Ricordando NEREIDE RUDAS

Ricordando NEREIDE RUDAS

in occasione della sua morte

rudas1

Onore a una grande donna, a una  valente psichiatra, a una straordinaria intellettuale, a una eccellente scrittrice e  studiosa dell’Identità

 

Nasce a Macomer (Nuoro) nel 1925. Dopo studi classici segue Corsi universitari in diversi Atenei Italiani. Laureata in Medicina e specializzata in Neurologia e Psichiatria all’Università di Bologna, consegue due libere docenze (in Psichiatria generale e Psichiatria forense) che le aprono la via dell’insegnamento universitario.

Studiosa della devianza sociale oltre che psicopatologica, firma, insieme al Professor Giuseppe Puggioni la relazione scientifica di base della Commissione parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della criminalità in Sardegna (Commissione Medici) pubblicata negli Atti della Repubblica (Senato, Roma 1972).

Dopo alcune esperienze in Centri e Istituti scientifici italiani ed esteri, vince la cattedra di Psichiatria e insegna nelle Università di Roma e soprattutto di Cagliari, ove inaugura la prima clinica di Psichiatria in Sardegna e dirige l’Istituto universitario di Psichiatria e l’annessa scuola di specializzazione dalla quale escono, fra l’altro, numerosi quadri specialistici per l’assistenza territoriale al sofferente mentale.

Organizza e presiede numerosi Convegni nazionali e internazionali, aprendo la psichiatria sarda a un vasto orizzonte di scambi e confronti.

Presente e attiva anche nelle organizzazioni scientifiche e culturali fonda a Milano (1987) la Società italiana di psichiatria forense. Di tale società viene eletta presidente nazionale, carica che mantiene per molti anni organizzando congressi a respiro internazionale. Attualmente riveste la carica di Presidente onoraria.

Nel 1993 rappresenta l’Europa al Congresso mondiale di Psichiatria di Rio de Janeiro. Svolge missioni scientifiche in rappresentanza dell’Italia in diversi paesi europei ed extraeuropei (Parigi, Lisbona, Madrid, Mosca, Pechino, Buenos Aires).

Ottiene numerosi riconoscimenti, italiani ed esteri tra cui l’alta onorificenza dell’American Academy Psichiatry And The Law (Roma, 1993).

Nella sua vasta produzione scientifica con 450 pubblicazioni (di cui nove a carattere monografico) figurano saggi di psichiatria clinica e sociale sulla emigrazione, (fra cui nel 1974 pubblica Emigrazione sarda, uno studio che faceva parte di una più ampia ricerca sull’emigrazione sarda, svolta dalla cattedra di psicologia della Facoltà di medicina dell’Università di Cagliari),  sull’anziano, (fra cui nel 1987 La condizione dell’anziano: da una vita senza qualità a una qualità della vita), sulla depressione. Un filone di ricerca riguarda i temi della riforma psichiatrica e della organizzazione psichiatrica territoriale (fra cui nel 1978 Psichiatria e territorio),

Negli anni ’90 si dedica a pubblicazioni sull’identità, sulla libertà e sulla lettura psicodinamica in opere artistiche sarde.

Nel 1997 pubblica il saggio, l’Isola dei coralli (per Nuova Italia scientifica, Roma), premiato con medaglia d’oro del Presidente della Repubblica, di cui una nuova edizione sarà pubblicata nel Luglio del 2004 da Carocci editore.

Nel 2001 pubblica Storie Senza, che riscuote un successo di critica per la sensibilità con cui viene affrontato il complesso tema della sofferenza mentale.

Sempre nel 2001 viene nominata dal Ministro della Pubblica Istruzione professore emerito. E’ Presidente dell’Istituto Gramsci della Sardegna.

In un’intervista ha detto: Forse perché ho vissuto fra sofferenti coartati nelle loro libertà ho tanto amato questa parola che nell’originale sumerica suona “amargia” che significa ritorno alla madre.

La medicina è stata per me una forma totale, quasi utopica di esistenza: rapporto con l’altro, modalità liberatrice, visione del mondo.

