PRSENTAZIONE A ORISTANO DEL LIBRO “SARDEGNA” di Pantaleo Ledda

PRSENTAZIONE A ORISTANO DEL LIBRO “SARDEGNA” di Pantaleo Ledda
II Centro Servizi Culturali Unla di Oristano e la casa editrice Edpo venerdì 8 alle 16.30, presso l’Unla di Via Carpaccio, 9 a Oristano, presentano il libro “Sardegna” di Pantaleo Ledda, copia anastatica dell’originale dell’Almanacco per ragazzi del 1924.

Lo presentano Italo Ortu già consigliere e assessore regionale nonché leader storico sardista e  Francesco Casula storico e scrittore, autore il primo dell’Introduzione storica e il secondo della Prefazione.

Ma ecco qui di seguito la mia prefazione

 

Prefazione a SARDEGNA,  sussidiario di Pantaleo Ledda

di Francesco Casula

La Lingua sarda, dopo essere stata lingua curiale e cancelleresca nei secoli XI e XII, lingua dei Condaghi e della Carta De Logu, con la perdita dell’indipendenza giudicale, si tenta di ridurla al rango di dialetto paesano, frammentata ed emarginata, cui si sovrapporranno prima i linguaggi italiani di Pisa e Genova e poi il catalano e il castigliano e infine di nuovo l’italiano con i Savoia prima e l’Italia unita poi.

Nel 1720, quando i Savoia prendono possesso della Sardegna,la situazione linguistica isolana è caratterizzata da un bilinguismo imperfetto: la lingua ufficiale – della cultura, del Governo, dell’insegnamento nella scuola religiosa riservata ai ceti privilegiati – è il castigliano, mentre la lingua del popolo, in comunicazione subalterna con quella ufficiale è il Sardo.

Ai Piemontesi questa situazione appare inaccettabile e da modificare quanto prima, nonostante il Patto di cessione dell’Isola del 1718 imponga il rispetto delle leggi e delle consuetudini del vecchio Regnum Sardiniae. Per i Piemontesi occorre rendere ufficiale la lingua italiana. Come prima cosa pensano alla Scuola per poi passare agli atti pubblici.  Ma evidentemente le loro preoccupazioni non sono di tipo glottologico. Attraverso l’imposizione della lingua italiana vogliono sradicare la Spagna dall’Isola, rafforzare il proprio dominio, combattere il “Partito spagnolo” sempre forte nell’aristocrazia ma non solo. Questo il vero motivo: non quello “ideologico” della civilizzazione, accampato da Carlo Baudi di Vesme  che nell’ opera Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, scritta, su incarico del re Carlo Alberto tra l’ottobre e il novembre 1847 ma completata nel febbraio 1848, scrive che “Una innovazione in materia di incivilimento della Sardegna e d’istruzione pubblica, che sotto vari aspetti sarebbe importantissima, si è quella di proibire severamente in ogni atto pubblico civile non meno che nelle funzioni ecclesiastiche, tranne le prediche, l’uso dei dialetti sardi, prescrivendo l’esclusivo impiego della lingua italiana…E’ necessario inoltre scemare l’uso del dialetto sardo ed introdurre quello della lingua italiana anche per altri non men forti motivi; ossia per incivilire alquanto quella nazione, sì affinché vi siano più universalmente comprese le istruzioni e gli ordini del Governo…”.

Pensano allora di elaborare “Il progetto di introdurre la Lingua italiana nella scuola“ affidandone lo studio e la gestione ai Gesuiti. Nella prima fase il progetto coinvolgerà comunque pochi giovani: appartenenti ai ceti privilegiati. Il problema diventa molto più ampio ai primi dell’Ottocento, quando il Governo inizia a interessarsi dell’Istruzione del popolo. I bambini poverelli ricevono gratuitamente due libri in lingua italiana: Il Catechismo del cardinal Roberto Bellarmino e il Catechismo agrario, giacchè l’agricoltura è precipuo sostegno di ogni stato e in particolare della Sardegna.

