, con i più forti del momento, diventano oggetto di una narrazione avvincente, sostenuta da una forza ironica non comune.

Ironia che è senza alcun dubbio strumento del moralismo di Lussu, ma, lungi dal condurre a una lettura sorridente e conciliativa, tesse sempre inquietante lo spettacolo con la ferocia erosiva di chi, fedele al suo modo di fare politica, nella volontà attivistica vede l’unica chance di salvezza per un’epoca tragica.

L’ironia di Lussu trova fondamento nella tradizione umoristica sarda. A conferma di quanto lui stesso sostiene “…Nella letteratura non ho maestri. L’ironia che mi viene attribuita come caratteristica dei miei scritti non è mia ma sarda. E’ sarda atavicamente…”

Lussu, scrittore irregolare, difficilmente incasellabile in qualche “ismo” tradizionale, refrattario alle etichette e senza maestri, manifesta segnatamente in questo capitolo –ma il discorso attiene alla sua opera complessiva, specie ai due capolavori- una scrittura che è agli antipodi della vuota retorica dannunziana e futurista, con cui identifica la letteratura tanto da assegnare a questa una valenza negativa. E comunque sfugge agli schemi tradizionali della letteratura accademica, come fuga dalla realtà e tutta ripiegata in se stessa: la sua scrittura infatti impastata di realtà e di valori etico-politico-sociali alti e forti è caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido, dai gesti e dagli scatti veloci e ironici, dai toni vivaci, dal sapido, icastico e sottile umorismo, dai tratti parodistici intinti nel sarcasmo, dal gusto dei ritratti satirici e corrosivi, tanto che in essi possiamo sentire “lo schiocco delle scudisciate” (Peppino Fiori).

“Io non appartengo alla Repubblica delle lettere, ebbe modo di sostenere Lussu. E i miei scritti sono tutti saggi politici e autobiografici. Se dopo la prima guerra mondiale non avessi assunto un impegno politico, non avrei mai scritto un libro”. Per capire questa sua posizione occorre tener presente i tempi dominati stilisticamente da D’Annunzio e dai Futuristi: il primo caratterizzato dalla scrittura ridondante e dalla divinizzazione della parola poetica (il verso è tutto), tutto avvitato nei labirinti del gusto della parola esuberante e frondosa, ridondante e superflua; i secondi sempre alla ricerca di una sintassi nuova che finì col baloccarsi con i punti esclamativi. Mentre la prosa lussiana sarà sempre asciutta ed essenziale. Confronta lo stile di Lussu con quello di D’Annunzio.

  1. -La balentia

Con il termine sardo “balentia” (letteralmente, prodezza, bravura, atto di coraggio) si vuole indicare nella storia, nella cultura e nella civiltà sarda il “valore” di un uomo, insieme fisico e intellettuale ma soprattutto morale. La personalità di base di Lussu avviene all’interno di quella società e di quella cultura barbaricina tutta modulata sui valori alti della balentia come coraggio della sfida, come abilità fisica (destrezza, velocità) e psicologica (coerenza), come senso di consapevolezza e rigore nell’adempiere gli obblighi che una vita “nobile” impone. Anche se occorre subito precisare che la “nobiltà” e il “patriziato” di cui parla Lussu è una definizione morale non sociale.

  1. Un anno sull’altipiano

Un anno sull’altipiano è la cronaca di guerra direttamente vissuta da Lussu, in una posizione drammatica: da una parte interventista, dall’altra oppositore della classe dirigente. “Io non ho raccontato che quello che ho visto […] ho rievocato la guerra così come noi l’abbiamo realmente vissuta”, scriverà in seguito. Lineare nella struttura –viene scartato persino l’artificio consueto del diario-  il libro racconta la storia di un anno cruciale (il 1917) come intuizione di esiti reazionari insospettati e di possibilità iniziali di rivolta. “Per la prima volta –scriverà Lussu in La Brigata Sassari e il Partito sardo d’azione– si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri dov’erano?…Altra scoperta: anche dall’altra parte la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro perché la facevano?”.

