Vittorio Emanuele II di Savoia

Vittorio Emanuele II di Savoia

Carlo Alberto (1831-1849)

I TIRANNI SABAUDI

n.7 Carlo Alberto (1831-1849)

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di Francesco Casula

Non destinato al trono, diventò re dello Stato sardo nel 1831 alla morte dello zio Carlo Felice che non aveva eredi. Carlo Alberto ebbe diversi soprannomi, fra cui Italo Amleto, assegnatogli da Giosuè Carducci per il suo carattere cupo, conflittuale ed enigmatico ma soprattutto ebbe l’appellativo di Re Tentenna, perché oscillò a lungo sia come principe di Carignano che come re di Sardegna fra liberalismo e conservatorismo reazionario: così nel 1821 diede e poi ritirò l’appoggio ai congiurati che volevano imporre la costituzione al re Vittorio Emanuele I di Sardegna, sostenendo i vari movimenti legittimisti d’Europa contro i liberali; mentre ancora nel 1848 era indeciso se firmare lo Statuto o essere fedele al suo passato reazionario. E comunque “almeno nel primo periodo di regno, oltre ad essere come i suoi predecessori, un re assolutista e reazionario, era anche un timido e irresoluto”1.

Fu fermamente risoluto e deciso esclusivamente nella repressione violenta delle popolazioni sarde: in particolar modo dopo il 1832. Ricorrendo a un grosso contingente di truppe contro gli oppositori alla Legge delle Chiudende, soprattutto a Nuoro e nel Nuorese (Oliena, Mamoiada, Sarule, Orotelli, Bitti, Fonni, Orani), nel Goceano (Benettuti, Illorai, Bono) e nel Marghine ma anche a Benettuti, Ozieri, Pattada, Buddusò: nei luoghi cioè dove l’economia prevalente era basata sulla pastorizia, colpita a morte dalla privatizzazione delle terre.

La repressione indiscriminata nei confronti delle popolazioni sarde, nel classico stile sabaudo con galera, esilio, fucilazioni e torture indicibili, sarà denunciata, con forza e determinazione da Giorgio Asproni, alla Camera dei deputati: ”La vera istoria racconterà le scellerate fucilazioni; le infamie decretate e non patite; le condanne di vecchi e innocenti uomini alle galere; gli spasmi delle famiglie per i loro cari mandati in esilio per ingiusti sospetti, per deferenze vili e per sdegnosa e nobile renuenza a tradimenti immorali; gli schiaffi e le battiture ai dete­nuti carichi di ferri in mezzo a’ birri; il bastone, di costume barbaro, applicato alle spalle dei testimoni che per terrore dei maltrattamenti s’evadevano; il rigoroso digiuno, anzi la lunga fame a chi non depo­neva a genio di quei giudici spietati, e finalmente le insidie e gli stillicidi di acque freddissime fatti con studiata crudeltà sgocciolare dai tetti nella iemale stagione sul collo dei testimoni più tenaci in attestare il vero e negare il falso”2 .

La denuncia delle repressioni da parte dell’Asproni è del 27 giugno 1950: nello stesso giorno, sempre alla Camera dei deputati esprime in modo netto i suoi giudizi sui tumulti e le rivolte contro la Legge delle Chiudende, con l’abbattimento delle chiusure, le devastazioni, gli incendi e persino i numerosi omicidi: ”I ricchi diedero mano – disse l’Asproni – ad usurpare i terreni comunali e della povera gente. I pastori erano naturalmente scontenti e la prepotenza colmò la misura e ingenerò il dissidio. La giustizia pubblica non esaudiva i lamenti; l’irritazione era grande. Dopo un lustro di pazienza onesta sfogata in ricorsi rassegnati al superiore e sordo governo, i popoli trascorsero agli atti che suole insinuare la disperazione, consigliera terribile dei vessati mortali”3.

A proposito di repressione non possiamo sottacere l’infame delitto di cui il re Tentenna si macchiò con l’ordine, dato personalmente, della condanna a morte di un liberale sardo, Efisio Tola. Il reato? “per avere avuto fra le mani libri sediziosi”! Tola aveva 29 anni anni!

A merito storico di Carlo Alberto alcuni storici gli attribuiscono due grandi scelte, foriere secondo loro, di magnifiche e progressive sorti per la Sardegna

5° Carlo Felice (1821-1831)

 

I tiranni sabaudi

5° Carlo Felice (1821-1831)

cf

Carlo Felice fu il peggiore fra i sovrani sabaudi, da vicerè come da re fu crudele e feroce (in lingua sarda incainadu), famelico, gaudente e ottuso (in lingua sarda tostorrudu). E ancora: Più ottuso e reazionario d’ogni altro principe1, oltre che dappocco, gaudente parassita, gretto come la sua amministrazione2, lo definisce lo storico sardo Raimondo Carta Raspi. Mentre per un altro storico sardo contemporaneo, Aldo Accardo, – che si basa sulle valutazioni di Pietro Martini – è Un pigro imbecille3.

  1. Crudele e feroce, despota e sanguinario.

Sarà soprannominato Carlo Feroce dai liberali piemontesi e da Angelo Brofferio astigiano, (poeta, e critico teatrale) nonché patriota (anche lui perseguitato e arrestato in Piemonte nel 1830, regnante Carlo Felice) e che nel 1854 verrà eletto deputato a Cagliari, per protesta contro Cavour.

La repressione violenta la esercita delegandola al famigerato Giuseppe Valentino, soprattutto nei confronti dei democratici, come nel caso di Vincenzo Sulis, il capopolo della rivolta cagliaritana contro i Piemontesi nel 1794, spesso “inventando” congiure inesistenti, e prezzolando i delatori. Ecco come lo descrive Pietro Martini, il fondatore della storiografia sarda, pur filo monarchico e filo sabaudo:

”Non sì tosto il governo passò in mani del duca del Genevese, la reazione levò più che per lo innanzi la testa; co­sicché i mesi che seguirono furono tempo di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico. A raffermare l’ordine si pronun­ciava necessaria la dispersione degli uomini più famosi negli ultimi moti popolari, ai quali Sulis avea soprastato. Ma come per artigliarli faceva mestieri di accreditare una congiura con grandi ramificazioni e con un capo, i delatori prezzolati dal comando della piazza e gli avidi di vendetta la immaginarono­. e ne denunciarono, capo il Sulis, membri i di lui satelliti antichi, i famigerati per animo turbolento, i giacobini4.

E Raimondo Carta Raspi, a conferma di quanto sostenuto dal Martini scrive:”Ai feudatari, da viceré, diede carta bianca per dissanguare i vassalli. Mentre a personaggi come Giuseppe Valentino affidò il governo: questi svolse il suo compito ricorrendo al terrore, innalzando forche soprattutto contro i seguaci di Giovanni Maria Angioy, tanto da meritarsi, da parte di Giovanni Siotto-Pintor, l’epiteto di carnefice e giudice dei suoi concittadini.” Sempre il Carta Raspi aggiunge a tal proposito: “Rivalutandone il governo si è perfino voluto attribuire a Carlo Felice il merito di aver restaurato l’autorità regia, che avrebbe barcollato durante i regni del padre e del fratello maggiore. Appare invece tutto il contrario, se già non si vuole scambiare terrore con prestigio, autorità con forche. «Non si tosto il governo passò in mani del duca del Genovese – scrisse il Martini – la reazione levò più che per lo innanzi la testa; cosicché i mesi che seguirono fu­rono tempi di diffidenza, di allarme, di terrore pubblico.» L’auto­rità e il prestigio del regio governo erano stati affidati al Valentino, cui si aggiunse il Villamarina, e a tutti gli elementi reazionari degli stamenti.

Governo poliziesco per una parte, per altra letargico. Se così non fosse stato, anziché peggiorare le condizioni dell’isola avrebbero dovuto progredire, e intendiamo soprattutto in senso economico, poiché serve a ben poco riformare qualche norma giuridica a una popolazione oppressa ed affamata. Non che favorire lo sviluppo dell’agricoltura e valorizzare le molteplici risorse dell’isola, Carlo Felice aveva dato carta bianca ai feudatari per dissanguare i vas­salli, ciò che doveva inevitabilmente produrre tutto l’opposto, disamorando i contadini dalla terra che dovevano lavorare senza incentivi, come bestie e strumenti padronali”5 .

  1. Famelico

Scrive il Martini a questo proposito:“Per la morte del conte di Mariana, il donativo di scudi sessanta mila rimase intiero al duca del Genevese. Onde por­tare sicuro giudizio di quest’atto giova rammentare il donativo di cento cinquanta mila scudi offerto dagli stamenti a re Carlo Emanuele nel 1799, e la distribuzione da lui fattane ai principi di sua famiglia: giova aggiungere che il re, stante la breve sua permanenza nel regno, una parte soltanto ne riscosse e che gli stamenti, perché col restare nell’isola i soli due principi, il duca del Genevese ed il conte di Moriana, mutate erano le circostanze consigliatrici di quell’egregio donativo, questo abolito, un nuovo ne votarono per ambidue nella somma di scudi sessanta mila.

I due’ principi sel ripartirono in guisa che se ne tolse scudi trentacinque mila il duca del Genevese, e venticinque mila il conte di Moriana. Ondeché, alla morte di costui, la sua rata doveva cessare a sgravio dei regnicoli, od almeno si sarebbe dovuta devolvere alla oberata finanza. E pure, consenzienti o tolleranti gli stamenti, Carlo Felice se l’appropriò, tanto più illegittimamente, che traeva pure dal­l’erario gli utili della carica viceregale7.