Per quanto attiene all’insegnamento della storia la situazione è analoga: a Pietro Martini –  e siamo in pieno ‘800! – intenzionato a introdurre fra gli studenti dell’Isola l’insegnamento della Storia sarda, capitò di sentirsi rispondere seccamente dalle autorità governative piemontesi che “nelle scuole dello Stato debbasi insegnare la storia antica e moderna, non di una provincia ma di tutta la nazione e specialmente d’Italia”.

Tale concezione, da ricondurre a un progetto di omogeneizzazione culturale, – che per l’Isola significherà dessardizzazione – la ritroviamo pari pari nelle Leggi sull’istruzione elementare obbligatoria nell’Italia pre e post unitaria: del Ministro Gabrio Casati (1859), Cesare Correnti (1867) e Michele Coppino (1877).

I programmi scolastici, impostati secondo una logica rigidamente nazional- statale o statalista che di si voglia – e italocentrica, sono finalizzati a creare una coscienza “unitaria“, uno spirito “nazionale“, capace di superare i limiti – così si pensava – di una realtà politico-sociale estremamente composita sul piano  storico, linguistico e culturale.

Questo paradigma fu enfatizzato nel periodo fascista, con l’operazione della “nazionalizzazione-italianizzazione” dell’intera storia italiana.

A onor del vero, proprio nel periodo iniziale del Fascismo (negli anni 19221924) Giuseppe Lombardo Radice, alle dirette dipendenze dell’allora ministro della Pubblica IstruzioneGiovanni Gentile come direttore generale dell’Istruzione primaria e popolare, provvide alla stesura dei programmi ministeriali per le scuole elementari o primarie, prevedendo fra le altre anche l’uso delle lingue regionali nei testi didattici per le scuole con il programma Dal dialetto alla lingua, nel rispetto delle differenze storiche degli italiani e per facilitare l’apprendimento e lo sviluppo intellettuale degli scolari, partendo dalla lingua viva.

Questo volume di Pantaleo Ledda, un vero e proprio sussidiario per il triennio delle scuole elementari è frutto di quella temperie culturale, pedagogica e didattica favorita e ispirata dal pedagogista Giuseppe Lombardo Radice.

Con questo “Almanacco” nelle scuole elementari della nostra Isola irrompe l’intero universo culturale sardo: dalla cultura materiale e dalle risorse e attività economiche e produttive (agricoltura, pastorizia, miniere, pesca, saline, acque termali) alla cultura immateriale (letteratura in primis); dalla geografia alla storia: dalle origini alla civiltà nuragica alle invasioni straniere. Con gli uomini sardi più famosi e de gabale (di valore): da Amsicora a Mariano IV, da Eleonora d’Arborea a Leonardo d’Alagon; da Giovanni Maria Angioy a Gianbattista Tuveri; da Grazia Deledda e Montanaru. Ma anche da uomini (poeti, scrittori, storici, letterati, vescovi e giuristi, scienziati e medici) meno conosciuti ma ugualmente illustri e che comunque hanno fatto la storia della Sardegna, arricchendola con la loro opera. Catalogati per singole città e paesi nativi, e ricordati in brevi ritratti, i Sardi li conoscono oggi quasi esclusivamente perché hanno loro intitolato qualche via, piazza o qualche scuola: penso a Sigismondo Arquer (l’intellettuale cagliaritano vittima dell’Inquisizione  e condannato al rogo in Spagna, il primo autore di una monografia sulla Sardegna Sardiniae brevis historia et descriptio, cui era allegata una carta dell’isola e una veduta di Cagliari (Tabula corographica insulae ac metropolis illustrata), che viene inserita nella Cosmografia di Sebastian Münster, uil più famoso geografo e cartografo tedesco del ‘500); o penso a Vincenzo Sulis e Domenico Millelire, due dei protagonisti nella lotta vittoriosa contro i Francesi nel 1793: a Cagliari il primo contro il generale Truguet e il secondo a La Maddalena contro Napoleone. O penso ancora al bosano Nicolò Canelles che introdusse la stampa in Sardegna;  al medico di Arbus Pietro Leo, che contribuì grandemente alla rigenerazione della medicina sarda; allo storico Pietro Martini, uno dei fondatori della storiografia isolana; all’archeologo e linguista ploaghese Giovanni Spano (autore di un dizionario sardo-logudorese); all’oristanese Salvator Angelo de Castro, che si adoperò per l’istituzione delle scuole elementari in molti comuni della Sardegna. E a tanti altri ricordati in questo sussidiario.

