Lezione per l’Università della Terza Età di Quartu

Emilio_lussuLezione per l’Università della Terza Età di Quartu

EMILIO LUSSU: Il mitico comandante militare, il fondatore del Partito sardo, il combattente antifascista, il grande scrittore.

A cura di Francesco Casula

Emilio Lussu nasce ad Armungia (Ca) il 4 Dicembre 1890 in cui conosce “gli ultimi avanzi di una società patriarcale comunitaria senza classi”. Laureatosi a Cagliari in Giurisprudenza nel 1915, interventista convinto e chiassoso, partecipa con entusiasmo, “con l’elmo di Scipio in testa” alla Prima Guerra mondiale, trascinato da una forte passione civile, ispirata a sentimenti democratico-risorgimentali, introiettati durante le giovanili esperienze nell’Università di Cagliari.

   Al fronte, sperimenta invece sulla propria pelle, l’assurdità e l’insensatezza della guerra: la vita dei soldati sardi morti, a migliaia, in inutili azioni dimostrative richieste dalla scellerata strategia del generale Cadorna (“più utile al nemico da vivo che da morto” lo definirà) susciterà in lui un moto di ribellione consapevole e una rivolta morale alla guerra e alla classe che la provoca.

Leggendario comandante della “Brigata Sassari”, prima tenente poi capitano, per il suo eroismo gli verranno assegnate ben quattro medaglie, diventando poi per i Sardi –e non solo per gli ex combattenti- un vero e proprio mito.

Finito il conflitto bellico, Lussu viene trattenuto in servizio di punizione alla frontiera iugoslava, “colpevole” di aver dimostrato i traffici illeciti di un generale a danno dei beni dell’esercito. Rientrato in Sardegna solo nel 1919, partecipa alla fondazione del Partito sardo d’azione la cui nascita, secondo lo stesso Lussu , è da porre in stretta relazione con l’esperienza della guerra, con il senso di solidarietà creatosi fra i soldati sardi al fronte, con la presa di coscienza politica che era avvenuta non solo in lui ma anche da parte dei suoi compagni.  “Non fu –scriverà Lussu- propriamente un movimento di reduci, come quello dei combattenti in tutta Italia. Fin dal primo momento fu un generale movimento popolare, sociale e politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e dei pastori”.

Nelle liste del Partito sardo d’azione Lussu verrà eletto deputato nel 1921 e 1924, rappresentandolo in Parlamento fino al 1926, quando dovette fare i conti con il nascente fascismo di Mussolini e con le provocazioni e le violenze dello squadrismo in camicia nera.

Dichiarato decaduto in quanto “aventiniano”, il 31 Ottobre del 1926 quando ormai il fascismo stava imponendo la sua dittatura con le “leggi fascistissime”, lo scioglimento dei partiti e dei sindacati di ispirazione socialista e cattolica, Lussu viene assalito nella sua casa a Cagliari da un gruppo di fascisti. Quello stesso giorno a Bologna, c’era stato un attentato, fallito, contro il duce e i fascisti non perdono l’occasione per scatenarsi ovunque alla caccia degli oppositori. Per difendersi Lussu spara un colpo di pistola contro il primo squadrista che gli si presenta davanti e lo uccide. Arrestato e assolto dai giudici in istruttoria per legittima difesa, viene però condannato in via amministrativa da una commissione fascista, in base alle leggi eccezionali per la difesa dello Stato, volute da Mussolini, a cinque anni di deportazione a Lipari dove conosce –fra gli altri- Ferruccio Parri, Carlo Rosselli e Fausto Nitti, con cui nel 1929, dopo quattro tentativi falliti riesce a evadere avventurosamente per rifugiarsi a Parigi.

Qui da esule, insieme ad altri emigrati politici italiani –fra cui Gaetano Salvemini e Carlo Rosselli-  sarà fra i fondatori di “Giustizia e Libertà” di cui rappresenterà l’ala rivoluzionaria. Nel 1936 verrà ricoverato nel sanatorio di Clavadel-Davos dove sarà sottoposto a un difficile intervento chirurgico ai polmoni, in seguito all’aggravarsi di una malattia seria, la Tbc, contratta nel carcere fascista, malcurata a Lipari e trascurata nell’esilio.