Muore a Cagliari il 19 gennaio 2017.

 

Tra le sue opere più squisitamente letterarie  occorre ricordare L’Isola dei coralli che – come sottolinea l’autrice in una nota alla prima edizione del 1997 – non nasce tanto da un’idea o da un progetto, quanto da un sentimento. Anzi da un sentimento di appartenenza. Da un legame con la sua terra, la Sardegna. Della cui realtà vuol essere una lettura, in chiave psicodinamica, nel suo profilo identitario.

Ma non è un libro sulla Sardegna – precisa in una nota alla edizione del 2004 –  bensì per la Sardegna, luogo, simbolo e metafora. Di cui racconta le tormentate vicende di un mondo frantumato: un’Isola insieme cristallizzata e coartata ma anche potenzialmente vitale e creativa. Soprattutto nell’area geografica e culturale del centro Sardegna.

Nereide Rudas constata infatti che le personalità creative isolane, unanimemente riconosciute, sono in gran parte concentrate, per oltre il 63%, nell’area del Nuorese, nella “Sardegna interna”: area dell’isolamento, della criminalità e anche della psicopatologia. L’autore quindi – esplorando l’attività creativa dei Sardi dalla sua prospettiva disciplinare  e affascinata da questa creatività, insolita, per certi versi inattesa, quasi misteriosa–  ritiene che una delle radici della creatività dei sardi trovi origine nella esperienza depressiva e alla luce delle teorie psicanalitiche ritiene che i testi narrativi di molti autori sardi possano essere interpretati come simbolizzazioni poetico-intellettuali della esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione del proprio mondo interno, riconducibile appunto a una sofferenza depressiva che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Sulla figura di Nereide Rudas e sulla sua opera l’Isola dei coralli Paolo Fadda scrive: “Nereide Rudas (psichiatra di fama, saggista e intellettuale a tutto tondo) uno dei personaggi centrali – e più autorevoli – dell’intellighenzia isolana degli ultimi decenni…ha segnato con importanti contributi il difficile percorso compiuto dal popolo sardo per la modernizzazione della propria terra…metaforicamente definita l’isola dei coralli, simbolo di quella preziosa arborescenza che anziché espandersi all’esterno, fiorisce e si ramifica nelle profondità marine…questa somiglianza corallina è assai “centrata” perché la Sardegna ha sempre vissuto la propria storia sotto traccia…come il corallo, di profondi e intangibili valori interni e perciò profondamente identitari…ed è proprio questo discorso sull’identità sarda – sui suoi valori e disvalori – che fa da pivot centrale allo studio della Rudas”

[Paolo Fadda, Sardegna economica, Bimestrale della Camera di commercio di Cagliari, n.4-5 2006, pagina 79].

Il corallo, quella preziosa arborescenza di cui la Sardegna è ricca e che anziché espandersi all’esterno si ramifica nelle profondità marine, metaforicamente rappresenta la storia e l’identità dell’Isola: un’identità lacerata e fessurata. Ciò perché, come Sardi, storicamente, abbiamo sempre avuto un rapporto problematico con la realtà, una non conciliazione con il mondo. Di qui l’insicurezza e la sofferenza, frutto anche degli imperativi che ci hanno imposto dall’esterno i dominatori che si sono via via alternati nell’Isola: imperativi drammaticamente azzeranti, repressivi e nullificanti.

L’Identità di cui parla Nereide Rudas nel saggio non è analizzata però secondo le modalità della sociologia o dell’antropologia, ma secondo l’ottica specifica dell’attenzione psichiatrica: un’identità scissa, vissuta come problema, dentro i labirinti della sofferenza e dei tormenti, non come tranquilla modalità di essere nel mondo: quella sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi.

Un’identità di cui l’autrice – più che cogliere l’essenza –  s’interroga sul corpo dei significati che vogliamo esprimere con essa. Un’Identità dinamica, come percorso e progetto, non data e definita una volta per tutte, il che non significa che non ci sia qualcosa di stabile. Un’identità individuale ma che affonda in un corpo sociale, che invera quella dei singoli e la fa diventare concreta.