Cogliendo e descrivendo gli aspetti quotidiani della cruda e confusa vita e realtà della trincea, drammatici, assurdi e grotteschi insieme, Lussu nel passo che si riporta spiega qual è il diaframma culturale che divide gli uomini in guerra, rinserrati dentro la stessa trincea ed esposti a tragiche sortite comuni: da una parte i fanti, i contadini, i pastori e dall’altra gli ufficiali, ma soprattutto i generali, di cui Leone ne è un significativo emblema, che mandano al macello sicuro i soldati. Due classi che non riescono a fondersi neanche attraverso l’orrore delle esperienze comuni, in mezzo al sangue e al fango. La barriera resta insuperabile. Solo alla fine alcuni ufficiali subalterni, poco a poco, capiscono il rapporto e vogliono superarlo a costo della vita, e i soldati pastori o contadini, alla fine si incontrano esprimendosi contro le menzogne, le ipocrisie, le ambizioni di una casta di generali che trovava giustificazione al proprio esistere esclusivamente nei mascheramenti patriottici. Sono loro i nemici, prima e oltre che gli austriaci, i nemici naturali.

  1. Lussu e la guerra

Nell’agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti –e fra questi Lussu- avevano esultato e si erano arruolati entusiasti, -grazie anche alla propaganda dannunziana e futurista- immaginando di prender parte a una gloriosa ed eroica avventura, convinti che il sacrificio di sangue avrebbe rigenerato gli individui e le nazioni e che il parto doloroso avrebbe dato vita a un mondo e un uomo rinnovati.

Dopo pochi mesi l’entusiasmo era scomparso. Tutti si resero conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico, per l’ingente numero di soldati sacrificati inutilmente. Ad iniziare dai Sardi.

Su 100.000 partecipanti, ben 13.602 sardi moriranno nella prima guerra mondiale: soprattutto pastori e contadini (1386 morti ogni diecimila chiamati alle armi, la percentuale più alta d’Italia, la media nazionale infatti è di 1049 morti), per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti.

Da interventista chiassoso, anzi il leader degli interventisti universitari di Cagliari, diventerà un severissimo critico della guerra, segnatamente di quella atomica. La sua stessa visione federalista si basa sulla pace: “di guerre non ne vogliamo e vogliamo collaborare e allontanare le guerre vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola”, scriverà. In questo modo il federalismo è la concreta negazione della divisione del mondo in blocchi, in quanto implica l’ideale della progressiva cooperazione e integrazione. Esso è inoltre una necessità, una realtà irrinunciabile nel mondo dell’interdipendenza globale e della potenziale (e ultima) guerra atomica. L’unica risposta razionale al bisogno di pace e di democrazia.

Per Lussu inoltre il problema dell’unità europea coinvolge direttamente la questione vitale del “controllo internazionale dell’energia atomica, mediante la costituzione di un’autorità di controllo internazionale”. Il problema dell’ONU viene così visto in termini radicalmente negativi: “E’ una società per azioni” afferma “in cui il 97% delle azioni è rappresentato dagli Stati Uniti d’America. Esso non dà garanzia né di equità né di giustizia”. Anche se poi Lussu è costretto ad accettarlo perché fuori dell’ONU “c’è il baratro nella vita dei popoli”. La sua vera funzione deve comunque essere di “impedire ogni contrasto che inasprisca situazioni che possono portare alla guerra”  perché dal fallimento dell’ONU “non può che avere inizio la terza guerra mondiale”.-Il pacifismo di Lussu nascerà dalla sua esperienza sul fronte, con l’opposizione netta, radicale, decisa alla guerra: ” Di guerre non ne vogliamo più – scriverà – e vogliamo collaborare e allontanare la guerra vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola”. Chi vuole la guerra, secondo Lussu, è chi non la conosce, parafrasando in qualche modo l’apoftegma di Erasmo da Rotterdam:”Chi ama la guerra non l’ha mai vista in faccia”.