Nel corso della degenza porterà a termine la stesura dell’opera Teoria dell’insurrezione in cui sostiene l’insurrezione popolare antifascista e un nuovo ordine statuale improntato al federalismo democratico e repubblicano. Nel 1937 scrive Il Cinghiale del diavolo, racconto sulla caccia che diviene pretesto per riepilogare le radici antropologiche dell’autore che, in quanto avvertite come autentiche, sono rievocate positivamente e ottimisticamente. Nel 1938 scrive il suo capolavoro: Un anno sull’altipiano, grande e mirabile denuncia di quel “macello permanente” che è la guerra.

L’altra opera più famosa, in cui rievocherà le vicende politiche del decennio 1919-1929, Marcia su Roma e dintorni, la scriverà fra il ’29 e il ’33, insieme a La Catena. Nel 1968 scriverà il saggio politico Sul Partito d’azione e gli altri, mentre uscirà postumo La difesa di Roma nel 1987.

Partecipa alla guerra civile in Spagna poi alla Resistenza in Francia e in Italia. Ministro all’assistenza post-bellica (1945) e per i rapporti con la Consulta (1945-46), fu deputato alla Costituente e in seguito senatore prima di diritto (1948) poi eletto fino al 1968.

Muore a Roma alle 14 di Mercoledì 5 Marzo del 1975 a 85 anni, povero e in casa d’affitto.

  1. L’ironia di Lussu, scrittore irregolare

In Marcia su Roma e dintorni Lussu rievoca le vicende politiche del decennio 1919-1929: un libro testimoniale da cui comunque è possibile ricavare un nitido e complessivo quadro della situazione politica italiana e sarda di quel decennio. Così la lotta degli antifascisti, i cedimenti e le complicità con le illegalità fasciste dei poteri costituiti, (che avrebbero dovuto difendere invece e garantire le istituzioni liberali e democratiche), gli opportunismi dei singoli pronti a schierarsi, in barba ai principi proclamati fino al giorno prima, con i più forti del momento, diventano oggetto di una narrazione avvincente, sostenuta da una forza ironica non comune.

Ironia che è senza alcun dubbio strumento del moralismo di Lussu, ma, lungi dal condurre a una lettura sorridente e conciliativa, tesse sempre inquietante lo spettacolo con la ferocia erosiva di chi, fedele al suo modo di fare politica, nella volontà attivistica vede l’unica chance di salvezza per un’epoca tragica.

L’ironia di Lussu trova fondamento nella tradizione umoristica sarda. A conferma di quanto lui stesso sostiene “…Nella letteratura non ho maestri. L’ironia che mi viene attribuita come caratteristica dei miei scritti non è mia ma sarda. E’ sarda atavicamente…”

Lussu, scrittore irregolare, difficilmente incasellabile in qualche “ismo” tradizionale, refrattario alle etichette e senza maestri, manifesta segnatamente in questo capitolo –ma il discorso attiene alla sua opera complessiva, specie ai due capolavori- una scrittura che è agli antipodi della vuota retorica dannunziana e futurista, con cui identifica la letteratura tanto da assegnare a questa una valenza negativa. E comunque sfugge agli schemi tradizionali della letteratura accademica, come fuga dalla realtà e tutta ripiegata in se stessa: la sua scrittura infatti impastata di realtà e di valori etico-politico-sociali alti e forti è caratterizzata da un giro di parole essenziale e rapido, dai gesti e dagli scatti veloci e ironici, dai toni vivaci, dal sapido, icastico e sottile umorismo, dai tratti parodistici intinti nel sarcasmo, dal gusto dei ritratti satirici e corrosivi, tanto che in essi possiamo sentire “lo schiocco delle scudisciate” (Peppino Fiori).