  Un’identità che nei romanzieri e scrittori sardi – in Deledda come in Lussu, in Giuseppe Dessì e Salvatore Satta come in Salvatore Cambosu e Francesco Masala – è così forte che la Sardegna non è un semplice scenario, uno sfondo, ma la vera protagonista, non un luogo ma il luogo, non l’oggetto ma il soggetto.

Colpisce nel saggio di Nereide, pur in presenza di analisi di tipo psichiatrico e psicanalitico, la cifra della scrittura, la levità e il nitore del linguaggio, la suggestione della sua prosa, che affascina, che incanta e che cattura.

Certo per Nereide Rudas la memoria di noi sardi come una preziosa arborescenza di corallo, anziché ergersi e dilatarsi nell’aria si è inabissata nel nostro mare interno. Invece di espandersi e svilupparsi nel di-fuori, si è sommersa ed estesa nel di-dentro: ma, indovandosi, è diventata tenace e labirintica.

Certo, siamo un’Isola con sacche di arretratezza e di infelicità e non abbiamo ancora metabolizzato il nostro lutto, ma abbiamo grandi possibilità. Per la Sardegna si profila un orizzonte più felice e prospero se sapremmo coltivare e mettere a frutto i coralli nascosti. Bisogna però, secondo l’autrice, impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale. E conclude: allora la misteriosa “creatività” dei sardi di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera.

NereideRudas e il problema dell’Identità: una problematica attuale

“[…] Complessa e difficile tematica dell’autoconsapevolezza e dell’indivi­duazione personale e collettiva l’Identità è andata assumendo grande ri­lievo sia che venga riferita all’individuo, sia che venga riferita a gruppi, a formazioni sociali, a popoli o ad etnie, il concetto identitario si è ormai da tempo imposto all’attenzione scientifica, culturale sociale e politica.

Con le sue scansioni e tensioni, ma anche con le sue cadute e silen­zi, il tema identitario ha attraversato tutto il `900 per giungere come di­scorso aperto sino a noi.

Il secolo trascorso, teatro di grandi e profondi cambiamenti, è consi­derato l’epoca della memoria moderna e dell’identità che conservano an­cora oggi grande peso di valore e di obbiettivo.

La crescita esponenziale della scienza e della tecnologia, la rottura del­l’isolamento e della demarcazione tra gli Stati, l’oltrepassamento dello stesso confine del nostro pianeta (esplorazione spaziale, primo uomo sul­la luna, ecc.), ma anche il superamento del confine corporeo (organi in­terni prima invisibili e resi ora sempre più trasparenti dalle diagnostiche molecolari e per immagini; nuove tecniche riproduttive; gravidanze sur­rogate, trapianto d’organi, ecc.) hanno reso gli individui e i popoli sem­pre meno inviolati, chiusi e circoscritti. I Paesi e Continenti sono sempre più vicini e comunicanti e, soprattutto, interdipendenti.

Quasi nessun gruppo, popolo o etnia vive ormai nel proprio isolamen­to, ma è sempre più spinto a confrontarsi con altri gruppi, popoli ed et­nie diverse da Sé.

La storia di ciascun gruppo, popolo od etnia confluisce e si embrica con altre storie e tende a scorrere in un flusso storico più ampio, com­plesso e intrecciato.

Nello scenario attuale di frantumazione delle barriere nazionali, di ri­mescolamento di popoli e di culture (si pensi ai forti flussi migratori), nel­l’orizzonte dell’incombente globalità, inevitabilmente omologante, si af­ferma e prende voce il diritto delle piccole e grandi patrie a conservare la propria specificità. Nasce l’esigenza di tutelare la diversità quale bene da custodire e tramandare non solo nel proprio ambito, ma quale bene e valore generale, prezioso per tutti.