 

  1. Lussu e gli Ebrei: “Sardegna, ebrei e razza ariana”.

Giustizia e Libertà, 21 ottobre 1938

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scritto in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresentante di sardi, io mi considero direttamente interessato […] .

Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuova fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.

 

Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, verso noi sardi, un mutato atteggiamento.

Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l’isola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la nostra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da altre regioni d’Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.

Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L’immigrazione ariana è stata devastata dalla malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esemplare superstite.

Con gli ebrei, sarà un’altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e discrete come lo sono con noi.

Sardi ed ebrei c’intenderemo in un attimo. Come ci eravamo intesi con gli ebrei che l’imperatore Tiberio aveva relegato nell’isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lutto per noi.

Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall’incrocio dei due rami!

Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il diritto di disporre della nostra sorte. L’Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipendente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presidente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che dovremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d’Europa e d’America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant’anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.

Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, inizialmente, anche con l’Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre saline, rifornire l’Italia ariana, specie di sale, che ne ha tanto bisogno.

Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne sono parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio [1][2], per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italica che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.

V’è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l’impressione che il decalogo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italica pura. Di origine gallica, i matrimoni misti l’hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una montenegrina, è sposato con una belga-tedesca; una principessa con un tedesco, e un’altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura repubblica sarda sarà magnanima anche col re di Sardegna. Lo accolse l’isola, fuggiasco dall’invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L’isola dell’Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all’ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Colpisce invece che, per restare alla stessa fase storica, sia pressoché assente nella nostra memoria collettiva la deportazione di qualcosa come 50.000 sardi, a seguito della spedizione di Tiberio Sempronio Gracco nel 237 a.C. o, secondo altri, a seguito di quella del nipote omonimo nel 175 a.C. Sono i “sardi venales”, sardi di poco valore economico, perché per la loro quantità fecero crollare il prezzo degli schiavi.

Perché in effetti la rimozione di quella lontana deportazione di 50.000 sardi fa compagnia all’oblio pressoché totale della deportazione di circa 290 sardi, tra politici ed ebrei, e di circa 12.000 internati militari sardi nei lager nazisti. E si trattava nella stragrande maggioranza di giovani. Una enormità di gente nostra allora e oggi. Fino a pochi anni fa, questa realtà restava totalmente sconosciuta ai più e, nel migliore e raro dei casi, il nome di una via in qualche nostro paese serbava il ricordo ormai smemorizzato.

 

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

Carlo Felice e i tiranni sabaudi

PRESENTAZIONE NUOVO LIBRO DI FRANCESCO CASULA

Villacidro 13 gennaio ore 16,30

Sala Consiliare del Comune- Piazza Municipio

Introduce Alessia Etzi

Interviene Annalisa Carboni

Presenta l’opera Francesco Casula

L’Assemblea permanente di Villacidro organizza per venerdì 13 gennaio la presentazione del nuovo libro di Francesco Casula.

Il libro “Carlo Felice e i tiranni sabaudi” di Francesco Casula, documenta in modo rigoroso la politica dei Savoia, sia come sovrani del regno di Sardegna (1726-1861) che come re d’Italia (1861-1946) con riferimenti puntuali ad opere storiche e scritti cui rimanda (indicando con precisione Casa editrice, anno di pubblicazione e pagine), in modo che il lettore non solo possa controllare ma proseguire le sue eventuali ricerche e approfondimenti.

Il volume è rivolto in modo specifico agli studenti ma ha un carattere divulgativo per fare conoscere una storia – o meglio una controstoria – poco conosciuta anche perché assente e/o mistificata dalla storia ufficiale. Pensiamo al Risorgimento e all’Unità d’Italia, presentati come espressione delle magnifiche e progressive sorti, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della Questione Meridionale ancora oggi più presente che mai,

Per quanto riguarda specificamente la nostra Isola, la presenza dei sovrani sabaudi, con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardò lo sviluppo di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Gli storici, gli scrittori, gli intellettuali di cui si riportano valutazioni e giudizi nei confronti dei re sabaudi spesso sono filo monarchici e filo sabaudi (come Pietro Martini) e dunque non solo loro avversari (come Mazzini o Giovanni Maria Angioy) ma tutti convergono in un severissimo giudizio nei loro confronti, ma segnatamente nei confronti di Carlo Felice.