“Io non appartengo alla Repubblica delle lettere, ebbe modo di sostenere Lussu. E i miei scritti sono tutti saggi politici e autobiografici. Se dopo la prima guerra mondiale non avessi assunto un impegno politico, non avrei mai scritto un libro”. Per capire questa sua posizione occorre tener presente i tempi dominati stilisticamente da D’Annunzio e dai Futuristi: il primo caratterizzato dalla scrittura ridondante e dalla divinizzazione della parola poetica (il verso è tutto), tutto avvitato nei labirinti del gusto della parola esuberante e frondosa, ridondante e superflua; i secondi sempre alla ricerca di una sintassi nuova che finì col baloccarsi con i punti esclamativi. Mentre la prosa lussiana sarà sempre asciutta ed essenziale. Confronta lo stile di Lussu con quello di D’Annunzio.

  1. -La balentia

Con il termine sardo “balentia” (letteralmente, prodezza, bravura, atto di coraggio) si vuole indicare nella storia, nella cultura e nella civiltà sarda il “valore” di un uomo, insieme fisico e intellettuale ma soprattutto morale. La personalità di base di Lussu avviene all’interno di quella società e di quella cultura barbaricina tutta modulata sui valori alti della balentia come coraggio della sfida, come abilità fisica (destrezza, velocità) e psicologica (coerenza), come senso di consapevolezza e rigore nell’adempiere gli obblighi che una vita “nobile” impone. Anche se occorre subito precisare che la “nobiltà” e il “patriziato” di cui parla Lussu è una definizione morale non sociale.

  1. Un anno sull’altipiano

Un anno sull’altipiano è la cronaca di guerra direttamente vissuta da Lussu, in una posizione drammatica: da una parte interventista, dall’altra oppositore della classe dirigente. “Io non ho raccontato che quello che ho visto […] ho rievocato la guerra così come noi l’abbiamo realmente vissuta”, scriverà in seguito. Lineare nella struttura –viene scartato persino l’artificio consueto del diario-  il libro racconta la storia di un anno cruciale (il 1917) come intuizione di esiti reazionari insospettati e di possibilità iniziali di rivolta. “Per la prima volta –scriverà Lussu in La Brigata Sassari e il Partito sardo d’azione– si rendevano conto che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli artigiani. E gli altri dov’erano?…Altra scoperta: anche dall’altra parte la guerra la facevano i contadini e gli operai. E anche loro perché la facevano?”.

Cogliendo e descrivendo gli aspetti quotidiani della cruda e confusa vita e realtà della trincea, drammatici, assurdi e grotteschi insieme, Lussu nel passo che si riporta spiega qual è il diaframma culturale che divide gli uomini in guerra, rinserrati dentro la stessa trincea ed esposti a tragiche sortite comuni: da una parte i fanti, i contadini, i pastori e dall’altra gli ufficiali, ma soprattutto i generali, di cui Leone ne è un significativo emblema, che mandano al macello sicuro i soldati. Due classi che non riescono a fondersi neanche attraverso l’orrore delle esperienze comuni, in mezzo al sangue e al fango. La barriera resta insuperabile. Solo alla fine alcuni ufficiali subalterni, poco a poco, capiscono il rapporto e vogliono superarlo a costo della vita, e i soldati pastori o contadini, alla fine si incontrano esprimendosi contro le menzogne, le ipocrisie, le ambizioni di una casta di generali che trovava giustificazione al proprio esistere esclusivamente nei mascheramenti patriottici. Sono loro i nemici, prima e oltre che gli austriaci, i nemici naturali.

  1. Lussu e la guerra

Nell’agosto 1914, allo scoppio delle ostilità, molti –e fra questi Lussu- avevano esultato e si erano arruolati entusiasti, -grazie anche alla propaganda dannunziana e futurista- immaginando di prender parte a una gloriosa ed eroica avventura, convinti che il sacrificio di sangue avrebbe rigenerato gli individui e le nazioni e che il parto doloroso avrebbe dato vita a un mondo e un uomo rinnovati.

Dopo pochi mesi l’entusiasmo era scomparso. Tutti si resero conto che la guerra era completamente diversa da quelle fino ad allora combattute: per l’enormità delle masse mobilitate, per la potenza bellica e industriale impiegata, per l’esasperazione parossistica dell’odio ideologico, per l’ingente numero di soldati sacrificati inutilmente. Ad iniziare dai Sardi.