  È “l’incontro ravvicinato” di nuovo “tipo”, forse il tratto caratterizzante del nostro tempo, a porre e riproporre appunto il tema dell’identità. Perché non solo non si può andare all’incontro e al confronto con l’Altro senza sapere ciò che uno è, ma perché quell’uno è anche ciò che l’Altro riconosce in lui.

La mia identità comprende, infatti, sia l’au­toconspevolezza (coscienza di me stesso), sia 1’eteroriconoscimento (il riconoscimento che gli Altri conferiscono alla mia unicità, singolarità e continuità nel tempo). Anche in Sardegna si parla e si discute molto di Identità.

Non c’è Convegno, Congresso, Seminario, in cui non si affronti direttamente o indirettamente il tema identitario, intensamente seguito ed emotivamente partecipato.
L’identità etnica, storica, linguistica, culturale e sociale, rappresenta­no altrettanti argomenti che appassionano molti sardi.

Anche da questa ormai vasta documentazione, così come da saggi, libri, articoli ecc. emerge che l’identità sarda, la sardità, è ormai una ca­tegoria ben individuata, fondata su una caratteristica etnia e cultura. È d’altronde da considerare che sulla nostra entità peculiare e distinta, sul­la nostra specificità etnica e sulla particolarità della nostra vicenda stori­ca è basato il nostro stesso ordinamento regionale.

Noi siamo, almeno sulla carta, una regione ad ampia autonomia spe­ciale (Regione a Statuto Autonomo Speciale) […] ”.

[Nereide Rudas, in Emilio Lussu, trent’anni dopo, Alfa editrice, Quartu, 2006, pagine 17-18]

Nereide Rudas e la cultura sarda:depressiva/creatinogena?

 “Avanzerò qui alcune considerazioni preliminari senza alcuna pretesa esaustiva, limitandomi al romanzo e sorvolando su spinose questioni di fondo.

Al di là della discussione sull’esistenza o meno di una letteratura specifica sarda, a me pare che i testi letterari possano comunque essere assunti come documenti che esprimono non solo “il punto di vista” degli scrittori sardi, ma vanno oltre.

Dalla mia prospettiva disciplinare questi documenti non solo chiariscono gli aspetti concettuali, i modelli cognitivi e il linguaggio del gruppo che scrive, ma ne rivelano anche i livelli fantasmatici più profondi.

I testi narrativi possono essere colti come simbolizzazione poeti­co-intellettuale di una esperienza storico-culturale di uno specifico popolo e insieme come elaborazione metaforica degli aspetti emoti­vi profondi del suo mondo interno.

Anche nella narrativa del popolo sardo si può quindi ritrovare, in forme più o meno dirette ed esplicite, la riflessione, a livello di autocoscienza sul Sé, sull’altro da Sé e su tale rapporto.

Partendo da questi presupposti mi sono cimentata in un discor­so sull’identità dei sardi, colta nella sua dimensione relazionale e dia­lettica, tratta da miti, forme e linguaggi della letteratura sarda. Il romanzo sardo esaminato nell’ottica psicodinamica mostra una struttura identitaria e una Weltanschauung diverse da quelle emer­genti dal romanzo italiano.

Sebbene la letteratura italiana sia stata forse meno monocentrica di altre narrative europee e si sia meno accentrata su un proprio unico modello, non vi è dubbio che essa abbia comunque proposto para­digmi, schemi e patterns culturali di una cultura dominante.

Il romanzo sardo, pur collocandosi all’interno dell’universo lin­guistico e culturale italiano, se ne discosta per molti aspetti. Leggen­do le opere di Grazia Deledda, di Salvatore Satta, di Emilio Lussu e, a ben guardare, dello stesso Antonio Gramsci, cogliamo subito una specificità e una diversità. Confrontate con le altre opere lette­rarie italiane esse ci appaiono in un certo senso fra loro “omogenee” e nel contempo irrimediabilmente “altre”.

Sotto questo profilo la letteratura sarda potrebbe, perciò, rap­presentare un significativo specchio in cui i sardi si riflettono ma nel quale anche la cultura italiana può cogliere uno sguardo su se stessa da parte di un gruppo simile/diverso. In tal senso la narrativa sarda può o potrebbe costituire un polo dialogico di significativa impor­tanza e utilità generale.