Il libro vuole anche essere uno strumento di informazione nei confronti delle Comunità sarde e in specie dei Consigli comunali che decidessero di rivedere la toponomastica, ancora abbondantemente popolata dai Savoia, che campeggiano, omaggiati, in Statue, Piazze e Vie. A dispetto delle loro malefatte e persino “infamie” da loro commesse Una per tutte: le leggi razziali.

Le malefattette e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

  1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.
  1. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.
  1. 3. Gli successe il figlio, Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

  1. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

  1. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

  1. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

  1. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

  1. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di Buggerru. Ricollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!

Carlo Felice

Risposta a un amico

SULLO SPOSTAMENTO DELLA STATUA DI CARLO FELICE

di Francesco Casula

Risultati immagini per statua carlo felice cagliari

Un amico virtuale, Libero Parsifran, mi scrive una Lettera aperta in cui, dopo aver riconosciuto la bontà delle mie posizioni nel denunciare gli errori e gli “orrori” di certa storiografia, tutta tesa a mistificare (quando non falsificare o, semplicemente interrare) la storia sarda, con garbo manifesta la sua non condivisione dello spostamento della statua di Carlo Felice.

Il professor Giuseppe Melis, promotore del Comitato, nato il 28 aprile scorso, con l’obiettivo appunto di spostare la statua del re ottuso e sanguinario, con dovizia di argomentazioni e motivazioni ha risposto ai dubbi dell’amico Libero Parsifran. Da parte mia vorrei dunque sottolineare solo alcuni aspetti attinenti alla vexata quaestio:

  1. Le statue dei tiranni, peraltro volute e innalzate da loro stessi o dai loro pretoriani ed ascari,ma certamente non dai popoli, si abbattono. Così è stato storicamente. Bene: che facciamo a fronte della statua di Carlo Felice, che ancora campeggia, in bella mostra, al centro di una Piazza della capitale della Sardegna? La lasciamo dove sta, perché ormai fa parte della storia e dell’architettura cagliaritana?

Io penso di no. Nella storia non c’è niente di irreversibile. Né di intoccabile. Anche perché la storia non è necessariamente un processo razionale, come pensava e teorizzava il grande filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel (ciò che è reale è razionale). Dunque oggi, se i cittadini cagliaritani e i suoi rappresentanti lo vogliono, si può decidere di “correggere” un ciclopico errore storico.

Le statue i popoli le innalzano e le dedicano ai loro eroi, a  sas feminas e a sos omines de gabale (alle donne e agli uomini di valore): non ai loro carnefici. Quella statua è un insulto, un offesa per l’intero popolo sardo ma soprattutto per le centinaia di vittime: di democratici sardi, impiccati, fucilati, condannati al carcere a vita, perseguitati. Solo perché combattevano per la libertà. Contro l’odioso sistema feudale e la tirannide di Carlo Felice, il peggiore fra i sovrani sabaudi. Egli infatti da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

Rimuovere la statua di un tiranno significa dimenticare la storia? Sconvolgere l’architettura di Cagliari?

Noi del Comitato proponiamo di “rimuovere” la statua per collocarla in un Museo: non di abbatterla. La riteniamo infatti un “manufatto”, persino con elementi di “bene culturale”, architettonico, scultorio. E’ dunque giusto che venga conservato e non distrutto. Ma non esibito. Esposto in una pubblica Piazza. Come fosse un eroe da omaggiare e non un essere spregevole, oggetto di sprezzo e ludibrio.