Su 100.000 partecipanti, ben 13.602 sardi moriranno nella prima guerra mondiale: soprattutto pastori e contadini (1386 morti ogni diecimila chiamati alle armi, la percentuale più alta d’Italia, la media nazionale infatti è di 1049 morti), per non parlare delle migliaia di mutilati e feriti.

Da interventista chiassoso, anzi il leader degli interventisti universitari di Cagliari, diventerà un severissimo critico della guerra, segnatamente di quella atomica. La sua stessa visione federalista si basa sulla pace: “di guerre non ne vogliamo e vogliamo collaborare e allontanare le guerre vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola”, scriverà. In questo modo il federalismo è la concreta negazione della divisione del mondo in blocchi, in quanto implica l’ideale della progressiva cooperazione e integrazione. Esso è inoltre una necessità, una realtà irrinunciabile nel mondo dell’interdipendenza globale e della potenziale (e ultima) guerra atomica. L’unica risposta razionale al bisogno di pace e di democrazia.

Per Lussu inoltre il problema dell’unità europea coinvolge direttamente la questione vitale del “controllo internazionale dell’energia atomica, mediante la costituzione di un’autorità di controllo internazionale”. Il problema dell’ONU viene così visto in termini radicalmente negativi: “E’ una società per azioni” afferma “in cui il 97% delle azioni è rappresentato dagli Stati Uniti d’America. Esso non dà garanzia né di equità né di giustizia”. Anche se poi Lussu è costretto ad accettarlo perché fuori dell’ONU “c’è il baratro nella vita dei popoli”. La sua vera funzione deve comunque essere di “impedire ogni contrasto che inasprisca situazioni che possono portare alla guerra”  perché dal fallimento dell’ONU “non può che avere inizio la terza guerra mondiale”.-Il pacifismo di Lussu nascerà dalla sua esperienza sul fronte, con l’opposizione netta, radicale, decisa alla guerra: ” Di guerre non ne vogliamo più – scriverà – e vogliamo collaborare e allontanare la guerra vita natural durante nostra e dei nostri figli e a renderla impossibile per sempre, disarmandola”. Chi vuole la guerra, secondo Lussu, è chi non la conosce, parafrasando in qualche modo l’apoftegma di Erasmo da Rotterdam:”Chi ama la guerra non l’ha mai vista in faccia”.

 

  1. Lussu e gli Ebrei: “Sardegna, ebrei e razza ariana”.

Giustizia e Libertà, 21 ottobre 1938

Le Journal des Débats pubblica, tra il serio ed il faceto, uno scritto in cui si attribuisce a Mussolini il proposito di relegare in Sardegna tutti gli ebrei italiani. Con i tempi che corrono, queste cose vanno prese sempre sul serio. Come sardo, nato in Sardegna e rappresentante di sardi, io mi considero direttamente interessato […] .

Così stando le cose, è troppo giusto che gli ebrei italiani vengano a finire in Sardegna: essi sono i nostri più prossimi congiunti. Per conto nostro, noi non sentiamo che pura gioia. Essi saranno accolti da fratelli. La famiglia semitica uscirà rafforzata da questa nuova fusione. Semitici con semitici, ariani con ariani.

 

Mussolini va lodato per tale iniziativa. Anche perché rivela, verso noi sardi, un mutato atteggiamento.

Nel 1930, davanti a un giornalista e uomo politico francese che gli aveva fatto visita, pronunziò parole e propositi ostili contro l’isola fascisticamente malfida, e affermò che avrebbe distrutto la nostra razza, colonizzandoci con migliaia di famiglie importate da altre regioni d’Italia. Egli mantenne la parola e popolò le bonifiche sarde di migliaia di romagnoli e di emiliani.

Ma, a difesa della razza sarda, vigilavano impavide le zanzare, di pura razza semitica. L’immigrazione ariana è stata devastata dalla malaria e ora non ne rimane in piedi che qualche raro esemplare superstite.

Con gli ebrei, sarà un’altra questione. Essi saranno i benvenuti per noi e per le zanzare fedeli, le quali saranno, con loro, miti e discrete come lo sono con noi.

Sardi ed ebrei c’intenderemo in un attimo. Come ci eravamo intesi con gli ebrei che l’imperatore Tiberio aveva relegato nell’isola e che Filippo II di Spagna scacciò in massa. Quello fu un gran lutto per noi.