Se si ritorna al romanzo sardo e lo si pone sotto il riflettore psico­dinamico, esso rivela temi fondanti, già noti agli studiosi di letteratura.

Tra questi si possono annoverare quelli relativi:

– al vissuto di perdita;

– alla “nostalgia immobile”;

– alla caducità;

– all’”utopia ferma”.

Il romanzo sardo è innervato da vissuti di perdita e da una do­lorosa e raggelata coscienza di mancanza. Se ne potrebbero citare numerosi esempi.

Il coinvolgimento di perdita non appare però solo direttamente e contingentemente legata a specifiche situazioni o a eventi di vita.

Questi, se affiorano, sembrano solo riacutizzare e rendere evidenti un vissuto più antico e profondo.

Anche nella finzione letteraria l’esperienza di perdita del sogget­to va indietro e si dilata a una condizione più radicata e lontana. II suo vissuto sembra saldarsi al sentimento generale di una perdita ori­ginaria. In tal senso i personaggi dei romanzi sardi ci appaiono come orfani e apparentati da questa orfanità. È questa una condizione che sembra trascendere non soltanto il dato anagrafico, ma il sesso, l’età, lo stato sociale, le vicissitudini di vita, le vicende dell’esistenza ecc.

Orfani o figli di una “nazione mancata”, i personaggi della nar­rativa sarda avanzano nudi e dolenti alla perenne ricerca della pro­pria nascita, delle proprie origini, della propria identità. Ecco per­ché vivono esiliati nella propria terra, nostalgici di uno spazio e di un tempo che non sono mai esistiti. Per nascere ed esistere bisogna, infatti, confinarsi in una casa, che non consiste nelle quattro mura di un edificio segnato in una mappa catastale, ma è un luogo origi­nario e un tempo originario per i significati di appartenenza, sicu­rezza e identità che vi sono inerenti.

Le figure della narrativa sarda, pur specificamente connotate e pur esprimendo un forte desiderio di appartenenza, sembrano inve­ce rimanere esiliate nella loro terra ed essere estranee alla propria casa1. Esse ci appaiono inconfondibilmente pervase da una sorta di coscienza nostalgica che ho definito “immobile”.

La nostalgia, topos letterario dall’Odissea in poi, è un tema ricor­rente nella letteratura di molti popoli e Paesi. Il coinvolgimento no­stalgico trova tuttavia nella narrativa sarda una particolare e incisiva valenza.

Su un altro piano, d’altronde, negli emigrati sardi, particolarmente vulnerabili alla separazione e al distacco dalla propria terra, emerse­ro insistite e invasive reazioni nostalgiche. Attanagliati dal sentimen­to nostalgico, dalla coscienza di un “altrove” estraneo, i sardi vissero un’inquietudine profonda e una disperata tristezza che spesso scon­finò in quadri depressivi.

Questa particolare nostalgia pervade anche il romanzo sardo. È una nostalgia struggente e destruente e nel contempo “immobile”. Sembra declinarsi e prescindere dalla dinamica che solitamente l’ac­compagna e la determina. In tal senso è una nostalgia senza viag­gio.

Nel romanzo sardo la perdita e la separazione e lo stesso viaggio sono mitici. La patria è perduta o ritenuta tale, non perché ci si è allontanati da casa; diventa irraggiungibile perché è proiettata in un mitico passato. È il nóstos a una condizione originaria, fuori della storia.

Il ritorno è sempre a un continente sconosciuto, inconscio, a cui ogni approdo è possibile. Qui l’accostamento all”`oggetto” kleiniano perduto sembra trovare una sua pregnante legittimazione.

La “nostalgia immobile”, quale tentativo di ritorno alle origini, conato di raggiungere un “oggetto” irraggiungibile, si riconnette a un altro tema dominante della narrativa sarda: la caducità.