  1. Gaudente, ottuso e incapace.

Cito sempre Pietro Martini che scrive “Incli­nato ai diletti delle campagne ridenti, agli spettacoli del tea­tro, ai piacevoli trattenimenti, ai lauti prandi, abborrì dalle cu­re che affaticandogli la mente gli turbassero per poco il lieto suo vivere. Non ambì dunque l’imperio, e se lo tenne prima come viceré, indi come re, fu perché il credette un debito verso la dinastia, i popoli suoi ed anche l’Europa, che la pace faceva dipendere dal principio della legittimità monarchica. Animo aveva di felicitare gli stati suoi, ma non virtù di regger­li da per sé; ché gli veniva meno ogni esperienza di pubblici negozi, ogni vera cognizione dell’età in cui viveva, e poca coltura avea di lettere. Informato alla giustizia, quando crede­va di ottemperarvi era così inesorabile, che pareva d’animo feroce a chi non aveva appreso quanto buono avesse il cuo­re, e di qual tempera fosse quella carità e generosità che alle moltitudini sarde velavano i difetti del governante supremo. Tale costanza poi aveva nei propositi, che soventi più che fer­mo di carattere, ostinato si appalesava. Un principe così fatto doveva per necessità diventare, tranne per le cose più gravi, studiate e decise nel suo secreto, servo dei ministri, ma più dei cortigiani”8.

Secondo Raimondo Carta Raspi, Carlo Felice, negato alla politica e a ogni manifestazione intellettuale, preferì gli ozi e gli svaghi della Villa Orrì.

E ancora, sempre il Martini scrive: ”Per indole al comando e alle pubbliche cure preferiva i placidi ozi del vivere privato e tranquillo, e sovra tutto il delizioso stare nel podere di Villahermosa, la Villa d’Orri”9 . A gozzovigliare e mangiare porchetti arrosto, come abbiamo visto documentato da Raimondo Carta Raspi. Mentre a Cagliari e in Sardegna la popolazione moriva di fame e i bambini di vaiuolo.

Tutto ciò sia da viceré che da re.

Anzi, divenuto re con l’abdicazione del fratello Vittorio Emanuele I, diventa viepiù famelico, crudele e reazionario: “divenuto re – scrive Carta Raspi –   doveva mostrarsi più ottuso e reazionario di ogni altro principe”9 , e “Nei consigli del principe prevaleva il principio del terrore e dell’arbitrio senza limiti”11.

Mira a conservare e restaurare in Sardegna lo stato di brutale sfruttamento e di spaventosa arretratezza. Uso ancora l’affilata prosa di Carta Raspi: “In Sardegna, poiché la rivoluzione francese non l’aveva neppure sfiorata, non vi fu nulla da modificare e nulla mutò neppure in seguito, anche per l’assenza di moti liberali, stratificando ancor più lo stato di privilegi e miserie, di sfruttamento e di arretratezza.

Bene se ne rese conto il Martini, che quasi a conclusione della sua pregevole monografia scriveva:”La reazione oltremarina era una guarentigia del durare dell’isola con le grandi piaghe spagnole, e quindi con le decime, coi feudi, coi privilegi, col foro clericale, col dispotismo viceregio, con l’iniquo sistema tributario, col terribile potere economico e coll’enorme codazzo degli abusi, delle ingiustizie, delle ineguaglianze e delle oppressioni intrinseche ad ordini di governo nati nel medioevo”12.

Pur ottuso e incapace, Carlo Felice doveva conoscere le condizioni economiche e finanziarie drammatiche della Sardegna, nonostante ciò si accanisce con un fiscalismo esasperato, ecco cosa scrive in un biglietto viceregio del marzo 1804, aprossimandosi la riunione dei tre ordini:”Premesso un quadro lamentevole condizioni della finanza, ne dimostrò l’origine nella guerra lunga e dispendiosa; nella perdita degli stati regi conti­nentali; nel quasi annientato commercio dell’isola; nella straordinaria sterilità dei feraci suoi terreni; nelle maggiori spese per le provvisioni di vettovaglie, vestimenta, foraggi ed arnesi di caserma per le truppe, che prima si facevano a prezzi più bassi; nei dispendi a dismisura cresciuti per lo mantenimento della tranquillità interna, per la difesa delle marine e segnatamente dai Barbareschi, per l’amministrazione della giustizia; e soprattutto nel mancato ramo di rendita proveniente dalla esportazione dei cereali. E poiché accennava ai clamori dei pubblici officiali e dei lavoranti in opere dello stato non pagati, ed al pericolo d’un prossimo sfasciamento to­tale della pubblica amministrazione, considerando come fosse di­ somma urgenza un sussidio al tesoro, non minore di quattrocento mila lire sarde, conchiuse col raccomandarsi agli stamenti, onde vi supplissero con un tributo straordinario”13.

Gli è che Carlo Felice odia i sardi: il suo maestro, in tal senso è il reazionario Giuseppe de Maistre che arrivato in Sardegna nel 1800 per reggere la reale cancelleria, non pensa nei tre anni di reggenza, che ai propri interessi denotando uno sviscerato disprezzo per la Sardegna :un paese maledetto14 e per i Sardi : je ne connais rien dans l’univers au-dessous (sotto) des molentes, soleva affermare nei loro confronti. E in una lettera da Pietroburgo al Ministro Rossi nel 1805 scrive :”Le sarde est plus savage che le savage , car le savage ne connait la lumiere e le Sarde la connait”15.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 854
  2. Ibidem, pagina 848.
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ilisso Edizioni,1999, pagina 27.
  4. 4. Ibidem, pagine 79-80.

5 Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 849.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit., pagine, 128-129.
  2. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 848-849
  3. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 78.
  4. Ibidem, pagine 158-159

10.Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 854.

11 Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 137

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina pagina 854.
  2. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, op. cit. pagina 141.
  3. . Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 892.

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FRANCESCO CASULA: GRAZIA DELEDDA, FRA IDENTITA’ E LINGUA SARDA E LINGUA ITALIANA

 

06/07/2017, 18:02

Grazia Deledda

Ho il piacere di pubblicare nella mia Rubrica una interessante riflessione che lo storico della letteratura sarda e saggista Francesco Casula ha gentilmente concesso  venisse qui ospitata.

Un punto di vista sche ci fa meditare sulla diversità, e preziosità, della lingua e della narrativa deleddiana a confronto con l’omologazione di tanta letteratura italiana dell’epoca, e non solo…

“Per comprendere bene la lingua che utilizza la Deledda nei suoi scritti occorre partire da questa premessa: la lingua sarda non è un dialetto italiano – come purtroppo ancora molti affermano e pensano, in genere per ignoranza – ma una vera e propria lingua. Noi sardi dunque, siamo bilingui perché parliamo contemporaneamente il Sardo e l’Italiano. Anche la Deledda era bilingue. Era una parlante sarda e i suoi testi in Italiano rispecchiano, quale più quale meno le strutture linguistiche del sardo, non tanto o non solo in senso tecnico quanto nei contenuti valoriali, nei giudizi, nei significati esistenziali, nelle struttura di senso magari inespresse ma presenti nel corso della narrazione. Voglio sostenere che la Deledda struttura il suo vissuto personale, la fenomenologia delle sue sensazioni e del profondo in lingua sarda ma lo riversa nella lingua italiana che risulta così semplice lingua strumentale. In tal modo opera un transfert del suo universo interiore nuorese, dell’inconscio, della fantasmatica.
Poteva non operare tale transfert e scrivere in Sardo? Certamente. Se non lo ha fatto è stato perché non vi era in quel momento storico (siamo a fine Ottocento-inizio Novecento) la cultura, la sensibilità, l’abitudine da parte degli scrittori, specie di romanzi, di utilizzare il sardo, negato proibito e persino criminalizzato dalla politica dei tiranni sabaudi. Non c’è quindi da meravigliarsi chegli scrittori – anche per avere una maggiore visibilità e diffusione delle loro opere – scrivano in italiano: la Deledda come tanti altri.
Ma Deledda rimane bilingue: pensa in sardo e traduce, spesso meccanicamente in italiano, soprattutto “nel parlare dialogico” – lo sostiene il linguista Massimo Pittau e io sono d’accordo – come in :”Venuto sei? –che traduce il sardo: Bennidu ses?; o “Trovato fatto l’hai? – Accatadu fattu l’as?; o ancora “A Luigi visto l’hai? –A Luisu bidu l’as?; o “Quando è così, andiamo – Cando est gai, andamus.

Vi sono poi innumerevoli vocaboli tipicamente sardi e solamente sardi che Deledda inserisce nelle sue opere quando attengono all’ambiente sardo: pensiamo a tanca (terreno di campagna chiuso da un recinto fatto in genere di sassi), socronza, usatissima in Elias Portolu (consuocera), corbula (cesta), bertula (bisaccia), tasca (tascapane), leppa (coltello a serramanico), cumbessias o muristenes (stanzette tipiche delle chiese di campagna un tempo utilizzate per chi dormiva là per le novene della Madonna o di Santi), domos de janas (tombe rupestri e letteralmente “case delle fate”). O addirittura intere frasi in sardo come: frate meu (fratello mio), Santu Franziscu bellu (San Francesco bello), su bellu mannu (il bellissimo, letteralmente il bello grande), su cusinu mizadu (il borghese con calze), a ti paret? (ti sembra?), corfu ‘e mazza a conca (colpo di mazza in testa), ancu non ch’essas prus (che tu non ne esca più: è un’imprecazione). Qualche volta Deledda ricorre a frasi italiane storpiate in sardo o frasi sarde storpiate in italiano: Come ho ammaccato questo cristiano così ammaccherò te (…) o Avete compriso?”.