Ben vengano ora, aumentati di numero. Che razza magnifica uscirà dall’incrocio dei due rami!

Per quanto federalista e autonomista, io sono per la fusione dei sardi e degli ebrei. In Sardegna, niente patti federali. I matrimoni misti si faranno spontanei e la Sardegna sarà messa in comune. E quando saremo ben cementati, chiederemo che ci sia concesso il diritto di disporre della nostra sorte. L’Europa non vorrà negare a noi quanto è stato accordato ai Sudeti. Una Repubblica Sarda indipendente sarà la consacrazione di questo nuovo stato di fatto. Il presidente, almeno il primo, mi pare giusto debba essere un sardo, ma il vice-presidente dovrà essere un ebreo. Modigliani può contare sul nostro appoggio che gli sarà dato lealmente. Penso che dovremmo respingere la garanzia delle grandi potenze mediterranee e svilupparci e difenderci da noi stessi. Se gli ebrei d’Europa e d’America vorranno accordarci la decima parte di quanto hanno speso in Palestina, è certo che la Sardegna diventerà, in cinquant’anni, una delle regioni più ricche e deliziose del mondo, la cui cultura non avrà riscontro che in poche nazioni avanzate.

Ciò non toglie che i nostri rapporti non possano essere buoni, inizialmente, anche con l’Italia ariana; ma, da pari a pari. Vi sarà uno scambio di prodotti, e noi potremo, data la ricchezza delle nostre saline, rifornire l’Italia ariana, specie di sale, che ne ha tanto bisogno.

Naturalmente, non accoglieremo tutti gli ebrei italiani. Ve ne sono parecchi che, per noi, valgono gli ariani autentici. Il prof. Del Vecchio [1][2], per esempio, noi non lo vogliamo. E vi saranno parecchi ariani di razza italica che noi terremo a fare semitici onorari. Problemi tutti che risolveremo presto e facilmente.

V’è la questione del re-imperatore che, come si sa, ha fatto la sua fortuna come re di Sardegna. Si ha l’impressione che il decalogo razzistico sia stato compilato anche per lui. Non esiste infatti nessuna famiglia, in Italia, meno italiana della famiglia reale: essa non appartiene più alla razza italica pura. Di origine gallica, i matrimoni misti l’hanno corrotta a tal punto che il sangue straniero vi è in predominio palese. E il principe ereditario, figlio di una montenegrina, è sposato con una belga-tedesca; una principessa con un tedesco, e un’altra con uno slavo-bulgaro. Ariani ma non italiani. La futura repubblica sarda sarà magnanima anche col re di Sardegna. Lo accolse l’isola, fuggiasco dall’invasione giacobina, lo accoglierà ancora una volta, profugo dal dominio ariano-italico. L’isola dell’Asinara gli sarà concessa in usufrutto fino all’ultimo dei suoi discendenti. E potrà tenervi corte, liberamente, a suo piacere.

Colpisce invece che, per restare alla stessa fase storica, sia pressoché assente nella nostra memoria collettiva la deportazione di qualcosa come 50.000 sardi, a seguito della spedizione di Tiberio Sempronio Gracco nel 237 a.C. o, secondo altri, a seguito di quella del nipote omonimo nel 175 a.C. Sono i “sardi venales”, sardi di poco valore economico, perché per la loro quantità fecero crollare il prezzo degli schiavi.

Perché in effetti la rimozione di quella lontana deportazione di 50.000 sardi fa compagnia all’oblio pressoché totale della deportazione di circa 290 sardi, tra politici ed ebrei, e di circa 12.000 internati militari sardi nei lager nazisti. E si trattava nella stragrande maggioranza di giovani. Una enormità di gente nostra allora e oggi. Fino a pochi anni fa, questa realtà restava totalmente sconosciuta ai più e, nel migliore e raro dei casi, il nome di una via in qualche nostro paese serbava il ricordo ormai smemorizzato.

 

Lezione per l’Università della Terza Età di Quartuultima modifica: 2017-01-17T21:20:32+00:00da zicu1
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