Lo spostamento di quella statua, sarebbe un evento formidabile per l’intera Sardegna: innescherebbe processi di nuova consapevolezza identitaria e di  autostima. E insieme – dato a cui sono estremamente interessato – potrebbe favorire la curiosità, il risveglio e l’interesse per la storia sarda. 

  1. Per quanto attiene alla questione sulla “Nazione” italiana, il discorso sarebbe troppo lungo. Rimando ad altri miei scritti e allo stesso libro su “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI”.

Schematicamente: l’Italia è uno stato non una nazione. Il sogno di D’Azeglio: fatta l’Italia (lo stato intendeva), facciamo gli italiani (ovvero la nazione italiana), è miseramente fallito.

Era un sogno impossibile: la nazione può diventare stato: così è successo nella storia. Ma nutro seri dubbi che lo stato diventi nazione: quello italiano comunque non lo è diventato. L’unica strada che ha davanti è che riconosca le nazioni presenti al suo interno (fra cui

quella sarda) e diventi uno stato plurinazionale e confederale. Il fallimento dello stato “unitario” è sotto gli occhi di tutti: negando e opprimendo le nazioni presenti, con le loro peculiarità etno-storiche, culturali, linguistiche ecc. sarà viepiù “diviso”.

  1. Io sarei “ostile” verso gli storici e storiografi che “mistificano” la realtà storica? Non ostile, semplicemente critico, fortemente critico e indignato:segnatamente quando a omettere, censurare,mistificare e falsificare la nostra storia sono gli storici sardi.
  2. Io “rancoroso” verso la storia? Nemmeno per sogno. Nessun ripiegamento nostalgico o risentito verso il passato: ma il passato sepolto, nascosto, rimosso, si tratta prima di tutto di dissotterrarlo e conoscerlo, perché diventi fatto nuovo che interroga l’esperienza del tempo attuale, per affrontare il presente nella sua drammatica attualità, per definire un orizzonte di senso, per situarci e per abitare, aperti al suo respiro, il mondo lottando contro il tempo della dimenticanza. Un passato che – solo apparentemente perduto – occorre ritrovare perché è durata, eredità, coscienza. In esso si innesta infatti il valore dell’Identità, non statico e chiuso, non memoria cristallizzata ma patrimonio che viene da lontano e fondamento nel quale far calare nuovi apporti di culture, di vite individuali e sociali che determinano sempre nuove identità.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista “Pesa Sardigna”.

Un’intervista sul mio nuovo libro “CARLO FELICE E I TIRANNI BASAUDI” apparsa Sito anticolonialista  “Pesa Sardigna”.

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Intervista allo storico Francesco Casula

  1. La Sardegna pullula di vie e piazze intitolate ai Savoia. Perché?

La presenza ubiquitaria dei Savoia nelle Vie e nelle Piazze sarde (e persino di Monumenti, loro dedicati, è il caso della statua di Carlo Felice in Piazza Yenne a Cagliari  che un Comitato propone che venga fatta “sloggiare”) è la cartina di tornasole dell’ideologia, italiota e patriottarda, del Risogimento e dell’Unità d’Italia, visti, da parte della destra, del centro e della stessa sinistra come segno ed espressione di magnifiche sorti e progressive. Duncas, sos Savoias no si tocant! In quanto appunto “padri” sia del Risorgimento che dell’Unità, momenti e movimenti tendenti alla libertà e al rinnovamento, dimenticando i drammi e le tragedie che comportarono, ad iniziare dalla “creazione” della “Questione sarda” (e meridionale) ancora oggi più presenti che mai.

Tutta la storia italiana – pensiamo ai libri di testo della scuola ufficiale –  è stata “letta”, costruita e modulata in base a tale categoria storiografica, chiaramente falsa e mistificatoria: come io nel saggio documento, dimostro e argomento. Ma tant’è: è stata metabolizzata e interiorizzata da parte della gran parte dei cittadini, financo sardi. Grazie anche all’opera mediatica e televisiva di guitti e cortigiani come Benigni.