Occorre però chiarire che i sardismi linguistici della Deledda, non solo lessicali ma anche sintattici, non derivano dalla sua incapacità di utilizzare correttamente la lingua italiana. Scrive a questo proposito la critica sarda Paola Pittalis :”L’uso dei sardismi linguistici da parte della Deledda anche nelle opere della maturità – è il caso di Elias Portolu – è consapevole e voluto. Rappresenta anzi una chiara e decisa scelta di linguaggio letterario, di canone stilistico e fa parte del suo essere bilingue”. E aggiunge:”La sintassi prevalentemente paratattica, non equivale alla mancanza di stile: deriva dal trasferimento nella scrittura di modalità anche linguistiche di costruzione del racconto orale…ed è il contributo modernizzante di Deledda allo snellimento della lingua letteraria italiana costruita sul modello della frase manzoniana”.

FRANCESCO CASULA

 
 

 

 

Carlo Emanuele IV (1796-1802)

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Carlo Emanuele IV (1796-1802)

Succeduto nell’ottobre del 1796 al padre Vittorio Amedeo III, fu costretto ad abbandonare i suoi domini in terraferma e a rifugiarsi in Sardegna. In seguito all’occupazione del Piemonte da parte di Napoleone.

Appena arrivato in Sardegna uno dei primi atti sarà quello di aumentare a dismisura le tasse (triplicando il donativo: così si chiamava allora il totale delle imposte “dovute” alla Corona) ed estromettendo tutti i Sardi dalle cariche (politiche, militari, burocratiche) importanti.

  1. Il re sabaudo, arrivato a Cagliari, triplica il donativo.

“I Sardi – scrive Raimondo Carta Raspi – che avevano visto fugacemente qualche re di Spagna, non avevano ancora conosciuto né un re né un principe di casa Savoia. Da quando ne cinsero la corona, non si erano curati nep­pure di far atto di presenza; e forse anche perciò gli isolani, ma più i Cagliaritani avevano perpetuato in loro quella specie di mistica devozione che già ebbero per i grandi sovrani di las Españas. Gran­de fu perciò l’attesa ma non altrettanta la gioia allorché nel golfo degli Angeli apparvero non una ma ben sette navi, che vi conduceva­no non solo il re e la sua famiglia, ma anche i principi, ministri, uffi­ciali e dignitari, accompagnati perfino dal servidorame piemontese. Fra gli acclamanti al pittoresco corteo di pennacchi e livree, forse qualche raro cagliaritano dovette pensare che cinque anni prima tut­ta la città si era sollevata per cacciare poche decine di Piemontesi insolenti: ora tornavano, regali padroni, esigenti, e sprezzanti, in­sofferenti dell’ospitale esilio. Giungevano in molti e privi di tutto, a mani vuote. Senza che neppure ne fosse stato richiesto, «per una continenza che mai non si potrà abbastanza lodare e per debito di religione, come protestava», il re aveva lasciato nelle stanze regali «le gioie preziose della corona, tutte le argenterie e sette­centomila lire in doppie d’oro» (Botta, Storia d’Italia). Gesto tutt’altro che regale, poiché dovette poi farlo pesare sui misera­bili sudditi isolani, con nuove imposte e fin dai primi giorni attin­gendo «dalle casse minori, dacché la maggiore priva era di de­naro».

Appena sbarcato a Cagliari, il 3 marzo 1799, Carlo Emanuele che prima di partire in esilio aveva invitato i suoi sudditi ad obbe­dire al nuovo governo, lesse una vibrata protesta contro la forza rinuncia ai suoi stati di terraferma, e ritrattò l’abdicazione. Buona precauzione, ma prematura. Urgeva ben altro: gli appannaggi . Una somma globale eccessiva per le entrate del regno: 227.000, per la Corte, 35.000 per il re, 18.000 spillatico per la regina, 10.000 per la principessa Felicita, 95.000 per il duca d’Aosta, 60.000 per il duca di Monferrato, 40.000 per il duca del Genovese, altrettante il conte di Moriana e 75.000 per il duca del Chiablese. Una cifra globale di 600.000 lire, corrispondente al triplo del donativo fino al­lora stabilito; e poiché il disavanzo in quell’anno era di L. 484.885, non trovando prestiti, fu necessario intanto sospendere lo stipendio agli impiegati e vendere a basso prezzo tutto il piombo esistente nei magazzini; ripieghi di troppo breve respiro, si che per coprire il disavanzo dovette essere decretata un’imposta straordinaria di 412.500 lire sarde. «Grave oltremodo riuscì questa imposta – scrive giustamente il Martini – ad un’isola, come la Sardegna, abbattuta da lunghe sventure, vessata dalle due aristocrazie (laica ed eccle­siastica), povera di denaro, d’industria, di commercio, avvezza da se­coli alla sola prestazione del donativo ordinario, equivalente, ad un terzo circa del novello tributo. Sollevossi dunque l’opinione pub­blica contro gli stamenti ed i loro deputati, e si cominciò a tenere come un danno la venuta del re produttrice di tale gravezza», E non si era che al principio, ancora lontano dal 1814!

Stabiliti gli appannaggi, con un secondo provvedimento il re nominò ministro il conte di Chialamberto e distribuì le più alte cariche ai fratelli: il duca d’Aosta fu governatore della città di Cagliari, del capo Meridionale e della Gallura, oltre che generale delle armi; il duca di Monferrato, governatore della città di Sas­sari e del capo Settentrionale; il duca del Genovese, comandante della fanteria e dei miliziani; il conte di Moriana comandante la cavalleria; il duca del Chiablese, zio del re, fu presidente dell’am­ministrazione delle torri. Tutti i Sardi che fino a quel momento ri­coprivano quelle cariche furono estromessi e destinati a minori funzioni., Ciò contrastava con le precedenti concessioni fatte agli isolani, di occupare tutte le cariche e gli impieghi con la sola esclu­sione di quella di viceré. Nessuno osò protestare allora e neppure quando al sopruso s’aggiunse la beffa: perché non vi fosse più nes­suna distinzione fra le due popolazioni, quella isolana e quella di terraferma, il re volle nominare alcuni piemontesi a importanti funzioni in Sardegna, come Giuseppe De Maistre a reggente la Real Cancelleria, e alcuni Sardi ad altrettanto importanti cariche in Piemonte; col risultato, naturalmente, che i Piemontesi presero subito possesso dell’impiego, e i Sardi rimasero in Sardegna solo col titolo onorifico, essendo il Piemonte occupato dai Francesi” 1.

  1. Il giudizio di un contemporaneo del re Carlo Emanuele IV e del vicerè Carlo Felice, Giovanni Lavagna, (nobile algherese e filosabaudo) sull’aumento spropositato del Donativo.

“L’arrivo della famiglia reale a Cagliari e i primi atti di clemenza del sovrano sono visti in una luce favorevole, nel senso che Carlo Emanuele IV, nonostante le pressioni contrarie del ceto feudale, bene fece ad estendere l’amnistia generale ai rei di delitti e di opinioni po­litiche. Qui si manifesta l’avversione del Lavagna ai feudatari, del cui accanimento contro i presunti giacobini dà una giustificazione abba­stanza sensata: ai baroni cioè non importavano in sé e per sé le con­vinzioni politiche dei villici e dei loro sostenitori cittadini; importava invece ottenere dal governo i mezzi e i modi per costringere con la forza i riluttanti a pagare i tributi. Affiora in ciò l’interpretazione in chiave economico-sociale dei sommovimenti del I795, che molti scrittori dell’800 hanno poi colorato di motivazioni ideologiche.

Il motivo dominante della critica del Lavagna è però la condotta politica del ministro Chialamberto, orientata essenzialmente verso due fini: ottenere con imposizioni fiscali straordinarie un cospicuo aumento del «donativo» per far fronte alle esigenze finanziarie della corte esiliata e del governo, e abolire progressivamente i benefici del Diploma dell’8 giugno ‘96 affidando le leve del potere politico, mili­tare ed economico ad elementi piemontesi e a pochi sardi supina­mente ligi alle sue direttive.

Sul primo punto il dissenso del Lavagna è netto. In sostanza egli nega ogni legittimità in fatto e in diritto all’Editto con cui Carlo Ema­nuele IV, sentita una delegazione stamentaria, decreta un esorbitante «donativo» straordinario e ne fissa il «riparto» fra le varie classi della popolazione. Il tributo è ritenuto illegittimo sia perché troppo gravoso in relazione alle disperate condizioni economiche del paese e troppo sproporzionato rispetto a simili «donativi» imposti nel passato, sia perché approvato in contrasto con le leggi fondamentali del Regno, cioè da una ristretta delegazione stamentaria e non dai tre Bracci appo­sitamente convocati e investiti della pienezza dei loro poteri,

Certe inadempienze costituzionali non potevano sfuggire a un giurista ben provveduto di dottrina come il Lavagna, il quale per al­tro non si perita di accusare i principi reali di altrettanto gravi inos­servanze; come quella di non aver prestato il dovuto giuramento nel­l’assumere le rispettive elevate cariche: il duca d’Aosta quella di Generale delle Armi e di Governatore del Capo di Cagliari e Gallura, il duca di Monferrato quella di Governatore del Capo di Sassari e Lo­gudoro, Carlo Felice, duca del Genevese, quella di Vicerè.

Alle spese di mantenimento e suntuarie della corte il Lavagna dedica particolare attenzione: egli le considera uno sperpero del pub­blico denaro che, già inammissibile in tempi normali, diventa addi­rittura delittuoso se fatto in momenti di carestia e a carico di un po­polo povero e oppresso dai tributi. Ne sarebbero risultati riflessi ne­gativi sotto tutti i riguardi: il popolo, già cullatosi nella speranza di poter contare sui tesori e sulle ricchezze che il re profugo avrebbe portato con sé per dispensarli ai sudditi, incominciava a ricredersi e a mormorare contro lo sfarzo inutile e offensivo della corte e dei cor­tigiani; da parte loro gli aristocratici sardi, stando a contatto con que­sto ambiente, erano portati a gareggiare con la famiglia reale nel lusso, e siccome per gli eventi trascorsi anche le loro finanze apparivano in dissesto, c’era il pericolo che per far fronte alle nuove esigenze si ac­canissero maggiormente sui vassalli nell’esazione dei tributi” 2.