Insieme alla storia, la protagonista assoluta del libro di Pantaleo Ledda è la lingua sarda: nelle sue varianti e varietà ma anche nelle Isole alloglotte (è presente il Gallurese come il Sassarese). Il Sardo viene utilizzato nelle poesie: ad ogni stagione ne viene dedicata una. Ma anche  nelle preghiere e nei precetti, nelle canzoni e canzoncine, nei proverbi e nei motti, negli scongiuri e nei dicius, negli scioglilingua,nelle cantilene e nelle ninne nanna, nei giochi, negli indovinelli e nelle leggende. Ad esprimere una vastissima e ricchissima tradizione culturale, soprattutto orale, una saggezza antica che ha sostenuto e guidato i sardi nella loro millenaria storia.

Con la storia e la lingua sarda sono presenti le città, le località e i paesi sardi: con le feste e le sagre, i costumi e i riti. E le attività produttive, specie quelle legate alla campagna e all’agricoltura: con l’aratura e la semina, la fienagione,la mietitura e la trebbiatura, la raccolta delle ortaglie, la vendemmia e la panificazione. Ma anche la pesca: soprattutto del tonno.

Il sussidiario rappresenta così per gli scolari del triennio delle elementari una vera e propria full immersione nelle cultura locale e nella sua economia: la scuola in tal modo non si pone come “altro” e separato rispetto alla vita e al contesto socio-economico-culturale-linguistico da cui il fanciullo proviene.  

Purtroppo questa ventata liberalizzatrice di lingua e cultura locale durò pochissimo: con il consolidarsi del regime fascista nel 1924, specie dopo l’assassinio di Matteotti, prevalse l’enfasi unificatrice, omologatrice  e livellatrice tanto che fu avviata un’azione repressiva nei confronti degli alloglotti e, per quanto ci riguarda, della lingua e cultura sarda: fu vietato non solo  l’uso della lingua sarda ma le stesse gare poetiche estemporanee. Anzi, il Fascismo ben presto, ad iniziare dagli anni trenta, imboccata la strada dell’imperialismo e dell’autarchia, tenterà di cancellare il concetto stesso di

 

civiltà regionale e di regione e abolirà l’uso del Sardo, in nome dell’italianità, minacciata a suo dire da tutto quanto era “locale”.

Sul’uso del Sardo abbiamo una vasta eco in una polemica scoppiata nel 1933 fra un certo Gino Anchisi,  giornalista dell’Unione Sarda e il nostro grande poeta Antioco Casula (più noto come Montanaru), in occasione della pubblicazione dei suoi Sos cantos de sa solitudine., In un articolo Anchisi esortava Montanaru a scrivere in Italiano perché un poeta come lui “che ha maturato l’ingegno alla severa discipline degli studi e considera la poesia come una cosa seria”, aveva diritto a un pubblico più vasto. E concludeva affermando che la poesia dialettale era “anacronistica, roba d’altri tempi” e come tale andava relegata “nel regno d’oltretomba”.

Montanaru rispondeva, sullo stesso giornale, affermando che “i rintocchi funebri” per la fine dei dialetti, da qualunque parte venissero, erano per lo meno immaturi.

Seguiva la replica dell’Anchisi che ribadiva l’anacronismo e la fine dei dialetti e della regione: “Morta o moribonda la regione, è morto o moribondo il dialetto”.

Nella disputa intervenne fra gli altri Antonio Scano, scrittore e valente giornalista letterario ,  il quale dopo aver polemizzato con l’Anchisi sulla vitalità della regione e della lingua sarda, così concludeva: “La Regione non può morire, come non può morire il dialetto che ne è l’insegna”.