L’intera gamma del caduco, che si esprime nel sentimento del­l’essere effimeri, dell’essere fuscelli in balia di forze indomabili e pre­ponderanti, dell’essere “canne al vento” nel vortice estraneo ed estra­niante della sorte e della storia è un Leitmotiv della letteratura sarda.

Il vissuto di essere perituri e insieme inutili, sviliti nel proprio valore e, per di più, incapaci di gestirsi e dirigersi autonomamente, quindi in continuo rischio di cadere in preda a forze incontrollabili e invincibili esterne, è profondamente radicato nella nostra cultura e si riflette in molte nostre espressioni letterarie.

L’ho esaminato particolarmente in Cenere di Grazia Deledda, interpretandola alla luce del pensiero di Freud2.

La caducità, che nell’ottica psicoanalitica è riconducibile al Tha­natos, ha una forza così distruttiva e annientante nella narrativa sar­da da connotare persino eventi definitivi come la nascita e la morte.

II vissuto dissolvente della caducità in Cenere è riferito alla nasci­ta, mentre nel Giorno del giudizio di Salvatore Satta è riferito alla morte.

In entrambi i romanzi, pur diversi per trama, modalità espressi­ve, linguaggio, stile narrativo ecc., la forza del caduco si afferma e si impone in una dimensione violenta e distruttiva.

Così la nascita diviene “cenere” e la morte “effimera”. C’è qui quasi l’ala di un delirio nichilistico, un cupio dissolvi, perentorio e oscuro, in cui si toccano i più profondi e desolati confini di una desertica landa depressiva3.

Ma anche la tensione visionaria, già richiamata, sembra collegar­si profondamente ai primi temi esaminati. È anch’essa una visiona­rietà “ferma”, che non si traduce in una spinta in avanti e non ani­ma alcun sogno di trasformazione e cambiamento, magari utopico. Il sogno rimane esso stesso chiuso, sganciato da un orizzonte di possibilità future.

La febbre visionaria sembra così più una risposta vitale agli at­tacchi distruttivi del Thanatos che una vettorialità propulsiva. La ten­sione visionaria perciò rimane, rispetto alla direzione dell’avanti, al­trettanto ferma di quella della nostalgia rispetto a quella dell’indietro.

Entrambe ci appaiono immobili.

Tutti questi temi presenti e insistiti nel romanzo sardo parlano, a mio avviso, lo stesso linguaggio. Essi ci dicono una grave sofferenza che può essere definita in senso lato depressiva.

Possiamo, dunque, affermare che il romanzo sardo, dal punto di vista contenutistico, ne esprime una sua forte e pregnante dimensione.

Il rapporto dello scrittore con la sua opera, il suo “attaccamen­to” tenace, irreversibile all’oggetto Sardegna, conferma una coscien­za infelice e minacciata del Sé, che si apre diffidente e insicura sul mondo.

Questa coscienza riflette, in forme più o meno dirette, la cultura e la società in cui il romanziere vive e opera.

La sofferenza che ha segnato l’esistenza individuale e collettiva dei sardi, come d’altronde emerge da valutazioni storiche e antropo­logiche, si è tuttavia incanalata in una trasposizione creativa. Ha tro­vato cioè la forza di percorrere la strada privilegiata della creatività e di tradursi in opere e forme letterarie e artistiche.

Il discorso ritorna così ai suoi assunti iniziali e tende a conclu­dersi. Ma giunta a questa fase finale temo di aver sollevato più que­siti che offerto risposte. Nutro soprattutto il timore di aver ingene­rato equivoci.

Per tentare, sinteticamente, di dissiparli almeno in parte, deside­ro sottolineare alcuni importanti passaggi del discorso, che potreb­bero essersi persi o dispersi nel tessuto espositivo.

Il primo concetto da ribadire è: non sostengo che per creare bi­sogna essere depressi. Questa asserzione sarebbe ingenua e facilmente smentibile dalla comune osservazione che numerosi depressi non sono creativi e che molti di loro possono addirittura cessare di esserlo proprio a causa della forte inibizione depressiva.