  1. Pietro Martini.: “La corte a Cagliari fu una grandissima ventura per i baroni e nobili sardi”.

“Questa venuta della famiglia reale fu una grandissima ventura per i baroni e i nobili sardi. I quali affettando devozione illimitata al trono e all’altare e lamentando la malvagità dei tempi, seppero immedesimare la causa loro con quella della dinastia regnante. Quanto vollero ottennero quei magnati; onoranze di corte, insegne cavalleresche, alte cariche civili e militari, riserve di gradi sì maggiori che minori nell’armata, more a pagar debiti, giudizi eccezionali in controversie civili, ordinazioni precise per la salvezza degli amplissimi privilegi. Queste aristocratiche fortune provennero anche dall’alleanza dei sardi patrizi con quelli che dal Piemonte avevano seguito i passi del re e dei reali principi: uomini, quanto volgari di mente, altrettanto alteri e propugnatori dell’antico. Costoro erano l’anello che stringeva l’aristocrazia sarda alla casa regnante.

Alla laicale dava la mano l’aristocrazia di chiesa, bisogna pur essa dell’egida della monarchia assoluta per la salvezza della decima e degli immensi suoi privilegi” 3.

La permanenza di Carlo Emanuele IV in Sardegna fu di pochi mesi soltanto, perché dopo i successi in Italia degli austro-russi fece ritorno nei suoi Stati, sui quali dopo il pericolo francese incombeva ora quello austriaco; ma dal Piemonte fu costretto a fuggire, poi, precipitosamente, incalzato ancora una volta dagli eserciti di Napoleone.

Per lui la Sardegna fu una brevissima e non esaltante paren­tesi: “Partì finalmente da Cagliari per Livorno il 19 settembre re Carlo Emanuele, ebbe acclamazioni, ma poche, e queste o furono comprate o vennero dagli uomini del privilegio, del favore e della reazione; e se alcuni di cuore gli fecero plau­so, più che al re, mirarono al principe colmo di virtù private (sic!). Né altrimenti poteva avvenire. Stavano in duolo i sinceri so­stenitori del diploma del 1796 poco anzi distrutto, il medio ceto calpestato dalle due aristocrazie, i nemici al feudalismo, gli amatori del progresso politico e civile, irati al ribadimento delle catene feudali, ai reintegrati ordini militari e dispotici. Dolevansi i Cagliaritani del comando passato in mani a loro nemiche. In una generale era il contristamento per le nuove gravezze, per la tema di maggiori, pel terrore destato dalle recenti incarcerazioni arbitrarie e dalla crescente reazione. Ondeché, se il 3 marzo fu d’entusiasmo, di speranza, d’amo­re, il 19 settembre fu giorno di tristezza, di disinganno, di timore di tempi peggiori”4.

Dopo aver errato per la Toscana, l’Umbria, Roma e Napoli, il 22 maggio decise di rinunziare al trono a favore del fratello, duca d’Aosta, riservandosi, precisa sempre il Martini, il titolo e la dignità di re, ed una annua pensione vitalizia di dugento mila lire, da aumentar si proporzionalmente [col miglioramento dello] stato delle regie finanze.

I protagonisti  del nuovo corso politico furono perciò in un primo momento Carlo Felice, divenuto viceré alla partenza di Carlo Emanuele IV per il Piemonte, e successivamente Vitto­rio Emanuele I, costretto dalle strepitose vittorie francesi a slog­giare definitivamente da Napoli, dove si era rifugiato, e a rien­trare a Cagliari nel febbraio 1806.

 

Note Bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 838.

-839).

2.  da Le Carte Lavagna e l’esilio di Casa Savoia in Sardegna di Carlino Sole (Giuffrè editore, Milano 1970, pagina 26-27.

  1. Pietro Martini, Storia di Sardegna dall’anno 1799 al 1816, a cura di Aldo Accardo, Ed. Ilisso, Nuoro, 1999, pagine 63-64.
  2. Ibidem, pagina 86.

Vittorio Amedeo III (1773-1796)

Vittorio Amedeo III (1773-1796)

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A Carlo Emanuele III il 17 febbraio 1773 succede il figlio Vittorio Amedeo III: facendo rimpiangere il padre, al cui confronto sarebbe stato un sovrano illuminato e riformista. Abbiamo già visto che questo giudizio è per lo meno ridondante ed eccessivo. Certo però è che Vittorio Amedeo III segna un regresso: sarà infatti un fanatico assertore dell’assolutismo regio e ostile a ogni cambiamento e novità, permettendo ogni tipo di vessazione e violenza da parte dei suoi vicerè e governatori: basti pensare all’esempio di Lascaris, conte di Sant’Andrea e ad Allì di Maccarani.

  1. Anche i vicerè e governatori piemontesi veri e propri tiranni

Destituito il conte Bogino, “i vicerè ripigliarono l’antico loro dispotismo”1, con Filippo Ferrero, marchese della Marmora ( 1773 – 1777) ma soprattutto con Giuseppe Lascaris di Ventimiglia, marchese della Rocchetta ( 1777 – 1781) che fu molto più violento.

Di lui scrive Giovanni Maria Angioy (in Progetto di un’opera sulla «Legislazione antica della Sardegna») : “Fra tanti altri saggi di dispotismo sarà sempre memorabile l’arresto praticato d’alcuni membri del Consiglio civico di Cagliari perché altamente riprovavano la di lui condotta e gli ordini irregolari che dava per l’amministrazione dei redditi di quella città, non meno che per molte altre spese enormi. Si fece compilare un processo contro detti membri, ma essi alla fine furono dal Magistrato riconosciuti innocenti, e quindi ne fu ordinato il rilascio. In questo medesimo tempo governava la provincia di Sas­sari e Logudoro il marchese Allì di Maccarani suo parente. Esso era un vero ti­ranno, vendea pubblicamente la giustizia, avev’ammassato delle ricchezze ben considerevoli e faceva de’ monopoli ancora nei grani destinati alla sussistenza dei popoli. Ciò diede luogo a una emozione popolare in Sassari nell’aprile del 1780, dopoché il popolo, avendo fatto delle alte reclamazioni e doglianze contro di colui al viceré, non fu punto ascoltato.//

[c.16v] Ma il conte Sant’Andrea nizzardo, che fu uno dei successori d’esso marchese Lascaris, sorpassò gli altri nel dispotismo, crudeltà ed in ogni specie di vessazione. Egli fu detestato da tutta la nazione; egli volea mischiarsi negli affari giuridici, civili e criminali di qualunque sorta, e perfino sospendere il corso delle sentenze”2.

  1. La causa del banditismo? E’ nella natura dei sardi!

,Un precedente viceré, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) ebbe a scrivere che “la causa [del].male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli [sardi] poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” 3.

L’abate anticipa e prepara brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame sui sardi con il dna delinquenziale.

Lo stesso abate scrive che i banditi avevano il sostegno della Chiesa e dei baroni, da cui venivano spalleggiati e protetti: Chiesa e baroni però che il viceré e la politica sabauda si guarda bene dal colpire!

A parte la protezione strumentale da parte dei feudatari e della Chiesa gli è che, scrive Girolamo Sotgiu “Il banditismo si poneva oggettivamente come un movimento di contestazione che operava all’interno dello Stato…si può azzardare l’ipotesi che il banditismo fosse la manifestazione di un complesso di valori, e quindi di una cultura, espressi e accettati da strati ampi di masse subalterne, composte soprattutto di contadini e pastori, che un sistema di valori, e quindi una cultura, sopraggiunta dall’esterno, non solo rifiutava di fare propri, ma anzi cercava di distruggere con la violenza”4.

  1. Le armate napoleoniche invadono la Sardegna.

“Lo stato sabaudo invaso dalle armate napoleoniche – scrive Carlino Sole – era in pieno disfacimento e lo stesso Vittorio Amedeo III, nelle trattative di pace col Direttorio, aveva espressamente dato facoltà ai suoi plenipotenziari di cedere alla Francia l’Isola di Sardegna, pur di mantenere i suoi possessi di terraferma e di ingrandirli eventualmente con altri territori della pianura padana sottratti agli Austriaci”5. Lo stesso Sole scrive: “Ancora nel 1784 Vittorio Amedeo III, attraverso i segreti canali della diplomazia, aveva offerto l’Isola all’Austria di Giuseppe II in cambio di adeguati compensi in Lombardia”6.

Si spiega in questo modo l’atteggiamento del viceré e dei suoi capi militari nei confronti dell’invasione francese, addirittura incerti se resistere o arrendersi. Tanto che un testimone diretto di quelli avvenimenti, Padre Tommaso Napoli scrive che: “sul principio della comparsa della flotta francese, al timore di un prossimo attacco, il Governo, o perché credesse di non poter fidarsi dei sardi, senza il cui aiuto non avea forze di resistere, o per qualche altro segreto fine non si diede il minimo moto per mettere la Piazza e il regno in stato di difesa”7.

  1. I miliziani sardi (non l’esercito sabaudo) respingono e sconfiggono i francesi.

L’impresa sembrava facile: era noto ai Francesi – sottolinea lo storico Carlino Sole – il malcontento delle popolazioni sarde. E il Carta-Raspi, altro storico sardo, aggiunge:la Sardegna si sapeva sguarnita, con poca artiglieria, nell’impossibilità di organizzare una valida difesa.

Sollecitata da due patrioti Corsi, Cristoforo Saliceti e Mario Peraldi, il tentativo di occupare l’Isola si rivelò invece un fallimento: non solo perché i Francesi permisero agli Stamenti di organizzare la difesa – le operazioni militari decretate nel Settembre del ’92 iniziarono di fatto a metà Gennaio del ’93 – ma soprattutto perché, come osserva ancora il Carta-Raspi,“le truppe transalpine si rivelarono un’accozzaglia di volontari indisciplinati, male inquadrati e peggio comandati… ad iniziare dall’inetto ammiraglio Truguet” 8.