Sull’Unità d’Italia voglio solo riportare quanto scrive Giuseppe Dessì in quel meraviglioso romanzo che è Paese d’Ombre: ”era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola , divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

  1. I Savoia hanno fatto progredire la Sardegna rispetto all’epoca spagnola?

Assolutamente no. I catalano-aragonesi prima e gli spagnoli dopo non erano certo benefattori: spremevano fiscalmente i sardi fino all’osso. Ma i Savoia sono stati molto peggio. Sia per quanto attiene alla tassazione che alla repressione. Con le loro funeste scelte (economiche, politiche, culturali) “ritardarono  lo sviluppo della Sardegna di quasi cinquant’anni, con conseguenze non ancora compiuta­mente pagate”: a scriverlo è il più grande conoscitore della “Sardegna sabauda”, lo storico Girolamo Sotgiu.

Il libro documenta in modo rigoroso le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946) attraverso citazioni di scritti, libri e documenti anche di storici e intellettuali filo monarchici e persino filo sabaudi: penso a Pietro Martini o a Giovanni Lavagna, patrizio algherese. E dunque non solo di avversari come Mazzini o Giovanni Maria Angioy.

Carlo Felice in particolare fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu infatti crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

3.Chi e come ha maggiormente italianizzato la Sardegna? I Savoia o la Repubblica?

E’ una bella gara. La dessardizzazione e snazionalizzazione inizia con  l’imposizione, da parte dei Savoia della lingua italiana (1776). Il sardo viene non solo proibito ma criminalizzato. Carlo Baudi di Vesme nell’opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847, scrive che era severamente proibito l’uso del dialetto (sic!) sardo e si prescriveva quello della lingua italiana anche per incivilire alquanto quella nazione! Ovvero la lingua sarda da estirpare in quanto espressione di inciviltà da superare e trascendere con la lingua italiana!

Per quanto attiene alla storia ricordo che a Pietro Martini, uno dei padri della storiografia sarda, intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, le autorità governative piemontesi risposero che nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia.

Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, la ritroviamo pari pari anche nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia post unitaria: con i programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente statalista e italocentrica, finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava (e si vaneggiava!) – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano  storico, linguistico e culturale. Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione” dell’intera storia italiana ed è sopravissuta sostanzialmente ancora oggi, con i programmi scolastici che tutt’ora escludono la storia locale e la lingua sarda.

  1. Perché hai scritto un libro sui Savoia e sulla Sardegna?

La storia sarda è stata sostanzialmente interrata. Sepolta. Azzerata. E comunque censurata e persino mistificata e falsificata. Scritta dal punto di vista italiano, non sardo, “dei vincitori”  – direbbe Cicitu Masala – e non dei “vinti”.

La nostra storia dunque occorre non solo disseppellirla e studiarla ma anche riscriverla. Io ho tentato, in questo mio saggio, di riscrivere 226 anni di storia, meglio “di controstoria” sarda, del tutto assente nella scuola ufficiale. Il mio punto di vista, (che non solo non  nego né nascondo ma rivendico orgogliosamente), è quello di uno studioso “militante”: impegnato a creare, diffondere e circuitare conoscenza,consapevolezza identitaria e nazionale sarda, autostima. Senza la quale non è possibile che la nostra Isola rompa le catene della dipendenza e della subalternità.

Mi auguro che questo mio lavoro possa essere utile a quei consiglieri comunali che decidessero – finalmente – di rivedere la toponomastica sarda, per dedicare le nostre Vie e le nostre Piazze a sas feminas e a sos omines sardos de gabale, ai nostri eroi (Angioy, Cilocco, Sanna-Corda, Cadeddu) estromettendo i tiranni sabaudi e i loro lacchè e cortigiani.

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

 

Le malefatte e le infamie di CarloFelice e dei tiranni sabaudi

in Sardegna.