D’altronde la maggioranza dei non depressi (i soggetti cosiddetti normali o comunque non affetti da evidenti patologie) non mostra­no solitamente spiccate capacità creative.

Le cose sono molto più complicate. Si può però certamente dire che tra depressione e creatività esiste un legame, una correlazione altamente significativa, così come emerge da rigorosi dati di ricerca.

Questa correlazione, insieme a numerosi dati dell’esperienza cli­nica, ci autorizza a pensare che soggetti, a gradi contenuti di depres­sione, possono superare le proprie ansie depressive e ribaltarle nel­l’opera d’arte.

Coloro che vanno incontro a disturbi dell’umore sono d’altron­de più inclini a sondare e interpretare il proprio mondo interno nel gioco delle luci e delle ombre di oscillazioni estreme dell’umore. Essi perciò, in certe e irripetibili condizioni socio-culturali e ambientali, potrebbero più facilmente operare quella “sintesi magica” che porta alla produzione creativa.

Analogicamente si può ipotizzare, che a livello collettivo, gruppi e popoli, conquistando specie dopo il buio di dolorose oppressioni, condizioni più favorevoli, divengano capaci di operare “sintesi magi­che” e di produrre artisticamente.

Anche il gruppo sardo, dopo una lunga storia di isolamento e di dominazione, emancipandosi, seppure parzialmente, da un’emargina­zione storica, sociale e culturale potrebbe essere stato spinto da una forte motivazione a emergere e a trovare compensazioni e riparazio­ni alle passate privazioni.

Accedendo a una più ampia disponibilità di mezzi culturali e al confronto con altri gruppi e popoli, i sardi avrebbero potuto così imboccare la via della produzione creativa. Potrebbero essere stati in ciò agevolati da un certo distacco dal­le contingenze della vita e dall’abitudine a vivere in solitudine.

D’altra parte l’isolamento, preservando dal totale dissolvimento una cultura originaria assediata, ha fatto sì che i sardi fossero porta­tori di valori, patterns cognitivi e culturali e comportamentali propri, sebbene “residuali”.

Entrando in contatto con quelli della cultura italiana, avrebbero disposto di schemi cognitivi, non appiattiti conformisticamente sullo schema dominante, e perciò sarebbero stati stimolati a trovare solu­zioni “divergenti” e, quindi, creative.

La loro creatività, che si è sinora espressa in condizioni dolorose e difficili, pone problemi e quesiti che si prospettano nell’avvenire.

Fondamentale importanza riveste la necessità di individuare e incrementare i già presenti fattori favorenti la creatività della nostra cultura e della nostra società. In tal modo la nostra creatività, se con­venientemente sostenuta e agevolata, potrebbe dare in futuro straor­dinari frutti.

Ma per ottenere questi risultati bisogna impegnarsi in un grande sforzo collettivo, in un serio, profondo e rigoroso progetto culturale.

Allora la “misteriosa” creatività dei sardi, di cui ho tentato di illuminare la faccia nascosta, si potrà dispiegare più potente e libera”.

Note (presenti nel testo)

  1. Aquilino Cannas intitola emblematicamente un suo prezioso libro di poesie dedicato alla Sardegna con le parole dell’esilio nella propria patria. Cfr. Disterru in terra (La saga dei vinti), TIAM, Cagliari, 1993.
  2. Ho interpretato Cenere, famoso romanzo di Grazia Deledda, secondo l’otti­ca freudiana della caducità. Cfr. S. Freud, Caducità (1916), in Opere, cit., vol. VIII. Cfr. infra, cap. 5, in particolare il par. 53.
  3. In alcune forme gravi di melanconia il malato può manifestare idee che arri­vano a negare l’esistenza del proprio corpo, del mondo, del tempo e della stessa morte. Le idee di negazione possono organizzarsi in un delirio nichilistico o “Sindro­me di Cotard”.
Ricordando NEREIDE RUDASultima modifica: 2017-01-20T08:15:01+00:00da zicu1
Reposta per primo quest’articolo

Lascia un commento