I Francesi sbarcano e occupano l’Isola di San Pietro l’8 Gennaio del 1793 e pochi mesi dopo Sant’Antioco. Il 23 Gennaio la flotta, comandata dal Truguet getta le ancore nella rada di Cagliari bombardandola: il 27-28 Gennaio i Francesi sbarcano nel Margine Rosso di Quartu sant’Elena e il 14 Febbraio sottopongono a un fuoco infernale le posizioni tenute dal barone Saint Amour. Parallelamente alla spedizione del Truguet, un altro attacco vede Napoleone Bonaparte comandante dell’artiglieria con il grado di tenente colonnello. Grazie soprattutto al valore del maddalenino Domenico Millelire e del tempiese Cesare Zonza, l’attacco fu respinto. Anche Sant’Antioco e San Pietro saranno liberati tra il 20 e il 25 Marzo, per l’intervento di una flotta spagnola. Così, sconfitti al fronte Nord come al Sud, i Francesi sono costretti al ritiro. Difficile dire se fu un bene per la Sardegna: molti storici infatti ritengono che sarebbe stata più utile per l’Isola una vittoria delle armi francesi perché avrebbe messo fine al feudalesimo, inserendola nel più vasto circuito e flusso economico dell’Europa. Fatto sta che l’invasione francese fu respinta soprattutto per merito dei Sardi: su questo non vi è alcun dubbio, neppure da parte degli storici filopiemontesi.

  1. I Sardi vincitori presentano “il conto” al re Vittorio Amedeo III.

I Sardi – cito lo storico Natale Sanna – “dopo secoli di inerzia e di supina quiescenza ridiventano finalmente consapevoli del proprio valore e la classe dirigente fiera della sua forza e dei risultati ottenuti, credette giunto il momento di chiedere al re il riconoscimento dei propri diritti, tanto più che a Torino, mentre si concedevano in abbondanza promozioni e onori ai Piemontesi, si ignorava quasi completamente l’elemento sardo, distintosi nel Sulcis e nel Cagliaritano”9.

Infatti – ricorda ancora Girolamo Sotgiu – “seguendo le indicazioni del viceré Balbiano, le onorificenze militari accordate dal Ministro della guerra furono tutte concesse, con evidente ingiustizia, alle truppe regolari che avevano dato così misera prova di sé… e alla Sardegna che aveva conservato alla dinastia il regno concesse ben povera cosa: 24 doti di 60 scudi da distribuire ogni anno per sorteggio tra le zitelle povere e l’istituzione di 4 posti gratuiti nel Collegio dei nobili di Cagliari…”10.

E altre simili modeste concessioni. Di qui la decisione del Parlamento sardo – composto dagli Stamenti: quello militare (o feudale), quelle ecclesiastico e quello reale (formato dai rappresentanti delle città) – riunito nel Marzo-Aprile 1793, di inviare un’ambasceria a Torino per presentare al sovrano 5 precise richieste, le famose “5 domande”:

-il ripristino della convocazione decennale del Parlamento, interrotta dal 1699;

-la conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi, anche di quelli caduti in disuso o soppressi pian piano dai Savoia nonostante il trattato di Londra;

-la concessione ai “nazionali” sardi di tutte le cariche, ad eccezione di quella vicereale e di alcuni vescovadi;

-la creazione di un Consiglio di Stato, come organo da consultare in tutti gli affari, che prima dipendevano dall’arbitrio del solo segretario;

-la creazione in Torino di un Ministero distinto, per gli Affari della Sardegna.

Si trattava, come ognuno può vedere, di richieste tutt’altro che rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’anacronistico assetto sociale né le feudali strutture economiche, anzi, in qualche modo, tendevano a cristallizzarle. Esse miravano però a un obiettivo che si scontrava frontalmente con la politica sabauda: volevano ottenere una più ampia autonomia, sottraendo il regno alla completa soggezione piemontese, per affidare l’amministrazione agli stessi Sardi. La risposta di Vittorio Amedeo III non solo fu negativa su tutto il fronte delle domande ma fu persino umiliante per i 6 membri della delegazione sarda (Aymerich di Laconi e il canonico Sisternes per lo stamento ecclesiastico; gli avvocati Sircana e Ramasso per lo stamento reale; Girolamo Pitzolo e Domenico Simon per lo stamento militare).

Il Pitzolo, scelto dalla delegazione per illustrare le richieste, non fu neppure ricevuto dal sovrano né ascoltato dalla Commissione incaricata di esaminare il documento… non solo: il Ministro Graneri neppure si curò di comunicare alla delegazione ancora a Torino, la decisione negativa del re, trasmettendola direttamente al vice re a Cagliari.

A questo proposito commenta opportunamente il Carta-Raspi: ”Il significato fu chiaro: più che un’umiliazione ai membri degli stamenti, doveva considerarsi un monito per i sardi, ai quali non era concesso di chiedere più di quanto ricevevano dall’iniziativa del sovrano e cioè nulla” 11.

E ancora: ”L’avversione contro i Piemontesi non era ormai una questione di impieghi, come già durante l’ultimo periodo della signoria spagnola e come hanno fatto credere i dispacci del viceré Balbiano e la richiesta degli stamenti. I sardi volevano liberarsene non solo perché essi simboleggiavano un dominio anacronistico, avverso all’autonomia e contrario allo stesso progresso dell’Isola ma pure e forse soprattutto, per esserne ormai insopportabile l’alterigia e la sprezzante invadenza”12.

   E’ dentro questo corposo e significativo contesto storico, culturale e psicologico che occorre situare “la cacciata” dei Piemontesi il 28 Aprile del 1794.

Note Bibliografiche

  1. Antonello Mattone-Piero Sanna, Settecento sardo e cultura europea, Ed. Franco Angeli, Milano, 2007, pagina 294.
  2. Ibidem, pagine 294-295.
  3. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editori Laterza, Roma-Bari, 1984, pagina 17.
  4. Ibidem, pagina 31.
  5. Carlino Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Editore Chiarella, Sassari, 1984, pagina 245.
  6. Ibidem, pagina 176.
  7. Ibidem, pagine 137-138.
  8. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 783.
  9. Natale Sanna, Il cammino dei Sardi, volume terzo, Editrice Sardegna, Cagliari, 1986, pagina 394.
  10. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, op. cit. pagina 150.
  11. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 793
  12. Ibidem, pagina 793.

Carlo Emanuele III (1730-1773)

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Carlo Emanuele III (1730-1773)

 

Nel 1730, dopo l’abdicazione del padre Vittorio Amedeo II, succede al trono Carlo Emanuele III, principe di Piemonte.

Ormai, considerata la Sardegna quasi definitivamente acquisita alla sua corona, il problema del nuovo sovrano era l’assimilazione dell’Isola al sistema dei cosiddetti “Stati di terraferma”. Di qui l’ulteriore tentativo di accentrare e centralizzare il potere, svuotando viepiù l’Autonomia stamentaria. Sotto il suo dominio, il Parlamento continua a non essere convocato. Di qui l’imposizione della lingua italiana (1776) per la dessardizzazione e snazionalizzazione delle popolazioni, per poterle dominare meglio e di più, una volta che hai loro “tagliato” la lingua. Anche loro, i Piemontesi, nuovi “glottofagi”, non dimentichi dei primi glottofagi, che furono i Romani.

Uno dei problemi che lo assillava maggiormente era quello del banditismo. A tal fine si servì soprattutto di un militare (il Rivarolo), deciso e brutale, ma incapace, come vedremo, di individuare le cause di fondo del fenomeno – economiche, sociali, culturali – per limitarsi alla sola repressione.

Il 2 ottobre 1735 sbarca a Cagliari Carlo Amedeo marchese di Rivarolo, militare dalle maniere forti. Sembra che proprio per questa sua caratteristica il re Vittorio Amedeo II l’abbia scelto come viceré per eliminare il banditismo che in quei decenni imperversava in Sardegna come non mai.

Scrive lo storico Carlino Sole: ”Il Rivarolo era convinto che solo con la forza inesorabile delle armi e col terrore della forca si potesse aver ragione dei banditi. Per questo era solito far eseguire le sentenze capitali con apparato impressionante, innalzando il patibolo nei luoghi stessi dove erano stati commessi i delitti più gravi e costringendo le popolazioni ad assistervi. La testa mozza del giustiziato veniva mandata come truce ammonimento al villaggio d’origine per esservi esposta dentro una grata di ferro. In tre anni di dura e feroce repressione fece condannare alle galere più di tremila inquisiti, molti dei quali arrestati per semplici sospetti o per interessate delazioni e mandò al patibolo, spesso con un procedimento sommario o, «economico», come allora si diceva, cioè senza una preventiva istruttoria e di un regolare processo, ben 432 persone…Ordinò che nessuno si lasciasse crescere la barba, sotto pena di gravi sanzioni «ad arbitrio del giudice», credendo che una barba lunga e folta servisse non solo a mascherare le sembianze dei malviventi, ma che fosse indice di una prossima «vendetta»,: evidentemente qualcuno gli aveva fatto credere che in Sardegna vigesse l’usanza di lasciarsi crescere la barba come «voto»,:per tutto il tempo che passava prima che si potesse vendicare l’offesa e per avvalorare la sua convinzione affermava, con approssimativa etimologia, che gli abitanti della Barbagia, una delle zone più segnate dal banditismo. Si chiamavano barbaraccini, (sic!) appunto perché erano soliti portate la barba!”12

Nonostante la nomea di uomo colto, il Rivarolo non solo ha poca dimestichezza con l’etimologia ma anche con la storia sarda né vi fu chi potesse informarlo che Filippo II circa due secoli prima aveva consigliato ai Sardi di farsi crescere la barba.