 

Venerdi 16 dicembre a Cagliari (ore 19, Hostel Marina, Scalette Santo Sepolcro) verrà presentato il nuovo libro di Francesco Casula “CARLO FELICE E I TIRANNI SABAUDI” ((Grafica del Parteolla Editore)..  Introdurrà, l’ingegner Paolo Littarru., studioso di storia sarda. Presenterà l’opera, il docente universitario Giuseppe Melis, autore della prefazione.

Il libro documenta le malefatte e le infamie dei sovrani sabaudi in 226 anni di dominazione (1720-1946).1.

1. Si inizia con Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730) che tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.

 

2. Si prosegue con Carlo Emanuele III (1730-1773) che servendosi di un militare, il famigeratodi un militare, il marchese di Rivarolo, terrorizzo l’intera Sardegna, con una butale repressione, con il pretesto di combattere il banditismo.

 

3. Gli successe  il figlio ,Vittorio Amedeo III (1773-1796) facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Vittorio Amedeo III segna un regresso rispetto allo stesso padre: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori. Quando le armate napoleoniche invadono la sardegna, a difenderla non sarà l’esercito sabaudo ma i miliziani sardi.

Ma quando i sardi i Sardi vincitori presentano “il conto”con le % domande, il re Vittorio Amedeo III, risponderà con sprezzo e tracotanza e alterigia: concedendo 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari! Di qui la cacciata dei Piemontesi da Cagliari (28 aprile 1794) e altre città sarde.

 

4. Carlo Emanuele IV (1796-1802) succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.scriverà che era illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Di contro “la venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi”, scriverà lo storico Pietro Martini.

 

5. Vittorio Emanuele I (1802-1821) che successe a Carlo Emanuele IV

 Fu un re di poca intelligenza, di nessuna cultura, di scarsa personalità, presuntuoso e guerrafondaio, lo definisce il Carta Raspi. Altri storici ricordano opportunamente la sua funesta politica tutta giocata sulla discriminazione dei sardi, il brutale fiscalismo, la repressione e le condanne a morte (da ricordare in modo particolare quella del sacerdote Francesco Sanna Cora e di Francesco Cilocco nel 1802 oltre quella dei martiri di Palabanda dopo il 18012 e in genere dei democratici e dei seguaci di Giovanni Maria Angioy).

 

6. Carlo Felice (1821-1831) fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele, feroce e sanguinario (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille.

Scrive il Martini (peraltro storico filo monarchico e filo sabaudo):”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico”.

 

7. Carlo Alberto (1831-1849) Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832.

A denunciare le repressioni è soprattutto Diego Asproni. Il 27 giugno 1950, nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi  sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni  – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio”

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, l’abolizione del Feudalesimo e la Fusione perfetta.

In realtà “l’abolizione del feudalesimo fu un colossale affare per gli ex feudatari” (Girolamo Sotgiu, il più grande studuioso sardo della Sardegna sabauda) e la “Fusione Perfetta”, un grande imbroglio, tanto che gli stessi sostenitori – come Giovanni Siotto Pintor scrisse:”Sbagliammo tutti” e “ci pentimmo amaramente”. E Giovanni Battista Tuveri sostenne che con la Fusione “La Sardegna era diventata una fattoria del Piemonte, misera e affamata di un governo senza cuore e senza cervello”.

8. Vittorio Emanuele II di Savoia, è l’ultimo re di Sardegna (1849-1861) e primo re d’Italia (1861-1878). Nonostante gli smisurati elogi da parte di tutta la pubblicistica patriottarda, – fu soprannominato il re galantuomo – tesa ad esaltare le magnifiche sorti e progressive del Risorgimento italiano, la sua opera nei confronti della nostra Isola sia come ultimo re di Sardegna sia come primo re d’Italia, fu nefasta: in campo fiscale, culturale e linguistico. Con l’Unità non nacque un’Italia ma due: una, (il Sud e le Isole) ridotta a colonia.