Replicherà anche Montanaru ma il suo articolo non verrà pubblicato né sull’Unione né su L’Isola di Sassari, che però giustificò il garbato rifiuto con la seguente lettera del 18 Settembre 1933: “Non si è potuto dare corso alla pubblicazione del suo articolo in quanto una parte di esso esalta troppo evidentemente la regione: ciò ci è nel modo più assoluto vietato dalle attuali disposizioni dell’ufficio stampa del capo del Governo che precisamente dicono: “In nessun modo e per nessun motivo esiste la regione”. Siamo molto dolenti. Però la preghiamo di rifare l’articolo limitandosi a parlare di poesia dialettale senza toccare il pericoloso argomento”. Evviva la verità!

Nella replica – non pubblicata – Montanaru farà, in merito al Sardo, una serie di osservazioni estremamente interessanti e in qualche modo profetiche: ricorderà infatti che la lingua dei padri sarebbe diventata la lingua nazionale dei Sardi perché “non si spegnerà mai nella nostra coscienza il convincimento che ci vuole appartenere a una etnia auctotona”.

Finito il Fascismo e affermatasi la “Repubblica democratica e antifascista”  l’idiosincrasia – uso volutamente un termine eufemistico – nei confronti di tutto ciò che è Sardo, e in modo particolare della lingua, continuerà comunque anche nel dopoguerra. Nel 1955,nei programmi elementari elaborati dalla Commissione Medici si introduce l’esplicito divieto per i maestri di rivolgersi agli scolari in “dialetto”. E in tempi a noi più vicini, con una nota riservata del Ministero della Pubblica Istruzione  – regnante Malfatti – del 13-2-1976 si sollecitano Presidi e Direttori Didattici a  controllare eventuali attività didattiche- culturali riguardanti l’introduzione della lingua sarda nelle scuole. Una precedente nota riservata dello stesso anno del 23-1 della Presidenza del Consiglio dei Ministri aveva addirittura invitato i capi d’Istituto a  schedare  gli insegnanti. E non si tratta di “pregiudizi“ presenti solo negli apparati statali e ministeriali romani: il segretario provinciale di un Partito politico, allora ferocemente centralistico, sia pure di un “centralismo democratico“, invitava, con una circolare spedita a tutte le sezioni, di non aderire, anzi di boicottare la raccolta di firme per la Proposta di legge di iniziativa popolare sul Bilinguismo perché separatista e attentatrice all’Unità della Nazione!

Oggi fortunatamente la situazione sta cambiando: le lingue locali e minoritarie hanno avuto un formale riconoscimento giuridico e normativo prima a livello europeo con la “Carta Europea per le lingue regionali e minoritarie” poi a livello regionale con la Legge n.26 del 15 Ottobre 1997 sulla “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna” e infine a livello statale con la Legge n.482 del 15 Dicembre 1999 riguardante “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” in cui è presente la Lingua sarda.

Tutto ciò a livello giuridico e formale ma purtroppo a livello pratico e sostanziale la cultura, la storia ma soprattutto la lingua sarda, per quanto riguarda la scuola e i libri scolastici, è ancora del tutto assente. La scuola italiana in Sardegna infatti ancora oggi

 

 

è rivolta a un alunno che non c’è: tutt’al più a uno studente metropolitano, nordista e maschio. Non a un sardo. E’ una scuola che con i contesti sociali, ambientali, culturali e linguistici degli studenti non ha niente a che fare. Nella scuola la Sardegna non c’è: è assente nei programmi, nelle discipline, nei libri di testo. Si studia Orazio Coclite, Muzio Scevola e Servio Tullio: fantasie con cui Tito Livio intende esaltare e mitizzare Roma. Non si studia invece – perché lo storico romano non poteva scriverlo –  che i Romani fondevano i bronzetti nuragici per modellare pugnali e corazze; per chiodare giunti metallici nelle volte dei templi; per corazzare i rostri delle navi da guerra.

Nella scuola si studia qualche decina di Piramidi d’Egitto, vere e proprie tombe di cadaveri di faraoni divinizzati, erette da centinaia di migliaia di schiavi, sotto la frusta delle guardie;ma non si studiano le migliaia di nuraghi, suggestivi monumenti alla libertà, eretti da migliaia comunità nuragiche indipendenti e federate fra loro.