Il banditismo non fu sconfitto: nonostante la repressione più dura e brutale. Gli è che veniva considerato come semplice fenomeno delinquenziale da estirpare con le forche: non come fenomeno economico-sociale e culturale, oltretutto politicamente spesso alimentato, foraggiato e protetto dai baroni e dalla Chiesa. Che però il viceré e la politica sabauda si guardano bene dal colpire!

La complessiva politica del re fu dunque improntata a un sostanziale immobilismo (a nulla mutare, nulla innovare nello stato di cose ereditato dalla Spagna) e le stesse novità introdotte con il conte Giambattista Bogino, ministro piemontese per le cose sarde – al di là degli altisonanti riconoscimenti ed elogi da parte dello storico conservatore e cortigiano Giuseppe Manno – si risolse in un “Riformismo che non rinnova”: la definizione è del giù citato storico sardo Carlino Sole. Che così scrive: ”La sua azione riformatrice fu episodica e frammentaria…mancò di una visione globale dei problemi rivolta com’era più a salvaguardare gli interessi dello «stato patrimoniale», che a promuovere il progressivo benessere delle popolazioni”2.

Benessere che sarebbe potuto essere costruito esclusivamente aggredendo i nodi di fondo dell’arretratezza e del malessere dei sardi: ad iniziare dall’anacronistico e famelico regime feudale con tutti i gravami, i privilegi e gli abusi che esso comportava.

L’intervento piemontese evidentemente non aveva lo scopo di liberare i sardi dal giogo feudale bensì di accentrare e rafforzare il potere nelle mani dei nuovi dominatori. Ricorrendo a qualunque mezzo. Tanto che – scrive Carta Raspi – “neppure il Bogino si discostò dall’indirizzo politico nei riguardi della Sardegna, che fu essenzialmente burocratico e superficiale, senza mai affrontare i gravi problemi dell’isola, ch’erano soprattutto nella sua povera e arretrata economia, lasciandoli anzi insoluti di proposito, per fini politici”3 .

Qualche storico ha avanzato l’idea che una Sardegna prospera e sviluppata potesse essere ambita e contesa da altre potenze per cui il Bogino stesso avrebbe consigliato al re di “non abbellire soverchiamente la sposa perché altri non se ne invaghisse”.

Secondo il già citato Carta Raspi la motivazione sarebbe stata invece un’altra, ovvero “la recondita politica dei sovrani sabaudi di considerare sempre la Sardegna un dominio da permutare in qualunque occasione e ciò, da Vittorio Amedeo II fino a Vittorio Emanuele III, fino agli anni in cui il Cavour si sarebbe volentieri disfatto della Sardegna se non ne fosse stato tempestivamente ostacolato”4.

Ci pare un’ipotesi credibile: la Sardegna pro sos canes de isterju dei Savoia e dei suoi commensali, sempre proni e usi a obbedir tacendo, è un semplice territorio da barattare al migliore offerente: perché dunque migliorare le sue condizioni?

Questa ipotesi, fra l’altro, serve per liquidare “la credenza – scrive Carlino Sole – avvalorata dalla storiografia filo-sabauda dell’Ottocento e del primo Novecento che il «buon governo» piemontese avesse fin da allora conciliato alla casa regnante il favore e la devozione del popolo sardo”5.

Tale credenza – scrive ancora Sole – è da relegare fra i miti. E prosegue: ”I sardi si sentivano legati alla corona nella stessa misura in cui Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III si sentivano disposti a sbarazzarsi dell’Isola come di un ingombrante fardello per barattarlo con compensi territoriali più vicini, più redditizi e perciò più graditi”6.

Mazzini7, con qualche ragione avanza l’ipotesi che ad opporsi alla proposta di Giuseppe Cossu, sardo ed economista di vaglia, di introdurre in Sardegna la coltivazione del gelso, avviando la manifattura della seta, – ma è solo un esempio – siano stati proprio gli stessi governanti subalpini, per ragioni di concorrenza economica con il Piemonte. Insomma: una motivazione di puro colonialismo!

Note bibliografiche

  1. Carlino Sole, La Sardegna sabauda nel Settecento, Editore Chiarella, Sassari, 1984, pagine 74-76.
  2. Ibidem, pagina104.
  3. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 778.
  4. Ibidem, pagine 779-780.
  5. Carlino Sole, opera citata, pagina 99.
  6. Ibidem, pagina 99
  7. Giuseppe Mazzini, La Sardegna, Casa editrice Il Nuraghe, Cagliari.

Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730)

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Vittorio Amedeo II re di Sardegna (1720-1730)

Sa Divina Magestad se ha dignado conceder el dominio de este Reyno de Sardeña al Rey Don Victor Amedeo. Così il viceré annunziando il regalo fatto dalla Quadruplice Alleanza ai Savoia. In tal modo, per un baratto di guerra, la Sardegna passava dalla Spagna ai Savoia e nello specifico a Vittorio Amedeo II, il primo duca che divenne re, prima per pochi anni di Sicilia e poi di Sardegna, grazie al Trattato di Londra (1718) firmato nel 1720 a l’Aia.

Divenne re di Sardegna ma non ci metterà piede: né lui né nessuno dei suoi successori fino al 1799 quando, a mala gana, sono costretti a lasciare Torino e il Piemonte e venire esuli a Cagliari, “cacciati” da Napoleone.

Scrive a questo proposito lo storico sardo Raimondo Carta Raspi: ”Certo, a noi pare paradossale che alla cerimonia che inaugurava il nuovo dominio, mancassero proprio gli elementi essenziali del regno: il re e i sudditi. La Sardegna era stata sempre sì un vicereame, pure il primo Parlamento era stato convocato e presieduto da Pietro IV d’Aragona, il secondo da Alfonso il Magnanimo. Come spiegare dunque l’assenza di Vittorio Amedeo, che appena innalzato alla dignità regale, faceva prendere possesso del regno da un viceré, senza neppure degnare di mostrarsi, non foss’altro ai suoi sudditi, anche se a loro non doveva il trono? Forse fu alterigia e insieme disprezzo verso i Sardi e la loro isola”1.

Quella stessa alterigia e disprezzo che mostreranno nei confronti dei Sardi, tutti i sovrani sabaudi.

I Savoia dunque per gentile concessione delle potenze vincitrici nella Guerra di successione spagnola, diventavano, per la prima volta nella loro storia, re e la Sardegna entra nell’orbita italica dopo essere stata dominata per più di 300 anni dalla Spagna.

In realtà i Savoia avrebbero preferito la Sicilia, che in un primo momento, dopo i Trattati di Utrecht e di Rastadt, era stata loro assegnata.

Scrive a questo proposito Giuseppe Mazzini:”Vittorio Amedeo accettò a malincuore, e dopo ripetute proteste, nel 1720, da Governi stranieri, al solito, la Sardegna in cambio della Sicilia. E diresti che la ripugnanza con la quale egli accettò quella terra in dominio, si perpetuasse, aumentando, attraverso la dinastia”2.

Sulla stessa linea Giuseppi Dei Nur: ”Il principe savoiardo Amedeo II avrebbe preferito un trattamento migliore dai suoi alleati, ma questi sommessamente ma efficacemente, gli fecero probabilmente capire che sarebbe potuto rimanere con nulla in mano, mentre il nuovo possedimento gli avrebbe consentito di fregiarsi comunque del titolo di re, essendo quello un regno plurisecolare” 3.

Nasce anche dall’aver accettato quasi controvoglia il “regalo” delle potenze vincitrici, la politica di Vittorio Amedeo, tutta rivolta al Quieta non movere, al non innovare niente, rispetto al dominio spagnolo, conservando immutati i privilegi dei baroni e dunque il sistema feudale che prosperava sulla miseria delle popolazioni e segnatamente dei contadini dei villaggi.

Scrive Raimondo Carta Raspi: ”Piaga cancrenosa che affliggeva la Sardegna era il feudalesimo, ormai decaduto, che non prosperava sulla miseria delle popolazioni e tuttavia, pago di vivacchiare sui piccoli benefici e sui modesti proventi, paralizzava, infestante parassita, il naturale sviluppo e il progresso, soprattutto di quella che avrebbe dovuto essere la maggiore risorsa e ricchezza dell’isola, l’agricoltura. Anche il clero numeroso, ricco e privilegiato, gravava passivamente sull’economia del regno, accrescendo le ristrettezze delle popolazioni e intralciando l’opera del governo”4.

L’unica novità ebbe un segno negativo: Amedeo II tese a svuotare ulteriormente il potere e il ruolo degli Stamenti, ovvero del Parlamento sardo che mai convocherà, e a limitare la stessa autonomia del viceré, rafforzando da una parte il centralismo, dall’altra la repressione e il controllo poliziesco, persino della corrispondenza.

Scrive Girolamo Sotgiu a proposito della stretta dipen­denza politica e burocratica imposta ai viceré dal sovrano, attraverso precise direttive: ”Le istruzioni non tracciavano un indirizzo generale di governo al quale attenersi negli affari dell’isola, ma fissavano, con minuziosa pedanteria, compiti e incombenze, che facevano del viceré un burocrate esecutore di ordini al quale veniva rigorosam­ente delimitata, per non dire vietata, la possibilità di un’autonoma ­iniziativa. Il viceré non aveva cioè una funzione politica da assolvere, ma compiti burocratici da espletare. Tutto il potere era concentrato a Torino e il viceré era un semplice missus dominici, al quale non era consentito di andare oltre disposizioni assai rigide. Perché la funzione viceregia fosse ulteriormente appiattita, le prerogative venivano diminuite rispetto a quelle dei viceré spagnoli, anche se, per prudenza, di questo fatto non era data pubblica cognizione”5.