Scriverà Giuseppe Dessì in Paese d’ombre: “era stato soltanto ingrandito il regno del re sabaudo. La vera faccia dell’Italia non era quella che aveva sognato con tanti altri giovani, ma quella che sentiva urlare nella bettola –  divisa come prima e più di prima, giacché l’unificazione non era stata altro che l’unificazione burocratica della cattiva burocrazia dei vari stati italiani. Questi sardi impoveriti e riottosi non avevano nulla a che fare con Firenze, Venezia, Milano, che considerava l’Isola una colonia d’oltremare, o una terra di confino”.

 

9.Umberto I di Savoia (1878-1900)  re d’Italia dal 1878 al 1900 fu responsabile (o comunque corresponsabile in quanto capo dello stato) delle scelte più devastanti e perniciose, che furono prese dai Governi, che operarono durante il suo regno, nei confronti della Sardegna. In modo particolare nel campo economico e fiscale, nel campo ambientale (con la deforestazione selvaggia), nel campo delle libertà civili e della democrazia, con leggi liberticide e una repressione feroce.

Pensiamo a come fu repressa  la sommossa di Sanluri (Su trumbullu de Seddori) scoppiata il 7 agosto 1881, contro il carovita e gli abusi fiscali e in cui ci furono 6 morti.

L’8 novembre 1882 ebbe inizio il “Processo” giustamente chiamato della fame, perché venivano processati dei poveracci morti di fame: Tale processo per il numero degli imputati e per la sua durata, (terminò il 26 febbraio 1883) fu ritenuto uno dei più importanti dell’isola.

La sentenza fu molto pesante, soprattutto verso alcuni imputati giovanissimi: Venne condannato a 10 anni di reclusione Franceschino Garau Manca, detto “Burrullu” di anni 16, mentre Giuseppe Sanna Murgano di anni 19  ed Antonio Marras Ledda di anni 18 furono condannati a 16 anni di Lavori Forzati.

 

10.Vittorio Emanuele III di Savoia (1900-1946)

Durante il suo regno (1900-1946) Vittorio Emanuele III fu connivente e spesso attivo sostenitore di scelte sciagurate e funeste per l’intera Italia e per la Sardegna in particolare, per le conseguenze devastanti che quelle scelte comportarono. Per cui il giudizio della storia sulla sua figura è spietato e senza appello. Egli infatti è, in quanto re e dunque capo dello stato, responsabile o comunque corresponsabile della partecipazione dell’Italia alle due grandi guerre e del Fascismo.

Con lui re in Sardegna continuò la repressione poliziesca inaugurata con Umberto I: pensiamo all’eccidio di BuggerruRicollegandosi al clima di repressione di fine secolo in Italia con la strage di Milano, nel romanzo Paese d’ombre Giuseppe Dessì, fotografa il clima politico culturale in modo fulminante con “Bava Beccaris era nell’aria e con esso il suo demente insegnamento”.

Una delle massime responsabilità storiche di Vittorio Emanuele III fu l’aver favorito l’avvento e l’affermarsi del Fascismo. In seguito alla cosiddetta Marcia su Roma infatti, incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo. Avrebbe potuto far intervenire l’esercito per combattere e disperdere gli “insorti”, invece mentre le forze armate si preparavano a fronteggiare “le camicie nere”, –  con Badoglio fra i principali esponenti della linea, giustamente dura –, Vittorio Emanuele III si rifiutò di firmare il decreto di stato d’assedio, di fatto aprendo la strada al fascismo.

Poco interessa oggi sapere se lo abbia fatto per viltà, opportunismo e calcolo politico: fu comunque il re a nominare Mussolini capo del Governo dando il via alla tragedia ventennale di quel regime.

Una delle maggiori “infamie” di cui si macchiò Vittorio Emanuele III sono state inoltre le leggi razziali emanate dal regime che hanno costituito e costituiscono tuttora la pagina più nera della storia dell’Italia e che recavano la firma di un sovrano che accettava l’antisemitismo e la furia xenofoba dell’alleato tedesco, fiero di un Mussolini che l’aveva fatto re d’Albania ed imperatore d’Etiopia!