Si studia Napoleone, piccolo e magro, resistentissimo alla fatica!, ma non si spende una sola parola per ricordare che il tiranno corso, venuto in Sardegna, bombardò La Maddalena e sconfitto da Domenico Millelire, con la coda fra le gambe dovette ritirarsi e abbandonare “l’impresa”.

Si studia insomma l’Italia dalle amate sponde e dell’elmo di Scipio, ma la Sardegna, con le sue vicissitudini storiche, le dominazioni, la sua civiltà e i suoi tesori ambientali, culturali e artistici è del tutto assente: un diplomato sardo e spesso persino un laureato, esce dalla scuola senza sapere nulla dell’architettura nuragica, della Carta de Logu, di Salvatore Satta e della lingua sarda. Quest’ultima pare addirittura cancellata.

Eppure essa è la più forte ed essenziale componente del patrimonio ricchissimo di tradizioni e di memorie popolari e sta a fondamento – per usare l’espressione dell’archeologo Giovanni Lilliu – dell’Identità della Sardegna e del diritto ad esistere dei Sardi, come nazione e come popolo, che affonda le sue radici nel senso profondo della sua storia, atipica e dissonante rispetto alla coeva storia e cultura mediterranea ed europea.

Senza sa Limba i Sardi rischiano di essere Sardi dimezzati, sradicati, deprivati di un intero universo di suoni e di saperi. Dunque senza storia, senza memoria, senza identità. Persino quasi afasici. Soprattutto i giovani. Semiparlanti che non conoscono più la lingua sarda e parlano (e scrivono) un italiano frammentario, disorganizzato, improprio, gergale; la cui parola dice di sé solo le accezioni selezionate dal Piccolo Palazzi: senza metafore, senza natura,senza storia, senza vita.

Lingua sarda che è soprattutto valore simbolico di autocoscienza storica e di forza unificante, il segno più evidente dell’appartenenza e delle radici che dominatori di ogni risma e zenia hanno cercato di recidere.

Ma anche quella lingua che pedagogisti come linguisti e glottologi, psicologi come psicoanalisti e perfino psichiatri, ritengono che nel curriculum scolastico si configuri non come un fatto increscioso da correggere  e controllare ma come elemento indispensabile di arricchimento, di addizione e non di sottrazione, che non disturba ma anzi favorisce lo sviluppo comunicativo degli studenti perché agisce positivamente nelle psicodinamiche dello sviluppo. Essa infatti serve: per allargare le competenze degli studenti, soprattutto comunicative, di riflessione e di confronto con altri sistemi; per accrescere il possesso di una strumentalità cognitiva che faciliti l’accesso ad altre lingue; per prendere coscienza della propria identità etno-linguistica ed etno–storica, come giovane e studente prima e come persona adulta e matura poi; per personalizzare l’esperienza scolastica, umana e civile, attraverso il recupero delle proprie radici; per combattere l’insicurezza ambientale, ancorando i giovani a un humus di valori alti della civiltà sarda: la solidarietà e il comunitarismo in primis; per superare e liquidare l’idea del “sardo“ e di tutto ciò che è locale come limite, come colpa, come disvalore, di cui disfarsi e , addirittura, “vergognarsi“; per migliorare e favorire, soprattutto a fronte del nuovo “analfabetismo di ritorno“, viepiù trionfante, soprattutto a livello comunicativo e lessicale, lo status linguistico. Che oggi risulta essere, –  dicevo –  in modo particolare nei giovani e negli stessi studenti, povero. Con un numero di parole ormai ridotto al minimo. E poiché tra il pensiero e il linguaggio c’è un’interazione ne deriva che il pensiero stesso si è anchilosato, come il linguaggio.

Nasce da queste considerazioni l’esigenza non più procrastinabile dell’inserimento della lingua sarda come materia curriculare nelle scuole di ogni ordine e grado.

 

 

E un sussidiario come questo di Pantaleo Ledda, rivisitato e depurato della retorica patriottarda e italocentrica di quel periodo storico, sarebbe ancora utile, specie per l’apprendimento della lingua sarda.

PRSENTAZIONE A ORISTANO DEL LIBRO “SARDEGNA” di Pantaleo Leddaultima modifica: 2016-01-02T19:48:12+00:00da zicu1
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