Sia ben chiaro: “anche sotto il dominio spagnolo le direttive erano elaborate e decise a Madrid, in particolare dal Consiglio della Corona d’Aragona ma con il passaggio dell’Isola al Piemonte ancor più si governerà ogni cosa direttamente da Torino “con una concezione del governo dell’Isola che oggi non potremmo che definire di tipo coloniale”6.

L’avvento dei Piemontesi infatti – è ancora Sotgiu a scriverlo – “ alla classe dirigente locale si sovrapponeva un apparato di direzione politica e amministrativa estraneo sotto tutti i punti di vista, e per di più, malgrado il desiderio di procedere in modi diplomatici, deciso assai più di quello spagnolo, a comandare e imporre inesorabilmente la sua volontà”7.

Discriminando i Sardi, ad iniziare dalla questione degli impieghi, cioè dei diritto rivendicato dai nazionali ad accedere a tute le cariche del regno (tranne quella del viceré). E la discriminazione era tanto più grave e insopportabile perché si accompagnava ad atteggiamenti di aperto disprezzo nei confronti dei Sardi, delle loro tradizioni, dei loro costumi e della loro lingua: che verrà proibita e criminalizzata.

A ricordarcelo è Giuseppe Manno, storico ultra filo savoia: ”Alcuni de’ Piemontesi disprezzavano pubblicamente le usanze tramandate ai Sardi…per fino a impedire i matrimoni fra l’una e l’altra nazione”8.

Contestualmente alla centralizzazione del potere, per realizzare un regime forte e assolutista, capace di porre fine e superare le resistenze delle stesse classi privilegiate – nobili e clero, filo austriaci ma soprattutto, nella stragrande maggioranza, filo spagnole – si ricorse da una parte alla corruzione dall’altra al controllo poliziesco: la corrispondenza doveva essere consegnata alla segreteria viceregia così da poter essere in stato di riconoscere – si scrive in un Dispaccio di corte – “quelli che scrivono o a chi si scrive”.

Ma la repressione più dura inizia ad essere condotta nei confronti della opposizione popolare, come risulta abbondantemente dai documenti e dagli storici di quel periodo. In modo particolare la repressione sarà condotta con il pretesto e l’alibi della lotta al banditismo, visto come semplice fenomeno delinquenziale, da estirpare con le forche. A ciò avrebbe provveduto fra qualche anno il famigerato marchese di Rivarolo. Ma un viceré di Vittorio Amedeo II, l’abate Alessandro Doria del Maro (1724-26) pone per così dire, le premesse ideologiche e giustificazioniste della repressione violenta scrivendo che “la causa [del].male è da ricercarsi nella natura stessa dei popoli [sardi] poveri, nemici della fatica, feroci e dediti al vizio” 9.

Anticipando così e preparando brillantemente Lombroso e tutto il ciarpame e la paccottiglia sui Sardi con il dna delinquenziale con i vari Orano (i Nuoresi sono delinquenti nati) e Niceforo, secondo cui tutti i Sardi non solo i Nuoresi appartengono a una razza inferiore. Per arrivare agli anni 1960/70 quando su una rivista patinata e popolare, certo Augusto Guerriero, più noto come Ricciardetto scriverà che i Barbaricini occorreva “trattarli” con gas asfissianti o per lo meno paralizzanti.

Per arrivare ai nostri giorni con il Procuratore di Cagliari, Roberto Saieva, che all’inaugurazione dell’anno giudiziario 2016 ha sostenuto: “Altro fenomeno criminale che nel territorio del Distretto appare di rilevanti proporzioni è quello delle rapine ai danni di portavalori, organizzate normalmente con grande dispiegamento di uomini e mezzi. Diffusi sono comunque analoghi delitti ai danni di sportelli postali e di istituti bancari. E’ agevole la considerazione che nella esecuzione di questi delitti si sia principalmente trasfuso l’istinto predatorio (tipico della mentalità barbaricina) che stava alla base dei sequestri di persona a scopo di estorsione, crimine che sembrerebbe ormai scomparso”.

Forse il Procuratore pensava di essere un nuovo viceré alla Doria del Maro, cui sostanzialmente si ispira.

Anche se il Maestro, per tutti, mi pare essere stato Cicerone, cui sono legati da un lunghissimo filo nero. Il grande oratore latino, nell’orazione Pro Scauro, aveva bollato i Sardi come naturalmente mastrucati latrunculi, inaffidabili e disonesti, in quanto africani (oggi diremmo negri), anzi formati da elementi africani misti, razza che non aveva niente di puro e dopo tante ibridazioni si era ulteriormente guastata, rendendo i sardi ancor più selvaggi: “Qua re cum integri nihil fuerit in hac gente piena, quam ualde eam putamus tot transfusionibus coacuisse?”(E allora, dal momento che nulla di puro c’è stato in questa gente nemmeno all’origine, quanto dobbiamo pensare che si sia inacetita per tanti travasi?).

Note bibliografiche

  1. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, Ed. Mursia, Milano, 1971, pagina 773.
  2. Giuseppe Mazzini, La Sardegna, Casa editrice Il Nuraghe, Cagliari, pagina 9.
  3. Giuseppi Dei Nur, Buongiorno Sardegna– Da dove veniamo, La Biblioteca dell’Identità-L’Unione Sarda, Cagliari 2013, pagina 141.
  4. Raimondo Carta Raspi, Storia della Sardegna, op. cit. pagina 775.
  5. Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, Editori Laterza, Roma-Bari 1984, pagina 25.
  6. Ibidem pagina 74.
  7. Ibidem pagina 76.
  8. Giuseppe Manno, Storia della Sardegna moderna dell’anno 1775 al 1799, Fratelli Favale, Torino, 1842, vol. I, pagine 257-258.
  9. ASC, Segreteria di stato ora in Girolamo Sotgiu, Storia della Sardegna sabauda, op. cit. pagina 21.

Riflessione subra sa proposta de Sardos pro s’istòria Sarda in s’iscola

De historia loci (Istòria de su logu) – riflessione subra sa proposta de Sardos pro s’istòria Sarda in s’iscola (de Frantziscu Casula)

(Per leggere l’articolo in italiano cliccare sulla bandierina in alto e selezionare quella tricolore)

Premissa:
Cumpartu s’ispìritu e sa litera de sa proposta pretzedente de lege de s’Assòtziu Sardos. Tzertu, fàghet a dd’arrangiare e dd’assetiare, ma in in sustàntzia est de cumpartzire e, comente a tale, de ispartzinare e propònnere a su parri pùblicu, a is òrganos de comunicatzione, a is Partidos, a is Cussigeris regionales.
Cun sa riflessione chi sighit chèrgio isterrere unos cantos contenutos chi s’istùdiu e s’imparu de s’istòria “locale” – e duncas pro nois s’istòria sarda – cumportat, ma prus che totu is efetos e cunferentzias chi produent subra sa formatzione de is istudiantes giòvanos.
S’iscola italiana, a pesare dae calicuna timoriosa abertura, dae sèculos, respetu a s’istòria locale nutrit e mustrat dudas, riservas,e fatu fatu reselu berdaderu. De cue in sustàntzia, sa tudada, sa tzensura, s’istòrchida e, beni·mi·nde, sa trastocadura.
Ma no is s’iscola feti: in is òrganos de comunicatzione generales. Pro esempru m’ammento chi sa Biblioteca de su giornale fitianu Repùblica, in su 2006, at publicadu e ispartzinadu a milli de copias unu volùmene de 800 pàginas subra sa preistòria, in ue nuraghes e Sardigna non sunt mancu numenados siat puru pro errore.
Un’ocasione faddida pro sa cultura italiana chi puru pretendet – e cun barra puru – de dominare in s’ìsula.
E puru: illuinados dae s’eurotzentrismu, est craru ca ismèntigant chi cussa nuràgica at istadu sa tzivilidade prus manna de s’istòria de totu su Mediterràneu tzentru-otzidentale de is segundos milli annos antis de Gesùs.
A s’imbesse – ma est un’esempru feti – de sa Frantza in ue, prus che totu in segus a is posturas de significu de istòricos comente a Marc Bloch e a Lucien Febre cun sa bogada in su 1929 de is Annales e cun su pensamentu de Fernand Braudel, s’istoriografia prus abbista at propassadu su paradigma istoriogràficu chi narat ca “s’istòria generale feti est digna de èssere istudiada”. Propassende e refudende gasi s’istòria comente acontèssida militare manna e torrende a avalorare s’istòria de su logu, chi si ponet comente laboratòriu de s’idea istoriogràfica noa segundu chie non ddoe at una gerarchia de rilevàntzia tra istòria locale e istòria generale.
a. Valore identitàriu
S’Istòria est sa raighina de s’èssere nostru, de sa realidade colletiva e individuale, de s’identidade nostra. Perunu indivìduu podet bivere sena cussèntzia e connoschèntzia de s’identidade sua, de sa biografia sua, de is diferentes momentos chi ddu giughent a èssere capassu de torrare a costruere esperièntzia personale istòrica sua.
Unu filu pretzisu acàpiat su presente a su passadu nostru: su filu de s’identidade e de sa diversidade, comente indivìduos e comente colletividade-comunidade. Si no esseremus diferentes non diamus pòdere mancu allegare paris, nos acarare, connòschere: nois connoschimus in ite semus diferentes. Diamus àere, si nono, sa note iscurigosa de Hegel, in ue onni baca est niedda. Sa diversidade nos sarvat dae s’omologatzione-istandardizatzione. Craru siat: sa cussèntzia de èssere diferentes non escluit cussa de èssere e de bivere intro de un’universu prus ampru meda.
Sa cussèntzia de s’Identidade s’agatat finas comente cussèntzia colletiva e non feti comente cussèntzia individuale: a livellu de famìlia, sotziedade, comunidade, grupu. Su ligòngiu tra is membros de una comunidade sunt sa limba, sa religione, is valores, is cumportamentos chi sa comunidade matessi nd’at boddidu totu a longu de s’istòria. Su bisòngiu de pertenèntzia, s’aposentada, is raighinas, sa memòria istòrica rapresentant su tzimentu de s’identidade. Sa biografia personale si mesturat cun cussa colletiva, s’istòria locale cun cussa generale.
b. Valore connoschidore
Apo naradu agoa ca ddoe at istadu e galu ddoe at, respetu a s’istòria locale, un’atitùdine de reselu e de disintesa, una punna a bidere gerarchias: s’istòria generale prus alta, prus dignitosa de s’istòria locale e, duncas, s’istòria “natzionale” de prus importu de cussa “regionale”. Dae cue – pro esempru – is dudas conca a is ispecifitzidades e identidades ètnicas. Su refudu est tra àteras cosas frutu de faddinas disintesas alimentadas in parte manna dae s’imparu de s’istòria in s’iscola, resurtu de cuddu paradigma unitarista impostu a s’ora de s’Unidade de s’Itàlia, dae sa netzessidade bogada dae Azeglio in su Risorgimentu de “fàghere is italianos”, cosire sa bota, est de fatu un’unidade istudiada chi non teniat contu de sa colorida realidade culturale, istòrica e linguìstica. su paradigma unitarista naschiat in prus dae su mitu, dae su generalizare e dae su pagu incuru a su locale, a su diferente, a su particulare, a su lacanàrgiu.
In is annos ’30 – dd’apo giai atzinnadu – cun is Annales de is istòricos frantzesos e in manera particulare de Lucien Febre e de Marc Bloch antis e de Fernand Braudel pustis, est a nàrrere cun s’isperdida de s’eurotzentrismu istoriogràficu, chi poniat a in antis s’anàlisi de is fundamentas materiales de sa tzivilidade, fiant lòmpidos a concruire chi in sa chirca istoriogràfica, locale o universale, non faghiat a ddoe collocare gerarchias.
Gasi oe s’istòria de su logu at achiridu rolu istàbile de importu, si un’istòricu italianu mannu comente a Franco Catalano podet iscriere chi “s’istoriografia si nd’at liberadu dae is ideas sena fundamentu chi tzèlebrant s’istòria manna, gasi “s’istòria noa” in prus de nde isciusciare is cresuras istoriogràficas betzas, pro un’istòria aberta e sena barreras disciplinares, est in gradu de avalorare sa vida de is òmines in su tempus, ispriculende a totu campu: dae su magasinu a sa cobertura.
S’istòria in suma est comente a su porcu de is famìlias agro-pastorales de una borta: cando s’ochiet, non si nche iscabulat nudda, totu serbit, dae is origras a is ogros. Comente non si nche fùlliat nudda de su chi est òpera de is òmines: e s’istòria est comente a s’orcu de is contos, chi currit e andat a ue fragat nuscu de òmines.
In sìntesi, su valore connoschidore de s’istòria locale tocat a ddu chircare in sa possibilidade de interpretare is fenòmenos generales:
– Comente averiguada de su resurtu a livellu locale de su fenòmenu generale (pensamus pro esempru a is cunseguèntzias, a livellu sardu, de is polìticas econòmicas e fiscales de sa Dereta e de sa Manca istòrica o de su Fascismu).
-Comente reconnòschida de is efetos chi seberos e punnas chi partint dae su locale, dae giosso, induint e produint in is seberos de òrdine generale.
– Comente modellos de cumportamentu locale chi si generalizant.

c. Valore educativu
Sa connoschèntzia e sa cussèntzia de is raighinas etno-istòricas e linguìsticu-culturales nostras nos agiudant a propassare is cuntierras tra diversidades. A èssere su chi semus, cun is caraterìsticas particulares pròpias, est difatis cunditzione pro allegare cun is àteros, pro nos ponnere in relatziones. Sena connoschèntzia, cussèntzia e creschimentu sighidu de s’Identidade pròpia, de sa fisionomia ispetzìfica pròpia, ddoe at omologatzione feti, semper prus oe cun sa cultura de s’isperdìtziu, cun s’istandardizatzione de sa mercantzia e duncas de is gustos, cun sa globalizatzione chi punnat a molere totu e totus, pudende diferèntzias e particularidades.
Connòschere e pigare cussèntzia de is particularidades etno-istòricas e etno-linguisticas nostras non signìficat nen podet e nen depet significare a alabantzare in manera passiva su passadu nostru in tèrmines mitològicos e mancu etnotzentrismu o peus puru serrada conca a foras e/o a su diferente.

d. Valore didàticu
Si assignamus a s’istòria locale unu rolu, una tarea, unu valore formativu e educativu mannu, tocat a dda ponnere in is iscolas de ogni òrdine e gradu – de cue sa proposta de Lege de SARDOS – in pagas paràulas, a intro de is carreras iscolanas, non comente apicajone, comente elementu a una banda de trastigiare a pustis de sa letzione, ma de aunire cun s’istòria generale, de istudiare in parallelu, in manera sinòtica e cuntestuale.
Ma no est sufitziente a istudiare s’istòria locale: toca a dd’iscriere o mègius a dda torrare a iscriere, ca, a s’ispissu s’istòria sarda dd’ant iscrita àteros, is dominadores, is “Binchidores”, chi seguru – dae is Romanos a is Ispagnolos, dae is Piemontesos a is Italianos- aiant e ant, bisuras e interesse “àteros” – pro non nàrrere contràrios – respetu a is nostros, de Sardos.
A dd’iscriere partende dae is cunditziones sotziales, averiguende in logu, imperende ogni paperi a incumentzare dae is documentos, non iscritos feti ma dae totu cussu artzipèlagu de connoschèntzias chi “faeddant” in capas prus de is pabiros e de is documentos de is artzivos (paesàgiu agràriu, restos archeològicos, monumentos, nuraghes, putzos sacros, etz etz.)
Sena sa costrutzione noa de is elementos de prus significu de sa vida de sa gente comuna, s’istòria sighit a èssere istòria evenementiel, est a nàrrere istòria de is rees e de is imperadores, de Pabas e de Generales. E pro cussu in sustàntzia, imboligosa e isbisuriada.

Angheleddu Carboni

Angheleddu Carboni, omine de gabale e grandu iscritore dat su “Benennidu” a sos partetzipantes a s’Atobiu de Patada su 27 de maju.

Su benennidu a istranzos, poetas, patadesos de ‘idda e de fora, a cantos sun acudidos pro unorare e ammentare a padre Luca.
Legende cantu azis imbiadu, mi paret de bos connoscher dae una vida, no pro su chi azis nadu de su poeta, ma pro s’amore e sentidu chi ‘onzunu de a bois mustrat iscriende. Grascias de coro!
E grascias a su professore Francesco Casula, ollolaesu che Ospitone, che a isse, tzerrimu e autorevole difensore de sos sardos e de sa Sardigna.
Unu de sos istoricos e pessadores pius lughidos e sabios de sa Sardigna de oe, e no lu so nende ca est inoghe chin nois.
Connosco dae meda sos iscritos e bideas suas; s’istima mia ‘alet pagu,de fronte a cussa de maigantos sardos e de fora.
Bos prego de ascultare sas paraulas suas chin atenzione manna, ca sun friscas che abba de roca, ca, in custa faina noa, dat una descriscione atenta, e pretzisa che sempre, de s’isula nostra in su tempus de s’ocupascione de sos Savoia e de sas issoro malefatas.
Vicendas chi, a dolu mannu, no s’issinzan in sos bancos de iscola, contadas dae un’istudiosu, testimonzu e mastru de sardidade, chin sa umilidade e cultura de unu sardu ‘eru, nodidu e forte.
Un’invitu a sos giovanos de su sotzìu S’Alveschida, a tales chi sigan a esser de puntorzu e istimulu pro fagher torrare sa ‘idda a esser ghia e esempiu che in tempus passadu.
A su comune, pro loco, associaziones, partidos, pro chi ponzan a banda rivalidades e peleas individuales e politicas, e apan su solu isetu e aficu de no che ‘ogare dae sa paùle de su desertu de sa mancanzia de tribagliu, de sas noas povertades e de s’individualismo e indiferenzia de sos coros cunzados e de sas giannas tancadas, chin s’ajudu de ‘onzi patadesu e bantinesu.
So siguru chi sos amigos Tonino, Nanni, chi no isco s’est resessidu a benner, Barore, Bruno, Carmela, tenores, cantadores a chiterra e coros, bos an a tratenner in custu sero longu, ma pesso e ispero, chena cascos de ifadu, ricu e de ammentare.
Apo lassadu a s’assegus cussu chelvijudu de Rino, grande e sintzeru amigu; cando si ponet in conca una idea, resessit a la ‘atire a cumprimentu.
Li chelzo solu ammentare, chi su manigare meda, su cabidale segat, e chi sa richesa de cust’abboju, pro la dissipare menzus, forsi podiat pienare divescios seros, ma bi sun sa ‘oza de dare totu e luego, su fatu de no istare inoghe, pro cussu lu cumprendo e devimus cumprender.mancari ch’istet atesu, s’amore e impignu pro sa ‘idda, pro sa cultura e istoria, devet mover e ischidare sas cusciescias de totu. Chie lu connoschet, ischit bene chi, in cantu faghet, no b’at perunu disizu de si ponner in mustra, de fama, si no s’istima pro sas raighinas patadesas, orunesas e sardas.
Unu esempiu pro maigantos!
Auguramus a totu unu sero de paghe, gustu, ispraju, creschida, e chi ‘onzunu si che recuat a domos e biddas chin su coro pienu e chin su disizu de unu printzipiu nou, chi no apat mai fine.